Conflitto sociale

Ieri mattina all’alba l’università di Tolbiac è stata sgomberata. L’operazione della polizia è iniziata alle 5 del mattino, il centinaio di persone che stava dormendo nel grande anfiteatro N della «torre» di Tolbiac è stato fatto uscire, con un’azione muscolosa. Gli studenti hanno denunciato metodi sbrigativi e un uso eccessivo dei manganelli. Una persona è stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale. Sbloccate anche le entrate di Sciences Po, a Parigi e a Lille, che erano state chiuse dagli studenti. Nel tardo pomeriggio, una manifestazione ha avuto luogo di fronte a Tolbiac, per protestare contro l’espulsione e promettere che le occupazioni continueranno, come è successo a Nanterre (che era stata sgombrata e poi rioccupata).

Il presidente di Paris-I, di cui fa parte Tolbiac, Georges Haddad, che aveva chiesto l’intervento della polizia (unico modo legale per far entrare le forze dell’ordine nelle università), si è detto «sollevato» e ha denunciato «gli ingenti danni» causati dall’occupazione, di «qualche centinaia di migliaia di euro», ha detto. Tolbiac, comunque, non riaprirà, perché devono essere realizzate delle riparazioni. Il sito potrebbe rimanere chiuso fino all’inizio del prossimo anno accademico, a settembre.

Gli studenti che protestano, che non rappresentano la maggioranza degli iscritti, restano molto determinati. Ma anche il governo lo è. Ieri, in consiglio dei ministri, Emmanuel Macron, ha insistito: «La sfida dei prossimi giorni è permettere lo svolgimento degli esami in buone condizioni». Il momento cruciale sarà la settimana dopo il 1° maggio. Nelle università in agitazione, gli esami potrebbero avere luogo in locali esterni, scelti dalle presidenze all’ultimo momento (per evitare altre occupazioni). Nelle università dove i presidenti hanno organizzato dei voti elettronici tra gli iscritti, la maggioranza si è schierata contro i blocchi. In nessuna facoltà è stata accettata la richiesta del voto politico, sufficienza e anche di più per tutti. Dei docenti hanno utilizzato la mobilitazione degli studenti, per rimettere sul tavolo la questione del finanziamento agli atenei: in alcune facoltà verranno iscritti tutti coloro che lo richiedono, mentre ci sarà l’esame delle domande in quelle dove c’è sproporzione tra richieste e posti. Il governo ha aumentato il numero dei posti perché arriva all’università l’anno dei nati nel boom del 2000 e la nuova legge Ore prevede dei corsi di recupero per chi non ha i prerequisiti richiesti.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

PARIGI. Dialogo tra sordi, ieri in Francia. La Cgt, assieme a Solidaires, ha organizzato in tutto il paese 133 manifestazioni, in una giornata di mobilitazione sindacale, con l’obiettivo della «convergenza delle lotte», tra i ferrovieri (ieri in sciopero), Edf (azioni di tagli mirati alla corrente), funzione pubblica di tutte le categorie. Con gli studenti venuti a dare man forte. Dall’altro lato, il governo non guarda in faccia nessuno. La ministra dei trasporti, Elisabeth Borne, ieri ha ripetuto che «la riforma della Sncf (la ferrovia nazionale) andrà fino in fondo».

La partecipazione alle manifestazioni non è stata eccezionale: 5.700 a Marsiglia, dove al corteo ha partecipato anche il leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, 15.300 a Parigi, qualche migliaio in molte città minori. In piazza solo Cgt e Solidaires, mentre le altre sigle sindacali, soprattutto le più moderate (Unsa, Cfdt) non concordano sulla svolta politico-ideologica presa dalla protesta. Anche il 1° maggio i cortei sindacali saranno in ordine sparso. Il 5 maggio sarà un’altra giornata di manifestazioni a Parigi, per «fare la festa a Macron», secondo la proposta di François Rufin della France Insoumise.

Il governo tira dritto, va avanti come un carro armato. «O la va o la spacca», è la strategia adottata da entrambe le parti. Il governo ha in programma di dividere il fronte sindacale. Un gruppo di intellettuali, da Etienne Balibar a Didier Daenninckx e Jacques Tardi, hanno firmato un appello «La lotta dei ferrovieri è anche la nostra lotta», per sostenere la battaglia di fondo a favore dei servizi pubblici, dopo aver lanciato nei giorni scorsi un crowdfunding a favore dei ferrovieri in sciopero, che ha ormai superato gli 800mila euro. È in corso un ridimensionamento dei corpi intermediari, Macron ha fretta di «riformare» e non vuole perdere tempo a discutere con i diretti interessati. Se si votasse adesso, però, sarebbe rieletto con una percentuale maggiore, dice un ultimo sondaggio. L’opinione pubblica è un fattore non trascurabile in questo scontro.

Nelle università continua il movimento contro il nuovo sistema di entrata nelle facoltà, Parcoursup, e contro la nuova legge Ore (orientamento e riuscita). Nanterre resta bloccata, Tolbiac occupata. Dei docenti hanno firmato una petizione che appoggia gli studenti, altri hanno risposto chiedendo lo svolgimento regolare degli esami. Gli studenti accusano il Parcoursup di creare un meccanismo di «selezione», perché per iscriversi all’università dovranno rispettare delle «attese» di conoscenza, con il rischio di accentuare le differenze tra università e tagliare fuori gli studenti che provengono da licei meno qualificati. A Strasburgo, in un voto in linea degli iscritti al 70% hanno votato contro il blocco. Una forma di selezione esiste da tempo, il 65% degli iscritti al primo anno di licenza non arriva alla fine dei 3 anni nei tempi dovuti.Gli studenti hanno partecipato ai cortei. Al mattino, le manifestazioni si sono svolte nella calma. Ma nel pomeriggio, ci sono stati alcuni incidenti, a Rennes, Lille e, soprattutto, a Parigi. Solite vetrine spaccate, di banche, assicurazioni, hotel, da un gruppo di un centinaio di casseurs con il volto coperto. Lacrimogeni delle polizia in risposta, tra Montparnasse e place d’Italie.

