Fou­cault arbitro dell’incontro tra filosofia e letteratura

Filosofi. “La grande straniera”, conferenze del filosofo francese datate fra i primi anni sessanta e primi settanta

Il rap­porto tra filo­so­fia e let­te­ra­tura è da sem­pre com­pli­cato, spesso ambi­guo, per­lo­più reci­pro­ca­mente desta­bi­liz­zante. E lo è fin dalla con­danna pla­to­nica nei con­fronti dell’arte – rea di essere mera copia – e dal rico­no­sci­mento ari­sto­te­lico che la poe­sia, e dun­que la let­te­ra­tura, è comun­que più filo­so­fica della sto­ria, in quanto rap­pre­senta un livello di uni­ver­sa­lità a cui la nar­ra­zione sto­rica non può mai ambire. Intorno alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, Arthur C. Danto, il famoso pro­fes­sore di este­tica scom­parso lo scorso anno, venne invi­tato da Donald Bar­te­lheme, nume occulto della nar­ra­tiva post­mo­derna, a Hou­ston per tenere una lezione agli stu­denti del corso di com­po­si­zione let­te­ra­ria. Danto vi sostenne una tesi per molti versi ardita e allo stesso tempo dif­fi­cil­mente con­te­sta­bile, ovvero che la filo­so­fia nasce per sepa­ra­zione dalla poe­sia e che, pro­prio per que­sto, buona parte del discorso filo­so­fico nella tra­di­zione occi­den­tale si pre­senta come anta­go­ni­sta rispetto al discorso della let­te­ra­tura. Al pro­blema del rap­porto fra filo­so­fia e let­te­ra­tura Danto aveva già dedi­cato un memo­ra­bile discorso alla Ame­ri­can Phi­lo­so­phi­cal Asso­cia­tion alla fine del 1983 e lo aveva inti­to­lato, per fare il verso a Der­rida, Filo­so­fia come/e/della let­te­ra­tura. In entrambi que­sti testi – rac­colti poi in La desti­tu­zione filo­so­fica dell’arte – Danto difende l’idea di un’irriducibilità della filo­so­fia a let­te­ra­tura e della let­te­ra­tura a filo­so­fia e, con­se­guen­te­mente, la neces­sità di distin­guere e tenere sepa­rate dell’una dal discorso dell’altra.

Que­sta tesi viene gio­cata soprat­tutto con­tro quelli che gli sem­brano essere, nel ‘900, i due ten­ta­tivi più radi­cali, per quanto oppo­sti, di eli­mi­nare la dif­fe­renza tra le due moda­lità di eser­ci­zio della scrit­tura rap­pre­sen­tate dal neo­po­si­ti­vi­smo e dal deco­stru­zio­ni­smo. Per quanto riguarda il neo­po­si­ti­vi­smo è nota la clas­sica posi­zione di Rudolf Car­nap, che nel ten­ta­tivo di ren­dere la filo­so­fia rigo­rosa, e dun­que scien­ti­fica, con­si­dera prive di senso tutte quelle pro­po­si­zioni che non sono in grado di supe­rare il test rap­pre­sen­tato dal prin­ci­pio di veri­fi­ca­zione, secondo il quale una pro­po­si­zione è sen­sata se e solo se ciò che dice è empi­ri­ca­mente veri­fi­ca­bile. Tutte quelle pro­po­si­zioni che pre­ten­dono di essere sen­sate, ma che in realtà non pos­sono esserlo in quanto non sono veri­fi­ca­bili, ven­gono ‘mar­chiate’ da Car­nap come meta­fi­si­che e rele­gate, dun­que, den­tro il gran cal­de­rone dell’insensato.

