Lotte operaie

Il libro di Luciana Castellina «L’edile numero 33. Le mani della Cia sull’Italia degli anni Sessanta». Sono storie di edili e di povera gente, di prostitute e carcerati, di miseria vera e di riscatto, di faticosa costruzione di una coscienza di classe

 

C’è un pezzo di storia di Roma e della sua classe operaia, e dei «comunisti della Capitale», nell’ultimo, godibilissimo libro di Luciana Castellina, L’edile numero 33. Le mani della Cia sull’Italia degli anni Sessanta (Futura Editrice, pp. 114, euro 13). È una storia raccontata in prima persona, sul filo dei ricordi, ma nutrita da ricerche e documenti: una testimonianza che va oltre l’autobiografia e serve a spiegare tante cose non solo della città, ma dell’Italia passata e presente.

È UNA STORIA CHE ARRIVA fino al sindacato e alle sue lotte odierne, anche grazie alla bella Introduzione di Alessandro Genovesi, segretario della Fillea Cgil, il sindacato degli edili Cgil che costituisce il soggetto collettivo coprotagonista della vicenda, e grazie al breve e preciso intervento di Felice Casson (indimenticato giudice dell’inchiesta su Gladio) che completa il libretto, unitamente a un corredo fotografico molto interessante.

I FATTI VERI E PROPRI sono del 9 ottobre 1963, il luogo è la centralissima piazza Santi Apostoli a Roma, a due passi da Botteghe Oscure. Siamo agli albori del centro-sinistra. La capitale è nel pieno processo del suo insano sviluppo, tra inurbamento disordinato, speculazione edilizia (il «sacco di Roma»), lotte operaie.
Roma non è mai stata una città industriale: le sue poche fabbriche ristrette lungo la Tiburtina erano in una fase di primo sviluppo. La classe operaia per antonomasia erano gli edili: che abitavano la «cintura rossa» fatta di borgate e borghetti, così ben definiti da Luciana; o che ogni giorno all’alba muovevano dai loro paesi in Ciociaria o sui Monti Lepini fino a Roma, per lavorare otto o dieci ore, e poi tornare a casa con altre due ore di viaggio.

IL PCI ERA IL PARTITO di questo proletariato non del tutto inurbato, che viveva ai margini della città, e che grandi dirigenti comunisti come Edoardo D’Onofrio e Aldo Natoli, molto diversi ma uniti dalla stessa «scelta di vita», ebbero l’intelligenza politica di organizzare e guidare.

È questo il contesto in cui Luciana Castellina, da poco funzionaria del Pci dopo una lunga milizia nei giovani comunisti, il 9 ottobre 1963, sentendo sirene e tumulti, esce d’istinto da Botteghe Oscure e viene travolta dalle cariche della Celere contro una manifestazione di operai diretti verso la sede dell’Associazione costruttori, appunto a Santi Apostoli. Moltissimi i fermati. Trentatré di loro sono arrestati e processati. E condannati, nonostante le contraddizioni nelle deposizioni dei poliziotti. Tra loro anche Luciana, unica donna, «l’edile numero 33», come viene definita.

Intorno a questo filo l’autrice costruisce una fitta trama di ritratti, racconti, situazioni. Sono storie di edili e di povera gente, di prostitute e carcerati, di miseria vera e di riscatto, di faticosa costruzione di una coscienza di classe in quelle borgate raccontate da Pasolini, che «Edo» D’Onofrio volle difendere riconoscendo nei suoi romanzi non le vicende edificanti del realismo socialista, ma la fotografia esatta dello «stato di cose» esistente. Storie di solidarietà, di collette fatte per le famiglie degli arrestati, uno spaccato della Roma proletaria e comunista in lotta contro i «palazzinari» potenti e appoggiati dal Vaticano.

DA UNA PARTE si schierarono con la sentenza ingiusta alti magistrati e l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni (non proprio un paladino della democrazia). Dall’altra, il popolo delle borgate e la sua rappresentanza politica, il Pci, con in campo gli Ingrao e i Pajetta, i Terracini e i Gullo, gli Alicata, i Togliatti, i Berlinguer. I «fatti di piazza Santi Apostoli» a lungo non furono dimenticati nella «Capitale corrotta» di quella «nazione infetta».

Trent’anni dopo, nel novembre 1990, l’epilogo inatteso: l’inchiesta su Gladio, la rete segreta creata dalla Cia e dai servizi italiani per contrastare l’avanzata dei lavoratori più che dei «russi». Si viene a scoprire che quegli incidenti di Santi Apostoli li avevano provocati a bella posta loro, i «gladiatori», infiltrandosi in gran numero nella manifestazione. Provocatori, come ce ne sono stati tanti nella storia dell’Italia contemporanea.

È da leggere, questo bel libro di Castellina, poiché dice molto su cosa è stato questo paese e la sua capitale e forse anche su ciò che oggi rischia di tornare a essere.

* Fonte/autore: Guido Liguori, il manifesto

Non si sono ancora spenti gli echi delle grandi manifestazioni del 25 aprile che arriva oggi la data simbolo della riscossa operaia, dell’autonomia di classe, del senso di dignità del lavoro. Ed è una felice vicinanza quella del 1 maggio con la Liberazione, perché finalmente le riflessioni che vengono spontanee sono quelle sulle grandi questioni. Non solo dell’Italia ma dell’epoca digitale.

All’indomani del grande corteo di Milano, lo scrittore Giacomo Papi osservava che tra le mille voci che si erano levate dai 200 mila, pochissime, se non assenti, erano le voci sullo sfruttamento del lavoro e sulla miserabile condizione dell’occupazione giovanile. E aggiungeva che le bandiere palestinesi erano l’«unico vero collante simbolico e identitario della protesta giovanile». A noi operaisti incalliti viene subito da pensare: ma come, questi ragazzi pretendono di battersi per i diritti altrui e dimenticano o non ne vogliono sapere di battersi per i diritti propri? Poi qualcuno ci suggerisce che la cosa è più complessa. I ragazzi provano un senso d’identificazione col popolo palestinese, lo sentono simile al loro destino. Che è quello di non poter sperare in un futuro.

È vero, la catastrofe climatica ha contribuito a risvegliare la vecchia ossessione del no future ma sarebbe sbagliato sottovalutare il peso che può avere avuto la questione «lavoro» nel produrre questa disperazione.

Perché siamo anche oltre la precarietà, la gig economy, il lavoro povero, siamo entrati in un sistema dove il concetto di «lavoro» non è più legato a un progetto di vita, a un’identità professionale, mentre allo stesso tempo l’esistenza sociale dell’umanità viene sempre più ridotta al mero consumo.

Ma poi qualcuno ci tira per la giacca: «Inutile ripeterle queste cose, guardiamoci attorno. Il lavoro c’era in piazza, eccome, magari era dietro allo striscione Filcams Cgil, pieno di donne e uomini del commercio, della ristorazione, del turismo. Stavano al posto di quelle che negli anni Settanta erano le tute bianche della Pirelli o le tute blu della Breda».
Verissimo, è la forza lavoro della Milano di oggi, quella delle cucine dei ristoranti, delle consegne a domicilio, degli eventi (appena chiuso un Fuorisalone sempre più squallido), la Milano di quelle e quelli che in un anno non riescono nemmeno ad avere cinque giornate coi contributi pagati.

È la Milano degli studi professionali, anche architetti di nome, dove ti tengono in stage e ti fanno firmare disegni coi dati falsificati per ottenere la licenza edilizia. Degli impiegati comunali, delle municipalizzate, che con 1.800 mensili lordi non campano. È la Milano dei marchi della Grande Distribuzione, Auchan, Carrefour, Coin, Decathlon, Despar, Esselunga, Ikea, Leroy Merlin, Metro, Ovs, Pam, Panorama, Rinascente, Zara… che hanno aspettato il 22 aprile per firmare un contratto scaduto a dicembre 2019! E per tutta la durata della pandemia hanno fatto lavorare la gente con contratto scaduto, se accettavano di riconvocare le parti promettevano una miseria, tipo 70 euro, per tirare avanti ancora un anno senza firmare.

Viste da vicino queste storie ti danno un’immagine talmente miserabile dell’imprenditoria e del management che governano questo capitalismo che la parola «antifascismo» che in questo momento scalda gli animi ti sembra quasi una roba da fumetto, perché come fai a pronunciarla e poi non pensare ai tre morti sul lavoro al giorno (dati Inail presentati alla Giornata mondiale della sicurezza sul lavoro)? Come fai a non pensare a Stellantis, alla famiglia Elkann, che espropriano l’Italia di un intero settore strategico? A non pensare ad Armani che vende borse da cinquemila euro che possono aver fatto operai cinesi per qualche euro l’ora?

Come fai a non pensare ai grandi nomi della logistica internazionale (Geodis, Dhl, La Poste) che subappaltano a pseudo cooperative e srl, le quali non pagano l’Iva né i contributi Inps?
L’evasione fiscale in questo paese dipende essenzialmente dal lavoro irregolare più che dai redditi non dichiarati.

