Lotte operaie

Una svolta radicale che rinnovò il sindacato e raccolse la spinta del movimento degli studenti

TORINO. L’assemblea si è aperta con la commemorazione del compagno Norcia, mancato proprio due giorni fa. Norcia non era uno qualsiasi, per tante ragioni: cominciò con l’imporre ai sindacalisti piemontesi di parlare in italiano, visto che ormai il grosso degli operai Fiat era meridionale e il loro dialetto non lo capivano. Ma poi divenne ben più celebre perché nel drammatico 1980, quando la Fiat aveva annunciato la messa in cassa integrazione di migliaia di operai e il segretario del Pci era venuto a Mirafiori a dare solidarietà, lui, arrampicato su un pilone, gli aveva gridato: «Compagno Berlinguer, e se noi occupiamo la fabbrica, che farà il Pci?». La risposta è famosa: «Staremo con voi». Un annuncio che scandalizzò non solo i ben pensanti, ma anche molti dei fautori delle successive reincarnazioni vegetali del Pci.

Giorgio Airaudo presenta un libro preparato per l’occasione, si chiama semplicemente Torino ‘69 (ed. Laterza), autori Salvatore Tropea, Ettore Boffano, ma soprattutto le foto di Mauro Vallinotto: Torino come era allora, non solo la fabbrica, ma i treni che riportano i lavoratori alle periferie a fine turno, addormentati in piedi per la stanchezza, e le soffitte dove vivono le famiglie degli immigrati. Un volume prezioso: perché allora tutta la città viveva al ritmo della grande fabbrica, oggi quella identità è stata cancellata.

Mi sono emozionata, sul serio. E non solo per il ricordo di Norcia. Sono passati cinquant’anni, ma per chi ha vissuto l’esperienza di quella stagione alla porta numero 2 di Mirafiori, quando Torino era diventata per la nuova sinistra la Mecca cui non si poteva non fare riferimento, e infatti arrivavano in pellegrinaggio ragazzi non solo da tutta Italia ma anche dall’estero, è difficile non commuoversi ritrovandone i protagonisti, gli straordinari operai che imposero una svolta radicale.

SIAMO NELLA GRANDE sala della Camera del lavoro, presenti circa 500 delegati del Piemonte, quelli che allora non erano nemmeno nati, ma che comunque non sono, neppure loro, più giovanissimi: di assunti negli ultimi anni ce ne sono ormai pochi. Un appuntamento dedicato alla memoria, che chi vorrebbe tener tutti chiusi nella gabbia del presente, cerca di cancellare.

Perché sopprimendo il passato si fa smarrire il senso stesso del tempo e del cambiamento, per cui non si riesce più nemmeno a immaginare che possa esserci un futuro diverso.

Il ricordo non è stato retorico, né parolaio: ognuno ha raccontato il proprio vissuto, in quel o quell’altro reparto, le sue fatiche e le sue rabbie per l’arbitrio totale dei 3.000 capetti che alla Fiat avevano il potere di importi quello che volevano; la felicità e l’orgoglio di quando quel potere si è riusciti a smantellarlo, trovando la forza di disubbidire tutti, di praticare l’obiettivo senza aspettare la sua legittimazione; la soddisfazione dei più giovani sindacalisti che avevano capito che le vecchie strutture di rappresentanza – le Commissioni interne – non potevano farcela e bisognava trovare forme più dirette, capaci di raccogliere l’energia della grande massa di operai nemmeno iscritti alla Fiom, tanti appena arrivati dal sud. E poi l’incontro con gli studenti, l’appoggio che ne è venuto e anche lo scontro, e però un confronto fantastico in quella straordinaria agorà che erano diventati i cancelli della fabbrica, dieci volantini diversi diffusi in contemporanea e capannelli e comizi volanti, mischiati alle grida degli ambulanti cresciuti attorno a quello che era diventato un vero suk. Perché tutti si fermavano, nessuno correva via isolato all’uscita del turno come tristemente accade ora, perché tutti volevano partecipare. È qui che l’operaio diventa protagonista. Prima invisibile, si impone in questa stagione all’immaginario collettivo, tanto che si riflette nel cinema (fra il ’70 e il ’75 una decina di film, non documentari, ma commedie, Monicelli lo fa impersonare da Tognazzi, l’attore più popolare) e nella canzone: Iannacci, De André…


L’APPUNTAMENTO
 è stato fissato lunedì 18 perché era il 18 novembre 1969 – lo racconta Paolo Franco, allora segretario della lega Mirafiori, quella storica di Viale Unione Sovietica – quando in risposta a 200 sospensioni della Fiat gli operai si riuniscono al palazzetto dello sport per “processare” l’azienda. Che si spaventa: perché già dal maggio era cominciata la rivolta, e il sindacato stesso è sorpreso che gli operai, molti nemmeno sindacalizzati, abbandonino in massa le linee. È l’inizio della svolta che via via produrrà una mobilitazione straordinaria, anticipando la vertenza per il contratto nazionale. È un autunno caldo che qui comincia a primavera. È maggio, infatti, quando cambia il modo di impostare le vertenze, non più – ricorda Paolo Franco – nella sede esterna, ma negli stessi reparti. Quella che sancisce la nascita storica dei delegati dei gruppi omogenei viene contrattata sulle scale dietro il dancing Bambi, subito eletti 56 più altrettanti sostituti, l’embrione di quello che diventerà il “consiglione” Fiat. Racconta del timore che i segretari della Fiom e della Camera del lavoro, che non sono lì e non sono informati di questo mutamento della rappresentanza che diventa diretta e non più mediata dalle Commissioni Interne, si arrabbino per questa scelta non discussa. Ma a Torino segretari sono Paci e Pugno, due sindacalisti speciali, che accolgono la spinta nuova. E sostengono dentro tutta la Cgil il mutamento necessario. «Quando c’è la prima assemblea nazionale dei metalmeccanici per impostare il rinnovo del contratto, a Milano, dove tradizionalmente erano più avanti di noi, finalmente – racconta Franco – potemmo alzare la testa: Torino non era più la palla al piede, era diventata l’avanguardia».Sono i protagonisti stessi che testimoniano, quelli che allora avevano vent’anni e ora hanno i capelli già molto grigi. Comincia Cesare Cosi a dire cosa era l’arbitrio del capetto, che poteva decidere tutto: qualifica, trasferimento, vessazioni gratuite. 3000 capetti per 53.000 operai! Giampiero Carpo il suo primo sciopero lo fa per ottenere che il turno di notte fosse assegnato ogni 5 settimane e non ogni tre. Lui va alle scuole serali, e così incontra gli studenti, partecipa anche all’occupazione di palazzo Campana. Ma gli studenti di Torino la Fiat l’hanno scoperta dal ’67, quelli delle scuole medie hanno persino fatto un’inchiesta sui loro coetanei operai. Antonio Falcone nel riferire la sua esperienza non si trattiene dal dar voce all’amarezza: allora – dice – soffiava un vento di sinistra. Oggi se vuoi stare a sinistra devi remare, non ci sono più ideologie, puoi contare solo sulla tua forza. Ma se si lotta – conclude – viene la fiducia. È con la lotta che abbiamo cambiato la Fiat, perché all’inizio avevamo a che fare con una maestranza che se vedeva un capellone fischiava. E fischiarono anche alle donne, quando entrarono anche loro in fabbrica. Ma questo durò poco, perché anche le donne nella lotta acquistarono forza, anzi, dicevano che lì avevano ottenuto la libertà che in casa gli era negata.