La cosa pro­ble­ma­tica è che que­sta ope­ra­zione di puli­zia eli­mina, ovvia­mente, tutta una serie di pro­po­si­zioni di una certa rile­vanza per la vita degli umani. È evi­dente, infatti, che un simile cri­te­rio porta neces­sa­ria­mente all’esclusione di qual­siasi giu­di­zio morale dal regno della sen­sa­tezza (che un certo com­por­ta­mento sia giu­sto o ingiu­sto non è di per sé veri­fi­ca­bile), di qual­siasi giu­di­zio este­tico (con­si­de­rare un film di Woody Allen un capo­la­voro oppure una ope­ra­zione banale non è un giu­di­zio che si può sot­to­porre a un test di veri­fi­ca­zione) ma, ovvia­mente, anche ciò che ha a che fare con la poli­tica, con i pro­getti esi­sten­ziali, con le visioni del mondo a par­tire dalle quali orien­tiamo le nostre pra­ti­che e le nostre con­dotte. Que­sta stra­te­gia porta per­ciò a soste­nere che il tipo di filo­so­fia inca­pace di supe­rare il test di veri­fi­ca­zione (ovvero, sostan­zial­mente, tutta la filo­so­fia) è meta­fi­sica, la quale a sua volta altro non è, secondo Car­nap, che let­te­ra­tura; anzi: cat­tiva let­te­ra­tura. Anche la let­te­ra­tura, infatti, come in gene­rale qual­siasi pro­dotto arti­stico, non potendo essere veri­fi­ca­bile, appar­tiene al girone dell’insensato, con la dif­fe­renza, però, rispetto alla meta­fi­sica, che la let­te­ra­tura è in grado, se non altro, di pro­vo­care un sen­ti­mento o un’emozione.

All’interno di un con­te­sto cul­tu­rale radi­cal­mente diverso, e per molti versi alter­na­tivo a quello rap­pre­sen­tato dal neo­po­si­ti­vi­smo logico, anche per Der­rida e per il deco­stru­zio­ni­smo la filo­so­fia sarebbe nient’altro che let­te­ra­tura: ovvero un insieme di testi, che andreb­bero letti, inter­pre­tati e smon­tati, appunto, solo come testi, come tes­si­ture lin­gui­sti­che che non riman­dano a nulla al di là di se stesse: a nulla, cioè, che non siano altri testi. Certo, que­sto non è per Der­rida un modo per dire l’insensatezza della filo­so­fia (e dun­que anche della let­te­ra­tura), ma è un modo, comun­que – sostiene Danto – per eli­mi­nare l’istanza veri­ta­tiva dal discorso filo­so­fico; ovvero, è un modo per togliere alla filo­so­fia ciò a par­tire da cui essa, da sem­pre, assume senso e con­si­stenza. È inte­res­sante, a par­tire da que­sto sfondo, leg­gere alcune tra­scri­zioni di con­fe­renze di Michel Fou­cault ora dispo­ni­bili in La grande stra­niera A pro­po­sito di let­te­ra­tura, (Cro­no­pio, pp. 152, euro 16,00), inter­venti che si svi­lup­pano fra i primi anni ses­santa e primi set­tanta – tutti più o meno diret­ta­mente dedi­cati al rap­porto tra filo­so­fia e letteratura.

La postura di Fou­cault nell’avvicinare que­sto oggetto com­plesso, stra­ti­fi­cato e mul­ti­forme che è la let­te­ra­tura è tutt’altro che scon­tata, e dif­fi­cil­mente omo­lo­ga­bile al cli­ché post­mo­der­ni­sta e rivela, certo muo­vendo da pre­sup­po­sti e scopi assai diversi, anche alcune linee di tan­genza con l’orizzonte pro­ble­ma­tico avvi­ci­nato da un autore come Danto. L’aspetto cen­trale dell’argomentazione di Fou­cault è il suo ten­ta­tivo di mostrare come la domanda: «che cos’è la let­te­ra­tura?» non debba e non possa essere letta e pen­sata come una inter­ro­ga­zione della let­te­ra­tura dall’esterno. La sua pro­ve­nienza non è, di per sé, dalla cri­tica let­te­ra­ria, né dalla socio­lo­gia, né dall’antropologia; essa è «una cavità» – scrive Fou­cault – che si è aperta nella let­te­ra­tura, il segno di una lace­ra­zione tutta interna alla let­te­ra­tura. D’altronde, se si può soste­nere che esi­ste let­te­ra­tura da quando esi­ste il lin­guag­gio umano, d’altra parte si può par­lare e si parla dav­vero di let­te­ra­tura solo dal momento in cui que­sto oggetto – l’opera let­te­ra­ria – diventa pro­blema a se stesso, ovvero, dice Fou­cault, «tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo». La let­te­ra­tura sem­bra essere, in que­sto senso, ciò che viene a deli­nearsi e ad appa­rire come oriz­zonte pro­ble­ma­tico nel momento in cui l’opera let­te­ra­ria si pre­senta come una tra­sgres­sione e una nega­zione della let­te­ra­tura stessa: «credo si possa dire – sostiene Fou­cault – che, dal XIX secolo, ogni atto let­te­ra­rio si dà e prende coscienza di sé come una tra­sgres­sione di que­sta essenza pura e inac­ces­si­bile che sarebbe la letteratura».