Allora, tornando al discorso di prima, non possiamo che concludere dicendo: la bandiera palestinese ha prodotto antagonismo, voglia di ribellione. È necessario, è urgente trasformare questa rabbia in lotta sulle condizioni di lavoro. Perché ancora volta, come nel 1945, si tratta di salvare il Paese, noi stessi, dalla distruzione civile e economica. E forse in questo modo quei giovani avranno un futuro.

* Fonte/autore: Sergio Fontegher Bologna, il manifesto

 

«L’esperienza genovese 1970-2020» in un volume per Archimovi, l’archivio dei movimenti di Genova

 

Scriveva qualche tempo fa Judith Schalanski che la storia dovrebbe essere raccontata partendo dai margini, dalle interruzioni nella tradizione, lo spazio bianco nei libri di storia. Perché «nella realtà dei fatti, ciò che è al margine è il centro del mondo».

LA GRANDE RIVOLTA SOCIALE e politica per la dignità di chi lavorava nelle fabbriche e per un altro mondo tutt’altro che impossibile, come faceva credere chi manovrava le leve del potere è, oggi, un paradigma pressoché perfetto di quanto segnalato della grande scrittrice. Un’altra storia è possibile, lo spazio bianco si infittisce di segni d’inchiostro, il margine ridiventa centro coerente e comprensibile se a impugnare la penna sono i protagonisti stessi di quella rivolta degli anni ’60 e ’70 del Novecento che inventò le «parole per dirlo».

La scrittura operaia. Non di chi scriveva «sugli» operai, magari con volponiana pertinenza di tratto e disamina asciutta. Scrittura operaia binariamente declinata su due assunti che oggi ci rivendono, nella deriva reazionaria che ci asfissia, come pericolosi slogan estremisti: liberare il lavoro, in un caso, liberarsi dal lavoro, nel secondo. A volte con una mediazione cercata e trovata tra le due condizioni.

L’archivio dei movimenti di Genova, Archimovi, da diversi anni tiene accesa la luce dell’interesse per quel margine del mondo che voleva farsi mondo intero, l’onda di rivolta e di lotte di vent’anni cruciali del secondo dopoguerra. Dopo diverse pubblicazioni dedicate, tra l’altro, agli aspetti iconografici dei movimenti, alla fotografia militante, al G8, mostre, incontri, filmati, seminari, Archimovi adesso pubblica Scritture operaie / L’esperienza genovese 1970-2020 (pp. 308, euro 30). Focus sugli scrittori operai nella Genova delle grandi fabbriche che furono: Pippo Carrubba, Francesco Currà, Vincenzo Guerrazzi, Giuliano Naria. Esperienze che travalicano anche la pura scrittura, perché (ed è ben documentato nella sezione fotografica) gli operai scrittori spesso sapevano anche impugnare i pennelli, e la musica filtrava in testa anche nelle officine assediate dal rumore.

LA SCRITTURA OPERAIA, però, che condusse perfino alla fondazione di una casa editrice di scritture operaie, la Ciminiera di Guerrazzi, è nucleo forte e a tutt’oggi proficuamente disturbante: eccessiva, franta espressionisticamente di necessità come il caotico rumore delle macchine in fabbrica, desiderante, sapientemente volgare e contropelo rispetto alle «buone maniere» letterarie e ai codici garbati, perfino quelli delle avanguardie. È una scrittura «intona-rumori» nei fatti, e fanno rumore anche le coscienze offese, altro che l’estetizzazione futuristica di un macchinismo tutto mentale, mai sperimentato sulla carne alla catena di montaggio. Tant’è che uno di questi scrittori operai, Francesco Currà, osò addirittura incidere un disco, Rapsodia Meccanica, usando come base strumentale la disarmonica, aggressiva sinfonia dei rumori delle macchine di fabbrica.

Circa metà libro è un’antologia di testi operai degli autori citati difficili da reperire, la parte storica, con efficace contestualizzazione del «caso genovese» nelle scritture operaie di tutto il Vecchio continente, è curata collettaneamente da Giuliano Galletta, Marco Codebò, Giorgio Moroni, Marino Fermo, Ignazio Pizzo, Rosella Simone, Antonio Gibelli, Claudio Gambaro, Stefano Bigazzi, Giovanna Lo Monaco, Sandro Ricaldone, Augusta Molinari, Liliana Lanzardo.

SFORZO COLLETTIVO che potrà riaccendere uno sguardo sul presente, riascoltando chi riuscì a trovare le parole per dirlo in un’altra epoca: il mondo non è cambiato in meglio, per gli operai.

* Fonte/autore: Guido Festinese, il manifesto

Nel passato vanno cercate le ragioni «antagonistiche» che hanno subito cancellazioni e rimozioni, e che possono valere ancora oggi. E queste ragioni vanno trovate anche dove lo stesso pensiero critico marxista, operaista, comunista, è stato cieco

 

Semo de Centurini lasciate passà, semo le tessitore… mattina e sera ticchete e tà…». Una giornata per ricordare Mario Tronti e discutere della difficile eredità del suo pensiero (su questo tema ha scritto sul numero in uscita di Critica Marxista Andrea Bianchi) si è conclusa con alcune canzoni della tradizione popolare operaia.

Le voci di Sara Modigliani e Laura Zanacchi e le chitarre di Gabriele Modigliani e Massimo Lella hanno ridato vita alle battagliere e un po’ sfrontate operaie tessili di Terni, al dramma dell’operaio licenziato perché ha scioperato e non vorrebbe parlarne al figlio (O cara moglie, di Ivan Della Mea), al popolo comunista romano che dopo la vittoria sul fascismo vuole fare fino in fondo la rivoluzione «con la convinzione di una nova era / che al mondo porterà la redenzione». Si dovrà rispondere «col piombo al piombo» delle armi borghesi: «Dal sangue» nascerà una società finalmente giusta…

Vecchie amiche e compagne sedute vicino a me sono ormai commosse fino alle lacrime (e un po’ anche io) e per consolarci si sorride criticamente su quelle antiche parole così appassionate sull’inevitabile scontro armato.

Lo scenario – lo scorso 8 novembre – è quello fantasmagorico della «sala macchine» della Centrale Montemartini di Roma, un museo e un luogo di incontro tra reperti archeologici magnifici dell’antichità classica e le rovine tecnologiche di una civiltà industriale otto-novecentesca.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Le istituzioni culturali, territori di conquista per le destreTeatro molto adatto alla lunga discussione sul pensiero, sulle opere e sullo “stile” di Tronti (potete ascoltarlo su Radio Radicale, ne segnalo arbitrariamente gli interventi di Massimo Cacciari e di Ida Dominijanni, sulla radicale critica della democrazia reale nei suoi ultimi scritti).

Ma il tema che volevo qui accennare, soprattutto, è quello svolto poco prima della musica conclusiva, a proposito del nuovo volume (DeriveApprodi) curato da Tronti e da Lorenzo Teodonio Per un atlante della memoria operaia. Qui, citata in esergo e nella breve ma densissima introduzione di Tronti, si ritrova buona parte della costellazione ideale dell’autore. Dalla famosa frase di Gustav Mahler – «La tradizione è la salvaguardia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri» – alle idee sul rapporto tra passato, presente e futuro di Walter Benjamin e Abi Warburg. Ma altri compariranno in corso d’opera, da Pasolini al Calvino che scriveva negli anni Sessanta sull’«antitesi operaia».

Nel passato vanno cercate le ragioni «antagonistiche» che hanno subito cancellazioni e rimozioni, e che possono valere ancora oggi. E queste ragioni vanno trovate anche dove lo stesso pensiero critico marxista, operaista, comunista, è stato cieco.

Tanta passione per la «composizione di classe» che si opponeva strutturalmente al padronato, poca attenzione alle «persone in carne e ossa», ammette retrospettivamente l’autore di Operai e capitale. «Ci è sfuggita una composizione umana di classe operaia». Forse anche per questo «non si è riusciti a portare quella storia di lunga durata a un fine, o a una fine, all’altezza di quella straordinaria vicenda».

Mi è venuto in mente un antico scritto di Lea Melandri, che invitava la sinistra a non fare dell’operaio un feticcio ideologico, ma a riconoscere i suoi desideri e la sua umanità fin nei soprammobili un po’ kitsch del suo tinello.
Bisognava pensarci prima e meglio?

Forse non è mai troppo tardi e questo bel volume illustrato, che è già un archivio e un progetto politico, linguistico, artistico, può essere un’arma efficace non «per uccidere o ferire, ma per convincere e mobilitare».

* Fonte/autore: Alberto Leiss, il manifesto

«Nel 1970 quello Statuto fu una conquista democratica, anche se la prassi operaia era più avanti. A chi vuole scrivere oggi statuti dei lavori rispondo che prima bisogna cambiare prima i rapporti di forza tra capitale e forza lavoro. Dopo potremo adottare nuove leggi. Esiste già la Costituzione, basta per tutelare il lavoro. Iniziamo a parlare di conflitto e dal suo primo movimento: la resistenza»

Il modo più proficuo per cogliere il significato dell’avanzata impetuosa della classe operaia, e la sua sconfitta, tra il 1960 e il 1985, è quello di mettersi nei panni di un giovane oggi alle prese con la precarietà. A Sergio Bologna, storico del movimento operaio e tra i fondatori della rivista Primo Maggio, potrebbe domandare dove sono finite le conquiste costate tanti sacrifici? Dove sono finiti tutti i diritti?

