Diritti & Libertà

La contenzione dei pazienti negli ospedali e delle persone in altri luoghi è sequestro di persona e chi vi ricorre commette reato. E’ quanto ha stabilito la V Sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal Consigliere Dr. Maurizio Fumo, il 20 giugno 2018 nella sentenza su sei medici e undici infermieri dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, in provincia di Salerno, responsabili della lunga e illegittima contenzione di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare morto dopo aver subito incredibilmente 87 ore di illegittima contenzione, tenuto legato senza alcuna interruzione ai quattro arti in un luogo di cura, senza un sorso d’acqua e un pezzo di pane.

La sentenza arriva dopo un giorno dal lungo dibattito in aula, nel corso del quale il Procuratore Generale, Luigi Orsi, nella sua lunga requisitoria di due ore, ha demolito l’impianto accusatorio, chiedendo l’annullamento senza rinvio della condanna degli infermieri e per i medici la conferma delle pene per falso ideologico e sequestro di persona, in quanto il reato di morte come conseguenza di altro reato (art. 586) era andato prescritto nel mese di marzo.
Per i sei medici, la Cassazione rigetta i ricorsi e ridetermina le pene condannando Rocco Barone (responsabile di aver disposto la contenzione) e Raffaele Basso ad un anno e tre mesi; Amerigo Mazza e Anna Angela Ruberto a 10 mesi. La Ruberto era di servizio la notte in cui Mastrogiovanni muore e ne scopre la morte sei ore dopo ch’era avvenuta. Per Michele Di Genio – primario del reparto – è annullata la condanna per reato di falsità ideologica (art. 479 c.p.) in concorso, con rinvio per un nuovo esame alla Corte d’Appello di Napoli, ma è confermata la condanna per concorso di reato (art. 110) e sequestro di persona (art. 605) a un anno e un mese. Rigetta il ricorso (senza rinvio) di Michele Della Pepa e conferma la condanna ad un anno e un mese.

Degli infermieri – assolti in primo grado, condannati dalla Corte d’Appello di Salerno il 15 novembre 2016 – è annullata la sentenza contro Antonio Luongo per avvenuta morte, mentre Giuseppe Forino, Alfredo Gaudio, Nicola Oricchio e Massimo Scarano sono condannati a 8 mesi; Antonio De Vita, Maria D’Agostino Cirillo, Maria Carmela Cortazzo, Massimo Minghetti, Raffaele Russo e Antonio Tardio a 7 mesi di reclusione.

Per il risarcimento civile la sentenza della Cassazione rinvia alla decisione del giudice civile in Corte d’Appello.
In primo grado i medici erano stati condannati a pene variabili da due a quattro anni di reclusione, pene ridotte alla metà dalla Corte d’Appello di Salerno, che aveva condannato gli infermieri.

La sentenza della Cassazione ha colto di sorpresa i tanti difensori degli imputati che contavano sull’assoluzione dei loro clienti e hanno continuato a denigrare Mastrogiovanni definendolo – in maniera infondata – violento, drogato, asociale, abbandonato dalla famiglia (solo un avvocato lo ha sempre definito correttamente «il professore Mastrogiovanni»); arrivando finanche a chiedere nel processo di primo grado l’incriminazione dei familiari per lite temeraria e sostenendo che la contenzione è una pratica terapeutica.

Francesco Mastrogiovanni il 31 luglio 2009 venne sottoposto ad un Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio) illegittimo e illegale ordinato non dai medici come prescrive la norma, ma dall’allora sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, che per eseguirlo fece sconfinare i suoi vigili in un campeggio del comune di San Mauro Cilento, dove Mastrogiovanni trascorre tranquillamente le vacanze. La sera prima sarebbe entrato con la macchina nell’isola pedonale di Acciaroli e – secondo l’accusa, che si ha ragione di ritenere veritiera – ne sarebbe uscito a folle velocità, senza causare un graffio a nessuno. Inseguito e braccato alla stregua di una belva e di un pericoloso criminale, la mattina successiva entra nel mare di Acciaroli, che abbandona dopo due ore.

Solo allora un medico, capovolgendo la norma, assecondando la richiesta del sindaco, chiede il Tso e una dottoressa, specializzata in medicina dello sport, lo conferma. Mastrogiovanni – come ha testimoniato Licia Musto, proprietaria del campeggio – prima di salire sull’ambulanza, supplica profetico: «Non mi fate portare all’ospedale di Vallo della Lucania, perché là mi ammazzano», ma nessuno dà peso alle sue parole. All’ospedale, nonostante sia intestato a San Luca, comincia il suo tragico calvario. Anche se è tranquillo e saluta i medici, dopo mezz’ora viene – mentre dorme – contenuto contemporaneamente con lacci di plastica ai polsi delle mani e ai piedi. Resterà ininterrottamente legato per ottantotto ore. Per quattro lunghi e caldi giorni non gli danno né da mangiare né da bere. Anzi la contenzione supera la vita e da morto resta legato per altre sei ore, prima che la mattina del 4 agosto 2009 i medici si accorgano che il suo cuore – nell’indifferenza, nella barbarie e nella disumanità – ha cessato di battere a causa di un edema polmonare, dal quale poteva essere salvato.

Sua nipote, Grazia Serra, va a trovarlo, ma un medico non la fa entrare dicendole che lo zio si agiterebbe. La ragazza si meraviglia e torna a casa. La mattina dopo il sindaco di Castelnuovo Cilento, non l’ospedale, telefona alla sorella per dirle: «Franco non è più con noi», e quando chiede se è scappato apprende che è deceduto. Prima l’ospedale aveva telefonato alla moglie di un altro paziente, Giuseppe Mancoletti, anch’egli legato ai polsi, per dirle di portare i panni perché il marito era morto.

