Carcere & Giustizia

«Gaetano Bresci fu Gaspero, condannato all’ergastolo per l’uccisione a Monza del re d’Italia». Così il 22 maggio del 1901 fu archiviata, come se fosse suicidio, la morte dell’anarchico Gaetano Bresci nell’ergastolo-fortezza dell’isola di Santo Stefano a Ventotene. Pochi in realtà credettero al suicidio. Non vi credette ad esempio Sandro Pertini, che in quel carcere vi trascorse un periodo della sua lunga prigionia. A Gaetano Bresci, secondo il futuro presidente della Repubblica, avrebbero fatto il Sant’Antonio, ossia sarebbe stato massacrato di botte fino alla morte. Ancora oggi nello slang delle galere si usa l’espressione Sant’Antonio per indicare una pratica di punizione violenta per le vie brevi. Gaetano Bresci fu dunque probabilmente ammazzato nell’isola degli ergastolani.

NELLE SCORSE settimane ho avuto la fortuna di visitare l’ex carcere di Santo Stefano insieme a un gruppo di studiosi e studenti dell’Università Roma Tre. Un viaggio che, anche grazie alla sapienza e alla passione di una guida del comune di Ventotene, si è efficacemente trasformato in una lezione di diritto e di etica sull’antropologia della pena e del potere. Il carcere di Santo Stefano, oramai chiuso da decenni, ci interroga intorno a chi sono le persone pericolose, a come vengono trattate, al rapporto tra potere e diritto ma anche tra uso della forza e garanzie fondamentali.

Gaetano Bresci, prima di tornare in Italia per uccidere re Umberto I di Savoia, aveva vissuto nella città americana di Paterson, dove qualche decennio più avanti il pugile Rubin Carter, detto anche Hurricane per la forza devastante che esprimeva sul ring, sarebbe stato arrestato e condannato a tre ergastoli per un delitto che, come sarà successivamente acclarato, non aveva mai commesso. Fu Bob Dylan a raccontare e cantare la storia di Hurricane, ergastolano innocente, condannato, come la stessa Corte Federale Usa riconobbe, per evidenti pregiudizi di discriminazione razziale.

L’ERGASTOLO, al pari della pena di morte, è una pena eliminativa. Solo chi ha vissuto il carcere-fortezza degli ergastolani può intuire cosa significhi la condizione umana dell’ergastolano. Eugenio Perucatti nei primi anni Cinquanta, finita la tragedia fascista, andò a dirigere il carcere di Santo Stefano. Al momento del suo arrivo non c’erano più i dissenzienti politici imprigionati dal regime mussoliniano. Alcuni erano già morti, come ad esempio Antonio Gramsci, proprio a causa della durezza del regime penitenziario. Nel carcere diretto da Perucatti c’erano solo criminali comuni. Lui iniziò ad osservarne la vita di tutti i giorni. Oziavano rinchiusi in celle, che lo scrittore risorgimentale Luigi Settembrini, anche lui recluso a Santo Stefano, circa un secolo prima, aveva definito ‘la tomba dei vivi’. Perucatti avviò un percorso di attenuazione della durezza delle condizioni di vita interne. Fece costruire all’interno del carcere dagli stessi ergastolani un campo di calcio nonché quella che lui chiamò con enfasi religiosa la Piazza della Redenzione, con alberi, panchine e viali.

La redenzione di cui parlava e scriveva il direttore Perucatti, non era altro che la risocializzazione di cui negli anni a seguire ha descritto la Corte Costituzionale. Avviò una campagna per l’abolizione della pena dell’ergastolo, suggerendo al suo posto la cosiddetta pena condizionalmente perpetua. Ricevuto dal Presidente della Repubblica, scrisse: «La disumanità della pena dell’ergastolo non sta nel fatto di minacciare ad un individuo di fargli terminare la sua vita in carcere, qualora continuerà ad essere delinquente, ma nel fatto di non offrirgli la possibilità di riscattarsi, modificandosi. In questo senso io penso possano conciliarsi le esigenze della remora al delitto con le ragioni di umanità; la soluzione più giusta e più equa: pena condizionalmente perpetua».

MICHELE GIUA, azionista, professore di chimica, fu incarcerato dai fascisti per lunghi otto anni nelle galere dell’allora Regno d’Italia. Così descriveva la pena dell’ergastolo: «L’ergastolo è immorale oltre che dispendioso; forse meglio la pena di morte per i grandi colpevoli. Eppure vi sono ministri della giustizia che negano la libertà ad ergastolani che hanno passato trentacinque o quaranta anni di galera! Tali ministri sono sacerdoti di una giustizia che nulla ha di umano. Dopo trent’anni di reclusione non si è più uomini, anche nel senso fisico della parola, si è degli spettri nella vita fisica e morale».

La presenza degli ergastolani in un carcere ne cambia la fisionomia. Di fronte a una pena senza prospettiva di rilascio il detenuto pensa più spesso alla morte, oppure a forme di anomalo adattamento al contesto. In un memorabile scritto inviato a Piero Calamandrei, Altiero Spinelli, che per motivi politici aveva scontato durante il regime fascista nove anni di carcere e sei di confino di cui metà del tempo proprio a Ventotene, affermava: «L’ergastolano è il detenuto di cui i reclusi più diffidano perché è quasi regolarmente una spia della direzione, un servitore abbietto dei guardiani. Egli dovrebbe portare una matricola scritta in stoffa nera, ma, per poco che si rilassi la severità della regola carceraria, se la toglie e la sostituisce con la matricola su stoffa bianca o verde dei condannati a tempo».

La pena dell’ergastolo è una pena innaturale che cambia la natura dei comportamenti, li deforma irreversibilmente. L’ergastolo senza alcuna prospettiva di rilascio lo fa assomigliare drammaticamente alla pena capitale.

* Fonte: Patrizio Gonnella, il manifesto

associazione 3 giugno

Purtroppo lo spettacolo “Lascia la porta aperta”, organizzato dall’associazione Sapereplurale, che avrebbe dovuto tenersi il 9 giugno 2019 al Teatro Gobetti, dedicato alla memoria dell’incendio del 3 giugno 1989 nel braccio femminile del carcere delle Vallette, è stato rinviato. La causa: un grave incidente accaduto a una persona della compagnia che ha curato lo spettacolo, subito prima della messa in scena. Verrà fissata e comunicata una nuova data, probabilmente a settembre 2019.

Intanto, riproponiamo qui il testo dell’opuscolo “Racconti della notte dell’incendio”, realizzato e pubblicato all’epoca dall’Associazione 3 giugno, raccogliendo le testimonianze su quella drammatica notte in cui morirono in modo atroce. Il 3 giugno 1989, un incendio uccise infatti undici donne nell’allora nuovo carcere delle Vallette. Erano Ivana, Rosa, Paola, Lauretta, Lidia, Morsula, Edita, Beatrice, Radica (Vesna), detenute, e Rosetta e Maria Grazia, agenti. Sono morte per incuria e inefficienza.

Ricordarlo ancora oggi significa ricordare che il carcere può uccidere e non di rado lo fa, in modi diversi.

*****

Torino, 3 giugno 1989, carcere “Le Vallette”

A cura dell’Associazione “3 Giugno”

Ore 22,30: il fuoco invade il braccio femminile del carcere delle Vallette. Muoiono lvana Buzzegoli, Rosa Capogreco, Maria Grazia Casazza, Paola Cravero, Lauretta Dentico, Lidia De Simone, Morsula Dragotinovich, Ediita Hrovat, Beatrice Palla, Rosetta Sisca, Radica (Vesna) Traikovic

Questi racconti sono stati scritti in una situazione difficile, caotica: con il dolore e lo sgomento ancora dipinti sulla faccia, le compagne superstiti ancora all’ospedale, il parlare delle ragazze morte ancora usando il presente, l’arrivo nella vecchia sezione delle Nuove, coperta di polvere, con i sacchi pieni di vestiti ed oggetti anneriti, in un’atmosfera da sfollati.

La vecchia macchina da scrivere della sezione, l’unica, usata quando si poteva, nemmeno un correttore per buttar giù delle pagine decenti.

Raccontare e scrivere, tuttavia, è stato il primo atto dopo lo sbigottimento; istintivo, dopo lo schiaffo del dolore.

E scrivendo, la rabbia si è confusa con la voglia di verità – da dire e sentire – e il dolore con il desiderio di agire e di comunicare.

Senza tante illusioni, a dire la verità: abituate ad una città sorda, e poco capaci di trovare nuova voce, che non sia quella dell’individualismo, proprio il racconto individuale, della propria esperienza soggettiva, è apparso il primo passo possibile.

Ne è uscito tuttavia uno scritto corale, e da dentro i racconti sono sbucate proposte, poi una piccola forza collettiva, poi una associazione, poi contatti con gente libera.

C’è da tenere a freno le illusioni: undici donne morte testimoniano, ancora, che la separatezza ed il carattere totale del carcere sono vigenti, nonostante le riforme, e che il corpo di chi vi è rinchiuso/a non è inviolabile, non ha la certezza della incolumità e della integrità.

Ma attenzione ad ogni segnale, ad ogni disponibilità che si faccia sentire: raccontare è, soprattutto, voglia di comunicare. Pensiamo a un’idea di «risarcimento»: verità dei fatti, consapevolezza di tutti, impegno al cambiamento. Un «risarcimento» che non ci si può aspettare da un imputato, ma da un’intera comunità.

 

Il blocco femminile del carcere Vallette è composto di due bracci, disposti ad «L», ognuno di tre piani.

Tra i due bracci sorgono i cortili dei passeggi, separati per sezione («A», «B», «Penale‑Nido», isolamenti).

Il braccio maggiormente colpito dall’incendio comprende la sezione «A», che ospita le detenute appellanti (che, però, dato l’affollamento, ospitava anche alcune detenute definitive), e la sezione «Penale», al secondo piano, in cui sono detenute donne che devono scontare una pena divenuta esecutiva. Al piano terreno di questo braccio, vi sono solamente il corridoio di accesso ai cortili, ed un secondo corridoio di accesso ai cortili dell’isolamento. Sul lato esterno del braccio, che guarda verso i blocchi del Maschile, si trova il portico in cui erano accatastati i materassi di poliuretano.

L’altro braccio, ospita la sezione «B», al primo piano, dove sono detenute le donne in attesa di giudizio, e la sezione Nido, al secondo piano, dove sono detenute le donne che hanno con sé i figli, e le donne che si trovano in isolamento.

Al piano terra, si trovano le aule delle scuole, le sale colloqui, le sale degli avvocati, nonché, verso la rotonda, le cucine.

Questo braccio guarda, da un lato, verso l’entrata principale del carcere ed alcuni blocchi del maschile, dall’altro verso il braccio delle sezioni «A» e «Penale».

Al momento dell’incendio, la notte del 3 giugno, erano presenti 87 donne, 32 alla «A», 32 alla «B», 20 al Penale e 3 ed un bimbo alla sezione «Nido», quattro donne erano in permesso.

Ogni sezione ha 23 celle, singole al «Penale», singole o doppie nelle altre sezioni. Ogni cella è chiusa da una porta blindata e da un cancello. Ogni due celle c’è una «centralina», uno stretto caveau in cui ci sono le tubature dell’acqua e, dietro uno sportello che è sempre semiaperto, i comandi delle luci. Questo caveau unisce verticalmente i tre piani del braccio, arrivando fino al seminterrato.

Ogni sezione è chiusa da un cancello, che la separa dalla rotonda e dalla sezione contigua; dalla rotonda, poi, si accede alle scale principali attraverso una porta blindata o un ascensore, anch’esso munito di porta blindata e chiusa a chiave. A metà sezione, c’è una rampa di scale che conduce al piano terra, anch’essa con porta chiusa. Tutte le chiavi sono in dotazione alla vigilatrice della rotonda, tranne, di giorno, alle sezioni «A» e «B», le chiavi delle singole celle, che sono in dotazione alla vigilatrice di sezione.

PERCHE’ QUESTI RACCONTI[1]

Ore 22,30: il fuoco invade il braccio femminile del carcere delle Vallette. Muoiono lvana Buzzegoli, Rosa Capogreco, Maria Grazia Casazza, Paola Cravero, Lauretta Dentico, Lidia De Simone, Morsula Dragotinovich, Ediita Hrovat, Beatrice Palla, Rosetta Sisca, Radica (Vesna) Traikovic

 

I racconti contenuti in queste pagine sono stralci di testimonianze individuali più ampie ed articolate, scritte spontaneamente dalle donne detenute nel carcere delle Vallette, a Torino, nei giorni immediatamente seguenti l’incendio del 3 giugno.

Essi non hanno la pretesa di essere «tutta la verità», né vogliono in alcun modo sovrapporsi alle inchieste ufficiali in corso, per le quali ognuna si è detta da subito disponibile a rendere la propria testimonianza davanti al magistrato.

La scelta di raccontare quanto avvenne quella notte è la scelta di chi vuole dare il proprio contributo ad una ricostruzione veritiera dei fatti, perché conoscere significa capire, e capire può voler dire, se c’è volontà e forza, cambiare, trasformare una realtà che ancora produce morte.

La memoria di questa tragedia è un doloroso atto d’amore per quante hanno perso la vita, ed è, al tempo stesso, il desiderio di fare in modo che nulla di così orribile possa più accadere.

I racconti si dipanano a volte tra incertezze e qualche contraddizione, a volte in una trasparente lucidità; l’uno dopo l’altro costituiscono i tasselli di un mosaico che riteniamo prezioso per le notizie, i particolari, le descrizioni, gli indizi che forniscono. Contrariamente a certi giornali, che fin dal giorno seguente si dicevano certi delle cause dell’incendio e delle dinamiche dei soccorsi, questi racconti tacciono ciò che non sanno, al più fornendo notizie su ciò che quotidianamente non funzionava nelle sezioni, al più suggerendo ipotesi. Sono invece più precisi sulle dinamiche seguenti, e aiutano a capire, con la drammaticità dell’esperienza vissuta ma anche con la lucidità di chi chiede risposte, tutto ciò che è stato impossibile o reso difficile dalla stessa struttura carceraria, da alcune delle regole che la vogliono meno sicura per chi vi vive rinchiuso/a, dal meccanismo dell’organizzazione interna e delle sue carenze.

Offriamo questo contributo a quanti vogliano conoscere per capire, e a quanti abbiano qualcosa da dire o da dare perché i diritti inalienabili di ognuno/a, per primo quello all’incolumità fisica, siano riconosciuti nella concretezza della vita quotidiana, anche all’interno del carcere.

Dedichiamo questo nostro lavoro, e l’impegno per il futuro, alle compagne morte, alle vigilatrici che hanno trovato la morte nelle stesse cause.

Torino, giugno 1989

 *****

 

RACCONTI DALLA SEZIONE PENALE

 

(Erano presenti 20 donne che stavano scontando pene definitive)

 

Un silenzio agghiacciante che durò parecchi minuti

 

La sera del 3 giugno mi trovavo nella cella n. 7 della Sezione Penale. Erano le ore 23.05 quando guardai l’orologio in attesa di un programma televisivo; un attimo dopo sentii gridare Rosa Capogreco: «C’è il fuoco, c’è fumo, guardiana aprimi». Mi affacciai allo sportello e vidi chiaramente delle fiamme levarsi dai muri esterni, salivano verso le finestre del corridoio e verso le finestre della cella n. 17 davanti a me, dove si trovava appunto R.

