Conflitto sociale

La revolution sera la floraison de l’humanitè comme l’amour est la floraison du coeur (Louise Michel)

“Dieci anni dopo le prime rivolte, i media europei sostengono che la cura di austerità in Grecia è riuscita e la calma è tornata. Questo film dimostra il contrario. A Salonicco, i giovani stanno bloccando le aste di case pignorate. A Creta, i contadini si oppongono alla costruzione di un nuovo aeroporto e una ZAD comincia ad emergere. Ad Atene, un gruppo misterioso preoccupa il potere moltiplicando i sabotaggi. Nel quartiere di Exarchia, minacciato di evacuazione, il cuore della resistenza accoglie i rifugiati nell’autogestione. Un viaggio nella musica tra coloro che sognano amore e rivoluzione. ”

Sul sito del film è disponibile sottotitolato in diverse lingue

Sino a febbraio 2019 è possibile organizzare una proiezione con la presenza del regista. Contatti: maud@lamouretlarevolution.net   tel. + 33 06 18 26 84 95

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Scheda tecnica del film:

Titolo: “AMORE E RIVOLUZIONE”
Sottotitolo: “No, niente è finito in Grecia”
Durata: 1h26. VF-vostf
pubblicazione: febbraio 2018, nuova versione nel mese di luglio 2018 (riprese e montaggio in giugno-luglio)
Superfici: DCP, DVD, Blu-ray e MP4
la distribuzione e la programmazione di proiezioni e dibattiti: Maud e ANEPOS (anepos3527)
Tel. : + 33 06 18 26 84 95 / E-mail: maud@lamouretlarevolution.net

Regia e sceneggiatura: Yannis Youlountas / Montaggio: Maud e Yannis Youlountas
Immagini: Maud e Yannis Youlountas, Kinimatini e Perseo, Nathalie e Mr. Cyril
missaggio e la calibrazione: culla di un altro mondo / sito web, IT: Minga
Displays, foto : Mario Lolos, Yannis C. Maud e Yannis Youlountas
Musica: Jean-François Brient, Léo Ferré, Christian Leduc, Kinimatini, Killah P Julien Deguines, Achab Batras Jack of Heart, Sid abitanti del villaggio di Ioannina città Lefteris Panagiotakis
Film non profit con licenza Creative Commons 3 (gestione di trasmissioni commerciali a supporto di iniziative di solidarietà autodiretta)

 

 

Organizzato dai movimenti per il diritto all’abitare e dal direttore del Maam e del Macro Giorgio De Finis, Un convegno nomade, un’esplorazione urbana, il racconto dei mondi che sono arrivati nella capitale, il modo in cui resistono alla povertà, alla malattia, alla persecuzione e alla marginalizzazione. Come nascono comunità meticce e multinazionali nel centro e nella periferia di una città dove l’emergenza abitativa è strutturale. Tra conflitti e accordi, trasformano la città con l’auto recupero e la richiesta di reinventare le politiche pubbliche, l’urbanistica e il diritto alla città. Oltre il potere palazzinaro, c’è questa vita

ROMA. Un tour nelle occupazioni romane dovrebbe diventare un’appuntamento fisso. Una giornata di educazione civica, un momento per stringere alleanze e essere solidali, un modo per combattere i pregiudizi razzisti o sostituire l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti delle superiori. Domenica 8 luglio i movimenti per il diritto all’abitare di Roma, insieme a Giorgio De Finis – il vulcanico neo-direttore del Macro, ideatore del museo dell’altro e dell’altrove (Maam) nell’occupazione Metropoliz, hanno organizzato R/Home tour, un tour delle occupazioni abitative con ospite il vicesindaco e assessore alla cultura della Capitale Luca Bergamo. Due autobus sono partiti dal Campidoglio, a bordo docenti di urbanistica e dottorande di ricerca, artisti e urbanisti, alcuni esponenti dei movimenti della casa, Paolo Di Vetta, Irene di Noto, Luca Fagiano, Cristiano Armati; il segretario dell’Unione Inquilini Massimo Pasquini; Tano D’Amico, presenza delicata e saggia, fotografo e testimone anche delle lotte per la casa a Roma nell’ultimo mezzo secolo: Lorenzo Romito degli Stalker, architetti e artisti dello storico gruppo di esploratori urbani. Doveva partecipare anche l’assessore all’urbanistica Luca Montuori, ma per un impegno familiare è arrivato alla fine. Bergamo ha seguito il percorso del tour, ha ascoltato, ha detto che per lui è stato un’occasione per conoscere la realtà.

Il vicesindaco e assessore alla cultura di Roma Luca Bergamo a Metropoliz

Non era scontato. E’ la prima volta che accade, a mia conoscenza, che un politico condivida un autobus con i movimenti della casa. Di solito, sulla casa e gli spazi sociali, il conflitto è duro con il Campidoglio. E non era nemmeno facile: la giunta Raggi non si è particolarmente distinta nelle politiche abitative, uno dei nodi strutturali della città. Ha condiviso il codice di condotta di Minniti per gli sgomberi dopo quello drammatico di piazza Indipendenza nell’agosto 2017; non applica il piano di emergenza varato dalla Regione Lazio su spinta dei movimenti, né investe 200 milioni dei fondi ex-Gescal; tiene in vita la delibera 50 dell’ex commissario Tronca sugli sgomberi. Il nodo con la giunta è l’assegnazione di case popolari a famiglie “extra graduatoria”: i movimenti sostengono che la maggior parte degli occupanti è in graduatoria, per il Campidoglio non è così. Tensione produce il criterio centrato sulle “fragilità” scelto dall’assessora Laura Baldassarre:alle case dovrebbero accedere una quota di disabili, anziani, e mamme con minori, distinti dai padri e dagli altri membri della famiglia. Gli occupanti non intendono dividere le famiglie e si oppongono.

Il blitz

Una sola volta il vicesindaco si è irrigidito. Poco prima di arrivare a Rebibbia, sulla Tiburtina il pullmann ha accostato. Dal lato della strada è sopraggiunto un corteo dei rifugiati sudanesi sgomberati in via Scorticabove. Sventolavano bandiere italiane, mostravano uno striscione: “Dov’è la nostra protezione internazionale?”. “Questo non era previsto – ha detto a Paolo Di Vetta dei Blocchi Precari Metropolitani (Bpm). “No, siamo la stessa cosa” qualcuno gli ha risposto. A bordo è salito Adam, sudanese. E ha raccontato la storia dell’ultimo sgombero a Roma: “Dal 2005 c’era una cooperativa che gestiva il centro. Se ne sono andati senza dire niente. Da allora ci siamo autogestiti. Nessuno ci ha mai detto nulla. Nel 2016 abbiamo chiesto un incontro anche allora nessuna risposta. Ora siamo in strada. Noi non vogliamo cooperative. Sappiamo gestirci da soli”. Una posizione rilevante nella città di mafia capitale: i rifugiati sono sottomessi alla cooperazione, trattati come merci di scambio. In questo caso rivendicano l’autonomia in una vicenda dove il Campidoglio ha tenuto un profilo basso, offrendo assistenza nei centri accoglienza extra Sprar. Giovedì dovrebbe esserci un incontro con l’assessora Laura Baldassarre. Per il momento 120 persone restano sotto il sole in via Scorticabove. Per parlare con il Campidoglio i rifugiati hanno intercettato un autobus in una terra di nessuno.

I rifugiati sgomberati da via Scorticabove, corteo sulla Tiburtina

Un flash

Teatro di Marcello, ore nove. Quattrocento metri più giù, dove via del teatro di Marcello si appiana e diventa via Petroselli, un ricordo di quattro anni fa. Centinaia di manifestanti assediavano il palazzo dell’anagrafe. Era il tempo della legge Renzi-Lupi: la guerra contro le occupazioni abitative passava dalla negazione della residenza, l’impedimento di andare a scuola per i bambini, il taglio delle utenze alle occupazioni. Una guerra agli umani. In una città dove l’emergenza è acutissima i municipi hanno però trovano una soluzione solidale: la “residenza fittizia”. Visto che non è possibile risiedere in un luogo occupato, lo ha stabilito l’articolo 5 della legge Lupi, è il municipio a farsi garante di queste persone. Accade soprattutto nel secondo, quello che amministra la Tiburtina Valley dove si addensano il 60% delle occupazioni della capitale. Ci sono file d’attesa che durano anche tre mesi. Il “contratto” del nuovo governo promette di tornare a fare la guerra, con strumenti ancora più violenti.

