Novecento

Ha senso leggere Lenin oggi, in un contesto in cui l’orizzonte neoliberale, pure se in mezzo a fortissime tensioni, appare, almeno in superficie, in grado di occupare stabilmente il nostro presente?
Tutto questo centenario del 1917, quando almeno non ci si dedichi semplicemente a fare un po’ di storia antiquaria, sottintende evidentemente la domanda sul senso che può avere oggi, sempre che ne abbia, pensare la Rivoluzione.
Slavoj Žižek ha curato, con sua introduzione e postfazione, un’antologia di scritti leniniani, Lenin oggi. Ricordare, ripetere, rielaborare (Ponte alle Grazie, pp. 295, euro 18), che intende combattere ogni rimozione del problema della Rivoluzione. E lo fa, come il sottotitolo dichiara chiaramente, usando le armi a lui più congeniali: un mix tra un ammirevole virtuosismo del paradosso intellettuale, un uso originale della tradizione filosofica dialettica, e, soprattutto, un costante riferimento alla psicoanalisi lacaniana, o meglio, per liberare Lacan da responsabilità in faccende che in fondo non lo riguardano troppo, a un certo «lacanismo politico», orami consolidatosi negli anni.

RICORDARE LENIN significa qui, in coerenza con la generale intonazione psicoanalitica del discorso, evitare la rimozione che costringerebbe a subire passivamente il rimosso: i comunisti che rimuovono il passato sono costretti a ripeterlo anche nei suoi aspetti più orribili. Non bisogna rimuovere: ma, al tempo stesso, per Žižek, ogni possibile attualità di Lenin va iscritta nel segno dello scacco e della sconfitta. Ripetere Lenin oggi, quindi, significa accettare che «Lenin è morto», che le sue soluzioni sono fallite, e che il modo di questo fallimento è stato persino atroce. Quello che invece va riportato in superficie, dai luoghi profondi dell’inconscio della storia, è invece proprio lo scarto tra quello che Lenin ha fatto e ciò che non è riuscito a fare: questo registro della disperazione è quello che dovremmo, per Žižek, importare e riapprendere oggi dall’esperienza leniniana.
Cos’era la rivoluzione, per Lenin, se non lo sporgersi verso una possibilità non assicurata, anzi assolutamente azzardata rispetto alle condizioni? Žižek traduce in lacanese questa idea di una rivoluzione sospesa sul vuoto: «in Lenin, come in Lacan, la rivoluzione ne s’autorise que d’elle-meme». La rivoluzione è l’atto che si sottrae a ogni garanzia del grande Altro, in altre parole che si sottrae alle legittimità precostituite o al mito di una lineare necessità storica. E qui non si potrebbe che concordare, e anche il confronto con Lacan potrebbe risultare molto utile: la rivoluzione rompe con l’assicurazione del già dato e costruisce una nuova legittimità, deviando, attraverso la forza di nuovi processi di soggettivazione inediti, il corso prevedibile della storia.

MA, IN ŽIŽEK, la sottrazione al grande Altro non assume i tratti di un confronto duro, ma in qualche modo riarticolabile, produttivo di trasformazione, con il Reale, ma si traduce immediatamente in una esposizione sul vuoto, nell’affrontare «la paura dell’abisso dell’atto». E la soggettività è chiamata, più che a trasformarsi continuamente nel divenire storico e nelle relazioni che istituisce, a mantenersi fedele a un Evento «unico», inteso come irruzione di una Verità altrettanto assoluta.
Žižek si sofferma significativamente su uno scritto leniniano del 1922, A proposito dell’ascensione sulle alte montagne. Qui Lenin si concentra sul «negativo», su quanto non è stato fatto, sullo scarto dalle intenzioni iniziali: occorre saper «ricominciare daccapo», perché l’obiettivo di costruire una società socialista non è neanche sfiorato. Ma tornare daccapo non significa qui indietreggiare a un mitologico inizio. Lenin vuole mettere in guardia le forze proletarie dal credere che l’obiettivo possa mai essere l’edificazione compiuta di uno stato «socialista», e ricorda che la transizione resta invece sempre un processo aperto, in cui si mantiene un dualismo immediatamente non richiudibile tra comando del capitale e istituzioni dell’autorganizzazione operaia.

NELLA LETTURA che ci propone Žižek, invece, l’insegnamento leninista consisterebbe nel saper fino in fondo fare i conti con il proprio «fallimento» fino a giungere a «ripetere l’inizio». E ripetere l’inizio oggi, significa, spiega Žižek, non solo separarsi da tutte le illusioni socialdemocratiche sulla tenuta dello stato sociale, esercizio che sarebbe effettivamente ragionevole e urgente, ma anche rinunciare all’idea di «una regolamentazione diretta e trasparente ’dal basso’ del processo sociale della produzione, quale corrispettivo economico del sogno di ‘democrazia diretta’ dei consigli operai».
Qui emerge il vero obiettivo della invenzione di questo strano Lenin disperato decisionista puro: liquidare quel nesso, complesso e mai assicurato, che in Lenin lega sempre autorganizzazione della produzione e azione politica. Davanti alla crisi, secondo questa lettura, dovremmo liberarci proprio da qualsiasi idea di far politica «dal basso»: rompere l’orizzonte neoliberale è possibile solo ritornando a celebrare una verticalità, un comando, un Padre o un Padrone.

GIOCANDO ANCORA con Lacan, si tratterebbe, per Žižek, di spezzare il discorso del Capitale, ritornando appunto al discorso del Padrone: ci occorrerebbe ritrovare un’Autorità che, dall’esterno, sul modello del Terrore (Saint-Just, non a caso, è un eroe del libro), venga a rompere la forza con cui il neoliberalismo, celebrando la nostra autonomia, ci trasforma in servi volontari. Il problema che questa logica del Padrone riprodurrebbe poi a un altro livello la stessa mancanza di autonomia e la stessa gerarchizzazione da cui sarebbe chiamata a liberarci, è completamente dimenticato, o, meglio, ce ne dovremmo forse fare una ragione nel segno di una permanenza del tragico, di una mai compiuta realizzazione dell’Idea nella storia.
Secondo questa logica, traducendola su un piano più direttamente organizzativo, dovremmo così rispondere alle difficoltà che i movimenti sociali reticolari e senza leadership hanno incontrato nel combattere con efficacia il comando finanziario, riconsegnandoli a un luogo della decisione politica fondato su uno scarto verticale, su una separazione netta dalle dinamiche di base: una soluzione in salsa leaderistica e nazionalpopulista che alcune sinistre nel mondo hanno abbondantemente sperimentato, senza per questo sortire grossi risultati espansivi.

OGGI AVREMMO, in realtà, bisogno di fare tutto il contrario di quanto predicano tutte queste nuove idolatrie del Politico puro: ripensare Lenin può servire a una nuova radicale rielaborazione per stringere, e non per abbandonare, il nesso tra politica e produzione, per superare la separatezza della rappresentanza e dell’azione politica e riconquistarle pienamente alle reti della cooperazione sociale e cognitiva.
Si comprende bene che la durezza della crisi dia spazio all’antichissima illusione di rimettere le cose a posto, sottoponendo le forze produttive a un comando del Padrone: ma quelli che pensano di poter affrontare il neoliberalismo facendolo indietreggiare a colpi di decisionismo e trascendenze, i tardogiacobini nutriti sempre e solo di un triste scetticismo verso ogni momento di autorganizzazione democratica, farebbero meglio ad alzare questi inni alla Decisione pura e alle virtù eroiche del Terrore nel proprio nome, lasciando perdere Lenin.

