Novecento

POLA. Quella dei cantieri navali dell’attuale Croazia è una storia che ci riguarda. Con il termine «monfalconesi» si fa genericamente riferimento ai circa 2.500 lavoratori italiani che tra il 1946 e il 1948 si trasferirono nella neonata Repubblica federale jugoslava a margine della sistemazione del confine orientale tra Italia e Jugoslavia, che avverrà definitivamente solo nel 1975, dopo un precedente memorandum temporaneo che risaliva al 1954.

Quasi tutti questi «monfalconesi» erano lavoratori della Cantieri Riuniti dell’Adriatico (attuale Fincantieri), specializzati in cantieristica navale e provenienti dalle zone vicine al posto di lavoro, quindi non necessariamente dalla vicina Monfalcone, ma anche da altre zone. Il nome per identificarli però, nella vulgata popolare, restò quello per sempre.

Molti di loro portarono con sé la famiglia, quasi tutti erano convintamente comunisti, delusi dalla svolta istituzionale del Pci di Palmiro Togliatti. Considerata la specializzazione della loro formazione, quasi tutti andarono a lavorare nei cantieri navali di Fiume (oggi Rijeka) e Pola (oggi Pula), allora ancora devastati dal conflitto bellico e tuttavia strategici nell’edificazione della Jugoslavia. Eppure l’idillio non durò a lungo: nel 1948 il maresciallo Tito rompe con Stalin e molti «cominformisti», come venivano chiamati gli ortodossi stalinisti, finiscono in manette o deportati nell’isola prigione di Goli Otok (in totale circa 40) in quanto sospettati di essere quinte colonne sovietiche. In alcuni casi in effetti intervennero pubblicamente in tal senso, come in quelli degli operai, tra cui spiccavano le personalità politiche del lombardo Alfredo Bonelli, del sardo Andrea Scano e del friulano Giovanni Pellizzari, tutti reduci dalle prigioni fasciste o dal confino, o anche dalle Brigate internazionali che avevano combattuto in Spagna – , che nell’aprile del 1949 distribuirono manifesti pro sovietici a Fiume.

Alcuni vennero inviati a lavorare nelle miniere di Tuzla e Zenica, nell’attuale Bosnia-Erzegovina, altri ancora riuscirono a cavarsela, finendo poi per lo più rimpatriati in l’Italia o estradati verso la Cecoslovacchia.
Ma nel sentire popolare è sempre rimasta e rimane tutt’ora l’eco di un’epopea che racconta di operai sopravvissuti al fascismo, con le cellule clandestine nei cantieri, che cantavano l’Internazionale mentre venivano tradotti a forza in miniera.

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Croazia mon amour. A Pola, sulla costa istriana della Croazia, gli storici cantieri navali Uljanik si stagliano al tramonto come lo scheletro di un cetaceo spiaggiato. Dopo tante promesse e tentativi di salvataggio più o meno credibili, a ottobre saranno definitivamente chiusi. La rabbia degli operai, costretti a emigrare o a trasformarsi in camerieri.

* Fonte: Christian Elia, IL MANIFESTO

Il bacino di interesse era offerto dal Pci ormai maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti

Il manifesto fu pensato come rivista mensile nell’estate del 1968. Il primo numero usci nel giugno del 1969 e aveva 75 pagine, era diretto da Lucio Magri e Rossana Rossanda assieme a Luigi Pintor, Luciana Castellina, Aldo Natoli, Ninetta Zandegiacomi, Valentino Parlato, Massimo Caprara, Filippo Maone; vi collaborarono fra gli altri, oltre a compagni “di base”, Marcello Cini, Vittorio Foa, Pino Ferraris, Lisa Foa, Enzo Collotti, Pierre Carniti, Camillo Daneo, Massimo Salvadori e alcune firme internazionali come J.P. Sartre, K.S.Karol, Jorge Semprun e Fernando Claudin, Paul Sweezy, Noam Chomsky, Michal Kalecki, Ralph Milliband, Daniel Singer, Regis Dabray, Charles Bettelheim, Eldridge Cleaver, Jan Myrdal, André Gorz, Andras Hegedues, Karel Bartosek). Ne uscirono dieci numeri, più o meno dello stesso spessore; l’impaginazione era stata ideata da Giuseppe Trevisani, mentre Luca Trevisani e Michele Melillo lavorarono a coordinare la redazione. L’ultimo numero usci nel dicembre del 1970 e annunciava la sua trasformazione in quotidiano.

La pubblicazione della rivista fu sempre autofinanziata, l’accordo con l’editore prevedeva la vendita diretta da parte della redazione di un modesto numero di copie (nessun editore aveva voluto assumerne l’integralità della spesa). Per l’editore Dedalo di Bari l’impresa fu però tutta in positivo potendo costruire su inimmaginabili profitti la sua futura casa editrice, il primo numero infatti fu ristampato diverse volte raggiungendo circa le 80.000 copie di vendita. Le spese tuttavia erano ridotte al minimo: gli articoli non erano retribuiti e il lavoro tecnico è stato sempre coordinato da una sola persona, Ornella Barra; il servizio spedizioni e abbonamenti era assicurato dagli stessi compagni redattori che chiamavamo i mostri della notte.

Gli scarsi stipendi che venivano dati erano, e rimasero fino alla fine, uguali per tutti. La stampa del Pci (poi Ds e poi ancora Pd) raggiunse a stento la metà del successo de il manifesto.
Il bacino di interesse era fornito dal Pci ed era evidentemente maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti, il che spiega la difficoltà per il Pci di far fronte alla necessità di separarsi da un’impresa che lo metteva cosi direttamente in causa e che non era facile da liquidare come «anticomunista».

Il primo numero si aprì con un editoriale dal titolo «Un lavoro collettivo» e terminò con un altro editoriale dello stesso titolo «Ancora un lavoro collettivo». L’oggetto dei numeri fu soprattutto le lotte operaie e i problemi del movimento comunista internazionale che aveva al centro la contesa fra il Pcus e il Partito comunista cinese, oltre evidentemente i problemi che l’iniziativa del nostro gruppo apriva all’interno del Partito comunista italiano e che sarebbero culminati nel novembre 1969 con la radiazione del gruppo. La stampa italiana ne seguì con attenzione le vicende, soprattutto da parte di alcuni leader del giornalismo di inchiesta (Paolo Murialdi); molto acerba fu invece la stampa del Pci. La scelta della rivista a favore della rivoluzione culturale cinese allontanò dal manifesto la parte socialdemocratica; e così anche l’ispirazione nettamente comunista di sinistra della nostra organizzazione del lavoro interno (uguaglianza degli stipendi e regime assembleare per tutte le decisioni politiche). Allo stesso modo, il manifesto non incontrò il favore degli 81 Partiti comunisti allora esistenti, neppure di quello cubano; rimasero soltanto molto vivi alcuni rapporti personali con singoli personaggi dei partiti francese, tedesco (Spd) e spagnolo. Il tentativo di un rapporto con il Partito comunista cinese non ebbe seguito.

La gestione fattane da Enrico Berlinguer dimostrò in ogni modo la differenza fra i comunisti italiani e quelli degli altri paesi. Ne venne anche, come già accennato, la difficoltà per il Pci di procedere alle misure disciplinari del nostro gruppo fondatore: in alcune città essa arrivò a interferire con il Congresso del partito, in particolare a Firenze, Bergamo e Napoli. E in ogni modo la differenza di stile tra il Pci e gli altri partiti comunisti giovò nel breve termine al partito di Enrico Berlinguer. L’elaborazione della rivista affrontò soprattutto i temi della lotta in fabbrica, dovuta anche alla scadenza dei rinnovi contrattuali e ai tentativi di innovazione radicali sul terreno dei contenuti dovuti alla stagione dei «consigli di fabbrica» che ebbero un appoggio più del sindacato che del partito e che rappresentavano una delle conseguenze teoriche più importanti seguite al ’68 italiano.

