Novecento

Il nesso tra storia e politica è un dato ineliminabile, che accompagna le due pratiche, e le loro elaborazioni teoriche, fin dal V secolo a. C. La politica si nutre di storia, e ne fa uso; si parla di «uso pubblico della storia», che alcuni decenni or sono veniva respinto da un filosofo come Habermas, nel timore che la fuoruscita dai luoghi canonici della ricerca e dell’insegnamento, fossero un potenziale pericolo per la storia, che rischia così di essere inquinata dagli interessi di singoli e di gruppi. Habermas aveva torto, perché un uso pubblico della storia, è non soltanto lecito e inevitabile, ma utile per eccitare la volontà di sapere, per costruire o rafforzare una comunità. Eppure aveva colto un problema reale, che nel corso del tempo, a partire dal 1989, si è manifestato con gravità crescente, con la trasformazione dell’uso pubblico in uso politico della storia, che, in determinate situazioni, è diventato abuso politico. Su questo giornale, Claudio Vercelli e Davide Conti hanno evocato talune delle tappe di questo percorso, che ha visto una debole risposta della comunità degli storici, e invece una complice adesione del ceto politico, nella quasi sua interezza.

UNA DATA CAPITALE fu l’autoscioglimento del Pci, con una generale corsa all’abiura che toccò vertici mai raggiunti prima di grottesco: tutti ricordano il «Non ero comunista», e così via. Si assunse, senza pensarci due volte, il pesante bagaglio di colpa del «Dio che ha fallito», e lo si caricò sul partito che nella narrazione corrente fino ad allora era stato, per difendere la sua distanza dagli errori e dagli orrori dello stalinismo, quello di «Gramsci Togliatti Longo Berlinguer». Ora la storica «diversità» comunista veniva obliterata, e via via, si giunse a grandi salti alla cancellazione della storia, accettando sostanzialmente gli argomenti dell’avversario, annegando la verità in una melassa in cui si accoglieva la logica dell’equiparazione di torti e ragioni, preludio inesorabile alla grottesca teorica delle «memorie condivise». La risoluzione del Parlamento Ue del settembre 2019, fu un punto di non ritorno, in tal senso.
In effetti, esiste un quadro sovranazionale, caratterizzato da un «panpenalismo giuridico» che si è coniugato con il «populismo storiografico», sotto la cappa del cupio dissolvi della sinistra.

SI È PROCEDUTO, con lo sfruttamento incontrastato della Shoah, verso una vittimologia giuridicizzata e santificata: il negazionismo, una ideologia con scarsissimo credito, divenne un alibi per mettere a segno alcuni colpi contro la libertà di pensiero e di parola. Ma la democrazia si sa è diventata «post», e la trasposizione sul piano non solo politico ma specificamente giuridico e quindi giudiziario (con sanzioni pecuniarie e pene carcerarie!) della vittimologia ebraica è stata usata come trampolino verso un abisso storiografico, politico e giuridico. L’art. 604 bis C. P., approvato da un Parlamento quasi unanime, recitava: «Si applica la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l’istigazione e l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione, sulla minimizzazione in modo grave o sull’apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale».

COME PREVISTO da pochi osservatori, quell’articolo apriva la strada verso esiti inquietanti. Dopo il Giorno della Memoria, per una sorta di grottesco parallelo, ecco giungere il Giorno del Ricordo (qualcuno ci dovrà spiegare la differenza tra i due concetti!), dedicato all’esodo dalle Terre del Confine orientale, che però divenne immediatamente, l’apologetica degli italiani vittime dei comunisti, fondandosi su una incredibile contraffazione della verità storica: nasceva la narrazione sulle «foibe», destinata a enorme fortuna politico-mediatica.
Non ci si stupisca ora se il partito neofascista nella sua nota impudicizia, presenta una proposta di legge, volta a modificare il succitato articolo, aggiungendo un comma che, accanto alla Shoah richiama «i massacri delle foibe». La campagna ideologica delle destre, condotta per 17 anni, arriva infine alla vergognosa equiparazione tra due situazioni che nulla hanno in comune, i lager nazisti e le «foibe».

Gli ambienti israelitici che avevano salutato con favore la criminalizzazione della negazione o «minimizzazione» della Shoah, non hanno nulla da dire? Sono disposti ad accettare che quei milioni di morti, gasati e bruciati nei «forni», nella spietata macchina industriale dello sterminio nazista, vengano messi sullo stesso piano delle poche centinaia di morti nelle cavità carsiche delle Terre Orientali? Morti per la maggior parte «seppelliti» quando erano appunto già cadaveri, nel contesto di una guerra che noi italiani avevamo scatenato con l’occupazione della Jugoslavia, suscitando odio e volontà di vendetta.
L’offesa alla verità della storia, produce mostruosità politiche.

*L’articolo è in interlocuzione con quello di Claudio Vercelli, uscito su queste pagine l’8 di giugno, e quello di Davide Conti del 12 di giugno.

Fonte: Angelo d’Orsi, il manifesto

PASSATO PRESENTE. Un ritratto a partire dal libro della storica Anna Tonelli, «Nome di battaglia Estella» pubblicato da Le Monnier. Nata nel 1900 nella Torino proletaria e operaia, la lotta di classe e il senso di giustizia contro sfruttamento e oppressione saranno con lei fino alla fine. Staffetta, emissaria, giornalista, deportata, dirigente di partito e madre costituente, ha raccontato il Novecento attraverso documenti, libri e romanzi. «Rivoluzionaria professionale», la sua autobiografia edita nel 1974, percorre una vita straordinaria

Camilla Cederna l’ha definita «una specie di straordinaria moderna Odissea». E chiunque abbia avuto occasione di leggere Rivoluzionaria professionale, l’autobiografia di Teresa Noce – edita per la prima volta nel 1974 e di cui l’ultima riedizione è del 2016 per Red Star Press -, potrà facilmente convenire sulla intensità di una esistenza che ha attraversato il Novecento e che ne ha saputo raccontare le nervature, politiche, storiche ma anche sentimentali e di intrecci. Della intransigenza indocile di una protagonista di tale rilievo, si è scritto molto e la stessa Teresa Noce ci ha consegnato testi, discorsi, romanzi e documenti che testimoniano e descrivono la temperie di un secolo nel suo portato di libertà femminile e convinta militanza, senza reticenze sulle contraddizioni.

L’ESPERIENZA del comunismo, quando ventunenne prende la tessera – in seguito alla scissione livornese – del partito comunista d’Italia, vive in lei nel senso primigenio alla lotta di classe i cui bagliori si intravvedono già nei suoi lavori, come sarta apprendista, poi in una fabbrica di biscotti, dunque al tornio della Fiat Brevetti. Eppure la possiamo avvertire ancor prima, nella bambina precocemente ostinata e curiosa di conoscenza che cammina per le strade di Torino diretta a comprare i giornali per la propria madre, mentre si siede in una panchina e comincia a leggere i primi nomi del mondo intuendo di non essere sola. Proletario, operaio e sindacale, è un mondo che domanda, in quei primi anni del secolo scorso, giustizia e libertà. Camere del lavoro, leghe, i primi scioperi e moti del pane con il fascismo alle porte, lotte che contrassegnano la sua vita fin da ragazzina ancora lontana dalla guerra civile spagnola cui prenderà parte o dalla scuola leninista moscovita e ancora il massimo oltraggio della deportazione; la partigiana, madre costituente, deputata, dirigente di partito sempre al fianco delle lavoratrici, delle operaie, in particolare le tessili, è in quella giovanissima età una pretesa di riconoscimento inemendabile, per tutti e tutte.