FONTE: Giso Amendola, IL MANIFESTO

Il mondo è molto cambiato, esistono tante istanze diverse, non si può ridurre tutto ad uno, ma questo non si significa che il problema della strategia ce lo si possa mettere alle spalle. Una società che non solo protesta ma anche costruisce: c’è bisogno di forme di organizzazione permanenti della democrazia

Intervento al Forum Internazionale «Ottobre, rivoluzione, futuro», Mosca 5 novembre 2017

Inizio ponendomi una domanda: quali sono ora, a cento anni esatti dalla rottura bolscevica, i compiti di una/un militante comunista occidentale nella sua attività giorno per giorno?

E quale è il soggetto non solo puramente politico ma sociale, che può svolgere un ruolo rivoluzionario? La classe proletaria, ciò che eravamo abituati a pensare come soggetto, non esiste più nelle forme che conoscevamo.

Quella classe è stata sconfitta, è stata frantumata socialmente, economicamente, culturalmente. È geograficamente dispersa, i contratti collettivi sono sempre più sostituiti da quelli individuali. Contratti individuali attraverso i quali il lavoratore ha l’illusione di svolgere una attività autonoma e libera. L’individualismo ormai la fa da padrone dovunque. Come ricomporre quel soggetto sociale è un compito dei comunisti.

In secondo luogo credo dobbiamo riflettere sullo sviluppo delle forze produttive che non svolgono più un ruolo progressivo. Ve lo ricordate «il grande becchino» del capitalismo? Vi informo che non esiste più. Noi dobbiamo ricomporlo. Ma come fare? Voi conoscete la risposta che è stata data a questa domanda da Toni Negri e Michael Hardt.

È quella del general intellect, dei collettivi di lavoro che possono produrre nuovi spazi di liberazione e che svilupperebbero gradualmente dei soggetti anticapitalisti. Io penso che i processi di ricomposizione invece saranno molto meno spontanei, anche di come li immaginavamo nel passato. Dobbiamo lavorare di più sul progetto complessivo.

Diciamo spesso «siamo il 99% dell’umanità», ma come mai questa assoluta maggioranza non incide come dovrebbe? Ecco questo è il nostro problema: come progettare un mondo diverso.

I parlamenti ormai non decidono più nulla. La privatizzazione che abbiamo conosciuto in questi anni non è stata solo la privatizzazione dei servizi sociali o delle risorse ma anche quella del potere legislativo. Le decisioni più importanti non vengono più prese nei parlamenti ma sorgono da accordi tra le grandi holding transnazionali che controllano i mercati globali e queste decisioni incidono sulle nostre vite molto di più di qualsiasi parlamento. Dove si trova oggi il Palazzo d’Inverno? Esiste ancora? È veramente difficile dirlo quando le decisioni sono prese molto lontano da noi.

Questo ci rimanda alla questione del partito, perché noi abbiamo bisogno di un partito. Le critiche che sono state fatte alla struttura partito da parte dei giovani sono importanti. Anche il migliore dei partiti è portato solo ad autolegittimarsi politicamente, ignorando le istanze dei movimenti.

Noi abbiamo bisogno di una nuova dialettica movimenti/partito. Il mondo è molto cambiato, esistono tante istanze diverse, non si può ridurre tutto ad uno, ma questo non si significa che il problema della strategia ce lo si possa mettere alle spalle.

Una società che non solo protesta ma anche costruisce, in questo senso credo che il ruolo dei movimenti sia stato sovrastimato. C’è bisogno di forme di organizzazione permanenti della democrazia. La democrazia non è andare a votare questo o quello ogni quattro anni ma la gestione della società.

Il superamento di questo sistema è un processo lungo che non può essere solo la conquista del potere politico, la «conquista della società» è assai più importante. La socialdemocrazia e il comunismo hanno condiviso la stessa cultura, la cultura dello statismo, l’idea della centralità della presa del potere politico. In questo orizzonte io credo che si riproponga ancora una volta quella che Gramsci chiamava la «conquista delle case matte».

E questo ci riporta al Lenin di Stato e rivoluzione in cui da una parte il rivoluzionario russo studia il problema dello Stato e della sua estinzione e dall’altro si pone il problema della costruzione nella società una nuova democrazia organizzata, quella dei soviet. I soviet o gli stessi consigli nella visione gramsciana non sono solo gli organizzatori dell’insurrezione ma anche strutture che iniziano a operare per la riappropriazione cosciente delle funzioni svolte dalla burocrazia statale, per la gestione sociale.

So che tutto ciò è difficile ma ciò potrà impedire che si imponga ancora una volta una società autoritaria, un potere separato dalla società.

Se non costruiremo nella società una democrazia reale, quello che abbiamo conosciuto nel passato rischierà di ripresentarsi.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

 Nel sessantesimo anniversario della sua scomparsa

Cerignola tornerà ad ospitare l’opera di Ettore de Conciliis dedicata a Giuseppe Di Vittorio. Il murale, sin dalla metà degli anni Ottanta abbandonato in frantumi nei depositi comunali – fu divelto per far posto ai nuovi cantieri di piazza della Repubblica – sarà ricollocato domani 3 novembre in piazza della Libertà. Con il restauro del murale «Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno» si conferma il recupero di una stagione pubblica e sociale della pittura italiana espressa tra gli anni sessanta e settanta del Novecento di cui de Conciliis, Rocco Falciano e le esperienze pittorico-installative del Centro di Arte Pubblica e Popolare di Fiano Romano restano un prezioso riferimento.

A Cerignola, intanto, si assiste ad un miracolo laico. L’opera, ridotta a scoria non più leggibile del nostro Novecento, tenuta in vita da un importante lavoro volontario che, negli anni, durante i vari trasferimenti, ha fotografato e documentato lo stato dei frammenti e permesso una prima catalogazione dei pezzi, ha confermato una straordinaria capacità di resistenza estetica. I lavori di restauro sul murale, in un hangar della zona industriale di Cerignola, sono appena terminati. Seguito dallo stesso de Conciliis, sui pannelli è intervenuto il lavoro Francesco Daddario. Il restauro, oltre al problema della caducità dei materiali industriali, si è presentato difficile per la messa in sicurezza ed il riassemblaggio dei quasi trecento frammenti in cui risultava scomposto. L’opera, completa investiva una superficie pittorica di circa centotrenta metri quadrati. I pannelli in Glasal – un fibrocemento simile all’eternit – accoglievano i colori delle resine industriali frammiste a pigmenti naturali.

