La seconda vita di Manu Chao

Come canta ne «La Vida Tombola», «il mondo è una palla», Manu adesso vorrebbe poter essere Maradona, per dribblare quelli che non hanno capito che un altro mondo è possibile

CATANIA Il mare all’orizzonte e un’onda di ragazzi che spinge la sabbia fin sul palco. «Pazza Sicilia» carica Manu Chao, dando il via a due ore e mezzo di centrifuga in cui il pubblico è un vortice di giovanissimi. Offuscati dal rodeo di questa sua seconda vita, c’è anche la generazione che lo aveva scoperto al G8 a Genova nel 2001, quando senza offrire la sua candidatura fu eletto portavoce planetario del movimento no global.
Benvenuti al Sud. Manu, come chiunque lo chiama a ogni latitudine, è tornato in Italia per un viaggio in cinque tappe in luoghi dove la musica internazionale faceva fatica a sbarcare. Dopo aver fatto ballare 40 mila persone a Monza a metà giugno, ecco la spiaggia di Catania, poi il raduno sulla Sila tra pecore e mufloni, (domani) il porto di Molfetta, poi Cagliari e la chiusura del tour europeo nel parco archeologico di Vulci. Concerti a chilometro zero, per andare incontro alla gente del posto. Ogni concerto è una festa. «Sempre sold out, senza nessuna promozione: succede ed è bellissimo» racconta. E succede nonostante non faccia un disco da otto anni.
Dai tempi di Genova quasi tutto è cambiato: Bush non c’è più, anche se sopravvive in qualche visual sullo schermo del concerto. Manu usa Facebook come tazebao sociale, per piccole battaglie locali. «Le uniche che hanno ancora senso. A livello assoluto vedo grande confusione: la cattiva distribuzione dei soldi ha fatto danni, ma a livello di quartiere tutto si compensa. Non credo nelle rivoluzioni, preferisco piccole conquiste» spiega infilandosi occhialini da vista e con qualche ricciolo bianco in più, mentre chatta su Skype con la fidanzata greca. Gli ideali non invecchiano, ma il cantante franco-spagnolo ha messo altri nemici nel microfono. Per esempio la multinazionale Monsanto che vuole imporre gli Ogm in America Latina. In primavera ha suonato nella giungla in Colombia per tutelare la conservazione della foresta Amazzonica. «In un mondo difficile, la mia energia può aiutare la gente a trovare coraggio, partendo dalle piccole cose». Tornando alla terra. «Alla convivenza col vicino, nel mio quartiere coltiviamo l’orto» racconta mentre mangia pomodori siciliani come fossero caviale.
La sua chitarra acustica inseparabile, apparecchiata anche a tavola. In Italia è arrivato dopo i concerti in Grecia. Ad Atene ultimamente va spesso. Era lì a sostenere il «No» nei giorni del referendum. «Oki» l’ha pure tatuato sulla chitarra. «Perché Bruxelles ha paura di un’Europa diversa». Ai concerti la gente lo vuole incontrare come fosse un politico. Lui prima di metterci la faccia vuole capire. Si fa raccontare le storie, non importa in che lingua. Tanto parla inglese, francese, spagnolo, sprazzi di italiano e portoghese soprattutto con il figlio brasiliano che ora vive a Fortaleza.
La prima cosa che colpisce è il buon umore che Manu infonde a chi lo circonda. Non saluta: abbraccia. Le prove prima del concerto le fa in infradito mangiando crema di caffè. Anche sul bus che porta la band verso il palco si suonano e cantano canzoni dei Beatles. Come fosse una gita scolastica: un’allegria diffusa, nonostante il bassista si sia fratturato tibia e perone due settimane fa. Chiunque avrebbe sospeso il tour: Jean Michel invece si è infilato il gesso e ha detto che non vedeva un motivo per tornare a casa.
A 54 anni, Manu butta sul palco la stessa energia di quand’era ragazzino: si può pure permettere un paio di sigarette prima di rientrare per gli ultimi bis. Rimbalza sul palco come una pallina. Nonostante lo stiramento al polpaccio e la faccia rassegnata della fisioterapista due ore prima del concerto.
In tour sta a dieta: solo qualche birretta dopo lo show. «La mia unica palestra sono le prime date del tour. Il problema è quando ti fermi senza suonare. Crolla l’adrenalina, c’è chi va in depressione». Dopo l’Italia, Manu tornerà a casa, a Barcellona dove vive nel Poble Nou, quartiere in espansione di movida. Dove suona per strada per aiutare gli immigrati sotto sgombero e gioca a pallone tre volte la settimana con la gente comune, in particolare bambini. Un po’ come piaceva fare a Bob Marley. Perché, come canta ne «La Vida Tombola», «il mondo è una palla» e adesso vorrebbe poter essere Maradona, per dribblare quelli che non hanno capito che un altro mondo è possibile.
Stefano Landi

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