A Torino il Museo della Resistenza rischia la chiusura

Memoria . Finanziamenti ridotti e ritardi nell’erogazione di quelli del passato. Nel frattempo appelli e un crowdfunding per scongiurare la chiusura

Il rischio più grande è quello di una lenta agonia. Esordisce così Guido Vaglio, direttore del Museo Diffuso della Resistenza di Torino. Da un paio di settimane, intorno al museo, si sono diffuse voci di una possibile chiusura, cui sono subito seguiti appelli, firmati, tra gli altri, da Gustavo Zagreblesky, Marco Revelli, Aldo Agosti, Luciano Violante. Il perché, almeno in apparenza, sembra rientrare in un copione ormai classico quando ha come soggetto le istituzioni culturali e la cultura in generale. Sopra ogni altra cosa i contributi pubblici, puntualmente in ritardo e progressivamente tagliati. Ma nello specifico, altri problemi complicano il quadro.

IL MUSEO, allestito in uno dei due palazzi dei quartieri Militari progettati a inizi Settecento da Filippo Juvarra, apre i battenti nel 2003 su iniziativa del comune. Nel 2006 nasce un’associazione di cui fanno parte comune, provincia, regione, Istituto Storico della Resistenza e Archivio Cinematografico della Resistenza. Il finanziamento istituzionale annuo erogato ammonta a cento e sessantamila euro, ai quali si sommano affitto e utenze gratuiti, accanto a ottantamila euro dalla Compagnia di San Paolo. Ad aprile 2016 viene inaugurato, nel secondo palazzo dei Quartieri, il Polo del Novecento, che raduna diciannove realtà, tra di esse l’Anpi, L’Istituto Gramsci, il Centro Piero Gobetti. Restauri e lavori sono finanziati per intero dalla Compagnia. Si volatilizzano, di conseguenza, gli ottantamila euro destinati al museo. Tagli e ritardi (la Regione è debitrice delle quote 2015 e 2016) hanno portato i conti in rosso, fino a esaurire il fido bancario e a mettere a repentaglio gli stipendi dei dipendenti. Questo nonostante l’intervento della giunta Appendino, pochi giorni fa. Ma, afferma Vaglio, le difficoltà non sono solo di carattere economico: «Abbiamo posto ai soci fondatori il problema del mandato politico che il museo ha. Vorremmo che si pronunciassero sui progetti di sviluppo. L’attuale mancanza della piena operatività del Polo del Novecento ha determinato una situazione di stallo, che ricade anche su di noi. Infine, c’è un problema di sovrapposizione di ruolo e funzioni». Intanto, al museo sono stati tolti lo spazio per le mostre temporanee e la sala conferenze, poiché queste attività sono divenute prerogative del Polo.

ESISTE UNA VIA D’USCITA? «La proposta, per altro concordata con Comune e Regione, sarebbe di una nostra integrazione all’interno del progetto globale. Nonostante il pubblico via libera e le promesse del Polo di convocare un tavolo di confronto politico e tecnico, tutto è fermo».

Stanno invece facendo qualcosa di concreto i torinesi. La sottoscrizione lanciata dal museo sul web ha raccolto in brevissimo tempo dodicimila euro. Un segnale forte di solidarietà, un no deciso alla chiusura di un luogo che difende memorie sempre più fragili. Evocate ormai soltanto nella retorica delle cerimonie da calendario.

FONTE: Luciano del Sette, IL MANIFESTO

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