Silvio Canapè veniva da Napoli. Mica vero che Torino ci accolse a braccia aperte, racconta. Ma dal sud, dicono quelli del nord, dalla fine dei ’60 arrivano giovani diversi da quelli di dieci anni prima, non sono più contadini analfabeti, sono stati a scuola. E poi ne arrivano anche dalla Germania, una seconda immigrazione. E ancora Corrado Montefalchesi, operaio manifesto, che in seguito diventò nostro consigliere regionale. Veniva dall’Umbria (oggi, dice, della mia regione non posso più essere orgoglioso); e poi parla della “nostra linea”, che fu più giusta, perché polemizzò con il sindacato, ma collaborando a costruire la straordinaria esperienza dei Consigli che Lotta Continua, molto presente a Torino, invece osteggiò.

Di Lotta Continua parla un suo militante illustre, in qualità di ex del collettivo studenti-operai: Giovanni De Luna, oggi storico autorevole. Dice Montefalchesi, tutto cambiò quando un dirigente del Pci (Renzi?), cui fu chiesto se stava con la Fiat o con gli operai, rispose: io sto con Marchionne. Mariangela Rosolen, invece, non era operaia, ma impiegata a Viale Marconi, la prima della categoria a ribellarsi e a scioperare. È stata anche deputata del Pci, adesso, mi dice, sono fuori da tutto. E poi dice la sua Gianni Marchetto, che da anni scrive un suo commentario politico che ricevo una volta alla settimana per e mail. Interviene anche Adriano Serafino: era segretario della Fim, che fu importante.

Viene data anche a me la parola, come manifesto, il solo intervento che non è né operaio né sindacalista né studentesco, né solo giornalistico. Una grande soddisfazione, di cui sono grata alla Fiom. (Ma se guardo al Manifesto Rivista dal ’69 e poi a lungo, un po’ ce lo siamo meritati: ci sono quasi esclusivamente cronache delle lotte operaie, (una su porto Torres firmata addirittura da Luigi Berlinguer), molte scritte dagli stessi operai. Un mio lunghissimo Rapporto sulla Fiat fu persino ripubblicato su Temps Moderns, la rivista di Sartre.

L’ITALIA FECE SCUOLA: perché qui la Fiom, e poi sebbene all’inizio reticente, anche la Cgil, pur fra incomprensioni reciproche e contrasti, raccolse la spinta che veniva dal movimento degli studenti e quindi dalla “nuova sinistra”, e ne veicolò molte delle innovazioni. A differenza della Cgt francese che respinse gli studenti chiamandoli “figli di papà”, senza capire che si trattava di nuovi soggetti sociali antagonisti, quelli che poi furono chiamati “intellettuali proletarizzati”. Per questo il nostro ’68 e poi il nostro ’69 durò quasi dieci anni.

L’operazione più manipolatrice che si è verificata in occasione di questi cinquantenari intrecciati è di avere separato le due esperienze, per cercare di ridurre l’una a uno stupido antiautoritarismo contro il papà all’antica e il prof troppo rigido, e l’altro a una mera qualsiasi vicenda sindacale. Iniziative come quella presa dalla Fiom di Torino rendono giustizia, grazie alla testimonianza dei protagonisti, alla storia. Grazie Fiom.

* Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

Nel 1970, nel pieno del movimento di lotta per la casa, intervistai un operaio che aveva fatto almeno cinque occupazioni, e ogni volta che lo avevano cacciato era tornato insieme agli altri a occupare. Una storia di dignità, combattività, coscienza. Poi, a microfono spento, aggiunse: ho una figlia brava a scuola ma non ho i mezzi per farla studiare; conosci qualcuno per farla entrare in un collegio o qualcosa del genere?

Non conoscevo nessuno che potesse aiutarlo, non potevo fare niente per loro, e non so se poi lui ha avuto la casa e lei un diploma. Ma questa storia non ha smesso di tornarmi in mente e di farmi capire qualche cosa dell’abisso in cui siamo precipitati. Per farla breve: per migliorare la propria vita e quella dei suoi cari, l’operaio con cui parlavo stava, per così dire, puntando su due ruote.

Da un lato, la lotta collettiva, la solidarietà, il cambiamento dei rapporti di potere. Dall’altro, la soluzione individuale attraverso il più simbolico degli strumenti della subalternità e della dipendenza dai potenti, la raccomandazione. Se non ce la faceva insieme con tutti gli altri, non restava che provare a farcela da solo.
Saltiamo di mezzo secolo, a Terni, Umbria, 2014. Un durissimo sciopero di tre mesi contro i licenziamenti alle acciaierie ThyssenKrupp si risolve infine quando quattrocento operai, uno per uno, accettano di dimettersi “volontariamente” in cambio di una buonuscita di qualche decina di migliaia di euro. Molti lo fanno con sofferenza (lo racconta un bellissimo romanzo, Inox, di Eugenio Rampi, ex operaio TK), ma hanno la convinzione di non avere scelta. Hanno preso parte alla lotta collettiva, non ce l’hanno fatta, non ci credono più – non per ideologia, credo, ma perché troppe volte è andata male.

Non sarà un caso se quindici anni di lotte cominciate con l’epico sciopero generale del 2004 in questa città storicamente rossa si concludono con la destra al 57% e la Lega vicina al 40% e la fabbrica sempre più ridimensionata e isolata. Devono cavarsela da soli.

La filmmaker ternana Greca Campus ha intitolato un film su queste vicende Lotta senza classe. Qui sta il punto. Da un lato, i rapporti di potere: da almeno due o tre generazioni, le lotte collettive non la spuntano contro il potere invisibile e ferreo del capitale finanziario e della globalizzazione, e le trasformazioni nel modo di produzione sottraggono le basi materiali dell’identità di classe. Dall’altro, l’offensiva ideologica: la classe non esiste, l’unica solidarietà è la beneficenza, non esiste la società ma solo gli individui (Mrs. Thatcher), bisogna farsi “imprenditori di se stessi” come dicevano negli anni’80, il “merito” individuale è la sola misura dell’umanità, la classe retrocede a folla.

E’ la lezione che ripete ancora il liberalismo clintoniano e renziano e che culmina con “uno vale uno” dei cinque stelle (con la patetica parodia Pd del “tu vali tu”).

E’ diventato senso comune, peraltro falso e bugiardo, perché in una società sempre più diseguale è sempre meno vero che uno è uguale a uno. Uno significa semplicemente sei solo, siamo davvero una folla solitaria, in cui sono molto flebili e sempre meno convinte le voci che provano a ricordarci che noi insieme valiamo più della somma dei nostri uno.

Un tempo lo sapevamo. C’è un episodio epico nella storia di Terni, la grande rivolta popolare del 1953 contro i tremila licenziamenti alle acciaierie. A quel tempo, una canzone del poeta operaio Dante Bartolini trasformava la lotta difensiva in una speranza di futuro: “Non è lontana la grande vittoria”, cantava: “lavoratori avanti così”. Già nel 2004 mi accorgevo che le forme della lotta erano le stesse, a volte anche più dure, ma la visione del futuro era scomparsa, la nuova generazione operaia non lottava per liberarsi e andare avanti ma per non andare indietro e non affondare.

