Conflitto sociale

ROMA. Parafrasando la nota massima, si potrebbe sostenere che la storia della Roma contemporanea, del suo sviluppo urbanistico e delle luci e ombre del suo sviluppo, è storia di case occupate. Il ministro delle finanze Quintino Sella, all’indomani dell’unità d’Italia, chiede che nella nuova capitale si eviti «una soverchia aggregazione di operai», nella speranza che la mancanza di industrie risparmi la città dalle lotte. Ma già un secolo fa, nel corso del biennio rosso, mentre al nord si occupavano le fabbriche a Roma si prendevano le case. «Alla vigilia della prima guerra mondiale l’edilizia pubblica non ha raggiunto l’obiettivo di superare la crisi abitativa e l’industria privata non sembra più guardare al mercato degli alloggi per i ceti medio-bassi», racconta la storica Stefania Ficacci. Ci sono già molti immigrati, seppure interni.

Sono attirati dalla richiesta di mano d’opera nella pubblica amministrazione e dall’indotto dell’edilizia. Il censimento documenta la presenza di 170 mila persone in condizioni di sovraffollamento. Nel settembre del 1920, al grido di «Le case siano di tutta la comunità», l’Unione dei senza casa occupa alcuni edifici vuoti a San Giovanni, Trastevere e Ponte Milvio. Spuntano bandiere rosse, in alcuni casi quelle nere degli anarchici, soprattutto dopo la diffidenza mostrata dalla Camera del lavoro. Il popolo in lotta per la casa ha una composizione meticcia e trasversale, non appare come «classe» e coinvolge sottoproletariato e piccola borghesia. Ciò spaventa i socialisti.

DOPO IL VENTENNIO, il Pci crea le Consulte popolari. Hanno il compito di organizzare le lotte delle periferie. Sono ancora in vigore le leggi contro l’urbanesimo. Il fascismo voleva fare di Roma la vetrina del redivivo impero ma aveva paura della città e soprattutto delle borgate, ritenute incontrollabili. Se vivevi in una casa di fortuna non avevi diritto di residenza, eri praticamente un clandestino. L’anomalia viene cancellata, al prezzo di dure lotte, soltanto nel 1961, quando 300 mila romani possono finalmente iscriversi all’anagrafe.

All’inizio del 1962 vivono in borgate abusive 427 mila romani. Il censimento del 1971 ne conterà 743 mila. «Fino ad allora, le occupazioni erano soprattutto simboliche e riguardavano case popolari lasciate vuote», riflette il ricercatore Luciano Villani, che al tema ha dedicato un saggio uscito nel volume «Cities Contested» (University of Chicago Press). Allora come oggi, i movimenti puntano al Campidoglio. In consiglio comunale, le sinistre chiedono la requisizione degli alloggi sfitti, la Dc promette nuove case popolari. Si prepara il trionfo dei palazzinari.

Nel novembre del 1974 i baraccati si accampano davanti al consiglio comunale. La protesta culmina in una cenone di capodanno ai piedi della statua equestre di Marco Aurelio. «Sembrano fare di tutto per costringere i senza casa alla violenza», dice in quei giorni don Roberto Sardelli, prete di strada e attivista nella baraccopoli dell’Acquedotto Felice che nella sua Lettera ai cristiani di Roma definisce l’occupazione di casa «moralmente ammessa».

MOLTI VENGONO SPEDITI a Magliana, quartiere di 40 mila abitanti dallo sviluppo speculativo e disordinato. Qui il 75% degli inquilini pratica l’autoriduzione degli affitti. «Quella forma di mobilitazione permanente diviene un modello», riflette ancora Villani. Mentre il Pci si prepara ad amministrare Roma anche grazie ai voti delle periferie, i comitati si organizzano attorno ad aree politiche: quelli di via dei Volsci, consiliaristi e autonomi; l’Organizzazione proletaria rivoluzionaria, con visione marxista-leninista più ortodossa; i Comitati unitari inquilini legati ad Avanguardia Operaia. Cominciano anche le autoriduzioni di acqua ed elettricità. Un dispaccio del ministero dell’Interno annota con preoccupazione come queste forme di lotta coinvolgano persone finora aliene all’attivismo politico.

L’8 settembre del 1974 durante lo sgombero delle case popolari di San Basilio muore il diciannovenne Fabrizio Ceruso, colpito da una pallottola il cui calibro corrisponde a quelle in dotazione alla polizia. I durissimi scontri segnano la rottura definitiva dei movimenti col Pci. «Quella divaricazione anticipò la rottura storica del ‘77», sostiene Villani.

I MOVIMENTI DI LOTTA per la casa hanno attraversano il decennio del riflusso, quando il tessuto illegale delle periferie dalla piccola criminalità vagamente politicizzata viene imbastardito dalla diffusione dell’eroina. «Alla fine del 1988 si contano più di 2000 alloggi occupati», si legge sul sito del Coordinamento cittadino di lotta per la casa. La vertenza arriva fino al 2003, quando, al termine di tre mesi di accampamento ai piedi della Regione Lazio, viene approvata una sanatoria.

NEL FRATTEMPO le occupazioni continuano ad accompagnare i mutamenti della metropoli. Nel 1990 migliaia di migranti della prima ondata, soprattutto asiatici, entrano in un pastificio abbandonato a ridosso di Porta Maggiore: la Pantanella. Se ne accorgono don Luigi Di Liegro e gli universitari della Pantera, che fanno base alla Sapienza, a poche centinaia di metri. Anche da questo laboratorio multietnico nasce il movimento antirazzista italiano e proliferano occupazioni meticce. Man mano che si materializza la fine del posto fisso, la lotta per la casa si intreccia con la rivendicazione di un reddito. Studenti e giovani precari si uniscono a dannati della metropoli e migranti.