“Certo – risponde Sergio Bologna – parlando di quel periodo così lontano, ti viene la curiosità di sapere che percezione ha oggi un giovane lavoratore dei suoi diritti. È consapevole di avere dei diritti, sa cosa vuol dire difendere un diritto sul luogo di lavoro? Lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori del maggio 1970 è stato un importante gesto di civiltà, il riconoscimento e la tutela dei diritti sindacali un passo avanti del sistema democratico. Eppure moltissimi quadri sindacali e le stesse correnti politiche a noi più vicine lo consideravano già vecchio, già superato. Ti faccio un esempio: mentre l’articolo sette dello Statuto dichiarava contestabili le sanzioni disciplinari e nulla di più, gli operai nella stragrande maggioranza delle fabbriche avevano ormai di fatto abolito o comunque limitato all’estremo il potere dei capi. Il Partito Comunista Italiano in Parlamento si astenne dal voto, non approvò lo Statuto perché l’art. 18 non era applicabile alle aziende sotto i 15 dipendenti. Oggi io vedo ancora dei giovani – sia dipendenti che freelance in particolare delle attività intellettuali o creative- che non solo hanno paura di contestare certe condizioni del loro rapporto di lavoro ma hanno paura addirittura di parlarne. Nella loro testa lo Statuto è cancellato ed è stato sostituito da uno Statuto dei Diritti del Padrone senza limiti. Ma vedo anche un numero sempre crescente di giovani che si organizzano, si coalizzano, discutono della loro situazione, decidono di reagire e aprono una vertenza, prendono l’iniziativa, chiedono il supporto al sindacato e se il sindacato non si muove ne formano uno loro. Alla fine qualcosa dovrà pur cambiare!”

Quali sono state le idee forza delle lotte operaie in Italia che hanno portato anche allo Statuto dei lavoratori?
Senza dubbio l’idea che il lavoratore è un essere umano ed ha diritto non solo di esprimere le sue opinioni politico-religiose ma ha diritto a lavorare in un ambiente e con dei ritmi che non siano dannosi alla sua salute (articoli 5, 6 e 9 del Titolo I dello Statuto). Di altre idee-forza, come quella dell’egualitarismo, c’è poca traccia nello Statuto. Ed anche qui si vede come lo Statuto sia rimasto indietro rispetto alla pratica e al livello di compattezza della classe operaia, che nel 1970 aveva già imparato a difendere la propria salute e integrità fisica rallentando i ritmi se questi erano troppo massacranti, cioè fermando direttamente la catena di montaggio. Azione diretta, non inizio di una logorante trattativa…La difesa della salute, dell’integrità fisica e poi via via la grande azione condotta soprattutto nelle fabbriche chimiche, in stretto contatto con tecnici e scienziati, per chiudere gli impianti nocivi e limitare le situazioni di rischio, rappresentano il lascito più importante di quella stagione. Ce ne eravamo dimenticati.

Un esempio oggi di questa determinazione operaia?
L’emergenza causata dall’epidemia di Covid 19 l’ha riportata in primo piano. Confindustria voleva tenere aperte tutte le fabbriche, anche quelle dove mancava persino il sapone nei bagni per lavarsi le mani. In molte situazioni gli operai hanno dovuto scioperare per ottenere dispositivi di protezione (ne abbiamo parlato estesamente nel primo numero di Officina Primo Maggio dopo aver sentito decine di delegati). Quindi l’Italia del nuovo millennio è tornata indietro rispetto agli anni 60 – l’incidente a Marghera di questi giorni parla chiaro. Sembra che in maggioranza le piccole fabbriche, i “padroncini” che lavorano nei reparti anche loro, abbiano provveduto da sole a creare condizioni minime di sicurezza. Confindustria invece, a nome del grande padronato, ha preteso dallo Stato il rimborso delle spese per la disinfezione dei locali e la distribuzione dei dispositivi di protezione. Miserabili…
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Con Giairo Daghini hai scritto una memorabile inchiesta sul maggio francese pubblicata prima nei “Quaderni piacentini” poi in un libro. Quale fu la differenza con l’Italia?
La grande differenza fu che in Francia l’ondata si spense in un mese, in Italia l’onda lunga è durata dieci anni. Ebbi la sensazione immediata che gli operai francesi lavoravano in condizioni dure ma non al punto da essere lesive della dignità umana. In Italia veramente c’erano dei comportamenti delle Direzioni di fabbrica che sembravano fatti apposta per umiliare le persone più che tenerle disciplinate. Non è un caso che quando chiesero a un delegato Fiat che differenza c’era tra prima e dopo l’autunno caldo, la risposta fu: “possiamo finalmente andare al cesso!”. I datori di lavoro, tranne alcune eccezioni, consideravano l’assunzione di un’operaia o di un operaio un atto di generosità, di magnanimità, non avevano l’idea che nell’assumere una persona loro sottoscrivevano un contratto, cioè facevano uno scambio. A uno che invece trattava i rapporti con il personale in maniera civile, Adriano Olivetti, fecero una guerra senza quartiere, arrivando a invitare i consumatori a boicottare i suoi prodotti. Olivetti se ne uscì da Confindustria. E sì che allora Confindustria era guidata da imprenditori di un certo calibro, non da grotteschi burattini come oggi. A differenza della Francia, quella conflittualità, che fu definita “permanente”, è durata così a lungo, per due ragioni di fondo: una, l’esasperazione accumulata negli anni precedenti, l’umiliazione che era stata inflitta a uomini e donne, che avevano bisogno di sfogarsi, di rendere la pariglia e la seconda il fatto che le conquiste raggiunte dopo le lotte erano più fittizie che reali: accordi firmati e non rispettati dalla controparte (per cui dovevi scioperare il doppio per farli rispettare) e un altissimo tasso d’inflazione che erodeva gli aumenti salariali appena conquistati.

Hai sostenuto che la cassa integrazione è stata usata come uno strumento di pacificazione di massa. Cosa significa?
Nella redazione di Primo Maggio c’erano operai dell’auto e dell’alimentare in Cassa Integrazione, venivano da due grandi fabbriche milanesi ed avevano una loro rete di compagni in una decina di altre fabbriche. Con loro abbiamo cercato di capire il ruolo di quell’istituto che oggi rappresenta l’ammortizzatore sociale di più ampio spettro. Eccoci dunque ancora di fronte a un esempio di come l’esperienza degli anni 70 possa servire d’insegnamento a quanto accade oggi in piena emergenza da coronavirus. La Cassa Integrazione era nata con tutt’altre finalità, era un sistema intelligente e consisteva nel dare un po’ di respiro a aziende in difficoltà in modo che potessero riqualificare gli impianti o rivedere le strategie di marketing o impostare una nuova linea di prodotto senza perdere la propria forza lavoro. In modo che potessero riprendere l’attività più forti e competitive e che in questo lasso di tempo i dipendenti potessero sopravvivere, con un salario decurtato ma comunque tale da non farli morire di fame. Quindi era una misura temporanea, tipo sei mesi al massimo.

Invece cos’è successo?
Agnelli e Lama si sono messi d’accordo per far diventare la CIG una specie di lazzaretto dove ricoverare le imprese decotte a spese della fiscalità generale, per anni, per decenni! Senza che la direzione della fabbrica muovesse un dito per riconvertire la produzione, anzi poteva girarsi i pollici per anni. Ma questo è ancora niente. Il problema principale era che la CIG poteva esser gestita come un rubinetto: “chiuso”, tutti a casa, “aperto” tutti al lavoro. Eh no! “Aperto” possono tornare al lavoro solo quelli che la Direzione decide di richiamare e se ci sono dei delegati o attivisti sindacali che danno fastidio, quelli continuano a restare a casa. In questo modo pian piano molte “avanguardie di fabbrica”, come allora si chiamavano, sono state buttate fuori e miliardi e miliardi di lire sono stati buttati via senza essere impiegati nello scopo primo della legge: riconvertire gli impianti, ammodernarli, per diventare più competitivi. Per questo ho usato il termine “mezzo di pacificazione di massa”.

Esistono analogie con la nostra attualità?
La Cassa Integrazione ha subito negli anni molti aggiustamenti, in fabbrica i militanti sono stati decimati, licenziati a decine di migliaia (malgrado l’art. 18), il sindacato ha preso altre strade, si è concentrato sui servizi individuali (patronato, enti bilaterali). Il governo Conte ha esteso la platea dei beneficiari sino alle imprese con un solo dipendente, quindi ha scaricato sull’INPS, già provato dall’erogazione dei 600 euro a più di 4 milioni di persone che li volevano, una massa di richieste ingestibile sia dal punto di vista burocratico che delle risorse. Allora si è rivolto alle banche perché anticipassero le erogazioni della Cassa, ma le banche hanno delle procedure più lente. La Cassa in deroga invece passa dalle Regioni e la buocrazia regionale non è più efficiente di quella statale, anzi. Insomma un bel problema. Ma quello a mio avviso che pone i maggiori interrogativi è l’uso della Cassa come assistenzialismo, rivolto indiscriminatamente a imprese in difficoltà e imprese floride. Le stesse che hanno mandato i loro giornali, i loro deputati e le loro associazioni a vomitare improperi contro il reddito di cittadinanza.