Delle due alternative su cui puntava il mio compagno operaio romano, ne resta a portata di mano una sola. Perciò mi addolora ma non mi sorprende vedere che, scomparsa la speranza di liberarsi tutti insieme, chi ha paura di affondare si abbandona subalterno all’affido ai potenti e indirizza le proprie frustrazioni verso capri espiatori alternativi.

Il sogno del sol dell’avvenire è dissolto e insozzato e non siamo stati capaci di sognarne un altro. Dice Bruce Springsteen: “Che ne è di un sogno che non si avvera? Diventa una bugia, una maledizione – o qualcosa di peggio?” Appunto.

* Fonte: Alessandro Portelli, il manifesto

VENEZIA. Un film pulsante di vita pur nelle sue desolate inquadrature deserte Il Pianeta in mare di Andrea Segre dove il Petrolchimico di Marghera fa sentire la sua presenza nel ricordo degli anni produttivi e in quelli delle lotte, importante testimonianza delle trasformazioni economiche e sociali avvenute nel corso del tempo. Alle bellissime riprese si alternano emozionanti materiali dell’Istituto Luce che testimoniano tutta la vitalità e le speranze di un’epoca. Restano gli slogan sui manifesti alle pareti nella sala riunioni (ottenuta come diritto di assemblea retribuita con i contratti collettivi del 1969) dove i delegati discutevano con la base e preparavano le piattaforme. «Via il governo Andreotti» si legge. Quella sala riunioni deserta, rimasta immutata con i suoi manifesti alle pareti e le file di sedie è uno dei tanti momenti drammatici del documentario, dove si svolge uno dei tanti dialoghi a due – quasi in formazione dialettica – posizionati a sintetizzare la condizione operaia. Uno racconta i bei tempi delle lotte, mentre l’altro ascolta passivamente, forse scettico. Il futuro per tutti e due è una barchetta con cui andare a pescare, magari a Iesolo, non certo in quelle acque avvelenate, quando sarà il momento della pensione.

DUE IMPIEGATI delle aziende telematiche parlano il linguaggio dei manager, valigette, aerei e bonus. Altri due ex operai dragano il fondo del mare alla ricerca di vermi da pesca in una melma nera di agenti chimici. La cuoca dell’unica trattoria rimasta, un tempo piena di avventori, operai e camionisti, continua a fare la sua cucina a prezzi modici e ricorda con nostalgia l’affollamento dei vecchi tempi. Il mostro morente invade lo schermo con i suoi lamenti di lamiere contorte e azzannate dalle pale demolitrici, in giganteschi locali deserti dove si aggirano ancora alcuni personaggi. Due impiegati in pensione tornano sulle loro tracce a ritrovare i vecchi gesti, scrivanie e postazioni e perfino delle cassette di musica del ’76 lasciate lì. Tutto è rimasto come un tempo, come dopo una catastrofe nucleare, come i quaderni e le tazze lasciate per terra nei documentari di Chernobyl: qui è passata la delocalizzazione, la smobilitazione e quello che resta venti anni dopo è archeologia industriale. Nei cantieri-mostri si costruiscono ora altri mostri, le grandi navi da crociera con venti ponti e anche qui si lavora al risparmio: un saldatore solitario ripreso in campo lungo e un gruista, mostrano dall’alto il desolato paesaggio circostante dove non si vede anima viva, ma i cormorani, i fagiani e una lepre che corre da un cespuglio all’altro.

VEDIAMO gli operai che passavano il Natale sulla torretta occupata («gli operai non mollano») nelle cronache Luce, ma i nuovi operai delle navi di Marghera non sono più quelli che sulla gru bloccavano il cantiere per gestire lo sciopero, sono i bangladini che si accontentano di bassi salari da dividere con la famiglia lontana o i romeni che sognano di «scappare da quell’incubo» e tornare a casa, ma non si può. «Costiamo poco, lavoriamo bene», dicono. È una descrizione precisa non solo di Marghera oggi, ma di tanta parte dell’industria italiana e da Taranto ai cantieri navali di Genova, alla Fiat. I grandi poli industriali hanno ceduto il passo a occhiali e prosecco, scarpe e pasta, si chiama riorganizzazione. «Gianfranco Bettin ha guidato il lavoro di ricerca, dice Andrea Segre e poi realizzare il film è stato possibile quando sono stati dati i permessi per girare nei luoghi dove prima non si poteva entrare se non si era lavoratori portuali. Volevo che nel film ci fossero persone che si chiedessero ’cosa farò domani?’, persone legate a Marghera e ad altri poli industriali, pieni un tempo di lavoro e oggi di ferite». E i lavoratori che hanno preso parte al film dichiarano di essere interessati a fare in modo che la loro esperienza resti nella memoria collettiva.

UN LUNGO elenco di permessi concessi da Eni, smaltimento, porti mercantili, autorità portuali, navi portacontainer e navi crociere, si sono potute fare quelle riprese «esteticamente così eccitanti» come le ha definite giustamente il regista. Il futuro di Marghera? Bettin risponde che dopo quelle epiche lotte oggi la solitudine in cui si trovano i lavoratori fanno sì che il tema del lavoro sia riportato in primo piano. «Il piano Vega (il parco scientifico tecnologico) è stato un tentativo che ha avuto diverse difficoltà, tra sfide perse e altre in corso. La mia impressione è che manchi una volontà progettuale. È interessante per la sostenibilità l’esperimento in corso della raffineria Eni, ma c’è poca chiarezza progettuale in altre aziende presenti, quello che si sente è che non c’è voglia di discutere insieme per reinventare un futuro tra industria e ambiente». «Il Pianeta in mare» arriverà nelle sale con ZaLab distribuzione.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

Cinque operai Fca di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati per avere messo in scena un suicidio in effige dell’ex a.d. Marchionne, rappresentandone provocatoriamente il pentimento per le condizioni a cui sottoponeva la sua classe operaia.

La dimostrazione dei lavoratori intendeva protestare ed esprimere solidarietà a loro colleghi che si erano suicidati o avevano tentato di farlo portati a tale drammatico gesto dal duro stress fisico e psicologico generato dallo status del lavoro in quell’azienda. In particolare, nei giorni a ridosso della protesta, un’operaia della fabbrica si era appena suicidata in una situazione tragica. I cinque operai responsabili dell’happening provocatorio sono stati licenziati per aver danneggiato l’immagine della Società. Il grande magnate Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo ha dichiarato che la lotta di classe è una realtà fattuale e ha soggiunto: “ e la mia classe l’ha vinta!”.

Dunque grazie a un potentissimo capitalista, anche chi non ha una formazione marxista o chi non ha mai voluto riconoscere l’esistenza della lotta fra capitale e lavoro può ora riconoscere che non si tratta di una chimera ma di una incontrovertibile realtà. Ora, chi sta della parte dei padroni o – per essere più precisi del finanz-capitalismo ( Luciano Gallino) – ha motivo per esprimere un incondizionato tripudio? A mio parere chiunque sia dotato di un pur minimo tasso di Intelligenza non dovrebbe trarre motivo di sconcia soddisfazione dalla temporanea sconfitta della classe operaia. Lo testimonia il fatto che i nostri cinque operai della FCA di Pomigliano d’Arco hanno deciso di fare ricorso alla Corte europea dei diritti, non per essere riassunti, come era pur lecito aspettarsi, ma per difendere il diritto di ciascuno alla libertà di opinione e di manifestazione delle proprie idee.