La tragica e incredibile morte di Mastrogiovanni è documentata in un lungo e inoppugnabile video disponibile su internet e nel documentario «87 ore» di Costanza Quattriglio trasmesso da Rai 3, che documentano minuto dopo minuto le atrocità alle quali è stato sottoposto.
Mastrogiovanni, alto un metro e 94, era un maestro pacifico e non violento, anarchico e di grande umanità e sensibilità, e i suoi gli alunni lo avevano affettuosamente definito nei loro disegni «il maestro più alto del mondo».

Dopo questa importante e storica sentenza, dovuta al sacrificio di Francesco Mastrogiovanni, non sarà più possibile contenere i pazienti.
Occorre infine sottolineare che nessuno dei medici coinvolti ha subito un giorno di carcere, né sono stati sospesi dal lavoro e uno di loro è indagato per altre due morte sospette sempre per Tso, avvenute recentemente nel reparto dell’ospedale dove lavora.

(Alcune associazioni, tra cui il Comitato d’iniziativa Antipichiatrica di Messina, il Movimento per la Giustizia Robin Hood-Avvocati Senza Frontiere di Milano, Telefono Viola e Unisam di Roma, si erano costituite parte civile nel processo).

FONTE: Giuseppe Galzerano, IL MANIFESTO

Un «Trattamento sanitario obbligatorio» necessario ma condotto in modo inappropriato dal personale sanitario intervenuto sul posto causò, il 5 agosto 2015, la morte del quarantacinquenne torinese malato di schizofrenia Andrea Soldi. È quanto hanno riconosciuto i giudici di Torino che ieri hanno condannato in primo grado per omicidio colposo il medico psichiatra e i tre vigili urbani che, intervenuti in piazza Umbria, uno dei luoghi che «il gigante buono» – così veniva chiamato – era solito frequentare, costrinsero con la forza e con manovre errate l’uomo a salire sull’ambulanza del 118.

I quattro imputati dovranno scontare una pena di un anno e otto mesi perché nell’eseguire il Tso concordato il giorno prima dalla famiglia Soldi con lo psichiatra, riuscirono ad immobilizzare quell’omone di oltre cento chili che dava in escandescenze ammanettandolo e stringendolo con forza al collo fino a fargli perdere i sensi. Nel trasportarlo poi lo tennero sdraiato sulla barella a pancia in giù, senza tentare di rianimarlo né preoccupandosi se fosse posto in condizioni di respirare. A stabilire il nesso di causa ed effetto tra la costrizione subita e la morte, è stata l’autopsia disposta dalla procura di Torino e riconosciuta valida nelle sentenza di ieri.

«Una condanna non fa mai piacere a nessuno – ha affermato ieri Giovanni Maria Soldi, cugino della vittima e avvocato di famiglia – Sicuramente questo è il riconoscimento di un percorso che è iniziato nell’agosto 2015 e che ha sempre avuto come unico obiettivo la giustizia per Andrea e con questa la restituzione della dignità che gli è stata tolta».

Annunciano invece il ricorso in appello i legali dei tre agenti di polizia municipale condannati: «Leggeremo le motivazioni e faremo appello – ha detto l’avvocato Stefano Castrale – nella certezza che i giudici di appello emetteranno una valutazione diversa che porterà a dimostrare l’innocenza dei tre vigili urbani».

Rimane comunque aperta la questione della inadeguata preparazione professionale del personale sanitario chiamato ad eseguire i Tso. Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, ha recentemente annunciato l’avvio di un monitoraggio delle strutture sanitarie territoriali nelle quali vengono eseguiti i trattamenti obbligatori soprattutto di pazienti psichiatrici.

FONTE: IL MANIFESTO

Per tre di loro le accuse di resistenza aggravata. Si chiude così un evento sportivo che ha rimosso e cancellato la questione palestinese

Sono arrivati alla spicciolata al Circo Massimo. Hanno tirato fuori le bandiere palestinesi, le kufieh e cartelli della campagna #CambiaGiro. Al passaggio del primo giro della tappa finale del Giro d’Italia sono partiti i fischi e gli slogan.

Domenica pomeriggio circa 200 persone hanno i manifestato a Roma contro l’evento sportivo che tante polemiche ha sollevato per la decisione degli organizzatori di Rcs di far partire quest’anno la corsa da Gerusalemme, dietro lauto compenso del governo israeliano. Cancellando la questione palestinese e il diritto internazionale che non riconosce la Città Santa capitale di Israele, ma città internazionale.

Alla fine, la tappa è stata accorciata per le proteste dei ciclisti, troppe buche sul manto stradale romano: le biciclette non si sono fermate per una campagna globale, ma per i sampietrini.

C’erano ragazzi in bicicletta, attivisti e persone di ogni età, lungo le transenne che delimitavano il percorso. E tanta polizia. Fino alla carica e agli arresti. «Al terzo giro, tre-quattro persone sono entrate nel percorso del Giro e si sono sdraiate a terra – ci raccontava ieri, dopo gli arresti, una studentessa della Sapienza che ha preso parte al presidio – Sono stati fermati e rilasciati prima di sera. Intanto la polizia continuava a intimorire e minacciare i manifestanti, che hanno girato dei video. Quando è passato l’ultimo giro della tappa, un ciclista israeliano ci ha lanciato contro la borraccia del suo team, qualcuno ha rispondo accendendo un fumogeno ed è partita la carica».

Calci, pugni e manganelli, visibili anche in alcuni video girati sul posto: «Hanno preso di mira i ragazzi che avevano girato i video e quelli più attivi in questi mesi sulla questione palestinese. Una caccia all’uomo contro gli studenti della Sapienza. In cinque sono stati fermati: due sono stati rilasciati già domenica sera ma il telefono su cui avevano girato i video è stato sequestrato».

Gli altri, nonostante domenica fosse stato escluso, sono stati processati ieri mattina per direttissima, «impedendo di mettere in piedi una difesa, anche l’avvocato è stato avvertito solo poco prima dell’udienza», aggiunge la studentessa.

