Diritti & Libertà

Brava Ada Colau a convocare subito una manifestazione a Piazza de Catalunya, nemmeno 24 ore dopo l’orribile massacro. Bravi i barcellonesi che a centinaia di migliaia hanno risposto all’appello gridando «no tinc por». E bravi i cittadini globali che si sono uniti a loro, piangendo per la ferita inferta alla città simbolo dell’accoglienza e dell’inclusione, ma anche per le proprie vittime: impressionante la cifra di 35 nazionalità. Hanno espresso, oltre alla pena per i corpi maciullati, la protesta per l’insulto che è stato fatto a quello che viene chiamato il «nostro libero modello di vita».

E però c’è qualcosa che non mi convince nella ormai ripetuta proclamazione dei nostri valori, non sono certa che la nostra idea di libertà sia davvero così acriticamente proponibile ad un mondo in cui la maggioranza degli esseri umani ne sono stati privati.
So bene che a proporre questo discorso si entra su un terreno scivoloso, quasi si volesse negare l’importanza dei diritti e delle garanzie individuali che la Rivoluzione francese ci ha conquistato, così come il sistema democratico-borghese che accorpa oramai quasi tutto l’occidente. Non vorrei scambiarlo con nessun altro sistema attualmente vigente, quale che sia la sua denominazione. Per questo, del resto, penso si debba difendere un’idea di Europa che lo salvaguardi dal vortice terrificante che attraversa il mondo.

E però non posso non chiedermi se questo modello, questa idea di libertà, possono davvero risultare convincenti per chi ne vive la contraddizione, per chi abita l’altra faccia del modello: una moltitudine di esseri umani, quelli che disperatamente attraversano il Mediterraneo e vengono respinti; chi vive nelle desolate periferie urbane e patisce una discriminazione di fatto (no, non «legale», per carità!); chi abita i villaggi del Sahel o mediorientali.
La nostra orgogliosa riaffermazione «non abbiamo paura» ha certamente un senso molto positivo: vuol dire non sopprimeremo la libertà, non ricorreremo ad antidemocratiche misure di polizia, non ridurremmo per garantirci sicurezza le nostre libertà. È un messaggio importante ed è bello che a Barcellona sia stato riaffermato a Piazza de Catalunya. Ma non basta, e, anzi, ripeterlo, se non ci si aggiunge qualche cos’altro, rischia di essere controproducente.

Siamo tutti consapevoli che la disfatta che l’Isis sta subendo sul territorio non rappresenta affatto la fine della minaccia terrorista. Che, anzi, lo smantellamento delle sue roccaforti potrebbe rendere anche più intenso il ricorso alle azioni di gruppo, o persino individuali, che colpiscono senza possibilità di prevedere come e dove. Sappiamo oramai anche che è ben lungi dall’essere esaurito il reclutamento di giovani jihadisti pronti a morire. Che provengono dall’Oriente, dal Sud, ma sempre più spesso anche dalla strada accanto. Contro di loro non c’è polizia che tenga, una sicurezza militare è impossibile.
La sola ancorché ardua via da imboccare sta innanzitutto nell’interrogarsi su cosa muove l’odio di questi ragazzi. Non l’abbiamo fatto abbastanza. Non ci riproponiamo la domanda con altrettanta forza quando ribadiamo la superiorità della nostra idea di libertà. E così questo nostro atto di coraggiosa resistenza rischia di suonare inintellegibile a chi di quella libertà gode così poco. Perché chiama in causa non solo il nostro orrendo passato coloniale, le responsabilità per le rapine neocoloniali del dopoguerra, il razzismo di fatto, le sanguinose, offensive guerre che continuiamo a produrre con la scusa di portar la democrazia. Queste sono responsabilità di governi che anche noi combattiamo, anche se dovremmo farlo con maggiore vigore. ( Ha ragione Ben Jelloun che si è chiesto perché non abbiamo portato dinanzi alla Corte per i delitti contro l’umanità il presidente Bush, il maggiore artefice dell’esplosione jihadista).

E però c’è qualcosa che tocca a noi, proprio a noi di sinistra, fare: ripensare il nostro stesso, superiore modello di democrazia, ripensarlo con gli occhi dell’altro, dell’escluso, sforzarsi di capire la rabbia che induce al martirio. Non per giustificarlo, per carità, e neppure per chiudere gli occhi sulle occultate manovre di potere che guidano e finanziano il terrorismo. Ma – ripeto – per capire e impegnarsi a ripensare il nostro stesso modello di civiltà, all’ individualismo che la caratterizza, tant’è che la democrazia la decliniamo sempre più in termini di diritti e garanzie personali, non come rivendicazione di un potere che deve riuscire a liberare l’intera umanità.
Penso che questo bisognerebbe gridarlo nelle piazze, aggiungendo un impegno politico al «non abbiamo paura».
L’Europa, che gli attentati vogliono colpire, è forse il meglio di questo orrendo mondo globale, ma non è innocente, non può essere riproposta semplicisticamente come punto d’approdo del processo di civilizzazione.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

Gli avvenimenti di Charlottesville negli Stati Uniti hanno creato un giro di boa a tanti livelli, uno di questi è la messa in discussione di un principio sempre passato intoccato e intoccabile, vale a dire la messa in discussione del Freedom of Speech, la libertà di espressione, il primo emendamento. L’America è sempre stata orgogliosa di potersi definire attraverso questo principio che difende la libertà di parola, inclusa quella dei nazisti dell’Illinois di landisiana memoria, ma qualcosa cambia se a condividere le posizioni del suprematismo bianco è il presidente.

DA QUANDO TRUMP si è rifiutato di condannare le posizioni e le azioni dell’estrema destra razzista si è alzata una cordata di resistenza senza precedenti, come senza precedenti è la presa di posizione presidenziale; tra i primi ad agire concretamente per isolare i neonazisti, sono stati gli esponenti della Silicon Valley.
Subito il provider GoDaddy ha deciso di smettere di ospitare il sito Daily Stormer, magazine online di riferimento dell’ultradestra, e quando i neonazisti hanno provato a spostare la gestione del dominio su Google si son visti immediatamente bloccare anche lì, costretti ad aprire una replica del loro sito nel deep web, raggiungibile solo tramite il browser e strumento di «anonimizzazione TOR».