La rivista seguì anche le lotte sulla scuola e quelle sulla casa, oltre alle questioni che dettero più fastidio al Partito comunista dell’Unione sovietica: il problema della primavera cecoslovacca, del grande risveglio sindacale polacco (specie fra i cantieri del Nord, Danzica e Stettino), del quale nulla sembra essere rimasto oggi, e dell’elaborazione cinese prima di Mao Tze Tung e poi della rivoluzione culturale. Ovviamente la rivista il manifesto fu il punto di riferimento per i gruppi dissidenti dell’Est che mantenevano una ispirazione di sinistra e che sarebbero poi convenuti nel Convegno sulle società post rivoluzionarie (Università di Venezia, 1977).
Difficile dire se l’elaborazione del manifesto abbia avuto un’influenza sul Partito comunista: è evidente che la crisi successiva del comunismo sarebbe stata probabilmente limitata se il partito avesse accettato di assumerne l’ispirazione.

Ma non fu così; il gruppo fu accusato di attività frazionistica, anche se aveva fatto molta attenzione a non offrire questo pretesto ai dirigenti. Enrico Berlinguer avrebbe probabilmente preferito evitare dei provvedimenti disciplinari che però il resto del partito gli impose fin dall’uscita del primo numero; in particolare la pubblicazione del secondo numero (indicato come numero 4) avvenne dopo l’estate e dopo il primo Comitato centrale di condanna ancora interlocutoria (relatori Alessandro Natta e Paolo Bufalini). Da allora in poi i rapporti col Partito precipitarono; fu convocata la quinta commissione del Comitato centrale e decisa la linea repressiva, manifestata poi con la radiazione di Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda sancita dal voto del comitato centrale del 27 novembre 1969. Gli altri membri della redazione de manifesto furono radiati nelle settimane successive.

In conclusione, il tentativo del manifesto espresso inizialmente dalla rivista ha rappresentato la principale sperimentazione di un gruppo omogeneo all’interno del movimento comunista internazionale oltre a un tentativo veramente innovatore nella storia delle riviste politiche.

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

Cent’anni fa, il 10 aprile 1919, a Chinameca, nello stato del Morelos, Jesús Guajardo su mandato del primo presidente del Messico post rivoluzionario, Venustiano Carranza, uccide Emiliano Zapata. Contadino, di umile estrazione, leader dell’Esercito di liberazione del Sud e volto noto, oltre che nobile, della Rivoluzione messicana del 1910. Assieme a Pancho Villa, fu espressione dell’ala più radicale del movimento che ha cacciato Porfirio Díaz e portato alla “democrazia” odierna.

MOLTE SONO LE STORIE legate alla figura di Zapata. Penultimo di dieci figli di una famiglia resa povera dalle politiche del dittatore Díaz, parlava spagnolo e nahuatl. Nel 1909 era sindaco di Anenecuilco e appoggiò Patricio Leyva come governatore dello stato. Leyva perse a discapito di Pablo Escandón. Scoppiarono rivolte contro la continua espropriazione di terre da parte dei latifondisti. E fu così che nel 1910 Zapata cominciò a occupare terre, a combattere i latifondisti e a praticare l’autoridistribuzione.
Dopo aver disconosciuto Díaz con il Plan di Ayala (1911) la Rivoluzione messicana, dove a combattere sono diversi eserciti, sconfigge velocemente il dittatore. Da lì in poi è un susseguirsi di avvicendamenti al governo. Fino al 1914, quando i diversi eserciti rivoluzionari, non trovando una sintesi, si uniscono ad Aguascalientes nel centro del Messico e scrivono una convenzione. Ma la fazione costituzionalista rappresentata da Venustiano Carranza e dal generale Álvaro Obregón ruppe gli accordi.

DOPO LA ROTTURA con Carranza, vicino alla borghesia agraria del nord, in dicembre gli eserciti di Villa e Zapata entrano trionfanti a Città del Messico. Emiliano Zapata si rifiuta di sedere sulla poltrona presidenziale e dichiara «non combatto per questo. Combatto per le terre, perché le restituiscano».

Zapata tornò nello stato di Morelos, dove assieme a contadini, intellettuali e studenti sperimentò una forma di democrazia diretta, la comune di Morelos, basata sulla ridistribuzione di terre e sulla diffusione di diritti sociali. La comune di Morelos è una delle esperienze più interessanti del processo rivoluzionario. La figura di Zapata faceva paura. Proprio per la sua pulsione rivoluzionaria e non riducibile al dialogo Emiliano Zapata venne ucciso. Il suo omicidio viene ben raccontato nel film del 1952 Viva Zapata!, del regista statunitense Elia Kazan. E come nelle ultime immagini del film muore a testa alta.

IL VOLTO DI ZAPATA ha illuminato le lotte, le notti, gli striscioni e le iconografie dei movimenti sociali, indigeni e campesini. Zapata è tornato a battere il tempo delle rivoluzioni il 1 gennaio del 1994 con l’inizio dell’insurrezione dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale. L’Ezln che qualche anno fa, nel 1997, dedicò un lungo testo proprio a Zapata, di fatto spiegando il perché a lui si ispirassero. Quello che si faceva chiamare subcomandante Marcos scriveva: «Come ai suoi tempi, Don Emiliano, i governi hanno tentato d’ingannarci. Parlano e parlano e non mantengono nulla, a parte i massacri di contadini. Firmano e firmano carte e niente diviene realtà, a parte gli sgomberi e la persecuzione di indigeni. Ci hanno anche tradito, mio Generale, i Guajardo e le Chinameche non sono mancati, ma risulta che noi non ci siamo fatti ammazzare molto. Come abbiamo appreso, Don Emiliano, stiamo ancora apprendendo. Ma non voglio annoiarla, mio Generale, perché stanno così le cose come già lei sa, perché di per sé noi siamo lei. E vede, i contadini continuano senza terra, i ricchi continuano a ingrassare, e questo sì, continuano le ribellioni contadine. E continueranno, mio Generale, perché senza terra e libertà non c’è pace».

100 ANNI DOPO LA SUA MORTE l’Ezln e i movimenti indigeni hanno convocato due giorni di mobilitazione «ricordando che la lotta guidata dal Generale Emiliano Zapata Salazar e dall’Esercito Libertador del Sur y Centro hanno rappresentato e continuano a rappresentare gli interessi e le aspirazioni dei nostri popoli e di milioni di sfruttati e sfruttate in Messico e nel mondo» e per ricordare Samir Flores Soberanes, indigeno in lotta contro un gasdotto ammazzato per la sua attività politica un mese fa.

E COSI, IERI 9 APRILE, si é svolta un’affollata assemblea generale ad Amilcingo, municipio di Temoac, stato del Morelos. Oggi, proprio dove fu ucciso 100 anni fa Zapata è convocata una mobilitazione nazionale ed internazionale. E come riecheggia nelle manifestazioni da cent’anni, e come riecheggerà tra qualche ora nel Moreles, «la lotta continua e Zapata Vive».

* Fonte: Andrea Cegna, IL MANIFESTO

Image: José Guadalupe Posada [CC0]

MOSCA. Il 2 marzo 1919 a Mosca venne fondata l’Internazionale comunista. Il suo obiettivo dichiarato era dirigere la rivoluzione internazionale. Ma quale ruolo giocava all’interno il partito russo? E quale ruolo giocherà negli anni successivi?

