Novecento

Un esempio è un modello da seguire, ma anche un fatto particolare che illustra un’idea generale. La vita di Bianca Guidetti Serra, della quale quest’anno ricorre il centenario della nascita, lo è stata, un esempio, nel duplice significato del termine: sia come punto di riferimento, sia come rappresentazione del Novecento «in una persona sola». Lo si può ricavare dall’autobiografia Bianca la rossa (Einaudi, 2009), scritta insieme a Santina Mobiglia vincendo le ritrosie di chi preferiva esprimersi «dal punto di vista del noi anziché dell’io»: il racconto di una storia individuale intrecciata alla Storia delle grandi vicende collettive. E lo si può riconoscere grazie alle molte iniziative che sta realizzando il Comitato nazionale per la celebrazione della sua figura, come il convegno in programma domani a Roma, a Palazzo San Macuto, dedicato alla sua attività di parlamentare (ore 15, fra i relatori Gaetano Azzariti e Rosy Bindi).

TORINESE, FIGLIA DI UNA SARTA e di un modesto avvocato, la sua «introduzione alla politica» sono le leggi razziali, patite attraverso le discriminazioni subite da Alberto Salmoni, divenuto poi suo marito, e dagli amici che conosce attraverso di lui, come Primo Levi, a lei legatissimo. Orfana di padre, ne segue le orme, laureandosi in giurisprudenza tre settimane prima della destituzione di Mussolini. Diventata nel frattempo comunista, nel capoluogo piemontese partecipa alla Resistenza attraverso i «Gruppi di difesa della donna», occupandosi in particolare della produzione e diffusione del suo giornale clandestino, La difesa della lavoratrice, primo segno dell’attenzione, che mai abbandonerà, nei confronti della circolazione delle informazioni e delle idee. Vive la lotta di Liberazione come lotta politica per l’emancipazione femminile, una lotta che senza soluzione di continuità prosegue nell’attività sindacale dell’immediato dopoguerra: il 14 luglio del ’45 il primo sciopero, perché il governo del Cln aveva fissato l’indennità di contingenza sui salari dei lavoratori prevedendo che fosse più bassa per le donne.
Un «femminismo», quello di Bianca, consegnato alle splendide pagine di Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, uscito nel ’77 per Einaudi, uno dei vertici della storiografia della Resistenza basata sulle fonti orali – che la casa editrice dello Struzzo farebbe bene a ripubblicare. Voci di donne «che sono state “base”», la cui vita, per l’autrice, ha significato «l’affermazione e la dimostrazione del valore e della portata della partecipazione dal basso, che si caratterizza e si qualifica per la fedeltà al proprio patrimonio ideale e al contempo per l’attenzione ai problemi immediati e concreti». Un «femminismo» non teorico (da cui si sentì sempre distante, lei «emancipazionista») ma praticato nell’impegno politico e in quello professionale. Avvocata dal 1947, un caso fra i tanti che segue è quello di Gigliola Pierobon, processata nel 1973 per aborto volontario.

IL «LUNGO SESSANTOTTO» è l’apogeo del suo ruolo di «militante» nelle aule di giustizia: dalla difesa degli studenti a quella dei detenuti in lotta, dagli obiettori di coscienza alla parte civile nello storico processo per le spionaggio che la Fiat operò ai danni dei suoi dipendenti, vicenda raccontata in un altro suo prezioso libro, Le schedature Fiat (Rosemberg & Sellier, 1984): in quell’immenso archivio con oltre 300mila schede personali compilato illegalmente nell’arco di vent’anni emergeva l’intreccio fra abuso privato e abuso pubblico, perché tra gli informatori dell’azienda figuravano anche funzionari delle amministrazioni locali e appartenenti ai corpi di polizia. E poi il processo più difficile, quello al nucleo storico delle Brigate rosse, da difensore «tecnico» dei brigatisti che rifiutano di avere avvocato.
Negli anni Settanta Guidetti Serra è da tempo comunista «senza partito». Dopo quel fatale 1956 dell’intervento sovietico in Ungheria non rinnovò la tessera, come Italo Calvino: il suo spirito libertario e la sua autonomia di giudizio le impedivano di «tacere e giustificare». Il tradimento, per lei, stava nel silenzio complice, non nella denuncia dei carri armati. L’abbandono del Pci è «un trauma profondo», superato dimostrando «che si poteva fare politica anche senza il partito». Ad esempio nell’impegno internazionalistico: molto del suo attivismo successivo è nelle campagne di solidarietà con l’antifranchismo in Spagna. Ma non solo: è tra le fondatrici, con Norberto Bobbio, del Centro studi Piero Gobetti, e si dedica anche al delicatissimo tema dei diritti dell’infanzia, in particolare dei minori maltrattati negli istituti assistenziali – lasciandone importante traccia ne Il paese dei celestini, volume del ’73 uscito nella storica «Serie politica» einaudiana, quella dalle copertine viola, curato con Francesco Santanera.

DOPO QUELLA DEL PCI non ha altre tessere di partito, ma è «compagna di strada» dei gruppi della nuova sinistra. A metà anni Ottanta Democrazia proletaria le propone di guidare la sua lista al consiglio comunale di Torino, poi di candidarsi alla Camera: deputata dal 1987 al ’90, promuove un’indagine conoscitiva sulle adozioni e una legge per la messa al bando dell’amianto, segue le carceri e l’antimafia. Poi nuovamente il consiglio comunale, da indipendente in quel Pci in cambiamento dopo la Bolognina, e poi nel Pds. Nella biografia confessa di essersi sentita più a proprio agio nelle aule di tribunale che in quelle parlamentari, forse perché in politica «ci si ascolta poco e si parla troppo»: è debole «il quadro condiviso da cui dovrebbero scaturire i criteri per argomentare e decidere», a partire dalla Costituzione spesso ignorata. Un disincantato realismo che, tuttavia, non è anti-politica, semmai il suo contrario: è aspirazione a una politica di tutti e tutte, non di soli professionisti, a una democrazia che «bisogna volere e costruire» ogni giorno, senza perdere «il filo delle sue ragioni, quel filo da riannodare e intessere costantemente, che è poi il senso del legame sociale».

* Fonte: Jacopo Rosatelli, il manifesto

«Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile». Raccontare la breve esistenza di Giaime Pintor, morto a ventiquattro anni su una mina tedesca, a Castelnuovo al Volturno, in Molise, durante il compimento di un’azione di infiltrazione nel territorio occupato dai nazifascisti, è ripercorrere la traiettoria di una generazione di intellettuali che si formò all’ombra del fascismo per poi, nel mentre stesso in cui il regime ancora celebrava i suoi declinanti fasti, distaccarsene con motivazioni proprie. Prima ancora che a un’opposizione politica, il dato che emerge è quello di una rivolta ideale e morale, che si incanala progressivamente verso esiti di rifiuto esistenziale.
Ci aiutano in questo percorso di scavo nella coscienza nazionale e continentale le Edizioni Ensemble di Roma che, con la ristampa del Sangue d’Europa. Scritti politici e letterari (a cura di Andrea Comincini, pp. 291, euro 15) e del romanzo testimonianza di Carlo Ferrucci, La mina tedesca (pp. 203, euro 16), ci restituiscono un quadro d’insieme. Anche e soprattutto dopo le polemiche, a volte impietose, sui modi e i termini da adottare per capire certe scelte.