ANCORA NON IMMAGINA cosa significhino strategie politiche complesse nella lunga strada della clandestinità o dentro la dirigenza di un partito ma in fabbrica protesta già per difendere le proprie compagne – molestate dai padroni. Lei che poi rientra a casa e l’acqua le si ghiaccia dentro il secchio, orfana di madre a 17 anni, un fratello aviatore che muore in guerra un anno dopo e un padre che non c’è mai stato. Legge silenziosa e studia avidamente nel pianerottolo dove la luce resiste più che nelle varie soffitte in cui è vissuta e da cui l’hanno sfrattata, ripetute volte. Emerge la rivolta rabbiosa di chi ha conosciuto l’esatto orlo della miseria e ha inteso sopravvivere con tutte le energie a disposizione, non si è mai rifugiata in altri mondi perché ha sempre saputo che è in questo unico e reale che bisogna giocarsi la scommessa vera.

A MENO DI DIECI ANNI la scabbia è un ricordo lontano, non può più andare a scuola e comincia a consegnare il pane per contribuire al sostentamento della propria famiglia, si nutre delle croste che avanzano e intanto contratta con un bancarelliere l’affitto di due libri a settimana invece di uno solo. Ha una tale fame di amore e giustizia, quella bambina, da rimanerle attaccata anche da adulta, eppure possiede un profilo talmente complesso di imprese che ha fatto bene la storica Anna Tonelli a indicarne la complementarietà in un interessante e piccolo libro che la presenta, nella ricostruzione bibliografica e delle fonti. Nome di battaglia Estella. Teresa Noce, una donna comunista nel Novecento (Le Monnier, pp. 155, euro 13) è infatti diviso in due parti; Tonelli – docente di Storia contemporanea e dei partiti e dei movimenti politici all’università di Urbino – compone un testo che percorre i due rilievi di pubblico e privato, stimolando anche il desiderio di procurarsi ogni cosa scritta da Noce, diffonderne la parabola, poterne discutere ancora la voce e le parole per comprendere quanto sia di gran lunga più generativo il comunismo quando risiede nelle mani di una donna.

Nella prima parte si descrivono dunque le fasi principali della sua vita pubblica, mentre avanza l’offensiva fascista e comincia per Teresa Noce e per altri la lunga strada della clandestinità. Staffetta, giornalista, emissaria, organizzatrice, consigliera, agitatrice, dirigente, Tonelli ne sintetizza ruoli e luoghi, dalla prima esperienza con Luigi Longo nella redazione di Avanguardia (poi La voce) a quella carceraria a San Vittore, la prima di altre detenzioni. Sono anni tumultuosi, dalla clandestinità necessaria alla «traduzione di un ideale politico, economico ed esistenziale» che per lei è stata la scuola leninista moscovita. Eppure mai abbandona l’osservazione e l’interlocuzione delle operaie, come accade infatti con le tessili di Ramenskoye.

FRANCIA, ITALIA POI SPAGNA accanto alle Brigate internazionali, gli anni Trenta sono andirivieni di impegno vivido per il partito e per la resistenza. Del resto, già quando sostiene lo sciopero delle mondine (del 1931 nel vercellese e novarese), Teresa è Estella, l’anonimato per proseguire spostamenti e il suo antifascismo, e anche «Madonna tempesta», per segnalare il suo carattere poco avvezzo ai compromessi. È un punto, questo della sua inclinazione al «dire di no», da sempre, che Tonelli tiene a precisare come costante puntellando le scelte autonome e il prezzo pagato anche interno al partito, fino alla vicenda personale con Luigi Longo, suo marito – almeno legalmente visto che il matrimonio si era sfaldato anni prima – fino al 1953, quando quest’ultimo ottiene l’annullamento a San Marino senza consultarla; Noce lo apprende mentre è alla Camera del Lavoro di Milano – impegnata nella stesura della legge sulla parità salariale tra uomo e donna – da un trafiletto del Corriere della Sera. Tonelli insiste sul punto perché la Teresa «pubblica» e quella «privata» sono molto più porose di quanto si immagini. E chi ha letto la sua autobiografia lo sa, quanto le contraddizioni sortiscano un disincanto radicale talvolta insanabile, oltre che ammalante.

A Noce, queste contraddizioni, hanno procurato anche l’estromissione dal Pci, indicativo l’aneddoto di lei che si rompe il menisco andando alla conferenza del Comitato centrale cui con tutta evidenza non voleva presenziare. E infatti torna indietro. Su quel ripudio da parte di Longo c’era intorno l’ostilità di molti dirigenti che fino a poco prima l’avevano non solo sostenuta ma lodata; basterebbe leggere ciò che le scrive Togliatti, dandole del voi e richiamandola all’ordine.
Quando scrive a proposito di questa frattura, ne parla come di un dolore più grave della sua deportazione. La prima detenzione in un campo di internamento come prigioniera politica è a Rieucros. Nel 1943 viene arrestata nuovamente a Parigi dalla polizia francese, e trasferita al carcere femminile Petite Roquette, con disposizione della Gestapo viene deportata al forte di Romainville, arriva a Ravensbrück, viene in seguito internata anche a Holleischen.

NE DÀ CONTO NEL ROMANZO del 1952, Ma domani farà giorno (riedito per Harpo nel 2019 a cura di Graziella Falconi) in cui tramite l’alter-ego di Giovanna Pinelli – amava la letteratura e la sua capacità di costruzione del sé e presa di parola – racconta la disumanizzazione subita, insieme ad altre, nei campi di morte fino alla liberazione. Dice però anche altro, cioè una vicinanza e un lavoro comune, per sabotare le armi dei nazisti, sì, e anche per non restare oppresse sia pure nello sprofondo della Storia, bisogna restarsi accanto.
Anna Tonelli ne riconsegna la vicenda fino alla fine, ovvero il 22 gennaio 1980, splendono le parole attraverso i suoi incontri nelle scuole, dalle lettere ricevute da lettori compagni e compagne che non l’hanno mai abbandonata. Rivoluzionaria, è in quanto donna consapevole di se stessa e per le donne che ha lottato con più passione. Comunista e libera, che mai si è pensata sola o separata dagli ultimi della terra.

* Fonte: Alessandra Pigliaru, il manifesto

Nella zona di Labin/Albona, in Istria, le miniere di carbon fossile sono state famose nei secoli; sfruttate forse già dalla Serenissima, diventate italiane dopo la lunga appartenenza austriaca. È il bacino dell’Arsia, torrente ricco d’acqua che scende dal Monte Maggiore e arriva all’Adriatico con un estuario paludoso: siamo lassù, nella punta di nord-est dell’Istria. La fascia mineraria corre lungo il mare, arrampicata a mezza costa e i pozzi sono stati aperti a decine vicino alle frazioni o a piccoli nuclei abitati: Càrpano, Podlabin, Vines…

Gli operai di quel grande bacino minerario non sono nuovi alle lotte: nel 1867 hanno fondato la «Società di Mutuo Soccorso» perché le agitazioni si susseguono, le condizioni di lavoro sono dure e i salari bassi. I minatori aderiscono esplicitamente al socialismo internazionalista: sono operai croati, tedeschi, slovacchi, italiani, arrivano ogni giorno a migliaia da tutta l’Istria.

LA PRIMA GUERRA mondiale è una sorta di incubo: il regime in miniera si fa durissimo, le punizioni «esemplari», la riottosità antimilitarista viene castigata con invii mirati sul fronte rumeno. Ma con l’arrivo dell’Italia le condizioni non migliorano: l’Italia ha bisogno di carbone e i turni diventano di undici ore, il salario da fame, il ritmo di estrazione frenetico, le misure di sicurezza inesistenti. È bastato il cambio di calendario, tra l’austriaco e l’italiano, per dimezzare le festività riconosciute. Già alla fine del 1918 si torna a scioperare, si apre una sezione del Partito Socialista, sui bollini sindacali si stampa la falce e martello. Gli operai appartenenti alla distrutta Austria-Ungheria se ne vanno e vengono ampiamente rimpiazzati da «regnicoli» friulani, veneti, siciliani ma il clima non cambia, le idee della rivoluzione bolscevica hanno ormai raggiunto tutte le latitudini, la spinta del biennio rosso italiano si ripercuote con forza nelle zone slave occupate.