ANCHE FACEBOOK ha preso posizioni dure: alcune pagine legate sempre al DailyStormer sono state rimosse; GoFundMe e altri servizi di crowdfunding hanno bloccato le raccolte per dare supporto a James Alex Fields Jr., l’uomo che si è lanciato con la propria auto sulla manifestazione antifascista di Charlottesville e ha ucciso la 32enne Heather Heyer.
Il servizio di CDN CloudFlare ha deciso di bloccare l’account del magazine neonazista; CloudFlare è uno strumento che serve a migliorare la velocità dei siti internet ma che più di tutto li protegge dagli attacchi DDoS che mettono fuori uso un sito convogliando su di esso milioni di accessi in contemporanea: ora senza lo scudo di uno strumento simile il DailyStormer è in balia di questo tipo di attacchi, con Anonymous che ha giá fatto sapere di averli nel mirino.

PERFINO IL SITO di dating online OKCupid ha fatto sapere di aver radiato dal proprio servizio un noto esponente del movimento di destra e che stessa sorte capiterà ad altri che professano simili idee. «Non c’è spazio per l’odio lá dove si va per cercare l’amore», si è letto sull’account Twitter del sito di incontri.
Voce fuori dal coro quella della EFF, la Electronic Frountier Foundation, associazione di avvocati che protegge i diritti civili digitali che ha invece dichiarato la propria posizione in un articolo dove spiega che queste decisioni creano un pessimo precedente in quanto potrebbero ritorcersi a breve contro altri gruppi ideologicamente ben più affini che i filo nazisti.

«PROTEGGERE LA LIBERTÀ di parola non è qualcosa che facciamo perché siamo d’accordo con i contenuti che vengono protetti – dice la EFF -, lo facciamo perché crediamo che nessuno, non il governo e non le imprese commerciali private, debba decidere chi può parlare e chi no. Anche per i sostenitori della libertà di parola, questa situazione è profondamente impegnativa a livello emotivo e legale (…) ma dobbiamo dire che su Internet ogni tattica utilizzata per silenziare i neonazisti sarà presto utilizzata contro altri, tra cui persone con le cui opinioni siamo d’accordo. Le aziende hanno agito nella più totale legalità, visto che hanno semplicemente esercitato il diritto di rifiutarsi di offrire un servizio ad un cliente privato che non rispettava i termini di servizio delle piattaforme, ma crediamo fermamente che ciò che GoDaddy, Google e Cloudflare hanno fatto sia una presa di posizione pericolosa, perché, anche quando i concetti sono i più vili, dobbiamo rimanere vigili quando si esercitano questi diritti.

LE CONSEGUENZE di queste decisioni hanno un impatto sul discorso in tutto il mondo. Alle EFF vediamo le conseguenze di ciò: ogni volta che un’azienda lascia un sito neonazista fuori dalla rete, migliaia di decisioni meno visibili vengono prese da aziende minori con scarsa supervisione o trasparenza. Che precedenti vengono stabiliti, ecco cosa devono guardare le aziende e gli individui in questi tempi preoccupanti».

FONTE: IL MANIFESTO

Bisognerebbe chiedersi perché il Governo della Libia – o quello che viene spacciato per tale – è così pronto a riprendersi, anche con azioni di forza, quei profughi che tutti i Governi degli altri Stati, sia in Europa che in Africa, cercano di allontanare in ogni modo dai propri confini.

La verità è che a volerli riprendere non è quel Governo, ma sono le due o tre Guardie costiere libiche che fanno finta di obbedirgli, ma che in realtà lo controllano; e a cui l’Italia sta dando appoggio con dovizia di mezzi militari. Ormai si sa che quelle Guardie costiere sono in mano a clan e tribù coinvolte nella tratta dei profughi e nel business degli scafisti. E che una volta a terra profughe e profughi riportati in Libia saranno imprigionati e violate di nuovo e torturati per estorcere un riscatto alle loro famiglie; oppure venduti ad altri scafisti che faranno loro le stesse cose; fino a che non li imbarcheranno di nuovo, non prima di aver fatto pagar loro, per la seconda volta, il passaggio. Per farlo meglio hanno riattivato una zona Sar fantasma, proibendo alle Ong di entrarvi. Quello che Minniti cercava e non era riuscito a fare con il suo codice di condotta. Un business così, legittimato da un Governo straniero, dall’Unione europea e dall’Onu, nessun criminale al mondo se l’era finora sognato…

DUNQUE È IL MINISTRO Minniti, e non le Ong, ad aver fatto accordi con i veri scafisti, invece di cercare di impegnare il Governo italiano, con tutte le sue carte residue, in un vero confronto con il resto dell’Unione europea per mettere al centro un programma condiviso di accoglienza (di cui, a questo punto, solo un movimento di massa di respiro europeo potrà farsi carico). E’ una grande presa in giro degli italiani ed è un crudele abbandono di migliaia e migliaia di persone in balia di veri e propri carnefici – di cui la magistratura non sembra volersi accorgere – in vista, perché di questo si tratta, delle prossime elezioni. Ma il prezzo è molto alto per tutti: della presenza di Minniti in questo governo, ma anche del suo passaggio su questa Terra, resterà per decenni non la sua effimera e cinica popolarità attuale, ma il suo sostanzioso contributo alla disumanizzazione della società. Ma che cosa rende possibile una politica simile?

Non si è riflettuto abbastanza sul rapporto tra umanità e socialità e tra perdita dell’una e perdita dell’altra. Ma quel rapporto è sotto i nostri occhi. Mentre imperversano denigrazione e criminalizzazione delle Ong impegnate a salvare decine di migliaia di profughi altrimenti condannati a una morte orrenda, martedì 8 a Bologna sono stati sgomberati con violenza due centri sociali con alle spalle straordinarie pratiche di supporto alla vita sociale dei rispettivi quartieri: attività culturali autogestite, nido per i bambini, scuole di italiano, feste di quartiere, orto urbano, mercatino, accoglienza dei profughi in forme civili e solidali che li hanno fatti accettare e apprezzare da tutto il vicinato, mensa popolare, impegno politico, responsabilità amministrative, ecc.