Le accuse: resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non preavvisata e radunata sediziosa. In particolare, dice, «si è detto che il fumogeno poteva colpire i ciclisti, ma il giro era già passato». Sono stati rilasciati tutti ieri. Tra gli arrestati anche un ragazzo, Lorenzo, ferito al braccio e ricoverato all’Umberto I: prognosi di 40 giorni per rottura di radio e scafoide della mano sinistra.

Nei giorni precedenti la Questura di Roma aveva vietato manifestazioni per impedire proteste contro Israele e la Rcs. Da cui la presenza consistente della Digos e poliziotti in tenuta anti-sommossa.

Si conclude così un Giro d’Italia che ha anteposto allo sport interessi di parte, che ha celebrato i 70 anni dello Stato di Israele cancellando la questione palestinese, mentre con la Marcia del Ritorno Gaza e i suoi 117 uccisi dal 30 marzo ricordavano al mondo i diritti dei rifugiati palestinesi.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

 

 

Registrazione video di “Settimo Congresso di Nessuno tocchi Caino”, registrato a Milano il sabato 16 dicembre 2017 alle 10:43.

Sono intervenuti: Sergio D’Elia (segretario di Nessuno tocchi Caino), Giacinto Siciliano (già direttore della Casa di Reclusione di Opera), Giovanna Di Rosa (presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano), Elisabetta Zamparutti (tesoriere dell’Associazione Radicale Nessuno tocchi Caino), Elisabetta Zamparutti (tesoriere di Nessuno tocchi Caino), Rita Bernardini (presidente d’onore di Nessuno tocchi Caino), Gaetano Puzzanghero (detenuto), Orazio Paolello (detenuto), Vito Baglio (detenuto), Maurizio Turco (coordinatore della Presidenza del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito), Sergio Segio (componente del Direttivo internazionale dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”), Cosimo Ferri (sottosegretario di Stato del Ministero della Giustizia), Sergio D’Elia (Segretario dell’Associazione Nessuno tocchi Caino), Maria Brucale (avvocato del Foro di Roma, componente direttivo di “Nessuno Tocchi Caino”), Valerio Onida (costituzionalista, presidente emerito della Corte costituzionale), Antonella Mascia (avvocato, foro di Verona), Davide Galliani (professore associato di Diritto Pubblico presso l’Università degli Studi di Milano), Matteo Zamboni (avvocato), Francesco Fabi (statistico), Miranda Ratti (moglie di detenuto), Deborah Cianfanelli (presidente del Comitato radicale per la giustizia Piero Calamandrei), Lucio Bertè (membro di Nessuno tocchi Caino), Renzo Magosso (giornalista), Franco Levi (membro dell’Associazione radicale Enzo Tortora di Milano), Marco Accorroni (membro dell’Associazione Nessuno Tocchi Caino), Sergio D’Elia (segretario dell’Associazione Radicale Nessuno tocchi Caino), Simona Giannetti (avvocato), Salvatore Bonadonna (membro del Consiglio Direttivo di Nessuno Tocchi Caino), Corrado Favara (detenuto), Mauro Toffetti (militante del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito), Alfredo Sole (detenuto), Francesca Mambro (membro dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”), Bruno Mellano (garante delle Persone Sottoposte a Misure Restrittive della Libertà Personale della Regione Piemonte).

Tra gli argomenti discussi: Pena Di Morte.

La registrazione video del congresso ha una durata di 6 ore e 46 minuti.

Il contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.

Brava Ada Colau a convocare subito una manifestazione a Piazza de Catalunya, nemmeno 24 ore dopo l’orribile massacro. Bravi i barcellonesi che a centinaia di migliaia hanno risposto all’appello gridando «no tinc por». E bravi i cittadini globali che si sono uniti a loro, piangendo per la ferita inferta alla città simbolo dell’accoglienza e dell’inclusione, ma anche per le proprie vittime: impressionante la cifra di 35 nazionalità. Hanno espresso, oltre alla pena per i corpi maciullati, la protesta per l’insulto che è stato fatto a quello che viene chiamato il «nostro libero modello di vita».

E però c’è qualcosa che non mi convince nella ormai ripetuta proclamazione dei nostri valori, non sono certa che la nostra idea di libertà sia davvero così acriticamente proponibile ad un mondo in cui la maggioranza degli esseri umani ne sono stati privati.
So bene che a proporre questo discorso si entra su un terreno scivoloso, quasi si volesse negare l’importanza dei diritti e delle garanzie individuali che la Rivoluzione francese ci ha conquistato, così come il sistema democratico-borghese che accorpa oramai quasi tutto l’occidente. Non vorrei scambiarlo con nessun altro sistema attualmente vigente, quale che sia la sua denominazione. Per questo, del resto, penso si debba difendere un’idea di Europa che lo salvaguardi dal vortice terrificante che attraversa il mondo.

E però non posso non chiedermi se questo modello, questa idea di libertà, possono davvero risultare convincenti per chi ne vive la contraddizione, per chi abita l’altra faccia del modello: una moltitudine di esseri umani, quelli che disperatamente attraversano il Mediterraneo e vengono respinti; chi vive nelle desolate periferie urbane e patisce una discriminazione di fatto (no, non «legale», per carità!); chi abita i villaggi del Sahel o mediorientali.
La nostra orgogliosa riaffermazione «non abbiamo paura» ha certamente un senso molto positivo: vuol dire non sopprimeremo la libertà, non ricorreremo ad antidemocratiche misure di polizia, non ridurremmo per garantirci sicurezza le nostre libertà. È un messaggio importante ed è bello che a Barcellona sia stato riaffermato a Piazza de Catalunya. Ma non basta, e, anzi, ripeterlo, se non ci si aggiunge qualche cos’altro, rischia di essere controproducente.