Nel marzo del 1921 lo sciopero è compatto, deciso: alle condizioni già dure di lavoro si sommano le angherie contro gli slavi in nome della «necessaria» italianizzazione e i fascisti scorrazzano indisturbati al seguito dei carabinieri. Il 4 marzo 1921 i minatori dell’Arsia occupano le miniere. Verso le ore 8 del mattino del 7 marzo, pattuglie di guardie rosse ispezionano il territorio del bacino minerario, invitando gli abitanti dei villaggi e le autorità scolastiche ad esporre sugli edifici le bandiere rosse.

NEL GIRO DI POCHE ore le bandiere spuntano su tutte le case, i ragazzi le issano perfino sui rami degli alberi e una grande bandiera con la falce e il martello viene portata a Vines e piantata all’ingresso principale della miniera. Da quel giorno si comincia a parlare della «Repubblica di Albona». Il Comitato rivoluzionario e le guardie rosse dominano la situazione, gli operai dicono «la miniera è nostra» e allora la miniera deve funzionare «dobbiamo produrre per conto nostro».

L’OCCUPAZIONE delle miniere e l’instaurazione della gestione diretta da parte dei lavoratori ha il carattere di una Comune proletaria, si passa presto all’autogestione amministrativa, il bacino minerario dell’Arsia con i suoi villaggi e i piccoli paesi, è un territorio governato dalla collettività. È l’unico caso di una Comune operaia, consistente territorialmente che si costituisce ed opera in quella che era l’Italia del 1921. Dura poco, le bandiere rosse sventolano ovunque fino all’8 aprile, poi sono strappate via con la forza delle armi.

Oggi, le zone interne dell’Istria sono ancora abbastanza intatte, hanno subìto meno il turismo di massa, la cementificazione, la distruzione di foreste secolari di pini marittimi e poi di lecci e di corbezzoli. E non sono state così devastate dalla guerra inter-etnica dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta, quando in Croazia le sedi operaie, come la storica e fondativa Camera del lavoro di Vukovar importante per tutta la storia del movimento operaio jugoslavo, venivano fatte saltare – con le lapidi partigiane – con la dinamite dalle milizie neo-ustascia.

Labin/Albona, arroccata lassù sulla collina con le sue mura medioevali e la Torre Rotonda, è un intrico di viuzze, la piazza, la chiesa trecentesca, la loggia del ‘600: da lassù si vede il mare e le isole di fronte, intorno l’Istria interna verde di querce e di castagni, e poi gli orti e le vigne e gli oliveti a vista d’occhio.

LA TERRAZZA di un’osteria tutta di pietra, la fresca malvasia locale e un vecchio libro, magari scaricato gratuitamente da internet. In questo caso è La Repubblica di Albona” di Giacomo Scotti e Luciano Giuricin, libro fondamentale, e unico, per conoscere la storia della prima comune autogestita antifascista d’Italia. Una breve gloriosa esperienza nel contesto della storia istriana, in quegli anni cruciali del passaggio all’Italia dopo la prima guerra mondiale, la storia dei socialisti, dei comunisti e delle lotte operaie. Una fonte incredibile di fatti assai ben documentati con una ricca bibliografia e anche tanto materiale fotografico che si legge come un romanzo.

Cento anni fa esatti, in una terra certo più povera, con i pozzi di estrazione e l’aria di un grigio denso, la fuliggine, le ciminiere annerite. Eppure è un viaggio nel tempo che profuma, come adesso mentre scende il sole, il mare e il cielo impallidiscono e si sente il profumo della salvia, del rosmarino, della lavanda.

* Fonte: Marinella Salvi, il manifesto

La classicità del lavoro non sarebbe però venuta meno se il testo fosse stato aggiornato, riveduto nelle note come nella bibliografica in base a quanto uscito nel frattempo

Chi negli anni Settanta del secolo scorso si avvicinava ad Antonio Gramsci, allo studio della sua vita e del suo pensiero, si trovava di fronte alla necessità di compulsare, per operare una prima, obbligatoria ricognizione sull’oggetto del proprio studio, una biografia del grande sardo. La generazione che si accostò a Gramsci nel periodo appena indicato si trovò davanti a tre biografie del dirigente comunista: Giuseppe Tamburrano (Antonio Gramsci. La vita. Il pensiero. L’azione, Lacaita, 1963), Salvatore Francesco Romano (Gramsci, Utet, 1965), Giuseppe Fiori (Vita di Antonio Gramsci, Laterza, 1966).

I TRE AUTORI affrontavano la vita del pensatore sardo in modi diversi: chi insistendo, come Tamburrano, seppure in modo spregiudicato, decontestualizzando Gramsci rispetto al suo tempo, sugli aspetti teorici; chi, come Romano, fissando maggiormente l’attenzione sulla biografia in senso stretto, pur con una tendenza evidente a schiacciare la problematicità della vita di Gramsci su vicende psicologiche che, a suo dire, lo avrebbero condizionato; chi, come Fiori, ricostruendo le vicende del grande sardo in maniera non agiografica e senza preconcetti di ordine ideologico. Alla diversità delle impostazioni si contrapponeva un dato in comune fra i tre autori: si trattava di tre studiosi non comunisti.
Di queste biografie quella di Fiori, nel corso del tempo, ha maturato una legittima patente di classicità nel significato che il termine ha acquisito a partire dalla definizione di Calvino, ossia «un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire»; per questo viene oggi riproposta (Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, con una Introduzione di Alberto Asor Rosa, Laterza, pp. 334, euro 20). Questa nuova edizione vuole essere un doppio omaggio: a Fiori, autore di importanti biografie quali quelle di Lussu, Berlinguer, Ernesto Rossi, Michele Schirru, Berlusconi, dei fratelli Rosselli, e inoltre della raccolta di saggi in un unico volume su Gramsci, Togliatti e Stalin, nonché di due romanzi, Sonetàula e Uomini ex, attraverso la ristampa di alcuni di questi libri; al biografato, in quanto il volume viene riproposto nel 130° anniversario della nascita e, a sottolineare l’evento, è comparso in libreria proprio il 22 gennaio scorso, giorno natale di Gramsci.
A partire dall’anno della sua prima pubblicazione, il 1966, nella collana «Universale Laterza», il libro di Fiori è stato riproposto dalla casa editrice più volte e con varia collocazione: nella collana «Storia e Società» (1974), nella «Biblioteca Universale Laterza» (1989), nella «Economica Laterza» (1995) e ora nei «Robinson/Letture». Da tenere presente anche che lo stesso Fiori curò, nel 1994, per la Einaudi, un volume di Antonio Gramsci intitolato Vita attraverso le lettere, che era quasi una (auto)biografia.

NELL’AVVERTENZA scriveva di voler fornire «l’autoritratto di Gramsci attraverso una selezione di 261 sue lettere (con le conosciute, le trascurate): tra le 652 finora edite, quelle che meglio aiutino le ultime leve di lettori a conoscerlo» (ovviamente il numero delle lettere era riferito alla somma di quelle carcerarie con quelle pre-carcerarie). Emergeva, dall’Avvertenza, la necessità di divulgare e far conoscere Gramsci a un pubblico vasto e veniva manifestata «l’ambizione di accostare a Gramsci i giovani, poco informati dalla scuola (se non da singoli professori colti e volenterosi)».
Asor Rosa, nell’Introduzione a questa nuova edizione, sottolinea quelli che a suo avviso sono gli aspetti fondamentali della biografia gramsciana di Fiori: la «sardità», «le radici e le scaturizioni psicologiche e culturali nel massimo della profondità possibile», l’impegno politico, la prigionia, la «centralità del tema amoroso». Asor Rosa si sofferma con particolare interesse sul Gramsci politico come appare nell’interpretazione di Fiori, in specie il Gramsci del 1926, fra il Congresso di Lione del gennaio e la lettera al Comitato centrale del Partito comunista sovietico dell’ottobre. Gramsci verrà arrestato, a dire il vero, meno di un mese dopo, l’8 novembre, e non «poco più di un anno dopo – novembre 1927».

