Carcere & Giustizia

In carcere si muore: constatazione di per sé ovvia, che diventa però inquietante se si comparano percentuali e frequenze rispetto alla popolazione generale e laddove si riscontrino casi di morti evitabili che non lo sono state a causa della struttura penitenziaria o di sue specifiche carenze e disfunzioni.

In base al meritevole e storico lavoro di raccolta dei dati svolto da “Ristretti orizzonti” nell’ultimo ventennio, dal 2000 a oggi (al 14 maggio 2020), i decessi in prigione risultano 3087, di cui 1125 per suicidio. Quest’ultimo, in Italia, è la prima causa di morte nelle celle, con un caso ogni 924 detenuti (che sale addirittura a uno su 283 tra i reclusi in 41bis) , a fronte di uno ogni 20.000 nella popolazione generale.

Cifre che ci introducono a una considerazione forse meno scontata: ovvero, che di carcere si può morire ed effettivamente si muore. Una verità sottaciuta, ma da sempre nota a chi conosce davvero le patrie galere. Neppure questi, però, avrebbero potuto immaginare che l’anno in corso avrebbe portato – oltre a rivedere dopo quasi mezzo secolo i detenuti salire sui tetti per protesta – un tragico record, con 13 reclusi morti nel giro di poche ore.

Non si era mai visto, neppure nella storica Pasqua Rossa del 21 aprile 1946 raccontata dallo scrittore Alberto Bevilacqua, allorché, in «una delle rivolte più imponenti del sistema carcerario mondiale» guidata da Ezio Barbieri, un rapinatore milanese capo della “banda della Aprilia nera”, «un eroe maledetto capace di amicizie e di amori intensi», nella Milano dell’immediato dopoguerra migliaia di reclusi in armi insorsero in quel di San Vittore. Furono costretti ad arrendersi, solo dopo quattro giorni, a colpi di mitragliatrice e addirittura di cannone, come mostrano le impressionanti immagini dell’epoca. Eppure, il bilancio fu di tre detenuti e un agente morti, oltre a numerosi feriti. Del solo poliziotto, a differenza dei reclusi, non da oggi considerati anonime e irrilevanti scorie sociali, è rimasto tramandato il nome: Salvatore Rap.

Quello odierno è un drammatico primato, insuperato neppure dalla famosa rivolta nel carcere di Alessandria del 10 maggio 1974, repressa sanguinosamente dai carabinieri; vi morirono due detenuti, due agenti di custodia, il medico del carcere, un’assistente sociale e un insegnante.

L’unico precedente che si avvicini in termini di numeri e di gravità è l’incendio accidentale della sezione femminile del torinese carcere delle Vallette, che il 3 giugno 1989 portò alla morte di nove recluse e di due vigilatrici. Episodio presto dimenticato, nonostante la sua tragicità e malgrado l’attivismo di alcune ex detenute politiche che si erano salvate dal rogo e dell’Associazione 3 giugno, allora costituita, che realizzò un dossier per ricordare le morti e per denunciare le disfunzioni e negligenze alla base della strage. Ancora nel 2019, con l’Associazione Sapere Plurale, hanno promosso e realizzato a Torino lo spettacolo Lascia la porta aperta per conservarne la memoria; invece già dolosamente inficiata, laddove nel Museo del carcere de Le Nuove di Torino si ricordano come vittime solo le vigilatrici. Le detenute, semplicemente, sono state espunte dalla narrazione della vicenda.

Non a caso, dunque, la vicenda torinese è richiamata dai promotori di un appello a costituire un Comitato per la verità e la giustizia sui 13 detenuti deceduti l’8 e 9 marzo 2020. Una nuova e ancor più ampia strage, sulla quale immediatamente si è cercato di fare calare una pesante cappa di silenzio, complice l’emergenza da coronavirus. Le misure disposte dalle autorità penitenziarie per contrastare il contagio attraverso la sospensione dei colloqui, unite alla paura generalizzata e ai timori dovuti alla scarsa informazione fornita ai reclusi, avevano determinato le proteste in decine di istituti, in alcuni casi degenerate in vere e proprie rivolte e in un caso, a Foggia, in una fuga di massa. Quella stessa emergenza ha più facilmente consentito a media e autorità una subitanea rimozione dell’accaduto e al ministro competente un’imbarazzante reticenza.

La discarica sociale

Come abbiamo già visto, del resto, nelle carceri da tempo divenute discarica sociale, deposito di vite a perdere, la morte non fa notizia e non lascia eco, come non l’aveva lasciata la loro vita. Scorre subito via, come schiuma nella risacca. Altro che carceri popolate da boss, come vorrebbe la cronaca bugiarda o approssimata dei media e l’indecente incitazione dei maggiori commentatori a rimettere prontamente in galera chi fosse stato scarcerato nei giorni della pandemia, anche se anziano, malato e a rischio, revocando le decisioni dei giudici, la cui autonomia e le cui prerogative, in questo caso, sono state stracciate senza remora e contra legem.

Su “Giustizia News on line”, il quotidiano del Ministero della Giustizia, al tragico evento dei 13 morti, nonostante sia di inedita gravità nella storia dei penitenziari italiani, vengono dedicate poche righe in due articoletti.

Nel primo, dal titolo Carceri: rientrate quasi tutte le proteste. Nono morto a Modena, datato 10 marzo, si dà atto, con una manifesta contraddizione, che «si sono conclusi quasi ovunque» i disordini «iniziati o ancora in atto» e che vi è stato un «Nono decesso a Modena: si tratta di un detenuto tunisino di 41 anni; anche nel suo caso si sospetta che la morte possa essere stata provocata dall’assunzione sconsiderata di farmaci presi durante il saccheggio dell’infermeria» (le sottolineature sono nostre). A poche ore dai tragici avvenimenti e in assenza di esami autoptici, dunque, sulle cause di morte vi sono “sospetti” che vengono subito diffusi alla stampa.

Sull’argomento, nella stessa data, vi è un’altra news: Carceri: detenuti ancora in protesta. Presi 50 degli evasi da Foggia. Vi si afferma che «a Modena è deceduto un altro detenuto, presumibilmente – come gli altri tre – a seguito di overdose da farmaci: ricoverato in gravi condizioni, è l’ottavo decesso dalla rivolta di domenica scorsa. Nell’istituto i disordini si sono conclusi e si stanno trasferendo gli ultimi detenuti».

Dalla comunicazione istituzionale, insomma, non è dato di capire se i disordini siano o no conclusi e neppure ancora quante siano le vittime. Quel che è certo, si fa per dire, è che presumibilmente siano rimaste uccise da overdose di farmaci. Il cronista del ministero, sia pure a livello di ipotesi, anticipa così quanto affermerà in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio solo quattro giorni dopo. La dichiarazione diffusa sollecitamente dalla procura, tuttavia, deve precisare che «l’esito definitivo degli accertamenti sarà disponibile nelle prossime settimane». Cautela non rilevata dai media, che titolano sul fatto che sarebbe stata confermata come causa di morte l’overdose di farmaci. I giornalisti più prudenti, di nuovo con qualche incoerenza espositiva, informano che «si sono concluse le autopsie sui detenuti deceduti durante i disordini: i primi esiti escludono una morte violenta e sembrano confermare l’ipotesi di overdose di farmaci» (di nuovo le sottolineature sono nostre).

In sostanza, dopo alcuni giorni e nonostante i primi esami, siamo ancora al livello delle presunzioni, pur se ora dotate di ufficialità. Inutile – o forse no – rilevare che nelle successive settimane dell’esito definitivo degli accertamenti autoptici sulla stampa non si troverà più traccia.

Dare un nome alle vittime

Del resto, il riserbo o l’indifferenza delle autorità è tale che a lungo non saranno neppure resi pubblici i nomi dei deceduti. E forse sarebbero rimasti anonimi a tutt’oggi, senza il decisivo intervento della stampa locale e di quella nazionale. Laddove singoli giornalisti hanno meritoriamente supplito ai silenzi e inadempienze delle autorità politiche e penitenziarie, così come alla distrazione e reticenza di gran parte dei loro colleghi.

I detenuti di Modena deceduti sono stati nove: cinque la domenica 8 marzo, altri quattro il giorno successivo, dopo o durante il trasferimento in nuovi penitenziari. Ulteriori tre sono morti a Rieti e uno a Bologna (pur se, inizialmente, qualcuno erroneamente ne conterà due).

Tre nomi erano stati ricostruiti nell’immediatezza dalla stampa locale, ma l’elenco completo arriverà solo grazie a Luigi Ferrarella, cronista di giudiziaria del “Corriere della Sera”, che riuscirà finalmente a pubblicarlo il 18 marzo: «Un nome, ce l’avevano pure loro. E anche una storia». Due soli gli italiani, il 35enne Marco Boattini, morto a Rieti e il 40enne Salvatore Cuono Piscitelli, deceduto ad Ascoli dopo il trasferimento da Modena. Gli altri erano stranieri, alcuni in attesa di giudizio, spesso per piccoli reati, talvolta connessi alle droghe. Diversi tunisini: Slim Agrebi, 40 anni; Lofti Ben Masmia anche lui quarantenne; Hafedh Chouchane, 36 anni; Ali Bakili, 52 anni; Haitem Kedri, 29 anni, Ghazi Hadidi, 36 anni. Dal Marocco venivano Erial Ahmadi, 37 anni, e Abdellah Rouan di 34. Infine, Ante Culic, 41 anni, croato, Carlo Samir Perez Alvarez dell’Ecuador e Artur Iuzu, 31 anni, moldavo; avrebbe avuto il processo il giorno successivo la morte.

Altri dettagli sulle 13 vittime arriveranno dalla giornalista Lorenza Pleuteri, con un articolo pubblicato il 2 aprile, che si è presa la briga di cercare e sentire volontari, operatori, magistrati, avvocati e di rintracciare famigliari. Di fare, insomma, il suo mestiere, a differenza di tanti altri colleghi.

Tutto ciò «nel totale silenzio del Ministero di Grazia e Giustizia e delle autorità», come scriverà a fine marzo la testata locale, “La Gazzetta di Modena”, che ricorderà come dei 13 morti non sia mai stata data la lista e neppure una spiegazione né dal ministro Alfonso Bonafede né dal Dipartimento dell’Autorità Penitenziaria.

Il ministro, in verità, aveva preso parola tempestivamente, con una informativa al Parlamento datata 11 marzo. Peccato che, con la stessa, non avesse chiarito alcunché. Né, appunto, fornendo i nomi e la posizione delle vittime; né, ancor meno, particolari sulla vicenda e sulle cause della strage. Vittime cui, in tutta la lunga relazione, il Guardasigilli dedica un unico passaggio. Dopo aver ricostruito nel dettaglio e stigmatizzato i disordini, «fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali», espresso la propria solidarietà agli «oltre 40 feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione», vi è un solo, lapidario, inciso al bilancio «purtroppo di 12 morti tra i detenuti, per cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini».

Nessun particolare, nessuna specificazione, nessun chiarimento su chi e quanti siano gli abusatori di farmaci e quanti e quali gli altri, sui primi riscontri, sugli accertamenti in corso e quelli da fare. Nessuna informazione, in quella sede o altrove, neppure successivamente, è stata data sulle visite mediche che obbligatoriamente dovrebbero essere effettuate sui detenuti tradotti, tanto più che si sarebbe potuto – e dovuto – facilmente riscontrare anche da parte loro un abuso di farmaci che li portavano a rischio di decesso, come in effetti per alcuni avvenuto. Nessuno, in ogni caso, ha contestato al ministro, sui media o in parlamento, quel che ha giustamente rimarcato in un comunicato la Camera Penale di Modena: «risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione».

Vi sono dunque chiarimenti che doverosamente il ministro avrebbe dovuto dare – e che altrettanto doverosamente chi ne ha titolo avrebbe dovuto richiedere – anche riguardo le morti che effettivamente rientrino in quella sfuggente e ambigua definizione: “per lo più”.

Degli altri, dei “per lo meno”, a tutt’oggi, non si hanno notizie.

****

* Questo scritto di Sergio Segio è pubblicato nel XI Libro Bianco sulle droghe 2020, dal titolo  “Droghe e Carcere al tempo del Coronavirus”. Sommario e materiali dal Rapporto e dalla sua presentazione, in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga, sono disponibili qui.

Il Libro Bianco, disponibile in versione cartacea in tutte le librerie e i rivenditori on line, sarà consultabile sul sito di Fuoriluogo.

 

Un dato di fatto: da quando è cominciata la cosiddetta emergenza Covid-19 e ancor di più da quando s’è avuta la famosa rivolta in diverse carceri il silenzio sulla realtà carceraria sembra diventato legge che nessun media infrange, tranne brevi notizie che trapelano quasi per caso e senza rilanci né conferme e malgrado la tenacia dei militanti più resistenti della causa dei detenuti.

Certo sarebbe più che mai prezioso che i Garanti regionali e quello nazionale garantissero almeno ogni due tre giorni l’informazione sulla situazione della diffusione del virus nelle carceri, i tamponi fatti e i risultati, le misure di prevenzione effettivamente adottate, ecc. E sarebbe anche prezioso che avvocati e volontari e democratici fra il personale del DAP riuscissero a comunicare regolarmente cosa succede. Siamo costretti a basarci sulle scarne e mozzate notizie trapelate…

Ed ecco che ci troviamo davanti situazioni che suscitano tanta inquietudine: come prevedibile nelle carceri il virus circola eccome ma da quanto si capisce si fa ben poco per contrastarne la diffusione. Basti pensare che era stato promesso una sorta di screening a tappeto, cioè tamponi a guardie e detenuti ma pare che il tampone si faccia solo su base volontaria! A rigor di logica visto che l’amministrazione ha ritenuto che la minaccia di contagio potesse arrivare dai famigliari e s’è quindi decretato il blackout dei colloqui e persino dello scambio biancheria e altro, è evidente il principale veicolo di contagio rimasto sono le guardie visto anche che s’è bloccato l’ingresso in carcere di avvocati, volontari ecc. E allora cosa s’è fatto per testare tutto il personale del DAP? Domanda retorica visto che lo stesso vale per l’assenza di tale prevenzione a tappeto fra le forze di polizia e in certi casi persino fra gli operatori sanitari. Esempi: il 20 aprile si scopre che il rischio di contagio all’interno del carcere di Verona è ormai ingestibile, ma dopo non si sa più nulla; a inizio maggio si scopre che nel carcere di Marassi sono stati accertati 17 detenuti e 13 guardie positivi ma poi non s’è saputo più nulla!