NEL CASO DI GIAIME, la voracità intellettuale e la bulimia culturale sono i vettori su cui modella progressivamente una precisa identità, che è solo in parte tributaria dello spirito dei suoi tempi, semmai interrogandosi su quelli a venire. Le domande rimarranno nel suo caso senza risposta, di fatto cadendo in combattimento nei primi mesi della lotta di Liberazione. Saranno quindi altri che se ne faranno latori, a partire dal fratello Luigi.
L’origine famigliare sarda, in un ambiente che dell’interconnessione tra formazione culturale, al limite dell’erudizione leopardiana, e ruolo sociale, aveva fatto la sua ragione d’identità, è senz’altro un primo calco dal quale partire. L’incontro con Roma, fin da piccolo, costituisce un’altra tappa importante. Se l’infanzia cagliaritana fu segnata dalla condizione di felice abbandono a sé e alla propria famiglia, ben presto l’irrequietezza di Giaime iniziò ad emergere, con una sorprendente precocità, dal momento che il rapporto con la lettura e la conoscenza si costituirono in lui come una sfera di identità autonoma. Alla curiosità, peraltro, si legava sempre più spesso l’insofferenza. Se negli anni della formazione adolescenziale ciò poteva essere ancora inteso come un tratto di distinzione tipico di un’età che cercava di perimetrare il proprio sé, il trasferimento al Roma nel 1935, sua città elettiva, per concludere gli studi liceali, ne segnò l’atto di autonomia.

Fondamentale fu il salotto della casa degli zii, che ospitava una nutrita congerie di amici e interlocutori, dal filosofo Giovanni Gentile a Lucio Lombardo Radice, quest’ultimo poi pedagogista e matematico di vaglia, che erano parte del gruppo dei giovani intellettuali comunisti (Antonio Amendola, Bufalini, i fratelli Natoli) presenti nella capitale. Non si trattava di iniziare a svolgere un lavoro politico ma di intessere la tela delle reciprocità. Le quali, poi, avrebbero comunque influito enormemente nell’evoluzione del radicamento sociale e culturale dei risorti partiti antifascisti.
La cifra di Giaime, in quegli anni di prodromi e premesse del cambiamento, è quella di un’immedesimazione diretta, senza mediazioni, nei temi culturali, alla quale si accompagna, in forma di autodifesa, un distacco ironico, a tratti sarcastico, ma comunque individualistico, dal fascismo più grottesco. L’avvio degli studi universitari, nella facoltà di giurisprudenza, e la partecipazione ai Littoriali, costituirono un ulteriore momento di transizione. Poiché fu in quelle circostanze, per un giovane uomo che per tutta la sua breve esistenza rimase essenzialmente un letterato, traduttore novatore di autori tedeschi, germanista in erba e in fiore, che il problema di raccordare lettere ad azioni, pensieri a scelte, iniziò a formularsi appieno.

Se l’Europa si stava consegnando con sufficiente inconsapevolezza alla tragedia di una guerra mondiale, tra quel gruppo di giovani cresceva invece un disagio che si sarebbe poi tradotto in contrapposizione attiva. Sul piano intellettuale era il rigetto dell’irrazionalismo fideistico che stava lievitando come corredo e legittimazione della violenza che si sarebbe scatenata di lì a poco; sul piano etico era la messa in discussione del primato di un’inesistente moralità fascista; sul piano politico, infine, diventava la negazione della statolatria fascista ma anche del suo antipluralismo. Proprio dal lavoro di traduttore dal tedesco, e di filologo, il giovane intellettuale trasse e maturò la convinzione che la realtà è assai più complessa di quelle raffigurazioni che intendono incapsularla in pochi paradigmi.

COME TRADUTTORE di Rainer Maria Rilke (poi di Kleist, Trakl, Arnim, Jünger e altri ancora), e pubblicista, si adoperò in un duplice lavoro: liberare i versi dalla ridondante retorica dannunziana, riprodottasi in molteplici registri, ed evitare che l’intero apparato poetico tedesco fosse inghiottito dalla rutilante autoraffigurazione del nazismo, affermatosi in Europa come vera e propria mitopoiesi, capace di ingoiare anche il patrimonio letterario tedesco. Nel 1940, pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia, si laureò e partì per il servizio militare, che svolse con crescente demotivazione, irritazione ed infine estraneità, come ufficiale subordinato. Il trasferimento a Torino per motivi di servizio, gli valse una grande opportunità, quella di entrare in contatto e poi collaborare attivamente con il cenacolo della casa editrice Einaudi (Massimo Mila, Leone Ginzburg, Felice Balbo, Cesare Pavese).

Più la crisi bellica si incancreniva, maggiore era l’intransigenza che Pintor e i suoi amici e colleghi andavano maturando. La consulenza editoriale gli era facilitata dalla grande capacità di cogliere una molteplicità di aspetti della trasformazione in atto, potendo fare affidamento sulla sua poliedricità intellettuale. La repentina caduta del regime lo fece quindi rientrare a Roma da Vichy, dove era stato nel mentre trasferito come aggregato alla missione militare italiana. Nella capitale rimase fino ai primi giorni di settembre, lavorando prima all’ipotesi di una testata giornalistica, poi all’intelaiatura di rapporti e scambi tra i partiti antifascisti e l’esercito. Pintor, tuttavia, era e rimaneva anche un militare. La crisi dell’8 settembre, quindi, fu da lui vissuta non più in chiave di sollecitazione intellettuale ma soprattutto in termini operativi. Più che il maturare dell’antifascismo come cultura politica, contava il viverlo come primato dell’opposizione ai fatti. «A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in un’organizzazione di combattimento».
Prima partecipò agli scontri a Porta San Paolo, poi si mosse verso Brindisi, dove nel mentre erano riparate le autorità regie. Benché si fosse messo a loro disposizione, dinanzi al tracollo in atto e all’inettitudine di ciò che restava dei comandi («dopo essermi convinto che nulla era cambiato tra i militari»), decise di abbandonare la città andando a Napoli, dove, nel mentre, mentore Benedetto Croce, si stava cercando di costituire un corpo di volontari, comandato dal generale Giuseppe Pavone. Fallito anche questo tentativo, infine si aggregò si servizi di intelligence dell’esercito britannico, con l’incarico di assumere il comando di un piccolo gruppo di combattenti.

TRE GIORNI PRIMA di morire scrisse l’accorata, dolente e lucidissima lettera-testamento al fratello Luigi, manifesto generazionale: «oggi in nessuna nazione civile il distacco tra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza». Parole che sembrano riecheggiare in qualche modo lo stato presente delle cose. Pintor non fu icona ma rimase uomo. Come tale, incorporando anche conflitti interiori. Il resto, francamente, rimane eco solo di una vacua e sterile polemica, in una battaglia di parole dove non si sente mai il trascorso riecheggiare del piombo.