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L’opera – terminata in laboratorio nel settembre del 1974 e successivamente assemblata sul posto – evitando facili soluzioni agiografiche, racconta le vicende delle lotte contadine. Il volto del capo della Cgil si accompagna a quelli della moltitudine degli operai e dei braccianti. L’ulivo è raffigurato come rizoma ancestrale di un popolo che migra da un Mezzogiorno invaso dalle banconote partorite dal ventre della prostituta Babilonia. L’effetto fu disturbante.
Oggetto di una preoccupante campagna giornalistica, a tre giorni dalla sua installazione i neofascisti mitragliano il murale. Numerose, furono le testimonianze di solidarietà. In un suo scritto Renato Guttuso, ricordando l’esperienza di de Conciliis accanto a Siqueiros nel cantiere del Poliforum, definisce l’opera «generosa, geniale e disinteressata». Ad oggi, dell’originaria struttura installativa risultano quasi completamente recuperati i tre schermi laterali; completamente disperso, invece, quello inferiore. Ancorati sui tre lati di un tronco di piramide rovesciato, i quattro pannelli, tagliati, a diverse altezze, in forma di bandiera, nel punto più alto raggiungevano, con la struttura metallica tubolare, i dieci metri. Dinamismo e integrazione plastica individuavano la struttura portante come forma significante capace di espandere e continuare la pittura. L’installazione, su tre lati, favoriva una lettura ottica d’insieme mentre, dal basso verso l’alto – con la presenza dello schermo oggi disperso – veniva assicurata la fruizione da un punto d’osservazione ravvicinato.

La possibilità di attraversare l’opera e la sua poliangolarità consentivano una particolare esperienza percettiva che, dal libero movimento dello spettatore, risultava aumentata, moltiplicata nella sua meccanica espressiva dalle infinite alterazioni delle sue possibilità visuali.
Confermata anche dalle letture di Carlo Levi e di Paolo Portoghesi, il murale per Di Vittorio guadagnava, nel suo rapporto con lo spazio pubblico, la coesistenza di valori pittorici, scultorei ed architettonici. La sfida, rinnovata nella nuova collocazione, resta quella di trovare, per un’opera che pittoricamente continua, in maniera aperta, ad interrogarci, il giusto rapporto tra percezione, spazio e invenzione plastica.

FONTE: Generoso Bruno, IL MANIFESTO

Pubblichiamo il discorso pronunciato il 24 ottobre 2017 nell’aula del Senato da Mario Tronti per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre.

Presidente, colleghe e colleghi, vi chiedo un momento di attenzione. In mezzo ai lavori convulsi di questi giorni, una pausa di riflessione può far bene.

Volevo ricordare un evento, di cui ricorre quest’anno il centenario. Il 24 di ottobre, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, del 1917, esplodeva nel mondo la rivoluzione in Russia. Mi sono interrogato sull’opportunità di proporre qui, nel Senato della Repubblica, il ricordo di questa data.

Sono consapevole che questo arrivi a turbare la sensibilità di alcuni, e di alcune, che legittimamente possono nutrire, nei confronti di quell’evento, una ostilità assoluta.

Ma siamo a cento anni da quella data e possiamo parlarne, come io intendo parlarne, con passione e nello stesso tempo con disincanto.

Non so se è verità o leggenda, quella volta che chiesero a Chou En-Lai, anni cinquanta del Novecento, che giudizio si sentisse di dare sulla rivoluzione francese del 1789. E la risposta fu: troppo presto per parlarne. Di quei “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, secondo il reportage che ne fece il giornalista americano John Reed, ne trattano oggi molti giornali, molte riviste, molti libri. Del resto, per mettere un pizzico di ironia in avvenimenti che hanno dalla loro parte non poco di vicende tragiche, si potrebbe dire che anche questa, come facciamo spesso in quest’aula, è la commemorazione di un defunto.

Qui, a Palazzo Madama, come a Montecitorio, soprattutto nella prima Legislatura, seguita alla Costituente, presero posto alcuni protagonisti che avevano vissuto quella storia in prima persona. Questo mio ricordo vuole essere anche un omaggio a questi padri.

Il 1917 è conseguenza del 1914. Senza la grande guerra non ci sarebbe stata la grande rivoluzione.

E la cosa da ricordare subito è che la prima rivendicazione, che forse più di altre produsse il successo della rivoluzione, fu la rivendicazione della pace: la pace ad ogni costo, si disse, anche a costo di perdere la guerra.

Quando Lenin, contro tutti, firmò il trattato di Brest Litovsk, accettò tutte le più pesanti condizioni, pur di riportare a casa i soldati. Lenin era l’autore di quella che a mio parere è stata la più audace di tutte le parole d’ordine sovversive, quando disse: soldati operai e contadini russi non sparate sui soldati e contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate sui generali zaristi.

C’era quella idea, che era stata per primo di Marx. dell’internazionalismo proletario, “proletari di tutti i paesi unitevi”: un’idea niente affatto di parte, che affonda invece le sue lunghe radici nell’umanesimo moderno.

Già nei moti rivoluzionari del 1905 i soldati si erano rifiutatati di sparare sulla folla, e avevano sparato sui loro ufficiali.

1905 e 1917 sono le due tappe della rivoluzione in Russia. La lucida strategia, che sarà dei bolscevichi contro i menscevichi, era che i comunisti dovevano mettersi alla testa della rivoluzione democratica per portarla alle sue naturali conseguenze, che stavano nella rivoluzione socialista.

Se democrazia è infatti il kratos in mano al demos, il potere in mano al popolo, quale strumento più democratico dei soviet, dei consigli degli operai e dei contadini?

Ma, attenzione, i soviet dovevano farsi Stato, dovevano assumere l’interesse generale. E il fatto che invece di farsi Stato si sono fatti partito, chissà che non sia stato questo il vero punto di catastrofe dell’intero progetto.

Ma comunque quella democrazia diretta non ha niente a che vedere con l’attuale democrazia immediata. Questa non solo non si fa istituzione, ma è anti-istituzionale e dunque antipolitica e allora è conservatrice, se non addirittura reazionaria.

La rivoluzione partì su tre parole d’ordine: la pace, il pane, la terra. Parole semplici, che toccarono il cuore dell’antico popolo russo.

Tre cose che erano state sottratte a quel popolo. La rivoluzione gliele restituì. Per questo “l’assalto al cielo”, che avevano già tentato invano gli eroici comunardi di Parigi, vinse a Pietroburgo con l’assalto al Palazzo d’Inverno.

Colleghi, conosco bene il seguito della storia. Una rivoluzione, che era nata dalla guerra, si trovò in guerra con il resto del mondo, accerchiata e combattuta. Non intendo, per questo, nascondere, tanto meno giustificare, le deviazioni, gli errori, la violenza, i veri e propri crimini commessi.

Qui, c’è il grande problema del perché la rivoluzione, cioè il progetto di trasformazione in grande del corso delle cose, sfocia storicamente nel terrore.

E il problema non riguarda solo i proletari. I borghesi non hanno agito diversamente nella loro presa del potere. La rivoluzione inglese di metà Seicento, la rivoluzione francese di fine Settecento, ambedue hanno fatto cadere nel capestro la testa del re. E la rivoluzione americana, per produrre la più stabile democrazia del mondo, è dovuta passare per una terribile guerra civile.

Rivoluzione e guerra, rivoluzione e terrore, sono dunque inseparabili? Dobbiamo dunque per questo rinunciare al tentativo di un rivolgimento totale? Occorre rassegnarsi alla pratica di cosiddette riforme graduali, che però mai riescono a minimamente mettere in discussione il rapporto, che poi è un rapporto di forza, tra il sotto e il sopra, tra il basso e l’alto della società?

Questo è il problema che ci pone ancora oggi, dopo un secolo, quell’ottobre del ’17.