L’opera let­te­ra­ria clas­sica è, secondo Fou­cault, una sorta di lin­guag­gio inter­me­dio tra il lin­guag­gio asso­luto dell’origine – e cioè il lin­guag­gio ante­riore a ogni parola che è il lin­guag­gio di Dio, della Natura, della Verità – e il lin­guag­gio loquace e insieme inca­pace di dire alcun­ché che è il lin­guag­gio ordi­na­rio. La let­te­ra­tura nasce quando il lin­guag­gio asso­luto scom­pare; quando, cioè, non c’è più nes­suna parola prima da tra­durre e l’opera diventa una sorta di ripe­ti­zione e can­cel­la­zione insieme di tutto ciò che è stato detto. La let­te­ra­tura è dun­que, a dif­fe­renza dell’opera clas­sica, un lin­guag­gio radi­cal­mente mor­tale, che non rimanda a nes­suna ori­gine; un lin­guag­gio ripe­ti­tivo, tra­sgres­sivo e dop­pio. Un lin­guag­gio che inter­roga se stesso; al punto tale che la dimen­sione della cri­tica – evi­den­te­mente coeva, secondo Fou­cault, della let­te­ra­tura – si spo­sta sem­pre più all’interno della let­te­ra­tura stessa e la distin­zione tra il testo del cri­tico e il testo let­te­ra­rio diventa sem­pre più sot­tile ed evanescente.

Ne è un esem­pio lo straor­di­na­rio eser­ci­zio fou­caul­tiano sui testi di Sade, autore al cen­tro dei suoi inte­ressi fin dalla Sto­ria della fol­lia. Secondo Fou­cault, i testi di Sade sono inscritti nell’orizzonte della verità, ovvero vogliono sve­lare una verità, vogliono essere, in se stessi, nel rac­conto stesso, filo­so­fia: «la verità di cui parla Sade – scrive Fou­cault – non è real­mente la verità di ciò che rac­conta, ma la verità dei suoi ragio­na­menti». Il testo di Sade disgu­sta la sen­si­bi­lità per col­pire la ragione, a cui sola­mente si rivolge. Così Fou­cault rie­sce a mostrare come la scrit­tura di Sade non parli in realtà del desi­de­rio e della ses­sua­lità, ma parli di Dio, dell’anima e della natura, allo scopo di evi­den­ziare la con­trad­dit­to­rietà di que­ste nozioni, costi­tu­tive del discorso filo­so­fico, che la nar­ra­zione vor­rebbe, a sua volta con­trad­dit­to­ria­mente, met­tere in discus­sione. Sta qui, forse, nel rico­no­sci­mento di come la let­te­ra­tura si fa cri­tica e si fa filo­so­fia, e di come la cri­tica e la filo­so­fia si fanno let­te­ra­tura, che si può aprire uno spa­zio di discus­sione tra modi radi­cal­mente diversi di pen­sare l’esperienza della scrit­tura let­te­ra­ria, dal neo-hegelismo di Danto all’anti-hegelismo di Foucault.

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