Lotte operaie

VENEZIA. Un film pulsante di vita pur nelle sue desolate inquadrature deserte Il Pianeta in mare di Andrea Segre dove il Petrolchimico di Marghera fa sentire la sua presenza nel ricordo degli anni produttivi e in quelli delle lotte, importante testimonianza delle trasformazioni economiche e sociali avvenute nel corso del tempo. Alle bellissime riprese si alternano emozionanti materiali dell’Istituto Luce che testimoniano tutta la vitalità e le speranze di un’epoca. Restano gli slogan sui manifesti alle pareti nella sala riunioni (ottenuta come diritto di assemblea retribuita con i contratti collettivi del 1969) dove i delegati discutevano con la base e preparavano le piattaforme. «Via il governo Andreotti» si legge. Quella sala riunioni deserta, rimasta immutata con i suoi manifesti alle pareti e le file di sedie è uno dei tanti momenti drammatici del documentario, dove si svolge uno dei tanti dialoghi a due – quasi in formazione dialettica – posizionati a sintetizzare la condizione operaia. Uno racconta i bei tempi delle lotte, mentre l’altro ascolta passivamente, forse scettico. Il futuro per tutti e due è una barchetta con cui andare a pescare, magari a Iesolo, non certo in quelle acque avvelenate, quando sarà il momento della pensione.

DUE IMPIEGATI delle aziende telematiche parlano il linguaggio dei manager, valigette, aerei e bonus. Altri due ex operai dragano il fondo del mare alla ricerca di vermi da pesca in una melma nera di agenti chimici. La cuoca dell’unica trattoria rimasta, un tempo piena di avventori, operai e camionisti, continua a fare la sua cucina a prezzi modici e ricorda con nostalgia l’affollamento dei vecchi tempi. Il mostro morente invade lo schermo con i suoi lamenti di lamiere contorte e azzannate dalle pale demolitrici, in giganteschi locali deserti dove si aggirano ancora alcuni personaggi. Due impiegati in pensione tornano sulle loro tracce a ritrovare i vecchi gesti, scrivanie e postazioni e perfino delle cassette di musica del ’76 lasciate lì. Tutto è rimasto come un tempo, come dopo una catastrofe nucleare, come i quaderni e le tazze lasciate per terra nei documentari di Chernobyl: qui è passata la delocalizzazione, la smobilitazione e quello che resta venti anni dopo è archeologia industriale. Nei cantieri-mostri si costruiscono ora altri mostri, le grandi navi da crociera con venti ponti e anche qui si lavora al risparmio: un saldatore solitario ripreso in campo lungo e un gruista, mostrano dall’alto il desolato paesaggio circostante dove non si vede anima viva, ma i cormorani, i fagiani e una lepre che corre da un cespuglio all’altro.

VEDIAMO gli operai che passavano il Natale sulla torretta occupata («gli operai non mollano») nelle cronache Luce, ma i nuovi operai delle navi di Marghera non sono più quelli che sulla gru bloccavano il cantiere per gestire lo sciopero, sono i bangladini che si accontentano di bassi salari da dividere con la famiglia lontana o i romeni che sognano di «scappare da quell’incubo» e tornare a casa, ma non si può. «Costiamo poco, lavoriamo bene», dicono. È una descrizione precisa non solo di Marghera oggi, ma di tanta parte dell’industria italiana e da Taranto ai cantieri navali di Genova, alla Fiat. I grandi poli industriali hanno ceduto il passo a occhiali e prosecco, scarpe e pasta, si chiama riorganizzazione. «Gianfranco Bettin ha guidato il lavoro di ricerca, dice Andrea Segre e poi realizzare il film è stato possibile quando sono stati dati i permessi per girare nei luoghi dove prima non si poteva entrare se non si era lavoratori portuali. Volevo che nel film ci fossero persone che si chiedessero ’cosa farò domani?’, persone legate a Marghera e ad altri poli industriali, pieni un tempo di lavoro e oggi di ferite». E i lavoratori che hanno preso parte al film dichiarano di essere interessati a fare in modo che la loro esperienza resti nella memoria collettiva.

UN LUNGO elenco di permessi concessi da Eni, smaltimento, porti mercantili, autorità portuali, navi portacontainer e navi crociere, si sono potute fare quelle riprese «esteticamente così eccitanti» come le ha definite giustamente il regista. Il futuro di Marghera? Bettin risponde che dopo quelle epiche lotte oggi la solitudine in cui si trovano i lavoratori fanno sì che il tema del lavoro sia riportato in primo piano. «Il piano Vega (il parco scientifico tecnologico) è stato un tentativo che ha avuto diverse difficoltà, tra sfide perse e altre in corso. La mia impressione è che manchi una volontà progettuale. È interessante per la sostenibilità l’esperimento in corso della raffineria Eni, ma c’è poca chiarezza progettuale in altre aziende presenti, quello che si sente è che non c’è voglia di discutere insieme per reinventare un futuro tra industria e ambiente». «Il Pianeta in mare» arriverà nelle sale con ZaLab distribuzione.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

Cinque operai Fca di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati per avere messo in scena un suicidio in effige dell’ex a.d. Marchionne, rappresentandone provocatoriamente il pentimento per le condizioni a cui sottoponeva la sua classe operaia.

La dimostrazione dei lavoratori intendeva protestare ed esprimere solidarietà a loro colleghi che si erano suicidati o avevano tentato di farlo portati a tale drammatico gesto dal duro stress fisico e psicologico generato dallo status del lavoro in quell’azienda. In particolare, nei giorni a ridosso della protesta, un’operaia della fabbrica si era appena suicidata in una situazione tragica. I cinque operai responsabili dell’happening provocatorio sono stati licenziati per aver danneggiato l’immagine della Società. Il grande magnate Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo ha dichiarato che la lotta di classe è una realtà fattuale e ha soggiunto: “ e la mia classe l’ha vinta!”.

Dunque grazie a un potentissimo capitalista, anche chi non ha una formazione marxista o chi non ha mai voluto riconoscere l’esistenza della lotta fra capitale e lavoro può ora riconoscere che non si tratta di una chimera ma di una incontrovertibile realtà. Ora, chi sta della parte dei padroni o – per essere più precisi del finanz-capitalismo ( Luciano Gallino) – ha motivo per esprimere un incondizionato tripudio? A mio parere chiunque sia dotato di un pur minimo tasso di Intelligenza non dovrebbe trarre motivo di sconcia soddisfazione dalla temporanea sconfitta della classe operaia. Lo testimonia il fatto che i nostri cinque operai della FCA di Pomigliano d’Arco hanno deciso di fare ricorso alla Corte europea dei diritti, non per essere riassunti, come era pur lecito aspettarsi, ma per difendere il diritto di ciascuno alla libertà di opinione e di manifestazione delle proprie idee.

Tutti coloro che non hanno mai capito la classe operaia, che ne hanno ignorato la cultura, la sensibilità sociale, che hanno calunniato le sue richieste di diritti, che hanno osteggiato le sue lotte si chiedano per una volta perché cinque operai licenziati con tutte le difficoltà pratiche e umane che devono affrontare decidono di rivolgersi alla corte dei diritti d’Europa per perorare un diritto di tutti? Per una sola ragione: la classe operaia è stata ed è l’unica classe portatrice, in quanto tale, di valori universali.

Mentre la classe che ha vinto, quella dei Warren Buffet, lo ha fatto per se stessa, per un pugno di privilegiati smisuratamente ricchi al fine di renderli ancora più ricchi, anche al prezzo di calpestare quella classe media che ha ingenuamente creduto nei benefici del liberismo e della sua forma patologica, la metastasi iperliberista, la classe operaia ha lottato per la giustizia sociale, per la democrazia. A misura che gli operai si muovevano verso l’emancipazione dallo sfruttamento bestiale, dalla condizione del lavoro servile, l’intera società beneficiava in termini di democrazia di crescita civile e di diffusione dei saperi critici. Le famiglie operaie hanno fatto sacrifici perchè i loro figli, le generazioni future potessero studiare e migliorare le proprie condizioni di esistenza al fine di edificare una società migliore per tutti.

Ma le minoranze del privilegio e del potere hanno messo in campo ogni mezzo possibile per impedire che i lavoratori assumessero la leadership politica e culturale. Ben sapendo che la cultura e l’etica del lavoro sarebbero state incompatibili con il parassitismo di chi accumula il proprio potere con gli strumenti della speculazione, della corruzione, pervertendo il senso dei valori istitutivi di una democrazia degna di questo nome.