Ecco perché vorrei, se possibile, isolare il valore liberatorio di quell’atto rivoluzionario dai fallimenti epocali e anche dalle costrizioni antilibertarie, che lo hanno seguito nella sua realizzazione.

Ricordo una data e condanno una sua negazione. Quell’atto trova la sua fondazione nel mirabile inizio di secolo. Il primo decennio del Novecento vede l’irrompere, anch’esso sovversivo, della trasvalutazione di tutte le forme: in campo artistico, con le avanguardie, arti figurative, poesia, narrativa, musica; in campo scientifico, con la fine della meccanica newtoniana e l’avanzare del principio di indeterminazione; nel pensiero filosofico con la messa in questione della ragione illuministica.

Come potevano le forme della politica, organizzazioni e istituzioni, non essere travolte da questo Sturm und Drang, da questo impeto e assalto? Come la grande Vienna è il cuore di questo sommovimento culturale, così Pietroburgo diventa il cuore di un sommovimento politico.

Il secolo ne sarà interamente segnato. L’anima e le forme è lo splendido titolo di un libro del giovane Lukács, che esce nel 1911. Era l’anima dell’Europa ed era, come dirà anni dopo Husserl, la crisi delle scienze europee, a ribaltare tutte le forme ottocentesche. Lo spirito anticipa sempre la storia.

La rivoluzione del ’17 in Russia sta in mezzo a questo totale fermento. Atto di liberazione, che metterà in moto masse enormi di popolo e provocherà scelte di vita di piccole e grandi personalità. Ad esso si richiamavano molti dei ribelli antifascisti, mentre subivano il carcere e l’esilio, molti dei combattenti nella guerra di Spagna contro i franchisti, molti dei partigiani che salirono in montagna contro i nazisti.

Se leggete le lettere dei condannati a morte della Resistenza, in Italia e in Europa, troverete spesso l’ultimo grido di saluto per quell’evento.

Mi rendo conto di parlarne con fin troppa partecipazione, e perfino enfasi Ma vedete, colleghi, io mi considero figlio di quella storia. E francamente vi dico che non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì. Qui, a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi, senza ripetere nulla di quel tempo lontano, passato attraverso tante trasformazioni, rimanendo identico.

Vi assicuro, un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante. Se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa.

FONTE: Mario Tronti, IL MANIFESTO

Barricate ovunque, insorti armati: 41 morti, duecento feriti, centinaia di arresti

«Vidi sbucare i cavalli lanciati al galoppo, i soldati con la sciabola sguainata nella destra in una selvaggia carica: non persi un attimo, con un gesto rapido mi aprii la camicia mostrando il petto nudo. Non vedevo più nulla. Poi con la coda dell’occhio vidi una specie di ombra che traversava la via venendomi vicino: era una ragazza molto giovane, si era liberata della sua camicetta mettendo poi il suo seno a nudo con lo stesso gesto che avevo fatto io, ma con più grazia, con più semplicità. Un urlo formidabile scoppiò dalla folla della barricata, dalle finestre aperte vennero incitamenti perché la cavalleria si fermasse. “Viva la pace, abbasso la guerra”. I soldati sbalorditi da tanto ardimento si fermarono ad un metro dai nostri petti nudi. Il silenzio era diventato ad un tratto sepolcrale, poi l’ufficiale dette ordine al suo squadrone di fare dietro fronte».

NON È LA SCENA di un film in bianco e nero con Amedeo Nazzari, Alida Valli e cavalli scalpitanti. È la cronaca scritta da un ventenne militante socialista, tra i protagonisti dell’insurrezione dell’agosto 1917 a Torino, nel pieno della guerra: «Le cinque giornate del proletariato torinese» le definisce Antonio Gramsci su Il Grido del Popolo, che però griderà solo nelle cantine della questura, perché il settimanale è subito sequestrato. «I carri blindati entravano in azione specialmente nel tratto del corso che va da Porta Palazzo a corso Principe Oddone. Improvvisamente un nugolo di donne sbucarono dai portoni di tutte le case, ruppero i cordoni e tagliarono la strada ai carri blindati. Questi si fermarono un momento. Ma l’ordine era di andare a ogni costo, azionando anche le mitragliatrici. I carri si misero in moto; allora le donne si slanciarono, disarmate, all’assalto, si aggrapparono alle pesanti ruote, tentarono di arrampicarsi sulle mitragliatrici, supplicando i soldati di buttare le armi. I soldati non spararono, i loro volti erano rigati di sudore e di lacrime. Le tanks avanzavano lentamente. Le donne non le abbandonavano. Le tanks alfine dovettero arrestarsi».

NOI SAPPIAMO nome, cognome e fattezze dell’allora sindaco di Torino, dell’arcivescovo della città, del questore, del prefetto, del ministro degli interni, di tutte le gerarchie e gerarchiette immaginabili. Conosciamo il nome di Antonio Gramsci e di altri dirigenti del Partito Socialista. Non sappiamo niente, né nome né volto delle donne che si arrampicano sui blindati, ci è del tutto ignota la ragazza che indossa il suo corpo come uno scudo nudo contro l’oscena carica dei soldati. Minerva e Marianna, in un gesto solo.

«IL MEDICO CAPO di questo Municipio mi riferisce che i chaffeurs delle automobili per il trasporto dei feriti si rifiutano di eseguire il servizio e di intervenire sulle piazze e sulle vie, perché sono fatti segno egualmente agli spari dei soldati quantunque le automobili portino ben visibile il segno della Croce Rossa. Rivolgo viva preghiera all’Eccellenza Vostra affinché, nell’interesse generale, voglia compiacersi di impartire opportuni ordini, per evitare l’indicato gravissimo inconveniente» supplica con il cappello in mano il Sindaco di Torino, Leopoldo Usseglio, rivolgendosi al comandante della piazza, generale Galeazzo Sartirana. Generale di un Regio Esercito che spara sulla Croce Rossa.

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È L’ALTRA guerra. Una guerra che non sta nel fango delle trincee, negli assalti alla baionetta, sui picchi dolomitici, non c’è …Terzo Alpini sulla via il Monte Nero a conquistar. Sta in un’altra musica: prendi il fucile e gettalo giù per terra, vogliam la pace e non vogliam più la guerra cantano le donne a squarciagola. Qualche volta viene cantata anche al fronte ed è subito plotone d’esecuzione.

NON ERA SGORGATO all’improvviso questo canto. Era da più di un anno che la città e la provincia erano in fermento. Scioperi massicci si susseguivano in tutti i comparti industriali. Manodopera soprattutto femminile. Contro il carovita, contro gli accaparramenti, contro la mancanza del pane. Il pane. Per procacciarselo devono fare interminabili code all’alba, prima di entrare in fabbrica. «Per il pane» diventa poco alla volta anche «contro la guerra», per il ritorno a casa di figli, mariti e padri. La tradotta che parte da Torino, a Milano non si ferma più, ma la va diretta al Piave, cimitero della gioventù.