Siamo tutti consapevoli che la disfatta che l’Isis sta subendo sul territorio non rappresenta affatto la fine della minaccia terrorista. Che, anzi, lo smantellamento delle sue roccaforti potrebbe rendere anche più intenso il ricorso alle azioni di gruppo, o persino individuali, che colpiscono senza possibilità di prevedere come e dove. Sappiamo oramai anche che è ben lungi dall’essere esaurito il reclutamento di giovani jihadisti pronti a morire. Che provengono dall’Oriente, dal Sud, ma sempre più spesso anche dalla strada accanto. Contro di loro non c’è polizia che tenga, una sicurezza militare è impossibile.
La sola ancorché ardua via da imboccare sta innanzitutto nell’interrogarsi su cosa muove l’odio di questi ragazzi. Non l’abbiamo fatto abbastanza. Non ci riproponiamo la domanda con altrettanta forza quando ribadiamo la superiorità della nostra idea di libertà. E così questo nostro atto di coraggiosa resistenza rischia di suonare inintellegibile a chi di quella libertà gode così poco. Perché chiama in causa non solo il nostro orrendo passato coloniale, le responsabilità per le rapine neocoloniali del dopoguerra, il razzismo di fatto, le sanguinose, offensive guerre che continuiamo a produrre con la scusa di portar la democrazia. Queste sono responsabilità di governi che anche noi combattiamo, anche se dovremmo farlo con maggiore vigore. ( Ha ragione Ben Jelloun che si è chiesto perché non abbiamo portato dinanzi alla Corte per i delitti contro l’umanità il presidente Bush, il maggiore artefice dell’esplosione jihadista).

E però c’è qualcosa che tocca a noi, proprio a noi di sinistra, fare: ripensare il nostro stesso, superiore modello di democrazia, ripensarlo con gli occhi dell’altro, dell’escluso, sforzarsi di capire la rabbia che induce al martirio. Non per giustificarlo, per carità, e neppure per chiudere gli occhi sulle occultate manovre di potere che guidano e finanziano il terrorismo. Ma – ripeto – per capire e impegnarsi a ripensare il nostro stesso modello di civiltà, all’ individualismo che la caratterizza, tant’è che la democrazia la decliniamo sempre più in termini di diritti e garanzie personali, non come rivendicazione di un potere che deve riuscire a liberare l’intera umanità.
Penso che questo bisognerebbe gridarlo nelle piazze, aggiungendo un impegno politico al «non abbiamo paura».
L’Europa, che gli attentati vogliono colpire, è forse il meglio di questo orrendo mondo globale, ma non è innocente, non può essere riproposta semplicisticamente come punto d’approdo del processo di civilizzazione.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

Gli avvenimenti di Charlottesville negli Stati Uniti hanno creato un giro di boa a tanti livelli, uno di questi è la messa in discussione di un principio sempre passato intoccato e intoccabile, vale a dire la messa in discussione del Freedom of Speech, la libertà di espressione, il primo emendamento. L’America è sempre stata orgogliosa di potersi definire attraverso questo principio che difende la libertà di parola, inclusa quella dei nazisti dell’Illinois di landisiana memoria, ma qualcosa cambia se a condividere le posizioni del suprematismo bianco è il presidente.

DA QUANDO TRUMP si è rifiutato di condannare le posizioni e le azioni dell’estrema destra razzista si è alzata una cordata di resistenza senza precedenti, come senza precedenti è la presa di posizione presidenziale; tra i primi ad agire concretamente per isolare i neonazisti, sono stati gli esponenti della Silicon Valley.
Subito il provider GoDaddy ha deciso di smettere di ospitare il sito Daily Stormer, magazine online di riferimento dell’ultradestra, e quando i neonazisti hanno provato a spostare la gestione del dominio su Google si son visti immediatamente bloccare anche lì, costretti ad aprire una replica del loro sito nel deep web, raggiungibile solo tramite il browser e strumento di «anonimizzazione TOR».

ANCHE FACEBOOK ha preso posizioni dure: alcune pagine legate sempre al DailyStormer sono state rimosse; GoFundMe e altri servizi di crowdfunding hanno bloccato le raccolte per dare supporto a James Alex Fields Jr., l’uomo che si è lanciato con la propria auto sulla manifestazione antifascista di Charlottesville e ha ucciso la 32enne Heather Heyer.
Il servizio di CDN CloudFlare ha deciso di bloccare l’account del magazine neonazista; CloudFlare è uno strumento che serve a migliorare la velocità dei siti internet ma che più di tutto li protegge dagli attacchi DDoS che mettono fuori uso un sito convogliando su di esso milioni di accessi in contemporanea: ora senza lo scudo di uno strumento simile il DailyStormer è in balia di questo tipo di attacchi, con Anonymous che ha giá fatto sapere di averli nel mirino.

PERFINO IL SITO di dating online OKCupid ha fatto sapere di aver radiato dal proprio servizio un noto esponente del movimento di destra e che stessa sorte capiterà ad altri che professano simili idee. «Non c’è spazio per l’odio lá dove si va per cercare l’amore», si è letto sull’account Twitter del sito di incontri.
Voce fuori dal coro quella della EFF, la Electronic Frountier Foundation, associazione di avvocati che protegge i diritti civili digitali che ha invece dichiarato la propria posizione in un articolo dove spiega che queste decisioni creano un pessimo precedente in quanto potrebbero ritorcersi a breve contro altri gruppi ideologicamente ben più affini che i filo nazisti.