Alla Sncf, i sindacati – tutti – ieri hanno sbattuto la porta e rifiutano ormai di partecipare agli incontri con la ministra Elisabeth Borne. Chiedono di essere ricevuti dal primo ministro, Edouard Philippe a Matignon. I sindacati contestano lo stile del governo, che non ascolta le proposte dei ferrovieri e ogni giorno aggiunge un pezzo di riforma in più: la Sncf diventerà società anonima (ma a capitale pubblico al 100%), il mercato ferroviario sarà progressivamente aperto alla concorrenza, ma ormai si sa che le assunzioni con lo «statuto» finiranno il 31 dicembre 1919 e il trasporto merci sarà «filializzato». I sindacati dovrebbero discutere il contratto nazionale, invece di aggrapparsi allo «statuto», dice il governo. «Difesa del servizio pubblico», è l’unica risposta. Altre proteste si aggregano, come Edf e soprattutto varie categorie della funzione pubblica, dove ci sarà un taglio di 120mila posti in 5 anni.

FONTE: Anna Maria Merlo,  IL MANIFESTO

BOLOGNA. Un’assemblea come quella di lunedì al Tpo di Bologna non si era mai vista. Innanzitutto non era mai successo che un arcivescovo, monsignor Matteo Zuppi, si presentasse in un centro sociale per dialogare con un gruppo storico di antagonisti. Se poi consideriamo che stiamo parlando di una delle diocesi più importanti d’Italia, per decenni guidata da una curia di stampo conservatrice, e in una città dalla lunga tradizione di sinistra; e se aggiungiamo che lo spunto per il confronto è venuto dai discorsi ai movimenti popolari di papa Francesco (diffusi dal manifesto), allora ci sono tutti gli elementi per parlare di una serata importante.

Era stata ideata come una presentazione del volume Terra, Casa, Lavoro da me curato (con l’introduzione di Gianni La Bella), ma era chiaro già da prima che il libro avrebbe dovuto funzionare da innesco per un confronto assembleare sulla trasformazione e sulla crisi del tempo presente, su Bologna e sulle sue emergenze sociali. Tra i relatori, oltre a chi scrive, Luciana Castellina e Domenico Mucignat, voce storica del Tpo.

La speranza era di avere un momento partecipato, ma neppure nelle migliori aspettative ci si sarebbe immaginati di vedere il capannone del centro sociale pieno di giovani attivisti, esponenti dell’associazionismo di base, seminaristi e abitanti del quartiere (insieme a un numero consistente di giornalisti e ad alcuni nomi della politica locale: assessori della giunta comunale (Matteo Lepore e Davide Conte), consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione e altri volti della «sinistra diffusa». Insomma, un insieme decisamente composito e tutt’altro che privo di quella dose di autoironia – «dai, che tra poco inizia la messa», si scherza davanti al bar – che diventa quasi necessaria, anche per stemperare la tensione della prima volta.

Va detto poi che alle spalle dell’assemblea c’è stato un lungo lavoro: i contatti tra gli antagonisti e Zuppi risalgono ad almeno due anni fa, cioè da circa un anno dopo l’insediamento dell’arcivescovo venuto dalle periferie romane.

In questo tempo il vescovo scelto da Bergoglio non ha mancato di dare più volte prova di come intenda la sua pastorale: coerentemente per gli ultimi e senza paura del dialogo con le realtà cittadine. «La serata – spiega in apertura Mucignat – è il punto di arrivo di un percorso che ha mosso i primi passi dalla collaborazione tra la diocesi, lo sportello Migranti del Tpo e il progetto Accoglienza degna (dello spazio Làbas) per dare una soluzione all’emergenza abitativa di un richiedente asilo di comune conoscenza».

Il confronto assembleare prende avvio proprio da come le parole di riscatto sociale del papa possano essere tradotte concretamente nel contesto italiano. A questo proposito, ho invitato a non dimenticare che quei discorsi hanno un peso particolare anche per via del quadro in cui sono stati pronunciati, cioè nella rete mondiale dei movimenti che ha riunito in Vaticano (e nel 2015 in Bolivia) centinaia di organizzazioni di diversa estrazione politica e culturale che da anni praticano il conflitto.

Non solo teoria dunque, e certo non solamente slogan, come racconta la storia dei Sem Terra e del Movimento dei lavoratori esclusi argentino.

Un’analisi dei discorsi del papa è venuta da Luciana Castellina, che ha sollecitato direttamente l’interlocutore ecclesiastico chiamando in causa la storia del dialogo tra cattolici e comunisti, il contributo del Pci e del gruppo del manifesto.

Attento e dotato di un sostanzioso dossier di appunti, Zuppi ha precisato subito che lo stupore dei media per la sua partecipazione è risultato in effetti del tutto ingiustificato: il dato preoccupante, semmai, è che «parlare faccia notizia».

Quindi ha coinvolto l’assemblea su un’analisi dei discorsi di Bergoglio, mettendo in evidenza i passaggi dai quali si evince che un’azione collettiva è necessaria, così come lo è il rispetto delle diversità d’impostazione. Ha ricordato che i cartoneros in Italia rischiano spesso il carcere e che i movimenti agiscono senza manicheismi e con in testa un’etica. Insomma, una riflessione sgombra dal timore di una reciproca strumentalizzazione, e sostanzialmente incentrata sulla definizione di un umanesimo alternativo al sistema dominato dalla finanza, ma partendo dalle emergenze concrete (migranti, lavoro, ambiente).

Durante le due ore di discussione sono risuonate più volte le parole chiave: «ingiustizia», «muri», «conflitto», «dialogo». Non sono mancati appunti sulla distanza notevole che separa la Chiesa cattolica da chi pensa che senza l’autodeterminazione dei corpi non ci possa essere una prospettiva di riscatto collettivo. Ma si può dire che, come in occasione degli incontri mondiali dei movimenti, è prevalsa la ricerca di un linguaggio condiviso.

