Roma, sgombero ad orologeria dello studentato Point Break

All’indomani dell’incontro tra la giunta Raggi e i movimenti, il blitz delle forze dell’ordine per chiudere lo studentato occupato da studenti e precari nel Pigneto: una questione sociale affrontata come ordine pubblico

ROMA Daniela è una studentessa. Ieri mattina si è svegliata per andare al suo lavoro precario e ha trovato sul pianerottolo di casa la polizia. «Mi hanno cacciata dalla casa che avevo occupato per sopravvivere», racconta. Daniela viveva a Point Break, un luogo che prende il nome da una metafora surfistica. Sette anni fa da un gruppo di studenti del movimento dell’Onda prese possesso di un palazzotto al Pigneto, quartiere romano in cui convivono ancora spinte popolari e tendenze modaiole, spontaneismo e speculazione. C’era l’onda di questa occupazione a rendere un po’ meno precarie le vite di diversi giovani, ma ieri mattina è arrivata la risacca dello sgombero.

All’alba hanno fatto sloggiare Daniela e gli altri abitanti del civico 30 di via Fortebraccio. Lo stabile, dismesso da anni e abbandonato, è di proprietà di un privato e oggetto di beghe legali e infinite questioni di eredità. Si è trasformato nel primo sgombero sotto l’amministrazione di Virginia Raggi. Uno sgombero che avviene indipendentemente da (e nonostante) ogni volontà politica della giunta che ieri pomeriggio si è riunita per fissare le linee programmatiche e dare il via alla maratona che porterà alla votazione in consiglio dell’assestamento di bilancio, cui seguono le prime proteste per il taglio di 300 mila euro ai centri antiviolenza (cui Raggi appena insediata aveva promesso attenzione) e le polemiche per il ventilato «accordo segreto» col padrone di Malagrotta Manlio Cerroni. Ma non è difficile capire che le camionette davanti a Point Break hanno un forte significato politico, soprattutto se si tiene il conto dei varchi che potrebbero aprirsi nella capitale. Per interpretare il contesto di questo sgombero e comprendere i rischi e le opportunità della calda estate della transizione romana, dobbiamo avvolgere il nastro all’indietro. Fino a poche ore prima.

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Lo studentato occupato Point Break

Sono le 18 del 20 luglio. Nonostante il caldo e il periodo estivo tantissime persone si ritrovano in piazza dei Sanniti, a San Lorenzo, di fronte al Cinema Palazzo Occupato, per l’assemblea convocata dalla rete «Decide Roma». In prima fila, in mezzo alle diverse anime dei movimenti e della sinistra sociale romana e ai tanti esponenti di spazi sociali minacciati di sgombero e vessati da richieste di affitto e sigilli amministrativi, c’è Paolo Berdini. Non è nuovo a consessi del genere, è una faccia nota da questa parti. Ma è la prima volta che vi compare da amministratore. L’assessore all’urbanistica della giunta pentastellata prende la parola. «Il momento è delicato, perché i vecchi poteri si riorganizzano e gli spazi rischiano di chiudersi – dice – O cogliamo l’occasione adesso o non avremo una seconda opportunità». Poi si assume impegni semplici e radicali, che trovano il consenso della platea.

A cominciare dalla salvaguardia degli spazi che in periferia costruiscono socialità e servizi fino al recupero delle caserme dismesse, alcune delle quali si trovano anche nel centro di Roma, per costruire case da assegnare ai soggetti colpiti dalla crisi. Dopo di lui tocca a Carmine Piscopo, assessore all’urbanistica nella giunta De Magistris a Napoli. Racconta del riconoscimento del valore sociale, più che di quello economico, dei beni comuni urbani portata avanti da quella amministrazione. «Più che la legalità formale perseguiamo la giustizia sostanziale», afferma Piscopo. Le parole di Berdini e quelle del suo omologo partenopeo, insomma, innalzano non di poco la prospettiva rispetto alle affermazioni un po’ legnose sulla legalità da rispettare ad ogni costo fatte da Virginia Raggi nel corso suo incontro con gli occupanti di case di qualche giorno fa. Dall’assemblea di Decide Roma, al contrario, si intravede uno spiraglio, la possibilità che dal basso si possano costruire nuovi diritti e perfino nuovi istituti giuridici. «È questo che spaventa i poteri in crisi di questa città» dice Tiziano di Point Break.

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L’assessore all’urbanistica di Roma Capitale Paolo Berdini all’assemblea di “Decide Roma”

Nessuno avrebbe immaginato che al mattino dopo Roma si sarebbe svegliata con uno sgombero. «A fronte dell’apertura di uno spazio di possibilità per una nuova negoziazione sociale, i corpi di polizia forzano per riportare il piano del confronto politico della città di Roma nello spazio angusto del rispetto della legalità formale e della difesa della rendita immobiliare», spiegano gli occupanti di Point Break appena si ritrovano sul marciapiede. Poi vanno alla sede del V municipio, anch’esso retto dai grillini, per chiedere che si prenda posizione sullo sgombero. Gli attivisti di Point Break scoprono che gli amministratori di questo pezzo di territorio erano ignari dell’operazione di polizia. Raccolgono una solidarietà per niente scontata. Di contro, arriva una nota della questura che suona ai più come l’ennesima provocazione.

Nel comunicato si definisce l’occupazione di «matrice filo-anarchica», cosa che suona quantomeno imprecisa a chi conosca anche superficialmente la geografia politica dei movimenti romani. Si cita il ritrovamento di non ben identificati oggetti quali «mazze, aste per bandiere, caschi protettivi, alcuni fumogeni». Si diffonde una foto con «manifesti vari di propaganda politica filoanarchica» che si sostanziano in una bandiera No Tav, un vessillo dei Paesi Baschi e una locandina di un corteo antifascista. Il ritrovamento di qualche spinello in una palazzina frequentata soprattutto da giovani fa ovviamente pensare «ad una intensa attività di spaccio». Nove persone vengono denunciate per occupazione abusiva e «furto aggravato di energia elettrica con un danno all’erario stimato dall’Acea in circa 500 mila euro per i sette anni di illecito utilizzo». Un giovane è fermato per possesso di marijuana, verrà processato questa mattina per direttissima.

«In questi sette anni lo studentato occupato è stato protagonista di innumerevoli attività culturali e di mutuo soccorso che si sono opposte al degrado sociale che in maniera sempre più intensa ha trasfigurato il quartiere, da un lato mercificandolo all’estremo e dall’altro lasciando spazio al narcotraffico», ribattono gli occupanti. Dalla Carovana delle Periferie pungolano l’amministrazione: «Dopo le belle parole di ieri dell’assessore Berdini, cosa faranno per passare ai fatti? Non possono certo cavarsela dicendo ‘Noi non ne abbiamo responsabilità, si tratta di uno stabile privato’. Sarebbe come riconoscere che i privati possono abbandonare per anni intere aree della città facendone ricadere i costi ed il degrado conseguente sulla collettività. Serve quindi di più di qualche bella parola». «Si è deciso di affrontare una questione sociale fondamentale come un problema di ordine pubblico» protesta Marta Bonafoni, consigliera regionale di Si-Sel.

«Sgomberi come questo rischiano di acuire le forti tensioni sociali presenti in città» dichiara Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio. Per la segretaria regionale Fiom Lazio Francesca Re David «l’esperienza di Point Break non può e non deve concludersi con lo sgombero ma fornendo soluzioni credibili ai bisogni che hanno portato alla sua nascita».

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