Questo processo di svalorizzazione del lavoro e della sua cultura favorito dal marasma mediatico impegnato a glorificare la vanità del consumo è arrivata a far credere che il lavoro sia un residuato di un tempo decaduto. Non è così, nel mondo gli operai sono milioni e milioni e il loro ruolo è tutt’altro che irrilevante. Il mondo ha bisogno di loro per non precipitare nell’insensatezza. E per questa ragione dobbiamo sostenere i cinque operai di Pomigliano d’Arco.

* Fonte: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

L’articolo di Erri De Luca che segue apre una nuova campagna contro l’obbligo di obbedienza, a difesa dei cinque licenziati di Pomigliano che culminerà il 30 settembre con un evento (convegno-spettacolo) al Maschio Angioino con la partecipazione del sindaco Luigi De Magistris, di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Franca Fornerio, Erri De Luca, Daniela Padoan, Paolo Maddalena, alcuni dei quali prenderanno parte allo spettacolo (oltre che al convegno) insieme ai cinque operai licenziati. Sarà un grande evento.

Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha stabilito l’obbligo di fedeltà dei dipendenti nei confronti del datore di lavoro, anche fuori del turno e del luogo. La sentenza riguarda cinque operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, che in appello avevano prevalso sull’azienda che li aveva licenziati.
L’obbligo di fedeltà spetta ai cani e alle altre specie animali addomesticate.
La specie umana si distingue per il conquistato diritto alla libertà di opera e parola.
La storia sacra narra l’esordio della coppia prototipo, piantata in un giardino del quale potevano disporre. Una sola pianta era esclusa dalla loro portata. Proprio da quella vanno a cogliere il frutto e che frutto: la conoscenza di bene e male.
La conoscenza: si spalancano i loro occhi, s’ingrandisce la loro facoltà di percepire, si accorgono di essere nudi. Nessuna specie vivente ha questa notizia. La coppia prototipo si è staccata dal resto delle creature, inaugurando le piste desertiche e inesplorate del libero arbitrio.
La loro libertà inizia dall’infedeltà non solo a un obbligo, ma al legislatore di quell’obbligo, la divinità in persona.
Alla Cassazione spetta l’ultima parola di un procedimento giudiziario. Vuole essere tombale e definitiva. Ma si sa che le lapidi mentono spesso. Perciò dissento. Questa sentenza della Cassazione va ridotta a penultima parola. L’obbligo di fedeltà di chiunque riporta indietro alla storia di un giardino, di una pianta proibita e di un ammutinamento.
Se quella coppia non avesse forzato l’obbligo di fedeltà, la specie umana starebbe ancora imbambolata e nuda nel giardino incantato dell’infanzia.
Sottolineo che l’iniziativa spettò alla donna. Lei osò l’impensabile, imitata da Adàm dopo aver visto che in seguito all’assaggio non era morta, anzi era più bella.
La coscienza civile di questo paese ha oggi il compito di cassare la Cassazione, sentenza del 6/6/2018.
Fuori dall’aula a porte chiuse di una corte, all’aria aperta delle piazze e delle assemblee si casserà l’obbligo di fedeltà, che va contro natura e civiltà.
Nella specie umana inalienabile è il diritto al dissenso, alla critica, allo spirito di contraddizione verso i poteri pubblici e privati. Ne siamo confermati dall’articolo 21 della Carta Costituzionale.
Aggiungo a conclusione del diritto della specie umana all’ammutinamento, che per me e per chi esercita quest’attività di pubblica parola si tratta anche di un dovere.

Per leggere e sottoscrivere l’appello “Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge”qui 

oppure inviare mail a: ellugio@tin.it

* Fonte: Erri De Luca, IL MANIFESTO

Sono ritornati. Gli operai. Sono loro la notizia del 20 aprile, anche se sui media mainstream bisogna cercarli col lanternino. Assenti nel portale di Repubblica. Invisibili su quello de La Stampa. Non pervenuti al Corriere della sera. Eppure le poche immagini filtrate in televisione mostrano cortei come non se ne vedevano da tempo, uomini e donne come fiumi in piena con l’energia, il passo, le grida e la determinazione – e anche l’unità – cui non eravamo più abituati.

Le notizie che arrivano dal reticolo di città in cui la protesta si è espressa, frammentate nell’informazione locale, parlano ovunque di un successo dello sciopero e della mobilitazione: 80% di adesioni a Bolzano (!), tre cortei nel padovano, 90% alle Acciaierie Valbruna a Vicenza, «adesione straordinaria» a Udine, punte del 100% a Cremona, 70% in Val d’Aosta più o meno come in Abruzzo, 90% a Messina, altrettanti nel casertano, «sciopero record» in Umbria…

«Oggi le fabbriche si sono svuotate, lo sciopero è riuscito, le piazze sono piene», ha detto Landini, presente alla manifestazione di Milano. Ed è così. Nella crisi italiana c’è un nuovo protagonista, finora silente e ora furente.

In gioco non c’è solo «un contratto». Una vertenza come tante altre. C’è «il Contratto». La sopravvivenza dell’istituto contrattuale nazionale come condizione di un necessario livello di unità del mondo del lavoro. E la questione del salario.

Due aspetti che hanno finito per fondersi di fronte alla pretesa padronale di “sfondare” l’istituto nazionale cancellandone di fatto la dinamica salariale a cominciare da quella relativa ai minimi e riservandola alla sola contrattazione aziendale.

Un’ ipotesi che non prevederebbe aumenti (caso unico nella storia sindacale italiana) se non per una minoranza di lavoratori (all’incirca un 5%), offrendo in cambio un set di servizi sostitutivi del welfare pubblico in smantellamento). Dunque un tentativo neppur mascherato di spallata e di divisione dei lavoratori, a cui le piazze hanno risposto con un simmetrico e contrario grado di unità che ha coinvolto ampie fasce di precariato e di giovani.

Ma c’è, in gioco, anche molto di più.

Ci sono le opposte strategie nel cuore della crisi, con il padronato determinato a perseguire pervicacemente la via catastrofica della compressione salariale, quella che ci ha precipitato nel buco nero in cui siamo, e l’opzione opposta che vede nell’incremento del reddito – in primo luogo da lavoro, e dunque del salario – la leva per una ripresa vera, alimentata da una altrettanto vera redistribuzione della ricchezza. Tertium non datur.

L’epifania operaia del 20 di aprile ci dice che provarci è possibile. Tanto più che il ritorno in campo dei metalmeccanici avviene in corrispondenza con l’inizio della raccolta di firme per i «referendum sociali», in primis quello contro il Jobs Act, che potranno costituire la porta d’ingresso della protesta e della resistenza «dal basso» sul terreno altrimenti blindato delle vicende istituzionali e della legislazione.

Se il milione e mezzo di metalmeccanici, e gli altri milioni di lavoratori che in questi mesi sono chiamati alla lotta per i rispettivi contratti sapranno dialogare e connettersi con i 13 milioni e oltre di «cittadini consapevoli» che sono andati ai seggi nonostante la dissuasione di Renzi e Napolitano e hanno votato sì; e se entrambi, almeno un po’, decideranno di frequentare i «banchetti» a cui affidare le proprie firme, allora davvero potremo, con l’ironia che la socialità vissuta assicura, sussurrare ogni volta che lo vedremo istrioneggiare in tv: #matteostaisereno…

lotte operaie

Il cinema è quello delle adunate tradizionali, al centro di Borgo San Paolo, cuore della Torino operaia di un tempo, l’Eliseo, e i suoi mille posti sono stipati di delegati della Fiom del Piemonte. Per l’occasione si proietta il film di un regista molto particolare: Paolo Perotti, operaio di Mirafiori dal 1969 che dall’interno e dall’esterno della fabbrica più grande d’Italia ne ha narrato con la cinepresa la storia di lotta, le vittorie straordinarie e anche la sconfitta storica del 1980.

Il film – che si chiama, significativamente “Senza chiedere permesso” – è un documento straordinario di una straordinaria stagione in cui i rapporti di forza con la Fiat furono piegati grazie all’unità e all’inventiva operaia. Nei cortei immensi e nei comizi improvvisati si riconoscono i volti dei nostri storici compagni: Usai, Furchì, tanti altri di quell’epoca vittoriosa. Più di un’ora di commozione che precede una tavola rotonda, una riflessione su ieri e su oggi: c’è Giorgio Airaudo, che quand’era segretario della Fiom di Torino è stato – si può dire – il produttore spirituale del film di Perotti, e ora è candidato sindaco della città per la lista “Torino in comune”; c’è Antonio Pizzinato, ex segretario generale della Cgil, che ripercorre i giorni difficilissimi dell’80, ripensando a errori e ragioni del sindacato in quella vicenda. Ci sono anche io a ricordare di quando le porte 1 e 2 di Mirafiori erano l’agorà della politica di sinistra e Torino la capitale del movimento, una mecca del pellegrinaggio di ogni militante. Nel film di Perotti sono tante le pagine del manifesto che figurano.