È stato scritto che il carcere è il luogo in cui il distanziamento fisico è di fatto impossibile e che immancabilmente comunica con l’esterno – innanzitutto attraverso i corpi delle guardie. Ma anziché trarre le ovvie conseguenze di questa banale constatazione cosa s’è scelto? La misura di ennesima punizione/afflizione dei detenuti, ossia la sospensione dei colloqui con i famigliari e persino dello scambio – controllato – di cose fra essi e i detenuti. E poi la gran polemica a proposito della misura sulla parzialissima scarcerazione di un’irrisoria percentuale di detenuti che peraltro non avrebbero più dovuto stare in prigione. Ma ecco che i signori giustizialisti si sono scatenati nel dire che si stavano scarcerando i boss mafiosi. A parte il fatto che in uno stato di diritto democratico anche i boss mafiosi e i terroristi hanno diritti e non sono condannati a morte senza alcun appello. Come ha mostrato Livio Pepino gli scarcerati sono stati tre e non centinaia. E comunque la gara a chi si accanisce di più con una penalità estrema ricorda solo il regime fascista. Ma questo sembra non vada a genio anche a tanti che si dicono democratici. Cosa resta allora da pretendere dai detenuti? Come auspicano alcuni che siano loro stessi a sanificarsi le celle! Che siano loro a cucirsi le mascherine e magari che siano loro a pagarsi il tampone? È questo che si vuole. Oppure che lo si dica esplicitamente che si vorrebbe una bella ecatombe nelle carceri così infine si smaltisce questa umanità a perdere! Non è forse questa la logica che c’è in fondo dietro alla gestione dei morti del Dozza? È la stessa logica della tanatopolitica che oggi spinge i dominanti a lasciar morire anziché lasciar vivere (la biopolitica) i migranti come buona parte dei popoli dei cosiddetti paesi terzi. Salvo a lasciar vivere ma solo per un po’ chi serve nella raccolta dei prodotti ortofrutticoli ma ripetiamolo solo come “usa-e-getta”. E chissà che a qualcuno non venga l’idea di usare i detenuti “bravi”, i “buon selvaggi” per squadre di lavoro coatto, ma anche loro come “usa-e-getta”. Stiamo esagerando? No, se non ci credete provate per un momento a immedesimarvi nel corpo di un detenuto, provate a scambiare lettere e comunicazioni con un detenuto. Pensate: perché non si dà ai detenuti la possibilità di disporre di un cellulare per ogni cella? Che cosa crediate che ne facciano se ne dispongono? Se le polizie vogliono saperlo hanno abbastanza mezzi per monitorarne le comunicazioni cosa che fanno regolarmente come ben sappiamo con le cosiddette intercettazioni che talvolta gli inquirenti trovano preziose. Allora che segreto di pulcinella stiamo coltivando? Spiace ma in Italia i democratici si stanno rivelando alquanto codardi. Avrebbero dovuto gridare e protestare con gran forza per difendere i diritti fondamentali dei detenuti, come degli immigrati, come dei “dannati della terra”. Invece si assiste a un silenzio che di fatto diventa complice e la complicità davanti a una deriva che va verso la tanatopolitica ricorda i momenti più bui della storia. Per fortuna anche fra i detenuti sopravvive la resistenza così come l’istinto anche inconsapevole di voler sopravvivere.

* Professore di sociologia in pensione

 

Photo by Damir Spanic on Unsplash

Il rifiuto da parte delle autorità di Francia e Spagna di includere i prigionieri politici baschi nelle misure destinate ad alleggerire la popolazione carceraria di fronte alla grave pandemia di coronavirus, è, finora, la risposta alla richiesta avanzata da Etxerat (che riunisce i familiari dei detenuti politici) e appoggiata da numerose organizzazioni basche, sia sociali che di diritti umani e politici.

Secondo gli ultimi dati di Etxerat attualmente ci sono 236 prigioniere e prigionieri politici baschi, raggruppati nel collettivo del PPEK: 119 si trovano in carceri dello stato spagnolo e 37 in carceri dello stato francese.

Il rifiuto di includerli nelle scarcerazioni che Spagna e Francia stanno effettuando è l’ultima prova di una discriminazione aperta e mancanza di volontà politica proprie di una visione carceraria intransigente e vendicativa. I dati confermano questa politica di vendetta, poiché, secondo i criteri con cui viene applicata la liberazione anticipata dei prigionieri, una parte significativa dei detenuti baschi avrebbe più che soddisfatto i requisiti: l’86% ha infatti già scontato oltre tre quarti della pena. Inoltre, tre prigionieri hanno più di 70 anni, 36 ne hanno più di 60, 13 soffrono di malattie gravi, difficili da curare a causa delle terribili condizioni di assistenza sanitaria nelle carceri di entrambi i paesi.

I prigionieri politici baschi e le loro famiglie devono inoltre subire l’ulteriore punizione imposta dalla dispersione: sono infatti detenuti in carceri lontane dai Paesi Baschi, fino a 1.200 km di distanza. La dispersione è un’altra politica punitiva che cerca spezzare la volontà dei detenuti tenendoli lontani dalle loro famiglie e dai loro ambiente sociale.

Nel caso francese c’è da sottolineare che negli ultimi due anni, il governo ha messo in moto un processo graduale per avvicinare i prigionieri baschi alle prigioni di Mont de Marsan e Mannemezan, situate a circa 250 km dal Paese Basco. Qui si trovano attualmente la maggior parte dei prigionieri di sesso maschile. Le prigioniere, invece, continuano a essere soggette a un regime di dispersione, con la scusa che non esiste una prigione femminile nelle vicinanze del Paese Basco.

L’argomentazione ufficiale per la non scarcerazione, ripetuta sia dalle autorità spagnole che da quelle francesi, è che questa produrrebbe “allarme sociale”. Un’argomentazione a dir poco confutabile, visto che la stragrande maggioranza dei detenuti baschi sta scontando condanne per appartenenza all’organizzazione indipendentista ETA, che 8 anni fa ha pubblicamente e unilateralmente rinunciato alla lotta armata e l’8 aprile 2017 ha altrettanto pubblicamente proceduto alla dismissione delle armi, consegnandole alla società civile basca. ETA ha poi proceduto alla sua dissoluzione come organizzazione armata, sostenendo esclusivamente mezzi politici per il raggiungimento dei suoi obiettivi, l’indipendenza dei Paesi Baschi e il socialismo, attraverso l’esercizio dell’autodeterminazione e della sovranità.

In recenti dichiarazioni a Mediabask, Jean René Etchegaray, presidente della Mancomunidad basca (che riunisce i comuni del Paese basco francese) e uno degli architetti della decomissione degli arsenali di ETA, ha dichiarato: «Qualcuno dovrebbe spiegare perché queste misure [di scarcerazione] non possono essere applicate ai prigionieri politici». Una petizione che sia da parte spagnola che da parte francese continua a non avere risposta. In questi tempi di confinamento la rivendicazione per i prigionieri politici baschi continua a essere portata avanti attraverso le reti sociali.

Global Rights Magazine ha parlato con una portavoce di Etxerat.

Qual è la situazione attuale delle detenute e dei detenuti?

L’unica misura che le istituzioni penitenziarie hanno applicato con severità per prevenire la diffusione della pandemia nelle carceri dello stato spagnolo è stata la completa interruzione di tutte le comunicazioni, ordinarie e straordinarie. Etxerat mette in discussione la mancanza di alternative a questa misura. Le misure adottate per mantenere i contatti con le famiglie sono del tutto insufficienti. Finora, i prigionieri baschi sono stati in grado di effettuare videochiamate di durata compresa tra 10 e 15 minuti, attraverso il servizio WhatsApp, dalle carceri di Almeria, Cáceres (una a settimana), Castelló Mujeres, Granada (per situazioni eccezionali come la morte di familiari), Herrera, Jaén, Logroño Mujeres, Ocaña I, Puerto III, Teruel, Villabona (situazioni eccezionali), Villena e Zaballa. I prigionieri non hanno ricevuto nessuna comunicazione, a eccezione di due detenuti, che verrà loro applicata una riduzione di tariffa, come ha proposto Etxerat, visto l’aumento delle telefonate. Per quanto riguarda la corrispondenza, pur tenendo in conto i ritardi nella consegna da parte delle stesse poste durante l’emergenza coronavirus, sappiamo di almeno 20 carceri in cui non viene consegnata.

Siete stati in grado di verificare se e quali misure sono state prese nelle carceri per prevenire il contagio da Coronavirus?

La scarsa assistenza sanitaria pre-pandemia che caratterizzava alcune carceri non è stata affrontata, purtroppo. Nel resto delle carceri non si è provveduto ad adattare l’infermeria e le misure preventive alle circostanze attuali. Ci sono diverse carceri senza medico, in cui le richieste di visita non vengono accolte o vengono soddisfatte anche con otto giorni di ritardo. L’esposizione al contagio è molto alta. Le linee guida di base dell’OMS non vengono seguite. Chiediamo un rafforzamento delle squadre mediche 24 ore al giorno, oltre a fornire ai detenuti prodotti e misure di prevenzione e protezione.

Quali sono le principali preoccupazioni dei famigliari?

Prima di tutto c’è stato il profondo rammarico per essere pienamente consapevoli che sarebbero state sospese per un periodo non definito le comunicazioni ordinarie e straordinarie. Ora sappiamo che questo periodo di non contatto sarà più lungo del previsto, quindi la preoccupazione quotidiana delle famiglie per sapere se chi sta in carcere sta bene aumenta, anche perché sappiamo che il diritto alla salute non è rispettato in carcere. In questo momento ci stiamo battendo per ottenere il diritto in tutte le carceri di effettuare videochiamate.

Come valutate il rifiuto delle autorità spagnole e francesi a rilasciare i prigionieri politici baschi vista l’emergenza sanitaria?

Devono essere applicate le indicazioni di organizzazioni come l’OMS, le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa. Etxerat chiede con urgenza il rilascio immediato dei prigionieri gravemente malati, di quelli di età superiore ai 70 anni e di quelli che avrebbero già diritto a uscire in libertà condizionale e che sono già stati rilasciati con permessi di applicazione del terzo grado.

C’è qualche caso specifico che ritieni importante sottolineare per la sua gravità?

Siamo indignati per la decisione della Corte d’appello di Parigi di respingere la richiesta di rilascio provvisorio per il prigioniero politico basco Josu Urrutikoetxea, dato il suo delicato stato di salute. Urrutikoetxea si trova a La Santé, una prigione dove sono stati rilevati almeno 19 casi positivi di coronavirus. La nostra richiesta di scarcerazione aveva anche l’approvazione del direttore medico del centro. C’è stata una denuncia pubblica fatta sia dalla famiglia di Josu Urrutikoetxea, sia da BakeBidea e Artesanos por la Paz, che hanno definito la decisione come incomprensibile e un vero scandalo. A questa richiesta aggiungiamo quella per il rilascio di Jakes Esnal, Gurutz Maiza Artola, Jon Parot e Xistor Haramboure, tutti prigionieri in Francia e che hanno più di 65 anni.

Come valutate il sostegno sociale in queste circostanze speciali e pericolose per la salute e l’integrità dei detenuti?

A marzo c’è stato un programma online speciale, insieme alla piattaforma Sare, che ha sostituito le consuete mobilitazioni (ogni ultimo venerdì del mese) a favore della fine della dispersione e della risoluzione definitiva del conflitto. Sono iniziative che valutiamo molto positivamente, sia per l’ampia partecipazione che per la solidarietà mostrata. Non vi è dubbio che durante questo confinamento è il contatto permanente con i parenti e la comunicazione online che sostanzialmente ci consente di continuare a sviluppare il lavoro a favore dei prigionieri, logicamente, con i limiti che questi mezzi hanno.

*****

 * Questa intervista è pubblicato sull’ultimo numero del magazine internazionale Global Rights, interamente dedicato al carcere nel tempo della pandemia. Il magazine è liberamente scaricabile qui.

Lo scorso 21 marzo, una delle pagine più sanguinose della storia carceraria del paese: la rivolta dei carcerati colombiani, che chiedono più sicurezza contro il virus pandemico e il ripristino delle visite dei parenti, viene sedata con inaudita violenza. Ventitré i detenuti uccisi, 80 i feriti e la prigione La Modelo di Bogotà diventata teatro di guerriglia e morte.

Mercoledì scorso, con una giornata di protesta pacifica organizzata via Whatsapp, i detenuti di tutti gli istituti penitenziari colombiani hanno provato a far arrivare al governo richieste precise, denunciando la situazione di forte precarietà: «Abbiamo diritto alla vita, alla salute, alla dignità – hanno detto attraverso un video – e lo Stato ne è responsabile. Abbiamo bisogno di acqua potabile, cibo sano, disinfettanti, sapone, mascherine. Parenti e avvocati non possono più venire a trovarci, mentre le guardie entrano ed escono senza alcun controllo sanitario. No alle pallottole, no alla pandemia».

Il detenuto legge il documento davanti a una platea di un centinaio di prigionieri seduti per terra in uno dei cortili interni del carcere bogotano. Alle loro spalle si intravvedono lenzuola colorate e indumenti stesi dalle finestre, pezzi di vita quotidiana di una delle prigioni più violente del paese, afflitta da un endemico problema di sovraffollamento che stringe oltre 5mila carcerati negli spazi pensati per 2.600.

La rivolta nelle carceri colombiane non è legata solo alla pandemia in corso – che in Colombia ha fatto registrare fino a oggi circa 2.200 contagiati, di cui un migliaio solo a Bogotà, e 79 decessi – ma si intreccia con problematiche pregresse. In una nota dell’Alta Commissaria per i diritti umani Onu, Michelle Bachelet, emessa dopo quella che viene definita «la strage del 21 marzo», si denuncia come nelle 132 carceri in Colombia il sovraffollamento sia quantificato oltre il 50%: «Sono 120mila persone costrette in carceri pensate per 80mila e che necessitano misure di sicurezza contro la diffusione del Covid-19».

Il governo di Ivan Duque – criticato duramente sia da parte di organismi per i diritti umani, che da deputati dell’opposizione – ha annunciato un decreto che preveda a breve la liberazione di 10mila carcerate e carcerati tra anziani, malati o che abbiano già scontato i due terzi della pena.

E mentre il Movimento carcerario denuncia le ripercussioni da parte delle guardie verso i detenuti – «Ci privano dell’acqua e della libertà», dicono – a preoccupare è la serie di trasferimenti di prigionieri politici verso il carcere di massima sicurezza di Ibaguè.

L’organizzazione per i diritti umani Corporación Solidaridad Jurídica è allarmata: «Denunciamo il trattamento repressivo e militare verso i prigionieri politici – ci spiega il suo presidente John Leon – La notte del 24 marzo sono stati prelevati dal Patio 4 de La Modelo [la sezione del carcere dove attendono di essere giudicati gli ex guerriglieri. Nel Patio 5 sono detenuti invece ex paramilitari, ndr], quattro ex guerriglieri senza che potessero prendere i propri oggetti personali, né comunicare con gli avvocati. Sono stati portati nel carcere di massima sicurezza di Ibaguè, le motivazioni sembrano essere di natura disciplinare. Uno di loro, Josè Parra Bernal, era malato e protetto dalla Commissione Internazionale per i diritti umani, ci giunge voce che sia già deceduto».

La situazione è complicata dal conflitto giurisdizionale con la Jep (Giurisdizione speciale per la Pace, l’organismo preposto alla valutazione dei casi nell’ambito del processo di pace in corso in Colombia dal 2016), che di fatto blocca le amnistie – che potrebbero essere previste dal decreto governativo – per gli ex guerriglieri.

«Denunciamo la possibile sparizione forzata di queste persone», conclude Leon. Anche Michelle Bachelet ha scritto una preoccupata nota in proposito: «Ora più che mai crediamo che il governo colombiano debba prendere in considerazione di liberare prigionieri politici in carcere senza sufficienti motivazioni».

Apprensione anche per le tre giovani studentesse da tre anni incarcerate per l’attentato del 2017 al Centro commerciale andino di Bogotà, simbolo di quello che viene definito da movimenti universitari e organizzazioni sociali, un «montaggio giudiziale». Anche di Lizeth Rodríguez, Lina Jiménez ed Alejandra Mendez non si sa più nulla.

* Fonte: Francesca Caprini,  il manifesto

Morti nelle carceri. Un Comitato per la verità, la trasparenza e la giustizia

Tredici detenuti morti. Un numero inusitato, per giunta incerto, laddove alcuni quotidiani indicano quattordici. Numeri, neppure la dignità dei nomi, per la quale si sta adoperando il Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà.

Un numero impressionante, pur nell’eccezionalità delle circostanze in cui quelle morti si sono verificate. Viene in mente solo un unico altro episodio in qualche misura paragonabile: l’incendio nella sezione femminile del carcere torinese delle Vallette, avvenuto il 3 giugno 1989, nel quale rimasero uccise 9 recluse e 2 vigilatrici. Ma, oltre al numero, in quell’episodio furono almeno da subito chiare le cause, i media garantirono adeguate informazioni e approfondimenti, si arrivò a un processo penale. Della vicenda odierna, al contrario, colpisce l’informazione approssimativa su ciò che ha provocato quelle morti. Un’opacità mediatica e politica incomprensibile e ingiustificabile, anche tenuto nel debito conto l’emergenza sanitaria in corso con le gravi e impellenti problematiche che pone a tutti.