L’emergenza è strutturale. Roma moderna è nata in uno stato di emergenza urbanistico. Quella contemporanea replica una geografia del postfordismo: deindustrializzazione e turistizzazione, quartieri fantasma oltre il raccordo anulare e dentro la città storica; proletarizzazione delle classi medie e immiserimenti dei poveri urbani; speculazioni immobiliari a suon di compensazioni e isteria sul decoro e “cleaning” etnico (la parola “cleaning”, “pulizia”, fu adottata dalle istituzioni per giustificare lo sgombero di piazza indipendenza nell’agosto 2017). In questa cornice, questi i dati dell’emergenza conclamata forniti da Massimo Pasquini (Unione Inquilini).: 7 mila sentenze di sfratto all’anno, 3500 famiglie (15 al giorno) sfrattate; 12.500 nelle graduatorie, 1,5 case popolari affittate al giorno. Di questo passo ci vorrà un secolo per dare un tetto a tutti. Tremila persone vivono nei residence, 250 famiglie hanno il “buono-casa”. Ci sono 85 mila studenti fuorisede, solo 2 mila i posti letto con contributo regionale. Al resto pensa il mercato nero degli affitti. E poi 10 mila persone – è una stima – che vivono nelle occupazioni formali e informali. Almeno cento quelle censite.

Nelle società fondate sull’apartheid finanziaria, questo non interessa, o viene criminalizzato. I poveri, gli esclusi, i rifugiati, i migranti vanno tenuti lontani, e sono utili solo quando servono.

Il respiro delle lotte, cartellone, Casal Boccone occupato

“Vogliamo case pubbliche”

Arriviamo al Porto Fluviale, un ex magazzino militare occupato da 15 anni. Un capolavoro ci accoglie sui muri esterni: è il murales di Blu, lo street artistinvisibile e onnipresente nelle occupazioni italiane. I tour operator dell’Ostiense, nuovo avamposto della gentrificazione in una zona universitaria, organizzano itinerari che comprendono anche il murale. All’interno è un’altra storia. Immaginiamo Porto Fluviale come un nastro di Moebius: il lato esterno si intreccia con quello interno. Entrambi sono avvolti da un movimento unico nel quale l’enorme struttura si apre e rivela una comunità di quasi 300 famiglie. Insieme hanno fatto un miracolo di auto-costruzione. Questo solido quadrato, incastrato tra i binari e il ponte di ferro che porta a Garbatella, all’origine era un rudere. Ora è un prototipo sociale.

“Abbiamo trasformato i magazzini in case- racconta Danilo – il cortile in spazio pubblico aperto al quartiere. Vogliamo smettere di essere occupanti, vogliamo case pubbliche non di nostra proprietà dove paghiamo l’affitto sociale”. Danilo racconta al vicesindaco Bergamo la storia di un’architettura ripensata da una nuova moltitudine multinazionale che ha imparato a conoscersi operando insieme per risolvere problemi vitali. Ad esempio la separazione delle acque nere dalle acque chiare. Oppure il problema dell’elettricità e quello della prevenzione degli incendi. Le stanze ricavate da un’attenta pianificazione degli spazi, modificabile in base alla composizione dei nuclei familiari, sono il prodotto di un pensiero collettivo. A cominciare dalla scelta dei materiali, dallo studio della statica dell’edificio.

Porto fluviale occupato

La profezia sul Welfare (che non c’è)

Destinata alla vendita nel circuito della finanza immobiliare, l’Ex palazzina Inpdap in viale delle province 196 è stata occupata dai Blocchi Precari Metropolitani (Bpm) nel 2012 al tempo del primo “Tsunami tour”, un’ambiziosa risposta alla scandalosa emergenza abitativa. In pochi mesi hanno trovato un tetto migliaia di persone: italiane, africane, latinoamericane. A un paio di chilometri da qui c’è Spin Time, in via di Santa Croce in Gerusalemme, come questo un palazzone con un auditorium occupato da Action. Anche qui sono centinaia i nuclei famigliari sottratti alla strada. Siamo seduti su una bomba sociale, quella previdenziale, e non ci diamo peso. I movimenti della casa in questo sono profetici. Stanno reinventando la funzione sociale della proprietà in mano agli istituti previdenziali al tempo della sua finanziarizzazione. Una riappropriazione sociale del Welfare che milioni di persone, italiane e straniere residenti, non avranno mai. Lavorano precariamente, non hanno una casa. Non avranno una pensione. Nell’attesa, chissà quanto ancora tragicamente lunga, questi movimenti hanno improvvisato una soluzione. Dovrebbero essere premiati. E invece sono perseguitati.

Uno dei quotidiani palazzinari della Capitale ha raccontato che viale delle province ècome “un fortino” dove “lo stato non entra”. E’ entrato il vicesindaco di Roma, ed è stato accolto in maniera amichevole. Queste comunità cercano un confronto, vogliono risolvere il loro problema, sono organizzazioni sociali intelligenti che rispondono ai problemi di reddito, agli sfratti, alle malattie sulle persone che non hanno reti di salvataggio. Sulle scale arcuate, pensate da un architetto in vena di virtuosismi, mi avvicina un marocchino di una sessantina d’anni, baffi spessi, viso scavato. Mi ha scambiato per un poliziotto, un agente in borghese, un funzionario dei servizi sociali. Prova a parlarmi, non lo capisco. Mi porge un faldone di documenti. Leggo la sua storia: ha un linfoma di Hodgkin, è stato sottoposto a sei cicli di chemioterapia. Nessuno dei suoi sei fratelli in Marocco è disposto a donargli il midollo. La Asl lo ha dichiarato inabile al lavoro, mi mostra il permesso di soggiorno. Mi chiede di considerare la sua situazione. Cerco di fargli capire che non sono la persona che crede io sia. Lui mi sorride: “Grazie”.

Nella hall incontro un uomo alto più di un metro e ottanta. Ha ottantadue anni, lavorava alla Sapienza, facoltà di biologia. E’ cieco, a causa di un intervento alle cataratte non riuscito. Si appoggia sulle spalle di una piccola donna eritrea. Lei è forte, piena di energia, ha i capelli crespi, lunghi, tendenti al rosso. Lo cura con ironia, lo tiene per mano, lo guida. Ha una presa energica, conta i passi incerti dell’uomo. Guardo le sue scarpe, ha piedi enormi. Si parlano amorevolmente, anche lei vive qui, con la sua famiglia. Lo assiste, piano piano arriviamo in un micro-appartamento, ben ordinato, le imposte semichiuse in una domenica di luglio. Tutto è calmo: le tende mosse da un alito di vento, una poltrona, un piccolo bagno. Una tranquilla popolosa solitudine.

Entro con il vicesindaco Bergamo
 nel saloncino dove una donna emigrata dal Perù ha trasportato i resti della casa che lasciò quando il suo salario non è bastato a pagare un canone da 800 euro al mese. Non attese lo sfratto. Lasciò al padrone di casa tre mesi di caparra e, poi, uscì. Da sola. “Litigavo ogni giorno con mio marito – racconta – I soldi non bastavano mai. Io ero disperata, l’ho lasciato, volevo tornare a casa, ma qui ho la mia vita, i miei figli sono nati in Italia, sono italiani”. La scelta di occupare ha salvato la vita di questa famiglia venuta da un altro mondo. Ora la coppia si è riunita, vivono nella comunità. La figlia maggiore va all’università, a due passi da qui. Il figlio più piccolo può giocare a calcio. “Perché anche questo è un costo”. L’occupazione è una riappropriazione di reddito per questa lavoratrice: versa i contributi, lavora a servizio presso le famiglie romane. E ora ha un tetto.

Rafael è un rifugiato politico venezuelano. E’ uno degli spiriti attivi dell’occupazione di viale delle province. Sta organizzando una biblioteca popolare che vuole aprire al quartiere. Parla con entusiasmo della scuola che organizza per i bambini dell’occupazione che sciamano accanto ai noi visitatori alieni. Parla del metodo di Paolo Freire, icona dell’educazione popolare anti-gerarchica: “Da noi – racconta Rafael – non c’è insegnamento verticale, ma orizzontale. Una volta che il bambino e l’adulto hanno imparato una nozione la insegnano agli altri”. Scrive saggi di filosofia e anche storie per bambini in spagnolo, in Venezuela insegnava storia dell’arte, con noi parla di teologia della liberazione. Mi chiede: “Ma tu sei un giornalista? Sai che io leggevo l’Unità? E ho letto i Quaderni di Gramsci. Ho studiato quello che scrive sulla scuola, la sua idea di educazione popolare. Qui da voi Gramsci è letto poco. Negli ultimi 50 anni in tutta l’America Latina noi l’abbiamo studiato”.