La Vigilatrice giunse, guardò, rimase un attimo e poi corse via; a quel punto la richiamai anch’io ma non la vidi più. Intanto le fiamme attaccavano le finestre e dopo qualche minuto i vetri cedettero. Rosa Capogreco urlava che le aprissero ma non venne nessuno. Intanto il fuoco uscì dalle finestre nel corridoio e avanzò verso il neon davanti alla mia porta, nel centro del corridoio, dove miracolosamente si spense. Il corridoio e la mia cella furono investiti da una marea di fumo nero che mi impedì di vedere, la luce non c’era più. A quel punto sentii Capogreco gridare: «Guardiana aprimi, aiuto vado a fuoco». Fu allora che venne aperta, sentii solo i loro passi perdersi in fondo alla Sezione.

Verso le ore 23.30 i pompieri spazzarono con gli idranti i muri esterni della Sezione; ne intravvidi uno sulla scala in mezzo al fumo. Dopo vi fu un silenzio agghiacciante che durò parecchi minuti. Dalla finestra del bagno dove mi ero rifugiata per via del fumo che aveva invaso la cella, sentivo solo la voce di D.G.  che mi disse che S. M.  era viva, avendola sentita poco prima. Sentii poi la voce di M.  che diceva: «Mi apra, sono tutta bruciata».

Mi affacciai, nel fumo della Sezione vidi un fascio di luce che cercava le porte delle celle; era una guardia carceraria munita di maschera antigas; aprì la M., poi venne verso di noi, mi feci vedere e lui mi aprì. Gli indicai la cella di M.  che stava male, e lui mi spinse sulle scale dell’aria dove una alla volta giunsero le altre. Dopo pochi minuti potemmo scendere in luogo sicuro. Guardai l’orologio: ore 24.05. Tutto consumato in un’ora.

 L.D.B.

 

Ma la guardia continuava a marciare su quel muro

 

La prima persona a dare l’allarme nella Sezione Penale è stata Rosa Capogreco, all’incirca alle ore 23.00. Subito mi precipito allo spioncino: vedo il fuoco. Le finestre che sono di fronte alle scale che portano all’aria sono in fiamme. Incrocio lo sguardo della mia dirimpettaia, non sappiamo cosa fare. Inizio ad urlare, a chiamare la guardiana, a sbattere lo spioncino. Vedo arrivare la guardiana (Maria Grazia Casazza), le urliamo di aprire, di sbrigarsi ad aprire quelle maledette porte. Lei constata, esita e poi sparisce. Finora non c’è quasi fumo in sezione. Le fiamme sono fuori, alte. Sento i vetri scoppiare e sento correre nel corridoio. Sento tutte le donne urlare. Il fumo incomincia ad invadere la sezione, le fiamme spariscono. Istintivamente chiudo lo spioncino ed incomincio ad urlare dalla finestra. Vedo il fumo uscire dai tetti del Nido e non capisco! Chiamo ripetutamente la guardia che sta sul muro di cinta; chiedo se per favore può avvicinarsi. Urlo molte volte guardia! guardia! guardia! Lui non si scompone. Continua la sua marcia avanti e indietro su quel muro. Volevo chiedere se poteva fare qualcosa, telefonare a qualcuno. Lui marcia, anzi tende ad allontanarsi. Intanto molte guardie dalle loro camere guardano il Femminile in fumo. Dopo un lungo periodo ‑ interminabile ‑ e l’inutile tentativo di chiedere aiuto a qualcuno o per lo meno di essere rassicurata da chi la situazione poteva seguirla dal di fuori, finalmente sento in lontananza le sirene dei pompieri. Mi tranquillizzo un po’ e aspetto di essere aperta.

Attaccata alla finestra, con l’asciugamano bagnato sulla faccia, cerco di inspirare il meno possibile quel fumo nero. Vedo improvvisamente una sagoma sul muro di cinta dell’aria della Sezione B. Non seguo i suoi movimenti, non so esattamente chi sia, forse un pompiere. Mi chiedo quale sia stato il suo scopo. Incredula sento un rumore di chiavi, ben noto. C’è qualcuno fuori in corridoio che ci salva. In un primo tempo la guardia con la maschera mi ha aperto solo il blindato, ho insistito che mi aprissero anche il cancello e subito dopo ho potuto, sotto indicazione dell’agente, rifugiarmi nelle scale che conducono all’aria. Qui ho incontrato le mie compagne di Sezione, purtroppo non tutte. Sempre sotto indicazione dell’uomo con la maschera, abbiamo attraversato la mezza Sezione dirette verso la Rotonda. Arrivate qui vedo due corpi in terra, completamente neri. Mi rifiuto di credere che sia vero. Più tardi scopro che si tratta di Rosa e della guardiana Maria Grazia.

Ci portano giù e come ricovero provvisorio troviamo gli uffici degli Avvocati e dei Magistrati. Incomincio a capire la gravità dell’accaduto. Non voglio credere a quello che sento.

Ho la possibilità di parlare con due pompieri, dicono di essere stati chiamati per un incendio d’auto. Continuano dicendo di fare subito una denuncia, di denunciare tutti.

  1. C.

 

Sarebbe bastato un dispositivo d’allarme immediato

 

Non potrò mai dimenticare gli attimi di terrore vissuti quella notte, le urla disumane delle mie compagne che imploravano aiuto ed il rifiuto della vigilatrice di turno ad aprirci, il fumo nero che attanagliava la gola. Circa un’ora di grida da tutte le parti. Ad un tratto un barlume di speranza: ho visto Rosa sfrecciare davanti alla mia cella e con lei la vigilatrice, ho pensato che finalmente ci aprissero ed invece è corsa in Rotonda per non tornare più. Aveva gli occhi sbarrati, aveva aperto Rosa perché stava prendendo fuoco. Intanto da sotto continuavano a gridare e quando ormai la rassegnazione alla morte era diventata certezza, le sirene cominciavano a sentirsi in lontananza. Nell’attesa buttavo secchi d’acqua sotto il blindo chiuso e bevevo in continuazione, anche se non ero sicura che sarebbe servito.

Pensare che sarebbe bastato un dispositivo d’allarme immediato, un servizio d’ordine adeguato, ed invece eravamo sole!

E adesso? Chi risarcirà i parenti delle nostre compagne del dolore immenso per la perdita dei loro cari? Chi pagherà per questa tragedia, le Autorità? Forse i secondini che dai palazzi ci gridavano che potevamo morire tutte?

  1. G.

 

«Aprite il nido» poi silenzio e fumo

 

Sabato 3 giugno, come tutte le sere, alle 21.30 c’è stata la chiusura delle celle. E’ mia abitudine a quell’ora dedicare un po’ di tempo alla mia persona e prepararmi per andare a dormire; quella sera invece avevo promesso alla «spesina» (la detenuta incaricata di preparare il foglio del sapore‑vitto) di aiutarla a fare la richiesta per l’indomani. Così, dopo essermi lavata e messa in pigiama, ho iniziato a scrivere la spesa.

Verso le 23.00, non sapendo il prezzo dei francobolli espresso, ho chiamato la vigilatrice Maria Grazia, perché si recasse alla cella 14 per chiederlo. Sono sicura dell’ora perché pensavo che M.  già dormisse; al ritorno della vigilatrice, ho fatto appena in tempo a sedermi al tavolo, fare il conto che mi serviva con la calcolatrice, quando ho sentito Capogreco che chiamava: saranno passati al massimo cinque minuti.

L’insistenza ed il tono della Capogreco mi hanno allarmata, mi sono affacciata allo spioncino del blindo per capire cosa stava accadendo. Ho ancora nelle orecchie Capogreco che diceva di avere il fuoco in cella, di aprirle; la vigilatrice è andata in rotonda, probabilmente per prendere le chiavi, perché nel frattempo metà sezione è piombata nel buio. Avendo ancora la luce in cella, mi sono affacciata alla finestra per cercare di capire da dove proveniva l’odore di fumo che si sentiva. Nel cortile c’erano le guardie che provavano a far funzionare gli estintori.

Ho ancora sentito Capogreco urlare e mentre tutto diventava buio l’ho vista passare con la vigilatrice, andare verso la rotonda; le ultime parole che le ho sentito dire sono state di aprirle il nido, che c’era la bimba!

Poi silenzio e fumo.

Istintivamente ho chiuso lo spioncino del blindo per impedire al fumo di entrare, a tentoni sono andata in bagno, ho bagnato l’asciugamano, l’ho appoggiato sulla bocca e mi sono messa alla finestra, con la speranza di respirare meglio; ma vedevo nulla. Ho ripreso conoscenza dopo che mi hanno aperto, il tempo di scendere le scale, di vedere i corpi senza vita della Capogreco e della vigilatrice, erano le 0.20 quando ho messo piede fuori.

  1. M.

 

Di quella sera non ricordo altro

 

Erano circa le 23.00 quando M.  mi ha mandato a chiedere il prezzo degli espressi tramite la vigilatrice; ricordo che ero nel letto, mi sono alzata per urlarle dallo spioncino del blindo: «3.050!».

Mi sono risvegliata al Repartino delle Molinette una settimana dopo, rendendomi conto di trovarmi in ospedale. Ho preferito firmare la mia dimissione e tornare con le mie compagne. Di quella sera non ricordo altro.

  1. M.

 

Paoletta aveva gli occhi grandi, terrorizzati

 

Ho sentito la battitura della sezione «A» (al piano di sotto). Ero sveglia, stavo giocando con i gattini. Saranno state circa le 22.30. Ho pensato che fossero le solite cose. Verso le 11.05 (ho guardato l’orologio in attesa di un film) Rosa ha urlato «guardiana ho il fuoco in cella, ho paura, sto soffocando», Mi sono affacciata allo spioncino, ho visto la guardiana che correva verso la cella 17 (la cella di Rosa) e poi tornava indietro, senza aprirci. Ancora non c’era fumo. Ho visto, subito dopo, che la centralina accanto alla 17 emetteva due baffi neri. Sono rientrata in cella, ho spento tutto per paura dì un corto circuito; ho sentito i vetri di qualche finestra scoppiare, ho pensato fossero quelli di Rosa. Ancora non mi rendevo ben conto, pensavo a lei, a Rosa, che fosse una cosa che riguardava la sua cella. Mi sono riaffacciata, poco dopo, per vedere ed ho visto Paoletta Cravero, di fronte a me, che era allo spioncino e guardava verso di me. La sezione cominciava a riempirsi di fumo, proveniva dalla sezione, verso la rotonda e avanzava verso di me, verso il fondo della sezione. Paoletta suonava per la guardiana, anch’io l’ho fatto. Ho cercato di parlare con lei ma non rispondeva, aveva gli occhi grandi, terrorizzati.

L’ho vista scendere e sparire dallo spioncino, io le ho detto addio con la mano. E’ scoppiato il neon all’altezza della 17, poi il fumo ha invaso tutto. Sono rientrata, ho aperto le finestre, sono andata nel bagno ed ho iniziato con le altre la battitura. Il fumo entrato dallo spioncino usciva a raffiche veloci dalla finestra della cella. Ho cercato di chiudere le fessure con degli stracci, ma il fumo entrava dappertutto, addirittura dallo spioncino di vetro del gabinetto. Dentro il water colava una sostanza nera ed anche l’acqua nella tazza era nera. Sul muro di cinta di fronte a me, la guardia camminava senza dare segni di interesse, anche se lo chiamavo in continuazione, agitando anche uno straccio bianco. Non ha detto né fatto nulla. Dopo un po’ ci hanno illuminate con un faro. La compagna della «A», sotto di me, mi consigliava di mettere stracci bagnati sulla bocca. A questo punto mi sono messa a terra, nel bagno, a pregare, perché non sapevo più cosa fare. Ho sentito le sirene dei Vigili del Fuoco provenire dalla tangenziale, o insomma dalla strada che si vede dalla mia cella, mi sono un po’ tranquillizzata. Invece è passato ancora del tempo, ma non so dire quanto. E’ seguito un silenzio totale. Alla fine ho sentito rumore di chiavi, mi sono avvicinata al blindato, ma non avevo più voce; qualche voce maschile ha detto «C’è un’altra qui, apriamo». Mi ha aperto un uomo, sono scappata verso la rotonda. Ho visto Paoletta morta, poi un’altra che mi sembrava morta, nel corridoio, e poi Rosa. Poi non ricordo più nulla, e sono stata posta in salvo e portata all’Ospedale.

  1. C. R.

 

D’un tratto è diventato tutto buio

 

Mi ricordo quel tragico sabato sera, erano le 22.00 e stavo comunicando con l’accendino con un ragazzo, come facevo quasi tutte le sere. Lui fa il lavorante, e mi ricordo di essermi complimentata con lui per l’anticipo del suo rientro, perché di solito rientrava più tardi. Io avevo il letto attaccato alla finestra, per cui scrivevo, ad intervalli potevo comunicare con lui. Verso le 22.20 circa ho cominciato a vedere del fuoco che si levava verso l’alto, in fondo al cortile.

Rosa Capogreco, che era mia vicina di cella, era alla cella 17, ha cominciato a gridare «C’è il fuoco, brucio, per favore apritemi», ma nessuno le dava retta. Dopo il fuoco, un fumo acre ed intenso, irrespirabile invadeva la mia cella. Io ero presa dal panico, non sapevo cosa fare. Ho chiesto aiuto al ragazzo con cui stavo comunicando, ma mi sono resa conto che non era possibile, le sbarre lo impedivano. Gridavo anch’io aiuto, la Sezione intera implorava aiuto, ma nessuno apriva. D’un tratto è diventato tutto buio e da quel momento non ricordo più nulla; ero in preda al terrore, essendomi già ustionata (con ustioni di terzo grado) in un incidente il dicembre scorso. Credo di aver aspettato la morte. Poi d’un tratto, vedo due fari gialli puntati verso la finestra della mia cella ed un pompiere sulla scala mi chiede se sto bene, io gli dico che ho paura, che sono già ustionata; lui mi dice che verrà qualcuno a salvarmi. Guardo l’ora, sono le 23.30. Vado su e giù per la cella ma l’aria è sempre più irrespirabile; dopo un po’, un agente con la maschera antigas mi apre. Corro verso la Rotonda e vedo Rosa e la vigilatrice stese accanto, tutte nere: ho intuito la tragedia.

Poi non ricordo più nulla, se non il Repartino allucinante delle Molinette, dove il giorno seguente vengo a sapere della morte delle mie compagne e delle due vigilatrici. Dopo vari tentativi, e dando spesso in escandescenze, firmo per andarmene da lì, e tornare in carcere.

  1. M.

 

Il corridoio non si vedeva dal fumo intenso che c’era

 

Sentendo un forte grido ripetuto «al fuoco al fuoco», da destra e da sinistra s’innalzava fumo intenso, mi sono affacciata al blindo e ho visto una vigilatrice che correva verso l’uscita, con le chiavi, probabilmente per avvisare telefonicamente. Da allora è passata un’ora e mezza di grida di terrore e disperazione, e nessuna porta si apriva. Abbiamo due porte blindate chiuse, due mandate, quello che ho provato dentro quella cella non si può descrivere. Quando alla fine sono arrivati ad aprirmi, il corridoio non si vedeva dal fumo intenso che c’era. Sono andata dietro al vigile con la maschera, nel buio, ed ho visto una mia compagna a terra, l’ho presa alla svelta per i piedi, era tutta nera e aveva la bocca ed il viso insanguinati (…). Cercavo di aprire al buio tutti i vetri, ma poi non ne potevo più dal bruciore allo stomaco e mi hanno sospinta verso l’uscita. Mentre mi avvicinavo alle scale ho visto un’altra compagna distesa e subito ho capito che non c’era più nulla da fare ( … ). Ci hanno ammassate nella Sala Magistrati, in camicia da notte, tutte infreddolite. Verso le due di notte sono arrivati Magistrati e personalità, che giravano, che guardavano e decidevano dove metterci.