Tutti coloro che non hanno mai capito la classe operaia, che ne hanno ignorato la cultura, la sensibilità sociale, che hanno calunniato le sue richieste di diritti, che hanno osteggiato le sue lotte si chiedano per una volta perché cinque operai licenziati con tutte le difficoltà pratiche e umane che devono affrontare decidono di rivolgersi alla corte dei diritti d’Europa per perorare un diritto di tutti? Per una sola ragione: la classe operaia è stata ed è l’unica classe portatrice, in quanto tale, di valori universali.

Mentre la classe che ha vinto, quella dei Warren Buffet, lo ha fatto per se stessa, per un pugno di privilegiati smisuratamente ricchi al fine di renderli ancora più ricchi, anche al prezzo di calpestare quella classe media che ha ingenuamente creduto nei benefici del liberismo e della sua forma patologica, la metastasi iperliberista, la classe operaia ha lottato per la giustizia sociale, per la democrazia. A misura che gli operai si muovevano verso l’emancipazione dallo sfruttamento bestiale, dalla condizione del lavoro servile, l’intera società beneficiava in termini di democrazia di crescita civile e di diffusione dei saperi critici. Le famiglie operaie hanno fatto sacrifici perchè i loro figli, le generazioni future potessero studiare e migliorare le proprie condizioni di esistenza al fine di edificare una società migliore per tutti.

Ma le minoranze del privilegio e del potere hanno messo in campo ogni mezzo possibile per impedire che i lavoratori assumessero la leadership politica e culturale. Ben sapendo che la cultura e l’etica del lavoro sarebbero state incompatibili con il parassitismo di chi accumula il proprio potere con gli strumenti della speculazione, della corruzione, pervertendo il senso dei valori istitutivi di una democrazia degna di questo nome.

Questo processo di svalorizzazione del lavoro e della sua cultura favorito dal marasma mediatico impegnato a glorificare la vanità del consumo è arrivata a far credere che il lavoro sia un residuato di un tempo decaduto. Non è così, nel mondo gli operai sono milioni e milioni e il loro ruolo è tutt’altro che irrilevante. Il mondo ha bisogno di loro per non precipitare nell’insensatezza. E per questa ragione dobbiamo sostenere i cinque operai di Pomigliano d’Arco.

* Fonte: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

L’articolo di Erri De Luca che segue apre una nuova campagna contro l’obbligo di obbedienza, a difesa dei cinque licenziati di Pomigliano che culminerà il 30 settembre con un evento (convegno-spettacolo) al Maschio Angioino con la partecipazione del sindaco Luigi De Magistris, di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Franca Fornerio, Erri De Luca, Daniela Padoan, Paolo Maddalena, alcuni dei quali prenderanno parte allo spettacolo (oltre che al convegno) insieme ai cinque operai licenziati. Sarà un grande evento.

Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha stabilito l’obbligo di fedeltà dei dipendenti nei confronti del datore di lavoro, anche fuori del turno e del luogo. La sentenza riguarda cinque operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, che in appello avevano prevalso sull’azienda che li aveva licenziati.
L’obbligo di fedeltà spetta ai cani e alle altre specie animali addomesticate.
La specie umana si distingue per il conquistato diritto alla libertà di opera e parola.
La storia sacra narra l’esordio della coppia prototipo, piantata in un giardino del quale potevano disporre. Una sola pianta era esclusa dalla loro portata. Proprio da quella vanno a cogliere il frutto e che frutto: la conoscenza di bene e male.
La conoscenza: si spalancano i loro occhi, s’ingrandisce la loro facoltà di percepire, si accorgono di essere nudi. Nessuna specie vivente ha questa notizia. La coppia prototipo si è staccata dal resto delle creature, inaugurando le piste desertiche e inesplorate del libero arbitrio.
La loro libertà inizia dall’infedeltà non solo a un obbligo, ma al legislatore di quell’obbligo, la divinità in persona.
Alla Cassazione spetta l’ultima parola di un procedimento giudiziario. Vuole essere tombale e definitiva. Ma si sa che le lapidi mentono spesso. Perciò dissento. Questa sentenza della Cassazione va ridotta a penultima parola. L’obbligo di fedeltà di chiunque riporta indietro alla storia di un giardino, di una pianta proibita e di un ammutinamento.
Se quella coppia non avesse forzato l’obbligo di fedeltà, la specie umana starebbe ancora imbambolata e nuda nel giardino incantato dell’infanzia.
Sottolineo che l’iniziativa spettò alla donna. Lei osò l’impensabile, imitata da Adàm dopo aver visto che in seguito all’assaggio non era morta, anzi era più bella.
La coscienza civile di questo paese ha oggi il compito di cassare la Cassazione, sentenza del 6/6/2018.
Fuori dall’aula a porte chiuse di una corte, all’aria aperta delle piazze e delle assemblee si casserà l’obbligo di fedeltà, che va contro natura e civiltà.
Nella specie umana inalienabile è il diritto al dissenso, alla critica, allo spirito di contraddizione verso i poteri pubblici e privati. Ne siamo confermati dall’articolo 21 della Carta Costituzionale.
Aggiungo a conclusione del diritto della specie umana all’ammutinamento, che per me e per chi esercita quest’attività di pubblica parola si tratta anche di un dovere.

Per leggere e sottoscrivere l’appello “Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge”qui 

oppure inviare mail a: ellugio@tin.it

* Fonte: Erri De Luca, IL MANIFESTO

Sono ritornati. Gli operai. Sono loro la notizia del 20 aprile, anche se sui media mainstream bisogna cercarli col lanternino. Assenti nel portale di Repubblica. Invisibili su quello de La Stampa. Non pervenuti al Corriere della sera. Eppure le poche immagini filtrate in televisione mostrano cortei come non se ne vedevano da tempo, uomini e donne come fiumi in piena con l’energia, il passo, le grida e la determinazione – e anche l’unità – cui non eravamo più abituati.

Le notizie che arrivano dal reticolo di città in cui la protesta si è espressa, frammentate nell’informazione locale, parlano ovunque di un successo dello sciopero e della mobilitazione: 80% di adesioni a Bolzano (!), tre cortei nel padovano, 90% alle Acciaierie Valbruna a Vicenza, «adesione straordinaria» a Udine, punte del 100% a Cremona, 70% in Val d’Aosta più o meno come in Abruzzo, 90% a Messina, altrettanti nel casertano, «sciopero record» in Umbria…

«Oggi le fabbriche si sono svuotate, lo sciopero è riuscito, le piazze sono piene», ha detto Landini, presente alla manifestazione di Milano. Ed è così. Nella crisi italiana c’è un nuovo protagonista, finora silente e ora furente.

In gioco non c’è solo «un contratto». Una vertenza come tante altre. C’è «il Contratto». La sopravvivenza dell’istituto contrattuale nazionale come condizione di un necessario livello di unità del mondo del lavoro. E la questione del salario.