«PROTEGGERE LA LIBERTÀ di parola non è qualcosa che facciamo perché siamo d’accordo con i contenuti che vengono protetti – dice la EFF -, lo facciamo perché crediamo che nessuno, non il governo e non le imprese commerciali private, debba decidere chi può parlare e chi no. Anche per i sostenitori della libertà di parola, questa situazione è profondamente impegnativa a livello emotivo e legale (…) ma dobbiamo dire che su Internet ogni tattica utilizzata per silenziare i neonazisti sarà presto utilizzata contro altri, tra cui persone con le cui opinioni siamo d’accordo. Le aziende hanno agito nella più totale legalità, visto che hanno semplicemente esercitato il diritto di rifiutarsi di offrire un servizio ad un cliente privato che non rispettava i termini di servizio delle piattaforme, ma crediamo fermamente che ciò che GoDaddy, Google e Cloudflare hanno fatto sia una presa di posizione pericolosa, perché, anche quando i concetti sono i più vili, dobbiamo rimanere vigili quando si esercitano questi diritti.

LE CONSEGUENZE di queste decisioni hanno un impatto sul discorso in tutto il mondo. Alle EFF vediamo le conseguenze di ciò: ogni volta che un’azienda lascia un sito neonazista fuori dalla rete, migliaia di decisioni meno visibili vengono prese da aziende minori con scarsa supervisione o trasparenza. Che precedenti vengono stabiliti, ecco cosa devono guardare le aziende e gli individui in questi tempi preoccupanti».

FONTE: IL MANIFESTO

Bisognerebbe chiedersi perché il Governo della Libia – o quello che viene spacciato per tale – è così pronto a riprendersi, anche con azioni di forza, quei profughi che tutti i Governi degli altri Stati, sia in Europa che in Africa, cercano di allontanare in ogni modo dai propri confini.

La verità è che a volerli riprendere non è quel Governo, ma sono le due o tre Guardie costiere libiche che fanno finta di obbedirgli, ma che in realtà lo controllano; e a cui l’Italia sta dando appoggio con dovizia di mezzi militari. Ormai si sa che quelle Guardie costiere sono in mano a clan e tribù coinvolte nella tratta dei profughi e nel business degli scafisti. E che una volta a terra profughe e profughi riportati in Libia saranno imprigionati e violate di nuovo e torturati per estorcere un riscatto alle loro famiglie; oppure venduti ad altri scafisti che faranno loro le stesse cose; fino a che non li imbarcheranno di nuovo, non prima di aver fatto pagar loro, per la seconda volta, il passaggio. Per farlo meglio hanno riattivato una zona Sar fantasma, proibendo alle Ong di entrarvi. Quello che Minniti cercava e non era riuscito a fare con il suo codice di condotta. Un business così, legittimato da un Governo straniero, dall’Unione europea e dall’Onu, nessun criminale al mondo se l’era finora sognato…

DUNQUE È IL MINISTRO Minniti, e non le Ong, ad aver fatto accordi con i veri scafisti, invece di cercare di impegnare il Governo italiano, con tutte le sue carte residue, in un vero confronto con il resto dell’Unione europea per mettere al centro un programma condiviso di accoglienza (di cui, a questo punto, solo un movimento di massa di respiro europeo potrà farsi carico). E’ una grande presa in giro degli italiani ed è un crudele abbandono di migliaia e migliaia di persone in balia di veri e propri carnefici – di cui la magistratura non sembra volersi accorgere – in vista, perché di questo si tratta, delle prossime elezioni. Ma il prezzo è molto alto per tutti: della presenza di Minniti in questo governo, ma anche del suo passaggio su questa Terra, resterà per decenni non la sua effimera e cinica popolarità attuale, ma il suo sostanzioso contributo alla disumanizzazione della società. Ma che cosa rende possibile una politica simile?

Non si è riflettuto abbastanza sul rapporto tra umanità e socialità e tra perdita dell’una e perdita dell’altra. Ma quel rapporto è sotto i nostri occhi. Mentre imperversano denigrazione e criminalizzazione delle Ong impegnate a salvare decine di migliaia di profughi altrimenti condannati a una morte orrenda, martedì 8 a Bologna sono stati sgomberati con violenza due centri sociali con alle spalle straordinarie pratiche di supporto alla vita sociale dei rispettivi quartieri: attività culturali autogestite, nido per i bambini, scuole di italiano, feste di quartiere, orto urbano, mercatino, accoglienza dei profughi in forme civili e solidali che li hanno fatti accettare e apprezzare da tutto il vicinato, mensa popolare, impegno politico, responsabilità amministrative, ecc.

QUEGLI SGOMBERI SONO i più recenti episodi, ma non saranno gli ultimi, di una campagna di desertificazione culturale e sociale perseguita con pervicacia da partiti, magistratura, polizia, amministrazioni locali e speculazione edilizia, con cui in tante città si stanno chiudendo decine e decine di punti di ritrovo – cinema, teatri, palestre, ricoveri, mense, centri artistici, laboratori e altro – animati da giovani e meno giovani impegnati a dare corpo alle basi della convivenza: che è incontro, confronto, solidarietà, impegno, sicurezza, autonomia personale conquistata attraverso attività condivise: una scintilla di vita nell’oceano dell’omologazione imposta da consumismo, carrierismo, competizione, pubblicità e media di regime; ma anche, e soprattutto, da precarietà, sfruttamento, insicurezza, disperazione e solitudine. Quegli sgomberi vengono tutti effettuati in nome della «legalità»: cioè della proprietà privata; anche quando, come nel caso del Labas di Bologna, ma non è il solo, la proprietà è sì privata, ma il proprietario è pubblico; e vuole far cassa con la speculazione su edifici occupati da chi ne ha fatto uno strumento di lotta contro il degrado di città e quartieri.

QUELLA DESERTIFICAZIONE sociale e culturale è portata avanti da quasi tutte le forze politiche; i 5 Stelle non hanno esitato nemmeno a cacciare dalla sua sede storica il Forum dell’acqua che tanto aveva concorso al loro immeritato successo. Allo stesso modo vengono avvolti nel silenzio, e poi denigrati, tanti movimenti che si formano spontaneamente. Il messaggio è chiaro: riunirsi ed esprimersi in autonomia è un crimine: si fa di tutto per impedirlo. Ma una città senza socialità trasforma gli uomini in cose e i suoi abitanti perdono capacità e voglia di mettersi nei panni degli altri, che è la base della solidarietà.