Da qui l’Introduzione passa ad affrontare il tema, in genere ricordato con il titolo di un celebre saggio di Spriano, Gramsci in carcere e il Partito, ossia il «contrasto profondo – su cui Fiori metteva l’accento, ricorda Asor Rosa – che sarebbe sorto con lo stesso Togliatti e con il Centro del Pcd’I» conseguente all’espulsione di Leonetti, Tresso e Ravazzoli e all’assunzione da parte dell’Internazionale della linea del socialfascismo. «Gramsci sapeva? E qual era in proposito la sua opinione?», si chiede Fiori. Asor Rosa affronta la vicenda ricorrendo a una documentazione a dire il vero ormai datata, alle posizioni polemiche di Ragionieri e di Spriano contemporanee all’uscita del libro, concordi nell’affermare che non c’erano state fratture rilevanti, all’epoca, ai vertici del Pci. Sull’altro fronte, Fiori sosteneva che le tesi degli espulsi erano quelle di Gramsci e riteneva che la «suicida linea staliniana» fosse stata accolta con poca convinzione anche da Togliatti. A far chiarezza sulla vicenda intervenne, molti anni dopo, il ritrovamento del Rapporto Gennaro (pubblicato nel 2007 in appendice al volume di Angelo Rossi e Giuseppe Vacca Gramsci tra Mussolini e Stalin) nel quale il fratello maggiore di Gramsci, in un colloquio con il detenuto presso il carcere di Turi, sosteneva che Gramsci nulla aveva eccepito sull’espulsione dei tre, ma aveva criticato la svolta socialfascista imposta dall’Internazionale al Pcd’I. Ma il reale oggetto della riflessione carceraria di Gramsci sulla politica in atto non era solo sulla sua opposizione alla «svolta», ma più in generale sul tema della fuoriuscita dal fascismo. E a questo proposito Fiori aveva scritto che le stesse Tesi di Lione del 1926 anticipavano in qualche modo la politica dei fronti popolari.

QUALCHE OSSERVAZIONE più generale sul testo. La nuova edizione della Vita di Antonio Gramsci ripropone la stessa Avvertenza con cui Fiori apriva l’edizione del 1995. L’autore faceva presente allora che, pur consapevole della grande mole di scritti pubblicati sul comunista sardo dal 1966 in avanti, preferiva non intervenire sulla biografia, «per consiglio di cultori di Gramsci» propensi a pensare che il libro reggeva bene l’urto dei nuovi materiali nel frattempo messi a disposizione degli studiosi.
Siano consentiti a questo proposito alcuni dubbi. La classicità del lavoro di Fiori sarebbe venuta meno se questa nuova edizione fosse stata aggiornata, riveduta nelle note a pie’ di pagina e nella Nota bibliografica che chiude il lavoro? Non sarebbe stato opportuno, avendo a disposizione due edizioni delle Lettere dal carcere successive a quella di cui poteva disporre Fiori nel 1966 (presso Sellerio nel 1996, a cura di Antonio A. Santucci, e presso Einaudi, nel 2020, a cura di Francesco Giasi, quest’ultima arricchita di diverse nuove lettere), intervenire sulle molte note in cui Fiori scrive «La lettera è inedita»? I ragazzi ai quali Fiori dedica il suo lavoro, quelli che oggi leggono e studiano Gramsci, e più in generale forse tutte le lettrici e tutti i lettori, sarebbero stati riconoscenti a chi avesse realizzato tale operazione di necessario aggiornamento bibliografico, senza ovviamente toccare il testo. Ricordava Livio Sichirollo: «con i libri sono un po’ pignolo, cioè all’antica». E Antonio A. Santucci, peraltro amico di Fiori, chiosava: «Non resta allora che sperare d’essere stati abbastanza all’antica». Con i libri è meglio essere pignoli e all’antica che correre il rischio di esserlo troppo poco.

* Fonte: Lelio La Porta, il manifesto

Divenne dopo Gramsci la segretaria del Pci, con il fardello organizzativo dei collegamenti con i responsabili regionali, la pubblicazione de l’Unità, le infinite riunioni

La chiusura in casa da «quarantino» ha fatto saltare decine di appuntamenti per il 75° della Liberazione, suscitando però una nuova curiosità: raccontare la storia di uomini e donne vittime del virus fascista di allora e sottoposte alla durissima segregazione, durata in alcuni casi più di dieci anni.

Il primo nome che mi viene in mente è quello della maestrina di Acqui, Camilla Ravera, arrestata il 10 luglio 1930, ad Arona, e detenuta in tante galere, ininterrottamente sino all’agosto 1943. Un primato di quarantena durato 4795 giorni, condiviso in luoghi e tempi diversi con illustri compagni, colpiti dallo stesso virus, quali Pertini, Terracini, Spinelli, Rosselli, Amendola, Gramsci, Silone, Grieco, Spano, Togliatti, Felicita Ferrero, Teresa Noce ecc….

L’omaggio doveroso coincide con il 32° anniversario della morte, avvenuta il 14 aprile 1988 all’età di 99 anni. Mussolini, duce del fascismo, ordinò il suo primo arresto nel novembre 1922. Non sopportava che una donna potesse essere una dirigente eccelsa del mondo antifascista. Quasi sempre nascosta, la clandestina Camilla sfuggì a Mussolini per quasi 8 anni, assumendo nomi di battaglia, quali Silvia e Micheli, nomi che facevano impazzire l’Ovra incapace di pensare che il temuto partito comunista, potesse essere diretto da una donna.

Fu Antonio Gramsci ad intuire le capacità di Camilla, giovane socialista torinese. La chiamò nel 1920 nella redazione del settimanale Ordine Nuovo affidandole l’incarico di esperta del movimento internazionale. Lo stesso Gramsci, nel luglio 1921, le affidò nell’Ordine Nuovo, diventato quotidiano, il ruolo di responsabile della «Tribuna delle donne».

Diventa comunista a Livorno il 21/01/1921, fu eletta negli organismi dirigenti. Venne prescelta a far parte della delegazione italiana inviata a Mosca nel novembre 1922 alla conferenza dell’Internazionale comunista dove ebbe l’incontro più importante, sotto il profilo umano e politico, della sua vita, con Bordiga ebbe un colloquio con Vladimir Lenin, a pochi giorni di distanza dal golpe fascista della marcia su Roma.

Cominciarono allora 8 anni di lavoro clandestino, accanto a Gramsci, Togliatti e Terracini. Un ruolo spesso oscuro ma decisivo: le elezioni del 1924, il delitto Matteotti, il congresso di Lione con la vittoria gramsciana su Bordiga e infine la repressione fascista del novembre 1926 che decise il rapporto stretto di Camilla Ravera con Genova. Il comitato centrale eletto a Lione venne convocato clandestinamente a Genova, in Valpolcevera. Solo pochi compagni sfuggirono alle retate fasciste. Anche Gramsci fu arrestato. Camilla ebbe il peso sulle sue spalle di salvare il partito.