Viale delle province occupato

“Roma si barrica!”

Siamo in viaggio verso l’occupazione di Casal Boccone, un’ex palazzina Inpdap occupata dopo la dismissione di un centro assistenza per malati di alzheimer nel 2013. Siamo a pochi passi dal raccordo anulare, davanti a noi si perde a vista d’occhio il parco della Marcigliana. Dietro c’è il parco Talenti arso dal sole di luglio. Accanto c’è l’ex stabilimento Almaviva da cui sono stati licenziate 1666 persone. Quando accadde, gli occupanti insieme agli abitanti del quartiere, hanno manifestato con i lavoratori.Le periferie non sono terre di nessuno a Roma. Nascono forme di solidarietà inaspettate.

Nell’anfiteatro incontro Mady, una ragazza rom, una delle portavoce dell’occupazione. Ha i capelli biondo tinti, sprizza energia da tutti i pori, mentre parla con il vicesindaco Bergamo insieme a Mercedes, una donna argentina, lo guarda negli occhi, non li abbassa mai. Qui è una festa: le donne eritree e somale preparano il caffé secondo l’usanza del loro paese. I bambini si inseguono, giovani uomini indossano cappellini e canotte e si fanno vedere accanto alle loro donne incinte. Qualcuno prepara i caffè con le cialde: “Farò il cialdarrostaio” dice un ragazzo di origini libiche vestito come un rapper, cappellino a rovescio, occhiali da sole tondi e una grossa catena al collo. La comunità si presenta al vicesindaco: c’è l’occupazione di colle salario da vent’anni: “Attorno a noi ci sono i fascisti, ma noi siamo rispettati, gli abitanti si fidano, ci mandano i bambini per il doposcuola, tutto è gratis. Con l’”Altro colle” abbiamo un progetto di laboratori sociali”. Anche qui ci viene offerto un banchetto. E a Bergamo viene fatto un regalo. Una grappa barricata. Accompagnata da uno dei cori del movimento della casa nella Capitale: “Roma si barrica!”. Il vicesindaco sorride imbarazzato.

Irene mi racconta
 una storia di resistenza. Eravamo nel 2013, i movimenti erano impegnati in una manifestazione in centro. Ci furono cariche ed arresti. Alla fine della manifestazione andarono in presidio al commissariato Trevi. Giunse la notizia che la questura aveva ordinato lo sgombero di Casal Boccone, si precipitarono. Nel frattempo erano entrati. Furono le donne a opporsi, piano per piano, fino a rifugiarsi sui tetti con i bambini. C’è una foto con un elicottero sospeso, mentre un occupante ha in mano un estintore. Ultimo segno di resistenza. Dalle quattro del pomeriggio alle 22 scenari di guerra. Le truppe alla fine si ritirarono dalla ritorsione. Quando si entra nel cortile di Casal Boccone si vede un murales colorato con lo slogan: Casal Boccone resiste! E poi anche un altro: “Welcome Trouble”, benvenuti guai. Ogni battaglia ha la sua memoria. E la tramanda con un hashtag.

Casal Boccone Occupato

Un vascello nella tempesta: Metropoliz

Diventato il luogo simbolo delle occupazioni per necessità della Capitale, oggi Metropoliz ospita il Maam ed è un vascello di nuovo nella tempesta. Il ministero dell’interno dovrà risarcire i proprietari dell’ex salumificio sulla Prenestina, occupato dal 2009 per quasi 30 milioni di euro all’impresa Salini, specializzata anche in costruzione di grandi opere in tutto il mondo. Il ministro dell’Interno sarebbe responsabile della «carente attività di prevenzione» e della «altrettanto carente attività di repressione delle occupazioni abusive». Su questo terreno doveva sorgere un condominio da 50 mila metri cubi di appartamenti con cessione di parte degli alloggi al Campidoglio. Ma prima della variante necessaria per la costruzione, arrivata dopo dieci anni di trattative nel 2013, questo rudere è stato occupato da una comunità di peruviani, marocchini, tunisini, ucraini, polacchi, rom ed eritrei. Così è stato a poche centinaia di metri da qui, con il cosiddetto “5 Stelle”: occupato da 5 anni da 100 famiglie.

Un risarcimento esemplare, come per Metropoliz, è stato al ministero dell’Interno anche per l’occupazione di via del Caravaggio da parte del coordinamento per la lotta per la casa. E’ un ex sede dell’assessorato della casa della Regione Lazio, ora di proprietà della famiglia Armellini. La cifra richiesta al ministero dell’Interno è di 162 mila euro per ogni mese di occupazione. E’ stata occupata dal 2013 da circa 200 famiglie, 350 persone, un centinaio di minori, un microcosmo composto da senegalesi, marocchini, etiopi, italiani, una popolazione meticcia che lavora come ambulante nei mercati, negli alberghi oggi vive con l’incubo di uno sgombero. Senza alternative.

La discussa creazione del Museo dell’Altro e dell’Altrove (Maam) è stata un’intuizione dei Bpm e da De Finis, scelto da Bergamo come curatore del Macro a partire da ottobre per il prossimo anno e mezzo. Hanno convinto gli artisti a interpretare criticamente il loro ruolo e a usare la loro arte come una “barricata” a difesa di un’occupazione. E’ un’altra piega della storia intellettuale degli urbanisti e degli architetti: l’arte, e la professione, usate a sostegno dei movimenti.

La festa a Metropoliz

La barricata d’arte potrebbe non bastare. L’invito è allo sgombero, al di là dei costi sociali che potrebbe provocare. «L’esecuzione degli sgomberi forzati – si legge nella sentenza -può certamente determinare immediati, ma evidenti e limitati, turbamenti dell’ordine pubblico. Ma la tolleranza delle occupazioni abusive, al contrario, può determinare situazioni di pericolo meno evidenti ma decisamente più gravi nel medio e nel lungo periodo». La stilettata è rivolta anche alla giunta Raggi. “Le occupazioni abusive di interi stabili nella sola città di Roma assommano almeno a un centinaio e tale situazione è da sola sufficiente a dimostrare l’inadeguatezza della complessiva azione preventiva e repressiva delle autorità preposte”.

Il conflitto in corso è stato così descritto dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati Albamonte pochi giorno dopo il drammatico sgombero di piazza Indipendenza: «Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice, a differenza del diritto di proprietà, e noi da questo non possiamo prescindere” ha detto. Secondo l’avvocato Francesco Romeo “Il diritto alla casa non è considerato un diritto fondamentale della persona – commenta, prima di scendere dall’autobus – Se così fosse non dovrebbe essere sottoposto al diritto di proprietà”. Uno stato a difesa del diritto di proprietà. Oggi inteso in modo assoluto, oltre la moderazione sociale impressa a questo “terribile diritto” (così lo chiama Stefano Rodotà in un celebre libro) dalla Costituzione.

A Metropoliz

Nuove alleanze

I poveri devono sparire. Dove? Ovunque. E in nessun luogo. Mentre le città sono piene di appartamenti vuoti, nei centri e nelle periferie si moltiplicano ruderi urbani disabitati, si mantiene una decorosa desolazione. Sempre più persone, incapaci di mantenersi economicamente, saranno costrette a vivere in formicai spettrali. Saranno cacciate, e disperse. Mentre sotto gli occhi della cittadinanza “decorosa” si apriranno ettari di terre perdute, palazzi abbandonati. E fantasmi umani popoleranno ruderi abbandonati. Questa distopia esiste e si trova sulla via Tiburtina, a pochi passi dal carcere Rebibbia. A pochi metri dalla strada sorge un palazzo scheletrico, abbandonato da anni. E’ l’ex fabbrica della pennicilina che un tempo occupava 1700 operai. Oggi, dentro questo edificio sventrato, abitano 600 persone in condizioni disumane. Un luogo inabitabile si è riempito di baracche costruite anche con l’amianto. E’ un ghetto alimentato dagli sgomberi di via Vannina avvenuti nel 2017. Lungo una strada dove sono nati come funghi Casinò, compro-oro, autosaloni e prostituzione è difficile anche che arrivino i movimenti che costituiscono un argine alla ghettizzazione.