Ma l’assemblea è importante soprattutto per quello che dice Landini: sul che fare oggi. E’ in questa assemblea che il segretario della Fiom lancia la sfida importantissima su cui tutta la Cgil, ufficialmente, proprio ieri si è impegnata: dal 9 aprile inizierà la raccolta di firme per un progetto di legge di iniziativa popolare che propone un nuovo statuto dei lavoratori, questa volta con un art.18 per tutti, non solo per chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti, oramai non più molte. E, a supporto dell’iniziativa, ai gazebo in tutte le piazze d’Italia si registreranno anche le firme per tre referendum mirati all’abrogazione di altrettanti pezzi del Job Act: disciplina del voucher, norme sugli appalti e norme sui licenziamenti.

Landini ha parlato anche della battaglia per il rinnovo del contratto di categoria, anche questa una prova difficilissima e decisiva non solo per i metalmeccanici. «Siamo ad un passaggio in cui ci si gioca la contrattazione collettiva, un pilastro del modello sociale europeo», ha detto.

La sala è stracolma e combattiva, tantissime le donne. Anche se alla Fiat ci sono oramai solo 15 mila operai e non più 60 mila; anche se nei prossimi mesi i tantissimi che godono di ammortizzatori sociali resteranno via via senza tutela; anche se Torino annega in milioni di voucher che nascondono lavoro nero, nonostante tutto la Fiom è sempre la Fiom: sta in prima linea. La sua sfida ci riguarda tutti, i referendum non sono uno scherzo, come sappiamo.
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Per chi vuole il dvd di “Senza alcun permesso”, il film di Perotti, scrivere a Pier Milanese pier@cinefonie.it .Tel 0112767870

il trailer è visibile sul sito del film

Fieri, con­sa­pe­voli, guar­din­ghi. Due mesi dopo l’accordo che ha sal­vato la loro accia­ie­ria, i 2350 ope­rai dell’Ast di Terni stanno ancora com­bat­tendo. Inten­dia­moci, niente a che vedere con le man­ga­nel­late prese a Roma dalla poli­zia, i 34 giorni di scio­pero a oltranza (44 in tutto), il blocco dell’Autostrada del Sole, l’occupazione delle por­ti­ne­rie. È una bat­ta­glia più sot­tile ma altret­tanto impor­tante: quella per l’applicazione pre­cisa del testo dell’accordo. Per­ché tutti sono con­sci che la vit­to­ria sta nell’aver «dato un futuro all’acciaieria e per farlo serve che si torni al regime di pro­du­zione al più pre­sto, che gli inve­sti­menti pro­messi siano imple­men­tati in fretta e che, non potendo sosti­tuire i 300 che hanno accet­tato la mobi­lità volon­ta­ria, i cari­chi di lavoro siano distri­buiti in modo equo» spiega Ste­fano Gar­zu­glia, sem­pre in prima fila con il suo metro e novanta e la sua barba lunga in que­sti lun­ghi mesi di ver­tenza come dele­gato Rsu.

L’avversario in que­sto caso non è più il governo, la pro­prietà tede­sca o la “taglia­trice di teste” Lucia Mor­selli. Si tratta invece del diret­tore del per­so­nale Arturo Fer­rucci, l’uomo a cui è deman­dato il com­pito di defi­nire i famosi «orga­nici di inno­va­zione» per rilan­ciare la produzione.

La dimo­stra­zione pla­stica del cam­bio di ruolo si è avuta gio­vedì. L’ad Lucia Mor­selli ha incon­trato i sin­da­cati pro­vin­ciali riba­dendo l’impegno a tor­nare a pieno regime ad aprile, la con­ferma di un uffi­cio com­mer­ciale che gesti­sce gli acqui­sti e le ven­dite in auto­no­mia dalla pro­prietà tede­sca — con­di­zione per avere il con­trollo sui pro­dotti e garan­tire la pro­du­zione — in un incon­tro quasi gio­viale, lon­ta­nis­simo dalle ten­sioni della ver­tenza : «Ci dava ragione su tutto, tanto che alla fine mi sono chie­sto: ma dov’è la fre­ga­tura?», scherza il segre­ta­rio Fiom di Terni Clau­dio Cipolla. Nel frat­tempo però le Rsu con­trat­ta­vano con Fer­rucci la nuova orga­niz­za­zione del lavoro. «Siamo par­titi subito con un pro­blema sui numeri: per l’azienda quelli che hanno accet­tato la buo­nu­scita per mobi­lità volon­ta­ria sono 326 e non 300 – rac­conta Danilo Tonelli, altro Rsu Fiom — Que­sto signi­fica che per loro ci sono 26 ope­rai in meno e così i cari­chi di lavoro aumen­tano. Reparto per reparto vanno ridi­scussi i ruoli, le fun­zioni e que­sto ci pre­oc­cupa molto — con­ti­nua –Per esem­pio da me all’area a freddo alla linea 6 saremo sem­pre meno a gestire il carro, con la cer­tezza di non poter con­trol­lare tutto e met­tere a rischio le ope­ra­zioni e noi stessi. Ser­vi­reb­bero altre assun­zioni, ma figu­rati se Mor­selli le farà», osserva sar­ca­stico. Anche sulla pro­messa di tor­nare a pieno regime ad aprile, Danilo è poco con­vinto: «Ce lo augu­riamo tutti. Però ho molti dubbi che riu­sci­remo a tor­nare ai livelli di pro­du­zione di prima in così poco tempo».

L’altra bat­ta­glia è por­tata avanti degli ope­rai dell’indotto, quelli che hanno perso di più. Per la mag­gior parte delle loro ditte – a par­tire dall’Ilserv, la più grande che for­ni­sce dispa­rati ser­vizi all’interno delle accia­ie­rie con i suoi 300 dipen­denti — il mese di set­tem­bre sarà quello deci­sivo. I con­tratti di appalto che Mor­selli ha impo­sto di ridurre di almeno il 20% sono stati sem­pli­ce­mente pro­ro­gati di un anno. A set­tem­bre dovranno essere ridi­scussi e già «ci si pre­para a dover scen­dere in piazza per rispon­dere a nuovi ricatti», rac­conta Gian­franco. Nel frat­tempo la ristrut­tu­ra­zione pro­cede a cascata e da ini­zio feb­braio la Ilserv ha tolto il sub-appalto alla pic­cola Ise (9 dipen­denti, tra­sporto sco­rie fer­rose). Met­tendo a rischio i posti.

E così gli ope­rai — o almeno gli iscritti e i sim­pa­tiz­zanti della Fiom — si ritro­vano per la Festa del tes­se­ra­mento in una sera di inverno in un Pala­Tenda pieno, attento e coin­volto nell’ascoltare Mau­ri­zio Lan­dini e applau­dire il con­certo di Luca Bar­ba­rossa («Vec­chio amico della Fiom e di Mau­ri­zio») con la sua Social Band e le imi­ta­zioni di Andrea Per­roni. Sotto palco bal­lano i figli, i nipoti degli ope­rai e tutti si chie­dono: «Ma loro lavo­re­ranno all’acciaieria come noi, i nostri nonni e trisnonni?».

Nella pla­tea che man­gia le due por­chette cotte da un gruppo di dele­gati, con i ragazzi della scuola alber­ghiera a ser­vire ai tavoli come volon­tari, non ci sono però solo ope­rai. La città è ancora stretta alla sua accia­ie­ria, così i geni­tori, gli atti­vi­sti delle altre cate­go­rie Cgil, ma anche i com­mer­cianti e i pen­sio­nati festeg­giano «i nostri ope­rai d’acciaio che hanno pie­gato Mor­selli e i tedeschi».

C’è anche chi ha scelto di «pren­dere i soldi». Come Leo­nardo, 40enne senza dimo­strarlo che ha comun­que deciso di rima­nere in Fiom e ha già rin­no­vato la tes­sera — «7 euro al mese» – nono­stante tec­ni­ca­mente sia «un eso­dato». «Sono stato uno degli ultimi, di sicuro l’ultimo ope­raio». Gli 80 mila euro di incen­tivo all’esodo sban­die­rati da Mor­selli per ridurre il numero di esu­beri, ini­zial­mente fis­sati a quota 560, sono in realtà molto meno, al netto delle tasse.