Per Gianmarco De Pieri del Tpo, «abbiamo messo a tema come organizzare la resistenza contro l’ingiustizia. Due mondi che da tempo si parlavano, invitano tutti gli altri mondi a parlarsi. Nei periodi più felici, per esempio a Genova nel 2001, i movimenti sociali hanno camminato insieme. Ricominciamo a farlo».

Rimanendo nel terreno della storia, la serata di lunedì fa pensare agli anni Sessanta e agli incontri tra quelli che allora erano detti i «cattolici del dissenso» e i militanti della sinistra, quella vecchia e quella nascente. I concetti dell’epoca erano simili, quando non gli stessi, ma la sensazione è che siamo, nello stesso tempo, vicini e lontani anni luce dalle dinamiche di allora. Siamo vicini nella misura in cui, dopo decenni nei quali la Chiesa cattolica si è arroccata in una campagna sulla bioetica, Francesco ha compiuto un rinnovamento, con al centro il discorso sociale, che ricorda la stagione di Roncalli e del suo concilio.

In mezzo però si è consumata la fine del Novecento, con quell’accelerazione della crisi culturale e politica che obbliga a un ripensamento profondo delle categorie, un tempo definite anche in opposizione tra loro.

L’assemblea di Bologna ha reso palese, verrebbe da dire quasi con semplicità, che è in corso un cambiamento d’epoca e che, senza rinunciare alla propria appartenenza, c’è un percorso di movimento da riprendere, serve un nuovo «tessuto sociale» (Zuppi) e, soprattutto, un agire comune di resistenza e risposta, senza «pasticci ideologici» (Castellina) che suonano oggi inutilmente anacronistici.

FONTE: Alessandro Santagata, IL MANIFESTO

Doveva essere un banco di prova dopo una settimana difficile, la manifestazione organizzata ieri a Nantes, contro lo sgombero della Zad di Notre Dame des Landes e le riforme del governo del presidente Macron.

Circa 7000 persone hanno sfilato nel centro storico della città sulla Loira, lasciando intravedere un embrione di quella possibile convergenza delle lotte auspicata dai settori della società francese attualmente in agitazione.

Il corteo di ieri è diventato, infatti, unitario solo in un secondo momento. La peculiarità della giornata era costituita dai due appelli a manifestare, con due piattaforme differenti, nella stessa piazza e a soltanto due ore di distanza.

La prima manifestazione, fissata per le 14.30, ha chiamato in piazza i ferrovieri e gli studenti, da tempo mobilitati rispettivamente contro la riforma della SNCF e contro il nuovo sistema di selezione per l’accesso all’università.

Più in generale, si è trattato di una mobilitazione contro le riforme targate Macron simile, per certi versi, a quella che, sempre ieri, ha avuto luogo nella città di Marsiglia.

Il secondo corteo, invece, organizzato per protestare contro il duro sgombero della ZAD (Zone à Defendre) di Notre Dame des Landes, messo in atto nel corso della settimana, doveva partire, dallo stesso luogo di concentramento, alle 16.30.

Quello che è accaduto, fatto magari prevedibile, ma di certo non scontato, è stata la fusione, più o meno completa, dei due defilé.

Al termine della prima manifestazione, che aveva raccolto circa 3000 partecipanti, studenti e lavoratori hanno raggiunto la seconda, ingrossandone le fila, anche grazie al sostegno, espresso dalla CGT dipartimentale, alle ragioni di chi scendeva in piazza a favore della Zad.

Lo spiegamento di forze dell’ordine era imponente. Agenti in assetto antisommossa inquadravano i manifestanti lungo gran parte del perimetro del corteo. Il tutto in un clima particolarmente teso.

Dopo una mezz’ora all’insegna della calma, sono cominciati gli scontri.

Lancio di pietre da una parte e lacrimogeni dall’altra, con l’utilizzo, da parte delle forze dell’ordine, di un cannone ad acqua per contenere l’avanzata di alcune frange del corteo.

Nel frattempo, sempre ieri, nella ZAD di Notre Dame des Landes, sono continuati i duri faccia a faccia tra zadisti e agenti che, ancora sul posto, stanno procedendo allo sgombero dei resti delle 29 occupazioni distrutte nell’operazione cominciata lunedì e alla liberazione delle due arterie stradali, che attraversano la zona, dalle barricate erette dagli occupanti.

Stando a quanto affermano dall’esecutivo, l’operazione di espulsione degli zadisti “illegittimi” sarebbe terminata e l’obiettivo raggiunto.

Venerdì, annunciando la fine delle operazioni, il prefetto del dipartimento della Loire-Atlantique ha annunciato che avrebbe ripreso i colloqui con gli zadisti che desiderano regolarizzare la loro posizione.

A questo scopo, la rappresentante del governo ha proposto agli occupanti della zona, nella quale doveva nascere il grande aeroporto, un formulario semplificato per la presentazione di un progetto agricolo individuale o collettivo, nel quale esplicitare soltanto i dati personali, descrivere il progetto stesso e indicare la parcella di terreno interessata. L’annuncio ha scatenato le ire di alcune organizzazioni di categoria più “istituzionali”.

Gli zadisti, ha promesso il prefetto, avranno tempo fino a fine mese, per palesarsi in quanto agricoltori o allevatori. In ogni caso, però, è difficile immaginare che dei colloqui tra le parti possano riprendere serenamente.

Appare, infatti, troppo forte lo shock per la distruzione, da parte delle forze dell’ordine, della fattoria dei “100 nomi”, un luogo simbolo della Zad, all’interno della quale, ormai da 5 anni, era attivo un progetto agricolo solido e riconosciuto.

Oggi è prevista una nuova giornata di mobilitazione, questa volta, nella ZAD. Si tratterà di una giornata della “ricostruzione”, hanno annunciato gli zadisti. Molto probabilmente rappresenterà una nuova prova per comprendere il peso delle forze in campo.