“Dal lago della Snia Viscosa a Metropoliz – racconta Carlo Cellamare, docente di urbanistica a Ingegneria Sapienza – il ruolo dell’autorganizzazione è storico e importantissimo. E’ un patrimonio prodotto dalle lotte che producono più politica pubblica delle amministrazioni. Bisogna allearsi con queste forze sociali per ripensare la città. Non sono un pericolo pubblico da sgomberare per difendere il diritto di proprietà, ma un alleato per creare un nuovo diritto”.

Mappa delle occupazioni a Roma, Murales (Porto Fluviale occupato, Roma)

E’ una teoria della coalizione sociale: Di questa alleanza fanno parte anche gli intellettuali. A Roma si tramanda una tradizione progressista e radicale, oggi presente nelle università di Tor Vergata, Roma Tre e Sapienza, che li vede impegnati nella progettazione, nell’immaginazione e nella pratica costruzione di una città diversa. Scrivono libri, creano mappe, intrecciano i loro lavori con quello degli artisti. È uno dei dati più interessanti emersi dal “convegno nomade” sui bus. Ne è stato un esempio Antonello Sotgia che mi ha raccontato la storia dei “rossi e degli esperti”. Espressione ricorrente nel Pci, ma presente in tutti gli ambiti di movimento, e non solo nella lotta per la casa. Antonello non si è prestato a quella deriva che ha trasformato gli intellettuali in tecnici della speculazione, consiglieri del principe. È sempre partito dagli oppressi. Il suo obiettivo è stato quello di elaborare strumenti per farli impadronire del loro destino. È una tensione presente nella storia sociale dell’urbanistica, sin da Roma Moderna di Italo Insolera (Einaudi). E la si ritrova nel più recente Roma alla Conquista del West (DeriveApprodi), scritto con Rossella Marchini. Un metodo etnografico e partecipativo, la capacità concreta di progettare, l’organizzazione di alleanze: questo è il modello che emerge dalle lotte per la casa.

“Per me è un’esperienza commovente – racconta Rossella Marchini, architetta e urbanista – In molte occupazioni sono stata il primo giorno, ora vedo come sono state trasformate. Vivere in occupazione è un’esperienza dura e faticosa. Sei costretto a creare comunità con estranei, ad affrontare mille conflitti. Oggi si pensa che la povertà sia una vergogna da nascondere, qui invece si dimostra che ci si può riscattare, è possibile emanciparsi e condurre una vita degna”.

La storia di questi intellettuali è parte di una storia politica. L’ha raccontata Cristiano Armati, autore di La Scintilla: dalla Valle alla metropoli, una storia antagonista della lotta per la casa (Fandango). La resistenza che a Roma ha assunto caratteri di massa ed è intrecciata con la storia dell’urbanistica. Le masse espulse per lasciare spazio ai progetti urbanistici del fascismo che hanno sventrato la città storica erano il bacino della resistenza. Dopo la guerra i comitati di liberazione nazionale furono convertiti in comitati di quartiere che iniziarono la lotta per la casa”. Inizialmente i risultati furono notevoli. Finché le politiche pubbliche per la casa sono durate. E’ stato un periodo in fondo breve. Con la fine del Welfare, e la trasformazione della politica, la precarietà abitativa è cambiata. La data simbolo è il 1989, lo sgombero della Pantanella. Qui è nata la nuova generazione dei movimenti entrati in contatto con i migranti, fatta da loro stessi.

Questa idea di alleanza tra gli intellettuali, gli artisti, gli attivisti e i movimenti per la casa è di straordinaria importanza in un tempo in cui i poveri sono compatiti, e nascosti, mentre gli intellettuali si odiano, oppure prendono posizioni eburnee da social network. Gramsci sosteneva che l’”intellettuale nuovo” deve “mescolarsi attivamente alla vita pratica” e che tutti gli uomini, e le donne, indipendentemente dal loro ruolo sociale, esplicano “una qualche attività intellettuale”, perché non vi è attività umana – neppure la più pratica – “da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale”. Questo vale per l’urbanista, l’architetto, o l’artista, e non solo. E vale per i loro alleati, gli occupanti, di qualsiasi provenienza, dentro questi processi.  Impadronirsi degli strumenti e dei concetti, condividerli, è una prospettiva di emancipazione, la costruzione di una forza. Dalla lotta per una casa dignitosa nasce una vita nuova.

PARIGI. Una domanda ha attraversato ieri tutti i numerosi cortei che si sono svolti nelle principali città francesi, organizzati da una sessantina di organizzazioni politiche e sindacali: quando Macron si deciderà ad ascoltare lo scontento che cresce in tutto il paese, invece di privilegiare sempre e soltanto i vincenti? Il presidente aveva già dato una risposta preventiva: «Ascolto in permanenza la gente, ma ascoltare la gente non vuol dire essere la banderuola dell’opinione pubblica».

E HA MESSO IN GUARDIA: «Chi manifesta per bloccare il paese non lo bloccherà». Questa incomunicabilità sta favorendo l’interpretazione più radicale della lotta. Per il momento, chi vuole andare allo scontro diretto non ha preso il sopravvento, le cifre della partecipazione non battono dei record (a Parigi, 32mila persone secondo il calcolo di un pool di media, 80mila per la Cgt, 21mila per la Prefettura, 250mila in tutta la Francia secondo il sindacato). Il corteo parigino è stato festivo, senza violenza, anche se la polizia è intervenuta brevemente alla fine con qualche lacrimogeno e ci sono state alcune decine di fermi. Ma qualcosa sta cambiando, dopo gli episodi del 1° e del 22 maggio, dove nei cortei ci sono stati momenti di tensione.

LA «TESTA» della manifestazione era un concentrato di tutte le lotte: c’era il comitato Adama venuto dalla banlieue (prende il nome di un ragazzo morto in un commissariato nel 2016, vittima delle violenze degli agenti), c’erano rivendicazioni di ogni tipo in ordine sparso, per Gaza, per la difesa dei servizi pubblici «svenduti» da Macron, per i ferrovieri che continuano lo sciopero, contro il nuovo sistema di accesso all’università (considerato selettivo), per gli esiliati, contro l’aumento delle tassa per i pensionati, per le Zad, («zone da difendere»), contro il liberismo, lotte che dovrebbero convergere per far crescere la «marea popolare» scesa di nuovo in piazza. La testa del corteo è anche il luogo del cosiddetto black bloc; uno striscione ha riassunto ieri il nuovo spirito di lotta: «spacchiamo i McDonald’s, non gli ospedali» (in riferimento alla distruzione del welfare da parte di Macron).

La novità è stata anche nell’organizzazione della giornata di mobilitazione. L’idea è stata di Attac e della Fondazione Copernic, ma hanno aderito tutti i partiti della sinistra (non il Ps), con France Insoumise, la Cgt, Solidaires e la Fsu (ma non la Cfdt e Force ouvrière).

LA CGT, che ultimamente è scesa molte volte in piazza, ha seguito l’iniziativa guidata dalla France Insoumise: è la prima volta dagli anni ’90, cioè dalla separazione del sindacato dal Pcf, che una colorazione chiaramente politica prende il sopravvento sulla lotta sindacale classica. Il segretario Cgt, Philippe Martinez, e Jean-Luc Mélenchon coltivano una rivalità: il primo era ieri al corteo di Parigi, il secondo a Marsiglia (4.200 persone per la polizia, 65mila per la Cgt), dove ha invitato a «formare un Fronte popolare». Per Mélenchon, che si pone come il principale oppositore a Macron, ieri è «iniziato un nuovo ciclo». La Cgt aveva negoziato alcuni punti: non una manifestazione nazionale a Parigi, ma tanti cortei nelle varie città, organizzazioni politiche e sindacali ben indentificate nel corteo, «ognuno al suo posto», perché per il sindacato l’obiettivo non è chiedere la testa di Macron, ma «un cambiamento di politica».