«Il boni­fico è arri­vato il 29 gen­naio: 61mila 600 euro», riprende. Scelta «sof­ferta, molto sof­ferta». «Mi sono letto con atten­zione il testo dell’accordo e devo dire la verità: non ho tro­vato la cer­tezza del futuro. Mi auguro con tutto il cuore che tra dieci, vent’anni all’acciaieria lavo­rino tutti quelli che ci sono ora e anche molti di più. Ma lì non c’è scritto. Secondo me c’è il 50% di pos­si­bi­lità che accada. E allora ho deciso di pren­dere i soldi», rac­conta con la fac­cia tirata. «Ho scelto di rifarmi una vita. Mi sono dato 10 mesi per tro­vare qualcos’altro, qual­che idea ce l’ho. Ma una cosa la so: se i com­pa­gni dovranno tor­nare in piazza per difen­dere l’acciaieria, io sarò con loro. Come sem­pre con tutta la città».

Il senso di appar­te­nenza è rima­sto intatto. E non a caso la Fiom di Terni ha deciso di inti­to­lare il bel dvd cele­bra­tivo della lotta «La bat­ta­glia di una città» – rea­liz­zato con la coo­pe­ra­tiva Gali­leo e in ven­dita a Terni. Tren­ta­cin­que minuti che con­den­sano in imma­gini 4 anni, dal primo annun­cio del 6 mag­gio 2011 quando la Thys­sen comu­nicò «l’addio agli acciai spe­ciali» alla firma dell’accordo al mini­stero del 3 dicem­bre scorso con Mau­ri­zio Lan­dini e Rosa­rio Rappa sor­ri­denti, per chiu­dere con l’esito del refe­ren­dum del 16–18 dicem­bre, che con il 90% di par­te­ci­pa­zione e l’80% di «Sì» validò l’accordo, sulle note de La sto­ria siamo noi di De Gre­gori e la scritta «Non pie­ghe­rete i ragazzi d’acciaio».

Sul palco prima della cena, dopo l’introduzione di Clau­dio Cipolla e il rin­gra­zia­mento a Zoro (Diego Bian­chi) per le imma­gini che hanno «ripri­sti­nato la verità sui man­ga­nelli e le colpe della poli­zia», Lan­dini è voluto par­tire dalla parola «dignità» per spie­gare che cosa ha signi­fi­cato «la lotta e la vit­to­ria degli ope­rai di Terni». «Siamo qui sta­sera per sot­to­li­neare ancora una volta l’importanza della bat­ta­glia che è stata com­bat­tuta qui, una bat­ta­glia di carat­tere nazio­nale, che dimo­stra come la lotta dei lavo­ra­tori, quando que­sti sono uniti, paghi anche in tempi di crisi». «Aver fatto cam­biare idea alla Thys­sen­Krupp aver man­te­nuto i due forni, aver otte­nuto gli inve­sti­menti, sui quali oggi va tenuta alta l’attenzione – ha con­ti­nuato – è tutto frutto di quella lotta e nes­sun altro può appun­tarsi meda­glie al petto”, con espli­cito rife­ri­mento a Mat­teo Renzi, che ha citato Terni come crisi risolta dal governo, dimen­ti­can­dosi che “lo scio­pero ad oltranza è par­tito pro­prio dopo una pro­po­sta di com­pro­messo del governo che dava ragione all’azienda e che i lavo­ra­tori hanno subito contestato”.

La chiu­sura di Lan­dini, anche lui man­ga­nel­lato con gli ope­rai, ha voluto met­tere assieme “l’importanza di iscri­versi alla Fiom” e “il futuro della sini­stra”. «Oggi in Ita­lia arri­viamo al punto che qual­cuno pensa che dovremmo rin­gra­ziarlo se ci dà da lavo­rare, a qual­siasi con­di­zione – ha detto – Invece a Terni siete riu­sciti a difen­dere la dignità. Iscri­versi alla Fiom signi­fica pro­se­guire que­sta bat­ta­glia e por­tare avanti una lotta sociale in cui abbiamo biso­gno di allearci con tante altre espres­sioni sociali per ricon­qui­stare quello che la poli­tica ci ha tolto: i diritti del lavoro e una spe­ranza per una sini­stra che riporti le per­sone a votare».

La rivolta delle donne.Da tre giorni si sono auto-seppellite e rivendicano il lavoro Una sola riemerge per allattare il figlio neonato.“Siamo dure, resisteremo, stavolta non vogliamo solo promesse”

IGLESIAS . Si sono date un nome di battaglia uguale per tutte, “Maria”. Si presentano con il volto coperto e l’elmetto in testa, come fossero guerrigliere senza armi, e da tre giorni vivono barricate nel ventre scuro di una delle più antiche miniere di zinco della Sardegna, alle porte di Iglesias. Nel cuore del disastro post-industriale di quest’area un tempo produttiva, quarantamila disoccupati e cinquemila cassintegrati su centoventimila abitanti. «Ecco, entrate, state attenti, in miniera ci vuole cautela». Sedute su blocchi di polistirolo dentro la “Galleria Villamarina” di Monteponi, infinito cunicolo costruito a metà dell’Ottocento dove il vero nemico è l’umidità che s’infiltra nelle ossa, le “Marie del Sulcis” dicono che da qui sotto loro non usciranno. Né oggi, né domani, né chissà.
«Da sei mesi siamo senza stipendio, le nostre famiglie sono alla fame, abbiamo mariti disoccupati e in mobilità, resteremo in miniera fino a che non avremo certezze sui nostri posti di lavoro». Sono in trentasette, hanno dai ventotto ai sessant’anni, tutte dipendenti dell’”Igea”, il grande consorzio di bonifica delle aree minerarie finanziato e voluto dalla Regione Sardegna. Società in liquidazione che avrebbe dovuto salvare, riqualificare e rilanciare queste straordinarie aree di archeologia industriale, e invece oggi rischia di fermarsi per sempre, travolta da debiti, spese opache e cattiva gestione.
Assiepate dietro il grande portone di ferro della “Galleria Villamarina”, le “auto-carcerate” salutano attraverso la grata figli, mariti, padri e madri.
Mani che si stringono, baci, lacrime. Ma anche vita quotidiana: «Fai i compiti», «Ubbidisci a papà». Passano pasti caldi e vassoi di dolci, una giovane mamma esce per allattare il figlio di otto mesi e rientra, a pochi metri dalle sbarre il vescovo di Iglesias, monsignor Zedda, celebra all’aperto la messa della domenica, il coro canta l’Ave Maria, da dietro il passamontagna le occupanti della miniera leggono il libro di Isaia.
Dentro si sta sedute a cerchio, vicine, così il freddo sembra meno pungente. Un po’ più in là dove la Galleria si allarga c’è il “dormitorio”, coperte, sacchi a pelo, teli per fare da barriera all’umidità che gocciola dappertutto. «Ci siamo chiamate “Maria” per un fatto simbolico, perché qui stiamo occupando abusivamente e potremmo essere identificate e denunciate. Anche se — scherza Ornella, che invece dà il suo nome — tutti sanno chi siamo, visto che indossiamo caschi e giubbotti dell’Igea, ossia il nostro datore di lavoro». «Noi siamo forti, siamo dure, possiamo resistere a lungo, quello che ci tratteneva dal seppellirci qua sotto era il pensiero della famiglia. Ma di fronte al baratro, di fronte alle prese in giro dell’azienda e della Regione, abbiamo deciso di agire. Magari anche per sfatare il pregiudizio che le donne dentro le miniere portano sfortuna ».
C’è angoscia, ansia, fatica. Il Sulcis è oggi la regione più povera della Sardegna, alla disoccupazione si somma il disastro ambientale dei residui minerari e degli scarti dell’ormai ex polo industriale di Portovesme.
Le polveri micidiali dei famosi fanghi rossi.
«Attenta, c’è un topo dietro di te». Lo scherzo riesce subito e in quattro saltano su come molle dalla panca improvvisata, suscitando risate collettive. Ilaria: «Ogni tanto cerchiamo di scherzare, ci facciamo coraggio, qui dentro ormai c’è una situazione particolare, discutiamo, votiamo, poi cambiamo idea, rivotiamo… Poi la sera però giochiamo a carte, ci confidiamo, alcune di noi sono nonne, altre da poco madri, è la vita, ma oggi tirare avanti è durissimo». Si chiama complicità. Tra le donne nasce anche nelle situazioni più estreme. Elena: «Noi siamo il welfare italiano, per anni abbiamo supplito alle carenze dello Stato, adesso veniamo anche private della sopravvivenza. Per questo vorrei che una delle ministre che tanto parlano di maternità e famiglia, la Madia per esempio, che ha appena avuto un figlio, o la Guidi, venissero qui, scendessero in miniera per vedere cos’è la vita vera ». Arriva un altro vassoio di dolci. «Aiuto, basta, guardi che solidarietà, qui finisce che ingrassiamo, questi sono i nostri amaretti, sono speciali…».
Domani, martedì, i sindacati incontreranno a Cagliari l’assessore regionale al Lavoro. Ma le “Marie” non si fidano. «Questa volta non può finire come sempre, ci danno un’elemosina, uno o due stipendi, e poi non succede più nulla, anzi continuano a smantellare posti di lavoro. Noi vogliamo certezze. Diteci voi come si fa a vivere, se in una famiglia non c’è più nemmeno uno stipendio. Fa freddo, piove, è umido, ci sono i topi, ma noi restiamo qui. La miniera la conosciamo, non ci fa paura, le donne ci sono sempre state, facevano le cernitrici, un compito durissimo, dovevano dividere e lavare le pietre, nell’acqua gelida, a mani nude… Questo per dire che sappiamo resistere. Il lavoro è tutto».