FONTE: Francesco Ditaranto, IL MANIFESTO

PARIGI. Giornata di febbre alta ieri, a Notre-Dame-des-Landes (Nddl) e nelle università. Una vera e propria battaglia tra «zadisti» e gendarmi per il secondo giorno consecutivo, molto più violenta della vigilia. Ore di scontri, soprattutto all’alba, lacrimogeni rimandati al mittente con delle racchette da tennis, proiettili di ogni tipo, da una parte e dall’altra. Ci sono stati dieci gendarmi feriti e due zadisti, di cui uno grave. L’incomprensione è totale. I 2mila gendarmi, un’esagerazione di forze vista come una provocazione, hanno «sloggiato» 16 luoghi considerati degli squat. La giustificazione è che le persone che vivono e lavorano in questi luoghi – ieri al centro dello scontro c’erano la fattoria delle Fosses noires e quella dei 100 noms – non hanno presentato domanda alla Prefettura per poter continuare, come era previsto dagli accordi presi tre mesi fa, dopo la rinuncia dello stato a costruire l’aeroporto nella zona umida. La domanda non è stata presentata perché lo stato sui suoi terreni vuole dei contratti tipo «mezzadria» firmati con dei singoli, che una parte consistente degli occupanti storici ha accettato. Invece, gli occupanti più contestatori vogliono che venga riconosciuto un modo alternativo di vita, comunitario, che non rispetta le regole del capitalismo. Quindi dialogo tra sordi. E ricorso esagerato alla forza da parte del governo, che vuole farla finita con la zad (zone à défendre) di Nddl. A sostegno degli zadisti sono arrivati ieri giovani delle regioni vicine e si prevede l’arrivo di contestatori dall’estero.

In alcune università bloccate – una dozzina in tutto il paese – sono stati affissi cartelli con la scritta «zad». A Tolbiac, centro della protesta parigina, preferiscono invece «La Comune libera di Tolbiac», con dibattiti e conferenze. Ieri c’è stata una manifestazione tra la Sorbonne e Jussieu (facoltà scientifica che non è in agitazione, ma il sito è chiuso per ordine del rettore), la partecipazione è stata scarsa. Ma la protesta, che è partita contro Parcoursup, il nuovo sistema di iscrizione all’università accusato di essere selettivo, sta diventando più politica in senso largo del termine. Ritiro della legge «asilo-immigrazione», che sarà discussa all’Assemblée a giorni, «convergenza delle lotte» con i ferrovieri sempre in sciopero a singhiozzo (il prossimo round è per venerdì e sabato prossimi), ospedalieri ecc., in breve contro l’opera di «distruzione sociale» di cui è accusato Macron. L’obiettivo è rifare il Maggio ’68 nel 2018. La tensione cresce, perché sono iniziati o stanno iniziando gli esami «parziali» del secondo semestre (e il «recupero» per chi non ha passato tutti quelli del primo) e chi non riesce perde l’anno. Il movimento è ancora minoritario, ma 400 professori hanno firmato un appello di sostegno agli studenti, che contestano la selezione nascosta, che non farebbe che riprodurre ancora più di prima le condizioni di classe di partenza, in un paese dove l’ «ascensore sociale» sembra bloccato da anni e la riproduzione delle élite molto forte.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

C’è un’espressione criptica che è circolata con insistenza nel variegato arcipelago della controcultura . È «fare rete». L’intellettuale, il militante, l’antropologo critico della modernità che meglio l’ha incarnata è Primo Moroni. Sapeva fare rete sin dagli anni ’60, quando militante del Partito comunista italiano era diventato una figura rilevante nell’industria culturale milanese. Primo sapeva mettere in relazione esperienze culturali tra loro diversissime, spesso indifferenti l’una con le altre.

Sapeva infatti trovare i punti di congiunzione, lavorando affinché funzionasse quell’indispensabile lavoro di «traduzione» affinché una esperienza potesse essere raccontata, illustrata, comunicata a chi non la conosceva. Con una particolarità che è rimasta una costante del suo essere intellettuale politico: una ricerca di punti di contatto senza cancellare le differenze, anzi valorizzandole quel lavorio di tessitura che pochi altri hanno saputo fare nella eterogenea e spesso rissosa sinistra extraparlamentare italiana.

ASIMMETRIE
Fare rete, per Primo, non significava quindi la ricerca ossessiva dell’omogeneità, del massimo comun divisore, bensì significava la ricerca del minimo comune multiplo. È stato cioè l’incarnazione di quel «maestro ignorante» che aboliva la distinzione gerarchica, dunque anche l’asimmetria di potere, tra docente e discente e che un filosofo come Jacques Rancière ha indicato come figura indispensabile per costruire un’organizzazione politica.

Primo Moroni era entrato giovane nella Fgci e faceva parte di un gruppo di flâneurs ribelli che si muoveva con agio nei quartieri della Milano operaia, dove era frequente che le tute blu convivessero con i sottoproletari, come allora erano qualificati gli uomini e le donne che conducevano una vita al confine tra legalità e illegalità. Li sapeva ascoltare, con una curiosità e partecipazione simile a quello degli storici orali che nel decennio del boom economico italiano cominciarono a percorrere in lungo e largo le valli di montagna rese marginali dalla modernizzazione capitalista; o che passeggiavano per i quartieri collocati oltre il confine della democrazia formale alla ricerca della continuità e della discontinuità nelle lotte operaie e sociali. Se ha un senso riproporre la coricerca come metodo politico, bisogna guardare a questo stile di ascolto e interrogazione della realtà. Non scriveva molto Primo, ma i suoi racconti, quasi sempre fatti attorno a un tavolo ingombro di bicchieri e bottiglie di vino e sul quale aleggiava il fumo delle troppe sigarette fumate, evocano le pagine indimenticabili che Danilo Montaldi e Cesare Bermani hanno dedicato a quel mutamento radicale del panorama sociale degli anni Sessanta. E se l’antropologo Ernesto De Martino parlava della scomparsa del mondo contadino come una apocalisse culturale, per Primo Moroni, figlio di migranti interni (i suoi genitori venivano dalla Toscana), la modernizzazione era intesa come un campo di possibilità della rivoluzione sociale e politica. Per questo aveva preso le distanze dal Pci. Non riusciva infatti a tollerare la ripetizione del sempre eguale che scandiva la militanza di partito.