Dopo la vittoria dell’ottobre ’17, i bolscevichi erano convinti che la sopravvivenza del potere sovietico dipendesse dal successo della rivoluzione nei paesi capitalistici europei, che ritenevano fosse imminente. Ma quasi subito la necessità di creare uno “stato maggiore della rivoluzione” capace di dirigere su scala internazionale 1’assalto del proletariato al potere si venne a saldare con l’urgenza di difendere la rivoluzione dagli attacchi interni ed esterni.

Fin dalla fondazione l’IC, proprio perché concepita come “partito mondiale della rivoluzione”, si era data una struttura centralizzata, ispirata al modello bolscevico: il peso decisivo che questo vi assunse derivava, oltre che dal suo prestigio, dal fatto che tutto il peso finanziario e gran parte del peso organizzativo dell’apparato del Comintern ricadevano sulle sue spalle. Quando, sul finire del 1923, il ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre apparve concluso con quella che si giudicava la provvisoria stabilizzazione del capitalismo, lo stesso rapporto tra lo Stato e il partito sovietico da un lato e l’Internazionale dall’altro risultò profondamente modificato. Via via che si constatavano da un lato i successi del regime sovietico e dall’altro il ritardo della rivoluzione in Occidente, compito essenziale dell’Ic diventava la difesa e il rafforzamento del primo Stato proletario, e l’URSS e il suo partito comunista acquistavano un’importanza crescente nei determinarne gli orientamenti. Di questo potere i comunisti russi non tardarono a servirsi come strumento nelle lotte interne del loro partito.

Già nella fase che precedette e seguì il V congresso (giugno-luglio 1924) la lotta condotta da Stalin e Zinov’ev contro Trockij si trasferì all’interno delle sezioni dell’Ic, finendo per distorcere l’autonomia della loro dialettica interna. A perpetuare la supremazia indiscussa del partito russo nell’Ic e a plasmare le varie sezioni nazionali secondo l’orientamento della maggioranza di questo contribuì poi in modo determinante la campagna di “bolscevizzazione” dei partiti comunisti lanciata nel corso del 1924.

Tra la tattica del fronte unico dell’internazionale e quella dei fronti popolari ci fu l’intermezzo della politica del socialfascismo. Che conseguenze ebbe?

Quando si aprì il VI Congresso dell’IC (luglio-settembre 1928), la fortuna di Bucharin, che ne era diventato il leader, volgeva al tramonto, e alla sua interpretazione, che non trascurava l’accrescimento delle forze produttive nei paesi capitalistici e la funzione assunta dallo Stato come regolatore dell’economia, Stalin contrappose la previsione di un aggravamento irrefrenabile delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico, che avrebbe condotto il sistema al crollo in un futuro prossimo. Due fattori fecero sì che questa seconda tesi s’affermasse nella maggioranza dei partiti comunisti, favorendo o imponendo l’ascesa di gruppi dirigenti “di sinistra”. Il primo fu il bilancio nel complesso poco brillante della politica di fronte unico: basti ricordare il fallimento dello sciopero generale in Inghilterra nel maggio del 1926 e la disastrosa conclusione della collaborazione con il Guomindang in Cina. Il secondo fu la svolta della politica interna dell’URSS, con l’abbandono della NEP e l’avvio della collettivizzazione forzata. Maturò in questo clima, nell’Internazionale, l’orientamento che fu definito “classe contro classe”: nella fase nuova dello scontro la socialdemocrazia, in quanto si opponeva alla rivoluzione e alla dittatura del proletariato, non poteva più essere considerata un’ala del movimento operaio, ma diventava una forza controrivoluzionaria al servizio del nemico di classe. A partire dal X Plenum (luglio-agosto 1929) l’Ic cominciò a definire la socialdemocrazia come “socialfascismo” e a equiparare le forme democratiche e le forme dittatoriali del dominio borghese.

La crisi economica mondiale del 1929 parve confermare le previsioni catastrofiche di Stalin e portare acqua al mulino del radicalismo di sinistra. D’altra parte cambiava la composizione sociale dei partiti comunisti, in cui confluivano sempre più disoccupati, insofferenti nei confronti degli strati sociali relativamente protetti che costituivano una parte della base sociale dei partiti socialdemocratici: fu questo l’humus in cui poté attecchire e mettere radici profonde la parola d’ordine del “socialfascismo”. In realtà, la depressione economica agì in generale negativamente sulla disponibilità alla lotta delle masse operaie, determinando in esse uno stato di rassegnazione e spingendo i ceti medi nelle braccia della reazione. Per di più la tensione di lotta che l’attivismo comunista riusciva talvolta a suscitare veniva irrigidito in una linea politica dimostrativa e senza sbocchi pratici, che aveva come unico contenuto reale quello un’azione di disturbo nelle retrovie del nemico diretta a prevenire ogni possibile attacco all’URSS.

Stalin sciolse l’internazionale nel 1943. Fu solo una concessione agli Alleati in vista del dopoguerra oppure Stalin pensava già a una nuova strutturazione dell’internazionalismo comunista poi cristallizzatasi nella formazione del Kominform?

Con la primavera del 1943, dopo la vittoria sovietica a Stalingrado, si aprì una fase nuova nella guerra. I problemi dell’assetto mondiale all’indomani dell’ormai probabile vittoria sul nazifascismo venivano sempre più in primo piano. È in questa situazione che va inquadrato lo scioglimento dell’Internazionale comunista, deciso dal Presidium l’8 giugno, dopo un’affrettata consultazione con la maggioranza dei partiti membri. Si faceva preminente per Stalin l’interesse di rassicurare l’opinione pubblica dei paesi amici che l’URSS rinunciava ad “esportare” la rivoluzione: e questo non solo per migliorare i rapporti con gli Alleati nella guerra in corso, ma anche per facilitare la continuazione della collaborazione soprattutto nella prospettiva di una partecipazione americana alla ricostruzione dell’economia dell’URSS. È quindi indubbio che il Comintern fu anche sacrificato alla politica estera sovietica. Ma alla base della decisione di scioglierlo vi erano pure motivazioni che scaturivano da una situazione reale nei rapporti fra Mosca e le sezioni come l’emergere in modo sempre più chiaro proprio dall’evoluzione della guerra delle esperienze dei partiti comunisti jugoslavo e cinese, avviati a dirigere autonomamente la rivoluzione nel proprio paese .

Stalin era convinto, e a ragione, di poter contare su un legame con i partiti comunisti che non avesse bisogno di esprimersi in forme istituzionalizzate. In effetti con lo scioglimento del Comintern i partiti comunisti non recisero il loro legame con Mosca: anzi questo per certi aspetti divenne più stretto e diretto che in passato. Tuttavia il loro rapporto con “la casa madre” si fece più complesso, diversificandosi in ragione della divisone del mondo in due aree d’influenza. Maggiore spazio acquistavano così obiettivamente le varianti nazionali della strategia comunista, che inizialmente l’URSS non scoraggiò, anche se cercò di armonizzarle in un disegno corrispondente ai suoi interessi di potenza.

A 100 da quell’evento l’organizzazione su scala internazionale della sinistra è definitivamente tramontata o nel futuro potremmo vedere rinascere forme di organizzazione sovranazionale?