E’ in questo brodo di coltura che matura quel trionfo dell’inumano di cui solo ora, di fronte alla persecuzione delle Ong che salvano i naufraghi, qualcuno – persino Repubblica e una parte dei 5stelle – comincia ad accorgersi. È tre anni e più che tutti i teleschermi e le prime pagine dei giornali sono occupate giorno e notte in modo spudorato dalle infamie razziste di un Salvini e dei suoi sodali a 5 stelle. Per una ragione precisa: far passare Matteo Renzi come l’unico baluardo contro il dilagare delle destre. E ora se ne vedono i risultati, con Renzi completamente risucchiato da Salvini e da quel «aiutiamoli a casa loro» che vuol solo dire «facciamoli morire lontano da qui». Una strada peraltro percorsa da quasi tutte le maggioranze di governo europee (e anche da molte delle loro opposizioni) che sta facendoci precipitare in una notte nera che l’Europa ha già conosciuto e che l’Europa unita avrebbe dovuto evitare che si ripetesse. Per questo va rifondata alle radici: con un nuovo «manifesto di Ventotene» che metta al centro accoglienza e solidarietà, ma soprattutto socialità.

FONTE: Guido Viale, IL MANIFESTO

Update: questo il racconto di Claudia il giorno dopo la sentenza.

Ieri ultima udienza presso il tribunale di Parma dove le compagne presenti hanno assistito ai comportamenti insultanti di chi ha dato loro delle “indecorose” (tutta colpa delle femministe!). Una delle compagne racconta su Radio Onda Rossa che sebbene fuori dall’aula, ad occupare il corridoio, hanno comunque sentito le arringhe degli avvocati difensori degli stupratori i quali hanno sostenuto una strategia difensiva tutta volta a screditare Claudia. Già i sedicenti “compagni” le avevano  dato dell’infame, prima di arrivare in tribunale, perché si è costituita parte civile in un processo che non ci sarebbe stato, immagino, se gli stupratori non avessero conservato e fatto circolare un video in cui lo stupro è visibile. Si vede lei, incosciente, non in grado di dare consenso, e questi giovani che ridono, trovano divertente quello che hanno fatto e molti “compagni” e “compagne” del circuito di Parma lo hanno trovato divertente a loro volta senza che qualcun@ si accorgesse di quella violenza, si rendesse conto, si arrabbiasse per poi dire basta.

Claudia è stata definita in ogni modo possibile e in ultimo gli avvocati intendevano fare pesare il fatto che lei non ha denunciato subito dopo lo stupro e dunque lo stupro non sarebbe avvenuto. E lì mi viene in mente che se avesse denunciato più che definirla infame, minacciarla affinché questi “compagni” non subissero le conseguenze delle loro azioni, indurla a obbedire alle regole omertose di un branco di persone, più che questo non avrebbero fatto. Dunque se denunci sei fuori gioco, se non lo fai sei ugualmente fuori gioco. Fortuna che il terreno psicologicamente intimidatorio, il mobbing sociale, l’ostracismo che ha messo all’angolo Claudia, non permettendo a lei di frequentare alcuno spazio sociale, non sono comunque stati sufficienti a mascherare di buono tanto victim blaming, la colpevolizzazione della vittima “lei c’è stata e poi si è vergognata”, dicono. Ma nel video lei è incosciente e una che ci sta non se ne rimane immobile, trattata come fosse una bambola senza vita.

Dopo tanto patire, tanti anni di insulti e poi, finalmente, il supporto di una rete fitta di compagni e compagne che per davvero possono definirsi tali, ecco l’ultima udienza del processo di primo grado. Francesco Concari e Francesco Cavalca sono stati condannati a 4 anni e 8 mesi e Valerio Pucci a 4 anni.

Immagino che per Claudia questo rappresenti un punto fermo dal quale ripartire. Lei è stata stuprata da un branco e chi l’ha lasciata sola fino ad ora dovrà fare i conti con la propria coscienza e dovrà dunque chiedersi se all’interno del movimento antifascista è possibile dichiararsi antifa se poi si compiono questi atti e si richiede omertà per una cosa del genere.

Noi mandiamo un grande abbraccio di solidarietà a Claudia e un abbraccio alle compagne che l’hanno accompagnata fino ad ora. Noi ci siamo, sempre.

Ps: non è comunque finita perché altre quattro persone sono state rinviate a giudizio per favoreggiamento e falsa testimonianza, tre uomini e una donna, ai quali si contesta il fatto di aver tentato di inquinare le prove e con tono minaccioso avrebbero tentato di convincere la vittima a dare una versione edulcorata e falsa della vicenda. [fonte]

 

Fonte: Abbatto i muri

«Per mettere fine alle politiche di sterminio contro il popolo curdo 18 anni fa Ocalan si è recato in Europa nel tentativo di continuare il suo lavoro in modo democratico e pluralista. Peccato che un complotto di carattere internazionale non abbia permesso ad Abdullah Ocalan di continuare il suo percorso».

Sono le parole di Dilek Ocalan, parlamentare dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli di Turchia nonché nipote di Apo, alla conferenza stampa di lancio del corteo nazionale in solidarietà al popolo curdo e per chiedere la liberazione di Ocalan e di tutte e tutti i prigionieri/e politiche/ci nel paese.