Il ministro della Giustizia, nella sua informativa al Parlamento sui disordini che hanno scosso numerose carceri provocando ingenti danni e feriti, ha sostanzialmente sorvolato sull’aspetto più grave, vale a dire l’ingente numero delle vittime tra i detenuti, le dinamiche che le hanno provocate, le eventuali responsabilità e differenze tra caso e caso. L’unico accenno al riguardo fatto dal ministro dà anzi adito alle peggiori ipotesi, laddove ha affermato che «le cause, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini», senza dettagliare i casi e senza minimamente chiarire quali siano le altre cause occorse oltre a quelle “per lo più” riferibili all’uso di sostanze. E in ogni caso, anche per le morti da farmaci, le domande sulle dinamiche del mancato soccorso durante la reazione alle rivolte e durante le traduzioni sono più che aperte.

Così pure il Guardasigilli non ha dato le necessarie risposte sui rischi per i reclusi e il personale di contagio da coronavirus nelle carceri chiarendo – o smentendo – quanto riportato da notizie di stampa, secondo cui si sarebbero già registrati alcuni casi, anche nel carcere di Modena, dove particolarmente si è accesa la protesta e dove è stato così alto il numero dei decessi. Essere rinchiusi in pochi metri affollati, privi di tutto, da chiunque non può che essere percepito come un rischio enorme per la propria incolumità, come del resto è noto che in carcere ogni malattia ha infinitamente maggiori probabilità di essere contratta. Anche per questo riteniamo fuorviante adombrare per le proteste supposti piani della criminalità organizzata, anziché, pur censurando le violenze, capire le ragioni di chi si è ribellato a una situazione che non è stata gestita, di fronte alla mancanza di misure per assicurare il diritto alla salute delle persone detenute, che deve essere tutelato alla pari di tutti gli altri cittadini e cittadine.

Da molto tempo il sistema penitenziario pare aver rinunciato a una visione costituzionalmente ancorata e orientata, divenendo sempre più solo un deposito di corpi, di disagio, di vite considerate “a perdere”. Appare evidente che la vita e l’incolumità di chi è recluso e reclusa sia l’ultima preoccupazione. Nel 2015-2016, il grande lavoro degli Stati generali dell’esecuzione penale, che ha fruito del generoso e qualificato impegno di centinaia di persone e suscitato ampie speranze, è stato alla fine frustrato e deluso per la scelta del governo pro tempore di rinunciare a varare le riforme allora messe a punto. Una scelta che è concausa della attuale drammatica situazione; riforme che andrebbero riprese e rapidamente varate, oltre a misure immediate di ridimensionamento del numero dei reclusi, quali quelle indicate da diverse associazioni in questi giorni.

A noi pare che la tragica morte di tredici persone detenute non possa essere rimossa e nascosta. Tutti coloro che vivono nel carcere, vi lavorano o lo frequentano, i famigliari e in generale la società e la pubblica opinione, hanno diritto di conoscere ciò che è successo nei dettagli. E di conoscerlo tempestivamente: poiché occorre avere consapevolezza di quanto l’opacità, la disinformazione, l’incertezza e la paura possano provocare in chi vive rinchiuso disperazione, la quale a sua volta può innescare nuovi conflitti.

Al contempo questa vicenda e lo stato generalizzato di profondo disagio e sofferenza delle carceri, che si è ora manifestato con ulteriore evidenza, vanno trasformati in occasione per ripensare la pena e la sua funzione e per riformare il sistema che la amministra.

In questa necessità e prospettiva, facciamo appello alle associazioni, al composito mondo del volontariato penitenziario, alla rete dei media sociali, ad avvocati e operatori del diritto, ai Garanti dei diritti delle persone private della libertà con cui per primi si intende collaborare dato il fondamentale ruolo, a tutti coloro che in modo singolo o organizzato sono impegnati in percorsi e culture improntate alla decarcerizzazione, al recupero sociale, alla depenalizzazione di condotte quali il consumo di droghe, alla tutela dei diritti umani e sociali, per costituire assieme un Comitato che lavori da subito alla raccolta di informazioni sulle vicende di questi giorni e che si proponga – nel rispetto ma anche nella sollecitazione delle competenze istituzionali – di fare piena chiarezza sull’accaduto.

Primi firmatari:

*** Vittorio Agnoletto, Ascanio Celestini, Franco Corleone, Giuseppe De Marzo, Alessandro De Pascale, Monica Gallo, Nicoletta Gandus, Francesco Maisto, Bruno Mellano, Moni Ovadia, Livio Pepino, Marco Revelli, Susanna Ronconi, Paolo Rossi e la Compagnia teatrale dei “Fuorilegge di Versailles”, Sergio Segio, Stefano Vecchio, Grazia Zuffa

Per aderire: info@dirittiglobali.it

Il varco verso l’abolizione totale dell’ergastolo ostativo, quello che non lascia alcuna speranza al condannato, quello che lo rende un “uomo ombra” senza possibilità di redenzione, è stato aperto. Con una «sentenza storica», come la definiscono in molti, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo negare automaticamente i permessi premio a quei reclusi a vita che non vogliono collaborare con la giustizia ma che magari hanno dimostrato un profondo cambiamento interiore.

La Consulta, riunitasi ieri in Camera di consiglio per analizzare i ricorsi in Cassazione e al Tribunale di sorveglianza di Perugia dei due mafiosi condannati all’ergastolo, Sebastiano Cannizzaro e Pietro Pavone, cui sono stati negati i benefici penitenziari, ha deciso infine di non fare differenza tra reati di mafia, terrorismo, corruzione, violazione delle leggi sulle droghe o sull’immigrazione o condannati per gli altri reati contemplati nell’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario. Però, delle varie voci connesse al primo comma – «lavoro all’esterno, permessi premio e misure alternative alla detenzione» -, i giudici costituzionalisti si sono soffermati solo sui permessi premio.

E hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di quella parte del 4 bis comma 1 che vieta «la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente – recita il comunicato della Consulta – il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo».

UN PRONUNCIAMENTO che ha mandato subito in tilt le forze politiche che sul «buttare la chiave» hanno fatto la loro fortuna. Anche il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha chiesto subito agli uffici del ministero di analizzare le possibili conseguenze, perché, ha detto, «la questione ha la massima priorità».

«IN ATTESA DI CONOSCERE il testo della sentenza si può comunque evincere dal comunicato della Consulta, che è molto chiaro, il portato storico di questa decisione, perché va ad erodere il meccanismo ostativo», commenta il costituzionalista Marco Ruotolo, docente dell’Università Roma Tre.

Si legge infatti sul dispositivo che la Corte, «pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti, ha sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti)».

Ruotolo fa poi notare al manifesto che «nell’indicazione finale, i giudici aprono un varco importante, così come avvenne con la custodia cautelare, perché la preclusione assoluta viene trasformata in preclusione relativa». Tornando al testo del comunicato, si legge infatti: «In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica».

«È una sentenza importante, tuttavia la Consulta non ha abbattuto l’ergastolo ostativo – commenta Emilia Rossi, componente del collegio del Garante dei detenuti e suo rappresentante davanti alla Consulta in questo procedimento -: ha superato l’assolutismo e ha restituito al giudice di sorveglianza la possibilità di valutare il recupero della persona e al condannato la possibilità di dimostrare la propria risocializzazione. Quello dei permessi premio è un beneficio di particolare rilievo perché tocca i legami affettivi e familiari, che sono il primo passo di risocializzazione».

IN MOLTI SI AUGURANO ora, dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo e il pronunciamento di ieri, che la politica agisca di conseguenza, «in nome del principio di legalità costituzionale», come esorta l’associazione Antigone. «È un primo passo nell’affermazione del diritto alla speranza», afferma Nessuno tocchi Caino.

MA A FARE PIÙ RUMORE sono le voci di dissenso, come quella del consigliere del Csm Nino Di Matteo che ha lanciato un grido d’allarme e un appello alla «politica» a «reagire prontamente» per «evitare che le porte del carcere si aprano indiscriminatamente ai mafiosi e ai terroristi condannati all’ergastolo». Un’affermazione di «straordinaria gravità», secondo il presidente degli avvocati penalisti, Giandomenico Caiazza, perché si muove in direzione contraria al nostro «assetto democratico» di «equilibrio tra i poteri». Una sponda a Di Matteo la offrono però in molti: la Lega, il M5S e FdI lamentano un «regalo alle mafie», ma persino il segretario Pd Nicola Zingaretti a Porta a Porta parla di «sentenza un po’ stravagante», con la quale «non mi sento in sintonia». La strada è ancora lunga.

* Fonte: Eleonora Martini, il manifesto

 

Foto: Pixabay CC0 Creative Commons

«Gaetano Bresci fu Gaspero, condannato all’ergastolo per l’uccisione a Monza del re d’Italia». Così il 22 maggio del 1901 fu archiviata, come se fosse suicidio, la morte dell’anarchico Gaetano Bresci nell’ergastolo-fortezza dell’isola di Santo Stefano a Ventotene. Pochi in realtà credettero al suicidio. Non vi credette ad esempio Sandro Pertini, che in quel carcere vi trascorse un periodo della sua lunga prigionia. A Gaetano Bresci, secondo il futuro presidente della Repubblica, avrebbero fatto il Sant’Antonio, ossia sarebbe stato massacrato di botte fino alla morte. Ancora oggi nello slang delle galere si usa l’espressione Sant’Antonio per indicare una pratica di punizione violenta per le vie brevi. Gaetano Bresci fu dunque probabilmente ammazzato nell’isola degli ergastolani.

NELLE SCORSE settimane ho avuto la fortuna di visitare l’ex carcere di Santo Stefano insieme a un gruppo di studiosi e studenti dell’Università Roma Tre. Un viaggio che, anche grazie alla sapienza e alla passione di una guida del comune di Ventotene, si è efficacemente trasformato in una lezione di diritto e di etica sull’antropologia della pena e del potere. Il carcere di Santo Stefano, oramai chiuso da decenni, ci interroga intorno a chi sono le persone pericolose, a come vengono trattate, al rapporto tra potere e diritto ma anche tra uso della forza e garanzie fondamentali.

Gaetano Bresci, prima di tornare in Italia per uccidere re Umberto I di Savoia, aveva vissuto nella città americana di Paterson, dove qualche decennio più avanti il pugile Rubin Carter, detto anche Hurricane per la forza devastante che esprimeva sul ring, sarebbe stato arrestato e condannato a tre ergastoli per un delitto che, come sarà successivamente acclarato, non aveva mai commesso. Fu Bob Dylan a raccontare e cantare la storia di Hurricane, ergastolano innocente, condannato, come la stessa Corte Federale Usa riconobbe, per evidenti pregiudizi di discriminazione razziale.

L’ERGASTOLO, al pari della pena di morte, è una pena eliminativa. Solo chi ha vissuto il carcere-fortezza degli ergastolani può intuire cosa significhi la condizione umana dell’ergastolano. Eugenio Perucatti nei primi anni Cinquanta, finita la tragedia fascista, andò a dirigere il carcere di Santo Stefano. Al momento del suo arrivo non c’erano più i dissenzienti politici imprigionati dal regime mussoliniano. Alcuni erano già morti, come ad esempio Antonio Gramsci, proprio a causa della durezza del regime penitenziario. Nel carcere diretto da Perucatti c’erano solo criminali comuni. Lui iniziò ad osservarne la vita di tutti i giorni. Oziavano rinchiusi in celle, che lo scrittore risorgimentale Luigi Settembrini, anche lui recluso a Santo Stefano, circa un secolo prima, aveva definito ‘la tomba dei vivi’. Perucatti avviò un percorso di attenuazione della durezza delle condizioni di vita interne. Fece costruire all’interno del carcere dagli stessi ergastolani un campo di calcio nonché quella che lui chiamò con enfasi religiosa la Piazza della Redenzione, con alberi, panchine e viali.

La redenzione di cui parlava e scriveva il direttore Perucatti, non era altro che la risocializzazione di cui negli anni a seguire ha descritto la Corte Costituzionale. Avviò una campagna per l’abolizione della pena dell’ergastolo, suggerendo al suo posto la cosiddetta pena condizionalmente perpetua. Ricevuto dal Presidente della Repubblica, scrisse: «La disumanità della pena dell’ergastolo non sta nel fatto di minacciare ad un individuo di fargli terminare la sua vita in carcere, qualora continuerà ad essere delinquente, ma nel fatto di non offrirgli la possibilità di riscattarsi, modificandosi. In questo senso io penso possano conciliarsi le esigenze della remora al delitto con le ragioni di umanità; la soluzione più giusta e più equa: pena condizionalmente perpetua».

MICHELE GIUA, azionista, professore di chimica, fu incarcerato dai fascisti per lunghi otto anni nelle galere dell’allora Regno d’Italia. Così descriveva la pena dell’ergastolo: «L’ergastolo è immorale oltre che dispendioso; forse meglio la pena di morte per i grandi colpevoli. Eppure vi sono ministri della giustizia che negano la libertà ad ergastolani che hanno passato trentacinque o quaranta anni di galera! Tali ministri sono sacerdoti di una giustizia che nulla ha di umano. Dopo trent’anni di reclusione non si è più uomini, anche nel senso fisico della parola, si è degli spettri nella vita fisica e morale».

La presenza degli ergastolani in un carcere ne cambia la fisionomia. Di fronte a una pena senza prospettiva di rilascio il detenuto pensa più spesso alla morte, oppure a forme di anomalo adattamento al contesto. In un memorabile scritto inviato a Piero Calamandrei, Altiero Spinelli, che per motivi politici aveva scontato durante il regime fascista nove anni di carcere e sei di confino di cui metà del tempo proprio a Ventotene, affermava: «L’ergastolano è il detenuto di cui i reclusi più diffidano perché è quasi regolarmente una spia della direzione, un servitore abbietto dei guardiani. Egli dovrebbe portare una matricola scritta in stoffa nera, ma, per poco che si rilassi la severità della regola carceraria, se la toglie e la sostituisce con la matricola su stoffa bianca o verde dei condannati a tempo».

La pena dell’ergastolo è una pena innaturale che cambia la natura dei comportamenti, li deforma irreversibilmente. L’ergastolo senza alcuna prospettiva di rilascio lo fa assomigliare drammaticamente alla pena capitale.

* Fonte: Patrizio Gonnella, il manifesto

associazione 3 giugno

Purtroppo lo spettacolo “Lascia la porta aperta”, organizzato dall’associazione Sapereplurale, che avrebbe dovuto tenersi il 9 giugno 2019 al Teatro Gobetti, dedicato alla memoria dell’incendio del 3 giugno 1989 nel braccio femminile del carcere delle Vallette, è stato rinviato. La causa: un grave incidente accaduto a una persona della compagnia che ha curato lo spettacolo, subito prima della messa in scena. Verrà fissata e comunicata una nuova data, probabilmente a settembre 2019.

Intanto, riproponiamo qui il testo dell’opuscolo “Racconti della notte dell’incendio”, realizzato e pubblicato all’epoca dall’Associazione 3 giugno, raccogliendo le testimonianze su quella drammatica notte in cui morirono in modo atroce. Il 3 giugno 1989, un incendio uccise infatti undici donne nell’allora nuovo carcere delle Vallette. Erano Ivana, Rosa, Paola, Lauretta, Lidia, Morsula, Edita, Beatrice, Radica (Vesna), detenute, e Rosetta e Maria Grazia, agenti. Sono morte per incuria e inefficienza.

Ricordarlo ancora oggi significa ricordare che il carcere può uccidere e non di rado lo fa, in modi diversi.