Tra la fine del 2012 e il 2013 si dipanano le decine di occupazioni dello Tsunami Tour, che prende ironicamente il nome da un’iniziativa del M5S e ne stravolge il senso. Oltre al Coordinamento si muovono altre sigle, tra le quali Action, Comitato Obiettivo Casa e i Blocchi Precari Metropolitani. Gli universitari costruiscono studentati autogestiti. I migranti si organizzano, come nel caso degli eritrei di via Curtatone sgomberati qualche settimana fa.

Il palazzone di via Masurio Sabino, al Tuscolano, è un caso esemplare: dopo l’occupazione il comune lo acquista dall’ente assistenziale che lo teneva sfitto, lo ristruttura e lo consegna agli occupanti. Adesso ci vivono 105 famiglie. L’operazione costa meno dell’edificazione ex novo di case popolari e risparmia alla città l’ennesimo quartiere ghetto ai margini della periferia. Poco distante, il presidente del municipio Sandro Medici rompe un tabù e requisisce ad un privato un palazzo sfitto per assegnarlo ai senza casa.

Oggi in un centinaio di case occupate abitano circa 5 mila nuclei, di certo più di 10 mila uomini e donne, 3 mila dei quali hanno lo status di rifugiati politici. Dal 2014, a causa del cosiddetto Decreto Lupi, emanato dall’allora ministro delle infrastrutture del governo Renzi, gli occupanti non possono più richiedere la residenza, proprio come ai tempi delle leggi fasciste contro l’urbanesimo. Eppure queste persone hanno riqualificato pezzi di città abbandonati, restituito all’uso sociale migliaia di metri cubi di cemento e inventato nuove forme di mutualismo e conflitto. Hanno un effetto costituente, avendo strappato alla Regione Lazio una delibera sull’emergenza abitativa che sancisce che una fetta delle nuove case sia destinata agli occupanti. Clausola, e siamo ai fatti di questi giorni, che l’amministrazione grillina vorrebbe disapplicare. In nome della «legalità».

FONTE: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

E’ stato sgomberato, con denunce e multe da 2500 euro. Per la Questura gli attivisti volevano occuparlo. “Non è vero – rispondono – Volevamo segnalarlo. E’ in atto una repressione vergognosa. L’urgenza di usare gli stabili vuoti per l’emergenza abitativa non può essere rinviata”

ROMA. In via Ripetta c’è uno dei palazzi sequestrati alla mafia e abbandonato da anni che il ministro dell’Interni Minniti sostiene in teoria di volere usare per affrontare l’emergenza abitativa. In passato ha ospitato l’ospedale San Giacomo. Proprio qui, nel cuore di Roma, a pochi passi dall’accademia di Belle Arti, ieri pomeriggio i movimenti per il diritto all’abitare hanno convocato un’assemblea pubblica. Il loro presidio, composto da un centinaio di persone, è stato sgomberato con la forza e le persone convenute sono state respinte verso piazza del Popolo. E poi sono state disperse.

Dopo il violento sgombero dei rifugiati eritrei da piazza Indipendenza, e del presidio a piazza Venezia, nella Capitale vige la solita legge: non deve rimanere traccia visibile, nelle strade e nelle piazze, di quelle presenze umane, storie dolenti, soggettività non riconciliate. Nei fatti, questa politica dello struzzo, lascia intatte le premesse del caos prodotto nelle ultime settimane: il Comune a Cinque Stelle non vede, il prefetto non sente, il Viminale disegna scenari futuribili, la gente resta per strada nella città senza case e delle case senza gente. L’impasse politica è totale. E tragica.

Secondo la Questura di Roma l’intento dei manifestanti era quello di occupare la gigantesca struttura fatiscente. In realtà, come hanno spiegato i movimenti per la casa, l’intento era di denuncia contro “la scarsa disponibilità dell’amministrazione comunale ad affrontare con la dovuta serietà le nostre richieste. Indicare a parole, come si fa da tempo, caserme, stabili sottratti alla criminalità e alloggi sfitti, senza mettere in campo un percorso serio non dettato dall’emergenza e sostenuto dalle risorse stanziate dalla Regione Lazio, sta diventando inquietante e privo di una reale volontà verso soluzioni definitive”.

La risposta è stata la solita: i partecipanti al sit-in sono stati identificati e denunciati per manifestazione non autorizzata. In più riceveranno una multa da 2.500 euro per blocco stradale. A chi tra loro chiedeva di raggiungere in corteo piazza Venezia è stato opposto un divieto. A quel punto si sono seduti per terra, ma sono stati sgomberati a forza. Oggi, a mezzogiorno, in piazza SS. Apostoli dove prosegue la permanenza degli sgomberati da via Quintavalle a Cinecittà ci sarà una conferenza stampa dove i movimenti intendono denunciare le falsità contenute nella ricostruzione della Questura: “Vogliamo le bugie su quanto accaduto oggi a via Ripetta. Non è vero – sostengono – che volevamo occupare l’edificio vuoto, ma solo segnalarlo. La questura lo sapeva, avevamo fatto un comunicato. È una repressione vergognosa”.