* Fonte: Claudio Vercelli, il manifesto

POLA. Quella dei cantieri navali dell’attuale Croazia è una storia che ci riguarda. Con il termine «monfalconesi» si fa genericamente riferimento ai circa 2.500 lavoratori italiani che tra il 1946 e il 1948 si trasferirono nella neonata Repubblica federale jugoslava a margine della sistemazione del confine orientale tra Italia e Jugoslavia, che avverrà definitivamente solo nel 1975, dopo un precedente memorandum temporaneo che risaliva al 1954.

Quasi tutti questi «monfalconesi» erano lavoratori della Cantieri Riuniti dell’Adriatico (attuale Fincantieri), specializzati in cantieristica navale e provenienti dalle zone vicine al posto di lavoro, quindi non necessariamente dalla vicina Monfalcone, ma anche da altre zone. Il nome per identificarli però, nella vulgata popolare, restò quello per sempre.

Molti di loro portarono con sé la famiglia, quasi tutti erano convintamente comunisti, delusi dalla svolta istituzionale del Pci di Palmiro Togliatti. Considerata la specializzazione della loro formazione, quasi tutti andarono a lavorare nei cantieri navali di Fiume (oggi Rijeka) e Pola (oggi Pula), allora ancora devastati dal conflitto bellico e tuttavia strategici nell’edificazione della Jugoslavia. Eppure l’idillio non durò a lungo: nel 1948 il maresciallo Tito rompe con Stalin e molti «cominformisti», come venivano chiamati gli ortodossi stalinisti, finiscono in manette o deportati nell’isola prigione di Goli Otok (in totale circa 40) in quanto sospettati di essere quinte colonne sovietiche. In alcuni casi in effetti intervennero pubblicamente in tal senso, come in quelli degli operai, tra cui spiccavano le personalità politiche del lombardo Alfredo Bonelli, del sardo Andrea Scano e del friulano Giovanni Pellizzari, tutti reduci dalle prigioni fasciste o dal confino, o anche dalle Brigate internazionali che avevano combattuto in Spagna – , che nell’aprile del 1949 distribuirono manifesti pro sovietici a Fiume.

Alcuni vennero inviati a lavorare nelle miniere di Tuzla e Zenica, nell’attuale Bosnia-Erzegovina, altri ancora riuscirono a cavarsela, finendo poi per lo più rimpatriati in l’Italia o estradati verso la Cecoslovacchia.
Ma nel sentire popolare è sempre rimasta e rimane tutt’ora l’eco di un’epopea che racconta di operai sopravvissuti al fascismo, con le cellule clandestine nei cantieri, che cantavano l’Internazionale mentre venivano tradotti a forza in miniera.

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Croazia mon amour. A Pola, sulla costa istriana della Croazia, gli storici cantieri navali Uljanik si stagliano al tramonto come lo scheletro di un cetaceo spiaggiato. Dopo tante promesse e tentativi di salvataggio più o meno credibili, a ottobre saranno definitivamente chiusi. La rabbia degli operai, costretti a emigrare o a trasformarsi in camerieri.

* Fonte: Christian Elia, IL MANIFESTO

Il bacino di interesse era offerto dal Pci ormai maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti

Il manifesto fu pensato come rivista mensile nell’estate del 1968. Il primo numero usci nel giugno del 1969 e aveva 75 pagine, era diretto da Lucio Magri e Rossana Rossanda assieme a Luigi Pintor, Luciana Castellina, Aldo Natoli, Ninetta Zandegiacomi, Valentino Parlato, Massimo Caprara, Filippo Maone; vi collaborarono fra gli altri, oltre a compagni “di base”, Marcello Cini, Vittorio Foa, Pino Ferraris, Lisa Foa, Enzo Collotti, Pierre Carniti, Camillo Daneo, Massimo Salvadori e alcune firme internazionali come J.P. Sartre, K.S.Karol, Jorge Semprun e Fernando Claudin, Paul Sweezy, Noam Chomsky, Michal Kalecki, Ralph Milliband, Daniel Singer, Regis Dabray, Charles Bettelheim, Eldridge Cleaver, Jan Myrdal, André Gorz, Andras Hegedues, Karel Bartosek). Ne uscirono dieci numeri, più o meno dello stesso spessore; l’impaginazione era stata ideata da Giuseppe Trevisani, mentre Luca Trevisani e Michele Melillo lavorarono a coordinare la redazione. L’ultimo numero usci nel dicembre del 1970 e annunciava la sua trasformazione in quotidiano.

La pubblicazione della rivista fu sempre autofinanziata, l’accordo con l’editore prevedeva la vendita diretta da parte della redazione di un modesto numero di copie (nessun editore aveva voluto assumerne l’integralità della spesa). Per l’editore Dedalo di Bari l’impresa fu però tutta in positivo potendo costruire su inimmaginabili profitti la sua futura casa editrice, il primo numero infatti fu ristampato diverse volte raggiungendo circa le 80.000 copie di vendita. Le spese tuttavia erano ridotte al minimo: gli articoli non erano retribuiti e il lavoro tecnico è stato sempre coordinato da una sola persona, Ornella Barra; il servizio spedizioni e abbonamenti era assicurato dagli stessi compagni redattori che chiamavamo i mostri della notte.

Gli scarsi stipendi che venivano dati erano, e rimasero fino alla fine, uguali per tutti. La stampa del Pci (poi Ds e poi ancora Pd) raggiunse a stento la metà del successo de il manifesto.
Il bacino di interesse era fornito dal Pci ed era evidentemente maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti, il che spiega la difficoltà per il Pci di far fronte alla necessità di separarsi da un’impresa che lo metteva cosi direttamente in causa e che non era facile da liquidare come «anticomunista».

Il primo numero si aprì con un editoriale dal titolo «Un lavoro collettivo» e terminò con un altro editoriale dello stesso titolo «Ancora un lavoro collettivo». L’oggetto dei numeri fu soprattutto le lotte operaie e i problemi del movimento comunista internazionale che aveva al centro la contesa fra il Pcus e il Partito comunista cinese, oltre evidentemente i problemi che l’iniziativa del nostro gruppo apriva all’interno del Partito comunista italiano e che sarebbero culminati nel novembre 1969 con la radiazione del gruppo. La stampa italiana ne seguì con attenzione le vicende, soprattutto da parte di alcuni leader del giornalismo di inchiesta (Paolo Murialdi); molto acerba fu invece la stampa del Pci. La scelta della rivista a favore della rivoluzione culturale cinese allontanò dal manifesto la parte socialdemocratica; e così anche l’ispirazione nettamente comunista di sinistra della nostra organizzazione del lavoro interno (uguaglianza degli stipendi e regime assembleare per tutte le decisioni politiche). Allo stesso modo, il manifesto non incontrò il favore degli 81 Partiti comunisti allora esistenti, neppure di quello cubano; rimasero soltanto molto vivi alcuni rapporti personali con singoli personaggi dei partiti francese, tedesco (Spd) e spagnolo. Il tentativo di un rapporto con il Partito comunista cinese non ebbe seguito.