*****

Torino, 3 giugno 1989, carcere “Le Vallette”

A cura dell’Associazione “3 Giugno”

Ore 22,30: il fuoco invade il braccio femminile del carcere delle Vallette. Muoiono lvana Buzzegoli, Rosa Capogreco, Maria Grazia Casazza, Paola Cravero, Lauretta Dentico, Lidia De Simone, Morsula Dragotinovich, Ediita Hrovat, Beatrice Palla, Rosetta Sisca, Radica (Vesna) Traikovic

Questi racconti sono stati scritti in una situazione difficile, caotica: con il dolore e lo sgomento ancora dipinti sulla faccia, le compagne superstiti ancora all’ospedale, il parlare delle ragazze morte ancora usando il presente, l’arrivo nella vecchia sezione delle Nuove, coperta di polvere, con i sacchi pieni di vestiti ed oggetti anneriti, in un’atmosfera da sfollati.

La vecchia macchina da scrivere della sezione, l’unica, usata quando si poteva, nemmeno un correttore per buttar giù delle pagine decenti.

Raccontare e scrivere, tuttavia, è stato il primo atto dopo lo sbigottimento; istintivo, dopo lo schiaffo del dolore.

E scrivendo, la rabbia si è confusa con la voglia di verità – da dire e sentire – e il dolore con il desiderio di agire e di comunicare.

Senza tante illusioni, a dire la verità: abituate ad una città sorda, e poco capaci di trovare nuova voce, che non sia quella dell’individualismo, proprio il racconto individuale, della propria esperienza soggettiva, è apparso il primo passo possibile.

Ne è uscito tuttavia uno scritto corale, e da dentro i racconti sono sbucate proposte, poi una piccola forza collettiva, poi una associazione, poi contatti con gente libera.

C’è da tenere a freno le illusioni: undici donne morte testimoniano, ancora, che la separatezza ed il carattere totale del carcere sono vigenti, nonostante le riforme, e che il corpo di chi vi è rinchiuso/a non è inviolabile, non ha la certezza della incolumità e della integrità.

Ma attenzione ad ogni segnale, ad ogni disponibilità che si faccia sentire: raccontare è, soprattutto, voglia di comunicare. Pensiamo a un’idea di «risarcimento»: verità dei fatti, consapevolezza di tutti, impegno al cambiamento. Un «risarcimento» che non ci si può aspettare da un imputato, ma da un’intera comunità.

 

Il blocco femminile del carcere Vallette è composto di due bracci, disposti ad «L», ognuno di tre piani.

Tra i due bracci sorgono i cortili dei passeggi, separati per sezione («A», «B», «Penale‑Nido», isolamenti).

Il braccio maggiormente colpito dall’incendio comprende la sezione «A», che ospita le detenute appellanti (che, però, dato l’affollamento, ospitava anche alcune detenute definitive), e la sezione «Penale», al secondo piano, in cui sono detenute donne che devono scontare una pena divenuta esecutiva. Al piano terreno di questo braccio, vi sono solamente il corridoio di accesso ai cortili, ed un secondo corridoio di accesso ai cortili dell’isolamento. Sul lato esterno del braccio, che guarda verso i blocchi del Maschile, si trova il portico in cui erano accatastati i materassi di poliuretano.

L’altro braccio, ospita la sezione «B», al primo piano, dove sono detenute le donne in attesa di giudizio, e la sezione Nido, al secondo piano, dove sono detenute le donne che hanno con sé i figli, e le donne che si trovano in isolamento.

Al piano terra, si trovano le aule delle scuole, le sale colloqui, le sale degli avvocati, nonché, verso la rotonda, le cucine.

Questo braccio guarda, da un lato, verso l’entrata principale del carcere ed alcuni blocchi del maschile, dall’altro verso il braccio delle sezioni «A» e «Penale».

Al momento dell’incendio, la notte del 3 giugno, erano presenti 87 donne, 32 alla «A», 32 alla «B», 20 al Penale e 3 ed un bimbo alla sezione «Nido», quattro donne erano in permesso.

Ogni sezione ha 23 celle, singole al «Penale», singole o doppie nelle altre sezioni. Ogni cella è chiusa da una porta blindata e da un cancello. Ogni due celle c’è una «centralina», uno stretto caveau in cui ci sono le tubature dell’acqua e, dietro uno sportello che è sempre semiaperto, i comandi delle luci. Questo caveau unisce verticalmente i tre piani del braccio, arrivando fino al seminterrato.

Ogni sezione è chiusa da un cancello, che la separa dalla rotonda e dalla sezione contigua; dalla rotonda, poi, si accede alle scale principali attraverso una porta blindata o un ascensore, anch’esso munito di porta blindata e chiusa a chiave. A metà sezione, c’è una rampa di scale che conduce al piano terra, anch’essa con porta chiusa. Tutte le chiavi sono in dotazione alla vigilatrice della rotonda, tranne, di giorno, alle sezioni «A» e «B», le chiavi delle singole celle, che sono in dotazione alla vigilatrice di sezione.

PERCHE’ QUESTI RACCONTI[1]

Ore 22,30: il fuoco invade il braccio femminile del carcere delle Vallette. Muoiono lvana Buzzegoli, Rosa Capogreco, Maria Grazia Casazza, Paola Cravero, Lauretta Dentico, Lidia De Simone, Morsula Dragotinovich, Ediita Hrovat, Beatrice Palla, Rosetta Sisca, Radica (Vesna) Traikovic

 

I racconti contenuti in queste pagine sono stralci di testimonianze individuali più ampie ed articolate, scritte spontaneamente dalle donne detenute nel carcere delle Vallette, a Torino, nei giorni immediatamente seguenti l’incendio del 3 giugno.

Essi non hanno la pretesa di essere «tutta la verità», né vogliono in alcun modo sovrapporsi alle inchieste ufficiali in corso, per le quali ognuna si è detta da subito disponibile a rendere la propria testimonianza davanti al magistrato.

La scelta di raccontare quanto avvenne quella notte è la scelta di chi vuole dare il proprio contributo ad una ricostruzione veritiera dei fatti, perché conoscere significa capire, e capire può voler dire, se c’è volontà e forza, cambiare, trasformare una realtà che ancora produce morte.

La memoria di questa tragedia è un doloroso atto d’amore per quante hanno perso la vita, ed è, al tempo stesso, il desiderio di fare in modo che nulla di così orribile possa più accadere.

I racconti si dipanano a volte tra incertezze e qualche contraddizione, a volte in una trasparente lucidità; l’uno dopo l’altro costituiscono i tasselli di un mosaico che riteniamo prezioso per le notizie, i particolari, le descrizioni, gli indizi che forniscono. Contrariamente a certi giornali, che fin dal giorno seguente si dicevano certi delle cause dell’incendio e delle dinamiche dei soccorsi, questi racconti tacciono ciò che non sanno, al più fornendo notizie su ciò che quotidianamente non funzionava nelle sezioni, al più suggerendo ipotesi. Sono invece più precisi sulle dinamiche seguenti, e aiutano a capire, con la drammaticità dell’esperienza vissuta ma anche con la lucidità di chi chiede risposte, tutto ciò che è stato impossibile o reso difficile dalla stessa struttura carceraria, da alcune delle regole che la vogliono meno sicura per chi vi vive rinchiuso/a, dal meccanismo dell’organizzazione interna e delle sue carenze.

Offriamo questo contributo a quanti vogliano conoscere per capire, e a quanti abbiano qualcosa da dire o da dare perché i diritti inalienabili di ognuno/a, per primo quello all’incolumità fisica, siano riconosciuti nella concretezza della vita quotidiana, anche all’interno del carcere.

Dedichiamo questo nostro lavoro, e l’impegno per il futuro, alle compagne morte, alle vigilatrici che hanno trovato la morte nelle stesse cause.

Torino, giugno 1989

 *****

 

RACCONTI DALLA SEZIONE PENALE

 

(Erano presenti 20 donne che stavano scontando pene definitive)

 

Un silenzio agghiacciante che durò parecchi minuti

 

La sera del 3 giugno mi trovavo nella cella n. 7 della Sezione Penale. Erano le ore 23.05 quando guardai l’orologio in attesa di un programma televisivo; un attimo dopo sentii gridare Rosa Capogreco: «C’è il fuoco, c’è fumo, guardiana aprimi». Mi affacciai allo sportello e vidi chiaramente delle fiamme levarsi dai muri esterni, salivano verso le finestre del corridoio e verso le finestre della cella n. 17 davanti a me, dove si trovava appunto R.

La Vigilatrice giunse, guardò, rimase un attimo e poi corse via; a quel punto la richiamai anch’io ma non la vidi più. Intanto le fiamme attaccavano le finestre e dopo qualche minuto i vetri cedettero. Rosa Capogreco urlava che le aprissero ma non venne nessuno. Intanto il fuoco uscì dalle finestre nel corridoio e avanzò verso il neon davanti alla mia porta, nel centro del corridoio, dove miracolosamente si spense. Il corridoio e la mia cella furono investiti da una marea di fumo nero che mi impedì di vedere, la luce non c’era più. A quel punto sentii Capogreco gridare: «Guardiana aprimi, aiuto vado a fuoco». Fu allora che venne aperta, sentii solo i loro passi perdersi in fondo alla Sezione.

Verso le ore 23.30 i pompieri spazzarono con gli idranti i muri esterni della Sezione; ne intravvidi uno sulla scala in mezzo al fumo. Dopo vi fu un silenzio agghiacciante che durò parecchi minuti. Dalla finestra del bagno dove mi ero rifugiata per via del fumo che aveva invaso la cella, sentivo solo la voce di D.G.  che mi disse che S. M.  era viva, avendola sentita poco prima. Sentii poi la voce di M.  che diceva: «Mi apra, sono tutta bruciata».

Mi affacciai, nel fumo della Sezione vidi un fascio di luce che cercava le porte delle celle; era una guardia carceraria munita di maschera antigas; aprì la M., poi venne verso di noi, mi feci vedere e lui mi aprì. Gli indicai la cella di M.  che stava male, e lui mi spinse sulle scale dell’aria dove una alla volta giunsero le altre. Dopo pochi minuti potemmo scendere in luogo sicuro. Guardai l’orologio: ore 24.05. Tutto consumato in un’ora.

 L.D.B.

 

Ma la guardia continuava a marciare su quel muro

 

La prima persona a dare l’allarme nella Sezione Penale è stata Rosa Capogreco, all’incirca alle ore 23.00. Subito mi precipito allo spioncino: vedo il fuoco. Le finestre che sono di fronte alle scale che portano all’aria sono in fiamme. Incrocio lo sguardo della mia dirimpettaia, non sappiamo cosa fare. Inizio ad urlare, a chiamare la guardiana, a sbattere lo spioncino. Vedo arrivare la guardiana (Maria Grazia Casazza), le urliamo di aprire, di sbrigarsi ad aprire quelle maledette porte. Lei constata, esita e poi sparisce. Finora non c’è quasi fumo in sezione. Le fiamme sono fuori, alte. Sento i vetri scoppiare e sento correre nel corridoio. Sento tutte le donne urlare. Il fumo incomincia ad invadere la sezione, le fiamme spariscono. Istintivamente chiudo lo spioncino ed incomincio ad urlare dalla finestra. Vedo il fumo uscire dai tetti del Nido e non capisco! Chiamo ripetutamente la guardia che sta sul muro di cinta; chiedo se per favore può avvicinarsi. Urlo molte volte guardia! guardia! guardia! Lui non si scompone. Continua la sua marcia avanti e indietro su quel muro. Volevo chiedere se poteva fare qualcosa, telefonare a qualcuno. Lui marcia, anzi tende ad allontanarsi. Intanto molte guardie dalle loro camere guardano il Femminile in fumo. Dopo un lungo periodo ‑ interminabile ‑ e l’inutile tentativo di chiedere aiuto a qualcuno o per lo meno di essere rassicurata da chi la situazione poteva seguirla dal di fuori, finalmente sento in lontananza le sirene dei pompieri. Mi tranquillizzo un po’ e aspetto di essere aperta.

Attaccata alla finestra, con l’asciugamano bagnato sulla faccia, cerco di inspirare il meno possibile quel fumo nero. Vedo improvvisamente una sagoma sul muro di cinta dell’aria della Sezione B. Non seguo i suoi movimenti, non so esattamente chi sia, forse un pompiere. Mi chiedo quale sia stato il suo scopo. Incredula sento un rumore di chiavi, ben noto. C’è qualcuno fuori in corridoio che ci salva. In un primo tempo la guardia con la maschera mi ha aperto solo il blindato, ho insistito che mi aprissero anche il cancello e subito dopo ho potuto, sotto indicazione dell’agente, rifugiarmi nelle scale che conducono all’aria. Qui ho incontrato le mie compagne di Sezione, purtroppo non tutte. Sempre sotto indicazione dell’uomo con la maschera, abbiamo attraversato la mezza Sezione dirette verso la Rotonda. Arrivate qui vedo due corpi in terra, completamente neri. Mi rifiuto di credere che sia vero. Più tardi scopro che si tratta di Rosa e della guardiana Maria Grazia.

Ci portano giù e come ricovero provvisorio troviamo gli uffici degli Avvocati e dei Magistrati. Incomincio a capire la gravità dell’accaduto. Non voglio credere a quello che sento.

Ho la possibilità di parlare con due pompieri, dicono di essere stati chiamati per un incendio d’auto. Continuano dicendo di fare subito una denuncia, di denunciare tutti.

  1. C.

 

Sarebbe bastato un dispositivo d’allarme immediato

 

Non potrò mai dimenticare gli attimi di terrore vissuti quella notte, le urla disumane delle mie compagne che imploravano aiuto ed il rifiuto della vigilatrice di turno ad aprirci, il fumo nero che attanagliava la gola. Circa un’ora di grida da tutte le parti. Ad un tratto un barlume di speranza: ho visto Rosa sfrecciare davanti alla mia cella e con lei la vigilatrice, ho pensato che finalmente ci aprissero ed invece è corsa in Rotonda per non tornare più. Aveva gli occhi sbarrati, aveva aperto Rosa perché stava prendendo fuoco. Intanto da sotto continuavano a gridare e quando ormai la rassegnazione alla morte era diventata certezza, le sirene cominciavano a sentirsi in lontananza. Nell’attesa buttavo secchi d’acqua sotto il blindo chiuso e bevevo in continuazione, anche se non ero sicura che sarebbe servito.

Pensare che sarebbe bastato un dispositivo d’allarme immediato, un servizio d’ordine adeguato, ed invece eravamo sole!

E adesso? Chi risarcirà i parenti delle nostre compagne del dolore immenso per la perdita dei loro cari? Chi pagherà per questa tragedia, le Autorità? Forse i secondini che dai palazzi ci gridavano che potevamo morire tutte?

  1. G.

 

«Aprite il nido» poi silenzio e fumo

 

Sabato 3 giugno, come tutte le sere, alle 21.30 c’è stata la chiusura delle celle. E’ mia abitudine a quell’ora dedicare un po’ di tempo alla mia persona e prepararmi per andare a dormire; quella sera invece avevo promesso alla «spesina» (la detenuta incaricata di preparare il foglio del sapore‑vitto) di aiutarla a fare la richiesta per l’indomani. Così, dopo essermi lavata e messa in pigiama, ho iniziato a scrivere la spesa.

Verso le 23.00, non sapendo il prezzo dei francobolli espresso, ho chiamato la vigilatrice Maria Grazia, perché si recasse alla cella 14 per chiederlo. Sono sicura dell’ora perché pensavo che M.  già dormisse; al ritorno della vigilatrice, ho fatto appena in tempo a sedermi al tavolo, fare il conto che mi serviva con la calcolatrice, quando ho sentito Capogreco che chiamava: saranno passati al massimo cinque minuti.

L’insistenza ed il tono della Capogreco mi hanno allarmata, mi sono affacciata allo spioncino del blindo per capire cosa stava accadendo. Ho ancora nelle orecchie Capogreco che diceva di avere il fuoco in cella, di aprirle; la vigilatrice è andata in rotonda, probabilmente per prendere le chiavi, perché nel frattempo metà sezione è piombata nel buio. Avendo ancora la luce in cella, mi sono affacciata alla finestra per cercare di capire da dove proveniva l’odore di fumo che si sentiva. Nel cortile c’erano le guardie che provavano a far funzionare gli estintori.