La marcia degli “esuberi” Meridiana  © La Nuova Sardegna

Dalla Costa Sme­ralda al Sul­cis per difen­dere il lavoro. Non solo per scon­giu­rare altra cassa inte­gra­zione e altri licen­zia­menti, ma di più: per i diritti e il rispetto per la dignità delle per­sone; per dire che dalla crisi non si esce con il com­bi­nato dispo­sto di miopi poli­ti­che di bilan­cio e di bru­tale sot­to­mis­sione del lavoro. A que­sto serve «Unica», la mar­cia che venerdì è par­tita dal piaz­zale dell’aeroporto di Olbia e che ieri ha toc­cato Nuoro, per spo­starsi oggi Ottana domani nel Sul­cis e a Cagliari, davanti al palazzo della Regione Sardegna.

A orga­niz­zarla, insieme, i 1634 esu­beri di Meri­diana (piloti, assi­stenti di volo, tec­nici e ope­rai degli han­gar e ammi­ni­stra­tivi), i cas­sin­te­grati della Alcoa di Por­to­ve­sme, il Movi­mento dei pastori e il Col­let­tivo degli stu­denti di Olbia. È il segno di un disa­gio sociale cre­scente, in una regione dove alla deser­ti­fi­ca­zione che col­pi­sce ormai da anni il set­tore indu­striale si aggiun­gono ora le dif­fi­coltà dram­ma­ti­che dei con­ta­dini e dei pastori, alle prese con una con­giun­tura di mer­cato che pena­lizza le loro pro­du­zioni, e quelle del ter­zia­rio, come dimo­stra il caso di Meri­diana, azienda in crisi nono­stante il volume dei voli da e per la Sar­de­gna (e in par­ti­co­lare verso la Costa Sme­ralda) sia in ascesa costante da anni. Una rea­zione forte che, in un vuoto ormai quasi totale di rap­pre­sen­tanza poli­tica del lavoro, è nata spon­ta­nea­mente. I sin­da­cati appog­giano, ma non organizzano.

Quanto sia dram­ma­tica la situa­zione lo mostrano i dati del rap­porto sulla povertà in Sar­de­gna pre­sen­tato pochi giorni fa a Cagliari dal Cen­tro studi della Fon­da­zione Zan­can e da Sar­de­gna soli­dale. Nel 2013 la per­cen­tuale di popo­la­zione a rischio di povertà o esclu­sione sociale era del 31,7% (28,4% in Ita­lia). Il numero com­ples­sivo di per­sone povere o a rischio di esclu­sione è pas­sato da 292.188 nel 2004 a 420.659 nel 2014. In ter­mini per­cen­tuali, le fami­glie che si defi­ni­scono in dif­fi­coltà o grande dif­fi­coltà eco­no­mica sono il 38,7%. La disoc­cu­pa­zione è a livelli allar­manti: 17,5% nel 2013 (12,2% in Ita­lia). A livello pro­vin­ciale, la situa­zione più cri­tica si riscon­tra nel Medio Cam­pi­dano, dove tra il 2012 e il 2013 il tasso di disoc­cu­pa­zione è aumen­tato del 50%. Ma sono i gio­vani a pagare il prezzo più alto: il tasso di disoc­cu­pa­zione gio­va­nile in Sar­de­gna nel 2013 è note­vol­mente supe­riore (54,2%) alla media nazio­nale (40%) ed è supe­riore anche rispetto alla media del Mez­zo­giorno (51,6%). Il livello è par­ti­co­lar­mente ele­vato nelle pro­vince di Carbonia-Iglesias (73,9%) e del Medio Cam­pi­dano (64,7%). Tra il 2008 e il 2013 il tasso è for­te­mente aumen­tato: dal 36,8% al 54,2%. «Que­sto signi­fica — dice Tiziano Vec­chiato, diret­tore della Fon­da­zione Zan­can — che a un ragazzo su due viene negata la speranza».

Un qua­dro, quello deli­neato dal rap­porto della Fon­da­zione Zan­can, che spiega per­ché ope­rai e piloti Meri­diana si ritro­vino insieme, nella mar­cia di que­sti giorni, con stu­denti, pastori e con­ta­dini. È il dram­ma­tico sfi­lac­ciarsi del tes­suto sociale che rende conto del per­ché venerdì pome­rig­gio a Sini­scola, prima tappa del per­corso da Olbia verso Nuoro, l’omelia del par­roco — nella chiesa del Rosa­rio affol­lata dalle magliette rosse di Meri­diana, dalle tute blu dei mina­tori della Igea di Lula in cassa inte­gra­zione, dalle ragazze della fab­brica tes­sile Rose­mary licen­ziate (due­cento in un colpo solo), da sin­daci in fascia tri­co­lore, dagli stu­denti delle scuole di Olbia appena rico­struite dopo l’alluvione del 2013 — sia diven­tata un invito senza mezzi ter­mini alla lotta: «Fatte rispet­tare i vostri diritti. Il lavoro è il primo dei diritti. Non per­met­tete a nes­suno di cal­pe­stare la vostra dignità». Prima della messa, nell’assemblea al Cen­tro gio­va­nile di Sini­scola, è toc­cato ad Alex San­toc­chini e a Marco Bar­dini, i por­ta­voce di Ali, l’associazione dei cas­sin­te­grati Meri­diana, ricor­dare qual è la posta in gioco, non solo in Sar­de­gna: «Vogliono licen­ziarci in 1634 su 2000. A Olbia come a Terni, spe­ri­men­tano sino a che punto si pos­sono spin­gere nella ride­fi­ni­zione dei rap­porti di forza tra aziende e dipen­denti. La com­pa­gnia dell’Aga Khan vuole espel­lere dal ciclo pro­dut­tivo lavo­ra­tori che già a par­tire dai 45 anni sono con­si­de­rati troppo costosi e troppo garan­titi. Di Meri­diana vogliono sol­tanto con­ser­vare il mar­chio, che negli anni è diven­tato garan­zia di qua­lità. Per il resto l’obiettivo è quello di inqua­drare i pochi che con­ser­ve­reb­bero il posto in un’altra società, che è già pronta. Si chiama Air Italy. Lì si lavora con salari e sti­pendi più bassi e den­tro un qua­dro nor­ma­tivo di minore garanzia».

A Olbia la ten­sione resta alta. Ieri mat­tina alle 6 all’aeroporto un gruppo di per­sone incap­puc­ciate ha lan­ciato uova su alcuni dei piloti Meri­diana ancora al lavoro, in par­tenza per Roma e per Milano. I voli sono stati rin­viati. Tutte le sigle sin­da­cali hanno con­dan­nato il gesto. «Nel clima creato dalle posi­zioni rigide di Meri­diana — dice San­toc­chini — pos­sono acca­dere anche cose come que­ste. Per noi il ter­reno di con­fronto è un altro. Pro­se­guiamo con la mar­cia, per unire i tanti fronti dispersi del lavoro».

Ieri a Nuoro gli esu­beri Meri­diana hanno par­te­ci­pato a un’assemblea pub­blica, nell’aula con­si­liare del comune, con dele­ga­zioni degli stu­denti e dei mina­tori di Lula. Oggi incon­tro a Ottana con i chi­mici della Poli­meri, fab­brica in liqui­da­zione. Domani a Por­to­scuso con gli ope­rai Alcoa.