Un altro risultato dell’onda operaia furono le “150 ore”. Che cos’erano?
L’autunno caldo è del 1969, lo Statuto del 1970, le 150 ore vengono conquistate nel 1973. Erano una voce dei contratti collettivi firmati in quella tornata che prevedeva il diritto dei lavoratori di usufruire di un certo numero di ore retribuite di apprendimento presso scuole e istituti superiori a loro scelta. La maggioranza dei lavoratori ne approfittò per completare la scuola dell’obbligo o per ottenere la licenza media, fu una grande occasione per rimediare all’analfabetismo di ritorno e questo ti dà la misura della condizione operaia di quel tempo. Ma molti furono quelli che ne approfittarono per seguire dei corsi di formazione e cultura varia. Pensa a chi era stato eletto delegato, doveva capire cosa c’era scritto sulla sua busta paga e su quella dei suoi colleghi, doveva capire cosa c’era scritto nel contratto di lavoro, negli accordi integrativi aziendali, doveva sapere come negoziare, come scrivere un volantino, un articolo, una lettera alla Direzione; doveva capire come funzionava l’organizzazione del lavoro, per contestare eventualmente il cronometrista. Ma al di là di questo, c’era una sete di conoscenza più generale, si voleva capire come funziona lo Stato, il sistema dei partiti, la Costituzione, l’economia, le multinazionali, il mercato dei vari beni di consumo, la tecnologia. All’Università di Padova, dove insegnavo, organizzai un corso di storia e pratica del movimento operaio, vennero una ventina di lavoratori da varie aziende, in particolare del polo di Marghera. E questa domanda di apprendimento da parte di un’utenza di tipo nuovo mise in moto anche una dinamica d’innovazione della didattica. Era necessario scrivere delle dispense, dei libri di testo chiari, semplici, accessibili, senza perdere di rigore. Fu un grande esperimento, un piccolo salto di civiltà. Oggi cosa ti dà l’azienda? Un voucher per comperarti un paio di mutande da Intimissimi e lo chiama “welfare aziendale”. E i manager ci fanno le slides per le presentazioni: “la nostra azienda mette al centro l’uomo! Our people are our pride!”.

Il lungo Sessantotto italiano è stato una mobilitazione generale della società. Che cosa resta oggi?
Sì, questo aspetto del Sessantotto è stato trascurato eppure a me sembra quello più interessante e più resistente al tempo. Quando gli studenti cominciarono a contestare sia i metodi di apprendimento che i programmi universitari, posero le premesse per quella rivoluzione delle professioni che avrebbero messo in atto una volta laureati ed entrati nel mondo del lavoro. Nacque un nuovo tipo di giornalismo: Il Manifesto di Rossana, Pintor e Parlato ne è un esempio. E poi un nuovo modo di fare il medico, l’architetto, l’urbanista, l’ingegnere, l’avvocato, il magistrato e anche l’insegnante, il docente universitario. Tutte le professioni misero in discussione il modo ed i principi secondo i quali erano state esercitate e quindi le istituzioni – dalla scuola all’ospedale, dal palazzo di Giustizia al manicomio – in cui venivano esercitate. Una larga parte della classe media si schierava a fianco degli operai ma non in maniera opportunista, battendo le mani, “bravi, bravi, lottate, lottate!” bensì scontrandosi con resistenze interne ai loro stessi ambienti, dai quali molti furono emarginati o espulsi. Questo contribuì alla nascita di una “nuova scienza”. Vuoi un esempio? Un esempio che è tornato di prepotenza alla ribalta oggi? Nel 1973 a Milano un medico, docente di biometria, Giulio Maccacaro assume la direzione della più antica rivista scientifica italiana, “Sapere” e raccoglie ben presto attorno a sé sia studiosi di varie discipline, scientifiche e umanistiche, sia tecnici ed operai di fabbrica particolarmente attivi sul piano sindacale. In pochissimi anni metterà le basi per una nuova medicina del lavoro, per una medicina impostata sui bisogni del paziente (straordinaria la sua “Carta dei diritti del bambino”) e soprattutto di un sistema sanitario che poggia su pratiche d’igiene pubblica e di medicina territoriale. Nel 1976 fonda la rivista Epidemiologia e prevenzione (www.epiprev.it) dove sono enunciati in maniera chiarissima tutti i principi che avrebbero dovuto guidare le istituzioni e le autorità sanitarie per far fronte alla pandemia da Covid 19. Che cosa vuoi di più?

Ritieni che questa alleanza possa essere ripresa oggi, tra chi e su quali basi?
In parte già funziona ma non solo nei confronti della classe operaia, anche nei confronti del lavoro autonomo, dei precari, della gig economy, dei migranti. I circuiti di solidarietà, la produzione d’intelligenza e d’innovazione affondano tutti le loro radici in quegli anni che qualche mascalzone continua a definire “di piombo”. Debbono prima o dopo trovare un coagulo di partito, altrimenti restiamo travolti dall’infamia del populismo sovranista (sono stati capaci solo di fare gli sciacalli durante questa epidemia), dal grottesco neofascismo patriottardo (sciacalli di riserva quando gli altri sono rauchi dal troppo urlare) e da quella terza componente che non saprei come definire, per la quale nutro un disprezzo forse maggiore, di coloro che mi ricordano le scimmiette di Berlino – non parlo, non vedo, non sento – che si raggruppa sotto bandiere e formazioni di centrosinistra.

Nel primo numero della rivista “Primo Maggio”, uscita proprio a seguito delle lotte operaie nel 1973, affidate all’inchiesta e alla conricerca militante un ruolo importate. Oggi siete tornati a praticarla nella nuova rivista “Officina Primo Maggio”. Qual è il ruolo del lavoro intellettuale oggi?
Sulla cosiddetta “conricerca” o l’inchiesta operaia noi non abbiamo inventato nulla. Erano metodi di lavoro ampiamente utilizzati dalla corrente “operaista” del marxismo italiano sin dal 1960. Quando abbiamo fondato quella rivista abbiamo fatto un altro ragionamento. Ci siamo detti: c’è un bisogno di cultura e di formazione nelle fabbriche, nel sindacato, in tutte le istanze sviluppatesi dal 68 in poi, che deve essere soddisfatto esplorando terreni di ricerca nuovi. Il primo esempio che mi viene in mente è quello della moneta. Negli ambienti della sinistra radicale non c’era ancora la consapevolezza, l’intuizione, che l’economia capitalistica si stava avviando verso una progressiva finanziarizzazione. Se pensi al punto in cui siamo arrivati oggi, alla massa di liquidità superiore di trenta volte il PIL mondiale e soprattutto all’inconcepibile – allora – divario tra super-ricchi e popolazione mondiale, bisogna ammettere che non eravamo ciechi. Un secondo esempio invece riguarda la storia militante. Nel momento in cui avvengono dei rivolgimenti così forti e dei cambiamenti così repentini nella coscienza della gente, c’è l’assoluta necessità di fermarsi un attimo e di guardare indietro, perché si tratta di ricostruire una genealogia di ciò che accade davanti ai tuoi occhi, hai bisogno di risistemare, riaggiustare, la linea della storia. Forse avevi dimenticato qualcosa di molto importante, credevi d’aver fatto cose nuove e invece erano state fatte meglio 60/70 anni prima. Quando abbiamo riscoperto la storia degli Industrial Workers of the World (IWW) negli Stati Uniti, dove tanti italiani hanno svolto un ruolo importante, questo ci ha aiutato a capire meglio come dovevamo rapportarci alla conflittualità operaia. Un terzo esempio, e qui torno sul problema dell’inchiesta o, se vuoi, della “conricerca”, è quello dei rapporti di scambio, di solidarietà con i portuali genovesi. Qualcuno allora prese il nostro lavoro assieme ai “camalli” come una specie d’innamoramento estetizzante per le situazioni pittoresche. In realtà ci hanno aperto gli occhi sul commercio marittimo, sui flussi globali, e da lì siamo arrivati presto alla logistica. Pensa adesso, chi avrebbe coraggio di sorridere di queste cose?

In cosa consiste un’inchiesta operaia? E una con-ricerca?
Il punto chiave è che noi non facevamo studi sociologici, mettevamo insieme degli elementi utili a chi praticava processi organizzativi, rivendicativi, conflittuali. Non facevamo una rivista, facevamo un’operazione politico-culturale. Il rapporto coi “camalli” dura ancora adesso, 45 anni dopo! Siamo ancora al loro fianco quando difendono il valore del loro lavoro e ci aiutano a ragionare, a capire, quando cerchiamo di dare un supporto agli immigrati delle cooperative di facchinaggio. Ci hai mai pensato che le lotte nella logistica oggi, Italia 2020, sono forse le uniche, assieme a quelle dei rider, a non avere carattere difensivo?