Ho ancora sentito Capogreco urlare e mentre tutto diventava buio l’ho vista passare con la vigilatrice, andare verso la rotonda; le ultime parole che le ho sentito dire sono state di aprirle il nido, che c’era la bimba!

Poi silenzio e fumo.

Istintivamente ho chiuso lo spioncino del blindo per impedire al fumo di entrare, a tentoni sono andata in bagno, ho bagnato l’asciugamano, l’ho appoggiato sulla bocca e mi sono messa alla finestra, con la speranza di respirare meglio; ma vedevo nulla. Ho ripreso conoscenza dopo che mi hanno aperto, il tempo di scendere le scale, di vedere i corpi senza vita della Capogreco e della vigilatrice, erano le 0.20 quando ho messo piede fuori.

  1. M.

 

Di quella sera non ricordo altro

 

Erano circa le 23.00 quando M.  mi ha mandato a chiedere il prezzo degli espressi tramite la vigilatrice; ricordo che ero nel letto, mi sono alzata per urlarle dallo spioncino del blindo: «3.050!».

Mi sono risvegliata al Repartino delle Molinette una settimana dopo, rendendomi conto di trovarmi in ospedale. Ho preferito firmare la mia dimissione e tornare con le mie compagne. Di quella sera non ricordo altro.

  1. M.

 

Paoletta aveva gli occhi grandi, terrorizzati

 

Ho sentito la battitura della sezione «A» (al piano di sotto). Ero sveglia, stavo giocando con i gattini. Saranno state circa le 22.30. Ho pensato che fossero le solite cose. Verso le 11.05 (ho guardato l’orologio in attesa di un film) Rosa ha urlato «guardiana ho il fuoco in cella, ho paura, sto soffocando», Mi sono affacciata allo spioncino, ho visto la guardiana che correva verso la cella 17 (la cella di Rosa) e poi tornava indietro, senza aprirci. Ancora non c’era fumo. Ho visto, subito dopo, che la centralina accanto alla 17 emetteva due baffi neri. Sono rientrata in cella, ho spento tutto per paura dì un corto circuito; ho sentito i vetri di qualche finestra scoppiare, ho pensato fossero quelli di Rosa. Ancora non mi rendevo ben conto, pensavo a lei, a Rosa, che fosse una cosa che riguardava la sua cella. Mi sono riaffacciata, poco dopo, per vedere ed ho visto Paoletta Cravero, di fronte a me, che era allo spioncino e guardava verso di me. La sezione cominciava a riempirsi di fumo, proveniva dalla sezione, verso la rotonda e avanzava verso di me, verso il fondo della sezione. Paoletta suonava per la guardiana, anch’io l’ho fatto. Ho cercato di parlare con lei ma non rispondeva, aveva gli occhi grandi, terrorizzati.

L’ho vista scendere e sparire dallo spioncino, io le ho detto addio con la mano. E’ scoppiato il neon all’altezza della 17, poi il fumo ha invaso tutto. Sono rientrata, ho aperto le finestre, sono andata nel bagno ed ho iniziato con le altre la battitura. Il fumo entrato dallo spioncino usciva a raffiche veloci dalla finestra della cella. Ho cercato di chiudere le fessure con degli stracci, ma il fumo entrava dappertutto, addirittura dallo spioncino di vetro del gabinetto. Dentro il water colava una sostanza nera ed anche l’acqua nella tazza era nera. Sul muro di cinta di fronte a me, la guardia camminava senza dare segni di interesse, anche se lo chiamavo in continuazione, agitando anche uno straccio bianco. Non ha detto né fatto nulla. Dopo un po’ ci hanno illuminate con un faro. La compagna della «A», sotto di me, mi consigliava di mettere stracci bagnati sulla bocca. A questo punto mi sono messa a terra, nel bagno, a pregare, perché non sapevo più cosa fare. Ho sentito le sirene dei Vigili del Fuoco provenire dalla tangenziale, o insomma dalla strada che si vede dalla mia cella, mi sono un po’ tranquillizzata. Invece è passato ancora del tempo, ma non so dire quanto. E’ seguito un silenzio totale. Alla fine ho sentito rumore di chiavi, mi sono avvicinata al blindato, ma non avevo più voce; qualche voce maschile ha detto «C’è un’altra qui, apriamo». Mi ha aperto un uomo, sono scappata verso la rotonda. Ho visto Paoletta morta, poi un’altra che mi sembrava morta, nel corridoio, e poi Rosa. Poi non ricordo più nulla, e sono stata posta in salvo e portata all’Ospedale.

  1. C. R.

 

D’un tratto è diventato tutto buio

 

Mi ricordo quel tragico sabato sera, erano le 22.00 e stavo comunicando con l’accendino con un ragazzo, come facevo quasi tutte le sere. Lui fa il lavorante, e mi ricordo di essermi complimentata con lui per l’anticipo del suo rientro, perché di solito rientrava più tardi. Io avevo il letto attaccato alla finestra, per cui scrivevo, ad intervalli potevo comunicare con lui. Verso le 22.20 circa ho cominciato a vedere del fuoco che si levava verso l’alto, in fondo al cortile.

Rosa Capogreco, che era mia vicina di cella, era alla cella 17, ha cominciato a gridare «C’è il fuoco, brucio, per favore apritemi», ma nessuno le dava retta. Dopo il fuoco, un fumo acre ed intenso, irrespirabile invadeva la mia cella. Io ero presa dal panico, non sapevo cosa fare. Ho chiesto aiuto al ragazzo con cui stavo comunicando, ma mi sono resa conto che non era possibile, le sbarre lo impedivano. Gridavo anch’io aiuto, la Sezione intera implorava aiuto, ma nessuno apriva. D’un tratto è diventato tutto buio e da quel momento non ricordo più nulla; ero in preda al terrore, essendomi già ustionata (con ustioni di terzo grado) in un incidente il dicembre scorso. Credo di aver aspettato la morte. Poi d’un tratto, vedo due fari gialli puntati verso la finestra della mia cella ed un pompiere sulla scala mi chiede se sto bene, io gli dico che ho paura, che sono già ustionata; lui mi dice che verrà qualcuno a salvarmi. Guardo l’ora, sono le 23.30. Vado su e giù per la cella ma l’aria è sempre più irrespirabile; dopo un po’, un agente con la maschera antigas mi apre. Corro verso la Rotonda e vedo Rosa e la vigilatrice stese accanto, tutte nere: ho intuito la tragedia.

Poi non ricordo più nulla, se non il Repartino allucinante delle Molinette, dove il giorno seguente vengo a sapere della morte delle mie compagne e delle due vigilatrici. Dopo vari tentativi, e dando spesso in escandescenze, firmo per andarmene da lì, e tornare in carcere.

  1. M.

 

Il corridoio non si vedeva dal fumo intenso che c’era

 

Sentendo un forte grido ripetuto «al fuoco al fuoco», da destra e da sinistra s’innalzava fumo intenso, mi sono affacciata al blindo e ho visto una vigilatrice che correva verso l’uscita, con le chiavi, probabilmente per avvisare telefonicamente. Da allora è passata un’ora e mezza di grida di terrore e disperazione, e nessuna porta si apriva. Abbiamo due porte blindate chiuse, due mandate, quello che ho provato dentro quella cella non si può descrivere. Quando alla fine sono arrivati ad aprirmi, il corridoio non si vedeva dal fumo intenso che c’era. Sono andata dietro al vigile con la maschera, nel buio, ed ho visto una mia compagna a terra, l’ho presa alla svelta per i piedi, era tutta nera e aveva la bocca ed il viso insanguinati (…). Cercavo di aprire al buio tutti i vetri, ma poi non ne potevo più dal bruciore allo stomaco e mi hanno sospinta verso l’uscita. Mentre mi avvicinavo alle scale ho visto un’altra compagna distesa e subito ho capito che non c’era più nulla da fare ( … ). Ci hanno ammassate nella Sala Magistrati, in camicia da notte, tutte infreddolite. Verso le due di notte sono arrivati Magistrati e personalità, che giravano, che guardavano e decidevano dove metterci.

Siamo tornate nella Sezione «B» ed al Penale dove c’erano celle agibili. Non hanno fatto niente, dopo, per farci dimenticare quell’orrore, tant’è che ci hanno chiuse di nuovo nelle celle, hanno dato sedativi a quelle più sensibili e non ci hanno fatto sentire per telefono i nostri cari perché non si preoccupassero: siamo proprio rifiuti umani.

(non siglato)

 

La vigilatrice diceva: «Non posso aprire senza l’ordine»

 

Ho sentito le grida della compagna Rosa Capogreco, chiedeva aiuto dicendo che c’era il fuoco in cella; ho visto la vigilatrice correre e dire: «Non posso aprire senza l’ordine». Ma la Capogreco gridava ancora più forte e con lei le altre, e le sue grida erano proprio disperate: «sto bruciando, aiuto, guardiana!!!». La vigilatrice l’ho vista passare, era colta dal panico e con gli occhi sbarrati, lo sguardo smarrito, non riusciva ad infilare la chiave; le grida laceranti di Rosa che aveva preso fuoco (aveva del fumo sul petto) hanno convinto la vigilatrice ad aprire, è stata la prima ed unica ragazza che, al penale, sia stata aperta dalla vigilatrice.

Dopodiché, arrivate alla rotonda, la vigilatrice e Rosa si sono spente; si sentivano solo le grida disperate delle ragazze che chiedevano aiuto con quanto fiato avevano.

Io personalmente ho visto questa fine terrificante di due persone e le fiamme mandavano un calore infernale. L’apertura dell’unica cella ha invaso di fumo la sezione, da quel momento ho chiuso lo spioncino e mi sono attaccata alla finestra, rendendomi conto che era al fine. Parlavo affidando a Dio la mia piccola che rimaneva sola.

Non ho guardato l’ora quando tutto ciò è cominciato, ma da quel momento a quando ci hanno aperte sono trascorsi un tre quarti d’ora circa.

Dalla mia finestra sentivo le sirene dei vigili del fuoco e della polizia, ed il cuore si calmava un po’ perché pensavo che arrivavano i soccorsi; questa speranza si spegneva nel vedere (dato che dalla mia finestra vedevo la cancellata) che i mezzi rimanevano fuori, fermi. Sono stata aperta tra le ultime da un uomo con la maschera antigas più o meno verso mezzanotte. Ho soccorso insieme ad altre mie compagne G.M.  che era svenuta nella sua cella, la 22.

Ci siamo ritrovate tutte nella sala magistrati del maschile, e lì abbiamo guardato l’ora: era esattamente mezzanotte e cinque.

Dopo un po’ alcuni vigili del fuoco si avvicinarono alle finestre, per chiederci come stavamo, ed hanno espresso la loro rabbia per essere stati bloccati alla porta, lamentandosi anche che non ci hanno soccorso prima perché non si trovavano le chiavi delle celle.

  1. C.

 

RACCONTI DALLA SEZIONE «A»

 

(Vi si trovavano, tra detenute giudicate con processo di primo grado e appellanti, 32 donne)

 

Ritornare a guardare il sole

 

Ero appena scesa dal mio letto, quando la mia concellina ha iniziato a gridare «al fuoco!». Con tutte le altre ragazze che sbattevano i blindi e urlavano, ci siamo fatte aprire da questa vigilatrice Rosetta, che è morta. Mi sono trovata a correre verso la rotonda, alla sezione «B», con me c’era un’altra ragazza, Vesna (Radica), e ci siamo messe a correre alle finestre della «B», in fondo al corridoio. Ma avevamo sbagliato i conti con la nube di gas che ci ha raggiunte ancora prima di poterci rendere conto del fumo che entrava nella pelle, nei pori, nel naso, nella bocca, senza più un filo di ossigeno al cervello; lì, poi, il fumo, il coma per me, e la morte per l’altra ragazza, senza più sapere se c’era solo una speranza per me di ritornare a guardare il sole.

  1. B.

 

Cercavo invano un po’ d’aria e l’uscita

 

Ho sentito la battitura, mi sono precipitata, affacciandomi allo spioncino il più possibile che potevo. Ho visto una grossa nube di fumo e del fuoco. In quell’istante c’era la vigilatrice Rosetta proprio davanti alla mia cella, mi ha aperto immediatamente, non ho perso tempo (pensavo di essere l’ultima rimasta della sezione «A», ed invece … ) ho corso verso la rotonda ed ho visto alla «B» ancora tutte chiuse, ho aperto tutte le finestre (urla che continuavano a dirmi «aprile tutte, presto»), mentre stavo aprendo l’ultima finestra vicino a me c’era un’amica che mi si aggrappava, che chiedeva aiuto… La nube ci ha colpito entrambe: la mia amica purtroppo di più, e l’ho sentita cadere a terra.

Come una cieca cercavo invano un po’ d’aria e l’uscita, ma… L’aria mi mancava sempre di più, ancora un po’ cosciente mi sono aggrappata ai cancelli cadendo a terra: dopo un po’, i soccorsi.

  1. A.

 

La nube di fumo ci stava soffocando

 

Ero nel letto, ad un certo punto sentii urlare, mi sono affacciata allo spioncino vedendo la vigilatrice Rosetta che apriva la cella di B.  e A.; le ho viste correre, il fuoco aumentava, la nube di fumo stava soffocandoci. Dato che al momento ero sola, ed anche la mia vicina di cella, T.S.,  lo era, la chiamai per avvertirla del fatto… Urlavamo chiedendo aiuto, ma ad un certo punto non ce la feci più, presi uno straccio e lo misi sul viso, ma nessuna mi aprì la cella, senza speranze mi coricai sul letto… Dopo moltissimo tempo, arrivarono i soccorsi con l’ossigeno, mi portarono giù e mi ripresi… E sono rimasta in sezione insieme alle altre.

  1. C.

 

Dietro quelle sbarre, legata mani e piedi

 

Ero a letto, dormivo, per mia fortuna e anche per combinazione avevo la finestra aperta. Mi sveglia la voce disperata della ragazza della cella accanto, A.C., che grida il mio nome: mi alzo di corsa e chiedo cosa è successo e intanto sentivo già quel maledetto odore. Vado subito a tirare giù lo spioncino e vedo la cella di fronte (la 18 dove c’erano B.C. ed E.A.) aperta, sia cancello che blindo. Ancora non mi rendevo conto di quel che stava succedendo… Corro nuovamente alla finestra per respirare, poi ancora al blindo perché ho sentito rumore di vetri rotti, che ho visti per terra. Non riuscivo a capire come e cosa bruciava, al che anch’io ho iniziato ad urlare di aprirci ed andavo avanti ed indietro dalla finestra al blindo, e il fuoco non si spegneva, il fumo si faceva sempre più intenso, allucinante, dietro quelle sbarre legata mani e piedi… Poi finalmente vedo le luci dei vigili del fuoco, ma ancora non aprivano, son saliti uomini con le maschere antigas, io con la testa fuori dal blindo urlavo dalla disperazione; il blindo era rovente. Questi uomini si sono fatti prendere un po’ dal panico, vedevo A.B.  che insegnava loro quali fossero le chiavi giuste, ma niente da fare, continuavano ad imbranarsi: dopo la quarta volta sono riusciti ad aprirle ed in seguito anche noi altre. lo sono rimasta tra quel fumo aspettando C.C., S.M. e F.M. Infine ci siamo ritrovate nel corridoio della Sala Magistrati e mancavano più della metà delle nostre compagne.

E solo allora mi sono resa conto di quanto era diventata tragica la situazione, dato che ci stavano informando che alcune delle nostre migliori amiche avevano già perso la vita ed altre erano in condizioni molto gravi, ed ancora ora attendiamo con ansia il loro ritorno.

  1. T.

 

Mi sono ritrovata all’aria

 

Io pensavo solo a cosa dovevo fare, data la situazione. Mi sono ritrovata alla sezione «B», lì due ragazze ancora chiuse mi buttavano continuamente acqua. Mi sono coricata per terra perché mi sembrava di respirare meglio. Sono arrivati quattro agenti, mi sono ritrovata all’aria e poi in sala magistrati.