Il manichino che raffigura Sergio Marchionne suicida esposto davanti allo stabilimento Fiat di Pomigliano

Hanno bloc­cato per due ore ieri i var­chi del Fiat di Pomi­gliano, i cas­sain­te­grati del Wcl di Nola, il reparto logi­stico del Lin­gotto mai entrato in fun­zione dove nel 2008 ven­nero dislo­cati 316 lavo­ra­tori. Pro­te­sta­vano per i 5 col­le­ghi a cui mar­tedì è arri­vata la let­tera di licen­zia­mento: 4 del Wcl e 1 del Vico, Dome­nico Mignano, già licen­ziato due volte e in causa con l’azienda. Ave­vano por­tato le imma­gini di Maria Baratto, ope­raia del reparto di Nola morta sui­cida lo scorso mag­gio, di Giu­seppe De Cre­scenzo, altro ope­raio di Nola sui­ci­da­tosi a feb­braio, e di Vin­cenzo Espo­sito Moce­rino, ope­raio della Devi­zia, ditta di puli­zie al Giam­bat­ti­sta Vico, morto in fab­brica cadendo in una vasca in disuso.

Al Lin­gotto non sono andate giù le pro­te­ste dopo il sui­ci­dio di Maria Baratto, con­te­sta ai lavo­ra­tori «atti maca­bri, gra­vis­simi e inau­diti»: il 5 giu­gno hanno messo in scena, davanti ai can­celli di Nola e della sede Rai di Napoli, l’impiccagione di un mani­chino con la foto di Mar­chionne sul viso, al collo il testa­mento con le scuse per le morti pro­vo­cate. Il 10, all’ingresso 2 del Vico, il mani­chino è in un baule con lumini. La let­tera di licen­zia­mento recita: «Con­si­de­rata la gra­vità degli adde­biti che le sono stati mossi, le evi­den­ziamo che gli stessi, oltre a inte­grare un’intollerabile inci­ta­mento alla vio­lenza, costi­tui­scono una palese vio­la­zione dei più ele­men­tari doveri discen­denti dal rap­porto di lavoro e hanno pro­vo­cato gra­vis­simo nocu­mento morale all’azienda e al suo ver­tice societario».

«Siamo col­pe­voli di aver denun­ciato i sui­cidi in Fiat e i 6 anni di cassa inte­gra­zione con soldi pub­blici – ribat­tono gli ope­rai – Siamo col­pe­voli di aver sma­sche­rato il reparto fan­ta­sma di Nola, 4 mila metri qua­drati dove non si pro­duce nulla. Chie­de­remo il rein­te­gro per com­por­ta­mento anti­sin­da­cale». Per­ce­pi­scono 7–800 euro al mese, età media 50 anni, con ridotte capa­cità lavo­ra­tive o ade­renti a sin­da­cati di base: «Con la disoc­cu­pa­zione nei pros­simi 2 anni pren­de­remmo di più, tanto il Wcl non andrà avanti a lungo. Noi siamo la prova gene­rale di quello che potrebbe capi­tare al Vico, dove l’azienda ha messo tutti in ferie per quat­tro set­ti­mane dal 28 luglio. Evi­den­te­mente non ci sono molte richie­ste per la Panda. Depo­si­te­remo una denun­cia: tra il 2003 e il 2007 sono spa­riti 2 milioni di euro pub­blici, finiti nelle tasche di qual­cuno anzi­ché in inve­sti­menti. È ora di smet­terla di gio­care sulla pelle dei lavoratori».

La Fiom ha defi­nito i licen­zia­menti un prov­ve­di­mento ecces­sivo: «La Fiat avrebbe dovuto tener conto dello stato d’animo dei lavo­ra­tori del polo logi­stico di Nola per i tre sui­cidi di col­le­ghi e per il con­ti­nuo ricorso agli ammor­tiz­za­tori sociali senza una vera pro­spet­tiva di rien­tro». La situa­zione non è rosea nep­pure dove si pro­duce: nei seg­menti B e C del Vico si appli­cano i con­tratti di soli­da­rietà, nel seg­mento A gli ope­rai sfor­nano Panda a ritmi for­sen­nati, 69 a dipen­dente, la media più alta del gruppo (a Tychy in Polo­nia è di 63). Se ne spre­mono 2 mila e si lasciano gli altri fuori.

Con i licen­zia­menti del Wcl, spiega Roberto Pessi (docente di Diritto del lavoro della Luiss), «si apre un con­ten­zioso desti­nato a fare sto­ria, a chia­rire qual è il limite dei com­por­ta­menti che, nel rispetto della libertà d’espressione, si pos­sono assu­mere nelle mani­fe­sta­zioni sin­da­cali». Pessi sot­to­li­nea che, se la bara e l’impiccagione non sem­brano coe­renti coi valori costi­tu­zio­nali, «siamo difronte a un’azienda, la Fiat, che già negli anni ‘50 licen­ziò un lavo­ra­tore per­ché iscritto al sin­da­cato, teo­riz­zando che i diritti sin­da­cali vale­vano fuori e non den­tro la fab­brica. Ne licen­ziò 52 negli anni ‘70 per­ché sospet­tati di essere bri­ga­ti­sti e poi gli epi­sodi di Melfi e Pomi­gliano. In Fiat c’è anche un ‘sin­go­lare’ sin­da­cato auto­nomo, accu­sato da più parti di essere azien­da­li­sta. Insomma – con­clude – c’è tutta una linea di com­por­ta­mento che si muove sull’idea dell’inutilità dei corpi inter­medi e dun­que dei sindacati».

Campopisano, Rockbus a presidio della Rockwool © Angelo Ferracuti

Il nostro giro in mac­china ini­zia di mat­tino pre­sto da Piazza Roma, che è il cen­tro della città, dove c’è la sta­tua di Pomo­doro e la Torre lit­to­ria con la fine­stra, ora murata, da dove si spor­geva per par­lare tron­fio e impet­tito il duce: divide in due la cit­ta­della ope­raia di Car­bo­nia dalla zona più resi­den­ziale dei diri­genti con le vil­lette, una netta cesura urba­ni­stica di classe. Quando arri­viamo nei pressi della Grande miniera, Marco Grecu, sin­da­ca­li­sta sto­rico di que­ste parti e una delle sca­tole nere del Sul­cis, figlio di mina­tore anche lui, men­tre lavora di sterzo, ral­lenta l’andatura della Tipo, mi dice: «Vedi, quella è la lam­pi­ste­ria, dove l’operaio con­se­gnava la meda­glia e gli davano la lam­pada». Pic­colo di sta­tura, sguardo serio e fiero, rac­conta instan­ca­bile l’epica del lavoro di que­sta terra.

Viag­giamo nelle pic­cole arte­rie che si per­dono nel pae­sag­gio, ci spo­stiamo in strade strette e poco traf­fi­cate, ai nostri lati un ter­ri­to­rio sel­va­tico, fatto di roc­cia e mac­chia medi­ter­ra­nea, che stringe fino a sof­fo­care. «Essendo que­sta una prima zona emersa anche dal punto di vista geo­lo­gico, il ter­ri­to­rio ha da sem­pre una voca­zione mine­ra­ria», sostiene men­tre tran­si­tiamo lungo la sta­tale 126 che porta fino ad Igle­sias, e a sini­stra vedo pos­sente l’altopiano del Monte Sirai. Que­sta è zona di mina­tori e di miniere, la stessa cit­ta­dina è tutta sca­vata nel sot­to­suolo (al Museo ho visto un qua­dro con tanti cuni­coli che sem­bra la mappa di una metro­po­li­tana), a Nuraxi Figus hanno lavo­rato tal­mente a largo rag­gio spin­gen­dosi addi­rit­tura fino al mare, ma ora l’ultimo sito ita­liano in atti­vità è fermo, rischia la dismis­sione, anche lì si pre­pa­rano alla lotta. «Sono figlio di un mina­tore, già da bam­bino vivevo la vita delle miniere, qui sono nate le prime bat­ta­glie sin­da­cali e il primo scio­pero nazio­nale di tutte le cate­go­rie, ci sono stati degli eccidi, a Bugerru, Gon­nesa, sapere che in Sar­de­gna non c’è una miniera in pro­du­zione è come se spa­ris­sero i pastori. Ma è nei momenti dif­fi­cili che si vede il legame che c’è tra i mina­tori, sono sicuro che uniti riu­sci­remo a tenerla aperta», mi ha detto ieri con gli occhi lucidi a 500 metri sotto il suolo, nelle viscere della terra, San­dro Mereu, ope­raio della CarbonSulcis.