La persecuzione nei confronti dei nuclei sgomberati dallo stabile di via Curtatone e l’assenza di soluzioni definitive anche per le famiglie di Cinecittà continua a produrre tensioni e gravi incertezze in una città dove si moltiplicano gli accampati. “Sul piatto alla fine rimane solo la linea della fermezza e lo scudo rappresentato da coloro che in graduatoria aspettano un alloggio popolare, come se non fossero le stesse persone che occupano per necessità stanche di un attesa decennale”, sostengono i movimenti. È un passaggio importante perché rovescia la fake news razzista: quella per cui gli occupanti abbiano trovato un modo per superare le graduatorie. Quando, invece, sono le graduatorie a non scorrere. Un motivo che spinge le famiglie più in difficoltà, anche quelle italiane, a scegliere l’opzione dell’occupazione.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Il nuovo fronte sociale della giunta romana è quello della casa. Ieri Virginia Raggi è stata duramente contestata dagli occupanti dei movimenti cittadini che da mesi chiedono che il comune adoperi i fondi per le case stanziati dalla delibera regionale strappata dopo anni di lotte. Raggi, reduce da un vertice in prefettura, ha sostanzialmente ribadito quanto annunciato da un post su Facebook, prontamente rilanciato dal blog di Grillo: spenderanno i primi 30 milioni di euro provenienti dalla Regione, ma non ha intenzione di dare spazio a quelli che lei definisce «abusivi».

«Dobbiamo dare priorità alle persone che aspettano la casa e sono in graduatoria da decenni», ribadisce Raggi. Che fine faranno tutti quelli che stanno per strada dopo gli ultimi sgomberi? «Abbiamo offerto aiuto per le fragilità, ma è stato più volte rifiutato», dice Raggi, delegando agli assistenti sociali una vicenda tutta politica. Poi prosegue: «Parallelamente stiamo lavorando sul tema dell’emergenza abitativa, ma sia chiaro che il percorso non può deviare dal solco della legalità. Non possiamo creare guerre tra poveri».

LA PARTITA SI GIOCA su due piani, intrecciati dal precipitare degli eventi ma formalmente distinti. Da una parte ci sono le emergenze legate agli sgomberi di quest’estate, ultimo e più clamoroso quello di via Curtatone.

Dall’altra c’è una vertenza che va avanti da anni, censimenti e liste di attesa compilate da tempo e frutto delle trattative tra movimenti di lotta per la casa e istituzioni. Sebbene nei dispacci della sindaca si mescolino le ombre di Mafia Capitale con i riferimenti a oscure «frange estreme» di occupanti, bisogna sapere che chi ha contestato ieri Raggi costruisce da anni vere e proprie forme di welfare autogestito, che la giunta grillina rifiuta di riconoscere in quanto «illegali». La delibera al centro del conflitto definisce una cornice di interventi per il diritto alla casa e stabilisce che il 30% delle assegnazioni venga riservato agli occupanti.

Si tratta, invece, di persone (almeno 10 mila, stando alle stime più prudenti) che tutto hanno fatto tranne che starsene in panciolle ad aspettare le chiavi di una casa popolare: vengono da anni di durezze e conflitti, lavori di autorecupero di stabili abbandonati e intervento sociale nei quartieri. Per di più pare che Raggi non abbia intenzione di impiegare i fondi regionali per riqualificare pezzi di città e destinarli ad abitazioni: c’è il rischio che si costruiscano nuovi ghetti in periferia o che si acquisisca l’invenduto dei signori del cemento capitolino. Il contrario di quanto aveva proposto Paolo Berdini, l’assessore all’urbanistica che nella scorsa primavera ha abbandonato la giunta in polemica con le scelte della sindaca.Ma per Raggi, questi sarebbero dei semplici abusivi che vogliono scavalcare onesti cittadini.

IN SERATA è arrivato un durissimo comunicato della Federazione romana del sindacato di base Usb, che al principio aveva aperto delle linee di credito verso l’amministrazione targata Movimento 5 Stelle. «È sconcertante vedere una giunta che aveva saputo intercettare le aspettative di centinaia di migliaia di romani su un programma che prevedeva la salvaguardia del carattere pubblico delle aziende, il sostegno alle periferie, una forte attenzione al diritto alla casa, una politica di reale inclusione, produrre adesso questo autentico voltafaccia», si legge nel comunicato, che rilancia con maggiore vigore uno sciopero cittadino per il 29 settembre prossimo.

Raggi, come se non bastasse, promette tolleranza zero contro le occupazioni. Si temono nuovi sgomberi, questa volta in concordia con il Viminale e le scorciatoie poliziesche delle norme varate da Marco Minniti con la scusa del «decoro».

FONTE: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

Via Orfeo. Virginio Merola offre al centro sociale l’ex caserma Staveco entro la fine del mese. Esplode la polemica all’interno dello Pd, renziani sul piede di guerra: un favoritismo nei confronti di un collettivo che ha occupato illegalmente per anni

Bologna. Un’ondata di proteste. Bologna ha risposto così allo sgombero di Làbas, centro sociale amatissimo dagli abitanti del centro e capace di mettere assieme negli anni una serie di attività che hanno portato nell’ex caserma occupata dal 2012 migliaia e migliaia di persone. Le proteste e il clamore hanno spinto la giunta del sindaco Pd Merola a svelare in fretta e furia una soluzione a cui stava lavorando da tempo, e che – se attuata prima – avrebbe evitato lo sgombero di martedì scorso, con tanto di manganellate e attivisti trascinati via dalla celere.

Il sindaco ha detto di voler offrire al centro sociale uno spazio alternativo entro fine mese, l’assessore all’economia Lepore ha concretizzato poche ore dopo l’offerta: l’ex caserma Staveco, non troppo lontana dalla vecchia sede di Làbas e capace di contenere tutte le attività del collettivo che aveva anche creato un servizio nido e un dormitorio per senza casa, e ospitava ogni mercoledì un apprezzatissimo mercato contadino.

È bastato l’annuncio per fare esplodere la polemica all’interno dello stesso Pd. Il fuoco amico è arrivato dai renziani, che hanno stigmatizzato quel che giudicano un favoritismo nei confronti di un collettivo che ha occupato illegalmente per anni. «In una città giusta democratica e di sinistra gli spazi si assegnano con bandi trasparenti senza favoritismi e premiando chi rispetta leggi e regole», ha scritto ad esempio la consigliera comunale dem Santi Casali. Non la pensano così altri suoi colleghi di partito, che invece hanno accolto a braccia aperte la proposta della giunta. Altri ancora dicono che alla Staveco vedrebbero meglio  «un grande parco per bambini». Insomma, la maggioranza alle prese con la doppia questione occupazioni-legalità va subito in tilt, tra l’altro a meno di due mesi dal congresso che deciderà il futuro del Pd di Bologna.