Due aspetti che hanno finito per fondersi di fronte alla pretesa padronale di “sfondare” l’istituto nazionale cancellandone di fatto la dinamica salariale a cominciare da quella relativa ai minimi e riservandola alla sola contrattazione aziendale.

Un’ ipotesi che non prevederebbe aumenti (caso unico nella storia sindacale italiana) se non per una minoranza di lavoratori (all’incirca un 5%), offrendo in cambio un set di servizi sostitutivi del welfare pubblico in smantellamento). Dunque un tentativo neppur mascherato di spallata e di divisione dei lavoratori, a cui le piazze hanno risposto con un simmetrico e contrario grado di unità che ha coinvolto ampie fasce di precariato e di giovani.

Ma c’è, in gioco, anche molto di più.

Ci sono le opposte strategie nel cuore della crisi, con il padronato determinato a perseguire pervicacemente la via catastrofica della compressione salariale, quella che ci ha precipitato nel buco nero in cui siamo, e l’opzione opposta che vede nell’incremento del reddito – in primo luogo da lavoro, e dunque del salario – la leva per una ripresa vera, alimentata da una altrettanto vera redistribuzione della ricchezza. Tertium non datur.

L’epifania operaia del 20 di aprile ci dice che provarci è possibile. Tanto più che il ritorno in campo dei metalmeccanici avviene in corrispondenza con l’inizio della raccolta di firme per i «referendum sociali», in primis quello contro il Jobs Act, che potranno costituire la porta d’ingresso della protesta e della resistenza «dal basso» sul terreno altrimenti blindato delle vicende istituzionali e della legislazione.

Se il milione e mezzo di metalmeccanici, e gli altri milioni di lavoratori che in questi mesi sono chiamati alla lotta per i rispettivi contratti sapranno dialogare e connettersi con i 13 milioni e oltre di «cittadini consapevoli» che sono andati ai seggi nonostante la dissuasione di Renzi e Napolitano e hanno votato sì; e se entrambi, almeno un po’, decideranno di frequentare i «banchetti» a cui affidare le proprie firme, allora davvero potremo, con l’ironia che la socialità vissuta assicura, sussurrare ogni volta che lo vedremo istrioneggiare in tv: #matteostaisereno…

lotte operaie

Il cinema è quello delle adunate tradizionali, al centro di Borgo San Paolo, cuore della Torino operaia di un tempo, l’Eliseo, e i suoi mille posti sono stipati di delegati della Fiom del Piemonte. Per l’occasione si proietta il film di un regista molto particolare: Paolo Perotti, operaio di Mirafiori dal 1969 che dall’interno e dall’esterno della fabbrica più grande d’Italia ne ha narrato con la cinepresa la storia di lotta, le vittorie straordinarie e anche la sconfitta storica del 1980.

Il film – che si chiama, significativamente “Senza chiedere permesso” – è un documento straordinario di una straordinaria stagione in cui i rapporti di forza con la Fiat furono piegati grazie all’unità e all’inventiva operaia. Nei cortei immensi e nei comizi improvvisati si riconoscono i volti dei nostri storici compagni: Usai, Furchì, tanti altri di quell’epoca vittoriosa. Più di un’ora di commozione che precede una tavola rotonda, una riflessione su ieri e su oggi: c’è Giorgio Airaudo, che quand’era segretario della Fiom di Torino è stato – si può dire – il produttore spirituale del film di Perotti, e ora è candidato sindaco della città per la lista “Torino in comune”; c’è Antonio Pizzinato, ex segretario generale della Cgil, che ripercorre i giorni difficilissimi dell’80, ripensando a errori e ragioni del sindacato in quella vicenda. Ci sono anche io a ricordare di quando le porte 1 e 2 di Mirafiori erano l’agorà della politica di sinistra e Torino la capitale del movimento, una mecca del pellegrinaggio di ogni militante. Nel film di Perotti sono tante le pagine del manifesto che figurano.

Ma l’assemblea è importante soprattutto per quello che dice Landini: sul che fare oggi. E’ in questa assemblea che il segretario della Fiom lancia la sfida importantissima su cui tutta la Cgil, ufficialmente, proprio ieri si è impegnata: dal 9 aprile inizierà la raccolta di firme per un progetto di legge di iniziativa popolare che propone un nuovo statuto dei lavoratori, questa volta con un art.18 per tutti, non solo per chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti, oramai non più molte. E, a supporto dell’iniziativa, ai gazebo in tutte le piazze d’Italia si registreranno anche le firme per tre referendum mirati all’abrogazione di altrettanti pezzi del Job Act: disciplina del voucher, norme sugli appalti e norme sui licenziamenti.

Landini ha parlato anche della battaglia per il rinnovo del contratto di categoria, anche questa una prova difficilissima e decisiva non solo per i metalmeccanici. «Siamo ad un passaggio in cui ci si gioca la contrattazione collettiva, un pilastro del modello sociale europeo», ha detto.

La sala è stracolma e combattiva, tantissime le donne. Anche se alla Fiat ci sono oramai solo 15 mila operai e non più 60 mila; anche se nei prossimi mesi i tantissimi che godono di ammortizzatori sociali resteranno via via senza tutela; anche se Torino annega in milioni di voucher che nascondono lavoro nero, nonostante tutto la Fiom è sempre la Fiom: sta in prima linea. La sua sfida ci riguarda tutti, i referendum non sono uno scherzo, come sappiamo.
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Per chi vuole il dvd di “Senza alcun permesso”, il film di Perotti, scrivere a Pier Milanese pier@cinefonie.it .Tel 0112767870

il trailer è visibile sul sito del film

Fieri, con­sa­pe­voli, guar­din­ghi. Due mesi dopo l’accordo che ha sal­vato la loro accia­ie­ria, i 2350 ope­rai dell’Ast di Terni stanno ancora com­bat­tendo. Inten­dia­moci, niente a che vedere con le man­ga­nel­late prese a Roma dalla poli­zia, i 34 giorni di scio­pero a oltranza (44 in tutto), il blocco dell’Autostrada del Sole, l’occupazione delle por­ti­ne­rie. È una bat­ta­glia più sot­tile ma altret­tanto impor­tante: quella per l’applicazione pre­cisa del testo dell’accordo. Per­ché tutti sono con­sci che la vit­to­ria sta nell’aver «dato un futuro all’acciaieria e per farlo serve che si torni al regime di pro­du­zione al più pre­sto, che gli inve­sti­menti pro­messi siano imple­men­tati in fretta e che, non potendo sosti­tuire i 300 che hanno accet­tato la mobi­lità volon­ta­ria, i cari­chi di lavoro siano distri­buiti in modo equo» spiega Ste­fano Gar­zu­glia, sem­pre in prima fila con il suo metro e novanta e la sua barba lunga in que­sti lun­ghi mesi di ver­tenza come dele­gato Rsu.

L’avversario in que­sto caso non è più il governo, la pro­prietà tede­sca o la “taglia­trice di teste” Lucia Mor­selli. Si tratta invece del diret­tore del per­so­nale Arturo Fer­rucci, l’uomo a cui è deman­dato il com­pito di defi­nire i famosi «orga­nici di inno­va­zione» per rilan­ciare la produzione.