UN PIC­COLO FAR WEST

Da que­sta parte della pro­vin­cia più povera d’Europa, 130.000 abi­tanti e 30.000 disoc­cu­pati, 40.000 pen­sio­nati dell’industria, ultima risorsa per la soprav­vi­venza sociale, c’è il bacino del car­bone, e nei siti dell’iglesiente quello metal­li­fero di Flu­mini, Bugerru, fino ad Arbux e Ingur­toso: da metà dell’ottocento, con le con­ces­sioni rega­late a padroni fran­cesi, belgi e tede­schi, è stata terra di con­qui­sta, un pic­colo far west del capi­ta­li­smo euro­peo, poi sito ener­ge­tico nevral­gico dell’autarchia mus­so­li­niana, quando la città fu costruita nel 1938 intorno alla miniera di Ser­ba­rìu, e da 4000 abi­tanti la popo­la­zione lie­vitò fino ai 45000 del 1951, ven­nero qui da tutte le parti del paese, fino agli anni ’70 quando il distretto mine­ra­rio che dava lavoro a oltre tren­ta­mila per­sone ha comin­ciato a per­dere mer­cato, sono ini­ziati i licen­zia­menti, le chiu­sure e la crisi, che qui c’è sem­pre stata insieme alla rara capa­cità di resi­stenza di que­sta gente roc­ciosa, abi­tuata alla fatica e alle lotte sociali.

Quando scorgo la zona indu­striale di Por­to­ve­sme in lon­ta­nanza, prima del mare di Por­to­scuso, men­tre Marco con­ti­nua a gui­dare lento, supe­rati gli spalti con le bian­che silhouette delle pale eoli­che sulle col­line limi­trofe, appa­iono agglo­me­rati in cemento, silos, fuma­ioli. Secondo una visione indu­stria­li­sta, qui molto con­di­visa, è un pun­tino insi­gni­fi­cante della car­tina geo­gra­fica, anche se tutta que­sta zona è con­si­de­rata ad alto rischio ambien­tale e non è certo uno spet­ta­colo davanti a un mare così (anche se poi, pro­prio per que­sto, le aziende sono state costrette a inve­stire di più in tec­no­lo­gie per l’ambiente), ma è stata una neces­sità, un modo delle Par­te­ci­pa­zioni sta­tali per ricon­ver­tire con il polo dell’alluminio e creare posti di lavoro; per­ché qui non c’era altro: tutto il resto, dall’agricoltura alla pesca, era stato abban­do­nato o mar­gi­nale, poco svi­lup­pato il turi­smo, poi con le pri­va­tiz­za­zioni degli anni suc­ces­sivi sono arri­vate a det­tare legge le mul­ti­na­zio­nali e il mer­cato glo­ba­liz­zato neoliberista.

L’Euroallumina sem­bra un luogo fan­ta­sma, c’è un silen­zio impres­sio­nante, quello delle fab­bri­che morte. Se non sapessi che den­tro ci sono gli ope­rai che lavo­rano sten­te­rei a cre­dere che qui si fanno lavori di manu­ten­zione per tenere la fab­brica in atti­vità. Quando par­cheg­giamo e supe­riamo il can­cello, poco più avanti ci ven­gono incon­tro tre sin­da­ca­li­sti delle Rsu, ci strin­gono la mano invi­tan­doci ad entrare nella pic­cola stanza riser­vata ai sin­da­cati. Uno di loro dice scher­zoso: «Non ci sono le tigri e i gia­guari, state tran­quilli», come a dirci che se uno s’immaginava una giun­gla, un cimi­tero dell’industrializzazione, deve aspet­tarsi qual­cosa di molto diverso, la pro­prietà russa, la Rusal, è rima­sta col suo mana­ge­ment, non è fug­gita come le molte «mosche del capi­tale», e loro non mollano.

I CASCHI CON I QUAT­TRO MORI

Quando ci sediamo ini­ziano a rac­con­tare. «Que­sta fab­brica è nata negli anni set­tanta come raf­fi­ne­ria di allu­mina, qui si estraeva l’ossido di allu­mi­nio dalla bau­xite in un pro­getto di filiera e affian­cava l’Alcoa, che pro­du­ceva quello fuso, e ancora altre fab­bri­che del ter­ri­to­rio che rea­liz­za­vano i lami­nati e i pro­fi­lati», mi spiega Gian­marco Mucci, un ragazzo con un pizzo curato e gli occhi sve­gli, men­tre si toglie l’elmetto aran­cione dalla testa. I caschi dei lavo­ra­tori del Sul­cis con il distin­tivo dei quat­tro mori sono diven­tati il vero sim­bolo della resi­stenza in que­sti anni. Quello che col­pi­sce di que­sti lavo­ra­tori è la capa­cità di cono­scenza tec­nica della fab­brica e della pro­du­zione, le poten­zia­lità di inno­va­zione da loro stessi sug­ge­rite. «Qui il ciclo di pro­du­zione delle terze lavo­ra­zioni non si è mai com­ple­tato, man­ca­vano i pro­dotti finiti, le pen­tole, i cer­chi in lega,» aggiunge pren­dendo la parola Anto­nio Pirotto, «una scelta di poli­tica indu­striale che ha por­tato le lavo­ra­zioni più ric­che in altre parti d’Italia, a noi hanno lasciato il lavoro sporco». La fab­brica è ferma dal 2009, con cassa inte­gra­zione per i quasi 500 dipen­denti e oltre 300 dell’indotto, nono­stante raf­fi­ne­rie come que­sta siano ancora attive in Fran­cia, Spa­gna, Ger­ma­nia, nella verde Irlanda. «Il primo risul­tato otte­nuto dopo anni di lotta è un pro­to­collo d’intesa fir­mato con quat­tro mini­steri ita­liani, nel quale è indi­vi­duata la linea per la ripresa della produzione.

Il pro­blema prin­ci­pale è quello di pro­durre ener­gia a basso costo, allora si è pen­sato di rea­liz­zare una cal­daia a car­bone ad alta effi­cienza tec­no­lo­gica con la metà delle emis­sioni con­sen­tite dalla Comu­nità euro­pea», spiega ancora Marco. Ci ten­gono a pre­ci­sare che la que­stione ambien­tale per loro è fon­da­men­tale. «Dob­biamo rispet­tare noi stessi e quelli che ci vivono vicino, non barat­tiamo il posto di lavoro met­tendo a repen­ta­glio la nostra salute, quella dei nostri figli e di tutti», con­ti­nua Anto­nio, rac­con­tando che in molti altri posti sca­ri­cano ancora a mare i rifiuti, ma qui non si fa più da trent’anni: «per­ché i tonni ave­vano smesso di pas­sare in que­ste acque, e noi abbiamo l’unica ton­nara del medi­ter­ra­neo». Ogni volta invece di finire il par­la­to­rio rico­min­cia, si ria­nima all’improvviso. Si sen­tono per­se­gui­tati dalla famosa tele­fo­nata di Ber­lu­sconi a Putin: «Ci hanno fatto pas­sare da alloc­chi, ma qui lo scet­ti­ci­smo si tagliava a fette, e nes­suno di noi lo votava».

Gli ope­rai dell’Alcoa da qual­che giorno sono tor­nati di fronte ai can­celli, davanti a quat­tro grandi silos, le strut­ture di tubi dello sta­bi­li­mento. Quando arri­viamo, dopo aver par­cheg­giato sul piaz­zale, stanno finendo di mon­tare una grande tenda azzurra, e sul prato anti­stante cam­peg­giano altre cana­desi di diversi colori. Par­lano in pic­coli gruppi quando ci sediamo sulle pan­che, allora altri si avvi­ci­nano. Il clima è com­ple­ta­mente diverso da quello dell’Euroallumina, i visi di que­sti uomini sono tesi, pre­oc­cu­pati, qual­cuno non nasconde l’angoscia. «Siamo in attesa» dice un ope­raio biondo, «la Regione intende spo­stare la nostra ver­tenza a Palazzo Chigi, inte­res­sare diret­ta­mente il Governo». Un altro ope­raio robu­sto, scuro di car­na­gione, dice stiz­zito: «Il dramma è che que­sta ver­tenza si è addor­men­tata». Riprende la parola quello biondo: «Negli ultimi mesi gli incon­tri sono stati più volte riman­dati, è stato neces­sa­rio fare que­sta azione. E stai sicuro non ci fer­me­remo qui se non ci saranno risul­tati». Un altro sulla cin­quan­tina, occhia­lini ret­tan­go­lari, dice: «Devono capire che in que­sto ter­ri­to­rio c’è un dramma, abbiamo la cassa inte­gra­zione fino a gen­naio, quelli delle ditte d’appalto da sei mesi non rice­vono un euro, c’è gente dispe­rata che non ce la fa più». Si lamen­tano della scarsa atten­zione dei poli­tici: «Siamo andati da tutti, abbiamo fatto il giro delle sette chiese, ma di noi si parla solo quando c’è la cam­pa­gna elet­to­rale» dichiara un altro di loro, fuori dalla tenda. Poi ci rag­giunge il dele­gato della Cgil Bruno Usai, è il fra­tello di Ser­gio, sin­da­ca­li­sta molto amato e sto­rico mili­tante comu­ni­sta scom­parso qual­che anno fa.