Il corteo si svolgerà in contemporanea con la manifestazione internazionale di Strasburgo. A fare gli onori di casa, in Piazza della Scala, è Luciano Muhlbauer, uno dei referenti milanesi per l’organizzazione del corteo: «Un corteo importante – dice – per rompere il silenzio che governi europei e media hanno fatto calare su quello che accade in Turchia e Siria del nord. Due anni fa tutti celebravano gli eroi di Kobane, oggi i curdi vengono incarcerati e massacrati nella complice distrazione dell’Europa. Tutto sembra permesso a Erdogan, purché fermi con ogni mezzo profughi e migranti, anche la restaurazione della dittatura e la repressione brutale di ogni dissenso. Per questo bisogna stringerci attorno al popolo curdo, ora e qui».

Il corteo partirà sabato alle 14 da Corso Venezia all’angolo con Via Palestro e finirà in Largo Cairoli, attraversando il centro di Milano. È organizzato dall’Ufficio Informazioni del Kurdistan in Italia, la Comunità Curda in Italia e Rete Kurdistan Italia.

Centinaia le organizzazioni che hanno aderito, dall’Arci Nazionale alla Confederazione Cobas, passando per la Fiom, sezioni Anpi, centri sociali, e coordinamenti nazionali come Agire nella Crisi.

«Abbiamo deciso, come Rete Kurdistan, di appoggiare il corteo organizzato dalla Comunità Curda Italiana ed essere complici con le parole d’ordine – spiega Sara Montinaro – Parteciperemo da tutt’Italia, stiamo organizzando e coordinando diversi pullman (oltre 20 quelli confermati ndr) che arriveranno anche da Sicilia e Puglia. Pensiamo che questo sia un momento fondamentale perché negli ultimi anni e mesi c’è stata una violenza sempre maggiore da parte del governo di Erdogan. La repressione del governo a guida Akp contro le opposizioni politiche, e soprattutto contro i parlamentari e le parlamentari Hdp, non ha eguali».

Presente anche Mahmut Sakar, uno degli avvocati di Ocalan, da anni obbligato a vivere in Europa in esilio. Sakar nel suo intervento ha denunciato come le condizioni di isolamento totale a cui Ocalan è costretto sono considerabili tortura e ricordato che «è stato impedito ad Ocalan di incontrare avvocati e parenti per molto tempo».

«Dal 27 luglio del 2011 noi avvocati non possiamo incontrarlo. La scorsa settimana abbiamo fatto ricorso al Ministero della Giustizia e ci è stato detto che l’impedimento è dovuto al maltempo. Con scuse come queste del meteo ci stanno impedendo di incontrarlo da oltre 5 anni. Questo atteggiamento è perpetrato dal governo turco anche perché non ci sono prese di posizione a livello internazionale. Perché – continua – quello che stiamo vivendo è un complotto internazionale che determina le condizioni di tortura contro Ocalan e di violenza contro il popolo curdo tutto. L’atteggiamento del popolo italiano è chiaro, a differenza di quello delle istituzioni. Se Ocalan fosse rimasto in Italia nel 1999 la storia sarebbe stata diversa. La sua libertà immediata sarebbe soluzione di pace».

SEGUI SUL MANIFESTO

Dopo 35 anni trascorsi nel braccio della morte, l’attivista per i diritti umani e scrittore Fernando Eros Caro, nativo americano di ascendenza yaqui, è stato trovato senza vita nella sua cella

Nativo americano di ascendenza yaqui, il 67enne Fernando Eros Caro è stato prigioniero nel braccio della morte di San Quentin per 35 anni e ha avuto segnate sul calendario ben tre date di esecuzione prima che il suo corpo cedesse al peso inumano cui era da troppo tempo sottoposto. La notizia è arrivata il 28 gennaio, tanto improvvisa quanto inattesa: lo hanno trovato senza vita nella sua cella. Al telefono il medico del carcere ha sostenuto il fatto che Fernando comunque non presentasse patologie che ne lasciassero prevedere la morte. Dall’autopsia risulterebbe un infarto, ma la stranezza è che questo è il secondo decesso nel giro di pochi giorni a San Quentin.

SENZA ENTRARE NEL MERITO della sua innocenza o colpevolezza, la cosa certa è che il suo caso giudiziario è la fotocopia di innumerevoli altri casi segnati da razzismo e pregiudizio, in un paese dove la giustizia è direttamente proporzionata al conto in banca e al colore della pelle.

In una delle sue lettere, Fernando infatti scriveva: «La mentalità dei giurati americani sarà sempre un’incognita in un Paese che permette l’incremento dei senzatetto, l’abbandono nelle strade dei malati di mente, che sottrae il denaro all’educazione scolastica per investirlo nel prolungamento delle guerre. In un Paese che fu creato sterminando la popolazione che già vi risiedeva, come si fa a credere che una giuria sia infallibile?».

02 ULTIMA STORIE Fernando Eros Caro a San Quentin - 1996

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HO CONOSCIUTO FERNANDO nel 1992, anno in cui si celebrava il cinquecentenario della cosiddetta «scoperta dell’America». Gli scrissi per solidarietà e per dissociarmi da quei festeggiamenti, chiamati Colombiadi, che in realtà segnavano l’inizio del più grande genocidio della storia umana. Lui mi rispose e da allora siamo diventati fratelli adottivi.

Diverse volte sono entrato nel braccio della morte di San Quentin per incontrarlo di persona. Durante tutti questi anni Fernando è diventato un pittore autodidatta e oggi i suoi dipinti sono in giro per il mondo a testimoniare contro la barbarie della pena di morte. Inizialmente ritraeva soggetti drammatici, coerenti con la sua condizione di condannato. Poi ha iniziato a dipingere i volti del suo popolo, gli animali e la natura che abitava nei suoi ricordi: «È già brutto vivere in un incubo – mi diceva – e non mi aiuta vederlo appeso anche alle pareti della mia cella».