Dopo il 1989, la fine della guerra fredda e la disintegrazione dell’Urss e dei regimi di “socialismo reale” in Europa hanno inferto un colpo mortale alle forme sempre più ritualizzate e vuote di un movimento internazionale comunista già da tempo in crisi, senza peraltro comportare una vera ripresa di vitalità di quello socialdemocratico, anch’esso in estinzione. I nuovi processi di globalizzazione frantumano identità e classi, dividono generi e generazioni, aprono nuove contraddizioni sociali basate su appartenenze etniche e religiose. Gli ultimi vent’anni del XX secolo hanno visto una serie di battaglie di resistenza, spesso perdute, delle società nazionali contro l’emergere di un’economia globale: soprattutto con l’inizio degli anni 2000 si è visto qualche segnale dell’emergere di una società civile globale che inizia a ricostruire identità, organizzazione, alleanze oltre e attraverso i confini nazionali per affrontare i cambiamenti dell’economia a livello planetario. Si è potuto scorgervi a volte nuove forme embrionali di internazionalismo. Ha mosso i primi incerti passi un movimento che propone un progetto alternativo di “globalizzazione dal basso” che intende uscire dagli angusti orizzonti nazionali, ma rovesciandone i valori – profitto e potere – delle imprese multinazionali, della finanza, dei governi e rimpiazzandoli con le idee della democrazia e dell’uguaglianza, di uno sviluppo umano compatibile con la natura, del diritto al lavoro per tutti, della giustizia economica e sociale a scala del pianeta. Ma questo movimento rimane per ora più che altro un’idea astratta, lontana dal poter risuscitare un internazionalismo quale lo si è conosciuto nell’ultimo scorcio del XIX secolo e come, in una prospettiva radicalmente nuova e rivoluzionaria presto destinata a rivelarsi illusoria, lo intendeva la Terza Internazionale.

* Fonte: Yurii Colombo, IL MANIFESTO

«Alle frontiere del capitale», a cura di autori vari, pubblicato da Jaca Book. La crisi ambientale, orizzonte del nostro tempo, costituisce una grande rottura. Le classi dirigenti non offrono soluzioni né la via d’uscita tecnico-scientifica

A otto anni dall’uscita del primo volume, si avvicina al compimento l’ambizioso progetto della Fondazione Micheletti di Brescia e della casa editrice milanese Jaca Book: L’Altronovecento, una grande enciclopedia del «comunismo eretico» e del «pensiero critico» novecenteschi. Alla scansione geografica dei primi cinque volumi (due sull’Europa e due sulle Americhe, l’ultimo – ancora in lavorazione – su Africa e Asia), segue ora una raccolta di contributi sul presente, Alle frontiere del capitale (pp.416, euro 40), curato da Massimo Cappitti, Mario Pezzella e Pier Paolo Poggio.

La Presentazione dei curatori delinea la «duplice tensione» all’origine del volume: «etica», «perché con il capitalismo dilagante non si può transigere» nell’epoca in cui il rapporto di capitale minaccia le basi stesse della vita sulla Terra; «teorica», perché urgono strumenti in grado di pensare e di trasformare un mondo in pericolo. Per ricostruirli, i principali punti di riferimento sono qui offerti dal «comunismo eretico», cioè dalle «esperienze radicali che non si sono declinate in forma di partito o di Stato, entrambi manifestazioni del potere concentrato della modernità».

IN REALTÀ, IL VOLUME prescinde da una partizione così drastica, che in fondo offrirebbe consolazione ideologica a una ragione vittimistica: il racconto di un’«eresia» rivoluzionaria sconfitta spiegherebbe in maniera riduttiva (la repressione convergente dell’«ortodossia» sovietica e del nemico di classe) perché storicamente non si siano invertiti i rapporti fra le parti; e non permetterebbe comunque di capire perché dopo il 1989 la crisi del socialismo reale ha trascinato con sé non solo le socialdemocrazie, ma anche le diversissime forze politiche alla sinistra del comunismo maggioritario.

Raccogliere in un solo volume le esperienze odierne di critica radicale al capitalismo è compito assai impegnativo. Forse avrebbe giovato un riferimento ad altri tentativi contemporanei, come quello del sociologo svedese Göran Therborn (From Marxism to Post-Marxism, Verso 2008; New Masses?, New Left Review, n. 85, 2014). La mappa che ne risulta è inevitabilmente parziale e selettiva, ma anche diseguale per genere di contributo (dal saggio teorico ai semplici appunti), per orizzonte disciplinare e, va detto, anche per effettivo rilievo e chiarezza di lettura. Oltre a questa natura variegata, anche la mole del libro (quattrocento pagine fittissime) e la sua articolazione in cinque blocchi (Ecologia e socialismo; Lavoro e capitale; Soggettività e forme di vita; Oltre la politica; Brecce) rende impossibile una trattazione unitaria.

FRA I MOLTI POSSIBILI, un filo per attraversare il volume, richiamato a più riprese dalla Presentazione, può essere offerto dal rapporto con la storia, un tratto rivelatore in un tempo assediato dal «presentismo» (François Hartog). Contro la «naturalizzazione» del capitalismo in un «presente astorico», ma senza cedere al rifugio nella memoria del passato o alla celebrazione delle aperture del «nuovo», Massimiliano Tomba invita a pensare, sulla scorta dell’ultimo Marx, di Benjamin e di Bloch, all’assemblaggio odierno di temporalità diverse. Il farsi globale della storia umana, sincronizzata dal «valore» forgiato dal rapporto di capitale, produce immancabilmente «anacronismi», che sono forieri di sviluppi alternativi: non come ritorno a forme sociali passate, ma per le opportunità presenti che dischiudono.

La presenza di modalità di relazione non mercantili e le anticipazioni di un diverso modo di vivere che si danno nel momento della lotta e dell’organizzazione rappresentano tensioni che orientano il presente verso un diverso futuro – un tema al centro anche dell’intervento di Kristin Ross sull’attualità della Comune parigina nelle lotte in difesa del territorio, come quelle della Zad francese e dei No-Tav valsusini.

LA FINE del «progressismo» informa anche il saggio di Pier Paolo Poggio: la crisi ambientale, orizzonte del nostro tempo, costituisce infatti una rottura storica. Se l’indifferenza e l’inerzia di fronte ad allarmi ormai quotidiani accomunano gran parte delle classi dirigenti, non offrono soluzioni né la via d’uscita tecnico-scientifica (adattarsi a un mondo artificiale), né la teorizzazione di uno «sviluppo sostenibile» (civilizzare il capitalismo). Si delinea invece un’alternativa a partire dai conflitti ambientali e dalla critica degli usi e delle appropriazioni della scienza e della tecnica, verso una conversione ecologica della società che ponga limiti alla distruzione della Natura, ad esempio riducendo i consumi energetici e la produzione di rifiuti, ristabilendo forme di circolarità e valorizzando un settore primario de-industrializzato.

Come ribadisce Michael Löwy questa prospettiva «ecosocialista» richiederebbe una «politica economica fondata su criteri non monetari ed extraeconomici», dunque la fuoriuscita dal capitalismo, verso una società a piena occupazione con il controllo pubblico sui mezzi di produzione, attraverso una pianificazione democratica e partecipata che soddisfi i bisogni (cibo, alloggio, vestiario) e i servizi (salute, educazione, comunicazioni e cultura).

QUESTO «COMUNISMO solare» trova una suggestiva formulazione nello scritto di Giorgio Nebbia, uno dei padri dell’ecologismo italiano, che si riallaccia alla tradizione utopistica con una Lettera dal 2100. Vi si descrive una «società postcapitalistica comunitaria» retta dalla «proprietà collettiva» e tesa a minimizzare le scorie inquinanti: un arcipelago di piccoli insediamenti resi autosufficienti dal decentramento di produzione di energie rinnovabili. Il rapporto fra marxismo e utopia è al centro del contributo del compianto Miguel Abensour, alla cui memoria è dedicato il volume.