QUEGLI SGOMBERI SONO i più recenti episodi, ma non saranno gli ultimi, di una campagna di desertificazione culturale e sociale perseguita con pervicacia da partiti, magistratura, polizia, amministrazioni locali e speculazione edilizia, con cui in tante città si stanno chiudendo decine e decine di punti di ritrovo – cinema, teatri, palestre, ricoveri, mense, centri artistici, laboratori e altro – animati da giovani e meno giovani impegnati a dare corpo alle basi della convivenza: che è incontro, confronto, solidarietà, impegno, sicurezza, autonomia personale conquistata attraverso attività condivise: una scintilla di vita nell’oceano dell’omologazione imposta da consumismo, carrierismo, competizione, pubblicità e media di regime; ma anche, e soprattutto, da precarietà, sfruttamento, insicurezza, disperazione e solitudine. Quegli sgomberi vengono tutti effettuati in nome della «legalità»: cioè della proprietà privata; anche quando, come nel caso del Labas di Bologna, ma non è il solo, la proprietà è sì privata, ma il proprietario è pubblico; e vuole far cassa con la speculazione su edifici occupati da chi ne ha fatto uno strumento di lotta contro il degrado di città e quartieri.

QUELLA DESERTIFICAZIONE sociale e culturale è portata avanti da quasi tutte le forze politiche; i 5 Stelle non hanno esitato nemmeno a cacciare dalla sua sede storica il Forum dell’acqua che tanto aveva concorso al loro immeritato successo. Allo stesso modo vengono avvolti nel silenzio, e poi denigrati, tanti movimenti che si formano spontaneamente. Il messaggio è chiaro: riunirsi ed esprimersi in autonomia è un crimine: si fa di tutto per impedirlo. Ma una città senza socialità trasforma gli uomini in cose e i suoi abitanti perdono capacità e voglia di mettersi nei panni degli altri, che è la base della solidarietà.

E’ in questo brodo di coltura che matura quel trionfo dell’inumano di cui solo ora, di fronte alla persecuzione delle Ong che salvano i naufraghi, qualcuno – persino Repubblica e una parte dei 5stelle – comincia ad accorgersi. È tre anni e più che tutti i teleschermi e le prime pagine dei giornali sono occupate giorno e notte in modo spudorato dalle infamie razziste di un Salvini e dei suoi sodali a 5 stelle. Per una ragione precisa: far passare Matteo Renzi come l’unico baluardo contro il dilagare delle destre. E ora se ne vedono i risultati, con Renzi completamente risucchiato da Salvini e da quel «aiutiamoli a casa loro» che vuol solo dire «facciamoli morire lontano da qui». Una strada peraltro percorsa da quasi tutte le maggioranze di governo europee (e anche da molte delle loro opposizioni) che sta facendoci precipitare in una notte nera che l’Europa ha già conosciuto e che l’Europa unita avrebbe dovuto evitare che si ripetesse. Per questo va rifondata alle radici: con un nuovo «manifesto di Ventotene» che metta al centro accoglienza e solidarietà, ma soprattutto socialità.

FONTE: Guido Viale, IL MANIFESTO

Update: questo il racconto di Claudia il giorno dopo la sentenza.

Ieri ultima udienza presso il tribunale di Parma dove le compagne presenti hanno assistito ai comportamenti insultanti di chi ha dato loro delle “indecorose” (tutta colpa delle femministe!). Una delle compagne racconta su Radio Onda Rossa che sebbene fuori dall’aula, ad occupare il corridoio, hanno comunque sentito le arringhe degli avvocati difensori degli stupratori i quali hanno sostenuto una strategia difensiva tutta volta a screditare Claudia. Già i sedicenti “compagni” le avevano  dato dell’infame, prima di arrivare in tribunale, perché si è costituita parte civile in un processo che non ci sarebbe stato, immagino, se gli stupratori non avessero conservato e fatto circolare un video in cui lo stupro è visibile. Si vede lei, incosciente, non in grado di dare consenso, e questi giovani che ridono, trovano divertente quello che hanno fatto e molti “compagni” e “compagne” del circuito di Parma lo hanno trovato divertente a loro volta senza che qualcun@ si accorgesse di quella violenza, si rendesse conto, si arrabbiasse per poi dire basta.

Claudia è stata definita in ogni modo possibile e in ultimo gli avvocati intendevano fare pesare il fatto che lei non ha denunciato subito dopo lo stupro e dunque lo stupro non sarebbe avvenuto. E lì mi viene in mente che se avesse denunciato più che definirla infame, minacciarla affinché questi “compagni” non subissero le conseguenze delle loro azioni, indurla a obbedire alle regole omertose di un branco di persone, più che questo non avrebbero fatto. Dunque se denunci sei fuori gioco, se non lo fai sei ugualmente fuori gioco. Fortuna che il terreno psicologicamente intimidatorio, il mobbing sociale, l’ostracismo che ha messo all’angolo Claudia, non permettendo a lei di frequentare alcuno spazio sociale, non sono comunque stati sufficienti a mascherare di buono tanto victim blaming, la colpevolizzazione della vittima “lei c’è stata e poi si è vergognata”, dicono. Ma nel video lei è incosciente e una che ci sta non se ne rimane immobile, trattata come fosse una bambola senza vita.

Dopo tanto patire, tanti anni di insulti e poi, finalmente, il supporto di una rete fitta di compagni e compagne che per davvero possono definirsi tali, ecco l’ultima udienza del processo di primo grado. Francesco Concari e Francesco Cavalca sono stati condannati a 4 anni e 8 mesi e Valerio Pucci a 4 anni.

Immagino che per Claudia questo rappresenti un punto fermo dal quale ripartire. Lei è stata stuprata da un branco e chi l’ha lasciata sola fino ad ora dovrà fare i conti con la propria coscienza e dovrà dunque chiedersi se all’interno del movimento antifascista è possibile dichiararsi antifa se poi si compiono questi atti e si richiede omertà per una cosa del genere.

Noi mandiamo un grande abbraccio di solidarietà a Claudia e un abbraccio alle compagne che l’hanno accompagnata fino ad ora. Noi ci siamo, sempre.

Ps: non è comunque finita perché altre quattro persone sono state rinviate a giudizio per favoreggiamento e falsa testimonianza, tre uomini e una donna, ai quali si contesta il fatto di aver tentato di inquinare le prove e con tono minaccioso avrebbero tentato di convincere la vittima a dare una versione edulcorata e falsa della vicenda. [fonte]

 

Fonte: Abbatto i muri

«Per mettere fine alle politiche di sterminio contro il popolo curdo 18 anni fa Ocalan si è recato in Europa nel tentativo di continuare il suo lavoro in modo democratico e pluralista. Peccato che un complotto di carattere internazionale non abbia permesso ad Abdullah Ocalan di continuare il suo percorso».