GLI ORGANIZZATORI della giornata di ieri si ritrovano all’inizio della prossima settimana, per discutere del seguito da dare alle proteste. Intanto, la riforma della Sncf arriva a un momento chiave, dopo una ventina di giorni di sciopero a singhiozzo: il Senato deve votare la legge, il governo si è impegnato a ripagare 35 miliardi di debito delle ferrovie (su 50), uno sforzo senza precedenti (pari all’1,6% della ricchezza nazionale) e a investire 3,6 miliardi l’anno nel rinnovamento della rete.

In cambio, chiede la fine programmata dello statuto dei ferrovieri, apertura alla concorrenza, trasformazione della Sncf in società anonima. I sindacati riformisti potrebbero uscire dalla protesta.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

È sconcertante che il vice-sindaco Luca Bergamo, e assessore alla cultura della città di Roma, non sapesse che ieri mattina il dipartimento al patrimonio ha ordinato di apporre i sigilli, all’Angelo Mai, laboratorio di produzioni teatrali e musicali, spazio regolarmente assegnato, e vincitore di prestigiosi premi come l’Ubu-Franco Quadri, una gemma politica autogovernata e co-produttrice con il Teatro di Roma (Tdr) di spettacoli e progetti coreografici.

La motivazione ufficiale è un provvedimento datato il 23 settembre 2016 con il quale il Comune disponeva la riacquisizione dell’immobile contro il quale gli attivisti dell’Angelo Mai fecero ricorso. Bergamo ha detto di avere appreso la notizia dalle agenzie stampa che hanno ripreso i tweet e i video postati da un centinaio di attori, registi, cantanti, attori, cittadini e militanti dei centri sociali romani accorsi subito dopo che vigili, Digos e operai sono entrati senza preavviso. Bergamo ha anche chiesto la «sospensione» del provvedimento di sequestro per «fare le necessarie e opportune valutazioni». Nel pomeriggio è stata concessa per tre settimane.

Non ci sono motivi per non credere al vicesindaco della Capitale. Il problema è che un dipartimento agisca senza che il vertice del Campidoglio sappia. È il segno, inquietante, di una politica ispirata a un tacere amministrando dove tutto procede con apparenti automatismi. Non è così: è un sistema di governo in cui i tagli agli enti locali vanno di pari passo con la spinta a privatizzare, gentrificare e monetizzare le risorse a partire dagli immobili. Una strategia feroce che ha travolto gli enti locali, e le giunte romane, in particolare, stritolate dalle richieste della Corte dei conti.

È nata da queste premesse la delibera 140 al tempo del centrosinistra (Marino) e perfezionata dal commissario Tronca: il più grande attacco alle esperienze di auto-governo e auto-gestione che Roma abbia mai subìto. In mancanza di una chiarezza su una precedente delibera approvata dalla giunta Rutelli 23 anni fa, a centinaia di spazi sociali il canone è stato ricalcolato al 100%, diversamente da quello «sociale» definito nel 1995. Di punto in bianco realtà come il Celio Azzurro, la casa internazionale delle donne, la scuola popolare di musica di Testaccio, centri sociali come la Torre, atelier come l’Angelo Mai, sono stati considerati «morosi» per milioni di euro.

La Roma indipendente si è mobilitata contro la repressione amministrativa per difendere l’immensa ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale. Un’epica battaglia grazie alla quale la Corte dei conti ha riconosciuto l’inesistenza del «danno erariale» per il bilancio commissariato della Capitale.

L’insonnolita giunta Raggi avrebbe dovuto agire almeno un anno fa, portando a termine il regolamento sul «patrimonio indisponibile» promesso alla rete «Decide Roma» con l’aggiunta di una delibera che avrebbe impedito atti come quello di ieri. Ma non è accaduto. Per essere efficaci le «valutazioni» di Bergamo dovrebbero portare all’approvazione di atti politici concreti, e irreversibili, richiesti tra l’altro dalla sinistra cittadina (Fassina per «sinistra x Roma» e Amedeo Ciaccheri candidato al Municipio VIII).

Il Pd cittadino ha attaccato i Cinque Stelle, ma forse ha dimenticato il modo, non brillantissimo, in cui ha affrontato lo stesso problema quando era al governo. La Cgil di Roma-Lazio, con la segretaria Tina Balì, ha chiesto un incontro a Bergamo e una «soluzione idonea» al problema degli spazi sociali. A difesa dell’Angelo sono intervenuti Maurizio Acerbo (Rifondazione) e la senatrice di LeU Loredana De Petris.

«Siamo stati saldati fuori Roma» è l’immagine efficace usata ieri da Silvia Calderoni, attrice simbolo dei Motus – una delle compagnie teatrali italiane pià innovative che a Roma fa base all’Angelo Mai. «Noi non chiuderemo mai, sia chiaro» hanno ribadito gli attivisti che hanno costruito un laboratorio dalle macerie di una bocciofila nel parco di San Sebastiano, all’inizio della via Appia antica, vicino alle Terme di Caracalla.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Ieri mattina all’alba l’università di Tolbiac è stata sgomberata. L’operazione della polizia è iniziata alle 5 del mattino, il centinaio di persone che stava dormendo nel grande anfiteatro N della «torre» di Tolbiac è stato fatto uscire, con un’azione muscolosa. Gli studenti hanno denunciato metodi sbrigativi e un uso eccessivo dei manganelli. Una persona è stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale. Sbloccate anche le entrate di Sciences Po, a Parigi e a Lille, che erano state chiuse dagli studenti. Nel tardo pomeriggio, una manifestazione ha avuto luogo di fronte a Tolbiac, per protestare contro l’espulsione e promettere che le occupazioni continueranno, come è successo a Nanterre (che era stata sgombrata e poi rioccupata).

Il presidente di Paris-I, di cui fa parte Tolbiac, Georges Haddad, che aveva chiesto l’intervento della polizia (unico modo legale per far entrare le forze dell’ordine nelle università), si è detto «sollevato» e ha denunciato «gli ingenti danni» causati dall’occupazione, di «qualche centinaia di migliaia di euro», ha detto. Tolbiac, comunque, non riaprirà, perché devono essere realizzate delle riparazioni. Il sito potrebbe rimanere chiuso fino all’inizio del prossimo anno accademico, a settembre.

Gli studenti che protestano, che non rappresentano la maggioranza degli iscritti, restano molto determinati. Ma anche il governo lo è. Ieri, in consiglio dei ministri, Emmanuel Macron, ha insistito: «La sfida dei prossimi giorni è permettere lo svolgimento degli esami in buone condizioni». Il momento cruciale sarà la settimana dopo il 1° maggio. Nelle università in agitazione, gli esami potrebbero avere luogo in locali esterni, scelti dalle presidenze all’ultimo momento (per evitare altre occupazioni). Nelle università dove i presidenti hanno organizzato dei voti elettronici tra gli iscritti, la maggioranza si è schierata contro i blocchi. In nessuna facoltà è stata accettata la richiesta del voto politico, sufficienza e anche di più per tutti. Dei docenti hanno utilizzato la mobilitazione degli studenti, per rimettere sul tavolo la questione del finanziamento agli atenei: in alcune facoltà verranno iscritti tutti coloro che lo richiedono, mentre ci sarà l’esame delle domande in quelle dove c’è sproporzione tra richieste e posti. Il governo ha aumentato il numero dei posti perché arriva all’università l’anno dei nati nel boom del 2000 e la nuova legge Ore prevede dei corsi di recupero per chi non ha i prerequisiti richiesti.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

PARIGI. Dialogo tra sordi, ieri in Francia. La Cgt, assieme a Solidaires, ha organizzato in tutto il paese 133 manifestazioni, in una giornata di mobilitazione sindacale, con l’obiettivo della «convergenza delle lotte», tra i ferrovieri (ieri in sciopero), Edf (azioni di tagli mirati alla corrente), funzione pubblica di tutte le categorie. Con gli studenti venuti a dare man forte. Dall’altro lato, il governo non guarda in faccia nessuno. La ministra dei trasporti, Elisabeth Borne, ieri ha ripetuto che «la riforma della Sncf (la ferrovia nazionale) andrà fino in fondo».

La partecipazione alle manifestazioni non è stata eccezionale: 5.700 a Marsiglia, dove al corteo ha partecipato anche il leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, 15.300 a Parigi, qualche migliaio in molte città minori. In piazza solo Cgt e Solidaires, mentre le altre sigle sindacali, soprattutto le più moderate (Unsa, Cfdt) non concordano sulla svolta politico-ideologica presa dalla protesta. Anche il 1° maggio i cortei sindacali saranno in ordine sparso. Il 5 maggio sarà un’altra giornata di manifestazioni a Parigi, per «fare la festa a Macron», secondo la proposta di François Rufin della France Insoumise.