NELL’IMPORTANTE SAGGIO dello storico Karl-Heinz Roth si propone una riformulazione della critica marxiana dell’economia politica alla luce degli sviluppi storici, ampliando le forme che contribuiscono alla valorizzazione (lavori non salariati, riproduzione, natura) e introducendo maggiore attenzione all’espropriazione delle popolazioni messe al lavoro e al peso della rendita fondiaria: il capitalismo vede il continuo ripetersi di dinamiche di «accumulazione originaria», a permanente sconvolgimento della natura e della società. Si deve a un sociologo, Ferruccio Gambino, un ricco profilo del lavoro contemporaneo, a partire dalla compresenza di forme di lavoro coatto (dominate dalla «paura» per la propria incolumità) e di salariato più o meno precario (che genera «timore» di disoccupazione).

DI QUESTA SITUAZIONE, articolata dal diritto o meno alla mobilità, si traccia un’interessante genealogia secondo-novecentesca, a partire dall’esperienza statunitense, precoce ispirazione per il resto d’Occidente, dalle realtà postcoloniali, laboratori di precarizzazione, e dal «tradimento» (con Raniero Panzieri) del movimento operaio europeo che è alle radici della frammentazione estrema del lavoro contemporaneo.

Il volume presenta contributi interessanti, anche se spesso parziali, su molti altri aspetti del presente, dalla cultura di massa (Daniele Balicco) alla forma-Stato (Alessandro Simoncini), e insiste opportunamente, nel contributo di Carlo Tombola, sull’orizzonte della catastrofe atomica globale e sulla proliferazione della produzione di armi, usate soprattutto in guerre contro i civili. Piace tuttavia chiudere con una nota di speranza nell’«esperienza plebea», che si presenta, secondo il contributo di Martin Breaugh, in ricorrenti lotte per allargare la democrazia, che hanno il loro paradigma nell’Aventino dell’antica Roma e le loro ultime incarnazioni nelle Primavere arabe e in Occupy Wall Street.

* Fonte: Michele Nani, IL MANIFESTO

Differentemente da Galli Della Loggia, ho trovato interessante il libro di Antonio Scurati (M. Il figlio del secolo, Bompiani 2018) malgrado gli errori nei quali egli è incorso, e che considero responsabilità non soltanto sua ma di un editing nel quale consisterebbe la differenza fra editore e stampatore, ma cui gli editori oggi tendono perlopiù a rinunciare.

Il libro mi interessa soprattutto per il clima che descrive, e che, secondo me a torto, l’autore attribuisce alla creazione romanzesca: mi sembra invece un’intuizione storicamente rilevante, e di natura politica più che favolistica il ritratto che Scurati fa del clima e della «cultura» nel quale il fascismo si è sviluppato, attraverso il montaggio del volume fra documenti scritti ed eventi concreti. E che le precisazioni di Galli Della Loggia, a mio avviso, non modificano. Non intendo affatto glorificare gli errori storici, e quel che meno mi ha persuaso è la giustificazione appunto narrativa che ne dà Scurati: in verità quel che esce bene dal libro, e che è importante ancora oggi, è la tiepidezza con la quale l’Italia, e non soltanto Facta, hanno permesso che il fascismo si sviluppasse. Una parte di questa strategia sta anche nella contrapposizione tra un Mussolini meno eccessivo e dei fascisti oltranzisti, come Farinacci, oltre che degli impietosi tedeschi, sostenuta per esempio dallo storico Renzo De Felice.

Non so se sia precisa l’interpretazione del carattere di Matteotti, in gran parte suggerita a Scurati dalla moglie Velia, certo è verosimile ed è un tentativo di capire l’uomo nella sua fragilità. Lo stesso si può dire sull’atteggiamento dei suoi amici socialisti, in particolare Turati. Per caso mi è successo proprio mentre chiudevo questo volume di vedere il nuovo Fahrenheit di Michael Moore e di riflettere su quanto sia improponibile il suo, pur ben intenzionato, ritornare, per esempio, sull’incendio del Reichstag e altri orrori simili come chiavi di una verosimile lettura della futura evoluzione di Trump: se si deve attenersi ad essi, quel fascismo non è certo alle porte degli Stati Uniti. L’ignoranza e l’arroganza del «duce americano» gli somigliano, ma non la sua specifica qualità.

 Quel che si pone, e in modo evidente, è il problema di degenerazione della politica.

In questo senso, l’imprecisa tecnica narrativa di Scurati serve di più, mi sembra, a capire i pericoli attuali del salvinismo, e a misurare la debolezza di una reazione anche soltanto «politicamente corretta» delle attuali opposizioni. Non voglio certo, lo ripeto, giustificare le imprecisioni della memoria di Scurati e neanche quelle di una ragazza che comunque era stata messa in guardia da genitori e dalle letture spesso estere e assai negative del modo di essere dei fascisti e poi degli occupanti tedeschi meno clamorosi ma immagine stessa di una efficienza repressiva.

E quindi delle responsabilità dei permanenti rinvii di una presa di posizione netta sul fascismo. Mi pare interessante e acuto l’uso del montaggio effettuato da Scurati fra le parole e i fatti, e a volte fra parole dei documenti e parole, non solo discorsi, dei protagonisti. Forse io do troppo ascolto alle mie preoccupazioni e paure. Non so quale parte dell’opera di Scurati si debba alla sua fantasia di romanziere e quale alla sua intuizione o memoria di storico. Certo è illuminante l’immagine che egli trasmette dell’opinione italiana fra il ’22 e la guerra.

Tra l’altro essa fa anche giustizia del modo con il quale un certo cinema italiano l’ha buttata tutta in ridere, come quando Alberto Sordi canta: «Mamma ritorno ognor nella casetta» a illustrare il “tutti a casa” dei giorni dell’armistizio. Ridotto o a puro orrore o a grande risata, non si producono gli anticorpi a un fascismo più o meno perfetto.