L’obiettivo primario era infatti individuare un modello di rivoluzione sociale che sfuggisse al triste destino della sua involuzione autoritaria come era accaduto nel lungo Novecento.

CULTURE MINORITARIE
Da qui l’interesse alle culture politiche minoritarie nel movimento operaio – gli anarco-comunisti, i consiliaristi alla Pannokek, i luxemburghiani – che potevano essere piegate alla comprensione e all’azione politica radicale in un mondo sovvertito dallo sviluppo capitalista. Nel suo fare rete, un posto importante era occupato dalla produzione culturale. Gli anni Settanta, sono anche per Moroni un decennio di militanza politica di base, compresa i reiterati tentativi di dare vita a coordinamenti di piccole case editrici, di riviste in maniera tale da sfuggire alle politiche editoriali delle grandi case editrici, della distribuzione di libri e riviste. Il tutto a partire dalla prima sede della libreria Calusca.

Ci saranno storici e militanti che faranno una adeguata biografia completa di Primo Moroni, compreso il clima filosofico dove si era formato. È tuttavia doveroso ricordare il debito verso Danilo Moltaldi, Cesare Bermani, l’impegno nella rivista Primo Maggio, la collaborazione e amicizia con Sergio Bologna, Nanni Balestrini.

I CENTRI SOCIALI
Continuerà a «fare rete» anche durante il lungo inverno della sconfitta dei movimenti sociali. E diventerà un punto di riferimento per i primi centri sociali. Il Leoncavallo, ovviamente, ma anche e soprattutto per le esperienze di occupazione dei gruppi punk politicizzati e controculturali milanesi. La Calusca e il centro sociale Conchetta diventeranno tappe obbligate per chi era interessato al cyberpunk e ai primi gruppi hacker europei e italiani. Anche qui, il suo era un invito a non demonizzare le tecnologie e ad usarle senza tuttavia abbandonare la critica alla non neutralità della scienza e a svelare i rinnovati usi capitalistici delle macchine ormai informatiche e digitali. La tecnologie digitali come anche la critiche alle distopie cyberpunk erano cioè i terreni dal quali ripartire.

La sconfitta, cioè, si era consumata, mentre le metropoli erano aggregati urbani distanti da quelli conosciuti durante la società industriale e le coordinate politiche del passato mostrano i segni dell’usura.

Anche in questa fase di possibile ripresa della politica radicale la metodologia di Primo Moroni è rimasta la stessa. Fare Rete significava trovare i punti di contatto tra realtà diverse, svolgere un lavoro di traduzione, senza tuttavia rinunciare al proprio punto di vista. Così durante gli sgomberi di Conchetta, del Leoncavallo, Primo invitava sì a resistere, ma al tempo stesso a gestire politicamente il conflitto anche quando questo significava scontrarsi con la polizia.

Quella che proponeva era un «riformismo radicale» che acconsentisse il consolidamento delle nuovo forme di aggregazione sociale in attesa che diventassero contropoteri. Per questo il fare rete poteva rinviare a un secondo momento la ricognizione delle nuovo cartografie delle classi sociali e delle forme di sfruttamento. Fare rete doveva cioè servire a guadagnare tempo, ad organizzare l’inorganizzato. Questo il punto di forza e al tempo stesso il limite del suo «fare».

MAPPE URBANE
Una figura politica e intellettuale rilevante, quella di Primo. Nella sua quarantennale esperienza di intellettuale e militante ha accumulato materiali che restituiscono un pezzo di Storia politica e sociale da salvaguardare e non disperdere. E questo lo fece anche negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, quando molti teorici della metropoli ipotizzavano una geografia sociale che poteva emergere ponendo al centro della scena pubblica chi era stato messo ai margini. Per Primo, invece, le mappe urbane delle trasformazioni potevano essere ricostruite ponendo al centro dell’attenzione i luoghi del conflitto sociale e di classe.

La tendenza, per usare un lessico politico da lui molto amato, potevi capirla solo se sceglievi come punto di osservazione i luoghi del conflitto, anche quando questo manifestava caratteristiche aliene e distanti da quelle dei gruppi e organizzazioni politiche «ufficiali» o anche eterodosse.

Ha scritto poco nella sua vita, Primo. Ha parlato tanto, tuttavia, e un incontro con lui apriva prospettive analitiche e teoriche inedite e creative. Un esempio, per tutti: L’orda d’oro scritto con Nanni Balestrini e la collaborazione di militanti degli anni Settanta indisponibili alla pacificazione della società italiana. Un libro dove il fare rete è metodo politico e teorico prezioso. E che si può fare rete, cioè tessere relazioni, anche nella sconfitta.

FONTE: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

NAPOLI. Ieri all’alba sono entrati nella chiesa di Sant’Antonio a Tarsia (abbandonata da anni) e, sotto lo sguardo curioso del quartiere, hanno cominciato a portare dentro brandine e materassi. I ragazzi dell’Ex Opg di Napoli Je so’ pazzo, che hanno dato vita alla lista Potere al popolo!, hanno attrezzato un’area lungo la navata per ospitare almeno una ventina di senza fissa dimora. Si tratta di una delle attività che l’Ex Opg porta avanti con la Rete di Solidarietà popolare, di cui fanno parte ad esempio Don Franco, parroco di Poggioreale, e Napoli insieme, un’associazione che distribuisce pasti agli homeless. «Avevamo chiesto al comune e alla Curia la gestione di uno spazio abbandonato, a spese nostre, per dare asilo nei mesi invernali a chi non ha una casa – spiega

, capo politico di Potere al popolo! -. Nessuno ci ha risposto e allora abbiamo deciso di fare da soli. Dall’inizio del 2018 già cinque persone sono morte di freddo in Italia. Otto l’anno scorso.