La dimo­stra­zione pla­stica del cam­bio di ruolo si è avuta gio­vedì. L’ad Lucia Mor­selli ha incon­trato i sin­da­cati pro­vin­ciali riba­dendo l’impegno a tor­nare a pieno regime ad aprile, la con­ferma di un uffi­cio com­mer­ciale che gesti­sce gli acqui­sti e le ven­dite in auto­no­mia dalla pro­prietà tede­sca — con­di­zione per avere il con­trollo sui pro­dotti e garan­tire la pro­du­zione — in un incon­tro quasi gio­viale, lon­ta­nis­simo dalle ten­sioni della ver­tenza : «Ci dava ragione su tutto, tanto che alla fine mi sono chie­sto: ma dov’è la fre­ga­tura?», scherza il segre­ta­rio Fiom di Terni Clau­dio Cipolla. Nel frat­tempo però le Rsu con­trat­ta­vano con Fer­rucci la nuova orga­niz­za­zione del lavoro. «Siamo par­titi subito con un pro­blema sui numeri: per l’azienda quelli che hanno accet­tato la buo­nu­scita per mobi­lità volon­ta­ria sono 326 e non 300 – rac­conta Danilo Tonelli, altro Rsu Fiom — Que­sto signi­fica che per loro ci sono 26 ope­rai in meno e così i cari­chi di lavoro aumen­tano. Reparto per reparto vanno ridi­scussi i ruoli, le fun­zioni e que­sto ci pre­oc­cupa molto — con­ti­nua –Per esem­pio da me all’area a freddo alla linea 6 saremo sem­pre meno a gestire il carro, con la cer­tezza di non poter con­trol­lare tutto e met­tere a rischio le ope­ra­zioni e noi stessi. Ser­vi­reb­bero altre assun­zioni, ma figu­rati se Mor­selli le farà», osserva sar­ca­stico. Anche sulla pro­messa di tor­nare a pieno regime ad aprile, Danilo è poco con­vinto: «Ce lo augu­riamo tutti. Però ho molti dubbi che riu­sci­remo a tor­nare ai livelli di pro­du­zione di prima in così poco tempo».

L’altra bat­ta­glia è por­tata avanti degli ope­rai dell’indotto, quelli che hanno perso di più. Per la mag­gior parte delle loro ditte – a par­tire dall’Ilserv, la più grande che for­ni­sce dispa­rati ser­vizi all’interno delle accia­ie­rie con i suoi 300 dipen­denti — il mese di set­tem­bre sarà quello deci­sivo. I con­tratti di appalto che Mor­selli ha impo­sto di ridurre di almeno il 20% sono stati sem­pli­ce­mente pro­ro­gati di un anno. A set­tem­bre dovranno essere ridi­scussi e già «ci si pre­para a dover scen­dere in piazza per rispon­dere a nuovi ricatti», rac­conta Gian­franco. Nel frat­tempo la ristrut­tu­ra­zione pro­cede a cascata e da ini­zio feb­braio la Ilserv ha tolto il sub-appalto alla pic­cola Ise (9 dipen­denti, tra­sporto sco­rie fer­rose). Met­tendo a rischio i posti.

E così gli ope­rai — o almeno gli iscritti e i sim­pa­tiz­zanti della Fiom — si ritro­vano per la Festa del tes­se­ra­mento in una sera di inverno in un Pala­Tenda pieno, attento e coin­volto nell’ascoltare Mau­ri­zio Lan­dini e applau­dire il con­certo di Luca Bar­ba­rossa («Vec­chio amico della Fiom e di Mau­ri­zio») con la sua Social Band e le imi­ta­zioni di Andrea Per­roni. Sotto palco bal­lano i figli, i nipoti degli ope­rai e tutti si chie­dono: «Ma loro lavo­re­ranno all’acciaieria come noi, i nostri nonni e trisnonni?».

Nella pla­tea che man­gia le due por­chette cotte da un gruppo di dele­gati, con i ragazzi della scuola alber­ghiera a ser­vire ai tavoli come volon­tari, non ci sono però solo ope­rai. La città è ancora stretta alla sua accia­ie­ria, così i geni­tori, gli atti­vi­sti delle altre cate­go­rie Cgil, ma anche i com­mer­cianti e i pen­sio­nati festeg­giano «i nostri ope­rai d’acciaio che hanno pie­gato Mor­selli e i tedeschi».

C’è anche chi ha scelto di «pren­dere i soldi». Come Leo­nardo, 40enne senza dimo­strarlo che ha comun­que deciso di rima­nere in Fiom e ha già rin­no­vato la tes­sera — «7 euro al mese» – nono­stante tec­ni­ca­mente sia «un eso­dato». «Sono stato uno degli ultimi, di sicuro l’ultimo ope­raio». Gli 80 mila euro di incen­tivo all’esodo sban­die­rati da Mor­selli per ridurre il numero di esu­beri, ini­zial­mente fis­sati a quota 560, sono in realtà molto meno, al netto delle tasse.

«Il boni­fico è arri­vato il 29 gen­naio: 61mila 600 euro», riprende. Scelta «sof­ferta, molto sof­ferta». «Mi sono letto con atten­zione il testo dell’accordo e devo dire la verità: non ho tro­vato la cer­tezza del futuro. Mi auguro con tutto il cuore che tra dieci, vent’anni all’acciaieria lavo­rino tutti quelli che ci sono ora e anche molti di più. Ma lì non c’è scritto. Secondo me c’è il 50% di pos­si­bi­lità che accada. E allora ho deciso di pren­dere i soldi», rac­conta con la fac­cia tirata. «Ho scelto di rifarmi una vita. Mi sono dato 10 mesi per tro­vare qualcos’altro, qual­che idea ce l’ho. Ma una cosa la so: se i com­pa­gni dovranno tor­nare in piazza per difen­dere l’acciaieria, io sarò con loro. Come sem­pre con tutta la città».

Il senso di appar­te­nenza è rima­sto intatto. E non a caso la Fiom di Terni ha deciso di inti­to­lare il bel dvd cele­bra­tivo della lotta «La bat­ta­glia di una città» – rea­liz­zato con la coo­pe­ra­tiva Gali­leo e in ven­dita a Terni. Tren­ta­cin­que minuti che con­den­sano in imma­gini 4 anni, dal primo annun­cio del 6 mag­gio 2011 quando la Thys­sen comu­nicò «l’addio agli acciai spe­ciali» alla firma dell’accordo al mini­stero del 3 dicem­bre scorso con Mau­ri­zio Lan­dini e Rosa­rio Rappa sor­ri­denti, per chiu­dere con l’esito del refe­ren­dum del 16–18 dicem­bre, che con il 90% di par­te­ci­pa­zione e l’80% di «Sì» validò l’accordo, sulle note de La sto­ria siamo noi di De Gre­gori e la scritta «Non pie­ghe­rete i ragazzi d’acciaio».