Siamo tornate nella Sezione «B» ed al Penale dove c’erano celle agibili. Non hanno fatto niente, dopo, per farci dimenticare quell’orrore, tant’è che ci hanno chiuse di nuovo nelle celle, hanno dato sedativi a quelle più sensibili e non ci hanno fatto sentire per telefono i nostri cari perché non si preoccupassero: siamo proprio rifiuti umani.

(non siglato)

 

La vigilatrice diceva: «Non posso aprire senza l’ordine»

 

Ho sentito le grida della compagna Rosa Capogreco, chiedeva aiuto dicendo che c’era il fuoco in cella; ho visto la vigilatrice correre e dire: «Non posso aprire senza l’ordine». Ma la Capogreco gridava ancora più forte e con lei le altre, e le sue grida erano proprio disperate: «sto bruciando, aiuto, guardiana!!!». La vigilatrice l’ho vista passare, era colta dal panico e con gli occhi sbarrati, lo sguardo smarrito, non riusciva ad infilare la chiave; le grida laceranti di Rosa che aveva preso fuoco (aveva del fumo sul petto) hanno convinto la vigilatrice ad aprire, è stata la prima ed unica ragazza che, al penale, sia stata aperta dalla vigilatrice.

Dopodiché, arrivate alla rotonda, la vigilatrice e Rosa si sono spente; si sentivano solo le grida disperate delle ragazze che chiedevano aiuto con quanto fiato avevano.

Io personalmente ho visto questa fine terrificante di due persone e le fiamme mandavano un calore infernale. L’apertura dell’unica cella ha invaso di fumo la sezione, da quel momento ho chiuso lo spioncino e mi sono attaccata alla finestra, rendendomi conto che era al fine. Parlavo affidando a Dio la mia piccola che rimaneva sola.

Non ho guardato l’ora quando tutto ciò è cominciato, ma da quel momento a quando ci hanno aperte sono trascorsi un tre quarti d’ora circa.

Dalla mia finestra sentivo le sirene dei vigili del fuoco e della polizia, ed il cuore si calmava un po’ perché pensavo che arrivavano i soccorsi; questa speranza si spegneva nel vedere (dato che dalla mia finestra vedevo la cancellata) che i mezzi rimanevano fuori, fermi. Sono stata aperta tra le ultime da un uomo con la maschera antigas più o meno verso mezzanotte. Ho soccorso insieme ad altre mie compagne G.M.  che era svenuta nella sua cella, la 22.

Ci siamo ritrovate tutte nella sala magistrati del maschile, e lì abbiamo guardato l’ora: era esattamente mezzanotte e cinque.

Dopo un po’ alcuni vigili del fuoco si avvicinarono alle finestre, per chiederci come stavamo, ed hanno espresso la loro rabbia per essere stati bloccati alla porta, lamentandosi anche che non ci hanno soccorso prima perché non si trovavano le chiavi delle celle.

  1. C.

 

RACCONTI DALLA SEZIONE «A»

 

(Vi si trovavano, tra detenute giudicate con processo di primo grado e appellanti, 32 donne)

 

Ritornare a guardare il sole

 

Ero appena scesa dal mio letto, quando la mia concellina ha iniziato a gridare «al fuoco!». Con tutte le altre ragazze che sbattevano i blindi e urlavano, ci siamo fatte aprire da questa vigilatrice Rosetta, che è morta. Mi sono trovata a correre verso la rotonda, alla sezione «B», con me c’era un’altra ragazza, Vesna (Radica), e ci siamo messe a correre alle finestre della «B», in fondo al corridoio. Ma avevamo sbagliato i conti con la nube di gas che ci ha raggiunte ancora prima di poterci rendere conto del fumo che entrava nella pelle, nei pori, nel naso, nella bocca, senza più un filo di ossigeno al cervello; lì, poi, il fumo, il coma per me, e la morte per l’altra ragazza, senza più sapere se c’era solo una speranza per me di ritornare a guardare il sole.

  1. B.

 

Cercavo invano un po’ d’aria e l’uscita

 

Ho sentito la battitura, mi sono precipitata, affacciandomi allo spioncino il più possibile che potevo. Ho visto una grossa nube di fumo e del fuoco. In quell’istante c’era la vigilatrice Rosetta proprio davanti alla mia cella, mi ha aperto immediatamente, non ho perso tempo (pensavo di essere l’ultima rimasta della sezione «A», ed invece … ) ho corso verso la rotonda ed ho visto alla «B» ancora tutte chiuse, ho aperto tutte le finestre (urla che continuavano a dirmi «aprile tutte, presto»), mentre stavo aprendo l’ultima finestra vicino a me c’era un’amica che mi si aggrappava, che chiedeva aiuto… La nube ci ha colpito entrambe: la mia amica purtroppo di più, e l’ho sentita cadere a terra.

Come una cieca cercavo invano un po’ d’aria e l’uscita, ma… L’aria mi mancava sempre di più, ancora un po’ cosciente mi sono aggrappata ai cancelli cadendo a terra: dopo un po’, i soccorsi.

  1. A.

 

La nube di fumo ci stava soffocando

 

Ero nel letto, ad un certo punto sentii urlare, mi sono affacciata allo spioncino vedendo la vigilatrice Rosetta che apriva la cella di B.  e A.; le ho viste correre, il fuoco aumentava, la nube di fumo stava soffocandoci. Dato che al momento ero sola, ed anche la mia vicina di cella, T.S.,  lo era, la chiamai per avvertirla del fatto… Urlavamo chiedendo aiuto, ma ad un certo punto non ce la feci più, presi uno straccio e lo misi sul viso, ma nessuna mi aprì la cella, senza speranze mi coricai sul letto… Dopo moltissimo tempo, arrivarono i soccorsi con l’ossigeno, mi portarono giù e mi ripresi… E sono rimasta in sezione insieme alle altre.

  1. C.

 

Dietro quelle sbarre, legata mani e piedi

 

Ero a letto, dormivo, per mia fortuna e anche per combinazione avevo la finestra aperta. Mi sveglia la voce disperata della ragazza della cella accanto, A.C., che grida il mio nome: mi alzo di corsa e chiedo cosa è successo e intanto sentivo già quel maledetto odore. Vado subito a tirare giù lo spioncino e vedo la cella di fronte (la 18 dove c’erano B.C. ed E.A.) aperta, sia cancello che blindo. Ancora non mi rendevo conto di quel che stava succedendo… Corro nuovamente alla finestra per respirare, poi ancora al blindo perché ho sentito rumore di vetri rotti, che ho visti per terra. Non riuscivo a capire come e cosa bruciava, al che anch’io ho iniziato ad urlare di aprirci ed andavo avanti ed indietro dalla finestra al blindo, e il fuoco non si spegneva, il fumo si faceva sempre più intenso, allucinante, dietro quelle sbarre legata mani e piedi… Poi finalmente vedo le luci dei vigili del fuoco, ma ancora non aprivano, son saliti uomini con le maschere antigas, io con la testa fuori dal blindo urlavo dalla disperazione; il blindo era rovente. Questi uomini si sono fatti prendere un po’ dal panico, vedevo A.B.  che insegnava loro quali fossero le chiavi giuste, ma niente da fare, continuavano ad imbranarsi: dopo la quarta volta sono riusciti ad aprirle ed in seguito anche noi altre. lo sono rimasta tra quel fumo aspettando C.C., S.M. e F.M. Infine ci siamo ritrovate nel corridoio della Sala Magistrati e mancavano più della metà delle nostre compagne.

E solo allora mi sono resa conto di quanto era diventata tragica la situazione, dato che ci stavano informando che alcune delle nostre migliori amiche avevano già perso la vita ed altre erano in condizioni molto gravi, ed ancora ora attendiamo con ansia il loro ritorno.

  1. T.

 

Mi sono ritrovata all’aria

 

Io pensavo solo a cosa dovevo fare, data la situazione. Mi sono ritrovata alla sezione «B», lì due ragazze ancora chiuse mi buttavano continuamente acqua. Mi sono coricata per terra perché mi sembrava di respirare meglio. Sono arrivati quattro agenti, mi sono ritrovata all’aria e poi in sala magistrati.

  1. M.

 

La sentinella ha risposto: «dovete morire lì»

 

Stavamo guardando tranquillamente il film quando tutto d’un tratto ho sentito la mia compagna della cella 15, M., urlare «Aiuto guardiana, qui c’è il fuoco e il fumo, apriteci!». Allora  mi sono affacciata allo spioncino ed ho visto la cella 16 di fronte alla mia piena di fiamme e fumo tossico, e anche lì ho sentito urlare, quindi anch’io mi sono spaventata e con la mia concellina ci siamo messe ad urlare e a sbattere il blindo. Ad un certo punto nella nostra cella sia dalla finestra che dal blindo entrava fumo. Allora abbiamo chiesto aiuto e la sentinella ha risposto «dovete morire lì». Dopo un’ora e dieci, circa, sono finalmente venuti a salvarci, avremmo potuto essere anche morte, ma il destino non ha voluto così, fortunatamente.

  1. F. e M. S.

 

C’è ancora qualcosa da dire?

 

Perché, c’è ancora qualcosa da dire?!?? L’orrore si esprime già sin troppo bene da solo… E’ troppo atroce e disumano! E quali sentimenti possono ancora rimanere, se non la mancanza di sentimenti, l’aridità, il sentirsi svuotati della vita stessa, come il vuoto lasciato da chi era uguale a te, per diritto di Vita, ed ora, improvvisamente non è più.

Terrei a fare una precisazione:

ho visto, dato che la mia cella guarda su quel lato, del fumo uscire dal fondo della sezione «B»; contemporaneamente ho visto lo stesso tipo di fumo spandersi sul soffitto della mia sezione; questo fumo non era nero, ma un fumo normale. ( … ) Uomini con le tute arancione camminavano carponi sui muretti delle Arie, per controllare il fumo che proveniva dalla sezione «B», verso il fondo.

  1. C.

 

I bocchettoni della pompa non andavano

 

Mi ricordo che erano pressapoco le 23.00, mi ero messa a letto e stavo ascoltando della musica. Finita la canzone ‑ me la ricorderò per tutta la vita ‑ ho sentito una compagna urlare «il fumo»; così mi alzai dal letto, mi affacciai allo spioncino ed ho visto un’ondata di fumo uscire dal cavedo e dalla porta da cui noi andavamo all’aria. Ho avuto paura, sì, terrore, così mi sono messa ad urlare di aprirci le celle. Una ragazza mi diceva di aprire le finestre, io terrorizzata le ho spalancate, ma il fumo ed il calore erano aumentati. Ho preso un asciugamano e mi sono messa alla finestra; vedevo un caos, guardie che correvano, i bocchettoni delle pompe che non andavano. Io camminavo su e giù per la cella, e ancora non mi rendevo conto di ciò che stava accadendo. Quando invocammo «aiuto non voglio morire» i pompieri ci spiegavano di prendere un asciugamano, cioè con le parole ci aiutavano a non cedere. Finalmente quando ci hanno aperto le celle, siamo scese giù sorrette dai pompieri. Vedevo portar via le nostre compagne ormai morte e molte intossicate. Ora ho gli incubi alla notte e non riesco ancora a credere che le mie più care amiche non sono più con noi.

Una cosa da aggiungere: il Maschile aveva cominciato ad urlare e a battere oggetti metallici per far muovere le guardie.

  1. B.

 

Disperata chiedevo aiuto ma la vigilatrice era morta

 

Io J. V., la sera del 3 giugno verso le 23.00 ho udito una compagna disperata che gridava che andava a fuoco il carcere. Nessuno le ha dato retta sino a che non è arrivata un’ondata di fumo. Dopo di ciò non l’ho più sentita, infatti è una delle vittime. Disperata chiedevo aiuto, ma la risposta è stata negativa dato che la vigilatrice era morta. Sono svenuta abbracciata alla mia compagna di cella. Mi sono ripresa quando i pompieri hanno gettato dell’acqua attraverso le sbarre, bagnandomi. Così ripresi i sensi, mentre la mia concellina era stesa a terra ed io non avevo la forza di aiutarla. Quando sono stata aperta due mie compagne mi hanno sorretta fino alla rotonda, poi una guardia o un pompiere mi ha raccolta per terra, dato che ho perso di nuovo i sensi. Mi sono risvegliata in ospedale invocando il nome della mia amica più cara, che era come una sorella, Editta Hrovat. Tornando dall’ospedale nessuna delle mie amiche aveva il coraggio di dirmi di Editta e delle altre ragazze.

Smentisco ciò che hanno detto i giornali.

  1. J.

 

Le mie compagne erano in salvo, non pensavo più a me stessa

 

Io della cella 23, quindi dalla parte del fuoco, ho assistito al fatto che gli agenti spostavano i materassi rimasti intatti, e che gli altri agenti si davano da fare per spegnere le fiamme e dicevano di stare alle finestre e di chiudere gli spioncini, per respirare meglio.

Ho visto le due celle di fronte alla mia (la 1 e la 2) aperte, quindi ho pensato che le mie compagne erano in salvo e la cosa mi ha sollevato, senza più pensare a me stessa.

Non avrei mai creduto che avrebbero perso la vita le mie migliori amiche.

  1. Z.

 

 

Erano passati circa tre quarti d’ora e ancora non ci aprivano

 

Alle ore 23.20, credo, avendo udito un vociare mi sono affacciata allo spioncino ed ho visto la vigilatrice vicino alla cella 18. In quel momento si affaccia Vesna dallo spioncino e dice «vigilatrice, sento odore di bruciato, cosa sta succedendo?» Altre detenute hanno confermato quello che Vesna ha detto.

La vigilatrice si è diretta verso la finestra a fianco della cella 17, e a quel punto Vesna e le altre hanno gridato «vigilatrice, chiuda le finestre», si è avvicinata, ha allungato la mano per spingerla in modo da chiuderla.

In quel preciso istante è penetrato del fumo nero, accompagnato da delle fiammate. La vigilatrice sì è presa paura e si è diretta verso la rotonda. Mi sono chiusa lo spioncino per evitare che la cella si saturasse di fumo; poi ho riaperto lo spioncino diverse volte per guardare, ma non si vedeva niente.

Nel frattempo sono giunte le autopompe dei pompieri, poi dei getti d’acqua. Mi sono tranquillizzata, e affacciandomi allo spioncino, ho visto V., le ho chiesto come si sentiva, mi ha risposto «non sto bene, mi sento mancare» ed è infatti svenuta.