Non ci saranno solo i fari dei renziani a scandagliare l’operato della giunta. La Lega Nord annuncia in caso di trasferimento del collettivo in una nuova sede un doppio esposto a Procura e Corte dei Conti. Contrari sono anche i centristi di Insieme Bologna: «Se Làbas vuole avere spazi faccia come tutte le associazioni ovvero segua le regole». Tradotto: partecipino ad un bando e poi si vedrà. Come se non bastasse anche alcune associazioni hanno manifestato un certo malessere. «Stiamo chiedendo da anni una sede – dicono ad esempio i genitori di Angsa Bologna, l’associazione delle famiglie con bimbi autistici – ma fino ad ora abbiamo avuto promesse non mantenute, proposte indecenti e patti disattesi. Dobbiamo occupare anche noi?». Per Merola se non gestita bene la questione Làbas ha tutte le potenzialità per trasformarsi in Vietnam politico, col rischio di scontentare tutti, comprese le migliaia di bolognesi che da un giorno all’altro si sono ritrovate orfane dell’amato centro sociale.

Nel frattempo gli attivisti del collettivo sgomberato hanno dato vita a un mercato contadino all’aperto, hanno indetto un’assemblea cittadina per fine mese e per il 9 settembre annunciano un corteo «per riaprire Làbas». Nel tentativo di disinnescare la manifestazione il sindaco ha convocato i militanti il 29 agosto e ha raccontato di essersi opposto per due anni a uno sgombero voluto non dal Comune ma da Procura e proprietà, e cioè Cassa depositi e prestiti. L’appuntamento del 29 non sarà disertato da Làbas, che però chiede  «fatti e scelte concrete e coraggiose», non solo annunci.

Martedì scorso a essere sgomberato è stato anche il centro sociale Crash. Gli attivisti promettono di rioccupare. Nel frattempo la loro legale Marina Prosperi attacca: «Il decreto di sequestro è confuso e dice che Crash è stato occupato nel 2015, quando invece il centro sociale esiste dal 2009 ed è stato celebrato anche un processo per quei fatti. Ne consegue che lo sgombero è stato eseguito forzando la realtà dei fatti storici e giuridici».

FONTE: Giovanni Stinco,  IL MANIFESTO

Diritto alla città.  I movimenti: «Dov’è stato fino a ora? Ha avuto quattro anni per trovare una soluzione». La Fiom: «Gli sgomberi sono una vigliaccata». Davanti all’ex caserma Masini Merola cariche violente contro gli attivisti. Corteo nazionale il 9 settembre

BOLOGNA. Doppio sgombero ieri mattina a Bologna. Ad essere chiusi i centri sociali Làbas e Crash. Il primo occupato dal 2012 quando alcuni attivisti riaprirono una caserma abbandonata da tempo in centro città e di proprietà di Cassa depositi e prestiti. Il secondo, alla periferia nord di Bologna, era attivo dal 2009 quando fu occupato uno stabile attualmente di proprietà di un fondo immobiliare.

L’OPERAZIONE ha messo in contemporanea i sigilli su due centri sociali che negli ultimi anni sono stati protagonisti, in città e non solo. Crash ha appoggiato i grandi scioperi dei facchini Si-Cobas in Emilia e nel 2014 è stato il regista delle occupazioni abitative che hanno fatto esplodere a Bologna la discussione sulle soluzioni da dare a chi finiva travolto dalla crisi. Làbas invece, oltre a intrecciare le proprie attività col tessuto cittadino diventando un punto di riferimento per moltissimi abitanti della zona, è stato uno dei cuori pulsanti dell’esperienza di Coalizione civica, rete della sinistra cittadina che ha sfidato il sindaco Pd Virgilio Merola alle ultime amministrative e ha portato in Consiglio comunale due eletti.

UN DOPPIO SGOMBERO che è piombato su una città mezza vuota per le ferie agostane, e che ha sorpreso molti. Sicuramente gli attivisti di Crash che a luglio avevano concordato con l’ufficiale giudiziario un rinvio dello sfratto a settembre, e che invece hanno scoperto con l’arrivo della celere che venerdì scorso era stato emanato un decreto di sequestro urgente. «Non ho potuto vedere il provvedimento ma potrebbe essere stato emesso in assenza dei presupposti di legge, quindi arbitrariamente» commenta la legale Marina Prosperi.

GLI ATTIVISTI DI LÀBAS sapevano dello sgombero in arrivo, e due sere fa hanno lanciato l’allarme con una catena di sms. Ieri mattina si sono fatti trovare di fronte al cancello dell’ex caserma: sono stati trascinati via a forza dagli agenti e manganellati. Nella mischia oggetti di ogni tipo sono stati lanciati contro le forze dell’ordine e una balla di fieno usata come barricata ha preso fuoco forse a causa di un petardo. La questura ha lamentato sei feriti, una decina invece i manifestanti. Contro lo sgombero si sono espressi Cgil, Fiom (che ha parlato di «vigliaccata»), Arci, Legambiente, Sinistra Italiana con i deputati Nicola Fratoianni e Giovanni Paglia, Possibile con l’europarlamentare Elly Schlein. Che fine faranno i due stabili sgomberati? Sono destinati alla «valorizzazione». L’ex Crash è di proprietà del fondo immobiliare Prelios, Làbas di un fondo controllato da Cdp che annuncia per l’ex caserma la «realizzazione di un complesso con prevalente funzione residenziale».