La Curia di Napoli è il maggior proprietario immobiliare della città. Vanno poi aggiunti gli immobili delle circa 150 arciconfraternite e quelli delle parrocchie. Per non parlare dei beni in mano ai singoli ordini religiosi».

chiesa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La polizia si è presentata in mattinata ma non è intervenuta, non erano riusciti a contattare la proprietà per procedere eventualmente allo sgombero. L’edificio cinquecentesco è stato lasciato privo di qualsiasi manutenzione dalla confraternita dei Redentoristi, gli ultimi proprietari dell’antico complesso nel cuore popolare di Napoli. Il quartiere racconta che avrebbero provato a vendere il bene, un convento con vista verso la collina del Vomero, ai privati. Hanno persino aperto un varco nelle mura perimetrali per permettere l’accesso alle automobili. Al primo piano sono ancora visibili gli antichi soffitti a volta, la balaustra in piperno intarsiato e il cortile interno, lasciato in totale degrado. Agli ultimi due piani invece una recente ristrutturazione ha cancellato ogni traccia delle architetture barocche, lasciando pareti squadrate, orribili mattonelle a fiori accanto a infissi anodizzati.

«Stasera porteremo i pasti cucinati all’Ex Opg – prosegue Viola -, cercheremo di coinvolgere il quartiere in attività per la comunità e proveremo anche a contattare l’università Suor Orsola Benincasa, che ha il dipartimento di Conservazione dei Beni culturali, per cercare di evitare che la struttura vada in malora».

Chiara Capretti, candidata di Pap e attivista di Je so’ pazzo, legge l’occupazione anche come risposta al decreto Minniti-Orlando: «Siamo qui per ribaltare il concetto di decoro, che utilizza il daspo per relegare nelle periferie chi vive in condizioni di disagio e povertà estrema. Il nostro decoro è la solidarietà. Il governo Pd ha aperto la strada ma i comuni si sono accodati con le squadre di vigili addette all’applicazione della norma, dai 5S a Torino e Roma a Como, Bologna e Milano. Domani avremo iniziative in molte città: lavoreremo ad attività come attrezzare il verde pubblico o liberare le panchine dai dissuasori».

Tra gli scranni della chiesa c’è anche lo storico Giuseppe Aragno, anche lui candidato con Pap: «La norma firmata da Minniti e Orlano ha un precedente: il decreto fascista sul ‘decoro urbano’ del 1934, le similitudini sono evidenti già nel nome. I disoccupati dell’epoca minavano il concetto di ordine e l’immagine delle città fascista, così dovevano essere allontanati verso i paesi di origine. È grave che chi viene dal Pci utilizzi gli stessi strumenti del Ventennio. L’iniziativa a Tarsia è un modo per dare una risposta politica alle aberrazioni delle classi dirigenti, tutte genuflesse al liberismo».

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

Una scena simbolica non da poco: duecento famiglie di diversi quartieri popolari di Roma hanno invaso ieri l’assessorato patrimonio e alla casa del Comune, un pezzo della giunta grillina che arrivò in Campidoglio proprio spinta dai voti delle periferie dimenticate. «Il degrado, l’abbandono e la cattiva gestione del patrimonio pubblico non sono colpa degli inquilini»: hanno detto chiedendo un tavolo di confronto sulla gestione delle case. Con loro c’era Asia, l’associazione di inquilini e assegnatari della federazione Usb. Hanno chiesto di incontrare l’assessore Rosalba Castiglione, che giusto una settimana fa aveva relazionato sul tema dell’emergenza abitativa in consiglio comunale, lasciando largamente insoddisfatti i movimenti per il diritto all’abitare e i sindacati degli inquilini, presenti in aula e protagonisti di una rumorosa contestazione.

La reazione di Castiglione, ancora ieri, è stata gelida. Al telefono, trasmessa in viva voce, ha negato ogni dialogo e intimato lo sgombero degli uffici. A quel punto, i cittadini si sono rivolti a Virginia Raggi. E il vice-capo gabinetto della sindaca ha mediato con l’assessora, fissando un incontro per il prossimo 8 novembre.

L’emergenza casa è sempre stata occasione di business. Nelle settimane scorse, l’amministrazione ha diffuso un bando, che si chiuderà a giorni, scritto apposta per reperire 800 alloggi destinati ai casi più gravi di emergenza abitativa. Parrebbe una buona notizia, soltanto che la giunta ha aperto alla possibilità di affittare le case a prezzo di mercato, lanciando una sponda inattesa ai costruttori e ai grandi proprietari che in questi anni hanno costruito a dismisura case poi rimaste inutilizzate.

Allo stesso modo, Castiglione ha puntato tutta la sua dichiarazione d’intenti sul «ripristino della legalità», agitando casi clamorosi di abusivismo e occupazioni di abitazioni popolari da parte di cittadini benestanti senza offrire una possibilità di soluzione alle migliaia di romani in attesa di alloggio. «Questa amministrazione continua a parlare di passate giunte per scrollarsi dalle responsabilità a cui è chiamata, ma alle quali non riesce a far fronte – ha spiegato Guido Lanciani dopo l’ultima assemblea capitolina segretario romano dell’Unione inquilini – Abbiamo delle idee immediatamente praticabili per superare la precarietà abitativa, ma un confronto sembra impossibile».

Insomma, pare che sulla questione la giunta grillina si limiti a ratificare le linee guida impartite dal ministro dell’interno Marco Minniti e poi pubblicamente apprezzate da Virginia Raggi all’indomani dello sgombero dei rifugiati eritrei di piazza Indipendenza. È passato quasi un mese da quegli eventi e l’elenco dei palazzi occupati da rifugiare con priorità continua a circolare, ricalcato sulla lista definita nella delibera stilata dall’ex commissario straordinario Francesco Paolo Tronca, che entrò in Campidoglio all’indomani della caduta di Ignazio Marino.

Uno dei posti a rischio è al centro di un’insistente campagna a mezzo stampa che ne chiede lo sgombero. Si trova in via Carlo Felice 69, a due passi da piazza San Giovanni. Vi abitano 40 nuclei familiari, tra di essi anche in questo caso diversi eritrei, e dalle vetrine che affacciano sulla strada si scorgono le attività del centro sociale Sans Papiers, attivo ormai da tredici anni. Il palazzo è della Banca d’Italia, vorrebbero sgomberarlo perché «pericolante». Solo che, denunciano gli occupanti, nessuna perizia certifica questa condizione. «All’indomani del terremoto del 2016, vennero a fare un controllo i vigili del fuoco – spiegano al manifesto – In quell’occasione dissero che il palazzo non si trovava in condizioni pessime e addirittura si complimentarono per alcuni lavori che avevamo fatto nei sotterranei». Da posti come questo, situati dentro le mura storiche dai quali si vorrebbero espellere i poveri, passa l’attuazione della dottrina Minniti-Raggi.