La gestione fattane da Enrico Berlinguer dimostrò in ogni modo la differenza fra i comunisti italiani e quelli degli altri paesi. Ne venne anche, come già accennato, la difficoltà per il Pci di procedere alle misure disciplinari del nostro gruppo fondatore: in alcune città essa arrivò a interferire con il Congresso del partito, in particolare a Firenze, Bergamo e Napoli. E in ogni modo la differenza di stile tra il Pci e gli altri partiti comunisti giovò nel breve termine al partito di Enrico Berlinguer. L’elaborazione della rivista affrontò soprattutto i temi della lotta in fabbrica, dovuta anche alla scadenza dei rinnovi contrattuali e ai tentativi di innovazione radicali sul terreno dei contenuti dovuti alla stagione dei «consigli di fabbrica» che ebbero un appoggio più del sindacato che del partito e che rappresentavano una delle conseguenze teoriche più importanti seguite al ’68 italiano.

La rivista seguì anche le lotte sulla scuola e quelle sulla casa, oltre alle questioni che dettero più fastidio al Partito comunista dell’Unione sovietica: il problema della primavera cecoslovacca, del grande risveglio sindacale polacco (specie fra i cantieri del Nord, Danzica e Stettino), del quale nulla sembra essere rimasto oggi, e dell’elaborazione cinese prima di Mao Tze Tung e poi della rivoluzione culturale. Ovviamente la rivista il manifesto fu il punto di riferimento per i gruppi dissidenti dell’Est che mantenevano una ispirazione di sinistra e che sarebbero poi convenuti nel Convegno sulle società post rivoluzionarie (Università di Venezia, 1977).
Difficile dire se l’elaborazione del manifesto abbia avuto un’influenza sul Partito comunista: è evidente che la crisi successiva del comunismo sarebbe stata probabilmente limitata se il partito avesse accettato di assumerne l’ispirazione.

Ma non fu così; il gruppo fu accusato di attività frazionistica, anche se aveva fatto molta attenzione a non offrire questo pretesto ai dirigenti. Enrico Berlinguer avrebbe probabilmente preferito evitare dei provvedimenti disciplinari che però il resto del partito gli impose fin dall’uscita del primo numero; in particolare la pubblicazione del secondo numero (indicato come numero 4) avvenne dopo l’estate e dopo il primo Comitato centrale di condanna ancora interlocutoria (relatori Alessandro Natta e Paolo Bufalini). Da allora in poi i rapporti col Partito precipitarono; fu convocata la quinta commissione del Comitato centrale e decisa la linea repressiva, manifestata poi con la radiazione di Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda sancita dal voto del comitato centrale del 27 novembre 1969. Gli altri membri della redazione de manifesto furono radiati nelle settimane successive.

In conclusione, il tentativo del manifesto espresso inizialmente dalla rivista ha rappresentato la principale sperimentazione di un gruppo omogeneo all’interno del movimento comunista internazionale oltre a un tentativo veramente innovatore nella storia delle riviste politiche.

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

Cent’anni fa, il 10 aprile 1919, a Chinameca, nello stato del Morelos, Jesús Guajardo su mandato del primo presidente del Messico post rivoluzionario, Venustiano Carranza, uccide Emiliano Zapata. Contadino, di umile estrazione, leader dell’Esercito di liberazione del Sud e volto noto, oltre che nobile, della Rivoluzione messicana del 1910. Assieme a Pancho Villa, fu espressione dell’ala più radicale del movimento che ha cacciato Porfirio Díaz e portato alla “democrazia” odierna.

MOLTE SONO LE STORIE legate alla figura di Zapata. Penultimo di dieci figli di una famiglia resa povera dalle politiche del dittatore Díaz, parlava spagnolo e nahuatl. Nel 1909 era sindaco di Anenecuilco e appoggiò Patricio Leyva come governatore dello stato. Leyva perse a discapito di Pablo Escandón. Scoppiarono rivolte contro la continua espropriazione di terre da parte dei latifondisti. E fu così che nel 1910 Zapata cominciò a occupare terre, a combattere i latifondisti e a praticare l’autoridistribuzione.
Dopo aver disconosciuto Díaz con il Plan di Ayala (1911) la Rivoluzione messicana, dove a combattere sono diversi eserciti, sconfigge velocemente il dittatore. Da lì in poi è un susseguirsi di avvicendamenti al governo. Fino al 1914, quando i diversi eserciti rivoluzionari, non trovando una sintesi, si uniscono ad Aguascalientes nel centro del Messico e scrivono una convenzione. Ma la fazione costituzionalista rappresentata da Venustiano Carranza e dal generale Álvaro Obregón ruppe gli accordi.

DOPO LA ROTTURA con Carranza, vicino alla borghesia agraria del nord, in dicembre gli eserciti di Villa e Zapata entrano trionfanti a Città del Messico. Emiliano Zapata si rifiuta di sedere sulla poltrona presidenziale e dichiara «non combatto per questo. Combatto per le terre, perché le restituiscano».

Zapata tornò nello stato di Morelos, dove assieme a contadini, intellettuali e studenti sperimentò una forma di democrazia diretta, la comune di Morelos, basata sulla ridistribuzione di terre e sulla diffusione di diritti sociali. La comune di Morelos è una delle esperienze più interessanti del processo rivoluzionario. La figura di Zapata faceva paura. Proprio per la sua pulsione rivoluzionaria e non riducibile al dialogo Emiliano Zapata venne ucciso. Il suo omicidio viene ben raccontato nel film del 1952 Viva Zapata!, del regista statunitense Elia Kazan. E come nelle ultime immagini del film muore a testa alta.

IL VOLTO DI ZAPATA ha illuminato le lotte, le notti, gli striscioni e le iconografie dei movimenti sociali, indigeni e campesini. Zapata è tornato a battere il tempo delle rivoluzioni il 1 gennaio del 1994 con l’inizio dell’insurrezione dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale. L’Ezln che qualche anno fa, nel 1997, dedicò un lungo testo proprio a Zapata, di fatto spiegando il perché a lui si ispirassero. Quello che si faceva chiamare subcomandante Marcos scriveva: «Come ai suoi tempi, Don Emiliano, i governi hanno tentato d’ingannarci. Parlano e parlano e non mantengono nulla, a parte i massacri di contadini. Firmano e firmano carte e niente diviene realtà, a parte gli sgomberi e la persecuzione di indigeni. Ci hanno anche tradito, mio Generale, i Guajardo e le Chinameche non sono mancati, ma risulta che noi non ci siamo fatti ammazzare molto. Come abbiamo appreso, Don Emiliano, stiamo ancora apprendendo. Ma non voglio annoiarla, mio Generale, perché stanno così le cose come già lei sa, perché di per sé noi siamo lei. E vede, i contadini continuano senza terra, i ricchi continuano a ingrassare, e questo sì, continuano le ribellioni contadine. E continueranno, mio Generale, perché senza terra e libertà non c’è pace».

100 ANNI DOPO LA SUA MORTE l’Ezln e i movimenti indigeni hanno convocato due giorni di mobilitazione «ricordando che la lotta guidata dal Generale Emiliano Zapata Salazar e dall’Esercito Libertador del Sur y Centro hanno rappresentato e continuano a rappresentare gli interessi e le aspirazioni dei nostri popoli e di milioni di sfruttati e sfruttate in Messico e nel mondo» e per ricordare Samir Flores Soberanes, indigeno in lotta contro un gasdotto ammazzato per la sua attività politica un mese fa.