FERNANDO da molti anni era in corrispondenza epistolare con tanti pen friends sparsi per il mondo e persino con alunni e studenti di molte scuole italiane. Ha scritto diversi libri, sia sulla sua condizione di condannato che sui retaggi e la cultura del suo popolo, scrivendo articoli per diverse associazioni abolizioniste, tra cui il Comitato Paul Rougeau, con cui aveva una relazione assidua.

Nonostante fosse sottoposto a dosi quotidiane di brutalità, Fernando riusciva a mantenere integra la propria umanità e spesso ti sorprendeva col suo sorriso e la sua ironia, persino quando denunciava le cose che non andavano: «Come sempre la colazione è disgustosa. Ne mangio un po’, il resto finisce nel water. Sono contento che i nostri gabinetti non abbiano la facoltà di vomitare».

742, i condannati presenti nel braccio della morte di San Quentin, il più affollato degli Usa. Il 42% sono neri, ma i nativi percentualmente subiscono più pene capitali

DURANTE UNA DELLE VISITE a San Quentin, nel 2007, di nascosto dalle guardie carcerarie Fernando mi consegnò un manufatto realizzato da lui: era un medaglione di pelle e perline colorate che ritraeva un’aquila stilizzata. Mi disse: «Qui dentro c’è il mio spirito. Lo spirito è invisibile e i secondini non lo vedranno uscire». È stato un semplice scambio di doni, ma sembrava che stessimo organizzando chissà quale evasione, viste le rigidissime regole carcerarie di San Quentin, dove non può entrare o uscire nemmeno uno spillo. Poi Fernando aggiunse: «Ogni volta che farai un’iniziativa per me, indossa il medaglione, così io sarò lì con te, attraverso il vento dello spirito».

02 ULTIMA STORIE Marco cinque Cha Cha e Fernando Caro

È QUEL CHE HO FATTO e che adesso più che mai continuerò a fare. L’ultima volta è stata proprio pochi giorni fa, durante la Giornata della Memoria, in una scuola di Campoleone (Rm), dove i bambini entusiasti toccavano quasi come fosse una reliquia il medaglione di Fernando. Ora dovrò dirgli che il loro nuovo amico non è più in prigione. Che non potremo ascoltare più la sua voce. Che il suo sorriso coraggioso non risplende più dall’ombra di una cella. Che le sue mani hanno smesso di dipingere e di scrivere storie. Che non potrà più rispondere alle mie e alle loro lettere. L’unica consolazione sarà che non dovrà subire il disgustoso protocollo della camera della morte: il lettino a forma di croce, le cinghie, gli aghi, il siero letale, i visi del pubblico che assiste dietro il vetro. Questo almeno gli sarà risparmiato.

DOPO L’ELEZIONE di Donald Trump e il recente voto del referendum popolare che ha deciso di confermare e velocizzare le sentenze capitali in California, restava poco da sperare e Fernando era stanco e terrorizzato da tutto questo. In un articolo pubblicato sul Bollettino mensile del Comitato Paul Rougeau, Fernando affermava: «Adesso le persone hanno votato e la pena di morte resta in vigore. Sono stati scelti, come punizione, la sofferenza e il dolore che si ritiene un condannato provi durante l’esecuzione! Le esecuzioni fallite e tormentose che hanno già avuto luogo nel nostro Paese lo dimostrano. Aver demonizzato i criminali convince le persone che l’omicidio di stato è una cosa giusta! Il termine giusto per definire il modo in cui le scelte delle masse vengono fatte oscillare da una parte piuttosto che dall’altra è “manipolazione”. Dopo tutto le masse sono ingenue e credono a ciò che viene detto loro. Le loro priorità nella vita non sono fare indagini approfondite e confrontare le cose vere. Preferiscono adagiarsi sulle argomentazioni dello stato, che dice che la legge è la legge, e che tanto saranno altri a eseguire le esecuzioni! Compassione? Ammesso che esista, nessuno vuole dimostrare compassione nei nostri confronti. Poi c’è anche la tattica del “e se…”. E se la pena di morte fosse abolita, cosa accadrebbe dopo? Il sospetto nasce semplicemente dall’ignoranza delle persone! Quindi la manipolazione si limiterà a far credere falsamente che questi uomini un giorno verranno liberati. Fino a quando verrà utilizzata la tattica di instillare la paura nelle masse, si otterranno le risposte volute».

FORSE NON SI SAPRÀ MAI il modo in cui Fernando se n’è andato, ma di certo adesso lo Stato non potrà più eseguire la sentenza. Tra le tante parole che Fernando ci lascia e che resteranno per sempre scolpite nella nostra memoria, vorrei ricordarne alcune, poche ed essenziali, ma capaci di denunciare, forse più di un intero trattato, l’inumanità della pena di morte: «Si può vivere, si può morire, ma nessuno dovrebbe vivere aspettando di morire».

Scritti per non smettere di sognare

In Italia sono stati pubblicati diversi libri di Fernando Eros Caro: Prigionieri dell’uomo bianco (KAOS edizioni, 1995), Saai Maso (Edizioni Wicasa Onlus, 2009), ristampato da poco con le Edizioni Pellicano in versione ampliata e aggiornata.

Sempre per le Edizioni Pellicano l’epistolario Non smettete mai di sognare, pubblicato nel 2015.

Suoi scritti sono apparsi nei volumi Pena di morte? No grazie! (Multimage Edizioni, 2003), Giustizia da morire (Multimedia Edizioni, 2000) e Poeti da morire (Giulio Perrone Editore, 2007).

Nel 2006 è stato protagonista del documentario Il miglio verde – lettere dal braccio della morte, trasmesso dall’emittente nazionale La7.

Divenuto un attivista per i diritti umani, ha testimoniato al mondo la barbarie della pena capitale. Pittore autodidatta, le sue opere sono state esposte in diversi paesi, soprattutto negli Stati uniti e in Europa.

SEGUI SUL MANIFESTO

Sign In

Reset Your Password