E I QUARTIERI OPERAI in quella manciata di giorni a fine agosto del ’17 esplodono in una sommossa, moto, tumulto, rivolta, insurrezione. Chiamala come ti pare. I pochissimi storici che l’hanno studiata si sono sbizzarriti in catalogazioni a presa rapida. I viali con gli alberi abbattuti per costruire barricate, le mitragliatrici e i mortai issati sopra, i collegamenti tra insorti in bicicletta, di cui il generale Sartirana vieterà prontamente la circolazione, i quarantuno morti accertati, i duecento feriti, le centinaia di arresti e successive condanne, dicono qualcosa della natura politica eversiva di quei giorni, del binomio non solo novecentesco di guerra e sfruttamento e della sua centralità. Parla chiaro anche lo smarrimento e, troppo spesso, la latitanza dei sindacalisti e dei dirigenti socialisti.

«ADDIO TABARIN» va ancora forte nelle sale da ballo non solo torinesi, anche se non è chiaro per chi sia stata belle quell’epoque. È invece palpabile che il tuorlo delle esistenze è entrato in fase frullamento.

CAPORETTO è alle porte, a Pietrogrado il Palazzo d’Inverno sta per cambiare inquilini, un signore inglese di nome Balfour è sul punto di fare una dichiarazione destinata a sconvolgere i connotati al Vicino Oriente e dintorni, da pochi giorni gli alti comandi francesi hanno messo a tacere tramite fucilazioni di massa i soldati che si rifiutavano spudoratamente di tornare nella macelleria delle trincee e, grandezza della microstoria globale, in una caserma del Texas, nei medesimi giorni di Torino, una rivolta antirazzista di soldati afroamericani in partenza per il fronte europeo viene sedata solo con la corte marziale.

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A ottobre una memoria teatrale sui protagonisti della sommossa di Torino

Il gruppo teatrale «bequadro» di Torino, con un occhio «polimorfo», sta per riproporre per ottobre la cronaca nuda e cruda degli eventi a salvaguardia della nostra sgangherata memoria. Per una rappresentazione attenta che cerca di guardare anche in faccia alcuni dei protagonisti e ne accompagna le diramazioni postinsurrezionali delle esistenze. Come Pietro Ferrero, ad esempio, operaio, giovane ed entusiasta animatore intellettuale, anarchico, segretario della Fiom, promotore dei consigli operai e, alla salita al potere dei fascisti, legato alla caviglia ad un camion e trucidato insieme ad una dozzina di altri operai e militanti dagli squadristi di Piero Brandimarte in quella che è stata la strage di Torino del dicembre 1922. Nel 1971 l’assassino Brandimarte avrà il piacere di vedere la sua salma ufficialmente onorata da un plotone di bersaglieri. E Maria Giudice, prima segretaria di Camera del Lavoro in Italia, collaboratrice di Gramsci, processata per i fatti di agosto, poi in Sicilia per contrastare la politica della mafia. A Catania dà alla luce una figlia, intelligente ed inquieta, che non avrà la gioia di vedere lo strepitoso successo internazionale del suo romanzo, L’arte della gioia. Goliarda Sapienza di nome.

FONTE: Claudio Canal, IL MANIFESTO

L’artista ha recuperato il monumento, sfuggito alla «dekomunizace» in un paesino al confine russo-ucraino

MANCHESTER. Il Mif, il Festival che biennalmente ingloba musica, arte, architettura, cinema e che con i suoi potenti progetti artistici ha rianimato anche quest’anno la città di Manchester, nell’edizione 2017 ha visto brillare l’intervento installativo (in forma permanente) di Phil Collins,

Collins, nato a Runcorn ma formatosi negli anni ’90 alla mitica Manchester University (in cui aveva insegnato Alan Turing) è uno degli artisti più anticonvenzionali del panorama internazionale (nomination nella shortlist del Turner Prize 2006) che, attraverso strategie di rappresentazione ipermedializzate, svuota il solito binomio oggetto-fruitore e ribalta le ordinarie dinamiche innescate dall’atto del vedere.

NELLA SUA ANALISI socio-politica utilizza un alfabeto pop e intenso in grado di coinvolgere una «intelligenza collettiva», proponendo uno screening del pensiero globale. L’utilizzo di mezzi espressivi come la danza, la musica, l’intervista e tutto l’universo simbolico e politico che esse detengono, lo indirizzano verso la contrapposizione di locale/globale, realtà/finzione, postmodernità/capitalismo, polarità che, nella sua ricerca, inducono a ulteriori snodi.
Ceremony, infatti, è una vera e propria operazione, generata da un processo di investigazione durato molti mesi e che aveva l’obiettivo di riportare a Manchester la statua del filosofo e radicale pensatore Friedrich Engels. Del resto, Ceremony succede a Marxism today (Prologue) del 2011 che è da considerarsi uno stralcio di cinéma verité, un’analisi liquida sulla teoria e prassi marxista nell’apogeo del capitalismo globale. Il titolo stesso assimilava la prestigiosa rivista britannica legata al pensiero marxista, pubblicata dal 1957 al 1999 e fondativa linfa di ricerca per i Cultural Studies.
Qui, la narrazione che scorre nei trentacinque minuti del video riavvolge i racconti di tre ex-insegnanti di filosofia marxista-leninista durante l’avvicendamento del ventennio di riunificazione tedesca, dopo la caduta del muro di Berlino dell’89.

RIEVOCANO LA BRUTALITÀ con cui i simboli e le icone storiografiche sono stati sottratti alla gente della Ddr prevaricando i confini della storia biografica, fatta di canzoni d’infanzia, gruppi e luoghi infantili, oggetti e tutto ciò che forma la memoria individuale. In questo processo di ricomposizione storica, Collins sviluppa il progetto di Ceremony in una ricognizione geografica della statua di Engels in quei territori post-comunisti demonizzanti i simboli del passato, come memento del pensiero politico lasciato dal filosofo.
Ciò che interessa Collins è la riflessione sul presente, su come l’ideologia comunista sia stata egemonizzata dalla società capitalista proprio nel cuore del suo impero e quali retaggi abbia trascinato con sé nell’epoca post-ideologica. Pone l’accento sul suo fallimento proprio nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre.

«ENGELS GO HOME» si potrebbe intitolare la sua impresa, poiché Collins parte dal lontano 1942, quando il filosofo ventiduenne si trasferì dalla Germania a Manchester con la famiglia (il padre era un imprenditore tessile che aveva aperto l’azienda Ermen & Engels). La città inglese, fulcro della Rivoluzione industriale, radicalizzò il pensiero del filosofo fino a ispirarlo nella scrittura di La situazione della classe operaia in Inghilterra, pubblicato poi nel 1945. Tre anni dopo, Engels diventerà il co-autore del Manifesto del partito comunista insieme al suo amico Karl Marx. Tra andate e ritorni, il filosofo visse a Manchester più di vent’anni.

COLLINS COSÌ decide di riportare Engels a casa attraverso l’installazione di una sua statua nello spazio pubblico cittadino. La statua ritrovata, che Collins quasi utopisticamente ha ricercato per mesi nei paesi ex-comunisti, è anche la testimonianza della rimozione culturale e fisica, pressoché totale, dei simboli pubblici legati al regime, iniziata subito dopo il crollo del muro di Berlino e acuita in Ucraina nel 2015.
La pervasiva politica di «dekomunizace» che impera tuttora nell’area dell’Europa dell’Est, ha reso l’impresa quasi insperata, fino a quando sul confine russo-ucraino, nella regione di Poltava dell’Ucraina orientale, nel piccolo villaggio di Mala Pereshchepina, in un quartiere precedentemente chiamato Engels, l’artista e il suo staff hanno rintracciato l’agognata statua, alta circa 350 cm, tagliata in due pezzi all’altezza della vita, e nascosta in due sacchi di rafia, incrostata di licheni e con sbavature di pittura giallo-azzurro (colori della bandiera ucraina) ma ancora intatta e in procinto di essere distrutta.