Individuò il quartiere di Sturla come centro nascosto dei comunisti. La villetta alla confluenza tra Via Caprera e Via Sturla divenne direzione del Pc d’ I. La casetta dell’ortolano, nella zona allora agricola dell’attuale liceo King fu destinata a ufficio stampa. Un appartamento scelto da Camilla in Salita Vallechiara ospitò l’ufficio militare. Oggi può apparire un miracolo: la compagna Micheli divenne dopo Gramsci e prima di Togliatti, la segretaria del Pci, con il fardello organizzativo dei collegamenti con i responsabili regionali, indicati con un numero al posto dei nomi. Camilla riuscì a mantenere la pubblicazione de l’Unità, a convocare infinite riunioni di partito a Sturla nella casetta denominata “Albergo dei poveri” per l’ospitalità ai quadri di partito.

Le relazioni accurate di Micheli per Ercoli (Togliatti) fanno parte della storia della vitalità antifascista, rappresentata da questa piccola, minuta donna, ricercata dalla polizia e capace, ogni giorno, di prendersi l’ora di aria sulla bellissima spiaggia di Sturla. La storia di quell’Italia è stata scritta da Paolo Spriano, sulla base degli scritti di Camilla Ravera. Dopo l’arresto del 10/07/1930 subì il processo concluso con la condanna a 15 anni e 6 mesi. Il pellegrinaggio tra carceri e confino fu infinito: Trani, Perugia, Montalbano Ionico, S. Giorgio Lucano, Ponza, Ventotene.

Tutto provò Camilla: la ferocia fascista, l’amarezza provocata in lei dagli stalinisti del Pci che non le perdonavano di essersi nel 1939 schierata contro il patto Stalin-Hitler. Venne addirittura espulsa dal Pci e riammessa solo nel 1945. Una profonda amarezza mitigata dall’incontro a Ponza e a Ventotene con Sandro Pertini e Umberto Terracini.

* Fonte: Giordano Bruschi, il manifesto

Un esempio è un modello da seguire, ma anche un fatto particolare che illustra un’idea generale. La vita di Bianca Guidetti Serra, della quale quest’anno ricorre il centenario della nascita, lo è stata, un esempio, nel duplice significato del termine: sia come punto di riferimento, sia come rappresentazione del Novecento «in una persona sola». Lo si può ricavare dall’autobiografia Bianca la rossa (Einaudi, 2009), scritta insieme a Santina Mobiglia vincendo le ritrosie di chi preferiva esprimersi «dal punto di vista del noi anziché dell’io»: il racconto di una storia individuale intrecciata alla Storia delle grandi vicende collettive. E lo si può riconoscere grazie alle molte iniziative che sta realizzando il Comitato nazionale per la celebrazione della sua figura, come il convegno in programma domani a Roma, a Palazzo San Macuto, dedicato alla sua attività di parlamentare (ore 15, fra i relatori Gaetano Azzariti e Rosy Bindi).

TORINESE, FIGLIA DI UNA SARTA e di un modesto avvocato, la sua «introduzione alla politica» sono le leggi razziali, patite attraverso le discriminazioni subite da Alberto Salmoni, divenuto poi suo marito, e dagli amici che conosce attraverso di lui, come Primo Levi, a lei legatissimo. Orfana di padre, ne segue le orme, laureandosi in giurisprudenza tre settimane prima della destituzione di Mussolini. Diventata nel frattempo comunista, nel capoluogo piemontese partecipa alla Resistenza attraverso i «Gruppi di difesa della donna», occupandosi in particolare della produzione e diffusione del suo giornale clandestino, La difesa della lavoratrice, primo segno dell’attenzione, che mai abbandonerà, nei confronti della circolazione delle informazioni e delle idee. Vive la lotta di Liberazione come lotta politica per l’emancipazione femminile, una lotta che senza soluzione di continuità prosegue nell’attività sindacale dell’immediato dopoguerra: il 14 luglio del ’45 il primo sciopero, perché il governo del Cln aveva fissato l’indennità di contingenza sui salari dei lavoratori prevedendo che fosse più bassa per le donne.
Un «femminismo», quello di Bianca, consegnato alle splendide pagine di Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, uscito nel ’77 per Einaudi, uno dei vertici della storiografia della Resistenza basata sulle fonti orali – che la casa editrice dello Struzzo farebbe bene a ripubblicare. Voci di donne «che sono state “base”», la cui vita, per l’autrice, ha significato «l’affermazione e la dimostrazione del valore e della portata della partecipazione dal basso, che si caratterizza e si qualifica per la fedeltà al proprio patrimonio ideale e al contempo per l’attenzione ai problemi immediati e concreti». Un «femminismo» non teorico (da cui si sentì sempre distante, lei «emancipazionista») ma praticato nell’impegno politico e in quello professionale. Avvocata dal 1947, un caso fra i tanti che segue è quello di Gigliola Pierobon, processata nel 1973 per aborto volontario.

IL «LUNGO SESSANTOTTO» è l’apogeo del suo ruolo di «militante» nelle aule di giustizia: dalla difesa degli studenti a quella dei detenuti in lotta, dagli obiettori di coscienza alla parte civile nello storico processo per le spionaggio che la Fiat operò ai danni dei suoi dipendenti, vicenda raccontata in un altro suo prezioso libro, Le schedature Fiat (Rosemberg & Sellier, 1984): in quell’immenso archivio con oltre 300mila schede personali compilato illegalmente nell’arco di vent’anni emergeva l’intreccio fra abuso privato e abuso pubblico, perché tra gli informatori dell’azienda figuravano anche funzionari delle amministrazioni locali e appartenenti ai corpi di polizia. E poi il processo più difficile, quello al nucleo storico delle Brigate rosse, da difensore «tecnico» dei brigatisti che rifiutano di avere avvocato.
Negli anni Settanta Guidetti Serra è da tempo comunista «senza partito». Dopo quel fatale 1956 dell’intervento sovietico in Ungheria non rinnovò la tessera, come Italo Calvino: il suo spirito libertario e la sua autonomia di giudizio le impedivano di «tacere e giustificare». Il tradimento, per lei, stava nel silenzio complice, non nella denuncia dei carri armati. L’abbandono del Pci è «un trauma profondo», superato dimostrando «che si poteva fare politica anche senza il partito». Ad esempio nell’impegno internazionalistico: molto del suo attivismo successivo è nelle campagne di solidarietà con l’antifranchismo in Spagna. Ma non solo: è tra le fondatrici, con Norberto Bobbio, del Centro studi Piero Gobetti, e si dedica anche al delicatissimo tema dei diritti dell’infanzia, in particolare dei minori maltrattati negli istituti assistenziali – lasciandone importante traccia ne Il paese dei celestini, volume del ’73 uscito nella storica «Serie politica» einaudiana, quella dalle copertine viola, curato con Francesco Santanera.

DOPO QUELLA DEL PCI non ha altre tessere di partito, ma è «compagna di strada» dei gruppi della nuova sinistra. A metà anni Ottanta Democrazia proletaria le propone di guidare la sua lista al consiglio comunale di Torino, poi di candidarsi alla Camera: deputata dal 1987 al ’90, promuove un’indagine conoscitiva sulle adozioni e una legge per la messa al bando dell’amianto, segue le carceri e l’antimafia. Poi nuovamente il consiglio comunale, da indipendente in quel Pci in cambiamento dopo la Bolognina, e poi nel Pds. Nella biografia confessa di essersi sentita più a proprio agio nelle aule di tribunale che in quelle parlamentari, forse perché in politica «ci si ascolta poco e si parla troppo»: è debole «il quadro condiviso da cui dovrebbero scaturire i criteri per argomentare e decidere», a partire dalla Costituzione spesso ignorata. Un disincantato realismo che, tuttavia, non è anti-politica, semmai il suo contrario: è aspirazione a una politica di tutti e tutte, non di soli professionisti, a una democrazia che «bisogna volere e costruire» ogni giorno, senza perdere «il filo delle sue ragioni, quel filo da riannodare e intessere costantemente, che è poi il senso del legame sociale».