Sul palco prima della cena, dopo l’introduzione di Clau­dio Cipolla e il rin­gra­zia­mento a Zoro (Diego Bian­chi) per le imma­gini che hanno «ripri­sti­nato la verità sui man­ga­nelli e le colpe della poli­zia», Lan­dini è voluto par­tire dalla parola «dignità» per spie­gare che cosa ha signi­fi­cato «la lotta e la vit­to­ria degli ope­rai di Terni». «Siamo qui sta­sera per sot­to­li­neare ancora una volta l’importanza della bat­ta­glia che è stata com­bat­tuta qui, una bat­ta­glia di carat­tere nazio­nale, che dimo­stra come la lotta dei lavo­ra­tori, quando que­sti sono uniti, paghi anche in tempi di crisi». «Aver fatto cam­biare idea alla Thys­sen­Krupp aver man­te­nuto i due forni, aver otte­nuto gli inve­sti­menti, sui quali oggi va tenuta alta l’attenzione – ha con­ti­nuato – è tutto frutto di quella lotta e nes­sun altro può appun­tarsi meda­glie al petto”, con espli­cito rife­ri­mento a Mat­teo Renzi, che ha citato Terni come crisi risolta dal governo, dimen­ti­can­dosi che “lo scio­pero ad oltranza è par­tito pro­prio dopo una pro­po­sta di com­pro­messo del governo che dava ragione all’azienda e che i lavo­ra­tori hanno subito contestato”.

La chiu­sura di Lan­dini, anche lui man­ga­nel­lato con gli ope­rai, ha voluto met­tere assieme “l’importanza di iscri­versi alla Fiom” e “il futuro della sini­stra”. «Oggi in Ita­lia arri­viamo al punto che qual­cuno pensa che dovremmo rin­gra­ziarlo se ci dà da lavo­rare, a qual­siasi con­di­zione – ha detto – Invece a Terni siete riu­sciti a difen­dere la dignità. Iscri­versi alla Fiom signi­fica pro­se­guire que­sta bat­ta­glia e por­tare avanti una lotta sociale in cui abbiamo biso­gno di allearci con tante altre espres­sioni sociali per ricon­qui­stare quello che la poli­tica ci ha tolto: i diritti del lavoro e una spe­ranza per una sini­stra che riporti le per­sone a votare».

La rivolta delle donne.Da tre giorni si sono auto-seppellite e rivendicano il lavoro Una sola riemerge per allattare il figlio neonato.“Siamo dure, resisteremo, stavolta non vogliamo solo promesse”

IGLESIAS . Si sono date un nome di battaglia uguale per tutte, “Maria”. Si presentano con il volto coperto e l’elmetto in testa, come fossero guerrigliere senza armi, e da tre giorni vivono barricate nel ventre scuro di una delle più antiche miniere di zinco della Sardegna, alle porte di Iglesias. Nel cuore del disastro post-industriale di quest’area un tempo produttiva, quarantamila disoccupati e cinquemila cassintegrati su centoventimila abitanti. «Ecco, entrate, state attenti, in miniera ci vuole cautela». Sedute su blocchi di polistirolo dentro la “Galleria Villamarina” di Monteponi, infinito cunicolo costruito a metà dell’Ottocento dove il vero nemico è l’umidità che s’infiltra nelle ossa, le “Marie del Sulcis” dicono che da qui sotto loro non usciranno. Né oggi, né domani, né chissà.
«Da sei mesi siamo senza stipendio, le nostre famiglie sono alla fame, abbiamo mariti disoccupati e in mobilità, resteremo in miniera fino a che non avremo certezze sui nostri posti di lavoro». Sono in trentasette, hanno dai ventotto ai sessant’anni, tutte dipendenti dell’”Igea”, il grande consorzio di bonifica delle aree minerarie finanziato e voluto dalla Regione Sardegna. Società in liquidazione che avrebbe dovuto salvare, riqualificare e rilanciare queste straordinarie aree di archeologia industriale, e invece oggi rischia di fermarsi per sempre, travolta da debiti, spese opache e cattiva gestione.
Assiepate dietro il grande portone di ferro della “Galleria Villamarina”, le “auto-carcerate” salutano attraverso la grata figli, mariti, padri e madri.
Mani che si stringono, baci, lacrime. Ma anche vita quotidiana: «Fai i compiti», «Ubbidisci a papà». Passano pasti caldi e vassoi di dolci, una giovane mamma esce per allattare il figlio di otto mesi e rientra, a pochi metri dalle sbarre il vescovo di Iglesias, monsignor Zedda, celebra all’aperto la messa della domenica, il coro canta l’Ave Maria, da dietro il passamontagna le occupanti della miniera leggono il libro di Isaia.
Dentro si sta sedute a cerchio, vicine, così il freddo sembra meno pungente. Un po’ più in là dove la Galleria si allarga c’è il “dormitorio”, coperte, sacchi a pelo, teli per fare da barriera all’umidità che gocciola dappertutto. «Ci siamo chiamate “Maria” per un fatto simbolico, perché qui stiamo occupando abusivamente e potremmo essere identificate e denunciate. Anche se — scherza Ornella, che invece dà il suo nome — tutti sanno chi siamo, visto che indossiamo caschi e giubbotti dell’Igea, ossia il nostro datore di lavoro». «Noi siamo forti, siamo dure, possiamo resistere a lungo, quello che ci tratteneva dal seppellirci qua sotto era il pensiero della famiglia. Ma di fronte al baratro, di fronte alle prese in giro dell’azienda e della Regione, abbiamo deciso di agire. Magari anche per sfatare il pregiudizio che le donne dentro le miniere portano sfortuna ».
C’è angoscia, ansia, fatica. Il Sulcis è oggi la regione più povera della Sardegna, alla disoccupazione si somma il disastro ambientale dei residui minerari e degli scarti dell’ormai ex polo industriale di Portovesme.
Le polveri micidiali dei famosi fanghi rossi.
«Attenta, c’è un topo dietro di te». Lo scherzo riesce subito e in quattro saltano su come molle dalla panca improvvisata, suscitando risate collettive. Ilaria: «Ogni tanto cerchiamo di scherzare, ci facciamo coraggio, qui dentro ormai c’è una situazione particolare, discutiamo, votiamo, poi cambiamo idea, rivotiamo… Poi la sera però giochiamo a carte, ci confidiamo, alcune di noi sono nonne, altre da poco madri, è la vita, ma oggi tirare avanti è durissimo». Si chiama complicità. Tra le donne nasce anche nelle situazioni più estreme. Elena: «Noi siamo il welfare italiano, per anni abbiamo supplito alle carenze dello Stato, adesso veniamo anche private della sopravvivenza. Per questo vorrei che una delle ministre che tanto parlano di maternità e famiglia, la Madia per esempio, che ha appena avuto un figlio, o la Guidi, venissero qui, scendessero in miniera per vedere cos’è la vita vera ». Arriva un altro vassoio di dolci. «Aiuto, basta, guardi che solidarietà, qui finisce che ingrassiamo, questi sono i nostri amaretti, sono speciali…».
Domani, martedì, i sindacati incontreranno a Cagliari l’assessore regionale al Lavoro. Ma le “Marie” non si fidano. «Questa volta non può finire come sempre, ci danno un’elemosina, uno o due stipendi, e poi non succede più nulla, anzi continuano a smantellare posti di lavoro. Noi vogliamo certezze. Diteci voi come si fa a vivere, se in una famiglia non c’è più nemmeno uno stipendio. Fa freddo, piove, è umido, ci sono i topi, ma noi restiamo qui. La miniera la conosciamo, non ci fa paura, le donne ci sono sempre state, facevano le cernitrici, un compito durissimo, dovevano dividere e lavare le pietre, nell’acqua gelida, a mani nude… Questo per dire che sappiamo resistere. Il lavoro è tutto».