E COSI, IERI 9 APRILE, si é svolta un’affollata assemblea generale ad Amilcingo, municipio di Temoac, stato del Morelos. Oggi, proprio dove fu ucciso 100 anni fa Zapata è convocata una mobilitazione nazionale ed internazionale. E come riecheggia nelle manifestazioni da cent’anni, e come riecheggerà tra qualche ora nel Moreles, «la lotta continua e Zapata Vive».

* Fonte: Andrea Cegna, IL MANIFESTO

Image: José Guadalupe Posada [CC0]

MOSCA. Il 2 marzo 1919 a Mosca venne fondata l’Internazionale comunista. Il suo obiettivo dichiarato era dirigere la rivoluzione internazionale. Ma quale ruolo giocava all’interno il partito russo? E quale ruolo giocherà negli anni successivi?

Dopo la vittoria dell’ottobre ’17, i bolscevichi erano convinti che la sopravvivenza del potere sovietico dipendesse dal successo della rivoluzione nei paesi capitalistici europei, che ritenevano fosse imminente. Ma quasi subito la necessità di creare uno “stato maggiore della rivoluzione” capace di dirigere su scala internazionale 1’assalto del proletariato al potere si venne a saldare con l’urgenza di difendere la rivoluzione dagli attacchi interni ed esterni.

Fin dalla fondazione l’IC, proprio perché concepita come “partito mondiale della rivoluzione”, si era data una struttura centralizzata, ispirata al modello bolscevico: il peso decisivo che questo vi assunse derivava, oltre che dal suo prestigio, dal fatto che tutto il peso finanziario e gran parte del peso organizzativo dell’apparato del Comintern ricadevano sulle sue spalle. Quando, sul finire del 1923, il ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre apparve concluso con quella che si giudicava la provvisoria stabilizzazione del capitalismo, lo stesso rapporto tra lo Stato e il partito sovietico da un lato e l’Internazionale dall’altro risultò profondamente modificato. Via via che si constatavano da un lato i successi del regime sovietico e dall’altro il ritardo della rivoluzione in Occidente, compito essenziale dell’Ic diventava la difesa e il rafforzamento del primo Stato proletario, e l’URSS e il suo partito comunista acquistavano un’importanza crescente nei determinarne gli orientamenti. Di questo potere i comunisti russi non tardarono a servirsi come strumento nelle lotte interne del loro partito.

Già nella fase che precedette e seguì il V congresso (giugno-luglio 1924) la lotta condotta da Stalin e Zinov’ev contro Trockij si trasferì all’interno delle sezioni dell’Ic, finendo per distorcere l’autonomia della loro dialettica interna. A perpetuare la supremazia indiscussa del partito russo nell’Ic e a plasmare le varie sezioni nazionali secondo l’orientamento della maggioranza di questo contribuì poi in modo determinante la campagna di “bolscevizzazione” dei partiti comunisti lanciata nel corso del 1924.

Tra la tattica del fronte unico dell’internazionale e quella dei fronti popolari ci fu l’intermezzo della politica del socialfascismo. Che conseguenze ebbe?

Quando si aprì il VI Congresso dell’IC (luglio-settembre 1928), la fortuna di Bucharin, che ne era diventato il leader, volgeva al tramonto, e alla sua interpretazione, che non trascurava l’accrescimento delle forze produttive nei paesi capitalistici e la funzione assunta dallo Stato come regolatore dell’economia, Stalin contrappose la previsione di un aggravamento irrefrenabile delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico, che avrebbe condotto il sistema al crollo in un futuro prossimo. Due fattori fecero sì che questa seconda tesi s’affermasse nella maggioranza dei partiti comunisti, favorendo o imponendo l’ascesa di gruppi dirigenti “di sinistra”. Il primo fu il bilancio nel complesso poco brillante della politica di fronte unico: basti ricordare il fallimento dello sciopero generale in Inghilterra nel maggio del 1926 e la disastrosa conclusione della collaborazione con il Guomindang in Cina. Il secondo fu la svolta della politica interna dell’URSS, con l’abbandono della NEP e l’avvio della collettivizzazione forzata. Maturò in questo clima, nell’Internazionale, l’orientamento che fu definito “classe contro classe”: nella fase nuova dello scontro la socialdemocrazia, in quanto si opponeva alla rivoluzione e alla dittatura del proletariato, non poteva più essere considerata un’ala del movimento operaio, ma diventava una forza controrivoluzionaria al servizio del nemico di classe. A partire dal X Plenum (luglio-agosto 1929) l’Ic cominciò a definire la socialdemocrazia come “socialfascismo” e a equiparare le forme democratiche e le forme dittatoriali del dominio borghese.

La crisi economica mondiale del 1929 parve confermare le previsioni catastrofiche di Stalin e portare acqua al mulino del radicalismo di sinistra. D’altra parte cambiava la composizione sociale dei partiti comunisti, in cui confluivano sempre più disoccupati, insofferenti nei confronti degli strati sociali relativamente protetti che costituivano una parte della base sociale dei partiti socialdemocratici: fu questo l’humus in cui poté attecchire e mettere radici profonde la parola d’ordine del “socialfascismo”. In realtà, la depressione economica agì in generale negativamente sulla disponibilità alla lotta delle masse operaie, determinando in esse uno stato di rassegnazione e spingendo i ceti medi nelle braccia della reazione. Per di più la tensione di lotta che l’attivismo comunista riusciva talvolta a suscitare veniva irrigidito in una linea politica dimostrativa e senza sbocchi pratici, che aveva come unico contenuto reale quello un’azione di disturbo nelle retrovie del nemico diretta a prevenire ogni possibile attacco all’URSS.

Stalin sciolse l’internazionale nel 1943. Fu solo una concessione agli Alleati in vista del dopoguerra oppure Stalin pensava già a una nuova strutturazione dell’internazionalismo comunista poi cristallizzatasi nella formazione del Kominform?

Con la primavera del 1943, dopo la vittoria sovietica a Stalingrado, si aprì una fase nuova nella guerra. I problemi dell’assetto mondiale all’indomani dell’ormai probabile vittoria sul nazifascismo venivano sempre più in primo piano. È in questa situazione che va inquadrato lo scioglimento dell’Internazionale comunista, deciso dal Presidium l’8 giugno, dopo un’affrettata consultazione con la maggioranza dei partiti membri. Si faceva preminente per Stalin l’interesse di rassicurare l’opinione pubblica dei paesi amici che l’URSS rinunciava ad “esportare” la rivoluzione: e questo non solo per migliorare i rapporti con gli Alleati nella guerra in corso, ma anche per facilitare la continuazione della collaborazione soprattutto nella prospettiva di una partecipazione americana alla ricostruzione dell’economia dell’URSS. È quindi indubbio che il Comintern fu anche sacrificato alla politica estera sovietica. Ma alla base della decisione di scioglierlo vi erano pure motivazioni che scaturivano da una situazione reale nei rapporti fra Mosca e le sezioni come l’emergere in modo sempre più chiaro proprio dall’evoluzione della guerra delle esperienze dei partiti comunisti jugoslavo e cinese, avviati a dirigere autonomamente la rivoluzione nel proprio paese .