Sono le parole di Dilek Ocalan, parlamentare dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli di Turchia nonché nipote di Apo, alla conferenza stampa di lancio del corteo nazionale in solidarietà al popolo curdo e per chiedere la liberazione di Ocalan e di tutte e tutti i prigionieri/e politiche/ci nel paese.

Il corteo si svolgerà in contemporanea con la manifestazione internazionale di Strasburgo. A fare gli onori di casa, in Piazza della Scala, è Luciano Muhlbauer, uno dei referenti milanesi per l’organizzazione del corteo: «Un corteo importante – dice – per rompere il silenzio che governi europei e media hanno fatto calare su quello che accade in Turchia e Siria del nord. Due anni fa tutti celebravano gli eroi di Kobane, oggi i curdi vengono incarcerati e massacrati nella complice distrazione dell’Europa. Tutto sembra permesso a Erdogan, purché fermi con ogni mezzo profughi e migranti, anche la restaurazione della dittatura e la repressione brutale di ogni dissenso. Per questo bisogna stringerci attorno al popolo curdo, ora e qui».

Il corteo partirà sabato alle 14 da Corso Venezia all’angolo con Via Palestro e finirà in Largo Cairoli, attraversando il centro di Milano. È organizzato dall’Ufficio Informazioni del Kurdistan in Italia, la Comunità Curda in Italia e Rete Kurdistan Italia.

Centinaia le organizzazioni che hanno aderito, dall’Arci Nazionale alla Confederazione Cobas, passando per la Fiom, sezioni Anpi, centri sociali, e coordinamenti nazionali come Agire nella Crisi.

«Abbiamo deciso, come Rete Kurdistan, di appoggiare il corteo organizzato dalla Comunità Curda Italiana ed essere complici con le parole d’ordine – spiega Sara Montinaro – Parteciperemo da tutt’Italia, stiamo organizzando e coordinando diversi pullman (oltre 20 quelli confermati ndr) che arriveranno anche da Sicilia e Puglia. Pensiamo che questo sia un momento fondamentale perché negli ultimi anni e mesi c’è stata una violenza sempre maggiore da parte del governo di Erdogan. La repressione del governo a guida Akp contro le opposizioni politiche, e soprattutto contro i parlamentari e le parlamentari Hdp, non ha eguali».

Presente anche Mahmut Sakar, uno degli avvocati di Ocalan, da anni obbligato a vivere in Europa in esilio. Sakar nel suo intervento ha denunciato come le condizioni di isolamento totale a cui Ocalan è costretto sono considerabili tortura e ricordato che «è stato impedito ad Ocalan di incontrare avvocati e parenti per molto tempo».

«Dal 27 luglio del 2011 noi avvocati non possiamo incontrarlo. La scorsa settimana abbiamo fatto ricorso al Ministero della Giustizia e ci è stato detto che l’impedimento è dovuto al maltempo. Con scuse come queste del meteo ci stanno impedendo di incontrarlo da oltre 5 anni. Questo atteggiamento è perpetrato dal governo turco anche perché non ci sono prese di posizione a livello internazionale. Perché – continua – quello che stiamo vivendo è un complotto internazionale che determina le condizioni di tortura contro Ocalan e di violenza contro il popolo curdo tutto. L’atteggiamento del popolo italiano è chiaro, a differenza di quello delle istituzioni. Se Ocalan fosse rimasto in Italia nel 1999 la storia sarebbe stata diversa. La sua libertà immediata sarebbe soluzione di pace».

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Dopo 35 anni trascorsi nel braccio della morte, l’attivista per i diritti umani e scrittore Fernando Eros Caro, nativo americano di ascendenza yaqui, è stato trovato senza vita nella sua cella

Nativo americano di ascendenza yaqui, il 67enne Fernando Eros Caro è stato prigioniero nel braccio della morte di San Quentin per 35 anni e ha avuto segnate sul calendario ben tre date di esecuzione prima che il suo corpo cedesse al peso inumano cui era da troppo tempo sottoposto. La notizia è arrivata il 28 gennaio, tanto improvvisa quanto inattesa: lo hanno trovato senza vita nella sua cella. Al telefono il medico del carcere ha sostenuto il fatto che Fernando comunque non presentasse patologie che ne lasciassero prevedere la morte. Dall’autopsia risulterebbe un infarto, ma la stranezza è che questo è il secondo decesso nel giro di pochi giorni a San Quentin.

SENZA ENTRARE NEL MERITO della sua innocenza o colpevolezza, la cosa certa è che il suo caso giudiziario è la fotocopia di innumerevoli altri casi segnati da razzismo e pregiudizio, in un paese dove la giustizia è direttamente proporzionata al conto in banca e al colore della pelle.

In una delle sue lettere, Fernando infatti scriveva: «La mentalità dei giurati americani sarà sempre un’incognita in un Paese che permette l’incremento dei senzatetto, l’abbandono nelle strade dei malati di mente, che sottrae il denaro all’educazione scolastica per investirlo nel prolungamento delle guerre. In un Paese che fu creato sterminando la popolazione che già vi risiedeva, come si fa a credere che una giuria sia infallibile?».

02 ULTIMA STORIE Fernando Eros Caro a San Quentin - 1996

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HO CONOSCIUTO FERNANDO nel 1992, anno in cui si celebrava il cinquecentenario della cosiddetta «scoperta dell’America». Gli scrissi per solidarietà e per dissociarmi da quei festeggiamenti, chiamati Colombiadi, che in realtà segnavano l’inizio del più grande genocidio della storia umana. Lui mi rispose e da allora siamo diventati fratelli adottivi.

Diverse volte sono entrato nel braccio della morte di San Quentin per incontrarlo di persona. Durante tutti questi anni Fernando è diventato un pittore autodidatta e oggi i suoi dipinti sono in giro per il mondo a testimoniare contro la barbarie della pena di morte. Inizialmente ritraeva soggetti drammatici, coerenti con la sua condizione di condannato. Poi ha iniziato a dipingere i volti del suo popolo, gli animali e la natura che abitava nei suoi ricordi: «È già brutto vivere in un incubo – mi diceva – e non mi aiuta vederlo appeso anche alle pareti della mia cella».

FERNANDO da molti anni era in corrispondenza epistolare con tanti pen friends sparsi per il mondo e persino con alunni e studenti di molte scuole italiane. Ha scritto diversi libri, sia sulla sua condizione di condannato che sui retaggi e la cultura del suo popolo, scrivendo articoli per diverse associazioni abolizioniste, tra cui il Comitato Paul Rougeau, con cui aveva una relazione assidua.