TROVATO IL MONUMENTO appartenente all’era sovietica, sono seguiti otto mesi di negoziati con le autorità ucraine, poiché la scultura era in una sorta di limbo legale e fisico. Alla fine è avvenuta la «donazione» sia pure dopo mesi. Collins l’ha caricata su un autocarro facendole attraversare Kiev, la Polonia, Berlino e Wuppertal e poi Calais, fino a Manchester. Qui, il monumento traslato da un lato all’altro dell’Europa e da una comunità all’altra, riacquisisce un nuovo significato.
La statua di Engels finalmente ricomposta e accompagnata da un nuovo piedistallo, è stata collocata, permanentemente, nella centrale Tony Wilson Place.

FONTE: Teresa Macrì, IL MANIFESTO

Ora un busto di Lenin – unico in Italia – testimonia in piazza quel legame centenario. La scultura fu fusa nel 1922 da operai dell’ucraina Lugansk. Nel 1942 fu bottino di guerra dei fascisti occupanti. Dopo la Liberazione fu restituito all’Ambasciata dell’Urss

Il 6 marzo del 1919, al primo congresso della Terza Internazionale, Lenin disse: «Compagni, si tenta di isolarci dal resto del mondo in modo tale che noi riceviamo i giornali socialisti degli altri Paesi come una grande rarità. Come una rarità ci è pervenuto un numero del giornale socialista Avanti! Vi leggo una corrispondenza sulla vita del partito da una località chiamata Cavriago – un piccolo paese, evidentemente, perché non si trova sulla carta geografica – e vedo che gli operai, dopo essersi riuniti, hanno approvato una risoluzione in cui si esprime simpatia al giornale per la sua intransigenza e dichiara di approvare gli spartachisti tedeschi. Ebbene, quando leggiamo una tale risoluzione di una qualsiasi sperduta Poschekhonie italiana, possiamo dire a buon diritto che le masse italiane sono per noi, che le masse italiane hanno capito cosa sono i socialisti russi».

DOVE SI TROVA Cavriago? In Emilia. È un paese a otto chilometri da Reggio Emilia. Noto in Italia e all’estero per essere l’unico, nel mondo occidentale, in cui oggi, in una piazza, è installato un busto di Lenin. I primi del Novecento il consiglio comunale, a maggioranza comunista, deliberò di donare alla causa della Rivoluzione la somma di 500 lire.

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Come ringraziamento per quel gesto, il 19 aprile del 1970, un busto di Lenin, in bronzo, verrà donato dall’Ambasciata a Roma dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche al Comune di Cavriago. In occasione del primo centenario della nascita di Lenin, a cui verrà intitolata una piazza del paese. Poco prima che le astronavi Salyut 1 e Soyuz 10 si agganciassero tra loro nel cosmo. Il busto fu realizzato nel 1922 da operai della città ucraina di Lugansk. Nel 1942 divenne bottino di guerra per le truppe di occupazione fascista che lo trasportano in Italia. Dopo la Liberazione, recuperato in Toscana, fu consegnato all’Ambasciata Sovietica di Roma. E nel 1970 arriva a Cavriago.

OGGI L’ORIGINALE è conservato in biblioteca e una copia – realizzata negli anni Settanta per preservare l’originale, vittima di alcuni attentati vandalici – è esposta adesso in piazza Lenin. Sono migliaia le persone che ogni anno passano da Cavriago per visitare piazza e busto. E ora tanti che vanno a farsi un selfie.

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IL VERO E PROPRIO “romanzo” sul busto di Lenin che ho raccolto è nato dal mio incontro con alcuni pensionati del paese. È il loro racconto. Abbiamo passato insieme tante serate. Tra il 1989 e il 1991, di fronte allo sgretolarsi dell’Unione sovietica e alla scelta del Partito Comunista Italiano di cambiare nome, si erano stretti attorno al loro busto di Lenin nel tentativo di difendere, soli contro tutti e contro il corso inarrestabile della Storia, i simboli e i valori della loro vita di compagni, partigiani, lavoratori.

«E se il busto parlasse» come il Cristo del don Camillo di Guareschi? È il romanzo collettivo degli abitanti, «scritto» a ridosso del crollo dell’Urss e della fine del Pci

Di giorno gli avversari politici cercavano di convincere il sindaco a togliere il busto o a sostituirlo. Di notte invisibili provocatori lo aggredivano in modo sempre più balordo e minaccioso: dipingendolo di «giallo vaticano», ricoprendolo di scritte o escrementi, cercando di trafugarlo o di farlo esplodere. Per conservarlo intatto al centro della piazza i compagni pensionati organizzarono una loro personale resistenza fatta di turni di guardia e ostinata contro-informazione in ogni luogo di Cavriago: i bar, il bocciodromo, il centro sociale Marabù, la biblioteca, la casa della carità gestita dalle suore, l’ipermercato, la piazza e anche il night Golden Music, gestito fino a qualche anno prima proprio dal Partito Comunista Italiano, dove ultimamente, tra lo sgomento dei compagni pensionati, cominciavano a prostituirsi ragazze provenienti proprio dalla ex Unione sovietica e dai Paesi dell’Est dell’Europa. E i pensionati comunisti chiedevano alle ragazze: «Perché adesso che ci sono la libertà e il capitalismo anche nei vostri Paesi, siete venute in Italia a lavorare in un night club». E le ragazze rispondevano, pressapoco: «Il capitalismo è la libertà di prostituirsi».

DURANTE UNO dei nostri, tantissimi, incontri serali Bruno Ferrari, uno dei pensionati, quello che si definiva il custode del busto di Lenin, mi disse: «Oggi ho sentito la voce di Lenin». Gli dissi che non era possibile, il busto era solo un pezzo di bronzo, una statua. Lui, serio, guardandomi negli occhi, rispose: «Se i cattolici possono sentire la voce di Dio e nessuno si scandalizza, anche io posso sentire la voce di Lenin. È solo questione di fede». Poi aggiunse: «Tutti adesso ripetono in continuazione che il mondo è cambiato e bisogna adattarsi. Io mi chiedo cosa vogliano dire. Adattarsi a chi? A cosa? Queste sono le stesse cazzate che i signori ripetevano al tempo del fascismo. Che i padroni ripetono da secoli ai lavoratori, ai poveretti, agli sfruttati! Apriamo gli occhi, dio Santo! Qui non c’è storia. Nessuna evoluzione. L’uomo è la bestia malvagia e assassina di sempre. E se qualcosa è cambiato, è solo in peggio. E gli ideali comunisti rimangono i più validi che io conosco. Io non mi vergognerò mai di essere un comunista, compagni. Io mi vergogno solo della vostra vergogna!».

DI FRONTE A UNA vecchiaia vissuta con tanto orgoglio e combattività, ma anche immersa in quella profonda e drammatica crisi d’identità individuale e collettiva, ho deciso di fare come Giovannino Guerreschi: se lui, nel don Camillo, parlava con il crocefisso di Brescello, anche Bruno e i suoi compagni pensionati, a un certo punto del romanzo, avrebbero potuto iniziare a parlare liberamente con il busto di Lenin. Per questo ho deciso di farlo parlare di nuovo.