* Fonte: Jacopo Rosatelli, il manifesto

«Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile». Raccontare la breve esistenza di Giaime Pintor, morto a ventiquattro anni su una mina tedesca, a Castelnuovo al Volturno, in Molise, durante il compimento di un’azione di infiltrazione nel territorio occupato dai nazifascisti, è ripercorrere la traiettoria di una generazione di intellettuali che si formò all’ombra del fascismo per poi, nel mentre stesso in cui il regime ancora celebrava i suoi declinanti fasti, distaccarsene con motivazioni proprie. Prima ancora che a un’opposizione politica, il dato che emerge è quello di una rivolta ideale e morale, che si incanala progressivamente verso esiti di rifiuto esistenziale.
Ci aiutano in questo percorso di scavo nella coscienza nazionale e continentale le Edizioni Ensemble di Roma che, con la ristampa del Sangue d’Europa. Scritti politici e letterari (a cura di Andrea Comincini, pp. 291, euro 15) e del romanzo testimonianza di Carlo Ferrucci, La mina tedesca (pp. 203, euro 16), ci restituiscono un quadro d’insieme. Anche e soprattutto dopo le polemiche, a volte impietose, sui modi e i termini da adottare per capire certe scelte.

NEL CASO DI GIAIME, la voracità intellettuale e la bulimia culturale sono i vettori su cui modella progressivamente una precisa identità, che è solo in parte tributaria dello spirito dei suoi tempi, semmai interrogandosi su quelli a venire. Le domande rimarranno nel suo caso senza risposta, di fatto cadendo in combattimento nei primi mesi della lotta di Liberazione. Saranno quindi altri che se ne faranno latori, a partire dal fratello Luigi.
L’origine famigliare sarda, in un ambiente che dell’interconnessione tra formazione culturale, al limite dell’erudizione leopardiana, e ruolo sociale, aveva fatto la sua ragione d’identità, è senz’altro un primo calco dal quale partire. L’incontro con Roma, fin da piccolo, costituisce un’altra tappa importante. Se l’infanzia cagliaritana fu segnata dalla condizione di felice abbandono a sé e alla propria famiglia, ben presto l’irrequietezza di Giaime iniziò ad emergere, con una sorprendente precocità, dal momento che il rapporto con la lettura e la conoscenza si costituirono in lui come una sfera di identità autonoma. Alla curiosità, peraltro, si legava sempre più spesso l’insofferenza. Se negli anni della formazione adolescenziale ciò poteva essere ancora inteso come un tratto di distinzione tipico di un’età che cercava di perimetrare il proprio sé, il trasferimento al Roma nel 1935, sua città elettiva, per concludere gli studi liceali, ne segnò l’atto di autonomia.

Fondamentale fu il salotto della casa degli zii, che ospitava una nutrita congerie di amici e interlocutori, dal filosofo Giovanni Gentile a Lucio Lombardo Radice, quest’ultimo poi pedagogista e matematico di vaglia, che erano parte del gruppo dei giovani intellettuali comunisti (Antonio Amendola, Bufalini, i fratelli Natoli) presenti nella capitale. Non si trattava di iniziare a svolgere un lavoro politico ma di intessere la tela delle reciprocità. Le quali, poi, avrebbero comunque influito enormemente nell’evoluzione del radicamento sociale e culturale dei risorti partiti antifascisti.
La cifra di Giaime, in quegli anni di prodromi e premesse del cambiamento, è quella di un’immedesimazione diretta, senza mediazioni, nei temi culturali, alla quale si accompagna, in forma di autodifesa, un distacco ironico, a tratti sarcastico, ma comunque individualistico, dal fascismo più grottesco. L’avvio degli studi universitari, nella facoltà di giurisprudenza, e la partecipazione ai Littoriali, costituirono un ulteriore momento di transizione. Poiché fu in quelle circostanze, per un giovane uomo che per tutta la sua breve esistenza rimase essenzialmente un letterato, traduttore novatore di autori tedeschi, germanista in erba e in fiore, che il problema di raccordare lettere ad azioni, pensieri a scelte, iniziò a formularsi appieno.

Se l’Europa si stava consegnando con sufficiente inconsapevolezza alla tragedia di una guerra mondiale, tra quel gruppo di giovani cresceva invece un disagio che si sarebbe poi tradotto in contrapposizione attiva. Sul piano intellettuale era il rigetto dell’irrazionalismo fideistico che stava lievitando come corredo e legittimazione della violenza che si sarebbe scatenata di lì a poco; sul piano etico era la messa in discussione del primato di un’inesistente moralità fascista; sul piano politico, infine, diventava la negazione della statolatria fascista ma anche del suo antipluralismo. Proprio dal lavoro di traduttore dal tedesco, e di filologo, il giovane intellettuale trasse e maturò la convinzione che la realtà è assai più complessa di quelle raffigurazioni che intendono incapsularla in pochi paradigmi.

COME TRADUTTORE di Rainer Maria Rilke (poi di Kleist, Trakl, Arnim, Jünger e altri ancora), e pubblicista, si adoperò in un duplice lavoro: liberare i versi dalla ridondante retorica dannunziana, riprodottasi in molteplici registri, ed evitare che l’intero apparato poetico tedesco fosse inghiottito dalla rutilante autoraffigurazione del nazismo, affermatosi in Europa come vera e propria mitopoiesi, capace di ingoiare anche il patrimonio letterario tedesco. Nel 1940, pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia, si laureò e partì per il servizio militare, che svolse con crescente demotivazione, irritazione ed infine estraneità, come ufficiale subordinato. Il trasferimento a Torino per motivi di servizio, gli valse una grande opportunità, quella di entrare in contatto e poi collaborare attivamente con il cenacolo della casa editrice Einaudi (Massimo Mila, Leone Ginzburg, Felice Balbo, Cesare Pavese).

Più la crisi bellica si incancreniva, maggiore era l’intransigenza che Pintor e i suoi amici e colleghi andavano maturando. La consulenza editoriale gli era facilitata dalla grande capacità di cogliere una molteplicità di aspetti della trasformazione in atto, potendo fare affidamento sulla sua poliedricità intellettuale. La repentina caduta del regime lo fece quindi rientrare a Roma da Vichy, dove era stato nel mentre trasferito come aggregato alla missione militare italiana. Nella capitale rimase fino ai primi giorni di settembre, lavorando prima all’ipotesi di una testata giornalistica, poi all’intelaiatura di rapporti e scambi tra i partiti antifascisti e l’esercito. Pintor, tuttavia, era e rimaneva anche un militare. La crisi dell’8 settembre, quindi, fu da lui vissuta non più in chiave di sollecitazione intellettuale ma soprattutto in termini operativi. Più che il maturare dell’antifascismo come cultura politica, contava il viverlo come primato dell’opposizione ai fatti. «A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in un’organizzazione di combattimento».
Prima partecipò agli scontri a Porta San Paolo, poi si mosse verso Brindisi, dove nel mentre erano riparate le autorità regie. Benché si fosse messo a loro disposizione, dinanzi al tracollo in atto e all’inettitudine di ciò che restava dei comandi («dopo essermi convinto che nulla era cambiato tra i militari»), decise di abbandonare la città andando a Napoli, dove, nel mentre, mentore Benedetto Croce, si stava cercando di costituire un corpo di volontari, comandato dal generale Giuseppe Pavone. Fallito anche questo tentativo, infine si aggregò si servizi di intelligence dell’esercito britannico, con l’incarico di assumere il comando di un piccolo gruppo di combattenti.