Stalin era convinto, e a ragione, di poter contare su un legame con i partiti comunisti che non avesse bisogno di esprimersi in forme istituzionalizzate. In effetti con lo scioglimento del Comintern i partiti comunisti non recisero il loro legame con Mosca: anzi questo per certi aspetti divenne più stretto e diretto che in passato. Tuttavia il loro rapporto con “la casa madre” si fece più complesso, diversificandosi in ragione della divisone del mondo in due aree d’influenza. Maggiore spazio acquistavano così obiettivamente le varianti nazionali della strategia comunista, che inizialmente l’URSS non scoraggiò, anche se cercò di armonizzarle in un disegno corrispondente ai suoi interessi di potenza.

A 100 da quell’evento l’organizzazione su scala internazionale della sinistra è definitivamente tramontata o nel futuro potremmo vedere rinascere forme di organizzazione sovranazionale?

Dopo il 1989, la fine della guerra fredda e la disintegrazione dell’Urss e dei regimi di “socialismo reale” in Europa hanno inferto un colpo mortale alle forme sempre più ritualizzate e vuote di un movimento internazionale comunista già da tempo in crisi, senza peraltro comportare una vera ripresa di vitalità di quello socialdemocratico, anch’esso in estinzione. I nuovi processi di globalizzazione frantumano identità e classi, dividono generi e generazioni, aprono nuove contraddizioni sociali basate su appartenenze etniche e religiose. Gli ultimi vent’anni del XX secolo hanno visto una serie di battaglie di resistenza, spesso perdute, delle società nazionali contro l’emergere di un’economia globale: soprattutto con l’inizio degli anni 2000 si è visto qualche segnale dell’emergere di una società civile globale che inizia a ricostruire identità, organizzazione, alleanze oltre e attraverso i confini nazionali per affrontare i cambiamenti dell’economia a livello planetario. Si è potuto scorgervi a volte nuove forme embrionali di internazionalismo. Ha mosso i primi incerti passi un movimento che propone un progetto alternativo di “globalizzazione dal basso” che intende uscire dagli angusti orizzonti nazionali, ma rovesciandone i valori – profitto e potere – delle imprese multinazionali, della finanza, dei governi e rimpiazzandoli con le idee della democrazia e dell’uguaglianza, di uno sviluppo umano compatibile con la natura, del diritto al lavoro per tutti, della giustizia economica e sociale a scala del pianeta. Ma questo movimento rimane per ora più che altro un’idea astratta, lontana dal poter risuscitare un internazionalismo quale lo si è conosciuto nell’ultimo scorcio del XIX secolo e come, in una prospettiva radicalmente nuova e rivoluzionaria presto destinata a rivelarsi illusoria, lo intendeva la Terza Internazionale.

* Fonte: Yurii Colombo, IL MANIFESTO

«Alle frontiere del capitale», a cura di autori vari, pubblicato da Jaca Book. La crisi ambientale, orizzonte del nostro tempo, costituisce una grande rottura. Le classi dirigenti non offrono soluzioni né la via d’uscita tecnico-scientifica

A otto anni dall’uscita del primo volume, si avvicina al compimento l’ambizioso progetto della Fondazione Micheletti di Brescia e della casa editrice milanese Jaca Book: L’Altronovecento, una grande enciclopedia del «comunismo eretico» e del «pensiero critico» novecenteschi. Alla scansione geografica dei primi cinque volumi (due sull’Europa e due sulle Americhe, l’ultimo – ancora in lavorazione – su Africa e Asia), segue ora una raccolta di contributi sul presente, Alle frontiere del capitale (pp.416, euro 40), curato da Massimo Cappitti, Mario Pezzella e Pier Paolo Poggio.

La Presentazione dei curatori delinea la «duplice tensione» all’origine del volume: «etica», «perché con il capitalismo dilagante non si può transigere» nell’epoca in cui il rapporto di capitale minaccia le basi stesse della vita sulla Terra; «teorica», perché urgono strumenti in grado di pensare e di trasformare un mondo in pericolo. Per ricostruirli, i principali punti di riferimento sono qui offerti dal «comunismo eretico», cioè dalle «esperienze radicali che non si sono declinate in forma di partito o di Stato, entrambi manifestazioni del potere concentrato della modernità».

IN REALTÀ, IL VOLUME prescinde da una partizione così drastica, che in fondo offrirebbe consolazione ideologica a una ragione vittimistica: il racconto di un’«eresia» rivoluzionaria sconfitta spiegherebbe in maniera riduttiva (la repressione convergente dell’«ortodossia» sovietica e del nemico di classe) perché storicamente non si siano invertiti i rapporti fra le parti; e non permetterebbe comunque di capire perché dopo il 1989 la crisi del socialismo reale ha trascinato con sé non solo le socialdemocrazie, ma anche le diversissime forze politiche alla sinistra del comunismo maggioritario.

Raccogliere in un solo volume le esperienze odierne di critica radicale al capitalismo è compito assai impegnativo. Forse avrebbe giovato un riferimento ad altri tentativi contemporanei, come quello del sociologo svedese Göran Therborn (From Marxism to Post-Marxism, Verso 2008; New Masses?, New Left Review, n. 85, 2014). La mappa che ne risulta è inevitabilmente parziale e selettiva, ma anche diseguale per genere di contributo (dal saggio teorico ai semplici appunti), per orizzonte disciplinare e, va detto, anche per effettivo rilievo e chiarezza di lettura. Oltre a questa natura variegata, anche la mole del libro (quattrocento pagine fittissime) e la sua articolazione in cinque blocchi (Ecologia e socialismo; Lavoro e capitale; Soggettività e forme di vita; Oltre la politica; Brecce) rende impossibile una trattazione unitaria.

FRA I MOLTI POSSIBILI, un filo per attraversare il volume, richiamato a più riprese dalla Presentazione, può essere offerto dal rapporto con la storia, un tratto rivelatore in un tempo assediato dal «presentismo» (François Hartog). Contro la «naturalizzazione» del capitalismo in un «presente astorico», ma senza cedere al rifugio nella memoria del passato o alla celebrazione delle aperture del «nuovo», Massimiliano Tomba invita a pensare, sulla scorta dell’ultimo Marx, di Benjamin e di Bloch, all’assemblaggio odierno di temporalità diverse. Il farsi globale della storia umana, sincronizzata dal «valore» forgiato dal rapporto di capitale, produce immancabilmente «anacronismi», che sono forieri di sviluppi alternativi: non come ritorno a forme sociali passate, ma per le opportunità presenti che dischiudono.

La presenza di modalità di relazione non mercantili e le anticipazioni di un diverso modo di vivere che si danno nel momento della lotta e dell’organizzazione rappresentano tensioni che orientano il presente verso un diverso futuro – un tema al centro anche dell’intervento di Kristin Ross sull’attualità della Comune parigina nelle lotte in difesa del territorio, come quelle della Zad francese e dei No-Tav valsusini.