«SCHIAVI DI UNA MULTINAZIONALE»

Voce pacata, capelli lun­ghi neri con una frezza bianca al cen­tro, con pazienza ricom­pone la tra­va­gliata sto­ria di que­sta fab­brica che ha chiuso nel 2010 quando la mul­ti­na­zio­nale ame­ri­cana ha deciso di ridurre le quote di mer­cato.
Sic­come lo stato ita­liano non gli garan­tiva più deter­mi­nate con­di­zioni, soprat­tutto nell’erogazione di ener­gia elet­trica, che qui costa il tri­plo di altre parti d’Europa in quanto la cen­trale dell’Enel pro­duce con una cal­daia di con­ces­sione obso­leta, ha deciso per il fermo. Il risul­tato sono quasi mille ope­rai in cassa inte­gra­zione con quelli dell’indotto, un’assurdità per una azienda che darebbe ancora utili e non rie­sce da sola a coprire il fab­bi­so­gno nazio­nale di alluminio.

«Siamo schiavi di una mul­ti­na­zio­nale, capi­sci?», mi dice Bruno, senza per­dere la calma, gesti­co­lando con le mani. «Per­ché ci sarebbe una ven­dita in corso, ma non capiamo se è una ven­dita reale o masche­rata. Secondo noi l’Alcoa non vuole cedere que­ste quote di mer­cato. Per una que­stione stra­te­gica vuole chiu­dere lo sta­bi­li­mento senza però per­met­tere che altri pro­du­cano allu­mi­nio in Ita­lia, il governo deve inter­ve­nire. Noi non abbiamo altre alter­na­tive. Oppure» dice scon­so­lato, «prendi la vali­gia e parti. Ma dove vai adesso? Oggi i lavori gene­rici sono in mano ai lavo­ra­tori del terzo mondo, nean­che un posto da lava­piatti si trova, c’è gente che non arriva alla fine del mese, molti hanno riti­rato i figli da scuola. Senza la fab­brica non c’è vita qui».
Le forme di lotta sono state tante, per farsi ascol­tare que­sti lavo­ra­tori irri­du­ci­bili sono entrati come furie sulle piste all’aeroporto di Cagliari per fer­mare gli aerei in atter­rag­gio, due di loro sali­rono per pro­te­sta su un silos a 70 metri di altezza, hanno dovuto per­sino bloc­care le navi get­tan­dosi corag­gio­sa­mente in mare.

LA MUSICA COME RESISTENZA

Un’altra forma di resi­stenza è stata quella della musica. A comin­ciare da Roc­k­bus, una vec­chia cor­riera di linea par­cheg­giata da altri ope­rai cas­sin­te­grati come pre­si­dio davanti alla fab­brica Roc­k­wool per con­trol­lare che lo sta­bi­li­mento non fosse sman­tel­lato e por­tato in India, come poi è acca­duto. «Ini­zial­mente non pen­sa­vamo dovesse durare quat­tro anni» rac­conta Tore Cor­riga nel pome­rig­gio alla Camera del Lavoro, un ex albergo ope­rai della miniera ristrut­tu­rato, che adesso si occupa di siti archeo­lo­gici per una società della Regione. «Era­vamo una tren­tina, ma molto deter­mi­nati, fissi lì, ogni giorno, abbiamo dovuto inven­tarci di tutto. Così è venuta fuori l’idea del bus, poi sono par­titi i con­certi ogni sabato, sono venuti gruppi da tutta la Sar­de­gna. Era un modo per rima­nere vivi, ci dava la carica. Se ogni giorno arriva qual­cuno, resi­sti». Lo chia­mano rock metal­mec­ca­nico, gruppi che si sono for­mati nel cuore della fab­brica, come gli Intrec­cio, anche loro minac­ciati dalla crisi. Il loro nuovo video, molto inquie­tante, tocca il tema dei sui­cidi, che qui sono stati diversi tra chi ha perso il lavoro, ma quello pre­ce­dente lo hanno rea­liz­zato alla Metal­lo­tec­nica, una delle prime fab­bri­che dismesse di Por­to­ve­sme, con la can­zone «Com­bat­tere», che è stata ed è ancora una ban­diera nelle mani­fe­sta­zioni sin­da­cali. Sono musi­ci­sti di lunga data, sup­por­ter di gruppi pop degli anni ’70 e di cover. Marino Usai mi rac­conta di que­sta ener­gia che sen­ti­vano den­tro quelle mura, «quasi quelle delle per­sone che ancora lavo­ra­vano e hanno dovuto subire la fame, il disa­gio sociale, lo sfrut­ta­mento. Inve­cela nostra sala prove è da trent’anni pro­prio sotto i nastri dell’Eurallumina, da lì den­tro abbiamo sen­tito spe­gnersi pro­gres­si­va­mente tutti i rumori delle fab­bri­che e del lavoro» dice sconsolato.

IL SOUND DEI TES­SE­RATI FIOM

I Gola­secca, tutti tes­se­rati Fiom, si sono incon­trati durante le pause pranzo alla mensa azien­dale. All’inizio per il pia­cere di suo­nare, poi la loro si è tra­sfor­mata in una rea­zione alla chiu­sura. «Siamo tutti dipen­denti Alcoa in cassa inte­gra­zione, ma noi vogliamo lavo­rare non ci piace essere degli assi­stiti, la dignità prima di tutto, e vole­vamo dirlo. Roberto, addi­rit­tura è senza nes­suna tutela, essendo un inte­ri­nale» dice il chi­tar­ri­sta Marco Cadeddu. Il can­tante bar­ba­ri­cino e istrio­nico del gruppo, barba lunga neris­sima e tratti soma­tici mar­cati, con­fessa che quelli come lui erano costretti a lavo­rare di più: «La pre­ca­rietà è un ricatto, era­vamo ottanta, sem­pre in scacco matto, facil­mente ricat­ta­bili dall’azienda, con­tratto ogni tre mesi, sabato al lavoro». Il nome ini­ziale era Gola­secca, viene da suo nonno, che si è tra­sfe­rito qui per lavo­rare in miniera da Bari­gadu, dal cen­tro Sar­de­gna. Mi rac­conta che que­sto suo ante­nato viveva in un pae­sino, Ulà Tirso. In sardo ula è la gola, quindi la gola del Tirso. Quando era bam­bino ci fu la grande crisi idrica nella regione, e il lago in estate si ridu­ceva a una gora. «Lui si avvi­ci­nava a mia nonna e diceva: “Zic­china, oc annu puru sa ula est sicca”, cioè Fran­ce­schina, anche quest’anno la gola del fiume è secca, allora ho pro­po­sto que­sto nome. Se tu hai sete vai a cer­care l’acqua, e per noi sardi che siamo radi­cati in quest’isola signi­fica voglia di cer­care, di tro­vare con la sete che ti spinge». Roberto Cossu mi mostra la maglietta che indossa, c’è scritto «Meglio ban­diti che schiavi nella nostra terra».

Come scri­veva Paolo Vol­poni nelle Mosche del capi­tale: «La città è peg­gio della fab­brica. Anche se la fab­brica è imbat­ti­bile come cat­ti­ve­ria e pre­po­tenza. Adesso può per­met­tersi anche di licen­ziare. Dopo che ti ha sfrut­tato e istu­pi­dito, ti butta fuori. Ti rimanda in una di que­ste vie». Ma la lotta di que­sti ope­rai, tutti discen­denti da una razza di mina­tori del Sulcis-Iglesiente, per que­sta forza antica che viene dal pas­sato non si ferma, con­ti­nua, senza più classe e senza par­tito, in que­sti tempi cupi di smar­ri­mento e crisi.

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