Sabato #Rosso17, il programma

Cavriago, paese a 8 chilometri da Reggio Emilia, da anni è nota in Italia e all’estero per essere l’unico Comune nel mondo occidentale in cui oggi, nella piazza omonima, è installato un busto di Lenin in bronzo. Proprio qui, sabato 2 settembre, da metà pomeriggio a notte fonda, si svolgerà l’evento Rosso#17.

Perché questa festa? Rispondono i ragazzi che l’hanno organizzata: “Per ricordare i cento anni della Rivoluzione d’Ottobre e ricordare a tutti che, al di là di tutte le divisioni della cosiddetta Sinistra, le parole pace, uguaglianza, progresso e democrazia sono ancora oggi le istanze della presente e futura umanità”.

Dalle ore 16 alle 20 installazione/performance “Il busto che parla: la voce di Lenin” di Giuseppe Caliceti, autore del romanzo “Il busto di Lenin” (Sironi editore).

Alle ore 20 concerto della Banda di Quartiere.

Alle ore 21 e 30 l’attore Ivano Marescotti leggerà il discorso di Lenin della Prima Internazionale in cui viene citato il paese di Cavriago. Alle ore 22 concerto della Banda POPolare dell’Emilia Rossa con le canzoni di lotta e di resistenza di ieri e di oggi. Per tutta la durata dell’evento sarà presente uno spazio street food a cura della Cantina Garibaldi.

Per realizzare l’evento, completamente autofinanziato, è attiva in rete una campagna di crowdfunding e saranno venduti specifici gadgets – magliette, stampe, manifesti, – realizzati dal fumettista Giuseppe Camuncoli.

Info: https://www.facebook.com/rossodiciassette/

Marescotti ha dichiarato: “Contribuire a valorizzare una storia come questa rappresenta per me, per i valori in cui credo, un grande onore”.

FONTE: Giuseppe Caliceti, IL MANIFESTO

Nell’introduzione a I Rivoluzionari Eric Hobsbawm sosteneva che la differenza principale tra la sua generazione e quella dei militanti degli anni Sessanta consisteva nel fatto che la prima aveva creduto nel socialismo e si era formata nel mito della Rivoluzione russa, mentre la seconda andava ancora cercando il suo orizzonte rivoluzionario.

In Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento, uscito a cura di Marco Di Maggio per la Biblioteca di Historia Magistra, il gruppo degli storici collegato all’omonima rivista, ha provato a calare questo tipo di riflessione nella storia italiana del Novecento.

Come scrive Angelo d’Orsi nella postfazione, la Rivoluzione del ’17 costituì nello stesso tempo «un oggetto spesso oscuro del desiderio, che in quanto impossibile da raggiungere veniva denigrato, ovvero, all’opposto, esaltato».

Uno dei punti di forza di questa raccolta di saggi consiste nel mettere in luce in che modo le vicende sovietiche costrinsero tutte le culture politiche a prendere posizione confermando così la portata epocale di quegli eventi. Un altro è nella scelta della cronologia, che prende le mosse dagli effetti immediati della Rivoluzione – si vedano i saggi sul ’17 nel socialismo italiano, sulle reazioni dei nazionalisti e sugli articoli della «Civiltà Cattolica» – alle riflessioni di media e lunga durata.

IL PANORAMA dei soggetti investigati spazia dalla Chiesa cattolica alla Nuova sinistra, passando per Giustizia e Libertà, quotidiani come la «Stampa» e il «Corriere della sera», il Movimento Sociale. Il focus principale però è sulle reti intellettuali legate al Pci e al Psi.

Nel secondo dopoguerra non è un caso che l’unità tra comunisti e socialisti, costruita durante la lotta al fascismo, coincida con una lettura comune dell’eredità del ’17 superando in qualche modo la radicalizzazione originaria che aveva portato alla scissione di Livorno.

GLI ORIENTAMENTI si iniziano a divaricare invece dopo i fatti di Budapest del 1956 che spingono Nenni a marcare il legame tra le origini dell’Unione sovietica e la fase staliniana. Il conflitto sulla memoria segue poi il processo di erosione culturale e simbolica del socialismo reale scandito dalla repressione di Praga. Il passaggio del ’68, che avrebbe meritato una maggiore focalizzazione, segna un momento spartiacque. Da un lato, il Pci di Berlinguer, impegnato a salvare il legame con la matrice leninista valorizzando però la ricerca di una terza via per la «rivoluzione in Occidente». Dall’altro, una nuova generazione di rivoluzionari che contesta l’intrinseca debolezza di tale proposta ideologica e vive un rapporto ambiguo con la memoria dell’Ottobre: c’è chi ne custodisce l’ortodossia e, soprattutto, chi contesta il fallimento dei padri.

L’ULTIMO SAGGIO, a firma di Di Maggio, chiude il cerchio e tira alcune conclusioni. Dallo spoglio della stampa degli anni Ottanta emerge piuttosto chiaramente l’affermazione, anche a sinistra, di un mainstream centrato sulla natura totalitaria di ogni processo rivoluzionario. Da questo punto di vista, il bicentenario della Rivoluzione francese è l’apice di un processo che coincide sul piano politico con la definitiva marginalizzazione del Pci. Manca forse però nel libro una prospettiva culturale in senso largo che domandi perché l’idea stessa di rivoluzione sembra essere scomparsa nella cosiddetta stagione del riflusso. Sull’archeologia del discorso comunista c’è dunque ancora molto da scavare a partire proprio dal mito delle origini.

FONTE: Alessandro Santagata, IL MANIFESTO

TORINO. Nel suo studio settecentesco è stratificato il secolo breve. Qui lavora Bruno Segre, partigiano e avvocato. Novantotto anni di vita spesi come in un romanzo, tra pallottole bloccate da un portasigarette in metallo, alla Torino di Natalia Ginzburg e di Cesare Pavese, alle primissime cause in difesa degli obiettori di coscienza fino alla battaglia civile per il divorzio. Bruno Segre nella sua lunga vita ha vissuto tutto.

26storie_ginzburgLeone e Natalia Ginzburg

Partiamo da Torino, e dal suo cambiamento nel corso dei decenni.
Un immenso cambiamento. Ricordo una città piccola e gentile, con le lampade a gas nelle vie del centro, poi diventata grande e caotica, che ora torna ad essere più attraente, simile a quella che ho vissuto da ragazzo. Cambiano la cultura, nelle città come nella morale: per baciare una ragazza qui a Torino ci volevano mesi, corteggiamenti serrati. Ora, non è più così: tutto è divenuto più veloce. Una città cosmopolita, lo è sempre stata. Cosmopolita e industriosa, che ha fatto del lavoro un primato morale. Io ce l’avevo con la Fiat: i benefici del lavoro operaio li hanno avuti gli Agnelli, che hanno fatto ben poco per accogliere i nuovi lavoratori che giungevano dal Sud, e non solo, nella seconda metà del Novecento. Le spese per rendere la vita civile a queste persone (trasporti, ospedali, scuole, ecc.) se le accollò il Comune di Torino.

E gli Agnelli chi sono stati?
I padroni della città.