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

A luglio ho deciso di tornare in Italia, assalita dal bisogno di capire. Da Parigi, dove vivevo da dodici anni, seguivo Salvini in tv e mi prendeva vergogna per quel che vedevo. “È anche colpa mia, colpa della nostra parte”, mi ripetevo. Avevo passato la vita a fare politica e reputavo la mia lontananza come un abbandono del campo. Mio marito è scomparso tre anni fa, non avevo più nessuno in Francia, qui a Roma i compagni di una vita non ci sono più, Lucio Magri, Luigi Pintor, Valentino Parlato sono tutti morti, e anche io sono molto vecchia ormai».
Rossana Rossanda, 94 anni, giornalista, scrittrice, partigiana, “la ragazza del secolo scorso”, come titolò la sua famosa autobiografia, sta sfogliando nel salotto di casa i primi numeri della collezione de il manifesto, il giornale da lei fondato nel 1969. «Voglio rileggermi le cronache delle lotte operaie di allora, i lavoratori si sono battuti per i loro diritti e hanno vinto».
Che Italia ha trovato?
«Un Paese irriconoscibile, senza spina dorsale. Mi fa paura vedere quel che sta diventando».
Le fa più paura Salvini o Di Maio?
«Salvini, perché sa quello che vuole, Di Maio è sempre lì che ride».
Cosa la spaventa in Salvini?
«La prepotenza. Ho studiato a fondo il decreto sulla sicurezza, non capisco come Mattarella abbia potuto firmarlo».
Le sembra razzista?
«Lo è. Il migrante è visto soltanto come un potenziale criminale».
Che potere è questo al governo?
«È la deriva razzista del populismo. Di Maio e Salvini sono entrambi populisti, ma in maniera diversa, perché nel governo prevalgono soprattutto le idee del leghista. I Cinquestelle non riesco a prenderli sul serio».
Hanno avuto il 32 per cento, come fa a dire che non vanno presi sul serio?
«Forse è un modo sbagliato di dire. Voglio dire: non riesco a capirli. Mi dicono che molti di sinistra hanno votato per loro, ma i Cinquestelle di sinistra non hanno proprio niente».
Moltissimi ex extraparlamentari hanno votato per l’M5s. Come lo spiega? Con una proposta di radicalità che la sinistra riformista non offriva più?
«Mi sembra evidente. Hanno cercato un cambiamento vendicativo dopo che le loro speranze sono andate deluse».
Cosa ci dice questo della sinistra italiana?
«Milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo Dna c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno».
Questa mutazione quando avviene?
«Direi che inizia con il cambio del nome di Occhetto. Cambiare nome significa mutare la propria identità. Da allora di nomi ne hanno cambiati tre o quattro e ogni volta si sono allontanati un pezzetto dalla loro base. Veltroni è arrivato a dire che non era mai stato comunista».
Lei è ancora comunista?
«Io sì».
Per chi voterebbe oggi?
«Non saprei. Prenda i candidati segretari del Pd: Zingaretti, Minniti, Martina, Boccia, Richetti. Non li distinguo. Mi dicono che Delrio è bravo. Non dubito. Ma qual è la sua visione del mondo? Quando ero giovane a Milano ho conosciuto bene la sinistra dc, quella di Marcora e Granelli: le loro voci si distinguevano nettamente da quelle delle altre correnti.
Prenda il democristiano Fiorentino Sullo, le sue battaglie contro le speculazioni edilizie si ricordano ancora adesso».
È stupita che gli operai votino per la Lega?
«Quella è un’altra storia, più vecchia. Succedeva già 15 anni fa. Tessera Cgil e voto per la Lega».
Perché è accaduto?
«La Lega forniva spiegazioni semplici. “Se perdi il lavoro te l’ha portato via l’immigrato, e prima ancora il meridionale, il terun. Non è colpa tua. Non è colpa del sistema”. Si è offerto allo stesso tempo un nemico e una consolazione».
Lei è preoccupata dello spread?
«In sé non mi pare un’indicazione di rovina, mi pare più grave fare una manovra che non porterà alcuna crescita, non porterà lavoro».
È favorevole al reddito di cittadinanza?
«In linea di principio sì, è giusto sostenere i poveri, ma poi cosa resterà? Bisogna creare lavoro. E qui sono d’accordo con quel proverbio cinese che dice: dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita».
Come si schiererà alle Europee?
«Darò un voto pro Europa, contro i pericoli fascisti che vedo in giro. Il fascismo me lo ricordo bene, perciò mi fa paura».
Ma che strade restano alla sinistra stretta tra populismo e austerità?
«A quelli che dicono che non ci sono alternative, dico guardate Sanchez e Podemos in Spagna o il piccolo Portogallo: fate come loro».
È colpita dalla semplificazione del dibattito politico?
«Sono colpita dalla volgarità.
L’altro giorno ho visto in tv una trasmissione dove tutti ripetevano “non me ne frega un cazzo”, se parlavo così mio padre mi mollava come minimo una sberla».
Rimpiange di non avere avuto figli?
«Sì. Adesso mi sentirei meno sola e soprattutto avrei la percezione di avere tramandato qualcosa di me».
Perché non li ha avuti?
«Avevo molto da fare».
Come sono stati i suoi due matrimoni?
«Grandi amori. Erano entrambi molto simpatici. C’era sempre tra noi la voglia di stare assieme, non c’è niente di più bello, non trova?».
Come guarda al futuro?
«So che non ne ho più molto e in fondo non mi dispiace. Ho avuto una vita molto fortunata, ho conosciuto gente interessante».
Le figure più importanti?
«Mio suocero, il mio maestro Antonio Banfi, Sartre».
Com’era Sartre?
«Un raro caso di francese disponibile, aperto. Veniva a Roma tutti gli anni, amava l’Italia, era curioso, la de Beauvoir era più rigida».
Qual è l’ultimo libro letto?
« Le assaggiatrici di Rosella Postorino, interessante. Vorrei leggere Scurati su Mussolini».
Non sta sui social?
«Li detesto. Voglio passare all’altro mondo senza aver dato un solo euro a Zuckerberg».
Nel bilancio della sua vita prevalgono più le ragioni o i torti?
«Ho cercato di fare prevalere le ragioni, ma ho avuto grandi torti, del resto chi può negare di sé di non averne avuti».
Qual è il torto più grande?
«Non glielo dico. Lo dico con fatica anche a me stessa».

* Fonte: CONCETTO VECCHIO, LA REPUBBLICA

Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta.

Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga».

Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini.

Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia.

In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari».

Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale.

Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica.

IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.

Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione.

Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile.

Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»).

NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento.

Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante.

Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin.

Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora.

ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj.

IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte.

L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi.

Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico).

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

Tina Modotti era sbarcata a San Francisco proveniente dalla natia Udine nel 1913 dopo una traversata in bastimento in terza classe. Sola e appena diciassettenne Tina, si era imbarcata per raggiungere il padre Giuseppe che aveva accarezzato l’idea di fare il fotografo come suo fratello Pietro, ma in California finì per aprire un’officina meccanica generale.

Tina invece trova lavoro come sarta, cappellaia e operai tessile – il mestiere già esercitato in patria sin dall’età di 12 anni. Lei, però, è anche inesorabilmente attratta dai teatri di Little Italy sui cui palcoscenici diventa presto una celebrità, in virtù dei ruoli interpretati in sceneggiate e melodrammi e le opere di D’Annunzio e Pirandello che attraggono un folto pubblico di emigrati.
La svolta per la giovane donna avviene con l’incontro con Roubaix de l’Abrie Richey; lo pseudonimo è l’artificio ostentato da un giovane poseur – Robo fra gli amici – che ama esibire uno stile bohemièn assorbito durante gli studi artistici a New York. Per Tina lascerà la moglie adolescente, trasferendosi con lei a Los Angeles. Sarà il primo di una serie di incontri folgoranti che segneranno l’intensa vita artistica e passionale di Modotti.

A LOS ANGELES Tina e Robo trovano una città molto più piccola e polverosa ma anche più futurista, satura di possibilità dopo la fine della guerra e dell’influenza spagnola. È una specie di paesone semiedificato e «messicaneggiante», dove scorrazzano i Keystone Cops di Mack Sennett e continuano a sbarcare futuri luminari dell’industria cinematografica in pieno boom – come Buster Keaton, appena giunto quello stesso anno da New York.
I due giovani affittano un appartamento nel Bryson – l’elegante immobile da poco finito su Lafayette Park, vicino al centro – dove risiedono già molti giovani in carriera hollywoodiana. Tina vi si aggregherà presto, ottenendo le prime scritture per piccoli ruoli in film muti. La «bellezza italica» esotica e levantina, esercita un forte fascino negli anni de Lo Sceicco e Tina, attrice avvenente e disinibita, trova quasi subito un ruolo da protagonista in The Tiger’s Coat, un lungometraggio che gira nell’estate del 1920 nei teatri di posa che diverranno di lì a poco i Paramount Studios. Interpreta una fascinosa ingenue messicana.