In che modo oggi si può praticare un’inchiesta sulla condizione del lavoro intellettuale?
Ti dico semplicemente quello che vedo un po’ tra i knowledge workers che girano attorno a ACTA, l’Associazione dei freelance e un po’ tra quelli che fanno parte della nostra rete internazionale, gente dello spettacolo, creativi, mondo degli eventi culturali in senso lato ma anche professionisti che lavorano nei settori logistica, informatica, shipping, finanza e affini. Tutte le associazioni di rappresentanza hanno condotto delle inchieste presso i soci per sapere come hanno affrontato l’emergenza. Moltissimi sono proprio a terra, tutte quelle attività che prevedono un rapporto con il pubblico sono chiuse e chissà quando riapriranno, lì puoi trovare gente che si mette in coda per un piatto di minestra. Altri hanno continuato a lavorare indisturbati, loro lo smart working lo praticano da sempre. Ovunque, a livello mondiale, si è capito che gli autonomi non hanno ammortizzatori sociali, il Covid 19 è servito dunque almeno a far capire che esiste un segmento specifico della forza lavoro. Chi continuava a sostenere che gli autonomi sono semplicemente imprese, ha dovuto finalmente smettere di dire idiozie. Molti hanno lavorato ma non hanno per niente la certezza di essere pagati.

Che cosa è emerso dalle nuove ricerche?
Negli ultimi due anni abbiamo fatto molti passi avanti nella conoscenza del lavoro autonomo e freelance, grazie alla ricerca e grazie all’attivismo di associazioni di rappresentanza o gruppi di autotutela. E purtroppo abbiamo constatato un forte degrado dei compensi, diminuiti anche di due terzi nel giro di una decina d’anni. Esperienza, anzianità, competenza contano sempre meno. Il life long learning non ti tiene a galla, è uno dei soliti slogan della cialtroneria dell’Unione Europea. Quindi il punto importante non è sapere qual è il ruolo del lavoro intellettuale ma come si fa ad arrestarne la svalorizzazione. Chi lavora in questi ambiti da professionista/tecnico/artista indipendente si è sempre considerato diverso dal precario. L’intermittenza lavorativa, la mancanza di sicurezza sono date per scontate, sono un rischio calcolato. Oggi buona parte di questo mondo finisce per scivolare nel grande calderone della gig economy.

In queste condizioni è possibile trarre ispirazione nella conflittualità di fabbrica anni Settanta?
Può servire a patto di non ripetere come pappagalli la lezione operaista. Per tutelarsi, il lavoro intellettuale di oggi deve trovare altre strade rispetto a quelle dell’operaio massa. Bisogna inquadrare il problema nella crisi generale della middle class, il richiamo al binomio catena di montaggio/rifiuto del lavoro non serve. I giochi sono cambiati, la classe operaia industriale, si tratti di Rust Belt americana o di Bergamo e Brescia, è uno dei terreni di coltura del populismo trumpista o leghista. Qualcuno pensa di evangelizzarli predicando l’amore cristiano per i migranti, ma bisogna proprio avere la mentalità da Esercito della Salvezza per essere così imbecilli. Lì si tratta di riaprire il conflitto industriale, il tema della salute riproposto dal coronavirus può essere il perno su cui far leva. Sul fronte del lavoro intellettuale invece, oggi sottoposto a brutale svalorizzazione, il riscatto può avvenire solo combinando i dispositivi del mutualismo prima maniera con le più sofisticate tecniche digitali della comunicazione.

Molti sostengono che è venuta l’ora di scrivere uno Statuto dei Lavori. Cosa ne pensi?
Per l’amor del cielo! Ci manca pure questa! Le leggi riflettono sempre quella che è la cosiddetta “costituzione materiale” di un paese, ossia i rapporti di forza vigenti tra le classi. Qualunque legge scritta oggi, con “questo” Parlamento, con “questo” clima nella società civile, porterebbe il segno dello squilibrio oggi esistente tra capitale e lavoro. Esiste già la Costituzione Italiana, basta e avanza per tutelare il lavoro. Se fosse applicata. No, non sono necessarie nuove leggi, è necessaria una mobilitazione capillare per cambiare la costituzione materiale del Paese, per cambiare quei rapporti di forza. Una volta che saremo riusciti a girare la frittata, potremo sancirlo con nuove leggi. E’ l’ora di invocare il Widerstandsrecht, il diritto di resistenza.

Sergio Bologna: Dall’operaio massa, ai freelance e alla rivista Officina Primo Maggio

Sergio Bologna è nato a Trieste nel 1937, vive a Milano. Ha insegnato storia del movimento operaio e della società industriale in varie università, italiane e tedesche. Fa parte del comitato scientifico della Fondazione di Amburgo per la storia sociale del XX secolo e della Fondazione «Luigi Micheletti». Fondatore di riviste come «Primo maggio» (l’antologia pubblicata da DeriveApprodi) e «Classe operaia», Sergio Bologna è socio dell’associazione dei consulenti del terziario avanzato Acta. Tra le sue opere, «La New workforce. Il movimento dei freelance e Knowledge Workers. Dall’operaio massa ai freelance» (Asterios); «Vita da freelance» (con Dario Banfi, Feltrinelli); «Ceti medi senza futuro?» (DeriveApprodi); «Maggio ’68 in Francia» (con Giairo Daghini, DeriveApprodi); «Le multinazionali del mare» (Egea); «Nazismo e classe operaia» (Shake). Oggi partecipa ai lavori della nuova rivista Officina Primo Maggio. Di recente alla storia delle lotte operaie dal 1969 ha dedicato il volume Il lungo autunno. Le lotte operaie degli anni Settanta (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli). Il suo ultimo libro è Ritorno a Trieste. Scritti over 80, 2017-2019 (Asterios) che abbiamo recensito su Il Manifesto.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

Non era per caso che nel ’68-69 ci definissimo «sinistra extraparlamentare»: lo eravamo proprio, sia pure alcuni non molto a lungo – il Manifesto-Pdup – altri al di là del buonsenso.

È un fatto che anche noi quando in Parlamento venne approvato lo Statuto dei lavoratori, il 20 maggio 1970, quasi ignorammo l’evento; e del resto, come si sa, anche il Pci, sia pure per ragioni diverse dalle nostre, prese le distanze dalla nuova legge; e si astenne.

Nel cinquantesimo anniversario di quello che ora consideriamo, e a ragione , un evento storico, qualcuno ha messo in rete un articolo che Quaderni Piacentini, una delle riviste più serie dell’epoca, aveva allora dedicato all’argomento, condannando senza mezzi termini la nuova legge come una truffa ai danni dei lavoratori. In capo all’articolo l’anonima mano ha scritto: «Oggi stringiamo i denti per difendere ciò che ne è rimasto».

Oggi è in effetti difficile capire come l’intera nuova sinistra abbia potuto esprimere un simile giudizio negativo sullo Statuto dei lavoratori.

Fu un errore – su questo non credo ci sia più nessuno che abbia dubbi – non considerare quella legge una importante conquista. Che peraltro accoglieva una richiesta avanzata da Giuseppe Di Vittorio già al congresso della Cgil del 1952. E che introduceva la Costituzione nel recinto della fabbrica, fino ad allora spazio extraterritoriale chiuso all’interferenza di un imperio che non fosse quello dettato dal padrone.

Per capire come sia potuto accadere bisogna riandare a quel tempo e al dibattito che l’accompagnò. Quel giudizio così drasticamente negativo, e il disinteresse con cui la legge fu accolta, aveva alla base un’ipotesi non del tutto destituita di fondamento, che animò infatti, allora, una vasta riflessione, che affrontava, ben oltre lo Statuto dei lavoratori, il tema generale del ruolo delle riforme.

Noi tutti, e con noi una parte dello stesso sindacato, consideravamo i rapporti di forza conquistati dagli operai nelle fabbriche ben più favorevoli di quelli esistenti a livello politico e temevamo che la linea del Pci, che puntava sulle riforme, fosse un modo per ridurre la radicalità dello scontro, spostando il confitto sull’infido e incontrollabile terreno della mediazione parlamentare.

Il timore, insomma, era di smarrire la centralità che con le lotte era stata data al controllo sulla organizzazione della produzione, sul cuore del sistema.

Tanto è vero che quando ci si accorse che non si poteva migliorare la condizione operaia senza prendere in considerazione quanto la determinava anche fuori dallo stabilimento – l’abitazione, la scuola, la salute – le lotte in merito vennero affidate dal movimento non ai lavori parlamentari ma ai Consigli di Zona, la trasposizione sul territorio dei propri autonomi organismi di potere, i Consigli di fabbrica, forse la più importante conquista strappata nell’autunno caldo del ’69.

Potere Operaio, e parte di Lotta Continua, spinsero il rifiuto del terreno istituzionale fino a teorizzare la possibilità di mettere in ginocchio attraverso la lotta di fabbrica il potere capitalista. E ritennero che le riforme avrebbero addirittura rafforzato il capitalismo, in quanto avrebbero razionalizzato il sistema.

Noi, come qualche altro gruppo, ci muovemmo in modo diverso, cercando di consolidare il potere costruito in fabbrica e di garantirne l’autonomia, sì da poterlo proiettare sul terreno politico.

Fu questa la linea che assunse anche la parte migliore del sindacato, a partire dalla unitaria Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm); e questo garantì la lunga durata del ’68 italiano, che non aveva, né poteva avere, un obiettivo rivoluzionario, un sovvertimento che avrebbe presupposto ben altro processo storico.