  1. M.

 

La sentinella ha risposto: «dovete morire lì»

 

Stavamo guardando tranquillamente il film quando tutto d’un tratto ho sentito la mia compagna della cella 15, M., urlare «Aiuto guardiana, qui c’è il fuoco e il fumo, apriteci!». Allora  mi sono affacciata allo spioncino ed ho visto la cella 16 di fronte alla mia piena di fiamme e fumo tossico, e anche lì ho sentito urlare, quindi anch’io mi sono spaventata e con la mia concellina ci siamo messe ad urlare e a sbattere il blindo. Ad un certo punto nella nostra cella sia dalla finestra che dal blindo entrava fumo. Allora abbiamo chiesto aiuto e la sentinella ha risposto «dovete morire lì». Dopo un’ora e dieci, circa, sono finalmente venuti a salvarci, avremmo potuto essere anche morte, ma il destino non ha voluto così, fortunatamente.

  1. F. e M. S.

 

C’è ancora qualcosa da dire?

 

Perché, c’è ancora qualcosa da dire?!?? L’orrore si esprime già sin troppo bene da solo… E’ troppo atroce e disumano! E quali sentimenti possono ancora rimanere, se non la mancanza di sentimenti, l’aridità, il sentirsi svuotati della vita stessa, come il vuoto lasciato da chi era uguale a te, per diritto di Vita, ed ora, improvvisamente non è più.

Terrei a fare una precisazione:

ho visto, dato che la mia cella guarda su quel lato, del fumo uscire dal fondo della sezione «B»; contemporaneamente ho visto lo stesso tipo di fumo spandersi sul soffitto della mia sezione; questo fumo non era nero, ma un fumo normale. ( … ) Uomini con le tute arancione camminavano carponi sui muretti delle Arie, per controllare il fumo che proveniva dalla sezione «B», verso il fondo.

  1. C.

 

I bocchettoni della pompa non andavano

 

Mi ricordo che erano pressapoco le 23.00, mi ero messa a letto e stavo ascoltando della musica. Finita la canzone ‑ me la ricorderò per tutta la vita ‑ ho sentito una compagna urlare «il fumo»; così mi alzai dal letto, mi affacciai allo spioncino ed ho visto un’ondata di fumo uscire dal cavedo e dalla porta da cui noi andavamo all’aria. Ho avuto paura, sì, terrore, così mi sono messa ad urlare di aprirci le celle. Una ragazza mi diceva di aprire le finestre, io terrorizzata le ho spalancate, ma il fumo ed il calore erano aumentati. Ho preso un asciugamano e mi sono messa alla finestra; vedevo un caos, guardie che correvano, i bocchettoni delle pompe che non andavano. Io camminavo su e giù per la cella, e ancora non mi rendevo conto di ciò che stava accadendo. Quando invocammo «aiuto non voglio morire» i pompieri ci spiegavano di prendere un asciugamano, cioè con le parole ci aiutavano a non cedere. Finalmente quando ci hanno aperto le celle, siamo scese giù sorrette dai pompieri. Vedevo portar via le nostre compagne ormai morte e molte intossicate. Ora ho gli incubi alla notte e non riesco ancora a credere che le mie più care amiche non sono più con noi.

Una cosa da aggiungere: il Maschile aveva cominciato ad urlare e a battere oggetti metallici per far muovere le guardie.

  1. B.

 

Disperata chiedevo aiuto ma la vigilatrice era morta

 

Io J. V., la sera del 3 giugno verso le 23.00 ho udito una compagna disperata che gridava che andava a fuoco il carcere. Nessuno le ha dato retta sino a che non è arrivata un’ondata di fumo. Dopo di ciò non l’ho più sentita, infatti è una delle vittime. Disperata chiedevo aiuto, ma la risposta è stata negativa dato che la vigilatrice era morta. Sono svenuta abbracciata alla mia compagna di cella. Mi sono ripresa quando i pompieri hanno gettato dell’acqua attraverso le sbarre, bagnandomi. Così ripresi i sensi, mentre la mia concellina era stesa a terra ed io non avevo la forza di aiutarla. Quando sono stata aperta due mie compagne mi hanno sorretta fino alla rotonda, poi una guardia o un pompiere mi ha raccolta per terra, dato che ho perso di nuovo i sensi. Mi sono risvegliata in ospedale invocando il nome della mia amica più cara, che era come una sorella, Editta Hrovat. Tornando dall’ospedale nessuna delle mie amiche aveva il coraggio di dirmi di Editta e delle altre ragazze.

Smentisco ciò che hanno detto i giornali.

  1. J.

 

Le mie compagne erano in salvo, non pensavo più a me stessa

 

Io della cella 23, quindi dalla parte del fuoco, ho assistito al fatto che gli agenti spostavano i materassi rimasti intatti, e che gli altri agenti si davano da fare per spegnere le fiamme e dicevano di stare alle finestre e di chiudere gli spioncini, per respirare meglio.

Ho visto le due celle di fronte alla mia (la 1 e la 2) aperte, quindi ho pensato che le mie compagne erano in salvo e la cosa mi ha sollevato, senza più pensare a me stessa.

Non avrei mai creduto che avrebbero perso la vita le mie migliori amiche.

  1. Z.

 

 

Erano passati circa tre quarti d’ora e ancora non ci aprivano

 

Alle ore 23.20, credo, avendo udito un vociare mi sono affacciata allo spioncino ed ho visto la vigilatrice vicino alla cella 18. In quel momento si affaccia Vesna dallo spioncino e dice «vigilatrice, sento odore di bruciato, cosa sta succedendo?» Altre detenute hanno confermato quello che Vesna ha detto.

La vigilatrice si è diretta verso la finestra a fianco della cella 17, e a quel punto Vesna e le altre hanno gridato «vigilatrice, chiuda le finestre», si è avvicinata, ha allungato la mano per spingerla in modo da chiuderla.

In quel preciso istante è penetrato del fumo nero, accompagnato da delle fiammate. La vigilatrice sì è presa paura e si è diretta verso la rotonda. Mi sono chiusa lo spioncino per evitare che la cella si saturasse di fumo; poi ho riaperto lo spioncino diverse volte per guardare, ma non si vedeva niente.

Nel frattempo sono giunte le autopompe dei pompieri, poi dei getti d’acqua. Mi sono tranquillizzata, e affacciandomi allo spioncino, ho visto V., le ho chiesto come si sentiva, mi ha risposto «non sto bene, mi sento mancare» ed è infatti svenuta.

Volgendo lo sguardo verso la rotonda vedevo delle ragazze, erano quelle della sezione «B», erano passati circa tre quarti d’ora ed ancora non ci aprivano. Gridavamo «apriteci!», una voce rispose «calma ragazze, vi stiamo aprendo». Guardavo verso la rotonda e vedevo un pompiere che non riusciva ad aprire perché non trovava la chiave giusta. Le ha trovate diverse volte dopo che andava dalla cella alla scrivania della sezione. Ha cominciato ad aprire le prime celle a destra della sezione, fino a giungere alle nostre.

Aperte tutte le celle mi sono fermata davanti alla cella 14, insieme a C. della II, per aiutare V. Presa lei, con l’aiuto dei pompieri ci siamo dirette verso l’uscita. Prima però abbiamo fatto presente che nelle celle 12, 13, 10, 15 le ragazze non erano uscite. Siamo arrivate in sala magistrati alle ore 1.00.

  1. B.

 

Da due giorni si sentiva puzza di bruciato nelle centraline

 

La prima cosa che ricordo, Vesna che gridava. Vedo le fiamme provenire dalla cella di Vesna. Non erano nemmeno le 23.00, dopo il passaggio della terapia.

Ho guardato fuori dallo spioncino, ho pensato ad una cosa che riguardava la cella di Vesna.

Poi, ho visto il fumo, ho cominciato a gridare.

La prima cella che è stata aperta è quella di I., verso la rotonda, (io ero alla 21). E’ uscita con Lauretta, ha parlato con Rosetta (la vigilatrice).

  1. è andata verso la rotonda, io non l’ho vista poi tornare indietro perché ho chiuso lo spioncino, dato che c’era il fumo, molto, a quel punto.

Ho visto il fumo uscire dalle centraline; voglio dire che da due giorni si sentiva puzza di bruciato nelle centraline; su quella delle docce c’era un cartellino che avvisava di non buttare cicche, e si diceva che si prendeva la scossa.

Siamo state aperte dai pompieri, per ultime, con B.  e B. I pompieri si lamentavano di tutto quello che non funzionava, anche che non trovavano le chiavi giuste per aprire le celle.

  1. P.

 

Nella sezione regnavano le urla, il panico e la paura

 

Dopo il solito svolgimento della giornata, alla sera, dopo che le vigilatrici avevano svolto il loro dovere, e le detenute erano già chiuse con il blindo, noi abbiamo incominciato a sentire Radica urlare:«aiuto, aiuto, il fuoco, aiutatemi, brucio!». Nel frattempo altre voci incominciavano ad urlare il medesimo S.O.S.

La vigilatrice Rosetta rendendosi conto della gravità del fatto, corre a prendere le chiavi. Le prime celle sono state aperte, la 1, la 2 e la 3, nel frattempo il calore provoca la rottura dei vetri, e i blindi diventano incandescenti, le fiamme erano enormi, e di conseguenza la sezione piena di fumo.

I soccorsi ritardavano ad arrivare e come si può immaginare il panico, l’angoscia e la paura avevano coinvolto tutte le detenute. I problemi di respirazione erano sempre più gravi. La vigilatrice Rosetta, dopo aver chiesto soccorso, corre verso il fondo della sezione, si ferma davanti alla cella di Radica, la numero 17, fa uscire Radica che corre verso la rotonda. Ma la morte incomincia a impadronirsi di loro piano piano, e muoiono.

  1. arriva in soccorso di Rosetta, prende le chiavi e va verso la cella 13, quella di Editta e di Bea.

Nella sezione regnavano solamente le urla, il panico e la paura. Non arriva nessuno, nessuno ripetiamo.

Dopo, ma proprio dopo, sono arrivati i vigili del fuoco. Codesti non trovavano le chiavi, dopo vari tentativi hanno tirato fuori le persone che erano ancora chiuse nelle celle e hanno portato via le persone che stavano in sezione. Da notare, in fondo alla sezione, giacevano già i corpi delle nostre compagne morte per soffocamento. Le compagne morte sono decedute perché erano uscite dalle prime celle per aiutare le altre. Infine noi siamo uscite giù all’aria.

  1. C.

 

 

RACCONTI DALLA SEZIONE «NIDO»

 

(Erano ospitate 3 detenute ed un bambino al di sotto dei tre anni)

 

La bambina si è solo spaventata

 

Io, G. B., al momento della disgrazia ero al Nido, in cella con H.M. e sua figlia M. Ad avvertirci è stata la Capogreco Rosa, e noi ci siamo chiuse nel bagno. Fortunatamente la bambina si è solo spaventata e non ha respirato quel fumo nero ( … )

lo ho visto la Capogreco che correva in soccorso alla vigilatrice Casazza Maria Grazia, che diceva «aiuto, dove sei, non ti vedo più», e la Capogreco rispondeva «sono qui, vicino a te». Poi, non ho sentito più niente.

Ad aprirci le celle sono stati i vigili del fuoco dopo almeno tre quarti d’ora, da che noi eravamo lì dentro. Quando sono uscita dalla cella, ho visto la Capogreco e la Casazza, la vigilatrice, per terra nella rotonda, e mi sono messa a piangere, perché la Capogreco è uscita dalla cella per aiutare agli altri, e invece il destino che è molto crudele ha spento la sua vita.

Noi siamo state aperte per ultime e la bambina volevano farla uscire dallo spioncino, ma noi ci siamo arrabbiate e allora hanno fatto uscire subito le chiavi. Bisogna che quando succede qualcosa del genere, le chiavi rimangano a disposizione, e aprire subito ai detenuti, senza parlare prima col maresciallo.

Questa cosa è da chiarire.

  1. B.

 

Un carcere della morte

Ilo, D. U., quella maledetta sera ero in cella da sola. Verso le ore 23.00 ho incominciato a sentir gridare, sbattere contro i blindi per chiamare aiuto. Subito dopo, ho visto passare Rosa Capogreco dicendo di aprire tutte le finestre per far uscire il fumo che oramai incominciava ad invadere tutto il corridoio.

Mi sono messa con la testa fuori dal blindo per vedere, e in quel momento ho visto un fumo nero nella rotonda.

Li c’erano la vigilatrice e la Capogreco che come la nuvola di fumo è arrivata hanno avuto pochi minuti per aiutarsi, dopodiché le ho viste cadere a terra. Dopo 45 minuti sono arrivati al Nido e mi hanno aperta, solo in quel momento ho pensato che ero viva.

Secondo me le disposizioni del carcere vanno modificate poiché in casi come questo non è possibile lasciare le persone chiuse in cella. ( … ) L’unica frase giusta è che quello è stato un carcere della morte.

  1. U.

 

 

RACCONTI DALLA SEZIONE «B»

 

(32 detenute in attesa di giudizio erano presenti quella sera)

 

In pochi secondi il fumo ha invaso la nostra sezione

 

Verso le ore 23.00 abbiamo sentito fare la battitura in sezione «A». Non riuscendo a capire cosa stava succedendo, ci siamo affacciate dallo spioncino e abbiamo visto un fumo denso e nero invadere la rotonda ed avanzare verso la nostra sezione. Ad un certo punto abbiamo visto correre delle compagne della sezione «A» in fondo alla nostra sezione; anche noi abbiamo iniziato la battitura, però nel giro di pochi secondi il fumo aveva invaso pure la nostra sezione ed iniziava ad entrare dentro le celle. Prese dal panico abbiamo spalancato le finestre e ci siamo chiuse nel bagno aggrappate alle sbarre della finestra. Dopo un po’ abbiamo iniziato a vedere guardie che correvano e qualcuna di loro è andata a prendere gli idranti, però mancava l’acqua, l’abbiamo sentito dire da loro. Mentre eravamo affacciate e gridavamo di aprirci, e invocavamo aiuto, è passata una guardia che ci ha detto che potevamo crepare tutte. Altre guardie invece ci davano consigli di stare calme o di sdraiarci per terra con qualcosa di bagnato in faccia. Finalmente dopo un bel po’ sono arrivati i vigili del fuoco e lì ci siamo rese conto che la cosa doveva essere grave, perché abbiamo visto passare due guardie che portavano un materasso con una persona sopra, parlavano di dove mettere i cadaveri. Dal maschile gli uomini facevano la battitura e gridavano di aprirci.

Non ricordiamo di preciso a che ora ci hanno aperto le celle, più o meno però era passata un’ora.

  1. B. e P.  M.

 

Le fiamme sembrava che toccassero il cielo

 

Erano circa le 23. 15, quando ho cominciato a sentire un rumore di battitura, non ho dato molto peso, poi continuando a sentir battere sempre più forte mi sono affacciata dal blindo e non ho notato niente di strano; mi affaccio per vedere se era il blocco «A» ed ho visto l’inferno, fumo, fiamme che sembravano che toccassero il cielo, sono accorsa al blin­do ed ho visto una coltre nera, ho chiuso lo spioncino ed ho spalancato tutto, ma il fumo entrava, mi sono attaccata alla finestra, l’unico posto dove si poteva respirare un po’. Da lì cominciai a sentire urla di disperazione «apriteci, fateci uscire, ci volete far morire». Sarà passata una mezz’ora e si udivano urla laceranti di persone che chiedevano aiuto e poi grida di chi stava morendo, poi gli urli, parolacce come «bastardi veniteci ad aprire»; poi rivolte verso la guardia che stava sul muretto le richieste di aiuto come «facci aprire, ci volete far morire tutte, aiuto, soffochiamo» e come risposta «dovete morire come topi». Visto che non si vedeva nessuno, essendo sola in cella, erano già le 0.42 (ho guardato l’ora), ho pensato tra me e me, nessuno ci viene in aiuto, è proprio la fine.