È PROPRIO SU LÀBAS che si gioca una partita politica importante. Più volte il sindaco Merola ha espresso apprezzamento per le attività del centro sociale, e da anni era in corso una trattativa per trovare uno spazio alternativo visto che la proprietà dell’ex caserma aveva più volte fatto capire che ad un certo punto sarebbe rientrata in possesso del suo stabile, su cui per altro pendeva un decreto di sequestro disposto dalla procura. Così è successo, lo sgombero è arrivato e nella polemica è finito Merola, colpevole per molti (e anche per alcuni consiglieri della sua maggioranza Pd) di non avere trovato per tempo una via d’uscita. Il primo cittadino ha spiegato che il doppio sgombero è stato attivato da «un’autonoma attività della magistratura» sulla quale «non ho titolo per interferire». Poi l’apertura: «Auspico che si riesca ad avviare un percorso per trovare una soluzione alternativa».

A RILANCIARE LA SFIDA gli stessi attivisti di Làbas, che per il 9 settembre annunciano un corteo per riaprire la caserma sgomberata a meno che non si trovino prima «soluzioni anche alternative ma concrete e all’altezza». Una trattativa informale tra le parti negli ultimi anni c’è sempre stata e almeno una proposta è stata scartata, tutto questo però senza mai portare a soluzioni tangibili o a rotture. Si vedrà se Merola riuscirà in un mese a tirare fuori dal cilindro quello che non si è mai visto in due anni.

DOPO AVER FESTEGGIATO il doppio sgombero la destra si prepara ad ogni evenienza. «Se Merola troverà spazi pubblici per queste persone mi rivolgerò alla Corte dei Conti e depositerò un esposto in Procura» ha detto la consigliera comunale della Lega Lucia Borgonzoni. Quella dell’esposto è una strategia classica, che non sempre ha pagato ma che è riuscita a portare Merola a chiedere lo sgombero del centro sociale Atlantide nel 2015.

L’EFFETTO IMMEDIATO dello sgombero è stato l’interruzione di tutte le attività di Làbas, compreso il dormitorio che dava un tetto a 20 persone. «Bologna si ritrova più povera – attacca Federico Martelloni di Coalizione Civica – lo dicono le migliaia di persone che hanno frequentato Làbas. E mentre succede vedo un Pd che discute del suo congresso, marziani che non si accorgono di quel che capita. Questo sindaco mi sembra estremamente fragile di fronte agli altri poteri cittadini».

GLI ATTIVISTI DI CRASH fanno sapere che rioccuperanno. «Sgombero dopo sgombero, scontro su scontro, abbiamo sempre continuato ad occupare spazi abbandonati sia pubblici che privati mettendoli a servizio di un laboratorio di politica antagonista, di culture radicali e alternative, di aggregazione giovanile e non solo. E così faremo in assenza di risposte al forte bisogno che esprime il nostro territorio di spazi legati alla pratica dell’auto-gestione e dell’auto-organizzazione».

FONTE: Giovanni Stinco, IL MANIFESTO

Le proteste delle associazioni in consiglio comunale. La giunta a Cinque Stelle ha pubblicato un bando “per associazioni che si occupano di beni comuni” il giorno prima dello sgombero. Un ordine del giorno che impegnava la giunta a rinunciare ai bandi per il patrimonio indisponibile è stato respinto

A tre giorni dalla manifestazione «Roma non si vende»a cui hanno partecipato diecimila persone, la giunta Raggi ha provveduto a ri-sgomberare il Rialto Sant’Ambrogio, sede tra l’altro del coordinamento romano dell’acqua pubblica, la prima «stella» del movimento che fa capo a Beppe Grillo. I vigili hanno murato il palazzo che ospiterà, un giorno, gli uffici della Sovrintendenza capitaloni ai beni culturali. Coerente con le leggi mercatiste e meritocratiche dei Cinque stelle, un nuovo spazio è stato messo a bando fuori dal centro storico. Ad avviso dell’assessore al patrimonio e al bilancio Andrea Mazzillo le associazioni ospitate al Rialto potranno concorrere e nel caso aggiudicarselo. «Poi con il nuovo regolamento sulle concessioni si aprirà una fase di vera valorizzazione dei beni comuni nel rispetto delle regole» ha aggiunto Mazzillo. «Una scelta vergognosa – sostengono le associazioni del «Rialtoliberato» – pubblicare un simile bando il giorno prima del nuovo sgombero».

La precisazione di Mazzillo è singolare dato che è stata proprio l’amministrazione a non rispettare le sue regole negli ultimi vent’anni, scaricando gli oneri su più di 800 associazioni che hanno ricevuto avvisi di sfratto e richieste di risarcimenti da centinaia e milioni di euro, pur avendo pagato regolarmente il canone sociale. La stessa Corte dei Conti ha chiarito tramite sentenza la giustezza delle assegnazioni del patrimonio indisponibile alle realtà sociali.

La decisione ha provocato le proteste delle associazioni anche in consiglio comunale dove ieri si è discusso sul patrimonio. «Il regolamento presentato non ci sembra che vada nella direzione di risolvere la situazione – sostiene Stefano Fassina (Sinistra per Roma) – Bisogna revocare la delibera 140 e scrivere delle nuove norme a tutela e valorizzazione dei beni comuni. Bisognava evitare di chiudere uno spazio durante la transizione in corso. Cosa che non è avvenuta». L’assemblea capitolina ha respinto un ordine del giorno di Fassina che impegnava la giunta a evitare i bandi, adottando strumenti partecipativi per il patrimonio e la tutela del Welfare.

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Movimenti. Scomodo, il mensile d’informazione auto-prodotto dai liceali di Roma aveva lanciato l’occupazione simbolica dell’albergo di viale Giustiniano Imperatore, il “Bidet” costruito da Caltagirone e abbandonato da anni.