L’ipotesi rivoluzionaria fu, con la sua consueta causticità, ridicolizzata dal leader sindacale della Fim-Cisl Pierre Carniti in un’intervista al Manifesto: «Non esiste in astratto una distinzione fra riforme necessarie e riforme che aiutano il sistema – disse -. Il padrone non si siede al tavolo per concordare la sua estinzione. L’esito si misura dunque dal potere che l’operaio conquista, dal mutamento dei rapporti di forza».

Rileggendo il Manifesto rivista – il quotidiano uscì il 28 aprile del 1971, un anno e mezzo dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori – si trova puntualmente, tuttavia, e sin dall’inizio – anche quando persiste la diffidenza per lo spostamento dell’epicentro della lotta operaia sul viscido terreno parlamentare – il richiamo alla necessità, a un certo punto, di trovare uno sbocco politico, e cioè un momento di mediazione che consolidasse il potere conquistato in fabbrica che avrebbe altrimenti rischiato di non tenere.

Quello sbocco non lo trovammo, per tante ragioni che ci sono a tutti note. È un fatto che è proprio attorno allo Statuto dei lavoratori che si sono andati in questi decenni misurando i rapporti di forza nel nostro paese. Contro questa legge sono stati scagliati un referendum dopo l’altro nella speranza di debellarlo; e poi, più pesantemente, i decreti di Berlusconi, di Monti, di Renzi, con il suo jobs act.

Ci si sono messi pure i radicali che, denunciando di «abuso» quella che chiamarono «Trimurti» (le tre confederazioni sindacali) cercarono con un referendum di rendere quasi impossibile il loro autofinanziamento.

Ma lo Statuto è anche diventato la legge più tenacemente da decenni difesa dai lavoratori e che ha visto prodursi in suo favore la manifestazione di protesta, forse la più grande della storia sindacale italiana: quando all’appello dell’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati risposero tre milioni di lavoratori.

La linea di quasi tutta la nuova sinistra mutò con gli anni, tanto è vero che nel 1976 ,con la lista comune denominata Democrazia Proletaria, si presentarono alle elezioni politiche oltre al Pdup, anche Lotta Continua, Avanguardia operaia, il Movimento socialista dei lavoratori.

Nonostante tutti i suoi limiti quella esperienza aiutò a capire quanto la forza accumulata dalla classe operaia con le lotte innescate con l’autunno caldo del 1969 poteva pesare, e abbia in effetti pesato, per strappare riforme essenziali: il sistema sanitario nazionale, le pensioni, i diritti civili.E quanto importante sia stato riuscire ad arrivare alle mediazioni che le hanno rese possibili.

Già sul numero del giugno ’69 del Manifesto rivista, del resto, Lucio Magri aveva sottolineato l’ urgenza di trovare uno sbocco politico a una radicalizzazione delle lotte che altrimenti non avrebbe potuto stabilizzarsi. È quello che da allora abbiamo cercato di fare.

Adesso tutto è più difficile, ma sarebbe già molto che di quella straordinaria esperienza degli anni ’70, pur carica di errori ma anche di scoperte, conservassimo la capacità di tener al centro la questione del lavoro. Ormai diversissimo da quello di allora, ma pur sempre lavoro.

* Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

Una svolta radicale che rinnovò il sindacato e raccolse la spinta del movimento degli studenti

TORINO. L’assemblea si è aperta con la commemorazione del compagno Norcia, mancato proprio due giorni fa. Norcia non era uno qualsiasi, per tante ragioni: cominciò con l’imporre ai sindacalisti piemontesi di parlare in italiano, visto che ormai il grosso degli operai Fiat era meridionale e il loro dialetto non lo capivano. Ma poi divenne ben più celebre perché nel drammatico 1980, quando la Fiat aveva annunciato la messa in cassa integrazione di migliaia di operai e il segretario del Pci era venuto a Mirafiori a dare solidarietà, lui, arrampicato su un pilone, gli aveva gridato: «Compagno Berlinguer, e se noi occupiamo la fabbrica, che farà il Pci?». La risposta è famosa: «Staremo con voi». Un annuncio che scandalizzò non solo i ben pensanti, ma anche molti dei fautori delle successive reincarnazioni vegetali del Pci.

Giorgio Airaudo presenta un libro preparato per l’occasione, si chiama semplicemente Torino ‘69 (ed. Laterza), autori Salvatore Tropea, Ettore Boffano, ma soprattutto le foto di Mauro Vallinotto: Torino come era allora, non solo la fabbrica, ma i treni che riportano i lavoratori alle periferie a fine turno, addormentati in piedi per la stanchezza, e le soffitte dove vivono le famiglie degli immigrati. Un volume prezioso: perché allora tutta la città viveva al ritmo della grande fabbrica, oggi quella identità è stata cancellata.

Mi sono emozionata, sul serio. E non solo per il ricordo di Norcia. Sono passati cinquant’anni, ma per chi ha vissuto l’esperienza di quella stagione alla porta numero 2 di Mirafiori, quando Torino era diventata per la nuova sinistra la Mecca cui non si poteva non fare riferimento, e infatti arrivavano in pellegrinaggio ragazzi non solo da tutta Italia ma anche dall’estero, è difficile non commuoversi ritrovandone i protagonisti, gli straordinari operai che imposero una svolta radicale.

SIAMO NELLA GRANDE sala della Camera del lavoro, presenti circa 500 delegati del Piemonte, quelli che allora non erano nemmeno nati, ma che comunque non sono, neppure loro, più giovanissimi: di assunti negli ultimi anni ce ne sono ormai pochi. Un appuntamento dedicato alla memoria, che chi vorrebbe tener tutti chiusi nella gabbia del presente, cerca di cancellare.

Perché sopprimendo il passato si fa smarrire il senso stesso del tempo e del cambiamento, per cui non si riesce più nemmeno a immaginare che possa esserci un futuro diverso.

Il ricordo non è stato retorico, né parolaio: ognuno ha raccontato il proprio vissuto, in quel o quell’altro reparto, le sue fatiche e le sue rabbie per l’arbitrio totale dei 3.000 capetti che alla Fiat avevano il potere di importi quello che volevano; la felicità e l’orgoglio di quando quel potere si è riusciti a smantellarlo, trovando la forza di disubbidire tutti, di praticare l’obiettivo senza aspettare la sua legittimazione; la soddisfazione dei più giovani sindacalisti che avevano capito che le vecchie strutture di rappresentanza – le Commissioni interne – non potevano farcela e bisognava trovare forme più dirette, capaci di raccogliere l’energia della grande massa di operai nemmeno iscritti alla Fiom, tanti appena arrivati dal sud. E poi l’incontro con gli studenti, l’appoggio che ne è venuto e anche lo scontro, e però un confronto fantastico in quella straordinaria agorà che erano diventati i cancelli della fabbrica, dieci volantini diversi diffusi in contemporanea e capannelli e comizi volanti, mischiati alle grida degli ambulanti cresciuti attorno a quello che era diventato un vero suk. Perché tutti si fermavano, nessuno correva via isolato all’uscita del turno come tristemente accade ora, perché tutti volevano partecipare. È qui che l’operaio diventa protagonista. Prima invisibile, si impone in questa stagione all’immaginario collettivo, tanto che si riflette nel cinema (fra il ’70 e il ’75 una decina di film, non documentari, ma commedie, Monicelli lo fa impersonare da Tognazzi, l’attore più popolare) e nella canzone: Iannacci, De André…


L’APPUNTAMENTO
 è stato fissato lunedì 18 perché era il 18 novembre 1969 – lo racconta Paolo Franco, allora segretario della lega Mirafiori, quella storica di Viale Unione Sovietica – quando in risposta a 200 sospensioni della Fiat gli operai si riuniscono al palazzetto dello sport per “processare” l’azienda. Che si spaventa: perché già dal maggio era cominciata la rivolta, e il sindacato stesso è sorpreso che gli operai, molti nemmeno sindacalizzati, abbandonino in massa le linee. È l’inizio della svolta che via via produrrà una mobilitazione straordinaria, anticipando la vertenza per il contratto nazionale. È un autunno caldo che qui comincia a primavera. È maggio, infatti, quando cambia il modo di impostare le vertenze, non più – ricorda Paolo Franco – nella sede esterna, ma negli stessi reparti. Quella che sancisce la nascita storica dei delegati dei gruppi omogenei viene contrattata sulle scale dietro il dancing Bambi, subito eletti 56 più altrettanti sostituti, l’embrione di quello che diventerà il “consiglione” Fiat. Racconta del timore che i segretari della Fiom e della Camera del lavoro, che non sono lì e non sono informati di questo mutamento della rappresentanza che diventa diretta e non più mediata dalle Commissioni Interne, si arrabbino per questa scelta non discussa. Ma a Torino segretari sono Paci e Pugno, due sindacalisti speciali, che accolgono la spinta nuova. E sostengono dentro tutta la Cgil il mutamento necessario. «Quando c’è la prima assemblea nazionale dei metalmeccanici per impostare il rinnovo del contratto, a Milano, dove tradizionalmente erano più avanti di noi, finalmente – racconta Franco – potemmo alzare la testa: Torino non era più la palla al piede, era diventata l’avanguardia».Sono i protagonisti stessi che testimoniano, quelli che allora avevano vent’anni e ora hanno i capelli già molto grigi. Comincia Cesare Cosi a dire cosa era l’arbitrio del capetto, che poteva decidere tutto: qualifica, trasferimento, vessazioni gratuite. 3000 capetti per 53.000 operai! Giampiero Carpo il suo primo sciopero lo fa per ottenere che il turno di notte fosse assegnato ogni 5 settimane e non ogni tre. Lui va alle scuole serali, e così incontra gli studenti, partecipa anche all’occupazione di palazzo Campana. Ma gli studenti di Torino la Fiat l’hanno scoperta dal ’67, quelli delle scuole medie hanno persino fatto un’inchiesta sui loro coetanei operai. Antonio Falcone nel riferire la sua esperienza non si trattiene dal dar voce all’amarezza: allora – dice – soffiava un vento di sinistra. Oggi se vuoi stare a sinistra devi remare, non ci sono più ideologie, puoi contare solo sulla tua forza. Ma se si lotta – conclude – viene la fiducia. È con la lotta che abbiamo cambiato la Fiat, perché all’inizio avevamo a che fare con una maestranza che se vedeva un capellone fischiava. E fischiarono anche alle donne, quando entrarono anche loro in fabbrica. Ma questo durò poco, perché anche le donne nella lotta acquistarono forza, anzi, dicevano che lì avevano ottenuto la libertà che in casa gli era negata.