Los Angeles riflette i paradossi dell’epoca. Mentre le folle premono sulle corde di velluto alle prime monumentali di Valentino e Chaplin – in città c’è il fermento politico di un emergente movimento operaio. Socialisti, comunisti e Wobblies internazionalisti del Iww (International workers of the world) organizzano comizi e scioperi. Il vicino Messico è scosso dalle fasi finali della rivoluzione. Pancho Villa spadroneggia nel nord e sconfina spesso in territorio yankees, sfuggendo all’esercito americano (e si premura di far filmare le incursioni dai cinegiornali di Hollywood).

A POCHI PASSI DAGLI STUDIOS di Sennett, Tom Mix e, di lì a breve, Walt Disney, quando il cinema aveva la sua base nel quartiere di Edendale, c’è la fattoria dove l’anarchico Ricardo Flóres Magon tiene banco con esuli rivoluzionari messicani (prima di venire richiuso e ucciso in prigione dalle autorità americane). Modotti non è una delle mille starlette che arrivano quotidianamente in città e che darebbero l’anima per metà del suo successo. Il suo destino sta nel giro di artisti d’avanguardia che frequenta con Robo e, senza ancora saperlo, proprio nella militanza politica che la attirerà a sud del confine.

LEI E ROBO APRONO un’officina artistica vicino al centro per traferirsi poi in una casa nella Valley, allora campagna. Nell’atelier, Robo tinge batik su sete pregiate che Tina trasforma in capi d’abbigliamento per signore raffinate. Vi sono letture, incontri e salotti – un giro di cui fanno parte, fra gli altri, l’architetti Lloyd Wright e Rudolph Schindler, appena giunto da Vienna. E c’è anche Edward Weston, destinato a consacrarsi fra i maggiori innovatori della fotografia artistica. Tina ne diviene la modella preferita e, a stretto giro, l’amante. Fra i due nasce una passione vertiginosa in cui la sperimentazione (Tina inizia ad assisterlo in camera oscura, nell’arte che fu di suo zio) si unisce all’attrazione fisica.

Weston è sposato con quattro figli e ha già un passionale rapporto con Margrethe Mather, singolare figura di artista, ex prostituta bohemiènne, bisessuale e libertina, anche lei dedita alla sperimentazione formale con la fotografia. Nell’ambiente dell’avanguardia losangelese si intrecciano collaborazioni creative e rapporti poliamorosi. Se non consenzienti Robo e la moglie di Weston sono sicuramente a conoscenza di quella fra Tina e Edward. E lo è anche Mather con cui Weston produce ancora lavori di prorompente forza erotica e innovativa. Nell’aprile del ’21 il fotografo confiderà a un amico: «La mia vita è assai ricca – forse anche troppo – non solo credo di aver prodotto del buon lavoro ultimamente, ma ho anche avuto una storia squisita… le foto che credo siano fra le mie migliori, sono di una certa Tina De Richey, una dolcissima ragazza italiana…».

Nel 1923 Robo parte per Città del Messico e inizia a organizzare una mostra cui dovrebbero partecipare anche Tina, Weston e Margrethe Mather. Lui morirà di vaiolo e per Modotti, che arriverà solo due giorni dopo, si aprirà un nuovo capitolo della vita. Ciudad De Mexico la seduce: entro un anno vi si trasferisce assieme stavolta a Weston, con cui inizia una proficua collaborazione, alla quale si affianca ben presto il lavoro documentario, a sfondo sociale.

LE FOTO DI MODOTTI documentano il movimento operaio e la realtà campesina che affascina anche lo stesso Weston e in quegli anni artisti come Sergej Ejzenštejn. Il Messico post rivoluzionario è un calderone di sperimentazione sociale tragicamente destinata a non arrivare mai a piena fruizione, ma che produce un enorme fermento artistico e intellettuale. Tina è subito nel giro dei muralisti, di Orozco, Siqueiros Diego Rivera e Frieda Khalo. I nuovi sodalizi artistici e militanti per Tina conducono anche a un nuovo travolgente amore, quello più grande, per il giovane rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella, co-fondatore del partito comunista cubano che, esule in Messico, dirige in quegli anni il quotidiano anti-Machado, Cuba Libre.

Qui l’intreccio artistico, sentimentale e politico della vita di Tina Modotti si infittisce e si offusca, prende una svolta oscura e dolorosa. Il 10 gennaio del 1929 mentre rincasa con Tina, Mella viene assassinato. Il proiettile sparato a bruciapelo porta la firma del conflitto interno sempre più stridente che dilania il comunismo internazionale. Su mandanti ed esecutori dell’omicidio non si farà mai luce. Vengono fermate alcune persone poi rilasciate. Il delitto, in un primo tempo, viene imputato dal governo messicano proprio a Modotti che verrà strenuamente difesa da Diego Rivera. E molti ravvisano in un quadro del celebre pittore – En El Arsenal – gli indizi più attendibili. In quel quadro Tina è raffigurata mentre porge una cintura di munizioni all’amato Mella. Dietro di loro incombe con cipiglio minaccioso Vittorio Vidali.

IL COMUNISTA ISTRIANO è l’ultimo uomo che segna la vita della Modotti, ma molti vedono in questo staliniano di ferro – enforcer della linea del comintern stalinista, agente del Nkvd che sarà implicato nella morte anche di Trotsky – il carnefice più plausibile di Mella. Sono illazioni fosche, sintomatiche degli opachi conflitti ideologici dell’epoca, mai dimostrate ma che non impediscono che sulla relazione fra Modotti e Vidali continui a gravare il sospetto di un rapporto strumentale, venato di plagio e di violenza. Tina resterà al suo fianco, lo seguirà a Mosca poi nella guerra di Spagna – dove l’ormai ex fotografa opera nel soccorso rosso. È l’ultimo sodalizio che durerà fino alla fine della sua straordinaria vita. Tina Modotti morirà nel gennaio 1942, in un taxi, nell’amato Messico dov’era tornata, per un presunto infarto.

* Fonte: Luca Celada, IL MANIFESTO

photo: Minneapolis Institute of Art [Public domain o Public domain], attraverso Wikimedia Commons

I più avvertiti della crisi a Est erano stati Togliatti e Longo. Poi, caduto il Muro di Berlino, senza «elaborare il lutto», fu buttato a mare anche l’Ottobre

Non fu una pagina gloriosa per il Pci quella della Cecoslovacchia. Il «nuovo corso» era l’estremo tentativo di uscita dalla rigidità del sistema condotto da un partito comunista ancora forte, sostenuto da una intellighentia impegnata e da una fiducia popolare esente dalle spinte anticomuniste che si erano infiammate nel 1956 nella rivolta ungherese. Il Pci lo capì e lo sostenne fino all’invasione: allora parlò di «tragico errore», ma non decise quello «stacco» che avrebbe compiuto a freddo molto più tardi. Né appoggiò l’opposizione a Gustav Husak; anzi gli esiti di Praga parvero suggerirgli somma prudenza sui fatti polacchi, dove nello stesso inverno del 1968 gli studenti avevano occupato le università – fu il solo grande movimento studentesco all’Est – e furono duramente repressi, cacciati i docenti più illustri, i Kolakovs ki, i Baczko, i Brus, e arrestati i giovani di Kuron, Modzelevski, Michnik con i primi gruppi di difesa operaia.

Non capì, l’anno seguente, la prima rivolta dei cantieri che fece cadere Gomulka e avrebbe dato il segno di lotte operaie per tutto un decennio, non destinate in partenza a finire in braccio alla Chiesa. Ancora nel 1978, quando il manifesto convocò una discussione di due giorni degli esponenti di sinistra del dissenso, il Pci interdisse ai suoi quadri di partecipare al convegno, affidando un unico intervento, prudente, allo storico Rosario Villari. Lo strappo di Berlinguer sarebbe intervenuto dopo gli anni settanta, in presenza di dirigenze ormai irrecuperabili e opposizioni di segno politico opposto.