FONTE: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

ROMA. Parafrasando la nota massima, si potrebbe sostenere che la storia della Roma contemporanea, del suo sviluppo urbanistico e delle luci e ombre del suo sviluppo, è storia di case occupate. Il ministro delle finanze Quintino Sella, all’indomani dell’unità d’Italia, chiede che nella nuova capitale si eviti «una soverchia aggregazione di operai», nella speranza che la mancanza di industrie risparmi la città dalle lotte. Ma già un secolo fa, nel corso del biennio rosso, mentre al nord si occupavano le fabbriche a Roma si prendevano le case. «Alla vigilia della prima guerra mondiale l’edilizia pubblica non ha raggiunto l’obiettivo di superare la crisi abitativa e l’industria privata non sembra più guardare al mercato degli alloggi per i ceti medio-bassi», racconta la storica Stefania Ficacci. Ci sono già molti immigrati, seppure interni.

Sono attirati dalla richiesta di mano d’opera nella pubblica amministrazione e dall’indotto dell’edilizia. Il censimento documenta la presenza di 170 mila persone in condizioni di sovraffollamento. Nel settembre del 1920, al grido di «Le case siano di tutta la comunità», l’Unione dei senza casa occupa alcuni edifici vuoti a San Giovanni, Trastevere e Ponte Milvio. Spuntano bandiere rosse, in alcuni casi quelle nere degli anarchici, soprattutto dopo la diffidenza mostrata dalla Camera del lavoro. Il popolo in lotta per la casa ha una composizione meticcia e trasversale, non appare come «classe» e coinvolge sottoproletariato e piccola borghesia. Ciò spaventa i socialisti.

DOPO IL VENTENNIO, il Pci crea le Consulte popolari. Hanno il compito di organizzare le lotte delle periferie. Sono ancora in vigore le leggi contro l’urbanesimo. Il fascismo voleva fare di Roma la vetrina del redivivo impero ma aveva paura della città e soprattutto delle borgate, ritenute incontrollabili. Se vivevi in una casa di fortuna non avevi diritto di residenza, eri praticamente un clandestino. L’anomalia viene cancellata, al prezzo di dure lotte, soltanto nel 1961, quando 300 mila romani possono finalmente iscriversi all’anagrafe.

All’inizio del 1962 vivono in borgate abusive 427 mila romani. Il censimento del 1971 ne conterà 743 mila. «Fino ad allora, le occupazioni erano soprattutto simboliche e riguardavano case popolari lasciate vuote», riflette il ricercatore Luciano Villani, che al tema ha dedicato un saggio uscito nel volume «Cities Contested» (University of Chicago Press). Allora come oggi, i movimenti puntano al Campidoglio. In consiglio comunale, le sinistre chiedono la requisizione degli alloggi sfitti, la Dc promette nuove case popolari. Si prepara il trionfo dei palazzinari.

Nel novembre del 1974 i baraccati si accampano davanti al consiglio comunale. La protesta culmina in una cenone di capodanno ai piedi della statua equestre di Marco Aurelio. «Sembrano fare di tutto per costringere i senza casa alla violenza», dice in quei giorni don Roberto Sardelli, prete di strada e attivista nella baraccopoli dell’Acquedotto Felice che nella sua Lettera ai cristiani di Roma definisce l’occupazione di casa «moralmente ammessa».

MOLTI VENGONO SPEDITI a Magliana, quartiere di 40 mila abitanti dallo sviluppo speculativo e disordinato. Qui il 75% degli inquilini pratica l’autoriduzione degli affitti. «Quella forma di mobilitazione permanente diviene un modello», riflette ancora Villani. Mentre il Pci si prepara ad amministrare Roma anche grazie ai voti delle periferie, i comitati si organizzano attorno ad aree politiche: quelli di via dei Volsci, consiliaristi e autonomi; l’Organizzazione proletaria rivoluzionaria, con visione marxista-leninista più ortodossa; i Comitati unitari inquilini legati ad Avanguardia Operaia. Cominciano anche le autoriduzioni di acqua ed elettricità. Un dispaccio del ministero dell’Interno annota con preoccupazione come queste forme di lotta coinvolgano persone finora aliene all’attivismo politico.

L’8 settembre del 1974 durante lo sgombero delle case popolari di San Basilio muore il diciannovenne Fabrizio Ceruso, colpito da una pallottola il cui calibro corrisponde a quelle in dotazione alla polizia. I durissimi scontri segnano la rottura definitiva dei movimenti col Pci. «Quella divaricazione anticipò la rottura storica del ‘77», sostiene Villani.

I MOVIMENTI DI LOTTA per la casa hanno attraversano il decennio del riflusso, quando il tessuto illegale delle periferie dalla piccola criminalità vagamente politicizzata viene imbastardito dalla diffusione dell’eroina. «Alla fine del 1988 si contano più di 2000 alloggi occupati», si legge sul sito del Coordinamento cittadino di lotta per la casa. La vertenza arriva fino al 2003, quando, al termine di tre mesi di accampamento ai piedi della Regione Lazio, viene approvata una sanatoria.

NEL FRATTEMPO le occupazioni continuano ad accompagnare i mutamenti della metropoli. Nel 1990 migliaia di migranti della prima ondata, soprattutto asiatici, entrano in un pastificio abbandonato a ridosso di Porta Maggiore: la Pantanella. Se ne accorgono don Luigi Di Liegro e gli universitari della Pantera, che fanno base alla Sapienza, a poche centinaia di metri. Anche da questo laboratorio multietnico nasce il movimento antirazzista italiano e proliferano occupazioni meticce. Man mano che si materializza la fine del posto fisso, la lotta per la casa si intreccia con la rivendicazione di un reddito. Studenti e giovani precari si uniscono a dannati della metropoli e migranti.