Silvio Canapè veniva da Napoli. Mica vero che Torino ci accolse a braccia aperte, racconta. Ma dal sud, dicono quelli del nord, dalla fine dei ’60 arrivano giovani diversi da quelli di dieci anni prima, non sono più contadini analfabeti, sono stati a scuola. E poi ne arrivano anche dalla Germania, una seconda immigrazione. E ancora Corrado Montefalchesi, operaio manifesto, che in seguito diventò nostro consigliere regionale. Veniva dall’Umbria (oggi, dice, della mia regione non posso più essere orgoglioso); e poi parla della “nostra linea”, che fu più giusta, perché polemizzò con il sindacato, ma collaborando a costruire la straordinaria esperienza dei Consigli che Lotta Continua, molto presente a Torino, invece osteggiò.

Di Lotta Continua parla un suo militante illustre, in qualità di ex del collettivo studenti-operai: Giovanni De Luna, oggi storico autorevole. Dice Montefalchesi, tutto cambiò quando un dirigente del Pci (Renzi?), cui fu chiesto se stava con la Fiat o con gli operai, rispose: io sto con Marchionne. Mariangela Rosolen, invece, non era operaia, ma impiegata a Viale Marconi, la prima della categoria a ribellarsi e a scioperare. È stata anche deputata del Pci, adesso, mi dice, sono fuori da tutto. E poi dice la sua Gianni Marchetto, che da anni scrive un suo commentario politico che ricevo una volta alla settimana per e mail. Interviene anche Adriano Serafino: era segretario della Fim, che fu importante.

Viene data anche a me la parola, come manifesto, il solo intervento che non è né operaio né sindacalista né studentesco, né solo giornalistico. Una grande soddisfazione, di cui sono grata alla Fiom. (Ma se guardo al Manifesto Rivista dal ’69 e poi a lungo, un po’ ce lo siamo meritati: ci sono quasi esclusivamente cronache delle lotte operaie, (una su porto Torres firmata addirittura da Luigi Berlinguer), molte scritte dagli stessi operai. Un mio lunghissimo Rapporto sulla Fiat fu persino ripubblicato su Temps Moderns, la rivista di Sartre.

L’ITALIA FECE SCUOLA: perché qui la Fiom, e poi sebbene all’inizio reticente, anche la Cgil, pur fra incomprensioni reciproche e contrasti, raccolse la spinta che veniva dal movimento degli studenti e quindi dalla “nuova sinistra”, e ne veicolò molte delle innovazioni. A differenza della Cgt francese che respinse gli studenti chiamandoli “figli di papà”, senza capire che si trattava di nuovi soggetti sociali antagonisti, quelli che poi furono chiamati “intellettuali proletarizzati”. Per questo il nostro ’68 e poi il nostro ’69 durò quasi dieci anni.

L’operazione più manipolatrice che si è verificata in occasione di questi cinquantenari intrecciati è di avere separato le due esperienze, per cercare di ridurre l’una a uno stupido antiautoritarismo contro il papà all’antica e il prof troppo rigido, e l’altro a una mera qualsiasi vicenda sindacale. Iniziative come quella presa dalla Fiom di Torino rendono giustizia, grazie alla testimonianza dei protagonisti, alla storia. Grazie Fiom.

* Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

Nel 1970, nel pieno del movimento di lotta per la casa, intervistai un operaio che aveva fatto almeno cinque occupazioni, e ogni volta che lo avevano cacciato era tornato insieme agli altri a occupare. Una storia di dignità, combattività, coscienza. Poi, a microfono spento, aggiunse: ho una figlia brava a scuola ma non ho i mezzi per farla studiare; conosci qualcuno per farla entrare in un collegio o qualcosa del genere?

Non conoscevo nessuno che potesse aiutarlo, non potevo fare niente per loro, e non so se poi lui ha avuto la casa e lei un diploma. Ma questa storia non ha smesso di tornarmi in mente e di farmi capire qualche cosa dell’abisso in cui siamo precipitati. Per farla breve: per migliorare la propria vita e quella dei suoi cari, l’operaio con cui parlavo stava, per così dire, puntando su due ruote.

Da un lato, la lotta collettiva, la solidarietà, il cambiamento dei rapporti di potere. Dall’altro, la soluzione individuale attraverso il più simbolico degli strumenti della subalternità e della dipendenza dai potenti, la raccomandazione. Se non ce la faceva insieme con tutti gli altri, non restava che provare a farcela da solo.
Saltiamo di mezzo secolo, a Terni, Umbria, 2014. Un durissimo sciopero di tre mesi contro i licenziamenti alle acciaierie ThyssenKrupp si risolve infine quando quattrocento operai, uno per uno, accettano di dimettersi “volontariamente” in cambio di una buonuscita di qualche decina di migliaia di euro. Molti lo fanno con sofferenza (lo racconta un bellissimo romanzo, Inox, di Eugenio Rampi, ex operaio TK), ma hanno la convinzione di non avere scelta. Hanno preso parte alla lotta collettiva, non ce l’hanno fatta, non ci credono più – non per ideologia, credo, ma perché troppe volte è andata male.

Non sarà un caso se quindici anni di lotte cominciate con l’epico sciopero generale del 2004 in questa città storicamente rossa si concludono con la destra al 57% e la Lega vicina al 40% e la fabbrica sempre più ridimensionata e isolata. Devono cavarsela da soli.

La filmmaker ternana Greca Campus ha intitolato un film su queste vicende Lotta senza classe. Qui sta il punto. Da un lato, i rapporti di potere: da almeno due o tre generazioni, le lotte collettive non la spuntano contro il potere invisibile e ferreo del capitale finanziario e della globalizzazione, e le trasformazioni nel modo di produzione sottraggono le basi materiali dell’identità di classe. Dall’altro, l’offensiva ideologica: la classe non esiste, l’unica solidarietà è la beneficenza, non esiste la società ma solo gli individui (Mrs. Thatcher), bisogna farsi “imprenditori di se stessi” come dicevano negli anni’80, il “merito” individuale è la sola misura dell’umanità, la classe retrocede a folla.

E’ la lezione che ripete ancora il liberalismo clintoniano e renziano e che culmina con “uno vale uno” dei cinque stelle (con la patetica parodia Pd del “tu vali tu”).

E’ diventato senso comune, peraltro falso e bugiardo, perché in una società sempre più diseguale è sempre meno vero che uno è uguale a uno. Uno significa semplicemente sei solo, siamo davvero una folla solitaria, in cui sono molto flebili e sempre meno convinte le voci che provano a ricordarci che noi insieme valiamo più della somma dei nostri uno.

Un tempo lo sapevamo. C’è un episodio epico nella storia di Terni, la grande rivolta popolare del 1953 contro i tremila licenziamenti alle acciaierie. A quel tempo, una canzone del poeta operaio Dante Bartolini trasformava la lotta difensiva in una speranza di futuro: “Non è lontana la grande vittoria”, cantava: “lavoratori avanti così”. Già nel 2004 mi accorgevo che le forme della lotta erano le stesse, a volte anche più dure, ma la visione del futuro era scomparsa, la nuova generazione operaia non lottava per liberarsi e andare avanti ma per non andare indietro e non affondare.

Delle due alternative su cui puntava il mio compagno operaio romano, ne resta a portata di mano una sola. Perciò mi addolora ma non mi sorprende vedere che, scomparsa la speranza di liberarsi tutti insieme, chi ha paura di affondare si abbandona subalterno all’affido ai potenti e indirizza le proprie frustrazioni verso capri espiatori alternativi.