Volgendo lo sguardo verso la rotonda vedevo delle ragazze, erano quelle della sezione «B», erano passati circa tre quarti d’ora ed ancora non ci aprivano. Gridavamo «apriteci!», una voce rispose «calma ragazze, vi stiamo aprendo». Guardavo verso la rotonda e vedevo un pompiere che non riusciva ad aprire perché non trovava la chiave giusta. Le ha trovate diverse volte dopo che andava dalla cella alla scrivania della sezione. Ha cominciato ad aprire le prime celle a destra della sezione, fino a giungere alle nostre.

Aperte tutte le celle mi sono fermata davanti alla cella 14, insieme a C. della II, per aiutare V. Presa lei, con l’aiuto dei pompieri ci siamo dirette verso l’uscita. Prima però abbiamo fatto presente che nelle celle 12, 13, 10, 15 le ragazze non erano uscite. Siamo arrivate in sala magistrati alle ore 1.00.

  1. B.

 

Da due giorni si sentiva puzza di bruciato nelle centraline

 

La prima cosa che ricordo, Vesna che gridava. Vedo le fiamme provenire dalla cella di Vesna. Non erano nemmeno le 23.00, dopo il passaggio della terapia.

Ho guardato fuori dallo spioncino, ho pensato ad una cosa che riguardava la cella di Vesna.

Poi, ho visto il fumo, ho cominciato a gridare.

La prima cella che è stata aperta è quella di I., verso la rotonda, (io ero alla 21). E’ uscita con Lauretta, ha parlato con Rosetta (la vigilatrice).

  1. è andata verso la rotonda, io non l’ho vista poi tornare indietro perché ho chiuso lo spioncino, dato che c’era il fumo, molto, a quel punto.

Ho visto il fumo uscire dalle centraline; voglio dire che da due giorni si sentiva puzza di bruciato nelle centraline; su quella delle docce c’era un cartellino che avvisava di non buttare cicche, e si diceva che si prendeva la scossa.

Siamo state aperte dai pompieri, per ultime, con B.  e B. I pompieri si lamentavano di tutto quello che non funzionava, anche che non trovavano le chiavi giuste per aprire le celle.

  1. P.

 

Nella sezione regnavano le urla, il panico e la paura

 

Dopo il solito svolgimento della giornata, alla sera, dopo che le vigilatrici avevano svolto il loro dovere, e le detenute erano già chiuse con il blindo, noi abbiamo incominciato a sentire Radica urlare:«aiuto, aiuto, il fuoco, aiutatemi, brucio!». Nel frattempo altre voci incominciavano ad urlare il medesimo S.O.S.

La vigilatrice Rosetta rendendosi conto della gravità del fatto, corre a prendere le chiavi. Le prime celle sono state aperte, la 1, la 2 e la 3, nel frattempo il calore provoca la rottura dei vetri, e i blindi diventano incandescenti, le fiamme erano enormi, e di conseguenza la sezione piena di fumo.

I soccorsi ritardavano ad arrivare e come si può immaginare il panico, l’angoscia e la paura avevano coinvolto tutte le detenute. I problemi di respirazione erano sempre più gravi. La vigilatrice Rosetta, dopo aver chiesto soccorso, corre verso il fondo della sezione, si ferma davanti alla cella di Radica, la numero 17, fa uscire Radica che corre verso la rotonda. Ma la morte incomincia a impadronirsi di loro piano piano, e muoiono.

  1. arriva in soccorso di Rosetta, prende le chiavi e va verso la cella 13, quella di Editta e di Bea.

Nella sezione regnavano solamente le urla, il panico e la paura. Non arriva nessuno, nessuno ripetiamo.

Dopo, ma proprio dopo, sono arrivati i vigili del fuoco. Codesti non trovavano le chiavi, dopo vari tentativi hanno tirato fuori le persone che erano ancora chiuse nelle celle e hanno portato via le persone che stavano in sezione. Da notare, in fondo alla sezione, giacevano già i corpi delle nostre compagne morte per soffocamento. Le compagne morte sono decedute perché erano uscite dalle prime celle per aiutare le altre. Infine noi siamo uscite giù all’aria.

  1. C.

 

 

RACCONTI DALLA SEZIONE «NIDO»

 

(Erano ospitate 3 detenute ed un bambino al di sotto dei tre anni)

 

La bambina si è solo spaventata

 

Io, G. B., al momento della disgrazia ero al Nido, in cella con H.M. e sua figlia M. Ad avvertirci è stata la Capogreco Rosa, e noi ci siamo chiuse nel bagno. Fortunatamente la bambina si è solo spaventata e non ha respirato quel fumo nero ( … )

lo ho visto la Capogreco che correva in soccorso alla vigilatrice Casazza Maria Grazia, che diceva «aiuto, dove sei, non ti vedo più», e la Capogreco rispondeva «sono qui, vicino a te». Poi, non ho sentito più niente.

Ad aprirci le celle sono stati i vigili del fuoco dopo almeno tre quarti d’ora, da che noi eravamo lì dentro. Quando sono uscita dalla cella, ho visto la Capogreco e la Casazza, la vigilatrice, per terra nella rotonda, e mi sono messa a piangere, perché la Capogreco è uscita dalla cella per aiutare agli altri, e invece il destino che è molto crudele ha spento la sua vita.

Noi siamo state aperte per ultime e la bambina volevano farla uscire dallo spioncino, ma noi ci siamo arrabbiate e allora hanno fatto uscire subito le chiavi. Bisogna che quando succede qualcosa del genere, le chiavi rimangano a disposizione, e aprire subito ai detenuti, senza parlare prima col maresciallo.

Questa cosa è da chiarire.

  1. B.

 

Un carcere della morte

Ilo, D. U., quella maledetta sera ero in cella da sola. Verso le ore 23.00 ho incominciato a sentir gridare, sbattere contro i blindi per chiamare aiuto. Subito dopo, ho visto passare Rosa Capogreco dicendo di aprire tutte le finestre per far uscire il fumo che oramai incominciava ad invadere tutto il corridoio.

Mi sono messa con la testa fuori dal blindo per vedere, e in quel momento ho visto un fumo nero nella rotonda.

Li c’erano la vigilatrice e la Capogreco che come la nuvola di fumo è arrivata hanno avuto pochi minuti per aiutarsi, dopodiché le ho viste cadere a terra. Dopo 45 minuti sono arrivati al Nido e mi hanno aperta, solo in quel momento ho pensato che ero viva.

Secondo me le disposizioni del carcere vanno modificate poiché in casi come questo non è possibile lasciare le persone chiuse in cella. ( … ) L’unica frase giusta è che quello è stato un carcere della morte.

  1. U.

 

 

RACCONTI DALLA SEZIONE «B»

 

(32 detenute in attesa di giudizio erano presenti quella sera)

 

In pochi secondi il fumo ha invaso la nostra sezione

 

Verso le ore 23.00 abbiamo sentito fare la battitura in sezione «A». Non riuscendo a capire cosa stava succedendo, ci siamo affacciate dallo spioncino e abbiamo visto un fumo denso e nero invadere la rotonda ed avanzare verso la nostra sezione. Ad un certo punto abbiamo visto correre delle compagne della sezione «A» in fondo alla nostra sezione; anche noi abbiamo iniziato la battitura, però nel giro di pochi secondi il fumo aveva invaso pure la nostra sezione ed iniziava ad entrare dentro le celle. Prese dal panico abbiamo spalancato le finestre e ci siamo chiuse nel bagno aggrappate alle sbarre della finestra. Dopo un po’ abbiamo iniziato a vedere guardie che correvano e qualcuna di loro è andata a prendere gli idranti, però mancava l’acqua, l’abbiamo sentito dire da loro. Mentre eravamo affacciate e gridavamo di aprirci, e invocavamo aiuto, è passata una guardia che ci ha detto che potevamo crepare tutte. Altre guardie invece ci davano consigli di stare calme o di sdraiarci per terra con qualcosa di bagnato in faccia. Finalmente dopo un bel po’ sono arrivati i vigili del fuoco e lì ci siamo rese conto che la cosa doveva essere grave, perché abbiamo visto passare due guardie che portavano un materasso con una persona sopra, parlavano di dove mettere i cadaveri. Dal maschile gli uomini facevano la battitura e gridavano di aprirci.

Non ricordiamo di preciso a che ora ci hanno aperto le celle, più o meno però era passata un’ora.

  1. B. e P.  M.

 

Le fiamme sembrava che toccassero il cielo

 

Erano circa le 23. 15, quando ho cominciato a sentire un rumore di battitura, non ho dato molto peso, poi continuando a sentir battere sempre più forte mi sono affacciata dal blindo e non ho notato niente di strano; mi affaccio per vedere se era il blocco «A» ed ho visto l’inferno, fumo, fiamme che sembravano che toccassero il cielo, sono accorsa al blin­do ed ho visto una coltre nera, ho chiuso lo spioncino ed ho spalancato tutto, ma il fumo entrava, mi sono attaccata alla finestra, l’unico posto dove si poteva respirare un po’. Da lì cominciai a sentire urla di disperazione «apriteci, fateci uscire, ci volete far morire». Sarà passata una mezz’ora e si udivano urla laceranti di persone che chiedevano aiuto e poi grida di chi stava morendo, poi gli urli, parolacce come «bastardi veniteci ad aprire»; poi rivolte verso la guardia che stava sul muretto le richieste di aiuto come «facci aprire, ci volete far morire tutte, aiuto, soffochiamo» e come risposta «dovete morire come topi». Visto che non si vedeva nessuno, essendo sola in cella, erano già le 0.42 (ho guardato l’ora), ho pensato tra me e me, nessuno ci viene in aiuto, è proprio la fine.

Ho pensato ai miei figli che lasciavo fuori, e a mio marito al blocco «C» che era disperato, vedendo il nostro blocco dove c’era solo morte. Poi nel buio, si sente urlare «siamo qui», erano le ore 1.05, sono arrivati i primi vigili con le maschere a cercare le chiavi; quando finalmente trovano le chiave ci aprono. Il fumo che si era posato a terra era come sapone, si scivolava. ( … ) Alla notizia che c’erano dieci persone morte ‑ due vigilatrici e otto detenute ‑ mi rendo conto che non le conoscevo bene, ma le conoscevo, e con Laura andavamo a scuola insieme: è stato un grande dolore sapere la fine che hanno fatto.

Tra le parole che dicevano qua e là, c’è anche la notizia che in un carcere come le Vallette addirittura non funzionano le pompe antincendio perché non c’è acqua. Come si può chiamare un carcere modello se non ci sono magazzini né le misure di sicurezza? (…)

Verso le 4.30 per nostra decisione ci portano alla sezione «B» per andare a distenderci. La mattina, ci mandano nel cortile dell’aria per poter respirare un po’, e ad un tratto si ode la battitura del maschile: volevano sapere chi erano quelle rimaste illese dalla sciagura, e che cosa era realmente accaduto. (…)

La domenica sera siamo state trasferite tutte alle Nuove, ed io il lunedì sono stata portata alle Molinette, al repartino. Si sta malissimo, non puoi uscire, non sei libera neanche di stare con le coperte giù se no dalla telecamera si vede tutto. Io, appena terminati gli esami, ho firmato e sono venuta via dalla disperazione: è peggio della galera stessa.

  1. C.

 

Ho ancora davanti agli occhi le fiamme

 

Ero in cella, dalla mia parte si vedeva l’incendio ed abbiamo avvertito tutta la sezione. Il fumo entrava dallo spioncino, non l’abbiamo chiuso perché sono arrivate due ragazze col sangue al naso e le ho aiutate come potevo con stracci e acqua. La mia concellina urlava dalla finestra chiamando le guardie, ma non arrivava nessuno, il fumo entrava mentre aiutavo queste due ragazze. Non pensavo a me, a non respirare, quando le due ragazze sono svenute io urlavo dallo spioncino mentre mi si introduceva fumo. Mio Dio, non arrivava nessuno, poi all’ultimo momento sono arrivati i soccorsi ed io ero svenuta. Mi hanno fatto la respirazione con l’ossigeno. Le altre due ragazze, meno male, hanno detto che grazie a me erano riuscite a salvarsi. Ho ancora davanti agli occhi le fiamme che vedevo dalla finestra. Chiamavamo le guardie ma non rispondevano. Tutto questo dalla sezione «B», dalla parte in cui si vedeva l’incendio.

In rotonda non c’era nessuno. La mia concellina tremava dalla disperazione. So solo una cosa, che se i soccorsi arrivavano prima non morivano dieci persone.

  1. T.

 

Una nube di fumo si avvicinava sempre di più

 

Eravamo nel letto a luce spenta e guardavamo la televisione. Tutto d’un tratto abbiamo sentito la battitura dalle sezione «A», ma non ne sapevamo il motivo.

Non passano nemmeno due minuti ed abbiamo sentito urlare «al fuoco!». Ci siamo affacciate ed abbiamo visto due ragazze della «A» correre in fondo al corridoio ad aprire subito le finestre, mentre una nube di fumo si avvicinava sempre di più. Abbiamo chiuso lo spioncino, ci siamo rinchiuse in bagno ad urlare «aiuto apriteci», mentre una guardia ha risposto «dovete morire come cani». Poi abbiamo riaperto lo spioncino, guardando di fronte alla nostra cella ci dicevano di buttare dell’acqua addosso alle due ragazze che erano a fianco alla mia cella, in fondo al corridoio «B». Buttando loro acqua addosso, una si è ripresa, per l’altra non c’era più niente da fare. Sono arrivate le guardie, ci hanno aperto i blindi; essendo loro confusi li aiutavamo segnalando di aprire le altre celle con dentro ancora delle nostre compagne, dopodiché ci hanno mandato subito fuori.

  1. B. e R. M.

 

Vedo molte guardie carcerarie correre in nostro soccorso

 

Erano all’incirca le ore 23.00 ed io già dormivo, quando ho sentito un vociare delle mie compagne, ho pensato, nel dormiveglia, che erano le solite chiacchiere che facciamo dopo che è passata la terapia, e quindi non mi sono preoccupata. Quando ho sentito un’ininterrotta battitura seguita da urla disperate che invocavano aiuto, mi rendo conto che la mia cella è satura di un fumo nero ed acre. Mi precipito giù dal letto ed entrando nel bagno, bagno un asciugamano e me lo metto sul viso, perché l’aria è irrespirabile; poi chiudo lo spioncino del blindo e spalanco la finestra che da sullo spiazzo verso la Matricola. Vedo molte guardie carcerarie correre in nostro soccorso, nell’attesa che giungano i pompieri.

Diversi agenti ci urlano di stenderci a terra mettendoci sul viso qualcosa di bagnato. In mezzo a tanti agenti di cuore, c’è sempre quello che ci odia e con disprezzo ci urla «Dovete morire come topi»(Quanta cattiveria!).

Mentre le guardie corrono verso di noi, ne scorgo a malapena altre che trasportano via un corpo esanime, rivelatosi poi quello della vigilatrice morta per darci soccorso. Dopo una lunga attesa e tanto terrore giungono le prime autopompe e finalmente veniamo aperte dagli agenti; la scena della sezione annerita dal fumo e due corpi esanimi di due nostre compagne della sezione «A» che hanno cercato di aiutarci aprendo le finestre della sezione… all’arrivo dei pompieri una ormai era morta, l’altra in gravi condizioni.

Quando finalmente sono riuscita ad uscire da quella camera a gas chiamata cella, mi sono prestata a dare soccorso alle mie compagne che erano sotto shock; anch’io lo ero, però era d’obbligo rimboccarsi le maniche e dare coraggio a chi era più fragile di me, e si è fatta cogliere da crisi nervose, svenendo prima di raggiungere le Sale Magistrati dove abbiamo trascorso gran parte della notte.