Occupare uno spazio, per liberarlo una notte. Così gli studenti che realizzano e sostengono “Scomodo” – il giornale nato dalle scuole romane e oggi con una tiratura da 7500 copie gratuite – si sono incontrati mercoledì notte in via Giustiniano Imperatore nel quartiere intorno alla Basilica San Paolo a Roma. Volevano denunciare la speculazione e sostenere il riuso del patrimonio abbandonato e hanno scelto quello che nella Capitale è ormai noto come il “Bidet”. Costruito dalla società Acqua Marcia legata a Francesco Caltagirone, l’immensa struttura è abbandonata da una decina d’anni. Uno scheletro bianco da 180 camere senza rifiniture e, ancora, senza nome. Uno dei resti di una lunga, e infausta, stagione urbanistica che ha devastato Roma, dal centro alle periferie.

Appuntamento alle 20, pranzo a sacco e notte fino all’alba con la musica. Le feste a sorpresa, e i blitz di denuncia contro le speculazioni urbanistiche e per il riuso del patrimonio abbandonato, sono la cifra politica di questa promettente iniziativa editoriale giunta al terzo numero. E, com’è tradizione nei movimenti giovanili che si aggregano intorno a progetti culturali indipendenti, le feste servono anche per l’autofinanziamento. Scomodo è un giornale “esclusivamente cartaceo” e sostiene un’idea di slow news: le notizie, le inchieste, gli approfondimenti vanno prodotti su carta per creare informazione “critica e indipendente”. In queste serate gli studenti medi e universitari, adolescenti e ragazzi, più di 200 – una redazione di massa e a rete – organizzano anche installazioni artistiche, spettacoli, dj-set. Sono blitz nel deserto di una città tramortita, sola, buia.

Verso le undici è arrivata la polizia in tenuta antisommossa. E i ragazzi sono stati sgomberati. La loro unica notte dalle parti di Garbatella è stata evidentemente giudicata troppo “scomoda”. Il “Bidet” intoccabile. Nell’affrontamento con le forze dell’ordine più volte i ragazzi (all’incirca 500) hanno urlato agli agenti: “Chiediamo diritti, cultura, ci danno polizia. Questa è la loro democrazia”. “Ma che fate, avete visto che scempio è questo posto? Noi vogliamo cultura e voi avete caschi e manganelli? Via i caschi, via i caschi!”. E poi, qui e lì, lo slogan che rimbalza dalle lotte francesi contro la riforma del mercato del lavoro “Loi Travail”: “Tout le monde déteste la police”.  “Vergogna!” hanno urlato ancora. Un sentimento diffuso in città che ha trovato, tra gli adolescenti, una voce. Davanti ai cordoni di polizia i ragazzi hanno mostrato il loro giornale, urlando ancora: “Leggi scomodo!”. “Notte scomoda!”.

Qualche manganellata è volata. Colpisce che a Roma ci siano ragazzi tra 15 e 19 anni disposti a farsi manganellare per difendere un giornale cartaceo auto-prodotto e le iniziative gemmate dal suo primo nucleo: oltre alle “notti scomode” c’è Orfico, progetto di arte visiva e musica d’avanguardia, e Voci della Metropoli, piattaforma multimediale di racconto della città.

La festa si è tenuta lo stesso. La “notte scomoda”, mai espressione è stata più calzante, è continuata nel vicino parco Schuster. I ragazzi lo hanno raggiunto in un corteo improvvisato. Schierati in una carreggiata, compatti e con un buon passo, hanno continuato a sventolare il giornale, simbolo di una comunità culturale appena sgomberata e combattiva. “Leggi Scomodo!”. Non era il libretto rosso, ma un segno di identificazione collettiva attorno alle 60 pagine del giornale distribuito in 120 tra scuole e università che progetta di diventare più grande. Per l’estate è in cantiere un numero di 200 pagine e una tiratura da 10 mila copie. Per realizzarlo, i giovani redattori hanno lanciato un crowdfunding molto articolato. Vogliono raggiungere 25 mila euro per coprire le spese. Un esperimento che potrebbe moltiplicarsi tra gli studenti di altre città.

Sinistra Italiana ha presentato un’interrogazione parlamentare sull’accaduto: “presenteremo nei prossimi giorni in Parlamento – sostiene il segretario Nicola Fratoianni – atti ispettivi affinché l’impegno di questi giovani non sia lasciato da solo nell’azione di denuncia del degrado in cui versa parte del patrimonio culturale di questa città».

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Roma.  Forenza: «Sugli spazi sotto sfratto decide la politica non la burocrazia»

Sono cinque i denunciati per la rioccupazione del Rialto Sant’Ambrogio, avvenuta a Roma lo scorso 24 febbraio, dopo la chiusura da parte dei vigili su impulso delle procedure avviate dalla Corte dei Conti che oggi mettono a rischio più di 800 tra centri sociali e interculturali, teatri, presidi sanitari, onlus, associazioni di sostegno ai malati, organizzazioni di volontariato nella Capitale.

Il Rialto è la sede del comitato nazionale per l’acqua pubblica e quel giorno, insieme alla rete Decide Roma, agli esponenti delle associazioni ospitate al portico d’Ottavia e della sinistra cittadina e nazionale (da Sandro Medici a Stefano Fassina di Sinistra Italiana e Paolo Ferrero di Rifondazione) il comitato lo ha riaperto. Dopo un incontro con l’assessore al bilancio Andrea Mazzillo è stata intavolata una trattativa per individuare una nuova sede per il Rialto che oggi ospita, tra l’altro, il circolo Gianni Bosio, l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, il Forum ambientalista, Transform.