TRE GIORNI PRIMA di morire scrisse l’accorata, dolente e lucidissima lettera-testamento al fratello Luigi, manifesto generazionale: «oggi in nessuna nazione civile il distacco tra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza». Parole che sembrano riecheggiare in qualche modo lo stato presente delle cose. Pintor non fu icona ma rimase uomo. Come tale, incorporando anche conflitti interiori. Il resto, francamente, rimane eco solo di una vacua e sterile polemica, in una battaglia di parole dove non si sente mai il trascorso riecheggiare del piombo.

* Fonte: Claudio Vercelli, il manifesto

POLA. Quella dei cantieri navali dell’attuale Croazia è una storia che ci riguarda. Con il termine «monfalconesi» si fa genericamente riferimento ai circa 2.500 lavoratori italiani che tra il 1946 e il 1948 si trasferirono nella neonata Repubblica federale jugoslava a margine della sistemazione del confine orientale tra Italia e Jugoslavia, che avverrà definitivamente solo nel 1975, dopo un precedente memorandum temporaneo che risaliva al 1954.

Quasi tutti questi «monfalconesi» erano lavoratori della Cantieri Riuniti dell’Adriatico (attuale Fincantieri), specializzati in cantieristica navale e provenienti dalle zone vicine al posto di lavoro, quindi non necessariamente dalla vicina Monfalcone, ma anche da altre zone. Il nome per identificarli però, nella vulgata popolare, restò quello per sempre.

Molti di loro portarono con sé la famiglia, quasi tutti erano convintamente comunisti, delusi dalla svolta istituzionale del Pci di Palmiro Togliatti. Considerata la specializzazione della loro formazione, quasi tutti andarono a lavorare nei cantieri navali di Fiume (oggi Rijeka) e Pola (oggi Pula), allora ancora devastati dal conflitto bellico e tuttavia strategici nell’edificazione della Jugoslavia. Eppure l’idillio non durò a lungo: nel 1948 il maresciallo Tito rompe con Stalin e molti «cominformisti», come venivano chiamati gli ortodossi stalinisti, finiscono in manette o deportati nell’isola prigione di Goli Otok (in totale circa 40) in quanto sospettati di essere quinte colonne sovietiche. In alcuni casi in effetti intervennero pubblicamente in tal senso, come in quelli degli operai, tra cui spiccavano le personalità politiche del lombardo Alfredo Bonelli, del sardo Andrea Scano e del friulano Giovanni Pellizzari, tutti reduci dalle prigioni fasciste o dal confino, o anche dalle Brigate internazionali che avevano combattuto in Spagna – , che nell’aprile del 1949 distribuirono manifesti pro sovietici a Fiume.

Alcuni vennero inviati a lavorare nelle miniere di Tuzla e Zenica, nell’attuale Bosnia-Erzegovina, altri ancora riuscirono a cavarsela, finendo poi per lo più rimpatriati in l’Italia o estradati verso la Cecoslovacchia.
Ma nel sentire popolare è sempre rimasta e rimane tutt’ora l’eco di un’epopea che racconta di operai sopravvissuti al fascismo, con le cellule clandestine nei cantieri, che cantavano l’Internazionale mentre venivano tradotti a forza in miniera.

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Croazia mon amour. A Pola, sulla costa istriana della Croazia, gli storici cantieri navali Uljanik si stagliano al tramonto come lo scheletro di un cetaceo spiaggiato. Dopo tante promesse e tentativi di salvataggio più o meno credibili, a ottobre saranno definitivamente chiusi. La rabbia degli operai, costretti a emigrare o a trasformarsi in camerieri.

* Fonte: Christian Elia, IL MANIFESTO

Il bacino di interesse era offerto dal Pci ormai maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti

Il manifesto fu pensato come rivista mensile nell’estate del 1968. Il primo numero usci nel giugno del 1969 e aveva 75 pagine, era diretto da Lucio Magri e Rossana Rossanda assieme a Luigi Pintor, Luciana Castellina, Aldo Natoli, Ninetta Zandegiacomi, Valentino Parlato, Massimo Caprara, Filippo Maone; vi collaborarono fra gli altri, oltre a compagni “di base”, Marcello Cini, Vittorio Foa, Pino Ferraris, Lisa Foa, Enzo Collotti, Pierre Carniti, Camillo Daneo, Massimo Salvadori e alcune firme internazionali come J.P. Sartre, K.S.Karol, Jorge Semprun e Fernando Claudin, Paul Sweezy, Noam Chomsky, Michal Kalecki, Ralph Milliband, Daniel Singer, Regis Dabray, Charles Bettelheim, Eldridge Cleaver, Jan Myrdal, André Gorz, Andras Hegedues, Karel Bartosek). Ne uscirono dieci numeri, più o meno dello stesso spessore; l’impaginazione era stata ideata da Giuseppe Trevisani, mentre Luca Trevisani e Michele Melillo lavorarono a coordinare la redazione. L’ultimo numero usci nel dicembre del 1970 e annunciava la sua trasformazione in quotidiano.

La pubblicazione della rivista fu sempre autofinanziata, l’accordo con l’editore prevedeva la vendita diretta da parte della redazione di un modesto numero di copie (nessun editore aveva voluto assumerne l’integralità della spesa). Per l’editore Dedalo di Bari l’impresa fu però tutta in positivo potendo costruire su inimmaginabili profitti la sua futura casa editrice, il primo numero infatti fu ristampato diverse volte raggiungendo circa le 80.000 copie di vendita. Le spese tuttavia erano ridotte al minimo: gli articoli non erano retribuiti e il lavoro tecnico è stato sempre coordinato da una sola persona, Ornella Barra; il servizio spedizioni e abbonamenti era assicurato dagli stessi compagni redattori che chiamavamo i mostri della notte.

Gli scarsi stipendi che venivano dati erano, e rimasero fino alla fine, uguali per tutti. La stampa del Pci (poi Ds e poi ancora Pd) raggiunse a stento la metà del successo de il manifesto.
Il bacino di interesse era fornito dal Pci ed era evidentemente maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti, il che spiega la difficoltà per il Pci di far fronte alla necessità di separarsi da un’impresa che lo metteva cosi direttamente in causa e che non era facile da liquidare come «anticomunista».

Il primo numero si aprì con un editoriale dal titolo «Un lavoro collettivo» e terminò con un altro editoriale dello stesso titolo «Ancora un lavoro collettivo». L’oggetto dei numeri fu soprattutto le lotte operaie e i problemi del movimento comunista internazionale che aveva al centro la contesa fra il Pcus e il Partito comunista cinese, oltre evidentemente i problemi che l’iniziativa del nostro gruppo apriva all’interno del Partito comunista italiano e che sarebbero culminati nel novembre 1969 con la radiazione del gruppo. La stampa italiana ne seguì con attenzione le vicende, soprattutto da parte di alcuni leader del giornalismo di inchiesta (Paolo Murialdi); molto acerba fu invece la stampa del Pci. La scelta della rivista a favore della rivoluzione culturale cinese allontanò dal manifesto la parte socialdemocratica; e così anche l’ispirazione nettamente comunista di sinistra della nostra organizzazione del lavoro interno (uguaglianza degli stipendi e regime assembleare per tutte le decisioni politiche). Allo stesso modo, il manifesto non incontrò il favore degli 81 Partiti comunisti allora esistenti, neppure di quello cubano; rimasero soltanto molto vivi alcuni rapporti personali con singoli personaggi dei partiti francese, tedesco (Spd) e spagnolo. Il tentativo di un rapporto con il Partito comunista cinese non ebbe seguito.