Nonostante fosse sottoposto a dosi quotidiane di brutalità, Fernando riusciva a mantenere integra la propria umanità e spesso ti sorprendeva col suo sorriso e la sua ironia, persino quando denunciava le cose che non andavano: «Come sempre la colazione è disgustosa. Ne mangio un po’, il resto finisce nel water. Sono contento che i nostri gabinetti non abbiano la facoltà di vomitare».

742, i condannati presenti nel braccio della morte di San Quentin, il più affollato degli Usa. Il 42% sono neri, ma i nativi percentualmente subiscono più pene capitali

DURANTE UNA DELLE VISITE a San Quentin, nel 2007, di nascosto dalle guardie carcerarie Fernando mi consegnò un manufatto realizzato da lui: era un medaglione di pelle e perline colorate che ritraeva un’aquila stilizzata. Mi disse: «Qui dentro c’è il mio spirito. Lo spirito è invisibile e i secondini non lo vedranno uscire». È stato un semplice scambio di doni, ma sembrava che stessimo organizzando chissà quale evasione, viste le rigidissime regole carcerarie di San Quentin, dove non può entrare o uscire nemmeno uno spillo. Poi Fernando aggiunse: «Ogni volta che farai un’iniziativa per me, indossa il medaglione, così io sarò lì con te, attraverso il vento dello spirito».

02 ULTIMA STORIE Marco cinque Cha Cha e Fernando Caro

È QUEL CHE HO FATTO e che adesso più che mai continuerò a fare. L’ultima volta è stata proprio pochi giorni fa, durante la Giornata della Memoria, in una scuola di Campoleone (Rm), dove i bambini entusiasti toccavano quasi come fosse una reliquia il medaglione di Fernando. Ora dovrò dirgli che il loro nuovo amico non è più in prigione. Che non potremo ascoltare più la sua voce. Che il suo sorriso coraggioso non risplende più dall’ombra di una cella. Che le sue mani hanno smesso di dipingere e di scrivere storie. Che non potrà più rispondere alle mie e alle loro lettere. L’unica consolazione sarà che non dovrà subire il disgustoso protocollo della camera della morte: il lettino a forma di croce, le cinghie, gli aghi, il siero letale, i visi del pubblico che assiste dietro il vetro. Questo almeno gli sarà risparmiato.

DOPO L’ELEZIONE di Donald Trump e il recente voto del referendum popolare che ha deciso di confermare e velocizzare le sentenze capitali in California, restava poco da sperare e Fernando era stanco e terrorizzato da tutto questo. In un articolo pubblicato sul Bollettino mensile del Comitato Paul Rougeau, Fernando affermava: «Adesso le persone hanno votato e la pena di morte resta in vigore. Sono stati scelti, come punizione, la sofferenza e il dolore che si ritiene un condannato provi durante l’esecuzione! Le esecuzioni fallite e tormentose che hanno già avuto luogo nel nostro Paese lo dimostrano. Aver demonizzato i criminali convince le persone che l’omicidio di stato è una cosa giusta! Il termine giusto per definire il modo in cui le scelte delle masse vengono fatte oscillare da una parte piuttosto che dall’altra è “manipolazione”. Dopo tutto le masse sono ingenue e credono a ciò che viene detto loro. Le loro priorità nella vita non sono fare indagini approfondite e confrontare le cose vere. Preferiscono adagiarsi sulle argomentazioni dello stato, che dice che la legge è la legge, e che tanto saranno altri a eseguire le esecuzioni! Compassione? Ammesso che esista, nessuno vuole dimostrare compassione nei nostri confronti. Poi c’è anche la tattica del “e se…”. E se la pena di morte fosse abolita, cosa accadrebbe dopo? Il sospetto nasce semplicemente dall’ignoranza delle persone! Quindi la manipolazione si limiterà a far credere falsamente che questi uomini un giorno verranno liberati. Fino a quando verrà utilizzata la tattica di instillare la paura nelle masse, si otterranno le risposte volute».

FORSE NON SI SAPRÀ MAI il modo in cui Fernando se n’è andato, ma di certo adesso lo Stato non potrà più eseguire la sentenza. Tra le tante parole che Fernando ci lascia e che resteranno per sempre scolpite nella nostra memoria, vorrei ricordarne alcune, poche ed essenziali, ma capaci di denunciare, forse più di un intero trattato, l’inumanità della pena di morte: «Si può vivere, si può morire, ma nessuno dovrebbe vivere aspettando di morire».

Scritti per non smettere di sognare

In Italia sono stati pubblicati diversi libri di Fernando Eros Caro: Prigionieri dell’uomo bianco (KAOS edizioni, 1995), Saai Maso (Edizioni Wicasa Onlus, 2009), ristampato da poco con le Edizioni Pellicano in versione ampliata e aggiornata.

Sempre per le Edizioni Pellicano l’epistolario Non smettete mai di sognare, pubblicato nel 2015.

Suoi scritti sono apparsi nei volumi Pena di morte? No grazie! (Multimage Edizioni, 2003), Giustizia da morire (Multimedia Edizioni, 2000) e Poeti da morire (Giulio Perrone Editore, 2007).

Nel 2006 è stato protagonista del documentario Il miglio verde – lettere dal braccio della morte, trasmesso dall’emittente nazionale La7.

Divenuto un attivista per i diritti umani, ha testimoniato al mondo la barbarie della pena capitale. Pittore autodidatta, le sue opere sono state esposte in diversi paesi, soprattutto negli Stati uniti e in Europa.

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La protesta del Centro di prima accoglienza di Cona, in seguito alla morte di una donna ivoriana, fa emergere le contraddizioni, le ipocrisie, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia quando si affronta la questione dei migranti. E porta alla luce, se solo si dà un’occhiata ai blog e ai commenti online sui quotidiani, quanto di torbido si muove nella pancia del paese (e che viene sfruttato a fini elettorali non solo dai movimenti xenofobi e populisti, ma anche da alcuni ministri del governo post-renziano). Con metà di un continente, l’Asia, in preda a guerre di ogni tipo, e con un altro, l’Africa, stremato da fame, povertà, conflitti armati, dittature e guerre per bande, pensare di fermare migranti e profughi è peggio di un’illusione: è un puro e semplice incentivo alle stragi nei deserti e in mare.