Abbiamo assistito impotenti all’operato dei pompieri che trasportavano fuori i corpi delle nostre compagne decedute per soffocamento.

Verso l’una o le due circa sono intervenute le Autorità e diversi Magistrati che, valutata la tragedia, ci hanno proposto di trasferirci alle Nuove. Noi, ancora scioccate, ci siamo rifiutate e così per non tenerci accampate nei corridoi, accertatisi che la sezione «B» e qualche cella del Nido e del Penale erano agibili, ci hanno fatto rientrare per trascorrere il resto della notte.

Che brutta impressione ripercorrere quei luoghi dove le nostre compagne hanno perso la vita, comprese le due vigilatrici morte con loro per salvarci.

Certo che come struttura il supercarcere delle Vallette è molto scarso, carente di mezzi di soccorso immediati; basta pensare che un agente di custodia, dopo aver rotto il vetro di una nicchia dov’è custodita una pompa antincendio, inserendola nel bocchettone che dovrebbe distribuire l’acqua, con sua amara desolazione e disperazione si è reso conto che questa non erogava acqua, ne era sprovvista.

Secondo la mia opinione le strutture ed i mezzi di sicurezza sono tutti da rivedere con criterio e responsabilità ed etica professionale, per far sì che queste vite sacrificate ad un crudele destino non siano dimenticate e che servano a responsabilizzare quei signori che dall’alto ci reputano degli emarginati e non degli esseri umani con un cuore e una voglia di vivere che ci dà la forza di espiare la nostra colpa con animo sereno, senza avere il terrore che la morte ci giunga per negligenze dovute a persone poco coscienziose.

Il lutto che portiamo nel cuore e il terrore impresso nei nostri volti atterriti grida giustizia, alla quale con fede vogliamo credere.

  1. P.

 

Prese dal panico abbiamo incominciato ad urlare

 

Ci trovavamo all’interno della cella 22 della sezione «B», quando verso le ore 23.00 abbiamo sentito urla e grida provenire dalla sezione «A». Affacciandoci allo spioncino abbiamo visto del fumo nero avanzare verso il nostro corridoio. Prese dal panico abbiamo incominciato ad urlare ed a sbattere le finestre, chiedendo aiuto. Non sappiamo esattamente quanto tempo passò prima che venissero ad aiutarci, ma, sicuramente, non meno di un’ora. Dopodiché, un agente con la maschera antigas ci aprì il blindato e ci accompagnò fuori.

Non possiamo pronunciarci su come si siano svolti i fatti o su chi o cosa abbia provocato il fuoco, perché non abbiamo potuto vedere niente. Ci auguriamo però, che si faccia luce e si possa sapere la verità su questa terribile tragedia indimenticabile che si è portata via la vita di dieci persone.

  1. A. e A. C.

 

La mia mente si è fermata in quegli istanti

 

Strano, ma ancora non riesco a rendermi conto di quello che è successo… Sono qua, ma la mia mente si è fermata in quegli istanti, in quei momenti di panico, di isterismo, di soccorsi che tardavano a venire, di quel fumo che velocemente ha invaso la sezione «B». Essendo in cella con mia sorella, sì è affacciata prima lei perché sentivamo delle grida e abbiamo visto il primo fumo arrivare, e quando mi sono affacciata io, ormai la sezione ne era invasa. Siamo corse alle finestre con stracci bagnati e da lì abbiamo visto arrivare i primi soccorsi, cioè le guardie, e tutte urlavamo di aprirci, non tanto per noi ma per le altre compagne nelle celle di fronte alla nostra, in cui arrivava il fumo dalla sezione «A».

Non ricordo esattamente quanto tempo sia passato prima che ci aprissero, ma da quello che ricordo non potevano aprire per mancanza di ordini sulle chiavi; ma come si fa in quel momento ad attendere il via per aprirci!

Ricordo che, uscita dalla cella, ci hanno – non so chi, non so come – portate fuori, nelle Sale Magistrati, tutte accasciate lì, scioccate; ricordo i volti affumicati ragazze abbracciate in cerca di conforto, occhi pieni di lacrime. A volte vedevo arrivare le autoambulanze, senza parlare dei Vigili del Fuoco che arrivavano lì e li bloccavano alle prime cancellate. (…)

Tornate in quelle celle, siamo crollate in quei letti tutti anneriti, e la stanchezza ha preso i nostri corpi. ( … )

Scusate se termino qua, ma al ricordo delle compagne morte il mio cuore si apre al dolore; e Rosetta (vigilatrice), che conoscevo da anni, ad ogni mia carcerazione mi ha sempre aiutata moralmente a superare le mie svariate crisi, ed anche quella sera, prima dell’accaduto, mi ha tenuto la mano, dicendo «fai la brava e pensa a tua madre, io essendo madre so cosa si prova per i propri figli». Ed ora ai suoi figli chi ci pensa?

  1. P.

 

Il loro ricordo non ci abbandonerà mai

 

Non ho ricordi lucidi, nella mia mente bagliori, ricordi, suoni, sirene, battiture, urla, pianti: il panico (bisogna provarlo).

Quando alla fine siamo uscite dalla cella, era tutto nero, chi correva di qua, chi di là. Ognuna di noi cercava di fare il possibile per aiutare le altre, quelle che non hanno retto allo spavento. Noi della «B», nella disgrazia, siamo state più fortunate, soltanto perché dalle finestre dei bagni potevamo respirare.

L’apertura… Mi sono guardata intorno per vedere se potevo fare qualcosa, e qualcosa ho fatto. Arrivata alla rotonda che divide le sezioni «A» e «B», sulla scrivania delle vigilatrici ho preso una delle torce dei Vigili dei Fuoco ed ho fatto luce alle compagne che si ammassavano sulle scale: non si vedeva niente e così le ho accompagnate sin giù. Arrivata sotto mi hanno strappata di mano la torcia:«Dove l’hai presa?», e mi hanno ancora ripresa…

Noi eravamo tutte nere, viso mani ed abiti. Ancora oggi non siamo riuscite a togliere la fuliggine (se così si può chiamare) dai nostri effetti personali. Delle compagne non voglio e non riesco a parlare, non ci sono parole e non ci sono lacrime. Il loro ricordo non ci abbandonerà mai, sono vive dentro di noi…

Nelle Sale Magistrati regnava la disperazione; lì ci hanno tenute sino alle 3.30 circa, per poi rimandarci nuovamente in sezione. Entrando nella nostra cella, abbiamo stentato a riconoscerla. Tutto aveva cambiato colore: nero.

Il mio grido amaro per tutte queste carceri vorrei che giungesse ai responsabili. Non dimentichiamo che ora, lì, alle «Valli disperate», abbiamo paura per quanti sono ancora ristretti in quel cimitero. Le minime precauzioni che sono state prese non sono servite a niente. L’organizzazione è scarsissima, anzi in quel caso nulla.

Ho vissuto questo dramma come passaggio doloroso, ma avvolto dalla speranza che facciano qualcosa per queste supercarceri. E da tanta speranza per quelle che devono ancora tornare.

  1. L. P.

 

Eravamo scioccate per le nostre compagne e le due vigilatrici

 

Ho sentito grida orrende, mi sono affacciata dallo spioncino e ho fatto in tempo a vedere una nube di fumo nero che in un secondo ha invaso la sezione. Ho suggerito alla mia compagna di respirare tramite un fazzoletto e di aprire le finestre. Io dal blindo gridavo aiuto, urlavo di aprire. Poi, tre ragazze detenute correvano ad aprire le finestre del corridoio. Quando poi sono arrivati i soccorsi, mi sono girata perché non sentivo più la mia compagna, che infatti era a terra priva di sensi; ho urlato a squarciagola perché venissero i soccorsi, e così ho respirato tanto di quel fumo che non sentivo più nulla tranne quel gusto. Ora mi sento giramenti di testa, mal di stomaco e vomito nero.

Abbiamo passato quasi tutta la notte in un corridoio del maschile e quando ci hanno portate su per preparare le nostre cose, c’era ancora quell’odore orrendo, e molte ragazze svenivano. Così, abbiamo passato la mattina all’aria, aspettando la scorta per portarci via. Eravamo tutte scioccate e sofferenti per le nostre compagne e per le due vigilatrici morte per salvare noi.

  1. F.

 

La mia rabbia è di non aver potuto aiutarle

 

Non riesco a rendermi ancora perfettamente conto dell’accaduto. Ora che siamo nuovamente alle Nuove rivedo tornare una per una le compagne dimesse dall’ospedale… Ecco… ne mancano… Mi vengono i brividi: sino ad oggi, tra rassettare la cella assegnataci, e gli sballamenti non ero ancora in me, il mio pensiero era lavare, togliere il nero della fuliggine rimastaci impressa in tutto. ( … ) Il ricordo più vivo in me è questo: urlando e correndo giungono in sezione «B» tre compagne gridando «al fuoco! al fuoco!». Affacciandomi allo spioncino del blindo ormai già chiuso, vedo le compagne della «A», aprono le finestre, quelle che non sono riuscite ad aprirle le hanno rotte… Nel frattempo, noto arrivare un nuvolone nerissimo dalla rotonda, mi giro per vedere le compagne accorse, ma erano già state sopraffatte dalla nube tossica. Tutte e tre giacevano accasciate per terra… La mia rabbia è quella di non aver potuto aiutarle: ero chiusa.

Allora ho bloccato come ho potuto lo spioncino, e con la mia concellina ci siamo chiuse in bagno, con la finestre spalancata ed asciugamani bagnati sul viso. E dopo un secolo ci hanno aperto. Non ricordo altro… non voglio ricordare. Ora, arrivata all’ospedale, dove mi hanno fatto i raggi per il mio abbassamento di voce, mi vien da ridere pensando al mio piccolo male in confronto alla catastrofe successa.

  1. C.

 

Ho visto le mie compagne svenute

 

Ho visto nuvole di fumo e grida orrende che provenivano da tutte e tre le sezioni. Dopo un’ora, che ci hanno aperto, ho visto le mie compagne svenute sui pavimento ormai annerito. Sono stata presa e portata fuori da quell’inferno mentre autoambulanze e sirene portavano in ospedale le mie compagne prive di sensi e alcune già morte.

  1. D. P.

 

Urlavo dalla paura e la paura non si placava

 

Era una serata tanto tranquilla, con la mia concellina stavamo vedendo il film. In quel preciso istante si sente un odore sgradevole e disgustoso: erano le ore 23.00. Mi sono affacciata alla finestra e vedo molto fumo venire su. Avevo panico, adesso, e vedevo che il fumo saliva sempre più alto. Ci siamo messe a gridare, non si capiva più niente, si picchiava sul blindo «apriteci, stiamo soffocando», e le grida erano sempre più forti. Urlavo dalla paura e la paura non si placava. Ci hanno poi aperto dopo che noi avevamo perso tutte le forze.

Ci hanno aperto i Vigili del Fuoco. Mi hanno poi portata all’ospedale Maria Vittoria, ero sconvolta da tanto terrore e paura. (…)

  1. G.

 

Il fumo è entrato a soffocare i pochi metri quadri del tuo mondo

 

Letto, guardi il soffitto, pensi, rifletti, alla TV lo stesso film visto e rivisto… allora torni a pensare, fumi una sigaretta, ripensi ancora alla tua condanna, dietro l’angolo, instancabile di farti soffrire… speri di «dare» e di poter dare ancora domani qualcosa di «tuo», la forza espressiva di guardare negli occhi la gente… leggendola senza parlarsi.

Appare un «momento» l’attimo in cui vorresti scappare… ti assale ora la disperazione… il fumo è entrato a soffocare i pochi metri quadrati del tuo mondo… le fiamme alte da colorare tutta la buia notte… se in questo momento avevi un ideale da raggiungere, scopri che in tale situazione si sfalda a velocità supersonica… non ce la facciamo rimaniamo impietrite, a gridare… e dentro senti che in pochi secondi è stato distrutto ciò che è stato costruito… o meglio, ciò che hanno cercato di costruire… forse scende una lacrima… forse anche due, ma riusciamo solo a vederla allontanarsi da te… Pensiamo che sia stato tutto un brutto sogno dal quale prima o poi dovremmo svegliarci… ma non è così, è ricordo, brutto ricordo. Dentro di noi ora il vuoto… e il pensiero è rivolto a voler volare nell’azzurro cielo per donare un fiore alle nostre compagne che sentiamo e sentiremo sempre vicine.

  1. B., L. M., N. R., A. V.

 

Mancava qualsiasi logica a livello organizzativo

 

Passata l’ora della terapia (di cui io non faccio più uso) mi sono seduta al tavolino. D’un tratto, sento il baccano tremendo della battitura che di solito annuncia protesta di massa e odore di guai. Mi alzo, guardo verso la rotonda, non la vedo: vedo uno spesso muro nero che avanza verso la mia direzione. Mi giro verso I. e la avverto che c’è il fuoco, lei non si rende conto della gravità di ciò che avevo visto, va allo spioncino, respira due boccate, il fumo entra da tutte le parti. Isa stramazza a terra. Io ho già aperto tutte le finestre, si rianima un po’, ma mentre siamo affacciate le folate di vento dall’esterno portano altro fumo. Siamo stordite, bagniamo degli asciugamani e cerchiamo di respirare attraverso ad essi. Ci affacciamo: urla di disperazione. Chi chiede aiuto, chi pietà, chi in preda a crisi di nervi grida frasi sconnesse: «aprici, guardia bastarda tiraci fuori, guardia pietà, guardia stai morendo anche tu».

Di fronte alla mia sezione c’è il blocco degli uomini, è tangibile che il panico è ormai diffuso. Nella notte le lugubri sciabole gialle dei fari fendono il buio; questo nostro universo dominato da quelle stesse divise che ora, viste da lì, in fondo al cortile mi sembravano piccole piccole, affannate, prive di ogni cognizione. Era gente come me, terrorizzata nel rendersi conto che in fondo anche loro, come noi, erano stati fregati dal destino. C’era la volontà, c’era una parvenza di struttura, ma mancava qualsiasi logica a livello organizzativo: guardie che cercavano disperatamente di avvitare i bocchettoni delle pompe e delle prolunghe che non avevano la stessa filettatura.

  1. si allontana da me, si va a stendere sul lettino, rassegnata. lo pensavo che i soccorsi stavano arrivando, ma era solo una forma di autoconvincimento. Poi infine in lontananza, la nenia ripetitiva delle sirene dei pompieri. Uomini arancione con i volti nascosti da maschere nere scendono dalle loro autobotti, rivelando ai miei occhi tecnologia avanzata e coordinamento di movimenti.

Quattro guardie passano, reggono un materasso, un corpo inanime giace. Un viavai di macchine private guidate da ragazzi che, tolta la divisa, metaforicamente parlando, iniziano un carosello lugubre, nel caricare indistintamente le persone bisognose di soccorso che cominciavano ad uscire dal blocco.

Una delle due autobotti posteggiate davanti alla portineria viene richiamata dalle guardie all’altro ingresso del blocco, quello dei colloqui, situato in fondo alla sezione «B». Gridano che anche lì c’è fuoco.