Dopo la manifestazione di venerdì 10 marzo, organizzata da Decide Roma, la giunta Raggi sembra avere recepito alcune richieste del movimento: scrivere un regolamento sui «beni comuni urbani» in maniera partecipata. Su molti altri punti – a cominciare dallo strumento del bando e sugli sfratti in corso – ci sono ancora distanze. Sabato 18 marzo è previsto un incontro tra movimento e giunta. In questa partita complessa, dove a rischio è la vita sociale e culturale della Capitale, è inserito anche il Rialto.

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Eleonora Forenza, eurodeputata dell’Altra Europa

 

 

 

 

 

 

 

 

Con altri quattro attivisti Eleonora Forenza, deputata europea dell’Altra Europa, ha ricevuto la notifica della denuncia. «Quel giorno ero al mio posto – racconta – con gli attivisti che si battono per il diritto all’acqua bene comune, che hanno vinto il referendum del 2011, e hanno restituito uno spazio come il Rialto alla città. Come ero al mio posto, tra chi lotta, nel giugno scorso all’occupazione simbolica del teatro Valle, uno spazio chiuso da quasi tre anni. Lì ho ricevuto una denuncia per resistenza e occupazione».

Cos’è successo quel giorno?
Dopo la riappropriazione del Rialto, peraltro senza che fossero tolti i sigilli, c’è stato un intervento delle forze dell’ordine che hanno impedito il passaggio delle persone. Ci hanno detto che non ci sarebbero state conseguenze, qualora l’incontro con l’assessore fosse andato a buon fine.

Ora si è aperto un tavolo…
Proprio grazie a quel gesto di riappropriazione da parte delle associazioni. Mi auguro che la negoziazione continui e possa allargarsi, contribuendo a risolvere la situazione degli spazi che sono sotto sfratto o sgombero. Aspettiamo i fatti e non solo le parole.

La giunta sostiene di non potere intervenire sulle decisioni della Corte dei conti, se non entro certi limiti. Cosa ne pensa?
La cosa che più mi stupisce è che un partito che ha quasi il 30 per cento dei consensi si trinceri dietro la burocrazia contro la quale sostiene di non potere fare nulla. Al Rialto l’assessore al bilancio Mazzillo lo ha ripetuto più volte. La politica deve invece prendere una decisione e trovare soluzioni. Il movimento 5 stelle sostiene di fare della partecipazione dei cittadini una bussola. In realtà, da quando è al governo a Roma, continuano sgomberi, chiusura di spazi e la limitazione della partecipazione attiva di donne e uomini.

Tra molte difficoltà, la giunta Raggi sembra comunque intenzionata a intervenire. Non crede?
Mi sembra che ci sia ancora un divario enorme tra le parole e i fatti. Continueremo a chiedere che i fatti vadano in direzione di una maggiore partecipazione. Fin’ora l’unico spazio a cui hanno dato via libera è la costruzione dello stadio della Roma.

*** Scuola popolare di musica di Testaccio. Giovanna Marini: “Ci sgombereranno solo con la forza”

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Più di un’ora di riunione fra l’assessore al patrimonio di Roma Capitale Andrea Mazzillo col suo staff da un lato del tavolo e dall’altro la delegazione delle associazioni che hanno sede all’edificio di via di Sant’Ambrogio, nel centro della Capitale. Un incontro seguito ai sigilli che le forze dell’ordine hanno apposto incatenando la sede, con un inatteso blitz giovedì mattina.

E un nome è venuto spontaneo alle labbra: Kafka. Una specie di universo surreale in cui ogni cosa è anche il suo contrario.

Con molta convincente energia, l’assessore Mazzillo insisteva sulla volontà politica di prendere iniziative per risolvere questa situazione  e le molte situazioni analoghe in tutta Roma.

Poi, senza neanche riprendere fiato, aggiungeva che probabilmente queste iniziative non sarebbero servite a niente.

È già pronta una direttiva di moratoria sugli sfratti e gli sgomberi, annuncia; ma probabilmente «gli uffici» (una misteriosa, impersonale entità che incombeva su tutto il dialogo) non ce la faranno passare, trincerandosi dietro le inflessibili leggi contabili dello stato. E comunque anche se riusciremo a ottenere la moratoria, questa non si applica allo spazio di via Sant’Ambrogio perché non si può ritornare indietro su un atto amministrativo già compiuto.

Volontà politica dichiarata contro inflessibillità amministrativa? Oppure inflessibilità amministrativa come scudo per una volontà politica insufficiente? O addirittura – come da allusioni ricorrenti nel discorso dell’assessore Cinque Stelle – scontro fra due volontà politiche, quella della giunta e quella occulta che manipola la burocrazia («un complotto?», ha detto uno dei delegati)? O tutte e tre le cose insieme? O nessuna delle tre?

Kafka, appunto.

Alla fine degli anni ’90, l’ex scuola di via Sant’Ambrogio 4 era un edificio abbandonato e in rovina. Una serie di associazioni (il «Rialto occupato», il Circolo Gianni Bosio, il Forum movimenti acqua, Transform, Attac…) l’hanno rimesso a nuovo a loro spese e ne hanno fatto uno dei luoghi di cultura e di politica di base fondamentali a Roma.

Il Rialto è un punto di riferimento per il teatro di avanguardia e per le arti figurative; il Circolo Gianni Bosio ha fatto nel corso di questi anni almeno quattrocento concerti (li ho contati) e duecento seminari e incontri, laboratori musicali (per esempio, l’unico corso di zampogna a Roma) ed è un punto di riferimento internazionale sulle culture orali e popolari; il Forum ha promosso il referendum sull’acqua pubblica; e così via.

E invece di ringraziarci e darci una medaglia, ci sbattete fuori e ci chiedete pure cifre fantascientifiche come se avessimo fatto lucrose attività commerciali? Davvero il mondo alla rovescia.

Nella riunione è venuto fuori il numero di 750 realtà di questo genere in tutta Roma.