LA FINE del «progressismo» informa anche il saggio di Pier Paolo Poggio: la crisi ambientale, orizzonte del nostro tempo, costituisce infatti una rottura storica. Se l’indifferenza e l’inerzia di fronte ad allarmi ormai quotidiani accomunano gran parte delle classi dirigenti, non offrono soluzioni né la via d’uscita tecnico-scientifica (adattarsi a un mondo artificiale), né la teorizzazione di uno «sviluppo sostenibile» (civilizzare il capitalismo). Si delinea invece un’alternativa a partire dai conflitti ambientali e dalla critica degli usi e delle appropriazioni della scienza e della tecnica, verso una conversione ecologica della società che ponga limiti alla distruzione della Natura, ad esempio riducendo i consumi energetici e la produzione di rifiuti, ristabilendo forme di circolarità e valorizzando un settore primario de-industrializzato.

Come ribadisce Michael Löwy questa prospettiva «ecosocialista» richiederebbe una «politica economica fondata su criteri non monetari ed extraeconomici», dunque la fuoriuscita dal capitalismo, verso una società a piena occupazione con il controllo pubblico sui mezzi di produzione, attraverso una pianificazione democratica e partecipata che soddisfi i bisogni (cibo, alloggio, vestiario) e i servizi (salute, educazione, comunicazioni e cultura).

QUESTO «COMUNISMO solare» trova una suggestiva formulazione nello scritto di Giorgio Nebbia, uno dei padri dell’ecologismo italiano, che si riallaccia alla tradizione utopistica con una Lettera dal 2100. Vi si descrive una «società postcapitalistica comunitaria» retta dalla «proprietà collettiva» e tesa a minimizzare le scorie inquinanti: un arcipelago di piccoli insediamenti resi autosufficienti dal decentramento di produzione di energie rinnovabili. Il rapporto fra marxismo e utopia è al centro del contributo del compianto Miguel Abensour, alla cui memoria è dedicato il volume.

NELL’IMPORTANTE SAGGIO dello storico Karl-Heinz Roth si propone una riformulazione della critica marxiana dell’economia politica alla luce degli sviluppi storici, ampliando le forme che contribuiscono alla valorizzazione (lavori non salariati, riproduzione, natura) e introducendo maggiore attenzione all’espropriazione delle popolazioni messe al lavoro e al peso della rendita fondiaria: il capitalismo vede il continuo ripetersi di dinamiche di «accumulazione originaria», a permanente sconvolgimento della natura e della società. Si deve a un sociologo, Ferruccio Gambino, un ricco profilo del lavoro contemporaneo, a partire dalla compresenza di forme di lavoro coatto (dominate dalla «paura» per la propria incolumità) e di salariato più o meno precario (che genera «timore» di disoccupazione).

DI QUESTA SITUAZIONE, articolata dal diritto o meno alla mobilità, si traccia un’interessante genealogia secondo-novecentesca, a partire dall’esperienza statunitense, precoce ispirazione per il resto d’Occidente, dalle realtà postcoloniali, laboratori di precarizzazione, e dal «tradimento» (con Raniero Panzieri) del movimento operaio europeo che è alle radici della frammentazione estrema del lavoro contemporaneo.

Il volume presenta contributi interessanti, anche se spesso parziali, su molti altri aspetti del presente, dalla cultura di massa (Daniele Balicco) alla forma-Stato (Alessandro Simoncini), e insiste opportunamente, nel contributo di Carlo Tombola, sull’orizzonte della catastrofe atomica globale e sulla proliferazione della produzione di armi, usate soprattutto in guerre contro i civili. Piace tuttavia chiudere con una nota di speranza nell’«esperienza plebea», che si presenta, secondo il contributo di Martin Breaugh, in ricorrenti lotte per allargare la democrazia, che hanno il loro paradigma nell’Aventino dell’antica Roma e le loro ultime incarnazioni nelle Primavere arabe e in Occupy Wall Street.

* Fonte: Michele Nani, IL MANIFESTO

Differentemente da Galli Della Loggia, ho trovato interessante il libro di Antonio Scurati (M. Il figlio del secolo, Bompiani 2018) malgrado gli errori nei quali egli è incorso, e che considero responsabilità non soltanto sua ma di un editing nel quale consisterebbe la differenza fra editore e stampatore, ma cui gli editori oggi tendono perlopiù a rinunciare.

Il libro mi interessa soprattutto per il clima che descrive, e che, secondo me a torto, l’autore attribuisce alla creazione romanzesca: mi sembra invece un’intuizione storicamente rilevante, e di natura politica più che favolistica il ritratto che Scurati fa del clima e della «cultura» nel quale il fascismo si è sviluppato, attraverso il montaggio del volume fra documenti scritti ed eventi concreti. E che le precisazioni di Galli Della Loggia, a mio avviso, non modificano. Non intendo affatto glorificare gli errori storici, e quel che meno mi ha persuaso è la giustificazione appunto narrativa che ne dà Scurati: in verità quel che esce bene dal libro, e che è importante ancora oggi, è la tiepidezza con la quale l’Italia, e non soltanto Facta, hanno permesso che il fascismo si sviluppasse. Una parte di questa strategia sta anche nella contrapposizione tra un Mussolini meno eccessivo e dei fascisti oltranzisti, come Farinacci, oltre che degli impietosi tedeschi, sostenuta per esempio dallo storico Renzo De Felice.

Non so se sia precisa l’interpretazione del carattere di Matteotti, in gran parte suggerita a Scurati dalla moglie Velia, certo è verosimile ed è un tentativo di capire l’uomo nella sua fragilità. Lo stesso si può dire sull’atteggiamento dei suoi amici socialisti, in particolare Turati. Per caso mi è successo proprio mentre chiudevo questo volume di vedere il nuovo Fahrenheit di Michael Moore e di riflettere su quanto sia improponibile il suo, pur ben intenzionato, ritornare, per esempio, sull’incendio del Reichstag e altri orrori simili come chiavi di una verosimile lettura della futura evoluzione di Trump: se si deve attenersi ad essi, quel fascismo non è certo alle porte degli Stati Uniti. L’ignoranza e l’arroganza del «duce americano» gli somigliano, ma non la sua specifica qualità.

 Quel che si pone, e in modo evidente, è il problema di degenerazione della politica.

In questo senso, l’imprecisa tecnica narrativa di Scurati serve di più, mi sembra, a capire i pericoli attuali del salvinismo, e a misurare la debolezza di una reazione anche soltanto «politicamente corretta» delle attuali opposizioni. Non voglio certo, lo ripeto, giustificare le imprecisioni della memoria di Scurati e neanche quelle di una ragazza che comunque era stata messa in guardia da genitori e dalle letture spesso estere e assai negative del modo di essere dei fascisti e poi degli occupanti tedeschi meno clamorosi ma immagine stessa di una efficienza repressiva.

E quindi delle responsabilità dei permanenti rinvii di una presa di posizione netta sul fascismo. Mi pare interessante e acuto l’uso del montaggio effettuato da Scurati fra le parole e i fatti, e a volte fra parole dei documenti e parole, non solo discorsi, dei protagonisti. Forse io do troppo ascolto alle mie preoccupazioni e paure. Non so quale parte dell’opera di Scurati si debba alla sua fantasia di romanziere e quale alla sua intuizione o memoria di storico. Certo è illuminante l’immagine che egli trasmette dell’opinione italiana fra il ’22 e la guerra.