Il governo tira dritto, va avanti come un carro armato. «O la va o la spacca», è la strategia adottata da entrambe le parti. Il governo ha in programma di dividere il fronte sindacale. Un gruppo di intellettuali, da Etienne Balibar a Didier Daenninckx e Jacques Tardi, hanno firmato un appello «La lotta dei ferrovieri è anche la nostra lotta», per sostenere la battaglia di fondo a favore dei servizi pubblici, dopo aver lanciato nei giorni scorsi un crowdfunding a favore dei ferrovieri in sciopero, che ha ormai superato gli 800mila euro. È in corso un ridimensionamento dei corpi intermediari, Macron ha fretta di «riformare» e non vuole perdere tempo a discutere con i diretti interessati. Se si votasse adesso, però, sarebbe rieletto con una percentuale maggiore, dice un ultimo sondaggio. L’opinione pubblica è un fattore non trascurabile in questo scontro.

Nelle università continua il movimento contro il nuovo sistema di entrata nelle facoltà, Parcoursup, e contro la nuova legge Ore (orientamento e riuscita). Nanterre resta bloccata, Tolbiac occupata. Dei docenti hanno firmato una petizione che appoggia gli studenti, altri hanno risposto chiedendo lo svolgimento regolare degli esami. Gli studenti accusano il Parcoursup di creare un meccanismo di «selezione», perché per iscriversi all’università dovranno rispettare delle «attese» di conoscenza, con il rischio di accentuare le differenze tra università e tagliare fuori gli studenti che provengono da licei meno qualificati. A Strasburgo, in un voto in linea degli iscritti al 70% hanno votato contro il blocco. Una forma di selezione esiste da tempo, il 65% degli iscritti al primo anno di licenza non arriva alla fine dei 3 anni nei tempi dovuti.Gli studenti hanno partecipato ai cortei. Al mattino, le manifestazioni si sono svolte nella calma. Ma nel pomeriggio, ci sono stati alcuni incidenti, a Rennes, Lille e, soprattutto, a Parigi. Solite vetrine spaccate, di banche, assicurazioni, hotel, da un gruppo di un centinaio di casseurs con il volto coperto. Lacrimogeni delle polizia in risposta, tra Montparnasse e place d’Italie.

Alla Sncf, i sindacati – tutti – ieri hanno sbattuto la porta e rifiutano ormai di partecipare agli incontri con la ministra Elisabeth Borne. Chiedono di essere ricevuti dal primo ministro, Edouard Philippe a Matignon. I sindacati contestano lo stile del governo, che non ascolta le proposte dei ferrovieri e ogni giorno aggiunge un pezzo di riforma in più: la Sncf diventerà società anonima (ma a capitale pubblico al 100%), il mercato ferroviario sarà progressivamente aperto alla concorrenza, ma ormai si sa che le assunzioni con lo «statuto» finiranno il 31 dicembre 1919 e il trasporto merci sarà «filializzato». I sindacati dovrebbero discutere il contratto nazionale, invece di aggrapparsi allo «statuto», dice il governo. «Difesa del servizio pubblico», è l’unica risposta. Altre proteste si aggregano, come Edf e soprattutto varie categorie della funzione pubblica, dove ci sarà un taglio di 120mila posti in 5 anni.

FONTE: Anna Maria Merlo,  IL MANIFESTO

BOLOGNA. Un’assemblea come quella di lunedì al Tpo di Bologna non si era mai vista. Innanzitutto non era mai successo che un arcivescovo, monsignor Matteo Zuppi, si presentasse in un centro sociale per dialogare con un gruppo storico di antagonisti. Se poi consideriamo che stiamo parlando di una delle diocesi più importanti d’Italia, per decenni guidata da una curia di stampo conservatrice, e in una città dalla lunga tradizione di sinistra; e se aggiungiamo che lo spunto per il confronto è venuto dai discorsi ai movimenti popolari di papa Francesco (diffusi dal manifesto), allora ci sono tutti gli elementi per parlare di una serata importante.

Era stata ideata come una presentazione del volume Terra, Casa, Lavoro da me curato (con l’introduzione di Gianni La Bella), ma era chiaro già da prima che il libro avrebbe dovuto funzionare da innesco per un confronto assembleare sulla trasformazione e sulla crisi del tempo presente, su Bologna e sulle sue emergenze sociali. Tra i relatori, oltre a chi scrive, Luciana Castellina e Domenico Mucignat, voce storica del Tpo.

La speranza era di avere un momento partecipato, ma neppure nelle migliori aspettative ci si sarebbe immaginati di vedere il capannone del centro sociale pieno di giovani attivisti, esponenti dell’associazionismo di base, seminaristi e abitanti del quartiere (insieme a un numero consistente di giornalisti e ad alcuni nomi della politica locale: assessori della giunta comunale (Matteo Lepore e Davide Conte), consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione e altri volti della «sinistra diffusa». Insomma, un insieme decisamente composito e tutt’altro che privo di quella dose di autoironia – «dai, che tra poco inizia la messa», si scherza davanti al bar – che diventa quasi necessaria, anche per stemperare la tensione della prima volta.

Va detto poi che alle spalle dell’assemblea c’è stato un lungo lavoro: i contatti tra gli antagonisti e Zuppi risalgono ad almeno due anni fa, cioè da circa un anno dopo l’insediamento dell’arcivescovo venuto dalle periferie romane.

In questo tempo il vescovo scelto da Bergoglio non ha mancato di dare più volte prova di come intenda la sua pastorale: coerentemente per gli ultimi e senza paura del dialogo con le realtà cittadine. «La serata – spiega in apertura Mucignat – è il punto di arrivo di un percorso che ha mosso i primi passi dalla collaborazione tra la diocesi, lo sportello Migranti del Tpo e il progetto Accoglienza degna (dello spazio Làbas) per dare una soluzione all’emergenza abitativa di un richiedente asilo di comune conoscenza».

Il confronto assembleare prende avvio proprio da come le parole di riscatto sociale del papa possano essere tradotte concretamente nel contesto italiano. A questo proposito, ho invitato a non dimenticare che quei discorsi hanno un peso particolare anche per via del quadro in cui sono stati pronunciati, cioè nella rete mondiale dei movimenti che ha riunito in Vaticano (e nel 2015 in Bolivia) centinaia di organizzazioni di diversa estrazione politica e culturale che da anni praticano il conflitto.

Non solo teoria dunque, e certo non solamente slogan, come racconta la storia dei Sem Terra e del Movimento dei lavoratori esclusi argentino.

Un’analisi dei discorsi del papa è venuta da Luciana Castellina, che ha sollecitato direttamente l’interlocutore ecclesiastico chiamando in causa la storia del dialogo tra cattolici e comunisti, il contributo del Pci e del gruppo del manifesto.

Attento e dotato di un sostanzioso dossier di appunti, Zuppi ha precisato subito che lo stupore dei media per la sua partecipazione è risultato in effetti del tutto ingiustificato: il dato preoccupante, semmai, è che «parlare faccia notizia».

Quindi ha coinvolto l’assemblea su un’analisi dei discorsi di Bergoglio, mettendo in evidenza i passaggi dai quali si evince che un’azione collettiva è necessaria, così come lo è il rispetto delle diversità d’impostazione. Ha ricordato che i cartoneros in Italia rischiano spesso il carcere e che i movimenti agiscono senza manicheismi e con in testa un’etica. Insomma, una riflessione sgombra dal timore di una reciproca strumentalizzazione, e sostanzialmente incentrata sulla definizione di un umanesimo alternativo al sistema dominato dalla finanza, ma partendo dalle emergenze concrete (migranti, lavoro, ambiente).

Durante le due ore di discussione sono risuonate più volte le parole chiave: «ingiustizia», «muri», «conflitto», «dialogo». Non sono mancati appunti sulla distanza notevole che separa la Chiesa cattolica da chi pensa che senza l’autodeterminazione dei corpi non ci possa essere una prospettiva di riscatto collettivo. Ma si può dire che, come in occasione degli incontri mondiali dei movimenti, è prevalsa la ricerca di un linguaggio condiviso.