Certo, sono diverse, alcune più credibili di altre, Ma una cifra simile nel suo complesso significa che è questo il modo diffuso, molecolare, quasi del tutto volontario, in cui produce cultura la città di Roma. E lo trattano come un problema di contabilità e di «legalità».

Evidentemente, altre forme di illegalità diffusa e macroscopica a Roma non esistono. O non si toccano.

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Bobigny. In piazza si è verificato l’incontro fra quelli che subiscono l’arbitrio poliziesco ogni giorno, ed erano la maggioranza, e quelli che lo subiscono ogni volta che si rivoltano, e non erano pochi
«Vedo facce di persone che non sono controllate tutti i giorni come noi: grazie per la vostra presenza»: ringraziamenti a parte, dal momento che essere là era il meno che si potesse fare, questa frase pronunciata da uno degli oratori merita di essere citata perché riassume un’alleanza che ha iniziato ad abbozzarsi a Bobigny, sabato scorso. L’alleanza fra chi talvolta si espone all’arbitrio da parte delle forze dell’ordine perché afferma un disaccordo radicale con quanto esse difendono; e chi invece agli abusi della polizia è esposto per nascita. Infatti, una cosa è rischiare di essere controllati, gassati, percossi, accecati, anche uccisi perché si manifesta la propria opposizione con più o meno vigore, l’altra, ben più dolorosa, è essere esposti al medesimo rischio semplicemente perché si è nati in una certa zona, in un certo ambiente socioculturale. Come succede a Théo, Adama, Zyed e Bouna.

Tutto si è svolto in un parco, sotto la passerella Marie-Claire, eroina suo malgrado di un processo per aborto che nel 1972 avrebbe aperto la strada alla depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza. Come il municipio, il tribunale civile di Bobigny ha la particolarità di assomigliare a una moderna fortezza, la cui massa offre pochi accessi controllati. La passerella di accesso al palazzo destinato a incarnare la giustizia che si reclamava per Théo era chiusa da forze dell’ordine armate fino ai denti: come stupirsi se qualcuno ha voluto forzare il blocco in quel luogo dedicato per coincidenza a una ragazza che aveva in comune con Théo l’origine proletaria e il fatto di essere stata vittima di uno stupro.

Sgombriamo intanto il campo dalle notizie menzognere: chi ha cominciato a prendersela con la polizia sulla passerella Marie-Claire non erano alcune decine di persone, come ha sostenuto le Parisien, ed esterne al raduno, come ha sostenuto le Monde. Erano invece una delle componenti importanti del movimento, e completamente mescolate con la folla di migliaia di persone di tutte le età e provenienze (la cifra di duemila dichiarata dalla prefettura può tranquillamente essere raddoppiata) che occupavano il parco dove avrebbero dovuto rimanere confinate. E quello che ha straripato, prendendo la forma delle sassaiole contro la polizia, delle vetrine spaccate e dell’incendio di cassonetti e automobili, erano tanto i corpi, corpi stanchi di battere i piedi per terra nel freddo umido e nell’immobilità forzata, che due passioni condivise da tutti. Le stesse due passioni che la primavera dell’anno scorso animarono le strade delle grandi città francesi: la gioia e la collera.

Le ragioni della collera sono state espresse, in genere molto bene, dalle oratrici e dagli oratori che si alternavano su un palco improvvisato: chi incitava la folla a scandire il ritornello «tutti detestano la polizia», chi ha parlato dei due milioni di donne congolesi violentate in questi ultimi anni da delinquenti al soldo dei datori di lavoro di chi occupava la passerella.

Il grido «justice pour Théo» (giustizia per Théo) si associava di continuo alla denuncia di altri crimini della polizia: lo stupro razzista di quel ragazzo sembra la goccia che fa traboccare il vaso, l’ultimo abuso; come era stata l’anno scorso la legge el-Khomry (modifica peggiorativa del Codice del lavoro, presentata dalla ministra Myriam el-Khomry, ndT). Per non parlare dell’ignominia finale, la polizia delle polizie, la polizia al quadrato, che si arroga poteri perfino sul significato delle parole, inventando lo stupro accidentale.

Quanto alla gioia, l’abbiamo vista sui volti delle manifestanti di banlieue quindicenni; le quali, quando ho fatto loro notare che per fare quello che stavano facendo era meglio coprirsi la faccia, mi hanno risposto con un «chissenefrega» così deciso che non c’era niente da aggiungere. La gioia era anche quella dei saccheggiatori del Franprix (supermercato) ridenti, le braccia cariche di bottiglie di whisky e champagne, uno spettacolo fatto per rassicurare l’opinionista Finkelkraut e i suoi sodali: non tutti i discriminati sulla base della razza sono musulmani. (…) La ragione di questa gioia che si sentiva serpeggiare fra i presenti fin dall’inizio, quando si era ancora agli interventi, era nell’essere insieme, nell’incontro fra quelli che subiscono l’arbitrio poliziesco ogni giorno, ed erano la maggioranza, e quelli che lo subiscono ogni volta che si rivoltano, e non erano pochi.

Questi ultimi, saggi attivisti o potenziali rivoltosi arrabbiati, sanno bene che è solo alleandosi con i primi che la loro pratica politica avrà qualche chance di sfociare in qualcosa. E al tempo stesso i primi, abitanti delle banlieues sollevatisi davanti alla violenza subita da Théo e dagli altri, constatavano che la loro marginalità politica stava forse perdendo colpi. Dunque, non c’era da stupirsi se tutti si rallegravano per questo inizio di fusione fra la rivolta delle banlieues e la testa del corteo.

*scrittore francese, attivista e militante, autore, tra gli altri, dei romanzi polizieschi Y, Rue de la Cloche, In fondo agli occhi del gatto

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