Quali che siano le spinte a lasciare i propri paesi – la fuga dalle bombe, la mera sopravvivenza, una vita decente, il miraggio del benessere, il ricongiungimento famigliare e così via – queste sono oggi più potenti della paura di morire prima di arrivare a destinazione. I migranti conoscono i rischi del viaggio, in un mondo in cui l’informazione è ubiqua. Ed è del tutto ovvio che, data la vastità della domanda, c’è chi organizza l’offerta: i passeur, gli scafisti, i signori della guerra e i governi che lucrano sulla disperazione.

Ma ridurre il problema agli intermediari è una prova di ottusità. Migranti e profughi continueranno ad arrivare finché le cause delle partenze resteranno. Pensare di diminuire i numeri degli arrivi con elargizioni, vere e proprie elemosine, alla Tunisia, ai signori della guerra libici e a uno stato come il Niger, crocevia delle migrazioni africane verso il Mediterraneo, è ridicolo.

Ci hanno provato Prodi, Amato, Pisanu e comprimari vari. Non ci riuscirà Minniti. Per un motivo molto semplice. Come è del tutto evidente, le controparti africane – stati disgregati o signori della guerra – hanno tutto l’interesse a non bloccare i passaggi, per continuare a incassare la mancia. Quello che faranno, e che hanno già fatto ai tempi di Gheddafi, è vessare i migranti che vengono da altri paesi, spogliarli e internarli in condizioni inimmaginabili. La missione africana di Minniti sarebbe una farsa, se non comportasse queste tragedie.

Migranti e profughi continueranno ad arrivare. E poiché, al di là dei proclami, mancano i fondi per i rimpatri, ecco l’idea geniale di Minniti: moltiplicare i Cie, cioè le prigioni extra-legali in cui migranti e profughi saranno parcheggiati per mesi, in attesa di essere congedati con un panino, una bottiglia d’acqua e, se va bene, un biglietto dell’autobus. Parcheggiati e poi fatti sparire perché non diano fastidio, con la loro presenza, ai cittadini che si mettono sul piede di guerra non appena avvistato uno straniero all’orizzonte (come a Goro). D’altra parte, se le condizioni del Cpa di Cona sono quelle che abbiamo visto, figuratevi i Cie, militarizzati e sottratti a ogni sguardo o controllo pubblico.

Migranti e profughi continueranno ad arrivare. Ma è del tutto evidente come le nostre autorità non abbiano in mente alcuna strategia di medio o lungo periodo per integrare legalmente i migranti e profughi nella società italiana, e cioè nei sistemi del lavoro, nell’abitazione, nell’educazione e così via.

Abbandonati a loro stessi, migranti e profughi vivranno nel limbo dell’inesistenza sociale. E l’ostilità dei paesani, per quanto nutrita di leggende e pregiudizi, non potrà che aumentare.

Migranti e profughi continueranno ad arrivare nei paesi europei di frontiera. Su questo punto non basta appellarsi all’Europa, con il cappello in mano, perché ne prenda un po’.

Bisognerebbe pensare a un piano di inclusione continentale e sanzionare le inadempienze dei governi fascistoidi di Ungheria o Polonia. Ma è del tutto evidente che né Juncker, né Merkel imboccheranno questa strada. Tanto meno se il loro interlocutore è un Alfano o, in un futuro non del tutto improbabile, un Di Maio.

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Il terrorismo che colpisce nel mucchio è difficile da combattere. Ma scoprire una cellula attiva tra popolazioni insediate da tempo in Europa (base indispensabile per ogni attività terroristica) è molto più difficile che individuare un terrorista imboscato tra un gruppo di profughi. Soprattutto se alla loro registrazione all’arrivo – o alla partenza con corridoi umanitari – corrispondesse il diritto a una libera circolazione in tutta Europa.

Perché ciò per cui i profughi si oppongono alla registrazione, o la rendono inefficace, è il timore di rimanere intrappolati nel paese di sbarco. Che poi si traduce spesso nel famigerato decreto di espulsione differito che lascia allo sbando decine di migliaia di profughi (come Amis Amri) che il governo italiano non sa né rimpatriare né controllare rendendo facile il loro reclutamento da parte della Jihad.

La gravità della situazione impone di alzare lo sguardo sulle radici del problema. Dal secondo dopoguerra l’Europa, a partire dai suoi stati centrali, è diventata un’area di massiccia immigrazione: profughi dai paesi dell’Est (circa 10 milioni), migranti dai paesi meridionali (quasi altrettanti), poi anche dai paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo, dalle ex colonie africane e del subcontinente indiano. Dall’ultimo decennio del secolo scorso gli arrivi sono proseguiti investendo anche i paesi dell’Europa mediterranea che prima avevano alimentato una parte cospicua di quel flusso.

Sono stati coinvolti più di 50 milioni di persone, molte delle quali, con i loro figli, sono poi diventate cittadini dei paesi di arrivo; per questo i migranti che non sono ancora cittadini europei sono solo 20 milioni circa. La maggior parte di quel flusso era costituita da «migranti economici» alla ricerca di un lavoro e di condizioni di vita migliori.

I più il lavoro l’hanno trovato, tranne poi perderlo e venir relegati in ghetti e banlieu nel passaggio dalla prima alla seconda generazione. Senza di loro l’Europa però non avrebbe mai conosciuto i «miracoli economici» degli anni ’50 e ’60 né il più stentato sviluppo dei decenni successivi e sarebbe rimasta in gran parte un continente sottosviluppato. E lo sarà ben presto, e sempre di più, se continuerà a cercar di fermare i nuovi arrivi.

PER UNA DENATALITÀ irreversibile, infatti, l’Ue (Regno unito compreso) perde circa 3 milioni di abitanti all’anno. Nel 2050, senza l’apporto di nuovi migranti, invece dei 500 milioni attuali ci saranno solo 400 milioni di abitanti, più o meno autoctoni: in maggioranza vecchi e sclerotizzati dal punto di vista fisico, economico e soprattutto culturale: una cosa che in Italia si comincia a vedere già ora. Eppure si sta facendo di tutto per fermare o per respingere i nuovi arrivi. Fino a pochi anni fa arrivava in Europa una media di 1,5 milioni di «migranti economici» all’anno (300mila in Italia, tutti o quasi regolarizzati da sanatorie di destra e sinistra). Ma l’anno scorso, invece, 1,5 milioni di profughi (170mila in Italia, in gran parte «in transito») sono stati considerati un onere insostenibile. Che cosa ha provocato quella inversione di rotta?