Per Gianmarco De Pieri del Tpo, «abbiamo messo a tema come organizzare la resistenza contro l’ingiustizia. Due mondi che da tempo si parlavano, invitano tutti gli altri mondi a parlarsi. Nei periodi più felici, per esempio a Genova nel 2001, i movimenti sociali hanno camminato insieme. Ricominciamo a farlo».

Rimanendo nel terreno della storia, la serata di lunedì fa pensare agli anni Sessanta e agli incontri tra quelli che allora erano detti i «cattolici del dissenso» e i militanti della sinistra, quella vecchia e quella nascente. I concetti dell’epoca erano simili, quando non gli stessi, ma la sensazione è che siamo, nello stesso tempo, vicini e lontani anni luce dalle dinamiche di allora. Siamo vicini nella misura in cui, dopo decenni nei quali la Chiesa cattolica si è arroccata in una campagna sulla bioetica, Francesco ha compiuto un rinnovamento, con al centro il discorso sociale, che ricorda la stagione di Roncalli e del suo concilio.

In mezzo però si è consumata la fine del Novecento, con quell’accelerazione della crisi culturale e politica che obbliga a un ripensamento profondo delle categorie, un tempo definite anche in opposizione tra loro.

L’assemblea di Bologna ha reso palese, verrebbe da dire quasi con semplicità, che è in corso un cambiamento d’epoca e che, senza rinunciare alla propria appartenenza, c’è un percorso di movimento da riprendere, serve un nuovo «tessuto sociale» (Zuppi) e, soprattutto, un agire comune di resistenza e risposta, senza «pasticci ideologici» (Castellina) che suonano oggi inutilmente anacronistici.

FONTE: Alessandro Santagata, IL MANIFESTO

Doveva essere un banco di prova dopo una settimana difficile, la manifestazione organizzata ieri a Nantes, contro lo sgombero della Zad di Notre Dame des Landes e le riforme del governo del presidente Macron.

Circa 7000 persone hanno sfilato nel centro storico della città sulla Loira, lasciando intravedere un embrione di quella possibile convergenza delle lotte auspicata dai settori della società francese attualmente in agitazione.

Il corteo di ieri è diventato, infatti, unitario solo in un secondo momento. La peculiarità della giornata era costituita dai due appelli a manifestare, con due piattaforme differenti, nella stessa piazza e a soltanto due ore di distanza.

La prima manifestazione, fissata per le 14.30, ha chiamato in piazza i ferrovieri e gli studenti, da tempo mobilitati rispettivamente contro la riforma della SNCF e contro il nuovo sistema di selezione per l’accesso all’università.

Più in generale, si è trattato di una mobilitazione contro le riforme targate Macron simile, per certi versi, a quella che, sempre ieri, ha avuto luogo nella città di Marsiglia.

Il secondo corteo, invece, organizzato per protestare contro il duro sgombero della ZAD (Zone à Defendre) di Notre Dame des Landes, messo in atto nel corso della settimana, doveva partire, dallo stesso luogo di concentramento, alle 16.30.

Quello che è accaduto, fatto magari prevedibile, ma di certo non scontato, è stata la fusione, più o meno completa, dei due defilé.

Al termine della prima manifestazione, che aveva raccolto circa 3000 partecipanti, studenti e lavoratori hanno raggiunto la seconda, ingrossandone le fila, anche grazie al sostegno, espresso dalla CGT dipartimentale, alle ragioni di chi scendeva in piazza a favore della Zad.

Lo spiegamento di forze dell’ordine era imponente. Agenti in assetto antisommossa inquadravano i manifestanti lungo gran parte del perimetro del corteo. Il tutto in un clima particolarmente teso.

Dopo una mezz’ora all’insegna della calma, sono cominciati gli scontri.

Lancio di pietre da una parte e lacrimogeni dall’altra, con l’utilizzo, da parte delle forze dell’ordine, di un cannone ad acqua per contenere l’avanzata di alcune frange del corteo.

Nel frattempo, sempre ieri, nella ZAD di Notre Dame des Landes, sono continuati i duri faccia a faccia tra zadisti e agenti che, ancora sul posto, stanno procedendo allo sgombero dei resti delle 29 occupazioni distrutte nell’operazione cominciata lunedì e alla liberazione delle due arterie stradali, che attraversano la zona, dalle barricate erette dagli occupanti.

Stando a quanto affermano dall’esecutivo, l’operazione di espulsione degli zadisti “illegittimi” sarebbe terminata e l’obiettivo raggiunto.

Venerdì, annunciando la fine delle operazioni, il prefetto del dipartimento della Loire-Atlantique ha annunciato che avrebbe ripreso i colloqui con gli zadisti che desiderano regolarizzare la loro posizione.

A questo scopo, la rappresentante del governo ha proposto agli occupanti della zona, nella quale doveva nascere il grande aeroporto, un formulario semplificato per la presentazione di un progetto agricolo individuale o collettivo, nel quale esplicitare soltanto i dati personali, descrivere il progetto stesso e indicare la parcella di terreno interessata. L’annuncio ha scatenato le ire di alcune organizzazioni di categoria più “istituzionali”.

Gli zadisti, ha promesso il prefetto, avranno tempo fino a fine mese, per palesarsi in quanto agricoltori o allevatori. In ogni caso, però, è difficile immaginare che dei colloqui tra le parti possano riprendere serenamente.

Appare, infatti, troppo forte lo shock per la distruzione, da parte delle forze dell’ordine, della fattoria dei “100 nomi”, un luogo simbolo della Zad, all’interno della quale, ormai da 5 anni, era attivo un progetto agricolo solido e riconosciuto.

Oggi è prevista una nuova giornata di mobilitazione, questa volta, nella ZAD. Si tratterà di una giornata della “ricostruzione”, hanno annunciato gli zadisti. Molto probabilmente rappresenterà una nuova prova per comprendere il peso delle forze in campo.

FONTE: Francesco Ditaranto, IL MANIFESTO

PARIGI. Giornata di febbre alta ieri, a Notre-Dame-des-Landes (Nddl) e nelle università. Una vera e propria battaglia tra «zadisti» e gendarmi per il secondo giorno consecutivo, molto più violenta della vigilia. Ore di scontri, soprattutto all’alba, lacrimogeni rimandati al mittente con delle racchette da tennis, proiettili di ogni tipo, da una parte e dall’altra. Ci sono stati dieci gendarmi feriti e due zadisti, di cui uno grave. L’incomprensione è totale. I 2mila gendarmi, un’esagerazione di forze vista come una provocazione, hanno «sloggiato» 16 luoghi considerati degli squat. La giustificazione è che le persone che vivono e lavorano in questi luoghi – ieri al centro dello scontro c’erano la fattoria delle Fosses noires e quella dei 100 noms – non hanno presentato domanda alla Prefettura per poter continuare, come era previsto dagli accordi presi tre mesi fa, dopo la rinuncia dello stato a costruire l’aeroporto nella zona umida. La domanda non è stata presentata perché lo stato sui suoi terreni vuole dei contratti tipo «mezzadria» firmati con dei singoli, che una parte consistente degli occupanti storici ha accettato. Invece, gli occupanti più contestatori vogliono che venga riconosciuto un modo alternativo di vita, comunitario, che non rispetta le regole del capitalismo. Quindi dialogo tra sordi. E ricorso esagerato alla forza da parte del governo, che vuole farla finita con la zad (zone à défendre) di Nddl. A sostegno degli zadisti sono arrivati ieri giovani delle regioni vicine e si prevede l’arrivo di contestatori dall’estero.