E’ passata un’ora e un quarto quando un vigile ci apre la cella. I., sdraiata sulla brandina, viene trascinata da me fuori dalla cella e in fondo al corridoio vi è già un pompiere con la bombola per dare la prima boccata d’ossigeno puro a quante di noi, ed erano tante, vi giungono prive di sensi. Prima di scendere chi è rimasto in piedi aiuta a portare le altre verso la vita.

Quei materassi, fatti in materiale «antisommossa» ignifugo per tutelare i diritti della legge… in un’Italia madre del Diritto, viene ignorato totalmente quello più elementare: quello alla vita. (…)

Senza ombra di dubbio, il materiale è antisommossa in quanto, se durante una protesta a qualcuno venisse in mente di incendiarlo, risolverebbe subito due problemi: come sedare la rivolta e come smaltire il sovrappopolamento carcerario. In questo caso, i materassi superstiti erano allargati uno di fianco all’altro e accompagnavano troppe di noi in quello che sarebbe stato l’ultimo viaggio.

L’umanità, fin dagli albori della civiltà, nelle disgrazie e nel dolore di chi rimane, impara a correggere i suoi errori. Tale rimane la finalità di questo mio scritto.

L’unica possibilità per onorare il sacrificio di queste donne, amiche e vigilatrici, immolate sull’ara della stupidità e dell’ingordigia di chi ci amministra, è batterci affinché tutto ciò non sia stato vano.

  1. A.

 

Farò il possibile perché nessuno ci tratti come semplici numeri

 

Una sera come tante altre. Ad un tratto, la battitura.

  1. si alza, abbassa lo spioncino e vede il fumo, un fumo nero, tetro, spesso. Me lo dice, me lo grida, ma io non me ne rendo conto e quando mi affaccio non vedo nulla, sento solo voci che implorano aiuto, voci che volevano vivere.

In un attimo la cella è buia… non so, non ricordo bene, in breve ho perso i sensi. Mi riprendo, sono stordita; non voglio più vivere, mi accascio sul letto e aspetto…

Il risveglio, volti amici, compagne erano sdraiate sui materassi buttati disordinatamente per terra. La prima sensazione… il vuoto… la confusione, l’angoscia, poi la prima domanda: «perché?».

I primi nomi… l’apatia si trasforma in lacrime.

Ritorniamo in sezione, mi accoccolo accanto a D., mi addormento e forse nei sogni dimentico.

Il sole mi riporta alla realtà.

Il caos del trasferimento, panni che si ammassano senz’ordine, poi un saluto il segno della croce davanti a quelle celle.

Mi trovo qui, a distanza di giorni, eppure il mio cuore pesa cento chili. (…) Mi riprenderò, lo farò presto e metterò a disposizione tutte le mie energie affinché la morte di quelle ragazze, e di quelle vigilatrici, serva a qualcosa.

Farò il possibile perché più nessuno ci tratti come semplici numeri, scrivendo sui giornali, accanto al nome di un essere umano, una sequenza di reati che potrebbero portare qualcuno alla feroce conclusione: «Beh, in fondo era solo una rapinatrice».

P.I. 

[1] Nella versione originale del 1989, la gran parte delle testimonianze sono firmate con nome e cognome. In questa versione 2019, abbiamo deciso di utilizzare le sigle, non potendo rintracciare le donne testimoni o i loro famigliari per una verifica della disponibilità ad esplicitare i loro dati personali. I nomi citati per esteso sono solo quelli delle donne vittime dell’incendio.

Si configurerebbe perfino un reato penale nella pubblicazione di un imbarazzante video che celebra l’arresto dell’ex terrorista Cesare Battisti – con tanto di musichetta emozionale, foto ricordo dei poliziotti che a viso scoperto si alternano ai lati del “trofeo”, e finale romantico sull’aereo che parte da Pratica di mare alla volta di Oristano, destinazione carcere – postato sul proprio profilo Facebook dal ministro di Giustizia – il Guardasigilli italiano – Alfonso Bonafede.

«L’art. 114 del codice di procedura penale – ricorda l’Associazione Antigone – vieta “la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica”. E l’art. 42 bis dell’Ordinamento penitenziario impone l’adozione di “opportune cautele per proteggere gli arrestati dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità”».

Norme che l’avvocato Bonafede deve aver dimenticato e che più di qualcuno sui social gli ha ricordato. Ma è soprattutto il mood autopromozionale (il ministro Salvini relegato a comparsa) in salsa giustizialista che a memoria non ha precedenti in Italia e pochi vergognosi paragoni nel mondo, ad aver suscitato molte critiche (ma anche qualche apprezzamento) tra gli oltre 500 mila utenti che fino a ieri sera avevano visualizzato il video di quasi quattro minuti che il ministro grillino ha pubblicato sotto il titolo: «Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo!».

Un video che l’Unione delle camere penali ha definito «sconcertante», una «imbarazzante manifestazione di cinismo politico», la ciliegina sulla torta di «una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana», con due ministri della Repubblica che a Ciampino hanno trasformato un semplice atto di giustizia in «una occasione cinica e sguaiata, di autopromozione propagandistica».

Dal canto suo, ai cronisti che gli chiedono se frasi come «marcire in galera» non contrastino con il fine riabilitativo della pena, Bonafede risponde: «Non c’è nessun accanimento, nessun desiderio di vendetta ma c’è la giustizia. I cittadini italiani aspettavano da 40 anni che questa persona pagasse e così deve essere».

Forse un tantino esagerati nella propaganda? No, risponde il premier Giuseppe Conte: «Se il governo fosse stato timido, sobrio o si fosse nascosto, sarebbe stato inappropriato». Soprattutto sobrio.

* Fonte: IL MANIFESTO

«Alfonso Bonafede ha seguito sempre il caso di Riccardo, anche prima di diventare ministro ha partecipato a alcuni eventi ed è venuto in tribunale. Ci ha chiamato per vicinanza, è stata una chiamata da amico non da ministro, e ci ha promesso un suo interessamento». Andrea, il fratello di Riccardo Magherini, l’ex calciatore della Fiorentina morto nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 durante un arresto eseguito dai carabinieri, ha impiegato quasi due giorni per ritrovare la parola. Tanto è stato pesante per lui, la sua famiglia e il loro legale, l’avvocato Fabio Anselmo, il colpo inferto dalla Cassazione che giovedì sera ha annullato senza rinvio «perché il fatto non costituisce reato», la condanna per omicidio colposo – emessa in primo grado e confermata in Appello – dei tre militari che quella notte ammanettarono il 40enne fiorentino stendendolo prono a terra, schiacciandolo sul selciato e colpendolo, come confermato dai video girati dai testimoni.

Ora la famiglia spera nell’intervento del ministro di Giustizia: «Oltre ad aver ucciso un’altra volta Riccardo, questa sentenza proclama il funerale dello Stato di diritto nel nostro Paese – aggiunge Andrea Magherini -: scrivere nella sentenza che non costituisce reato vuol dire che le forze dell’ordine possono fermare e picchiare le persone. È grave, siamo in un Paese civile». E il padre Guido, intervistato da Lady Radio annuncia: «Ho qualche bene, e venderò tutto per dare giustizia a Riccardo».

«Un pronunciamento così fatto non se lo aspettava nessuno, neppure i difensori, ha lasciato tutti allibiti», riferisce ora l’avvocato Anselmo, legale anche delle famiglie Cucchi, Aldrovandi e di altre vittime delle violenze delle forze dell’ordine, spiegando che per la Cassazione «non sussisterebbe l’elemento psicologico a carico dei Carabinieri imputati perché o non potevano accorgersi di quanto stava accadendo a Riccardo – e cioè che stava morendo asfissiato sotto di loro – oppure (peggio) perché hanno semplicemente fatto il loro dovere non avendo in quel momento alcuna posizione di garanzia sulla salute e sulla vita di quel “soggetto” arrestato».

Magherini quella notte venne fermato mentre era in preda ad un attacco di panico dovuto all’assunzione di cocaina e stava dando in escandescenze. La Corte d’Appello confermò le condanne di primo grado a 8 e 7 mesi di reclusione per i tre carabinieri basando le motivazioni sulle prove prodotte dai video girati con i telefonini da alcuni abitanti del Borgo di San Frediano che mostravano le modalità con cui avvenne l’arresto, la sofferenza della vittima, i colpi che gli vennero inferti mentre era a terra riverso sul selciato, e le sue urla di aiuto mentre stava morendo. I tre militari obiettarono però di non avere le competenze mediche per distinguere se l’arrestato fosse effettivamente in pericolo di vita oppure se fingesse malore, ma i due gradi di giudizio non confutarono il dato reale dei colpi inferti a Magherini mentre era ammanettato con i polsi dietro la schiena.

La Cassazione invece ha annullato tutto, evidentemente ritenendo che non ci sono prove «oltre ogni ragionevole dubbio». «Non è la prima volta che avviene, certamente, anche se gli annullamenti della Cassazione sono in numero limitato, e quelli senza rinvio ancora meno», spiega il cassazionista Francesco Petrelli, ex segretario dell’ Unione delle camere penali. «Bisognerà leggere le motivazioni per capire, ma certamente il confine tra fatto e diritto, che dovrebbe essere la linea discriminante tra il giudizio di cognizione della Corte d’Appello e il giudizio di legittimità della Cassazione, a volte è incerto». In ogni caso, conclude Petrelli, la Suprema corte «basa il suo giudizio, di metodo e non di merito, solo sul testo della sentenza e sugli atti di impugnazione, perché non ha in mano né le trascrizioni delle udienze, né le perizie, né i video o i documenti prodotti in dibattimento». Proprio per questo appare incomprensibile quella formula che sembra entrare nel merito del caso e contro la quale Anselmo ha annunciato di ricorrere alla Corte europea dei diritti umani.

Ma c’è un precedente: il 23 giugno 2015, con il medesimo relatore Vincenzo Pezzella, la Cassazione annullò senza rinvio anche un’altra condanna (anche questa confermata da due tribunali) per incitamento all’odio e discriminazione razziale nei confronti di un uomo che aveva distribuito a Trieste durante la campagna elettorale delle europee un volantino dove a fianco delle caricature di rom che rubano, di neri che spacciano, ecc. e di Abramo Lincoln attorniato da dollari, c’era il messaggio: «Basta Usurai – basta Stranieri». Per la Cassazione non è reato, perché si tratta di un hate speech contestualizzato a un frangente di propaganda politica, e discriminante peraltro non per etnia ma per «l’altrui criminosità».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

C’è più di un modo per interpretare la crisi della democrazia e dello stato di diritto in cui siamo precipitati. Ci si può affidare a modelli economici, a tecnicalità giuridiche, ad approfondimenti geo-politici oppure leggere (o rileggere) uno straordinario classico della letteratura sociologia e penologica contemporanea quale è Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini (Il Mulino, pp.336, euro 15).

A tre anni dalla scomparsa di Massimo Pavarini, e a più di quaranta dalla prima edizione del saggio risalente all’oramai lontano 1977, il volume arriva nelle librerie, nelle università e nelle biblioteche italiane in un momento nel quale abbiamo eccezionalmente bisogno di strumenti critici approfonditi di analisi. Nella postfazione, lo stesso Massimo Pavarini scrive che «Carcere e fabbrica appartiene a quel movimento revisionista che legge il carcere e la cultura correzionalistica come necessità della modernità».

IL LIBRO SI PRESENTA come esplicitamente revisionista nei confronti di quella letteratura filosofico-giuridica che ha tradizionalmente invece letto la pena carceraria come evoluzione positiva di meno evoluti e democratici modelli punitivi. Il carcere, per gli autori, è prima di tutto strumento di disciplina e controllo sociale. Tutto ciò è particolarmente evidente oggi, in un mondo in preda a una deriva nazionale e identitaria. Gli Stati, avendo oramai rinunciato a politiche inclusive welfariste, si affidano all’ossessione securitaria, e dunque all’eccezionale retorica della reclusione per produrre il risultato complesso, nella sua ingiustizia e tragicità classista, di neutralizzazione selettiva delle persone che vivono ai margini del sistema economico e sociale. Una neutralizzazione, dunque, funzionale alla normalizzazione capitalistica.
Così come recita il sottotitolo, il volume va alle origini del sistema penitenziario, tornando indietro di alcuni secoli per spiegare il rapporto tra universo punitivo e ideologia della produzione. Troppo spesso di questi tempi siamo abituati ad accontentarci di spiegazioni semplici, unidimensionali per dare senso a questioni di eccezionale complessità.
Si pensi a quanto sta accadendo a proposito del tema universale e gigantesco delle migrazioni, dove gli speculatori politici usano politiche e parole banali, nonché la pratica e la retorica del controllo, della deportazione e dell’internamento per contenere i flussi migratori e porsi a difesa delle ricchezze occidentali. Anche la questione migratoria dunque sta dentro il più ampio rapporto tra privazione della libertà (in senso ampio) e organizzazione capitalistica.

NON SI PUÒ comprendere con chiarezza l’internamento di massa avvenuto negli ultimi decenni, a partire dagli Stati Uniti d’America, senza andare a fondo nelle intersecazioni possibili tra pena, lavoro e capitale. Gli oltre due milioni di detenuti nelle carceri americane possono avere molte spiegazioni, che non necessariamente si escludono a vicenda.

OGNUNA DI ESSA però a sua volta richiede uno sguardo al passato del sistema penitenziario disciplinare ottocentesco americano di Auburn e Filadelfia. Nella Prefazione al volume Jonathan Simon, uno dei più grandi studiosi contemporanei della penalità, noto in Italia per lo straordinario saggio Il governo della paura. Guerra alla criminalità e democrazia in America (Raffaello Cortina, 2008), assegna all’analisi di Melossi e Pavarini una funzione strategica di comprensione del presente, in quanto il libro viene ripubblicato in un periodo storico molto particolare, quando sia il carcere che il capitalismo hanno raggiunto quelle che lui definisce «condizioni di egemonia globale». Un’egemonia che sta progressivamente mettendo in discussione non solo la tenuta del modello penale o di quello più genericamente giuridico ma anche la tenuta dello stesso modello democratico.
Chiunque nella società e nelle università si intenda occupare criticamente di politiche criminali, ideologia del controllo, carceri e potere punitivo deve obbligatoriamente avere nei suoi scaffali alcuni volumi imprescindibili e tra questi non può non esserci Carcere e fabbrica.

* Fonte: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO

Rudra Bianzino, il figlio di Aldo, l’ebanista che morì dieci anni fa in condizioni oscure nel carcere di Capanne a Perugia, è diventato adulto, e dopo aver preso in mano il caso della morte del padre, chiede ora alla procura umbra di riaprire le indagini.

Assistito dagli avvocati Corbelli e Zaganelli – il legale che seguì la vicenda sin dall’inizio – il figlio di Aldo Bianzino e di Roberta Radici, che mori dopo soli due anni forse anche per il dolore patito, ritiene che ci siano «elementi nuovi» maturati negli ultimi mesi tanto da fornire alla procura diversi spunti che potrebbero motivare la giustizia perugina a «disporre la riapertura delle indagini del procedimento penale per l’ipotesi di reato di cui all’art. 575 c.p. (omicidio ndr) compiuta da terzi, allo stato ignoti, in danno del Sig. Aldo Bianzino nell’Istituto penitenziario di Capanne tra il 13 ed il 14 ottobre 20017».