Tra l’altro essa fa anche giustizia del modo con il quale un certo cinema italiano l’ha buttata tutta in ridere, come quando Alberto Sordi canta: «Mamma ritorno ognor nella casetta» a illustrare il “tutti a casa” dei giorni dell’armistizio. Ridotto o a puro orrore o a grande risata, non si producono gli anticorpi a un fascismo più o meno perfetto.

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

A luglio ho deciso di tornare in Italia, assalita dal bisogno di capire. Da Parigi, dove vivevo da dodici anni, seguivo Salvini in tv e mi prendeva vergogna per quel che vedevo. “È anche colpa mia, colpa della nostra parte”, mi ripetevo. Avevo passato la vita a fare politica e reputavo la mia lontananza come un abbandono del campo. Mio marito è scomparso tre anni fa, non avevo più nessuno in Francia, qui a Roma i compagni di una vita non ci sono più, Lucio Magri, Luigi Pintor, Valentino Parlato sono tutti morti, e anche io sono molto vecchia ormai».
Rossana Rossanda, 94 anni, giornalista, scrittrice, partigiana, “la ragazza del secolo scorso”, come titolò la sua famosa autobiografia, sta sfogliando nel salotto di casa i primi numeri della collezione de il manifesto, il giornale da lei fondato nel 1969. «Voglio rileggermi le cronache delle lotte operaie di allora, i lavoratori si sono battuti per i loro diritti e hanno vinto».
Che Italia ha trovato?
«Un Paese irriconoscibile, senza spina dorsale. Mi fa paura vedere quel che sta diventando».
Le fa più paura Salvini o Di Maio?
«Salvini, perché sa quello che vuole, Di Maio è sempre lì che ride».
Cosa la spaventa in Salvini?
«La prepotenza. Ho studiato a fondo il decreto sulla sicurezza, non capisco come Mattarella abbia potuto firmarlo».
Le sembra razzista?
«Lo è. Il migrante è visto soltanto come un potenziale criminale».
Che potere è questo al governo?
«È la deriva razzista del populismo. Di Maio e Salvini sono entrambi populisti, ma in maniera diversa, perché nel governo prevalgono soprattutto le idee del leghista. I Cinquestelle non riesco a prenderli sul serio».
Hanno avuto il 32 per cento, come fa a dire che non vanno presi sul serio?
«Forse è un modo sbagliato di dire. Voglio dire: non riesco a capirli. Mi dicono che molti di sinistra hanno votato per loro, ma i Cinquestelle di sinistra non hanno proprio niente».
Moltissimi ex extraparlamentari hanno votato per l’M5s. Come lo spiega? Con una proposta di radicalità che la sinistra riformista non offriva più?
«Mi sembra evidente. Hanno cercato un cambiamento vendicativo dopo che le loro speranze sono andate deluse».
Cosa ci dice questo della sinistra italiana?
«Milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo Dna c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno».
Questa mutazione quando avviene?
«Direi che inizia con il cambio del nome di Occhetto. Cambiare nome significa mutare la propria identità. Da allora di nomi ne hanno cambiati tre o quattro e ogni volta si sono allontanati un pezzetto dalla loro base. Veltroni è arrivato a dire che non era mai stato comunista».
Lei è ancora comunista?
«Io sì».
Per chi voterebbe oggi?
«Non saprei. Prenda i candidati segretari del Pd: Zingaretti, Minniti, Martina, Boccia, Richetti. Non li distinguo. Mi dicono che Delrio è bravo. Non dubito. Ma qual è la sua visione del mondo? Quando ero giovane a Milano ho conosciuto bene la sinistra dc, quella di Marcora e Granelli: le loro voci si distinguevano nettamente da quelle delle altre correnti.
Prenda il democristiano Fiorentino Sullo, le sue battaglie contro le speculazioni edilizie si ricordano ancora adesso».
È stupita che gli operai votino per la Lega?
«Quella è un’altra storia, più vecchia. Succedeva già 15 anni fa. Tessera Cgil e voto per la Lega».
Perché è accaduto?
«La Lega forniva spiegazioni semplici. “Se perdi il lavoro te l’ha portato via l’immigrato, e prima ancora il meridionale, il terun. Non è colpa tua. Non è colpa del sistema”. Si è offerto allo stesso tempo un nemico e una consolazione».
Lei è preoccupata dello spread?
«In sé non mi pare un’indicazione di rovina, mi pare più grave fare una manovra che non porterà alcuna crescita, non porterà lavoro».
È favorevole al reddito di cittadinanza?
«In linea di principio sì, è giusto sostenere i poveri, ma poi cosa resterà? Bisogna creare lavoro. E qui sono d’accordo con quel proverbio cinese che dice: dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita».
Come si schiererà alle Europee?
«Darò un voto pro Europa, contro i pericoli fascisti che vedo in giro. Il fascismo me lo ricordo bene, perciò mi fa paura».
Ma che strade restano alla sinistra stretta tra populismo e austerità?
«A quelli che dicono che non ci sono alternative, dico guardate Sanchez e Podemos in Spagna o il piccolo Portogallo: fate come loro».
È colpita dalla semplificazione del dibattito politico?
«Sono colpita dalla volgarità.
L’altro giorno ho visto in tv una trasmissione dove tutti ripetevano “non me ne frega un cazzo”, se parlavo così mio padre mi mollava come minimo una sberla».
Rimpiange di non avere avuto figli?
«Sì. Adesso mi sentirei meno sola e soprattutto avrei la percezione di avere tramandato qualcosa di me».
Perché non li ha avuti?
«Avevo molto da fare».
Come sono stati i suoi due matrimoni?
«Grandi amori. Erano entrambi molto simpatici. C’era sempre tra noi la voglia di stare assieme, non c’è niente di più bello, non trova?».
Come guarda al futuro?
«So che non ne ho più molto e in fondo non mi dispiace. Ho avuto una vita molto fortunata, ho conosciuto gente interessante».
Le figure più importanti?
«Mio suocero, il mio maestro Antonio Banfi, Sartre».
Com’era Sartre?
«Un raro caso di francese disponibile, aperto. Veniva a Roma tutti gli anni, amava l’Italia, era curioso, la de Beauvoir era più rigida».
Qual è l’ultimo libro letto?
« Le assaggiatrici di Rosella Postorino, interessante. Vorrei leggere Scurati su Mussolini».
Non sta sui social?
«Li detesto. Voglio passare all’altro mondo senza aver dato un solo euro a Zuckerberg».
Nel bilancio della sua vita prevalgono più le ragioni o i torti?
«Ho cercato di fare prevalere le ragioni, ma ho avuto grandi torti, del resto chi può negare di sé di non averne avuti».
Qual è il torto più grande?
«Non glielo dico. Lo dico con fatica anche a me stessa».

* Fonte: CONCETTO VECCHIO, LA REPUBBLICA

Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta.

Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga».

Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini.

Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia.

In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari».

Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale.

Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica.

IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.

Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione.

Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile.

Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»).

NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento.

Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante.

Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin.

Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora.

ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj.

IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte.

L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi.

Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico).

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

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