Tra la fine del 2012 e il 2013 si dipanano le decine di occupazioni dello Tsunami Tour, che prende ironicamente il nome da un’iniziativa del M5S e ne stravolge il senso. Oltre al Coordinamento si muovono altre sigle, tra le quali Action, Comitato Obiettivo Casa e i Blocchi Precari Metropolitani. Gli universitari costruiscono studentati autogestiti. I migranti si organizzano, come nel caso degli eritrei di via Curtatone sgomberati qualche settimana fa.

Il palazzone di via Masurio Sabino, al Tuscolano, è un caso esemplare: dopo l’occupazione il comune lo acquista dall’ente assistenziale che lo teneva sfitto, lo ristruttura e lo consegna agli occupanti. Adesso ci vivono 105 famiglie. L’operazione costa meno dell’edificazione ex novo di case popolari e risparmia alla città l’ennesimo quartiere ghetto ai margini della periferia. Poco distante, il presidente del municipio Sandro Medici rompe un tabù e requisisce ad un privato un palazzo sfitto per assegnarlo ai senza casa.

Oggi in un centinaio di case occupate abitano circa 5 mila nuclei, di certo più di 10 mila uomini e donne, 3 mila dei quali hanno lo status di rifugiati politici. Dal 2014, a causa del cosiddetto Decreto Lupi, emanato dall’allora ministro delle infrastrutture del governo Renzi, gli occupanti non possono più richiedere la residenza, proprio come ai tempi delle leggi fasciste contro l’urbanesimo. Eppure queste persone hanno riqualificato pezzi di città abbandonati, restituito all’uso sociale migliaia di metri cubi di cemento e inventato nuove forme di mutualismo e conflitto. Hanno un effetto costituente, avendo strappato alla Regione Lazio una delibera sull’emergenza abitativa che sancisce che una fetta delle nuove case sia destinata agli occupanti. Clausola, e siamo ai fatti di questi giorni, che l’amministrazione grillina vorrebbe disapplicare. In nome della «legalità».

FONTE: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

E’ stato sgomberato, con denunce e multe da 2500 euro. Per la Questura gli attivisti volevano occuparlo. “Non è vero – rispondono – Volevamo segnalarlo. E’ in atto una repressione vergognosa. L’urgenza di usare gli stabili vuoti per l’emergenza abitativa non può essere rinviata”

ROMA. In via Ripetta c’è uno dei palazzi sequestrati alla mafia e abbandonato da anni che il ministro dell’Interni Minniti sostiene in teoria di volere usare per affrontare l’emergenza abitativa. In passato ha ospitato l’ospedale San Giacomo. Proprio qui, nel cuore di Roma, a pochi passi dall’accademia di Belle Arti, ieri pomeriggio i movimenti per il diritto all’abitare hanno convocato un’assemblea pubblica. Il loro presidio, composto da un centinaio di persone, è stato sgomberato con la forza e le persone convenute sono state respinte verso piazza del Popolo. E poi sono state disperse.

Dopo il violento sgombero dei rifugiati eritrei da piazza Indipendenza, e del presidio a piazza Venezia, nella Capitale vige la solita legge: non deve rimanere traccia visibile, nelle strade e nelle piazze, di quelle presenze umane, storie dolenti, soggettività non riconciliate. Nei fatti, questa politica dello struzzo, lascia intatte le premesse del caos prodotto nelle ultime settimane: il Comune a Cinque Stelle non vede, il prefetto non sente, il Viminale disegna scenari futuribili, la gente resta per strada nella città senza case e delle case senza gente. L’impasse politica è totale. E tragica.

Secondo la Questura di Roma l’intento dei manifestanti era quello di occupare la gigantesca struttura fatiscente. In realtà, come hanno spiegato i movimenti per la casa, l’intento era di denuncia contro “la scarsa disponibilità dell’amministrazione comunale ad affrontare con la dovuta serietà le nostre richieste. Indicare a parole, come si fa da tempo, caserme, stabili sottratti alla criminalità e alloggi sfitti, senza mettere in campo un percorso serio non dettato dall’emergenza e sostenuto dalle risorse stanziate dalla Regione Lazio, sta diventando inquietante e privo di una reale volontà verso soluzioni definitive”.

La risposta è stata la solita: i partecipanti al sit-in sono stati identificati e denunciati per manifestazione non autorizzata. In più riceveranno una multa da 2.500 euro per blocco stradale. A chi tra loro chiedeva di raggiungere in corteo piazza Venezia è stato opposto un divieto. A quel punto si sono seduti per terra, ma sono stati sgomberati a forza. Oggi, a mezzogiorno, in piazza SS. Apostoli dove prosegue la permanenza degli sgomberati da via Quintavalle a Cinecittà ci sarà una conferenza stampa dove i movimenti intendono denunciare le falsità contenute nella ricostruzione della Questura: “Vogliamo le bugie su quanto accaduto oggi a via Ripetta. Non è vero – sostengono – che volevamo occupare l’edificio vuoto, ma solo segnalarlo. La questura lo sapeva, avevamo fatto un comunicato. È una repressione vergognosa”.

La persecuzione nei confronti dei nuclei sgomberati dallo stabile di via Curtatone e l’assenza di soluzioni definitive anche per le famiglie di Cinecittà continua a produrre tensioni e gravi incertezze in una città dove si moltiplicano gli accampati. “Sul piatto alla fine rimane solo la linea della fermezza e lo scudo rappresentato da coloro che in graduatoria aspettano un alloggio popolare, come se non fossero le stesse persone che occupano per necessità stanche di un attesa decennale”, sostengono i movimenti. È un passaggio importante perché rovescia la fake news razzista: quella per cui gli occupanti abbiano trovato un modo per superare le graduatorie. Quando, invece, sono le graduatorie a non scorrere. Un motivo che spinge le famiglie più in difficoltà, anche quelle italiane, a scegliere l’opzione dell’occupazione.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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