Così si legge nell’istanza presentata in tribunale alla fine di aprile e ieri resa nota da Rudra alla stampa in un’aula del Senato con Valentina Calderone dell’associazione “A buon diritto”, i senatori Luigi Zanda (anche lui avvocato) e Luigi Manconi – icona delle battaglie sui diritti -, e due professionisti che Rudra e i suoi legali ritengono la chiave di volta che dovrebbe portare alla riapertura del caso: il medico legale Antonio Scalzo e l’anatomopatologo Luigi Gaetti (ex parlamentare).

Dopo aver richiesto nel gennaio dell’anno scorso al tribunale di Perugia l’autorizzazione a esaminare le sezioni di encefalo e fegato di Aldo Bianzino, fissate in formalina, i due medici sono arrivati a conclusioni clamorose che confermano le numerose zone d’ombra che già gravarono sul processo per omissione di soccorso (non per omicidio) che si concluse a Perugia con l’indicazione che Aldo non era morto per le botte ma per un aneurisma. In sostanza per cause naturali.

Adesso però legali e professionisti ritengono che vi sia un «…elemento nuovo non conosciuto al momento dell’archiviazione delle indagini» e «decisivo». L’analisi dei reperti biologici di Aldo dimostra infatti due cose. La prima riguarda proprio l’aneurisma che è infatti solo un’ipotesi mai dimostrata in tribunale: «…le argomentazioni poste a sostegno di tale affermazione sono quanto meno lacunose», è scritto nell’istanza, poiché «non c’è evidenza dell’aneurisma come elemento di certezza sul determinismo dell’emorragia». Insomma questo aneurisma – che sarebbe la causa del sanguinamento cerebrale – non si trova «e del resto manca buona parte del cervello, per esplicita e candida ammissione» degli stessi consulenti dell’accusa. In sostanza «a differenza di quanto affermato e non giustificato con metodo di evidenza scientifica» (dai periti), la genesi definita naturale dell’emorragia subaracnoidea «non è dimostrabile in assenza di un reperto anatomico di sacca aneurismatica».

Infine gli accertamenti hanno consentito di datare la lesione nella regione epatica: «La lesione al fegato e quella al cervello insorsero nello stesso arco temporale. L’oggettività del dato – scrivono Gaetti e Scalzo – supera tutte le argomentazioni (già inverosimili) dei Cctt (periti ndr) del pm…» e visto che le lesioni epatiche insorsero almeno due ore prima rispetto al momento del decesso non si possono ricondurre «alle manovre rianimatorie», come era stato sostenuto, facendo risalire la lesione al fegato a un maldestro massaggio cardiaco per salvare Aldo morente dopo la ferita cerebrale dovuta all’aneurisma.

La «sovrapponilità» dei due momenti (sanguinamento cerebrale e lesione epatica) mettono in dubbio tutto l’impianto del processo . E riconducono all’ipotesi che Aldo sia stato picchiato a morte. «Spero che il caso venga riaperto. Altrimenti – dice Rudra – chiederò la revisione dell’intero processo. E se quella via mi fosse rifiutata ricorrerò alla Corte europea dei diritti dell’uomo».

FONTE: Emanuele Giordana, IL MANIFESTO

Nel volumetto di Nicola Valentino, Le istituzioni dell’agonia (Sensibili alle foglie, pp. 88, euro 12), l’ergastolo e la pena di morte vengono interfacciati in modo da mostrare le reciproche agonie, le similitudini e le differenze che plasmano i loro volti corrotti, mettendo in rilievo le ombre che abitano il silenzio di quei luoghi di «punizione senza ritorno».
Per rendere accettabili queste due espressioni punitive si lavora sull’immaginario collettivo fino a renderlo complice e persino compartecipe del processo di cancellazione fisica e sociale di coloro che vengono sistematicamente disumanizzati e trasformati in rifiuti non riciclabili delle società: i mostri vanno dunque eliminati materialmente con la «morte di Stato».

Nel suo libro Valentino denuncia il macabro primato dell’Italia nel contesto europeo, con 1677 persone condannate all’ergastolo. Parafrasando le parole del condannato a morte Ray «Running Bear» Allen: «la giustizia è direttamente proporzionata al tuo conto in banca e al colore della tua pelle», risulta talmente vera questa equazione che basta guardare i dati statistici più recenti e ci si accorge che l’Italia, oltre ad essere prima in Europa per quantità di detenuti, ha pure il triste primato per il numero di poveri. È evidente e consequenziale lo stretto rapporto tra giustizia sociale e giustizia penale: tanti più poveri avremo, quanto più le carceri saranno piene.

Paradossalmente c’è una grande similitudine tra quel che pensa il cittadino americano medio della pena di morte e quel che pensa il cittadino italiano medio dell’ergastolo: per le rispettive comunità queste due istituzioni penali sono assolutamente intoccabili, tabù culturali quasi impossibili da mettere in discussione. Qualche anno addietro un governatore statunitense affermava persino che «l’umiliazione deve far parte della pena», ma questa arcaica convinzione è poi così lontana dal sentire comune?

È proprio sul comune sentire che bisogna lavorare e il libro di Valentino si connota in questa direzione, trasformando i propri progetti editoriali in occasione di incontro e relazione nel vivo del tessuto sociale. Il prossimo 2 novembre (giorno dei morti), Sensibili alle foglie si farà promotrice di una giornata dedicata a questi temi, coinvolgendo attivamente anche artisti e musicisti.

Il lavoro di Valentino è una sorta di viaggio tra una pena e l’altra, tra l’incudine della pena capitale e il martello del «finepenamai», un lavoro che sonda anche i linguaggi e le terminologie, i regolamenti e i protocolli, fino a entrare nelle vite e nei sogni delle matricole umane con acclusa la data di scadenza. Le Istituzioni dell’agonia sono un coro di urla silenziose dai bracci della morte di San Quentin, Huntsville, Walla Walla, a cui fanno eco quelle degli ergastolani, da una sponda all’altra dell’oceano e dell’umana ragione.

Come ricorda emblematicamente l’autore del volume, «nel 2017, in Italia, 113 ergastolani si sono fatti promotori di una legge di iniziativa popolare per ottenere il diritto a una morte assistita, con lo scopo di anticipare l’epilogo previsto da una condanna che è fino a morte del reo». Forse sarà impossibile dire quale delle due pene sia peggiore per una società che possa davvero ritenersi civile ma, di certo, lo stesso livello di civiltà non potrà mai migliorare se non si arriverà a cancellare dai sistemi penali – e persino dai vocabolari – ambedue le forme punitive.

FONTE: Marco Cinque, IL MANIFESTO

È una tradizione per «Nessuno tocchi Caino» tenere il Congresso in un carcere, quest’anno quello milanese di Opera, dove, nel dicembre 2015, si era svolto l’ultimo a cui ha partecipato Marco Pannella e da cui ha tratto ispirazione la campagna «Spes contra Spem» per il superamento dell’ergastolo ostativo ed il 41 bis.

È però una novità assoluta che il Congresso abbia eletto nel Consiglio direttivo proprio degli ergastolani ostativi. Sono infatti 7 gli ergastolani di Opera che ora ricoprono un ruolo da dirigenti nell’associazione: tra loro ci sono Gaetano Puzzangaro, Orazio Paolello, Vito Baglio, Alfredo Sole, Rocco Ferrara, Roberto Cannavò e Giuseppe Ferlito. Uomini a cui negata per legge la speranza con un “fine pena mai” che hanno deciso di incarnarla, di essere fonte di un processo attivo di cambiamento, come testimoniano il docu-film Spes contra spem – liberi dentro di Ambrogio Crespi, di cui sono protagonisti, e quegli omonimi laboratori costituiti in varie carceri e fortemente sostenuti dal ministro della Giustizia Andrea Orlando e dal Capo del Dap Santi Consolo.

Da oggi, spetterà anche ai sette ergastolani decidere e prendere iniziative volte a superare, con la pena di morte, anche la morte per pena e la pena fino alla morte, nei fatti decretate dall’armamentario emergenzialista speciale di norme e regimi penitenziari quali l’ergastolo ostativo, il 41-bis e l’isolamento diurno, per far vivere il “diritto alla speranza” che appartiene ad ogni essere umano, diritto codificato nello spazio del Consiglio d’Europa dalla giurisprudenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo e dagli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT), ma negato, come è in Italia, da quello sbarramento automatico alla concessione di benefici penitenziari per chi sia imputato o condannato per i reati di cui al 4-bis, fintanto che non decida di collaborare alle indagini.

In questo senso il Congresso è stato anche occasione per presentare un’altra iniziativa innovativa, un ricorso di massa, quasi 250 casi, al Comitato Diritti umani e al Comitato contro la tortura dell’Onu curato dallo studio legale di Andrea Saccucci per denunciare il sistema dell’ergastolo ostativo che, combinato al “carcere duro” e all’isolamento diurno, provoca nel tempo – come ampiamente dimostrato dalla analisi statistica prodotta da Francesco Fabi in base alle risposte ai questionari di 247 ergastolani ostativi – danni irreversibili sulla salute fisica e mentale del detenuto, tali da configurare punizioni e/o trattamenti inumani e degradanti.

È la via sovranazionale, quella che Nessuno tocchi Caino continua a percorrere nello sforzo di accelerare quelle modifiche normative interne necessarie ad adeguare il nostro e altri Paesi agli standard internazionali sui diritti umani. È successo, per quanto riguarda la pena di morte, con l’approvazione della Risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali da parte dell’Assemblea generale di cui proprio oggi ricorre il decennale. Potrebbe succedere, per quanto riguarda l’ergastolo ostativo, già la prossima primavera, quando la Corte Europea per i diritti umani per la prima volta si pronuncerà sul ricorso di un ergastolano a vita, Marcello Viola, contro lo Stato italiano.

* Tesoriera di Nessuno tocchi Caino

FONTE: Elisabetta Zamparutti, IL MANIFESTO

1. Cosa dice davvero la sentenza della Cassazione

Cominciamo col dire di cosa si sta parlando: non dei destini di Totò Riina, ma del rinvio per nuovo esame di un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Bologna.
La sentenza della prima sezione della Corte di Cassazione n. 27766, infatti, non delibera l’uscita o meno dal carcere del “capo dei capi”, ma rinvia l’ordinanza che ne aveva rigettato la richiesta di differimento dell’esecuzione della pena o, in subordine, di esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare perché formulata in base a una valutazione parziale e inadeguata; contraddittoria nelle motivazioni; basata su valutazioni errate e incomplete per aver deliberato sulle condizioni di detenzione, “le quali non possono certo essere considerate in astratto, bensì, in concreto, con riferimento anche a particolari caratteristiche del luogo di detenzione, se rilevanti”, in assenza di un doveroso accertamento volto a verificare, in concreto, la compatibilità della struttura carceraria con le condizioni di salute di Riina; carente di motivazione sotto il profilo della attualizzazione della valutazione sulla pericolosità del soggetto. E indica in modo puntuale cosa dovrà essere preso in considerazione, e sotto quale forma, nella nuova ordinanza che il Tribunale di sorveglianza dovrà scrivere. Da questo punto di vista, le ragioni (formali) del rigetto sono un atto di garanzia verso chiunque, in un ipotetico futuro, vorrebbe essere giudicato con piena e coerente considerazione delle proprie ragioni, dei nessi fra la situazione oggetto di giudizio e le norme penali, e il dettato costituzionale che le sorregge.
Chi ha criticato la sentenza, concedendo l’avvenuta lettura (doveroso nel caso di esponenti politici, magistrati di fama, giornalisti e direttori di giornali, per i quali non è pensabile che sia stato formulato un giudizio sulla base di un lancio di agenzia), non sembra in grado di discernere fra un’ordinanza malscritta e il suo oggetto: fra la cosa e il segno, in parole povere. O fra l’oggetto materiale e la sua simbolizzazione, che è anch’esso un segno; di fatto, l’oggetto dell’ordinanza è un essere umano che si approssima alla morte, e la cui morte può essere, a seconda delle cure di cui sarà in grado di disporre, differita o accelerata, e del quale il Tribunale di sorveglianza non può, sostiene la Cassazione, elencare le patologie ma non valutarne gli effetti né specificare quali debbano essere “i rimedi necessari [e] i tempi di realizzazione degli stessi”. Il che concerne il principio della dignità della morte. Che è, nei fatti, già stato violato dallo svolgersi degli eventi, se è vero che un ricorso avente conseguenze su un essere umano (non importa chi sia) affetto da gravissime patologie ha richiesto un anno per essere esaminato dalla Cassazione, che a sua volta non può che rimandarlo al mittente mentre il tempo scorre inesorabilmente: una giustizia che assomiglia al coccodrillo che, avendo ingerito la sveglia, ticchetta implacabile alle spalle di capitan Uncino. Se così fosse (e spesso così è), non vi sarebbe alcuno spazio per la dignità; ma neanche per quella che la retorica chiama “civiltà giuridica”.

2. La dignità nella Costituzione formale (presa sul serio)

Il tema della dignità è apparso poco più che un orpello retorico, nella discussione para- (pseudo-) giuridica. E invece stiamo parlando di uno dei pilastri (qualcuno sostiene, in dottrina: il pilastro) che sorreggono l’architettura costituzionale: sarebbe davvero bizzarro che la Corte Costituzionale non ne avesse tenuto conto, considerato che, per citare qualche pronunciamento, per la Corte “quello della dignità della persona umana è valore costituzionale che permea di sé il diritto positivo” (sentenza n. 293/2000); che di conseguenza non può essere leso “il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana” (111/2005; v. anche 162/2007); che uno dei nomi con cui la Costituzione chiama la dignità è il “diritto ad essere se stesso, inteso come rispetto dell’immagine di partecipe alla vita associata, con le acquisizioni di idee ed esperienze, con le convinzioni ideologiche, religiose, morali e sociali che differenziano, ed al tempo stesso qualificano, l’individuo”, ovvero quella “identità personale [che] costituisce quindi un bene per sé medesima, indipendentemente dalla condizione personale e sociale, dai pregi e dai difetti del soggetto, di guisa che a ciascuno è riconosciuto il diritto a che la sua individualità sia preservata” (13/1994); di passaggio, ma non per caso: da qui discende il diritto a difendersi dai processi di soggettivazione eteronomi anche con pratiche di metamorfosi o desoggettivazione. Infine, sin dalla sentenza 12/1966: che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”.
Per dirla in sintesi, la dignità compare nella Costituzione sotto un duplice aspetto: come principio personalistico (che rimonta al famoso ordine del giorno Dossetti del 9 settembre 1946), e come principio relazionale. Salda assieme gli articoli 2 e 3 della Costituzione, costituendo un insieme di diritti incomprimibili persino dalla sovranità popolare, a fortiori dallo Stato: e si fa garante dell’alterità dello Stato costituzionale da quello Stato Etico rispetto al quale la Costituzione si voleva diametralmente opposta. E vale la pena di sottolineare che lo Stato Etico è sempre e comunque fascista, nella teoria come nella prassi storica.
La dignità è l’indice di concretezza dell’eguaglianza (che sarebbe l’altro pilastro dell’architettura), e dà la misura dell’indivisibilità dei diritti (che non possono essere separati ad arbitrio del legislatore) e dell’effettività e universalità dei principi costituzionali. La pluralità delle sue denominazioni (dignità coincide anche con “rispetto”, oltre che “identità personale”) rende la sua forza giuridica equivalente a quella di altre carte costituzionali, come quelle tedesca, o di carte come quella di Nizza del 2000 (“la dignità umana è inviolabile”), o la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (“tutti gli esseri umani nascono eguali in dignità e diritti”) che ne esplicitano il carattere di fondamento.