Ho pensato ai miei figli che lasciavo fuori, e a mio marito al blocco «C» che era disperato, vedendo il nostro blocco dove c’era solo morte. Poi nel buio, si sente urlare «siamo qui», erano le ore 1.05, sono arrivati i primi vigili con le maschere a cercare le chiavi; quando finalmente trovano le chiave ci aprono. Il fumo che si era posato a terra era come sapone, si scivolava. ( … ) Alla notizia che c’erano dieci persone morte ‑ due vigilatrici e otto detenute ‑ mi rendo conto che non le conoscevo bene, ma le conoscevo, e con Laura andavamo a scuola insieme: è stato un grande dolore sapere la fine che hanno fatto.

Tra le parole che dicevano qua e là, c’è anche la notizia che in un carcere come le Vallette addirittura non funzionano le pompe antincendio perché non c’è acqua. Come si può chiamare un carcere modello se non ci sono magazzini né le misure di sicurezza? (…)

Verso le 4.30 per nostra decisione ci portano alla sezione «B» per andare a distenderci. La mattina, ci mandano nel cortile dell’aria per poter respirare un po’, e ad un tratto si ode la battitura del maschile: volevano sapere chi erano quelle rimaste illese dalla sciagura, e che cosa era realmente accaduto. (…)

La domenica sera siamo state trasferite tutte alle Nuove, ed io il lunedì sono stata portata alle Molinette, al repartino. Si sta malissimo, non puoi uscire, non sei libera neanche di stare con le coperte giù se no dalla telecamera si vede tutto. Io, appena terminati gli esami, ho firmato e sono venuta via dalla disperazione: è peggio della galera stessa.

  1. C.

 

Ho ancora davanti agli occhi le fiamme

 

Ero in cella, dalla mia parte si vedeva l’incendio ed abbiamo avvertito tutta la sezione. Il fumo entrava dallo spioncino, non l’abbiamo chiuso perché sono arrivate due ragazze col sangue al naso e le ho aiutate come potevo con stracci e acqua. La mia concellina urlava dalla finestra chiamando le guardie, ma non arrivava nessuno, il fumo entrava mentre aiutavo queste due ragazze. Non pensavo a me, a non respirare, quando le due ragazze sono svenute io urlavo dallo spioncino mentre mi si introduceva fumo. Mio Dio, non arrivava nessuno, poi all’ultimo momento sono arrivati i soccorsi ed io ero svenuta. Mi hanno fatto la respirazione con l’ossigeno. Le altre due ragazze, meno male, hanno detto che grazie a me erano riuscite a salvarsi. Ho ancora davanti agli occhi le fiamme che vedevo dalla finestra. Chiamavamo le guardie ma non rispondevano. Tutto questo dalla sezione «B», dalla parte in cui si vedeva l’incendio.

In rotonda non c’era nessuno. La mia concellina tremava dalla disperazione. So solo una cosa, che se i soccorsi arrivavano prima non morivano dieci persone.

  1. T.

 

Una nube di fumo si avvicinava sempre di più

 

Eravamo nel letto a luce spenta e guardavamo la televisione. Tutto d’un tratto abbiamo sentito la battitura dalle sezione «A», ma non ne sapevamo il motivo.

Non passano nemmeno due minuti ed abbiamo sentito urlare «al fuoco!». Ci siamo affacciate ed abbiamo visto due ragazze della «A» correre in fondo al corridoio ad aprire subito le finestre, mentre una nube di fumo si avvicinava sempre di più. Abbiamo chiuso lo spioncino, ci siamo rinchiuse in bagno ad urlare «aiuto apriteci», mentre una guardia ha risposto «dovete morire come cani». Poi abbiamo riaperto lo spioncino, guardando di fronte alla nostra cella ci dicevano di buttare dell’acqua addosso alle due ragazze che erano a fianco alla mia cella, in fondo al corridoio «B». Buttando loro acqua addosso, una si è ripresa, per l’altra non c’era più niente da fare. Sono arrivate le guardie, ci hanno aperto i blindi; essendo loro confusi li aiutavamo segnalando di aprire le altre celle con dentro ancora delle nostre compagne, dopodiché ci hanno mandato subito fuori.

  1. B. e R. M.

 

Vedo molte guardie carcerarie correre in nostro soccorso

 

Erano all’incirca le ore 23.00 ed io già dormivo, quando ho sentito un vociare delle mie compagne, ho pensato, nel dormiveglia, che erano le solite chiacchiere che facciamo dopo che è passata la terapia, e quindi non mi sono preoccupata. Quando ho sentito un’ininterrotta battitura seguita da urla disperate che invocavano aiuto, mi rendo conto che la mia cella è satura di un fumo nero ed acre. Mi precipito giù dal letto ed entrando nel bagno, bagno un asciugamano e me lo metto sul viso, perché l’aria è irrespirabile; poi chiudo lo spioncino del blindo e spalanco la finestra che da sullo spiazzo verso la Matricola. Vedo molte guardie carcerarie correre in nostro soccorso, nell’attesa che giungano i pompieri.

Diversi agenti ci urlano di stenderci a terra mettendoci sul viso qualcosa di bagnato. In mezzo a tanti agenti di cuore, c’è sempre quello che ci odia e con disprezzo ci urla «Dovete morire come topi»(Quanta cattiveria!).

Mentre le guardie corrono verso di noi, ne scorgo a malapena altre che trasportano via un corpo esanime, rivelatosi poi quello della vigilatrice morta per darci soccorso. Dopo una lunga attesa e tanto terrore giungono le prime autopompe e finalmente veniamo aperte dagli agenti; la scena della sezione annerita dal fumo e due corpi esanimi di due nostre compagne della sezione «A» che hanno cercato di aiutarci aprendo le finestre della sezione… all’arrivo dei pompieri una ormai era morta, l’altra in gravi condizioni.

Quando finalmente sono riuscita ad uscire da quella camera a gas chiamata cella, mi sono prestata a dare soccorso alle mie compagne che erano sotto shock; anch’io lo ero, però era d’obbligo rimboccarsi le maniche e dare coraggio a chi era più fragile di me, e si è fatta cogliere da crisi nervose, svenendo prima di raggiungere le Sale Magistrati dove abbiamo trascorso gran parte della notte.

Abbiamo assistito impotenti all’operato dei pompieri che trasportavano fuori i corpi delle nostre compagne decedute per soffocamento.

Verso l’una o le due circa sono intervenute le Autorità e diversi Magistrati che, valutata la tragedia, ci hanno proposto di trasferirci alle Nuove. Noi, ancora scioccate, ci siamo rifiutate e così per non tenerci accampate nei corridoi, accertatisi che la sezione «B» e qualche cella del Nido e del Penale erano agibili, ci hanno fatto rientrare per trascorrere il resto della notte.

Che brutta impressione ripercorrere quei luoghi dove le nostre compagne hanno perso la vita, comprese le due vigilatrici morte con loro per salvarci.

Certo che come struttura il supercarcere delle Vallette è molto scarso, carente di mezzi di soccorso immediati; basta pensare che un agente di custodia, dopo aver rotto il vetro di una nicchia dov’è custodita una pompa antincendio, inserendola nel bocchettone che dovrebbe distribuire l’acqua, con sua amara desolazione e disperazione si è reso conto che questa non erogava acqua, ne era sprovvista.

Secondo la mia opinione le strutture ed i mezzi di sicurezza sono tutti da rivedere con criterio e responsabilità ed etica professionale, per far sì che queste vite sacrificate ad un crudele destino non siano dimenticate e che servano a responsabilizzare quei signori che dall’alto ci reputano degli emarginati e non degli esseri umani con un cuore e una voglia di vivere che ci dà la forza di espiare la nostra colpa con animo sereno, senza avere il terrore che la morte ci giunga per negligenze dovute a persone poco coscienziose.

Il lutto che portiamo nel cuore e il terrore impresso nei nostri volti atterriti grida giustizia, alla quale con fede vogliamo credere.

  1. P.

 

Prese dal panico abbiamo incominciato ad urlare

 

Ci trovavamo all’interno della cella 22 della sezione «B», quando verso le ore 23.00 abbiamo sentito urla e grida provenire dalla sezione «A». Affacciandoci allo spioncino abbiamo visto del fumo nero avanzare verso il nostro corridoio. Prese dal panico abbiamo incominciato ad urlare ed a sbattere le finestre, chiedendo aiuto. Non sappiamo esattamente quanto tempo passò prima che venissero ad aiutarci, ma, sicuramente, non meno di un’ora. Dopodiché, un agente con la maschera antigas ci aprì il blindato e ci accompagnò fuori.

Non possiamo pronunciarci su come si siano svolti i fatti o su chi o cosa abbia provocato il fuoco, perché non abbiamo potuto vedere niente. Ci auguriamo però, che si faccia luce e si possa sapere la verità su questa terribile tragedia indimenticabile che si è portata via la vita di dieci persone.

  1. A. e A. C.

 

La mia mente si è fermata in quegli istanti

 

Strano, ma ancora non riesco a rendermi conto di quello che è successo… Sono qua, ma la mia mente si è fermata in quegli istanti, in quei momenti di panico, di isterismo, di soccorsi che tardavano a venire, di quel fumo che velocemente ha invaso la sezione «B». Essendo in cella con mia sorella, sì è affacciata prima lei perché sentivamo delle grida e abbiamo visto il primo fumo arrivare, e quando mi sono affacciata io, ormai la sezione ne era invasa. Siamo corse alle finestre con stracci bagnati e da lì abbiamo visto arrivare i primi soccorsi, cioè le guardie, e tutte urlavamo di aprirci, non tanto per noi ma per le altre compagne nelle celle di fronte alla nostra, in cui arrivava il fumo dalla sezione «A».

Non ricordo esattamente quanto tempo sia passato prima che ci aprissero, ma da quello che ricordo non potevano aprire per mancanza di ordini sulle chiavi; ma come si fa in quel momento ad attendere il via per aprirci!

Ricordo che, uscita dalla cella, ci hanno – non so chi, non so come – portate fuori, nelle Sale Magistrati, tutte accasciate lì, scioccate; ricordo i volti affumicati ragazze abbracciate in cerca di conforto, occhi pieni di lacrime. A volte vedevo arrivare le autoambulanze, senza parlare dei Vigili del Fuoco che arrivavano lì e li bloccavano alle prime cancellate. (…)

Tornate in quelle celle, siamo crollate in quei letti tutti anneriti, e la stanchezza ha preso i nostri corpi. ( … )

Scusate se termino qua, ma al ricordo delle compagne morte il mio cuore si apre al dolore; e Rosetta (vigilatrice), che conoscevo da anni, ad ogni mia carcerazione mi ha sempre aiutata moralmente a superare le mie svariate crisi, ed anche quella sera, prima dell’accaduto, mi ha tenuto la mano, dicendo «fai la brava e pensa a tua madre, io essendo madre so cosa si prova per i propri figli». Ed ora ai suoi figli chi ci pensa?

  1. P.

 

Il loro ricordo non ci abbandonerà mai

 

Non ho ricordi lucidi, nella mia mente bagliori, ricordi, suoni, sirene, battiture, urla, pianti: il panico (bisogna provarlo).

Quando alla fine siamo uscite dalla cella, era tutto nero, chi correva di qua, chi di là. Ognuna di noi cercava di fare il possibile per aiutare le altre, quelle che non hanno retto allo spavento. Noi della «B», nella disgrazia, siamo state più fortunate, soltanto perché dalle finestre dei bagni potevamo respirare.

L’apertura… Mi sono guardata intorno per vedere se potevo fare qualcosa, e qualcosa ho fatto. Arrivata alla rotonda che divide le sezioni «A» e «B», sulla scrivania delle vigilatrici ho preso una delle torce dei Vigili dei Fuoco ed ho fatto luce alle compagne che si ammassavano sulle scale: non si vedeva niente e così le ho accompagnate sin giù. Arrivata sotto mi hanno strappata di mano la torcia:«Dove l’hai presa?», e mi hanno ancora ripresa…

Noi eravamo tutte nere, viso mani ed abiti. Ancora oggi non siamo riuscite a togliere la fuliggine (se così si può chiamare) dai nostri effetti personali. Delle compagne non voglio e non riesco a parlare, non ci sono parole e non ci sono lacrime. Il loro ricordo non ci abbandonerà mai, sono vive dentro di noi…

Nelle Sale Magistrati regnava la disperazione; lì ci hanno tenute sino alle 3.30 circa, per poi rimandarci nuovamente in sezione. Entrando nella nostra cella, abbiamo stentato a riconoscerla. Tutto aveva cambiato colore: nero.

Il mio grido amaro per tutte queste carceri vorrei che giungesse ai responsabili. Non dimentichiamo che ora, lì, alle «Valli disperate», abbiamo paura per quanti sono ancora ristretti in quel cimitero. Le minime precauzioni che sono state prese non sono servite a niente. L’organizzazione è scarsissima, anzi in quel caso nulla.

Ho vissuto questo dramma come passaggio doloroso, ma avvolto dalla speranza che facciano qualcosa per queste supercarceri. E da tanta speranza per quelle che devono ancora tornare.

  1. L. P.

 

Eravamo scioccate per le nostre compagne e le due vigilatrici

 

Ho sentito grida orrende, mi sono affacciata dallo spioncino e ho fatto in tempo a vedere una nube di fumo nero che in un secondo ha invaso la sezione. Ho suggerito alla mia compagna di respirare tramite un fazzoletto e di aprire le finestre. Io dal blindo gridavo aiuto, urlavo di aprire. Poi, tre ragazze detenute correvano ad aprire le finestre del corridoio. Quando poi sono arrivati i soccorsi, mi sono girata perché non sentivo più la mia compagna, che infatti era a terra priva di sensi; ho urlato a squarciagola perché venissero i soccorsi, e così ho respirato tanto di quel fumo che non sentivo più nulla tranne quel gusto. Ora mi sento giramenti di testa, mal di stomaco e vomito nero.

Abbiamo passato quasi tutta la notte in un corridoio del maschile e quando ci hanno portate su per preparare le nostre cose, c’era ancora quell’odore orrendo, e molte ragazze svenivano. Così, abbiamo passato la mattina all’aria, aspettando la scorta per portarci via. Eravamo tutte scioccate e sofferenti per le nostre compagne e per le due vigilatrici morte per salvare noi.

  1. F.

 

La mia rabbia è di non aver potuto aiutarle

 

Non riesco a rendermi ancora perfettamente conto dell’accaduto. Ora che siamo nuovamente alle Nuove rivedo tornare una per una le compagne dimesse dall’ospedale… Ecco… ne mancano… Mi vengono i brividi: sino ad oggi, tra rassettare la cella assegnataci, e gli sballamenti non ero ancora in me, il mio pensiero era lavare, togliere il nero della fuliggine rimastaci impressa in tutto. ( … ) Il ricordo più vivo in me è questo: urlando e correndo giungono in sezione «B» tre compagne gridando «al fuoco! al fuoco!». Affacciandomi allo spioncino del blindo ormai già chiuso, vedo le compagne della «A», aprono le finestre, quelle che non sono riuscite ad aprirle le hanno rotte… Nel frattempo, noto arrivare un nuvolone nerissimo dalla rotonda, mi giro per vedere le compagne accorse, ma erano già state sopraffatte dalla nube tossica. Tutte e tre giacevano accasciate per terra… La mia rabbia è quella di non aver potuto aiutarle: ero chiusa.

Allora ho bloccato come ho potuto lo spioncino, e con la mia concellina ci siamo chiuse in bagno, con la finestre spalancata ed asciugamani bagnati sul viso. E dopo un secolo ci hanno aperto. Non ricordo altro… non voglio ricordare. Ora, arrivata all’ospedale, dove mi hanno fatto i raggi per il mio abbassamento di voce, mi vien da ridere pensando al mio piccolo male in confronto alla catastrofe successa.