Cosa furono le leggi razziali a Torino?
Mi colpì l’indifferenza della gente: gli ebrei in Italia erano circa quarantamila, molti occupavano cattedre universitarie, alcuni erano filantropi che avevano gratificato con donazioni le Istituzioni cittadine. Ci fu una sorta di umiliazione collettiva. Una celebre caffetteria del centro espose il cartello: «Qui gli ebrei non sono graditi». Molte ditte dovettero chiudere o cambiare denominazione. Constatai un diffuso egoismo, la gente approfittava dell’emarginazione e discriminazione degli ebrei per prendere il loro posto. Cosa ancor peggiore fu l’espulsione dalle scuole. Quando furono attuate le normative antisemite, gli studenti ebrei all’università potevano terminare gli studi (io mi laureai con Einaudi) ma non proseguire altri corsi universitari. Viceversa gli ebrei tedeschi dovettero cessare subito il corso di studi senza laurearsi. Ciò palesa la sudditanza del fascismo agli ordini del nazismo. I fascisti emergevano per ignoranza e stupidità. Molti ebrei che non sapevano di essere tali, lo scoprirono solo quando furono perseguitati.

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Cesare Pavese

 

 

 

 

 

 

 

Perché entrò nella Resistenza?
Sono sempre stato antifascista: da ragazzo fui cacciato dall’aula scolastica perché mi dichiaravo contro la guerra in Etiopia. Nell’inverno del ’42 sono stato tre mesi incarcerato alle Nuove perché accusato di disfattismo.

Il momento dell’arresto?
Nel ‘42, avevo scritto l’unico articolo antirazzista apparso in Italia sulla rivista torinese L’igiene e la vita, subito soppressa. Nelle carceri Nuove la vita era terribile, quell’inverno fu il più freddo del secolo. I vetri delle celle erano rotti dai bombardamenti. Fu il “generale inverno” a bloccare l’avanzata dei carri armati tedeschi in territorio russo. Ci trattavano come animali, alla domenica ci davano pezzi di carne tratti da un sacco con la forchetta. Nel 1944 mi spararono addosso. Finii in via Asti, volevano sapere come avevo avuto un lasciapassare tedesco. Prima però mi sporsero su una finestra, e urlavano: «O parli o ti buttiamo giù». Non parlai, sotto c’era gente che passeggiava. Inoltre ignoravo chi, in sede clandestina, mi aveva donato il documento.

Cosa fu la fine della guerra?
La gente ballava per le strade, angloamericani e francesi vendevano le loro pubblicazioni di propaganda. C’erano grandi speranze di rinnovamento. Io volevo uccidere l’ex prete fascista Gino Sottochiesa che aveva scritto sui giornali nazifascisti articoli contro gli ebrei fomentando la propaganda antisemita. Per fortuna non lo trovai. S’era nascosto in un convento.

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Carlo Levi

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi si poteva incontrare a Torino negli anni ’50?

Presentai il libro di Pimo Levi, La tregua: era un personaggio solitario, malinconico. Ho frequentato Carlo Levi, Cesare Pavese e Leone Ginzburg: Pavese diceva che Carlo Levi era un po’ esibizionista. Natalia Ginzburg era mia compagna di classe al liceo Alfieri: a scuola scriveva componimenti erotici. Spiccava per la sua intelligenza.

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Aldo Capitini

 

 

 

 

 

 

Perché ha iniziato a difendere gli obiettori di coscienza?
Conobbi Aldo Capitini alla fine anni Quaranta. Mi fece conoscere il giovane sardo, Pietro Pinna, che aveva rifiutato di impugnare le armi e io lo difesi il 31 agosto 1949 dinnanzi al Tribunale Militare di Torino. Fu un processo clamoroso, vennero giornalisti dall’estero. Da allora ho difeso centinaia di obiettori in tutti i Tribunali Militari d’Italia, perché mi convinsi che la nonviolenza è forza non debolezza. Lo stesso ho fatto con i giudizi per il divorzio. Oggi è tutto normale. La Storia ha bisogno, a volte, di punti di rottura.

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MOSCA La notizia ufficiale era stata data con un unico necrologio in caratteri piccolissimi sull’ultima pagina della Literaturnaya Gazeta . Dal Fondo letterario (una specie di cassa mutua) e non dall’Unione degli scrittori che lo aveva espulso dopo la pubblicazione del «Dottor Zivago». Eppure quel due giugno del 1960 si radunarono in centinaia nel giardino della dacia di Peredelkino, il villaggio degli artisti alle porte di Mosca, per dare l’ultimo saluto al grande scrittore Boris Pasternak. Krusciov col suo disgelo lo aveva illuso che il romanzo-epopea, fortemente critico nei confronti dell’Urss, potesse vedere la luce. Lo stesso Segretario generale aveva poi trasformato Pasternak in una «non persona», costretta a negare di aver autorizzato la fuga all’estero del manoscritto e a rifiutare il premio Nobel.

Il poeta era morto il 30 maggio nella sua dacia dove veniva assistito dalla moglie Zinaida. All’alba del giorno seguente era arrivata di corsa da Mosca Olga Ivinskaya, amante e musa di Boris Leonidovich dal 1946, immortalata come Lara nel Dottor Zivago.

La famiglia, secondo quanto è stato scritto su vari siti russi, ha diffuso per la prima volta il filmato completo dei funerali, con la processione di amici, ammiratori, vicini di dacia e anche semplici contadini. E con la discreta presenza di agenti in incognito che scrutavano e annotavano tutto. La pellicola è stata restaurata e digitalizzata.

La bara aperta venne esposta in sala da pranzo. Mentre i convenuti rendevano omaggio alla salma, fu suonata musica, come aveva chiesto la moglie Zinaida. Il grande pianista e amico Svyatoslav Richter si alternava con Stanislav Neuhaus, adottato da Pasternak, figlio del grande concertista Heinrich Neuhaus. A sera Olga Invinskaya venne raggiunta dalla figlia Irina.

La mattina del due giugno alla stazione del treno apparvero manifesti scritti a mano che inneggiavano a «uno dei grandi poeti contemporanei, Boris Pasternak». La polizia si affrettava a toglierli, ma immediatamente ne comparivano altri.

Ai funerali c’erano scrittori, attori, poeti. Konstantin Paustovskij, vicino di dacia e Veniamin Kaverin autore del celebre «I due capitani», romanzo sugli esploratori artici. Si fece vedere senza timore anche l’attore Boris Livanov, vincitore di cinque premi Stalin (i Nobel sovietici). Parlarono in pochi, per paura delle ritorsioni del potere: Paustovskij e Livanov non accettarono di prendere la parola. Il discorso ufficiale fu tenuto dal filosofo Valentin Asmus.

Tra coloro che portarono la bara a spalla, c’erano Andrej Sinjavskij e Julij Daniel, i due letterati che sarebbero stati processati cinque anni dopo.

Morto Pasternak, le autorità aspettarono solo due mesi prima di arrestare Olga-Lara. A settembre fu la volta della figlia Irina. Entrambe vennero accusate di aver «contrabbandato» in Russia i soldi pagati dall’editore Giangiacomo Feltrinelli che aveva pubblicato «Il dottor Zivago». Olga si prese otto anni.

L’undici aprile scorso accanto alla tomba di Pasternak nel piccolo cimitero di Peredelkino è stato sepolto il poeta Evgenij Evtushenko, in base alle sue ultime volontà.

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