Rimanendo al livello formale – prima di mettere in questione la decostituzionalizzazione di fatto e il sopravvento di una costituzione materiale che tende a sospendere quella formale –, una veloce rassegna dei pronunciamenti della Corte sul tema della dignità costituisce un elenco di ciò che è chiamato in causa dalla dignità costituzionalmente definita: universalità e completezza del sistema assistenziale (111/2005), diritto all’abitazione (404/1988), diritto a uno stile di vita compatibile col proprio stato di salute (218/1994), applicabilità agli stranieri dei principi di eguaglianza e dignità sociale (120/1967), ivi compresa l’incostituzionalità di misure discriminatorie in materia di prestazioni sociali (432/2005, avverso un provvedimento della regione Lombardia), pari dignità e uguaglianza della donna (126/1968), tutela delle minoranze linguistiche (15/1996) e religiose (117/1979), libertà di manifestare il proprio pensiero (112/1993). Infine, di un’ampia gamma di pronunciamenti in tema di welfare e, più in generale, di attuazione di quel comma 2 dell’art. 3 della Costituzione che prescrivono compiti irrinunciabili allo Stato, sino a configurarne la sua stessa ragion d’essere.
Concludendo questa rassegna, si deve convenire che mettere in discussione il principio della dignità significa minare il fondamento di una vastissima gamma di diritti: a riprova che i diritti sono sempre un insieme unitario, che viene leso nella sua interezza quando uno solo dei diritti dell’insieme viene leso (come scriveva non Stuart Mill o un qualche altro liberale, ma il giovane Marx che si batteva contro i provvedimenti di censura, sottolineando che è proprio la cattiva stampa il banco di prova del diritto alla libertà di espressione).

Tutto ciò costituisce, nella dura materialità dell’odierno esistente, una sorta di libro dei sogni. E si hanno ottime ragioni per sostenere che l’aspetto formale della Costituzione italiana “fondata sul lavoro” non è fuoriuscito dai limiti dell’immagine marxiana della contraddizione fra il cittadino che vive ne cielo di diritti, e l’uomo concreto che vive nello stato che determina le condizioni strutturali della negazione di quei diritti “borghesi”. Per di più, la decostituzionalizzazione in atto si configura come un deperimento dello stesso statuto formale della Carta.
Ma proprio per questo il principio della dignità trova spazio come terreno di resistenza.

3. La dignità come eccedenza giuridica

Ha giustamente sottolineato Stefano Rodotà, facendo propria l’affermazione lapidaria di primo Levi “per vivere occorre un’identità, ossia una dignità”, che «il modo in cui il tema della dignità è stato riproposto nel tempo che viviamo si è sempre più identificato non tanto con una essenza o una natura dell’uomo, quanto piuttosto con le modalità della sua libertà ed eguaglianza» (Il diritto di avere diritti). Senza incamminarci sulla strada di una lettura sostanzialistica, cui in qualche modo il personalismo allude – perché “l’uomo è un’invenzione recente” –, qui preme sottolineare l’eccedenza del principio, o “valore” (meglio sarebbe dire, allora: metavalore) della dignità: da una perenne eccedenza deontologica e assiologica rispetto alle norme giuridiche che tendono a realizzarla (per dirla con l’Emilio Betti della Teoria generale dell’interpretazione). Questa eccedenza fa della dignità il nome comune di una pluralità di diritti potenzialmente illimitata (nel senso spinoziano del diritto secondo potenza): una nozione comune che esprime sempre un di più rispetto allo stato di cose esistente e giuridicamente normato. Questo di più costituisce un potenziale terreno di resistenza costituente per la (ri)appropriazione di quel complesso di diritti che si riassumono all’interno di quel tutto superiore alla somma delle parti che è il principio di dignità.

Torniamo alla sentenza della Corte: essa traccia una distinzione netta fra due concezione della vita e del Bíos che va ben oltre il caso specifico.
Per il Tribunale di sorveglianza, «la possibilità del prospettato esito infausto integr[a] una “condizione di natura” comune a tutti gli appartenenti al consesso umano, anche non detenuti e, pertanto, di una circostanza neutra ai fini della valutazione del senso di umanità richiesto dalla costituzione nell’espiazione della pena». Morire è un fatto neutro che accade a tutti, la cui ineludibilità rende poco rilevante la sua modalità: per questi giudici la vita appartiene alla morte.
All’opposto la tesi della Corte, «dovendosi al contrario affermare l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che, proprio in ragione dei citati principi, deve essere assicurato al detenuto ed in relazione al quale, il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare, deve espressamente motivare». È il morire che è una modalità della vita, e la cui modalità rientra in quell’intangibilità eccedente del Bíos che costituisce un limite alla potestà della legge.
L’homo dignus non si limita a vivere in un sistema di relazioni definito dalla norma costituzionale (fin qui Rodotà) ma la eccede, e proprio per questo ha diritto di pretendere che ogni sfaccettatura, ogni declinazione del principio di dignità sia difeso dall’imperio e dalla potestas. Una dignità comprimibile e soggetta a sospensione implica un Bíos comprimibile, assoggettato alla legge del valore, riducibile a merce: fino alla reintroduzione del potere di dare, determinandone le modalità, la morte da parte di quel biopotere che già si arroga il diritto di determinare le modalità del vivere.
Il diritto a morire dignitosamente è l’espressione dell’evento della morte che accade a una vita che ha diritto di vivere dignitosamente: ma questa dignità non è una fatto giuridico, ma un terreno di lotta, al di là del convenire della Corte costituzionale su questo terreno. Dopo tutto, la critica del diritto, per noi che abbiamo visto Genova (dove si andò per rivendicare dignità per tutt@) e letto Pasukanis, comporta la possibilità di usare il diritto stesso come strumento, una volta sfatato l’incanto della sua santità. Il che significa, per limitarci allo stretto ambito carcerario, che di questo terreno di lotta fanno parte rivendicazioni storiche quali l’abolizione dell’ergastolo, l’umanizzazione della pena, il rifiuto di condizioni di detenzione che scendano al di sotto della soglia dell’umana dignità e di ogni forma di tortura, implicita o esplicita.

4. Il partito dei parenti e il frame dello Stato contro la mafia

Contro la sentenza della cassazione si è levato un muro di proteste aventi per oggetto la specifica figura di Totò Riina: da esponenti politici a testate giornalistiche, fino al fantomatico partito dei familiari delle vittime, fra i quali i pareri sono stati scelti fior da fiore in base al tenore delle dichiarazioni – e dunque ampio spazio a chi ha evocato una sorta di occhio per occhio, e silenzio su chi, come Maddalena Rostagno, ha ricordato il valore dell’umanità in quei familiari che non augurano la morte, o altro, a chi è rinchiuso in carcere.
Ma sarebbe una regressione gravissima se le passioni, gli umori, le percezioni soggettive dei congiunti avessero rilievo nell’applicazione delle norme, come esemplificò a suo tempo il romanzo di Massimo Carlotto L’oscura immensità della morte (in seguito adattato al teatro da Alessandro Gassman).
Così come sarebbe – anzi: è – cosa gravissima se a determinare l’esito di un’istanza fossero passioni, percezioni, umori della cosiddetta pubblica opinione: ovvero quel coacervo di passioni tristi e sentimenti reattivi che orientano la propria percezione di impotenza e passività verso il doppio vincolo della delega “verso l’alto” della decisione e della designazione “dal basso” di un capro espiatorio sul quale sfogare il proprio rancore.
Per tenersi lontani da discussioni sul ripagare l’indegnità con l’indegnità: ciascuno ha diritto non solo a una morte degna, ma se possibile anche a non morire, a Palermo come a Genova o Milano, dal carcere dell’Asinara a quello di Alessandria; e ciascuno ha le proprie Spoon River che esigono rispetto. La questione ha allora due aspetti, quello simbolico e quello afferente alla concreta figura di Riina.
Quanto al primo punto, ha ricordato il Garante dei diritti dei detenuti Mauro Palma che «se le decisioni su un determinato soggetto vengono assunte in funzione del messaggio che ne può derivare, allora quella persona è ridotta appunto a mezzo, e questo non è mai lecito». I simboli sono (o pretendono di essere) atemporali, gli esseri umani no; il Riina di oggi (ricoverato da oltre un anno, com’è ormai noto, in una clinica adattata a sezione carceraria), un “soggetto di età avanzata, affetto da plurime patologie [una duplice neoplasia, cioè un cancro] che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica”, non è lo stesso del 2013, quando sembrava ancora in grado di come in grado di occupare una “posizione di vertice assoluto dell’organizzazione criminale Cosa Nostra”.

Chiede la retorica odierna: può “lo Stato che combatte la mafia” consentire alla scarcerazione di una delle sue figure di vertice (della mafia, beninteso)?
Qui è inutile cercare la risposta giusta, poiché errata è la domanda. In primo luogo, perché la domanda presuppone Stato e mafia come due entità contrapposte ai due lati dell’ipotetica barricata della “legalità”, senza alcuna frammistione, zona grigia, compartecipazione e compresenza: un’idea della criminalità organizzata che rimonta ai tempi in cui Leonardo Sciascia era ancora un giovane maestro di belle speranze e buone letture. La criminalità organizzata (quella parte definita “illegale”) è in realtà un sistema di possesso, circolazione e distribuzione del capitale, delle merci e degli esseri umani tanto quanto la parte “legale”; come questa, è costituita da processi di assoggettamento e controllo, di aggressione ed estrazione della ricchezza sociale; al pari di questa, favorisce ed è favorita dal progressivo divenire-rendita del profitto.
L’economia criminale, come ogni altro segmento, si è finanziarizzata: «si avvale del mercato globale e della comunicazione, si caratterizza per il prevalere del capitalismo cognitivo. E proprio per questo non è separabile dal meccanismo capitalistico nel suo complesso» (Gianni Giovannelli, Triplo zero o zero work?). L’economia criminale, così come quella legale, è parte, non limite, dello Stato. Si avvantaggia delle norme che rendono il lavoro sempre più precario come di quelle che trasformano gli esseri umani in merce vendibile dalle coste della Libia alle celle frigorifere degli hub della logistica; può accumulare una grande quantità di ricchezza monetaria perché la finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia le consente di allocarla; può impossessarsi di segmenti della società e del comune grazie alla privatizzazione di ogni aspetto di socialità, dal welfare all’istruzione, dalla sanità all’abitare, dallo smaltimento dei rifiuti alla moda.

Reiterare il frame dello “Stato contro la mafia” e del Riina “capo dei capi” favorendo al tempo stesso le condizioni strutturali di riproduzione e allargamento della presa di possesso criminale del comune significa in realtà riaffermare l’immagine del mafioso cafone semianalfabeta, tutto coppola-e-lupara, e nasconderne la vera natura del fenomeno. E fare della “lotta alla criminalità” una questione di carceri e tribunali: ovvero, ridurre il diritto (e la lotta necessaria) a una vita degna alla delega della lotta in favore di figure e istituzioni che si fanno garanti di una società promessa futura “senza criminalità”: nella quale, come nel caso della beneficenza che guarisce dalla malattia il bambino africano, si potrà vivere “in sicurezza” all’interno di quella stessa società che la malattia che si è rimossa o dilazionata la genera e riproduce.
Quanto al vecchio “capo dei capi” morente in cella: la sua immagine verrà buona per una nuova fiction, della quale si parlerà poi da Bruno Vespa, interpretata dal solito noto attore che sarà intervistato da Fabio Fazio. Il tutto con la giusta misura, e senza mai nominare un sintagma come “democrazia cristiana”: non sia mai che ad altri sia dato il pretesto per una trasmissione concorrente che ne impoverisca l’audience e scontenti gli inserzionisti pubblicitari.

Fonte: GIROLAMO DE MICHELE, EURONOMADE

Da una parte c’è chi teme che una Md annacquata in Area significhi la fine dell’eresia dei giudici «rossi», capaci di critica non solo nei confronti di qualunque governo, ma anche dello stesso potere giudiziario – si tratti di gestione delle carriere o di atti repressivi ai danni di movimenti sociali e soggetti deboli. Dall’altra c’è chi denuncia il rischio della cacofonia, e quindi della perdita di credibilità, se la voce di Md continuerà a sovrapporsi a quella del soggetto unitario, l’unico che dovrebbe intervenire pubblicamente su tutto ciò che riguarda l’autogoverno della magistratura. Posizioni che dovranno conciliarsi nel corso delle assise bolognesi, trovando un equilibrio finalmente stabile e condiviso, oppure sfidarsi apertamente. «Ma non ci sarà nessuna rottura»: Carlo De Chiara, presidente uscente di Md, getta acqua sul fuoco. «La dialettica interna è normale, c’è voglia di partecipare e nessuno ha intenzione di sciogliere la corrente».

La preoccupazione che l’investimento nell’alleanza con il Movimento di Spataro e Roberti sia culturalmente a perdere si fonda su episodi come quello dello scorso febbraio alla Scuola della magistratura, quando si scatenò un putiferio attorno al corso sulla «giustizia riparativa». Motivo: la presenza annunciata degli ex br Adriana Faranda e Franco Bonisoli per raccontare il loro percorso di riconciliazione con Agnese Moro. L’incontro saltò: decisiva la levata di scudi di molti magistrati, fra cui lo stesso Spataro. A difendere l’opportunità del confronto mancato, invece, buona parte di Md, in testa il giudice di sorveglianza e membro dell’esecutivo uscente Riccardo De Vito: «Al di là dei molti punti che accomunano le due correnti progressiste riunite in Area, Md deve continuare il suo percorso politico-culturale senza rinunciare al punto di vista esterno alla corporazione e alla sua tradizionale scelta in favore del garantismo».

La Md che si ritrova a Bologna, in campo per il No al referendum costituzionale e impegnata sui dossier profughi, reato di tortura e Turchia, è lontana dai tempi in cui era egemone: con soli due consiglieri al Csm è attualmente la meno rappresentata fra le correnti «storiche» dentro l’organo di autogoverno. E anche le più recenti elezioni per il parlamentino dell’Anm sono state una battuta d’arresto per tutta Area. Fra le toghe fanno breccia le posizioni «sindacali» e «apolitiche», incarnate dalla nuova corrente Autonomia e Indipendenza di Piercamillo Davigo, megafono (da destra) del disagio che serpeggia per carichi di lavoro enormi e carenze di personale, di fronte alla sostanziale indifferenza del governo.

Per Md, invece, i magistrati non devono essere corporativi, e le risposte ai loro problemi devono essere coerenti con un sistema giudiziario visto come servizio ai cittadini, soprattutto quelli più deboli. «Anche la giurisdizione deve rispondere all’imperativo dell’articolo 3 della Costituzione: rimuovere le diseguaglianze. Ed è questo – afferma De Chiara – il grande tema che mettiamo al centro del congresso: è una questione planetaria, in realtà, che dovrebbe preoccupare le istituzioni di tutti i Paesi. Apprezziamo il governo italiano quando contrasta l’austerità in Europa, lo critichiamo duramente quando fa scelte che vanno in un’altra direzione, come il jobs act».

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