  1. C.

 

Ho visto le mie compagne svenute

 

Ho visto nuvole di fumo e grida orrende che provenivano da tutte e tre le sezioni. Dopo un’ora, che ci hanno aperto, ho visto le mie compagne svenute sui pavimento ormai annerito. Sono stata presa e portata fuori da quell’inferno mentre autoambulanze e sirene portavano in ospedale le mie compagne prive di sensi e alcune già morte.

  1. D. P.

 

Urlavo dalla paura e la paura non si placava

 

Era una serata tanto tranquilla, con la mia concellina stavamo vedendo il film. In quel preciso istante si sente un odore sgradevole e disgustoso: erano le ore 23.00. Mi sono affacciata alla finestra e vedo molto fumo venire su. Avevo panico, adesso, e vedevo che il fumo saliva sempre più alto. Ci siamo messe a gridare, non si capiva più niente, si picchiava sul blindo «apriteci, stiamo soffocando», e le grida erano sempre più forti. Urlavo dalla paura e la paura non si placava. Ci hanno poi aperto dopo che noi avevamo perso tutte le forze.

Ci hanno aperto i Vigili del Fuoco. Mi hanno poi portata all’ospedale Maria Vittoria, ero sconvolta da tanto terrore e paura. (…)

  1. G.

 

Il fumo è entrato a soffocare i pochi metri quadri del tuo mondo

 

Letto, guardi il soffitto, pensi, rifletti, alla TV lo stesso film visto e rivisto… allora torni a pensare, fumi una sigaretta, ripensi ancora alla tua condanna, dietro l’angolo, instancabile di farti soffrire… speri di «dare» e di poter dare ancora domani qualcosa di «tuo», la forza espressiva di guardare negli occhi la gente… leggendola senza parlarsi.

Appare un «momento» l’attimo in cui vorresti scappare… ti assale ora la disperazione… il fumo è entrato a soffocare i pochi metri quadrati del tuo mondo… le fiamme alte da colorare tutta la buia notte… se in questo momento avevi un ideale da raggiungere, scopri che in tale situazione si sfalda a velocità supersonica… non ce la facciamo rimaniamo impietrite, a gridare… e dentro senti che in pochi secondi è stato distrutto ciò che è stato costruito… o meglio, ciò che hanno cercato di costruire… forse scende una lacrima… forse anche due, ma riusciamo solo a vederla allontanarsi da te… Pensiamo che sia stato tutto un brutto sogno dal quale prima o poi dovremmo svegliarci… ma non è così, è ricordo, brutto ricordo. Dentro di noi ora il vuoto… e il pensiero è rivolto a voler volare nell’azzurro cielo per donare un fiore alle nostre compagne che sentiamo e sentiremo sempre vicine.

  1. B., L. M., N. R., A. V.

 

Mancava qualsiasi logica a livello organizzativo

 

Passata l’ora della terapia (di cui io non faccio più uso) mi sono seduta al tavolino. D’un tratto, sento il baccano tremendo della battitura che di solito annuncia protesta di massa e odore di guai. Mi alzo, guardo verso la rotonda, non la vedo: vedo uno spesso muro nero che avanza verso la mia direzione. Mi giro verso I. e la avverto che c’è il fuoco, lei non si rende conto della gravità di ciò che avevo visto, va allo spioncino, respira due boccate, il fumo entra da tutte le parti. Isa stramazza a terra. Io ho già aperto tutte le finestre, si rianima un po’, ma mentre siamo affacciate le folate di vento dall’esterno portano altro fumo. Siamo stordite, bagniamo degli asciugamani e cerchiamo di respirare attraverso ad essi. Ci affacciamo: urla di disperazione. Chi chiede aiuto, chi pietà, chi in preda a crisi di nervi grida frasi sconnesse: «aprici, guardia bastarda tiraci fuori, guardia pietà, guardia stai morendo anche tu».

Di fronte alla mia sezione c’è il blocco degli uomini, è tangibile che il panico è ormai diffuso. Nella notte le lugubri sciabole gialle dei fari fendono il buio; questo nostro universo dominato da quelle stesse divise che ora, viste da lì, in fondo al cortile mi sembravano piccole piccole, affannate, prive di ogni cognizione. Era gente come me, terrorizzata nel rendersi conto che in fondo anche loro, come noi, erano stati fregati dal destino. C’era la volontà, c’era una parvenza di struttura, ma mancava qualsiasi logica a livello organizzativo: guardie che cercavano disperatamente di avvitare i bocchettoni delle pompe e delle prolunghe che non avevano la stessa filettatura.

  1. si allontana da me, si va a stendere sul lettino, rassegnata. lo pensavo che i soccorsi stavano arrivando, ma era solo una forma di autoconvincimento. Poi infine in lontananza, la nenia ripetitiva delle sirene dei pompieri. Uomini arancione con i volti nascosti da maschere nere scendono dalle loro autobotti, rivelando ai miei occhi tecnologia avanzata e coordinamento di movimenti.

Quattro guardie passano, reggono un materasso, un corpo inanime giace. Un viavai di macchine private guidate da ragazzi che, tolta la divisa, metaforicamente parlando, iniziano un carosello lugubre, nel caricare indistintamente le persone bisognose di soccorso che cominciavano ad uscire dal blocco.

Una delle due autobotti posteggiate davanti alla portineria viene richiamata dalle guardie all’altro ingresso del blocco, quello dei colloqui, situato in fondo alla sezione «B». Gridano che anche lì c’è fuoco.

E’ passata un’ora e un quarto quando un vigile ci apre la cella. I., sdraiata sulla brandina, viene trascinata da me fuori dalla cella e in fondo al corridoio vi è già un pompiere con la bombola per dare la prima boccata d’ossigeno puro a quante di noi, ed erano tante, vi giungono prive di sensi. Prima di scendere chi è rimasto in piedi aiuta a portare le altre verso la vita.

Quei materassi, fatti in materiale «antisommossa» ignifugo per tutelare i diritti della legge… in un’Italia madre del Diritto, viene ignorato totalmente quello più elementare: quello alla vita. (…)

Senza ombra di dubbio, il materiale è antisommossa in quanto, se durante una protesta a qualcuno venisse in mente di incendiarlo, risolverebbe subito due problemi: come sedare la rivolta e come smaltire il sovrappopolamento carcerario. In questo caso, i materassi superstiti erano allargati uno di fianco all’altro e accompagnavano troppe di noi in quello che sarebbe stato l’ultimo viaggio.

L’umanità, fin dagli albori della civiltà, nelle disgrazie e nel dolore di chi rimane, impara a correggere i suoi errori. Tale rimane la finalità di questo mio scritto.

L’unica possibilità per onorare il sacrificio di queste donne, amiche e vigilatrici, immolate sull’ara della stupidità e dell’ingordigia di chi ci amministra, è batterci affinché tutto ciò non sia stato vano.

  1. A.

 

Farò il possibile perché nessuno ci tratti come semplici numeri

 

Una sera come tante altre. Ad un tratto, la battitura.

  1. si alza, abbassa lo spioncino e vede il fumo, un fumo nero, tetro, spesso. Me lo dice, me lo grida, ma io non me ne rendo conto e quando mi affaccio non vedo nulla, sento solo voci che implorano aiuto, voci che volevano vivere.

In un attimo la cella è buia… non so, non ricordo bene, in breve ho perso i sensi. Mi riprendo, sono stordita; non voglio più vivere, mi accascio sul letto e aspetto…

Il risveglio, volti amici, compagne erano sdraiate sui materassi buttati disordinatamente per terra. La prima sensazione… il vuoto… la confusione, l’angoscia, poi la prima domanda: «perché?».

I primi nomi… l’apatia si trasforma in lacrime.

Ritorniamo in sezione, mi accoccolo accanto a D., mi addormento e forse nei sogni dimentico.

Il sole mi riporta alla realtà.

Il caos del trasferimento, panni che si ammassano senz’ordine, poi un saluto il segno della croce davanti a quelle celle.

Mi trovo qui, a distanza di giorni, eppure il mio cuore pesa cento chili. (…) Mi riprenderò, lo farò presto e metterò a disposizione tutte le mie energie affinché la morte di quelle ragazze, e di quelle vigilatrici, serva a qualcosa.

Farò il possibile perché più nessuno ci tratti come semplici numeri, scrivendo sui giornali, accanto al nome di un essere umano, una sequenza di reati che potrebbero portare qualcuno alla feroce conclusione: «Beh, in fondo era solo una rapinatrice».

P.I. 

[1] Nella versione originale del 1989, la gran parte delle testimonianze sono firmate con nome e cognome. In questa versione 2019, abbiamo deciso di utilizzare le sigle, non potendo rintracciare le donne testimoni o i loro famigliari per una verifica della disponibilità ad esplicitare i loro dati personali. I nomi citati per esteso sono solo quelli delle donne vittime dell’incendio.

Si configurerebbe perfino un reato penale nella pubblicazione di un imbarazzante video che celebra l’arresto dell’ex terrorista Cesare Battisti – con tanto di musichetta emozionale, foto ricordo dei poliziotti che a viso scoperto si alternano ai lati del “trofeo”, e finale romantico sull’aereo che parte da Pratica di mare alla volta di Oristano, destinazione carcere – postato sul proprio profilo Facebook dal ministro di Giustizia – il Guardasigilli italiano – Alfonso Bonafede.

«L’art. 114 del codice di procedura penale – ricorda l’Associazione Antigone – vieta “la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica”. E l’art. 42 bis dell’Ordinamento penitenziario impone l’adozione di “opportune cautele per proteggere gli arrestati dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità”».

Norme che l’avvocato Bonafede deve aver dimenticato e che più di qualcuno sui social gli ha ricordato. Ma è soprattutto il mood autopromozionale (il ministro Salvini relegato a comparsa) in salsa giustizialista che a memoria non ha precedenti in Italia e pochi vergognosi paragoni nel mondo, ad aver suscitato molte critiche (ma anche qualche apprezzamento) tra gli oltre 500 mila utenti che fino a ieri sera avevano visualizzato il video di quasi quattro minuti che il ministro grillino ha pubblicato sotto il titolo: «Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo!».

Un video che l’Unione delle camere penali ha definito «sconcertante», una «imbarazzante manifestazione di cinismo politico», la ciliegina sulla torta di «una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana», con due ministri della Repubblica che a Ciampino hanno trasformato un semplice atto di giustizia in «una occasione cinica e sguaiata, di autopromozione propagandistica».

Dal canto suo, ai cronisti che gli chiedono se frasi come «marcire in galera» non contrastino con il fine riabilitativo della pena, Bonafede risponde: «Non c’è nessun accanimento, nessun desiderio di vendetta ma c’è la giustizia. I cittadini italiani aspettavano da 40 anni che questa persona pagasse e così deve essere».

Forse un tantino esagerati nella propaganda? No, risponde il premier Giuseppe Conte: «Se il governo fosse stato timido, sobrio o si fosse nascosto, sarebbe stato inappropriato». Soprattutto sobrio.

* Fonte: IL MANIFESTO

«Alfonso Bonafede ha seguito sempre il caso di Riccardo, anche prima di diventare ministro ha partecipato a alcuni eventi ed è venuto in tribunale. Ci ha chiamato per vicinanza, è stata una chiamata da amico non da ministro, e ci ha promesso un suo interessamento». Andrea, il fratello di Riccardo Magherini, l’ex calciatore della Fiorentina morto nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 durante un arresto eseguito dai carabinieri, ha impiegato quasi due giorni per ritrovare la parola. Tanto è stato pesante per lui, la sua famiglia e il loro legale, l’avvocato Fabio Anselmo, il colpo inferto dalla Cassazione che giovedì sera ha annullato senza rinvio «perché il fatto non costituisce reato», la condanna per omicidio colposo – emessa in primo grado e confermata in Appello – dei tre militari che quella notte ammanettarono il 40enne fiorentino stendendolo prono a terra, schiacciandolo sul selciato e colpendolo, come confermato dai video girati dai testimoni.

Ora la famiglia spera nell’intervento del ministro di Giustizia: «Oltre ad aver ucciso un’altra volta Riccardo, questa sentenza proclama il funerale dello Stato di diritto nel nostro Paese – aggiunge Andrea Magherini -: scrivere nella sentenza che non costituisce reato vuol dire che le forze dell’ordine possono fermare e picchiare le persone. È grave, siamo in un Paese civile». E il padre Guido, intervistato da Lady Radio annuncia: «Ho qualche bene, e venderò tutto per dare giustizia a Riccardo».

«Un pronunciamento così fatto non se lo aspettava nessuno, neppure i difensori, ha lasciato tutti allibiti», riferisce ora l’avvocato Anselmo, legale anche delle famiglie Cucchi, Aldrovandi e di altre vittime delle violenze delle forze dell’ordine, spiegando che per la Cassazione «non sussisterebbe l’elemento psicologico a carico dei Carabinieri imputati perché o non potevano accorgersi di quanto stava accadendo a Riccardo – e cioè che stava morendo asfissiato sotto di loro – oppure (peggio) perché hanno semplicemente fatto il loro dovere non avendo in quel momento alcuna posizione di garanzia sulla salute e sulla vita di quel “soggetto” arrestato».

Magherini quella notte venne fermato mentre era in preda ad un attacco di panico dovuto all’assunzione di cocaina e stava dando in escandescenze. La Corte d’Appello confermò le condanne di primo grado a 8 e 7 mesi di reclusione per i tre carabinieri basando le motivazioni sulle prove prodotte dai video girati con i telefonini da alcuni abitanti del Borgo di San Frediano che mostravano le modalità con cui avvenne l’arresto, la sofferenza della vittima, i colpi che gli vennero inferti mentre era a terra riverso sul selciato, e le sue urla di aiuto mentre stava morendo. I tre militari obiettarono però di non avere le competenze mediche per distinguere se l’arrestato fosse effettivamente in pericolo di vita oppure se fingesse malore, ma i due gradi di giudizio non confutarono il dato reale dei colpi inferti a Magherini mentre era ammanettato con i polsi dietro la schiena.

La Cassazione invece ha annullato tutto, evidentemente ritenendo che non ci sono prove «oltre ogni ragionevole dubbio». «Non è la prima volta che avviene, certamente, anche se gli annullamenti della Cassazione sono in numero limitato, e quelli senza rinvio ancora meno», spiega il cassazionista Francesco Petrelli, ex segretario dell’ Unione delle camere penali. «Bisognerà leggere le motivazioni per capire, ma certamente il confine tra fatto e diritto, che dovrebbe essere la linea discriminante tra il giudizio di cognizione della Corte d’Appello e il giudizio di legittimità della Cassazione, a volte è incerto». In ogni caso, conclude Petrelli, la Suprema corte «basa il suo giudizio, di metodo e non di merito, solo sul testo della sentenza e sugli atti di impugnazione, perché non ha in mano né le trascrizioni delle udienze, né le perizie, né i video o i documenti prodotti in dibattimento». Proprio per questo appare incomprensibile quella formula che sembra entrare nel merito del caso e contro la quale Anselmo ha annunciato di ricorrere alla Corte europea dei diritti umani.

Ma c’è un precedente: il 23 giugno 2015, con il medesimo relatore Vincenzo Pezzella, la Cassazione annullò senza rinvio anche un’altra condanna (anche questa confermata da due tribunali) per incitamento all’odio e discriminazione razziale nei confronti di un uomo che aveva distribuito a Trieste durante la campagna elettorale delle europee un volantino dove a fianco delle caricature di rom che rubano, di neri che spacciano, ecc. e di Abramo Lincoln attorniato da dollari, c’era il messaggio: «Basta Usurai – basta Stranieri». Per la Cassazione non è reato, perché si tratta di un hate speech contestualizzato a un frangente di propaganda politica, e discriminante peraltro non per etnia ma per «l’altrui criminosità».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Sign In

Reset Your Password