In alcune università bloccate – una dozzina in tutto il paese – sono stati affissi cartelli con la scritta «zad». A Tolbiac, centro della protesta parigina, preferiscono invece «La Comune libera di Tolbiac», con dibattiti e conferenze. Ieri c’è stata una manifestazione tra la Sorbonne e Jussieu (facoltà scientifica che non è in agitazione, ma il sito è chiuso per ordine del rettore), la partecipazione è stata scarsa. Ma la protesta, che è partita contro Parcoursup, il nuovo sistema di iscrizione all’università accusato di essere selettivo, sta diventando più politica in senso largo del termine. Ritiro della legge «asilo-immigrazione», che sarà discussa all’Assemblée a giorni, «convergenza delle lotte» con i ferrovieri sempre in sciopero a singhiozzo (il prossimo round è per venerdì e sabato prossimi), ospedalieri ecc., in breve contro l’opera di «distruzione sociale» di cui è accusato Macron. L’obiettivo è rifare il Maggio ’68 nel 2018. La tensione cresce, perché sono iniziati o stanno iniziando gli esami «parziali» del secondo semestre (e il «recupero» per chi non ha passato tutti quelli del primo) e chi non riesce perde l’anno. Il movimento è ancora minoritario, ma 400 professori hanno firmato un appello di sostegno agli studenti, che contestano la selezione nascosta, che non farebbe che riprodurre ancora più di prima le condizioni di classe di partenza, in un paese dove l’ «ascensore sociale» sembra bloccato da anni e la riproduzione delle élite molto forte.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

C’è un’espressione criptica che è circolata con insistenza nel variegato arcipelago della controcultura . È «fare rete». L’intellettuale, il militante, l’antropologo critico della modernità che meglio l’ha incarnata è Primo Moroni. Sapeva fare rete sin dagli anni ’60, quando militante del Partito comunista italiano era diventato una figura rilevante nell’industria culturale milanese. Primo sapeva mettere in relazione esperienze culturali tra loro diversissime, spesso indifferenti l’una con le altre.

Sapeva infatti trovare i punti di congiunzione, lavorando affinché funzionasse quell’indispensabile lavoro di «traduzione» affinché una esperienza potesse essere raccontata, illustrata, comunicata a chi non la conosceva. Con una particolarità che è rimasta una costante del suo essere intellettuale politico: una ricerca di punti di contatto senza cancellare le differenze, anzi valorizzandole quel lavorio di tessitura che pochi altri hanno saputo fare nella eterogenea e spesso rissosa sinistra extraparlamentare italiana.

ASIMMETRIE
Fare rete, per Primo, non significava quindi la ricerca ossessiva dell’omogeneità, del massimo comun divisore, bensì significava la ricerca del minimo comune multiplo. È stato cioè l’incarnazione di quel «maestro ignorante» che aboliva la distinzione gerarchica, dunque anche l’asimmetria di potere, tra docente e discente e che un filosofo come Jacques Rancière ha indicato come figura indispensabile per costruire un’organizzazione politica.

Primo Moroni era entrato giovane nella Fgci e faceva parte di un gruppo di flâneurs ribelli che si muoveva con agio nei quartieri della Milano operaia, dove era frequente che le tute blu convivessero con i sottoproletari, come allora erano qualificati gli uomini e le donne che conducevano una vita al confine tra legalità e illegalità. Li sapeva ascoltare, con una curiosità e partecipazione simile a quello degli storici orali che nel decennio del boom economico italiano cominciarono a percorrere in lungo e largo le valli di montagna rese marginali dalla modernizzazione capitalista; o che passeggiavano per i quartieri collocati oltre il confine della democrazia formale alla ricerca della continuità e della discontinuità nelle lotte operaie e sociali. Se ha un senso riproporre la coricerca come metodo politico, bisogna guardare a questo stile di ascolto e interrogazione della realtà. Non scriveva molto Primo, ma i suoi racconti, quasi sempre fatti attorno a un tavolo ingombro di bicchieri e bottiglie di vino e sul quale aleggiava il fumo delle troppe sigarette fumate, evocano le pagine indimenticabili che Danilo Montaldi e Cesare Bermani hanno dedicato a quel mutamento radicale del panorama sociale degli anni Sessanta. E se l’antropologo Ernesto De Martino parlava della scomparsa del mondo contadino come una apocalisse culturale, per Primo Moroni, figlio di migranti interni (i suoi genitori venivano dalla Toscana), la modernizzazione era intesa come un campo di possibilità della rivoluzione sociale e politica. Per questo aveva preso le distanze dal Pci. Non riusciva infatti a tollerare la ripetizione del sempre eguale che scandiva la militanza di partito.

L’obiettivo primario era infatti individuare un modello di rivoluzione sociale che sfuggisse al triste destino della sua involuzione autoritaria come era accaduto nel lungo Novecento.

CULTURE MINORITARIE
Da qui l’interesse alle culture politiche minoritarie nel movimento operaio – gli anarco-comunisti, i consiliaristi alla Pannokek, i luxemburghiani – che potevano essere piegate alla comprensione e all’azione politica radicale in un mondo sovvertito dallo sviluppo capitalista. Nel suo fare rete, un posto importante era occupato dalla produzione culturale. Gli anni Settanta, sono anche per Moroni un decennio di militanza politica di base, compresa i reiterati tentativi di dare vita a coordinamenti di piccole case editrici, di riviste in maniera tale da sfuggire alle politiche editoriali delle grandi case editrici, della distribuzione di libri e riviste. Il tutto a partire dalla prima sede della libreria Calusca.

Ci saranno storici e militanti che faranno una adeguata biografia completa di Primo Moroni, compreso il clima filosofico dove si era formato. È tuttavia doveroso ricordare il debito verso Danilo Moltaldi, Cesare Bermani, l’impegno nella rivista Primo Maggio, la collaborazione e amicizia con Sergio Bologna, Nanni Balestrini.

I CENTRI SOCIALI
Continuerà a «fare rete» anche durante il lungo inverno della sconfitta dei movimenti sociali. E diventerà un punto di riferimento per i primi centri sociali. Il Leoncavallo, ovviamente, ma anche e soprattutto per le esperienze di occupazione dei gruppi punk politicizzati e controculturali milanesi. La Calusca e il centro sociale Conchetta diventeranno tappe obbligate per chi era interessato al cyberpunk e ai primi gruppi hacker europei e italiani. Anche qui, il suo era un invito a non demonizzare le tecnologie e ad usarle senza tuttavia abbandonare la critica alla non neutralità della scienza e a svelare i rinnovati usi capitalistici delle macchine ormai informatiche e digitali. La tecnologie digitali come anche la critiche alle distopie cyberpunk erano cioè i terreni dal quali ripartire.

La sconfitta, cioè, si era consumata, mentre le metropoli erano aggregati urbani distanti da quelli conosciuti durante la società industriale e le coordinate politiche del passato mostrano i segni dell’usura.

Anche in questa fase di possibile ripresa della politica radicale la metodologia di Primo Moroni è rimasta la stessa. Fare Rete significava trovare i punti di contatto tra realtà diverse, svolgere un lavoro di traduzione, senza tuttavia rinunciare al proprio punto di vista. Così durante gli sgomberi di Conchetta, del Leoncavallo, Primo invitava sì a resistere, ma al tempo stesso a gestire politicamente il conflitto anche quando questo significava scontrarsi con la polizia.

Quella che proponeva era un «riformismo radicale» che acconsentisse il consolidamento delle nuovo forme di aggregazione sociale in attesa che diventassero contropoteri. Per questo il fare rete poteva rinviare a un secondo momento la ricognizione delle nuovo cartografie delle classi sociali e delle forme di sfruttamento. Fare rete doveva cioè servire a guadagnare tempo, ad organizzare l’inorganizzato. Questo il punto di forza e al tempo stesso il limite del suo «fare».

MAPPE URBANE
Una figura politica e intellettuale rilevante, quella di Primo. Nella sua quarantennale esperienza di intellettuale e militante ha accumulato materiali che restituiscono un pezzo di Storia politica e sociale da salvaguardare e non disperdere. E questo lo fece anche negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, quando molti teorici della metropoli ipotizzavano una geografia sociale che poteva emergere ponendo al centro della scena pubblica chi era stato messo ai margini. Per Primo, invece, le mappe urbane delle trasformazioni potevano essere ricostruite ponendo al centro dell’attenzione i luoghi del conflitto sociale e di classe.

La tendenza, per usare un lessico politico da lui molto amato, potevi capirla solo se sceglievi come punto di osservazione i luoghi del conflitto, anche quando questo manifestava caratteristiche aliene e distanti da quelle dei gruppi e organizzazioni politiche «ufficiali» o anche eterodosse.

Ha scritto poco nella sua vita, Primo. Ha parlato tanto, tuttavia, e un incontro con lui apriva prospettive analitiche e teoriche inedite e creative. Un esempio, per tutti: L’orda d’oro scritto con Nanni Balestrini e la collaborazione di militanti degli anni Settanta indisponibili alla pacificazione della società italiana. Un libro dove il fare rete è metodo politico e teorico prezioso. E che si può fare rete, cioè tessere relazioni, anche nella sconfitta.

FONTE: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

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