Il sogno del sol dell’avvenire è dissolto e insozzato e non siamo stati capaci di sognarne un altro. Dice Bruce Springsteen: “Che ne è di un sogno che non si avvera? Diventa una bugia, una maledizione – o qualcosa di peggio?” Appunto.

* Fonte: Alessandro Portelli, il manifesto

VENEZIA. Un film pulsante di vita pur nelle sue desolate inquadrature deserte Il Pianeta in mare di Andrea Segre dove il Petrolchimico di Marghera fa sentire la sua presenza nel ricordo degli anni produttivi e in quelli delle lotte, importante testimonianza delle trasformazioni economiche e sociali avvenute nel corso del tempo. Alle bellissime riprese si alternano emozionanti materiali dell’Istituto Luce che testimoniano tutta la vitalità e le speranze di un’epoca. Restano gli slogan sui manifesti alle pareti nella sala riunioni (ottenuta come diritto di assemblea retribuita con i contratti collettivi del 1969) dove i delegati discutevano con la base e preparavano le piattaforme. «Via il governo Andreotti» si legge. Quella sala riunioni deserta, rimasta immutata con i suoi manifesti alle pareti e le file di sedie è uno dei tanti momenti drammatici del documentario, dove si svolge uno dei tanti dialoghi a due – quasi in formazione dialettica – posizionati a sintetizzare la condizione operaia. Uno racconta i bei tempi delle lotte, mentre l’altro ascolta passivamente, forse scettico. Il futuro per tutti e due è una barchetta con cui andare a pescare, magari a Iesolo, non certo in quelle acque avvelenate, quando sarà il momento della pensione.

DUE IMPIEGATI delle aziende telematiche parlano il linguaggio dei manager, valigette, aerei e bonus. Altri due ex operai dragano il fondo del mare alla ricerca di vermi da pesca in una melma nera di agenti chimici. La cuoca dell’unica trattoria rimasta, un tempo piena di avventori, operai e camionisti, continua a fare la sua cucina a prezzi modici e ricorda con nostalgia l’affollamento dei vecchi tempi. Il mostro morente invade lo schermo con i suoi lamenti di lamiere contorte e azzannate dalle pale demolitrici, in giganteschi locali deserti dove si aggirano ancora alcuni personaggi. Due impiegati in pensione tornano sulle loro tracce a ritrovare i vecchi gesti, scrivanie e postazioni e perfino delle cassette di musica del ’76 lasciate lì. Tutto è rimasto come un tempo, come dopo una catastrofe nucleare, come i quaderni e le tazze lasciate per terra nei documentari di Chernobyl: qui è passata la delocalizzazione, la smobilitazione e quello che resta venti anni dopo è archeologia industriale. Nei cantieri-mostri si costruiscono ora altri mostri, le grandi navi da crociera con venti ponti e anche qui si lavora al risparmio: un saldatore solitario ripreso in campo lungo e un gruista, mostrano dall’alto il desolato paesaggio circostante dove non si vede anima viva, ma i cormorani, i fagiani e una lepre che corre da un cespuglio all’altro.

VEDIAMO gli operai che passavano il Natale sulla torretta occupata («gli operai non mollano») nelle cronache Luce, ma i nuovi operai delle navi di Marghera non sono più quelli che sulla gru bloccavano il cantiere per gestire lo sciopero, sono i bangladini che si accontentano di bassi salari da dividere con la famiglia lontana o i romeni che sognano di «scappare da quell’incubo» e tornare a casa, ma non si può. «Costiamo poco, lavoriamo bene», dicono. È una descrizione precisa non solo di Marghera oggi, ma di tanta parte dell’industria italiana e da Taranto ai cantieri navali di Genova, alla Fiat. I grandi poli industriali hanno ceduto il passo a occhiali e prosecco, scarpe e pasta, si chiama riorganizzazione. «Gianfranco Bettin ha guidato il lavoro di ricerca, dice Andrea Segre e poi realizzare il film è stato possibile quando sono stati dati i permessi per girare nei luoghi dove prima non si poteva entrare se non si era lavoratori portuali. Volevo che nel film ci fossero persone che si chiedessero ’cosa farò domani?’, persone legate a Marghera e ad altri poli industriali, pieni un tempo di lavoro e oggi di ferite». E i lavoratori che hanno preso parte al film dichiarano di essere interessati a fare in modo che la loro esperienza resti nella memoria collettiva.

UN LUNGO elenco di permessi concessi da Eni, smaltimento, porti mercantili, autorità portuali, navi portacontainer e navi crociere, si sono potute fare quelle riprese «esteticamente così eccitanti» come le ha definite giustamente il regista. Il futuro di Marghera? Bettin risponde che dopo quelle epiche lotte oggi la solitudine in cui si trovano i lavoratori fanno sì che il tema del lavoro sia riportato in primo piano. «Il piano Vega (il parco scientifico tecnologico) è stato un tentativo che ha avuto diverse difficoltà, tra sfide perse e altre in corso. La mia impressione è che manchi una volontà progettuale. È interessante per la sostenibilità l’esperimento in corso della raffineria Eni, ma c’è poca chiarezza progettuale in altre aziende presenti, quello che si sente è che non c’è voglia di discutere insieme per reinventare un futuro tra industria e ambiente». «Il Pianeta in mare» arriverà nelle sale con ZaLab distribuzione.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

Cinque operai Fca di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati per avere messo in scena un suicidio in effige dell’ex a.d. Marchionne, rappresentandone provocatoriamente il pentimento per le condizioni a cui sottoponeva la sua classe operaia.

La dimostrazione dei lavoratori intendeva protestare ed esprimere solidarietà a loro colleghi che si erano suicidati o avevano tentato di farlo portati a tale drammatico gesto dal duro stress fisico e psicologico generato dallo status del lavoro in quell’azienda. In particolare, nei giorni a ridosso della protesta, un’operaia della fabbrica si era appena suicidata in una situazione tragica. I cinque operai responsabili dell’happening provocatorio sono stati licenziati per aver danneggiato l’immagine della Società. Il grande magnate Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo ha dichiarato che la lotta di classe è una realtà fattuale e ha soggiunto: “ e la mia classe l’ha vinta!”.

Dunque grazie a un potentissimo capitalista, anche chi non ha una formazione marxista o chi non ha mai voluto riconoscere l’esistenza della lotta fra capitale e lavoro può ora riconoscere che non si tratta di una chimera ma di una incontrovertibile realtà. Ora, chi sta della parte dei padroni o – per essere più precisi del finanz-capitalismo ( Luciano Gallino) – ha motivo per esprimere un incondizionato tripudio? A mio parere chiunque sia dotato di un pur minimo tasso di Intelligenza non dovrebbe trarre motivo di sconcia soddisfazione dalla temporanea sconfitta della classe operaia. Lo testimonia il fatto che i nostri cinque operai della FCA di Pomigliano d’Arco hanno deciso di fare ricorso alla Corte europea dei diritti, non per essere riassunti, come era pur lecito aspettarsi, ma per difendere il diritto di ciascuno alla libertà di opinione e di manifestazione delle proprie idee.

Tutti coloro che non hanno mai capito la classe operaia, che ne hanno ignorato la cultura, la sensibilità sociale, che hanno calunniato le sue richieste di diritti, che hanno osteggiato le sue lotte si chiedano per una volta perché cinque operai licenziati con tutte le difficoltà pratiche e umane che devono affrontare decidono di rivolgersi alla corte dei diritti d’Europa per perorare un diritto di tutti? Per una sola ragione: la classe operaia è stata ed è l’unica classe portatrice, in quanto tale, di valori universali.

Mentre la classe che ha vinto, quella dei Warren Buffet, lo ha fatto per se stessa, per un pugno di privilegiati smisuratamente ricchi al fine di renderli ancora più ricchi, anche al prezzo di calpestare quella classe media che ha ingenuamente creduto nei benefici del liberismo e della sua forma patologica, la metastasi iperliberista, la classe operaia ha lottato per la giustizia sociale, per la democrazia. A misura che gli operai si muovevano verso l’emancipazione dallo sfruttamento bestiale, dalla condizione del lavoro servile, l’intera società beneficiava in termini di democrazia di crescita civile e di diffusione dei saperi critici. Le famiglie operaie hanno fatto sacrifici perchè i loro figli, le generazioni future potessero studiare e migliorare le proprie condizioni di esistenza al fine di edificare una società migliore per tutti.

Ma le minoranze del privilegio e del potere hanno messo in campo ogni mezzo possibile per impedire che i lavoratori assumessero la leadership politica e culturale. Ben sapendo che la cultura e l’etica del lavoro sarebbero state incompatibili con il parassitismo di chi accumula il proprio potere con gli strumenti della speculazione, della corruzione, pervertendo il senso dei valori istitutivi di una democrazia degna di questo nome.

Questo processo di svalorizzazione del lavoro e della sua cultura favorito dal marasma mediatico impegnato a glorificare la vanità del consumo è arrivata a far credere che il lavoro sia un residuato di un tempo decaduto. Non è così, nel mondo gli operai sono milioni e milioni e il loro ruolo è tutt’altro che irrilevante. Il mondo ha bisogno di loro per non precipitare nell’insensatezza. E per questa ragione dobbiamo sostenere i cinque operai di Pomigliano d’Arco.

* Fonte: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

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