I GOVERNI DELL’UNIONE Europea hanno risposto alla crisi del 2008, tutt’ora in corso, con politiche di austerità che hanno portato a 25 milioni il numero dei disoccupati ufficiali (quelli effettivi sono molti di più). Se non c’è più lavoro, reddito, casa e assistenza per tanti cittadini europei non ce ne può essere per i nuovi arrivati: questo è l’argomento alla base della svolta impressa alle politiche migratorie.

A questa chiusura delle frontiere e delle menti si è poi sovrapposta un’ondata di «islamofobia» alimentata dalle stragi perpetrate da membri o simpatizzanti di organizzazioni terroristiche islamiste. Alla sensazione diffusa che «sono troppi», alimentata dall’austerità, si è così mescolato, ad opera dei numerosi imprenditori politici della paura, il tentativo di attribuire all’arrivo dei profughi la proliferazione del terrorismo.

OGGI, DI FRONTE ALLA marea montante delle destre razziste Angela Merkel sembra rappresentare un baluardo, nonostante le sue oscillazioni e i suoi arretramenti. Ma all’origine della «crisi dei migranti», cioè dell’idea che per loro non ci sia più posto in Europa, c’è proprio l’austerità di cui la Merkel è la principale sponsor. E senza affrontarne le cause, la sua collocazione politica l’ha posta sulla china di un progressivo cedimento all’oltranzismo xenofobo.

MA È SOPRATTUTTO IL metodo adottato per arginare la «piena» dei profughi che ad essere per molti versi criminale e carico di rischi. L’accordo con Erdogan, che ispira tutti gli altri accordi con paesi di origine o transito di profughi, imprigiona milioni di esseri umani nelle mani di governi e bande armate che hanno già dimostrato una vocazione a sfruttarli fino all’osso per poi farne scempio. Ma espone anche gli Stati europei al ricatto (già messo in atto a suo tempo da Gheddafi e oggi ventilato da Erdogan) di aprire le dighe di quei flussi se i rispettivi governi non saranno acquiescenti.

Ma alcuni semplici punti vanno messi in chiaro.

1. I profughi di oggi fuggono in gran parte da quelle stesse forze che sono gli ispiratori, se non gli organizzatori, degli attentati che stanno insanguinando le città europee. Respingerli significa ributtarli in loro balia e, in mancanza di alternative, costringere una parte a diventarne le future reclute.

2. La politica dei rimpatri è impraticabile se non per piccoli gruppi: per mancanza di interlocutori affidabili, per il costo (tanto è vero che vengono espulsi «per finta»), per il rischio di pagarla avallando le peggiori dittature e, non ultimo, perché è una politica di sterminio, anche se «esternalizzato».

3. La distinzione tra migranti economici e profughi politici su cui si regge la prospettiva dei rimpatri è un alibi privo di basi: sono tutti migranti ambientali, mossi da conflitti sempre più atroci innescati da un deterioramento radicale del loro habitat. C’è ormai una sovrapposizione netta tra i paesi centroafricani investiti dalla crisi climatica, quelli coinvolti in conflitti riconducibili a organizzazioni islamiste e l’origine dei maggiori flussi di profughi. Ma anche la guerra civile (e mondiale) in Siria è partita da una rivolta contro il feroce regime di Assad innescata dal deterioramento ambientale del territorio; di quel fiume di profughi, e delle devastazione e degli orrori che li hanno fatti fuggire, i governi europei recano una pesante responsabilità: attraverso la Nato e la Turchia, appoggiandosi sui più feroci regimi mediorientali, non hanno esitato a fare della popolazione siriana in rivolta un ostaggio delle peggiori bande islamiste, Isis compreso, di cui ora sono il bersaglio. E facendo entrare i campo i bombardieri russi che hanno trasformato la guerra in conflitto mondiale.

4. Trasformare l’Europa in una fortezza, posto che sia possibile, significa metterla in mano a forze razziste e antidemocratiche al suo interno; ma anche perpetuare uno stato di guerra al di fuori dei suoi confini. Se nella fortezza non si può più entrare, diventerà sempre più difficile anche uscirne. Qualcuno farà mai turismo o affari leciti in luoghi come lo Stato islamico o tra i Boko haram?

5. Per questo restiutuire a ogni cittadino europeo i diritti sociali, civili e politici e garantire ai profughi i diritti che spettano a ogni essere umano è un’unica battaglia. Ed è l’unico modo, alla lunga, di prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista.

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NEW YORK Non si ferma la protesta a Charlotte, in North Carolina, dove da una settimana migliaia di persone continuano a scendere per strada tutte le notti per chiedere giustizia e risposte che nemmeno la divulgazione del video della polizia, riguardo l’omicidio di Keith Lamont Scott, è riuscita a dare. Dopo le prime due notti di violenze la protesta è tornata pacifica, tanto che polizia e guardia civile non hanno mai applicato il coprifuoco previsto per la mezzanotte, ma i cortei non diventano comizi stanziali, continuano a spostarsi attraverso la città.
Si parla di centinaia di persone che ogni notte si riuniscono e non si stancano di chiedere giustizia, come, in uno splendido reportage via Twitter, ha mostrato il giornalista del Washington Post, Wesley Lowery, che sabato notte ha chiesto a decine di persone di spiegare cosa li avesse portati a scendere per strada e camminare per ore, a volte sotto la pioggia. Ne è scaturito il quadro di un’umanità diversa, prevalentemente afroamericana, ma non solo, dove i bianchi riconoscevano una chiave della loro libertà nel veder rispettati i diritti civili dei loro concittadini neri, i quali esprimevano con termini chiari come l’essere «black» sia in sé un pericolo, nell’America del 2016. «A due anni da Ferguson, dov’è la riforma della polizia a livello federale che doveva essere attuata?», chiede Lowery, giornalista afroamericano che a Ferguson era stato anche arrestato.

Di questa riforma non c’è traccia, tranne che in alcuni casi, affidati alla volontà dei singoli sindaci, che devono poi fare i conti con i propri capi della polizia. La sensazione di essere abbandonati a se stessi traspare dalle micro interviste di Lowery, così come il grado di consapevolezza che la lotta sarà ancora lunga e dura, che i diritti civili, anche quello di non essere sparati dalla polizia senza ragione, non sono dati e andranno conquistati.