La gestione fattane da Enrico Berlinguer dimostrò in ogni modo la differenza fra i comunisti italiani e quelli degli altri paesi. Ne venne anche, come già accennato, la difficoltà per il Pci di procedere alle misure disciplinari del nostro gruppo fondatore: in alcune città essa arrivò a interferire con il Congresso del partito, in particolare a Firenze, Bergamo e Napoli. E in ogni modo la differenza di stile tra il Pci e gli altri partiti comunisti giovò nel breve termine al partito di Enrico Berlinguer. L’elaborazione della rivista affrontò soprattutto i temi della lotta in fabbrica, dovuta anche alla scadenza dei rinnovi contrattuali e ai tentativi di innovazione radicali sul terreno dei contenuti dovuti alla stagione dei «consigli di fabbrica» che ebbero un appoggio più del sindacato che del partito e che rappresentavano una delle conseguenze teoriche più importanti seguite al ’68 italiano.

La rivista seguì anche le lotte sulla scuola e quelle sulla casa, oltre alle questioni che dettero più fastidio al Partito comunista dell’Unione sovietica: il problema della primavera cecoslovacca, del grande risveglio sindacale polacco (specie fra i cantieri del Nord, Danzica e Stettino), del quale nulla sembra essere rimasto oggi, e dell’elaborazione cinese prima di Mao Tze Tung e poi della rivoluzione culturale. Ovviamente la rivista il manifesto fu il punto di riferimento per i gruppi dissidenti dell’Est che mantenevano una ispirazione di sinistra e che sarebbero poi convenuti nel Convegno sulle società post rivoluzionarie (Università di Venezia, 1977).
Difficile dire se l’elaborazione del manifesto abbia avuto un’influenza sul Partito comunista: è evidente che la crisi successiva del comunismo sarebbe stata probabilmente limitata se il partito avesse accettato di assumerne l’ispirazione.

Ma non fu così; il gruppo fu accusato di attività frazionistica, anche se aveva fatto molta attenzione a non offrire questo pretesto ai dirigenti. Enrico Berlinguer avrebbe probabilmente preferito evitare dei provvedimenti disciplinari che però il resto del partito gli impose fin dall’uscita del primo numero; in particolare la pubblicazione del secondo numero (indicato come numero 4) avvenne dopo l’estate e dopo il primo Comitato centrale di condanna ancora interlocutoria (relatori Alessandro Natta e Paolo Bufalini). Da allora in poi i rapporti col Partito precipitarono; fu convocata la quinta commissione del Comitato centrale e decisa la linea repressiva, manifestata poi con la radiazione di Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda sancita dal voto del comitato centrale del 27 novembre 1969. Gli altri membri della redazione de manifesto furono radiati nelle settimane successive.

In conclusione, il tentativo del manifesto espresso inizialmente dalla rivista ha rappresentato la principale sperimentazione di un gruppo omogeneo all’interno del movimento comunista internazionale oltre a un tentativo veramente innovatore nella storia delle riviste politiche.

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

Cent’anni fa, il 10 aprile 1919, a Chinameca, nello stato del Morelos, Jesús Guajardo su mandato del primo presidente del Messico post rivoluzionario, Venustiano Carranza, uccide Emiliano Zapata. Contadino, di umile estrazione, leader dell’Esercito di liberazione del Sud e volto noto, oltre che nobile, della Rivoluzione messicana del 1910. Assieme a Pancho Villa, fu espressione dell’ala più radicale del movimento che ha cacciato Porfirio Díaz e portato alla “democrazia” odierna.

MOLTE SONO LE STORIE legate alla figura di Zapata. Penultimo di dieci figli di una famiglia resa povera dalle politiche del dittatore Díaz, parlava spagnolo e nahuatl. Nel 1909 era sindaco di Anenecuilco e appoggiò Patricio Leyva come governatore dello stato. Leyva perse a discapito di Pablo Escandón. Scoppiarono rivolte contro la continua espropriazione di terre da parte dei latifondisti. E fu così che nel 1910 Zapata cominciò a occupare terre, a combattere i latifondisti e a praticare l’autoridistribuzione.
Dopo aver disconosciuto Díaz con il Plan di Ayala (1911) la Rivoluzione messicana, dove a combattere sono diversi eserciti, sconfigge velocemente il dittatore. Da lì in poi è un susseguirsi di avvicendamenti al governo. Fino al 1914, quando i diversi eserciti rivoluzionari, non trovando una sintesi, si uniscono ad Aguascalientes nel centro del Messico e scrivono una convenzione. Ma la fazione costituzionalista rappresentata da Venustiano Carranza e dal generale Álvaro Obregón ruppe gli accordi.

DOPO LA ROTTURA con Carranza, vicino alla borghesia agraria del nord, in dicembre gli eserciti di Villa e Zapata entrano trionfanti a Città del Messico. Emiliano Zapata si rifiuta di sedere sulla poltrona presidenziale e dichiara «non combatto per questo. Combatto per le terre, perché le restituiscano».

Zapata tornò nello stato di Morelos, dove assieme a contadini, intellettuali e studenti sperimentò una forma di democrazia diretta, la comune di Morelos, basata sulla ridistribuzione di terre e sulla diffusione di diritti sociali. La comune di Morelos è una delle esperienze più interessanti del processo rivoluzionario. La figura di Zapata faceva paura. Proprio per la sua pulsione rivoluzionaria e non riducibile al dialogo Emiliano Zapata venne ucciso. Il suo omicidio viene ben raccontato nel film del 1952 Viva Zapata!, del regista statunitense Elia Kazan. E come nelle ultime immagini del film muore a testa alta.

IL VOLTO DI ZAPATA ha illuminato le lotte, le notti, gli striscioni e le iconografie dei movimenti sociali, indigeni e campesini. Zapata è tornato a battere il tempo delle rivoluzioni il 1 gennaio del 1994 con l’inizio dell’insurrezione dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale. L’Ezln che qualche anno fa, nel 1997, dedicò un lungo testo proprio a Zapata, di fatto spiegando il perché a lui si ispirassero. Quello che si faceva chiamare subcomandante Marcos scriveva: «Come ai suoi tempi, Don Emiliano, i governi hanno tentato d’ingannarci. Parlano e parlano e non mantengono nulla, a parte i massacri di contadini. Firmano e firmano carte e niente diviene realtà, a parte gli sgomberi e la persecuzione di indigeni. Ci hanno anche tradito, mio Generale, i Guajardo e le Chinameche non sono mancati, ma risulta che noi non ci siamo fatti ammazzare molto. Come abbiamo appreso, Don Emiliano, stiamo ancora apprendendo. Ma non voglio annoiarla, mio Generale, perché stanno così le cose come già lei sa, perché di per sé noi siamo lei. E vede, i contadini continuano senza terra, i ricchi continuano a ingrassare, e questo sì, continuano le ribellioni contadine. E continueranno, mio Generale, perché senza terra e libertà non c’è pace».

100 ANNI DOPO LA SUA MORTE l’Ezln e i movimenti indigeni hanno convocato due giorni di mobilitazione «ricordando che la lotta guidata dal Generale Emiliano Zapata Salazar e dall’Esercito Libertador del Sur y Centro hanno rappresentato e continuano a rappresentare gli interessi e le aspirazioni dei nostri popoli e di milioni di sfruttati e sfruttate in Messico e nel mondo» e per ricordare Samir Flores Soberanes, indigeno in lotta contro un gasdotto ammazzato per la sua attività politica un mese fa.

E COSI, IERI 9 APRILE, si é svolta un’affollata assemblea generale ad Amilcingo, municipio di Temoac, stato del Morelos. Oggi, proprio dove fu ucciso 100 anni fa Zapata è convocata una mobilitazione nazionale ed internazionale. E come riecheggia nelle manifestazioni da cent’anni, e come riecheggerà tra qualche ora nel Moreles, «la lotta continua e Zapata Vive».

* Fonte: Andrea Cegna, IL MANIFESTO

Image: José Guadalupe Posada [CC0]

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