La marcia degli “esuberi” Meridiana  © La Nuova Sardegna

Dalla Costa Sme­ralda al Sul­cis per difen­dere il lavoro. Non solo per scon­giu­rare altra cassa inte­gra­zione e altri licen­zia­menti, ma di più: per i diritti e il rispetto per la dignità delle per­sone; per dire che dalla crisi non si esce con il com­bi­nato dispo­sto di miopi poli­ti­che di bilan­cio e di bru­tale sot­to­mis­sione del lavoro. A que­sto serve «Unica», la mar­cia che venerdì è par­tita dal piaz­zale dell’aeroporto di Olbia e che ieri ha toc­cato Nuoro, per spo­starsi oggi Ottana domani nel Sul­cis e a Cagliari, davanti al palazzo della Regione Sardegna.

A orga­niz­zarla, insieme, i 1634 esu­beri di Meri­diana (piloti, assi­stenti di volo, tec­nici e ope­rai degli han­gar e ammi­ni­stra­tivi), i cas­sin­te­grati della Alcoa di Por­to­ve­sme, il Movi­mento dei pastori e il Col­let­tivo degli stu­denti di Olbia. È il segno di un disa­gio sociale cre­scente, in una regione dove alla deser­ti­fi­ca­zione che col­pi­sce ormai da anni il set­tore indu­striale si aggiun­gono ora le dif­fi­coltà dram­ma­ti­che dei con­ta­dini e dei pastori, alle prese con una con­giun­tura di mer­cato che pena­lizza le loro pro­du­zioni, e quelle del ter­zia­rio, come dimo­stra il caso di Meri­diana, azienda in crisi nono­stante il volume dei voli da e per la Sar­de­gna (e in par­ti­co­lare verso la Costa Sme­ralda) sia in ascesa costante da anni. Una rea­zione forte che, in un vuoto ormai quasi totale di rap­pre­sen­tanza poli­tica del lavoro, è nata spon­ta­nea­mente. I sin­da­cati appog­giano, ma non organizzano.

Quanto sia dram­ma­tica la situa­zione lo mostrano i dati del rap­porto sulla povertà in Sar­de­gna pre­sen­tato pochi giorni fa a Cagliari dal Cen­tro studi della Fon­da­zione Zan­can e da Sar­de­gna soli­dale. Nel 2013 la per­cen­tuale di popo­la­zione a rischio di povertà o esclu­sione sociale era del 31,7% (28,4% in Ita­lia). Il numero com­ples­sivo di per­sone povere o a rischio di esclu­sione è pas­sato da 292.188 nel 2004 a 420.659 nel 2014. In ter­mini per­cen­tuali, le fami­glie che si defi­ni­scono in dif­fi­coltà o grande dif­fi­coltà eco­no­mica sono il 38,7%. La disoc­cu­pa­zione è a livelli allar­manti: 17,5% nel 2013 (12,2% in Ita­lia). A livello pro­vin­ciale, la situa­zione più cri­tica si riscon­tra nel Medio Cam­pi­dano, dove tra il 2012 e il 2013 il tasso di disoc­cu­pa­zione è aumen­tato del 50%. Ma sono i gio­vani a pagare il prezzo più alto: il tasso di disoc­cu­pa­zione gio­va­nile in Sar­de­gna nel 2013 è note­vol­mente supe­riore (54,2%) alla media nazio­nale (40%) ed è supe­riore anche rispetto alla media del Mez­zo­giorno (51,6%). Il livello è par­ti­co­lar­mente ele­vato nelle pro­vince di Carbonia-Iglesias (73,9%) e del Medio Cam­pi­dano (64,7%). Tra il 2008 e il 2013 il tasso è for­te­mente aumen­tato: dal 36,8% al 54,2%. «Que­sto signi­fica — dice Tiziano Vec­chiato, diret­tore della Fon­da­zione Zan­can — che a un ragazzo su due viene negata la speranza».

Un qua­dro, quello deli­neato dal rap­porto della Fon­da­zione Zan­can, che spiega per­ché ope­rai e piloti Meri­diana si ritro­vino insieme, nella mar­cia di que­sti giorni, con stu­denti, pastori e con­ta­dini. È il dram­ma­tico sfi­lac­ciarsi del tes­suto sociale che rende conto del per­ché venerdì pome­rig­gio a Sini­scola, prima tappa del per­corso da Olbia verso Nuoro, l’omelia del par­roco — nella chiesa del Rosa­rio affol­lata dalle magliette rosse di Meri­diana, dalle tute blu dei mina­tori della Igea di Lula in cassa inte­gra­zione, dalle ragazze della fab­brica tes­sile Rose­mary licen­ziate (due­cento in un colpo solo), da sin­daci in fascia tri­co­lore, dagli stu­denti delle scuole di Olbia appena rico­struite dopo l’alluvione del 2013 — sia diven­tata un invito senza mezzi ter­mini alla lotta: «Fatte rispet­tare i vostri diritti. Il lavoro è il primo dei diritti. Non per­met­tete a nes­suno di cal­pe­stare la vostra dignità». Prima della messa, nell’assemblea al Cen­tro gio­va­nile di Sini­scola, è toc­cato ad Alex San­toc­chini e a Marco Bar­dini, i por­ta­voce di Ali, l’associazione dei cas­sin­te­grati Meri­diana, ricor­dare qual è la posta in gioco, non solo in Sar­de­gna: «Vogliono licen­ziarci in 1634 su 2000. A Olbia come a Terni, spe­ri­men­tano sino a che punto si pos­sono spin­gere nella ride­fi­ni­zione dei rap­porti di forza tra aziende e dipen­denti. La com­pa­gnia dell’Aga Khan vuole espel­lere dal ciclo pro­dut­tivo lavo­ra­tori che già a par­tire dai 45 anni sono con­si­de­rati troppo costosi e troppo garan­titi. Di Meri­diana vogliono sol­tanto con­ser­vare il mar­chio, che negli anni è diven­tato garan­zia di qua­lità. Per il resto l’obiettivo è quello di inqua­drare i pochi che con­ser­ve­reb­bero il posto in un’altra società, che è già pronta. Si chiama Air Italy. Lì si lavora con salari e sti­pendi più bassi e den­tro un qua­dro nor­ma­tivo di minore garanzia».

A Olbia la ten­sione resta alta. Ieri mat­tina alle 6 all’aeroporto un gruppo di per­sone incap­puc­ciate ha lan­ciato uova su alcuni dei piloti Meri­diana ancora al lavoro, in par­tenza per Roma e per Milano. I voli sono stati rin­viati. Tutte le sigle sin­da­cali hanno con­dan­nato il gesto. «Nel clima creato dalle posi­zioni rigide di Meri­diana — dice San­toc­chini — pos­sono acca­dere anche cose come que­ste. Per noi il ter­reno di con­fronto è un altro. Pro­se­guiamo con la mar­cia, per unire i tanti fronti dispersi del lavoro».

Ieri a Nuoro gli esu­beri Meri­diana hanno par­te­ci­pato a un’assemblea pub­blica, nell’aula con­si­liare del comune, con dele­ga­zioni degli stu­denti e dei mina­tori di Lula. Oggi incon­tro a Ottana con i chi­mici della Poli­meri, fab­brica in liqui­da­zione. Domani a Por­to­scuso con gli ope­rai Alcoa.

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