C’è anche la consapevolezza che qualche decina di persone che mette a ferro e fuoco la città catalizza l’attenzione dei media molto più di centinaia che ogni sera scendono per strada senza spaccare nemmeno un vetrina. Eppure questa protesta non sembra voler terminare, così come a Ferguson era andata avanti per mesi, anche a telecamere spente, quando gli occhi di tutti non erano puntati più lì.

Quando domenica Obama ha inaugurato il museo di storia e cultura afroamericana, che da 100 anni aspettava di vedere la luce, ha definito Deray McKesson e Brittany Packnett di Black Lives Matter «la nuova generazione di guerrieri per la giustizia» e in quella frase, come nel lungo abbraccio silenzioso tra il presidente e il membro del congresso John Lewis, storico attivista per i diritti civili degli afro americani ,c’è il senso di questa lotta che non è finita negli anni ’60, che ha portato dei risultati, ma non tutti, per cui anche se alla Casa bianca c’è ora un uomo non bianco, per la maggior parte degli afroamericani l’uguaglianza è un traguardo lontano dall’essere raggiunto.

Questa consapevolezza da settimane ormai trova visibilità nel mondo dello sport. Da quando, 5 settimane fa, Kaepernick dei San Francisco 49 si è inginocchiato per non onorare l’inno americano stando in piedi con la mano sul cuore, in quanto, da nero, non si sente protetto da quell’inno e da quella bandiera, ben 40 giocatori professionisti di football, provenienti da 14 squadre diverse, hanno seguito il suo esempio, oltre a innumerevoli squadre junior, come ad esempio a Madison, in Wisconsin, dove domenica entrambe le squadre in campo si sono inginocchiate, arbitro incluso, come anche il clarinettista afroamericano della banda che stava suonando l’inno, mentre un gruppo di studenti del North Carolina che assisteva alla partita ha alzato il pugno chiuso, in solidarietà con la protesta dei giocatori.

Nel mondo della pallacanestro femminile, con la Wnba sabato al Madison Square Garden di New York, Brittany Boyd ha seguito l’esempio di Kaepernick, di cui indossava la maglietta che ora è diventata uno dei simboli di Black Lives Matter, rimanendo seduta in panchina. Queste proteste plateali del mondo dello sport americano probabilmente entreranno nei sussidiari di qualche anno a venire, e rendono l’idea del bisogno di visibilità per un problema sociale e etico, enorme, che trova spazio solo quando sono coinvolti morti, ma che riguarda la vita quotidiana di ogni persona con la pelle scura che si trova in America, consapevole che un incontro casuale con la polizia potrebbe essergli fatale.

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black panters

Angela Davis è molto nota per la sua prospettiva progressista su razza, genere e classe, ma è meno nota la sua posizione sull’oppressione di specie, che si rivela decisamente radicale. La nota studiosa socialista, e questo potrebbe sorprendere alcun*, non consuma prodotti di origine animale.

“Di solito non menziono il fatto di essere vegana, ma da questo punto di vista sono cambiata,” Davis ha affermato in occasione della ventisettesima edizione dellaEmpowering Women of Color Conference, secondo la trascrizione disponibile suRadioProject.org. “Penso sia il momento giusto per parlarne, perché fa parte di una prospettiva rivoluzionaria – ci permette di sperimentare non soltanto relazioni più compassionevoli con gli esseri umani, ma anche di capire come possiamo sviluppare relazioni compassionevoli con le altre creature con cui condividiamo questo pianeta, e questo significherebbe sfidare l’intero complesso industriale capitalistico della produzione alimentare”.

Mettere in discussione questa modalità di produzione alimentare, ha detto Davis, comporterebbe farsi testimoni dello sfruttamento animale in prima persona. “Vorrebbe dire essere consapevoli – guidando sulle interstatali o lungo l’autostrada 5 verso Los Angeles – vedere realmente tutte le mucche negli allevamenti,” ha dichiarato. “La maggior parte delle persone non pensa al fatto che sta mangiando animali. Quando mangiano una bistecca o del pollo, nessun* pensa alla sofferenza tremenda vissuta da quegli animali al solo scopo di diventare prodotti alimentari consumati dagli esseri umani.”

Per Davis, questa cecità è collegata al fenomeno della commodificazione: “Ritengo che la mancanza di atteggiamento critico nei confronti del cibo che mangiamo mostri chiaramente la misura in cui la riduzione a merce è diventata la modalità principale attraverso la quale percepiamo il mondo,”, ha affermato. “Non andiamo oltre quello che Marx chiama il valore di scambio della merce – non pensiamo alle relazioni che quell’oggetto racchiude in sé, e sono state importanti per la produzione di quell’oggetto, che si tratti del nostro cibo o dei vestiti o degli iPad, o tutti gli oggetti che utilizziamo per formarci presso un’istituzione come questa. Sviluppare l’abitudine di immaginare le relazioni umane e non umane nascoste dietro tutti gli oggetti che costituiscono il nostro ambiente sarebbe davvero rivoluzionario.”

Davis si è espressa allo stesso modo in una registrazione video caricata sul blog Vegans of Color.
“Non ne parlo spesso, ma oggi ho intenzione di farlo perché credo si tratti di qualcosa di assai importante,” ha detto. “Il cibo che mangiamo nasconde tanta crudeltà. Il fatto che siamo in grado di sederci e mangiare un pezzo di pollo senza pensare alle condizioni orrende in cui i polli sono allevati industrialmente in questo paese è un indicatore dei pericoli del capitalismo, di come il capitalismo ha colonizzato le nostre menti. Il fatto che non guardiamo oltre il prodotto in sé, che rifiutiamo di comprendere le relazioni che sottostanno alle merci che usiamo quotidianamente. E così anche per il cibo.”

Davis ha suggerito al pubblico di guardare il film ‘Food, Inc.’ “E poi chiedetevi, che cosa si prova a sedersi e mangiare quel cibo generato solo a fini di profitto e che crea tanta sofferenza?”
Davis ha concluso il suo intervento facendo un collegamento esplicito tra il trattamento degli esseri umani e degli animali. “Penso che esista una connessione, sulla quale ora non mi dilungherò, tra il modo in cui trattiamo gli animali e il modo in cui trattiamo le persone che sono più in basso nella scala sociale”, ha detto. “Così come le persone che commettono violenza su altri esseri umani hanno spesso imparato a goderne partendo dalla violenza sugli animali. E’ evidente che ci sono molti modi in cui possiamo affrontare la questione”.

Articolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di michela.

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