A distanza i più lucidi sull’evoluzione dell’Est sembrano essere stati Togliatti e Longo, i soli due vecchi dell’Internazionale che ebbero nel Pci un ruolo determinante. Quattro anni prima, nel 1964, Togliatti aveva steso a Yalta, in attesa di incontrare Krusciov, un memoriale nel quale indicava l’aggravarsi dello stato di quelle società. Il documento – interessante anche per alcune correzioni visibili portate alla prima stesura – pareva scritto per argomentare l’opposizione del Pci alla conferenza internazionale di tutti i partiti comunisti che il Pcus voleva indire per condannare la Cina, e alla quale già Togliatti aveva esposto il parere negativo dei comunisti italiani.

Il sugo del memoriale era: piaccia o non piaccia la linea cinese, ogni partito sceglie la sua «via al socialismo», non si può che discuterne l’uno con l’altro in modo ravvicinato e senza scomunica, e non sarebbe più urgente che vedeste i guasti nel campo dell’Est in Europa?
Togliatti morì d’improvviso prima di incontrare Krusciov e Luigi Longo decise di pubblicare il memoriale. In Francia uscì su Le Monde. Il Pcus e il Pcf ne furono grandemente irritati, mentre chi all’Est scalpitava e ne ebbe conoscenza, vide con speranza quel passo degli italiani. Nel febbraio del 1965 ero a Praga (negli stessi giorni in cui gli Stati Uniti bombardavano Hanoi e la Tass preferiva non darne notizia) e si percepiva l’insofferenza verso la leadership di Antonin Novotny. A gennaio del 1968 egli veniva sostituito senza furia né sangue, e la segreteria passava a un oscuro dirigente slovacco, Aleksander Dubcek.

Cominciava il nuovo corso, e il Pci lo intese. Ma lo intesero anche Breznev, Gomulka e Ulbricht e ne temettero il dilagare. Solo due mesi dopo, a marzo, convocavano a Dresda un vertice del Patto di Varsavia, apparentemente su un diverso odg, che in realtà chiedeva a Dubcek di rendere conto della linea Pcc. Dubcek si difese e pensò di averli persuasi. Luigi Longo non si ingannava e ad aprile andò a Praga per una pubblica testimonianza di amicizia, gesto insolito, un avviso al Pcus. Il quale il 4 maggio riconvocava a Mosca Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Romania (che non venne), per affrontare esplicitamente la questione cecoslovacca.

Si allarmò anche il Pcf, allora diretto da Waldeck Rochet, che corse a Mosca con Pajetta per sconsigliare qualsiasi intervento. Furono appena ascoltati. Il 14-15 luglio Urss, Polonia, Bulgaria, Rdt, Ungheria stendevano una requisitoria contro il Pcc in forma di lettera che rendevano pubblica: consegnate il paese alla controrivoluzione. E con il pretesto di normali manovre nel campo, truppe russe si mossero in Cecoslovacchia. Quindici giorni dopo, il 29 luglio, i dirigenti cecoslovacchi erano riconvocati a un incontro su un treno, alla frontiera, a Cierna Nad Tisu: era un ultimatum.

Ma a Cierna Dubcek non cedette. Si sentiva, o credeva, appoggiato sul serio da diversi partiti comunisti, la Romania era reticente, l’Ungheria non entusiasta. Luigi Longo scrisse una lettera personale alla segreteria del Pcus, anch’essa insolita, non c’era tempo di convocare la direzione ma faceva sapere che, quale che fosse il parere degli altri, lui, Luigi Longo avrebbe condannato pubblicamente ogni atto militare. Forse gli archivi del Pci testimoniano di chi non era d’accordo con lui: ovviamente i filosovietici, di altri non so. Ma Amendola ebbe a dirmi, con l’abituale rudezza, che l’Urss era per il Pci quel che gli Stati Uniti erano per la Democrazia Cristiana, una carta importante nei rapporti di forza.

Sta di fatto che l’Urss sembrò fermarsi. Il 3 agosto i cinque tornarono a riunirsi con Dubcek a Bratislava rinunciando alle minacce. Il giorno dopo le truppe russe lasciavano la Cecoslovacchia. Fu su una Praga tranquilla e stupefatta, che non sparò un colpo di fucile, che la notte tra il 20 e il 21 agosto piombarono i tanks sovietici. Il gruppo dirigente del nuovo corso veniva arrestato e portato a Mosca con il presidente Svoboda, Dubcek in manette. Del Pci, che aveva accolto Bratislava con sollievo, quella notte in segreteria a Roma era presente soltanto Alfredo Reichlin, che dovette tenere botta. Luigi Longo in vacanza di salute nell’Urss, lo seppe il mattino dopo da un comunicato che gli fu portato assieme alla colazione e al Pcus non lo perdonò mai.

E che avrebbero detto Vietnam e Cuba, che parevano allora un terzo polo? La notte del 21 attendemmo con Karol fino alle tre la notizia dall’ambasciata cubana, che sperava in una condanna dell’intervento. La mattina dopo Reichlin mi chiamava alle sette: «Il tuo Fidel ha approvato con la formula: avanti non solo a Praga, ma anche ad Hanoi».
Più di un compagno nient’affatto burocrate – ricordo Luigi Nono – si sentì rappresentato da quella che considerava una posizione di sinistra. Il nuovo corso aveva, sì, i consigli operai ma anche ideologi come Ota Sikh e Radovan Richta, aveva sì ottime intenzioni ma accennava a interloquire con Willy Brandt, e chissà come sarebbe andata a finire.

La maggioranza della base del Pci, come il Psiup di Vecchietti, Valori, Foa, pensò che il socialismo era quello del campo sovietico, brutto ma meglio che niente, e che qualsiasi contestazione al Pcus avrebbe indebolito le forze al movimento operaio e comunista in Occidente. Lo stesso quel tanto del movimento studentesco – era l’estate nel 1968 – che se ne accorse.
Nel Pci il modo con il quale era stato liquidato il 1956 e il silenzio che seguì al passo di Togliatti nel 1964, sempre nella speranza che l’Urss evolvesse in un più di democrazia senza troppi scossoni, giocò anche contro quella parte della dirigenza che di dubbi sulla natura del sistema sovietico non ne aveva più da un pezzo.

A fine agosto il Comitato centrale condannava il «tragico errore». Non un tragico errore, intervenne Luigi Pintor, ma una coerente conseguenza della politica sovietica. Era la prima uscita secca di quello che sarebbe diventato il gruppo del manifesto. Non ricordo se si votasse, non mi pare, certo Pintor fu bacchettato. Fuori dalla porta Pajetta chiedeva uno per uno a coloro che entravano: ma Dubcek e Svoboda non hanno fatto bene ad affermare il compromesso? Che cosa pensi?
Un anno dopo, nel settembre 1969, il manifesto mensile usciva con l’editoriale «Praga è sola» e cominciava il processo che avrebbe portato alla nostra radiazione a novembre.

Berlinguer aveva cercato di evitarla, ma dopo quell’articolo ci si disse – il Pcus gli aveva chiesto di «onorare la cambiale». Non so quale; al XII Congresso, pochi mesi prima, mentre parlavo dell’invasione di Praga, la delegazione sovietica, diretta da Boris Ponomariov, s’era alzata ed uscita. Ma tre del manifesto, Pintor, Natoli ed io, fummo riammessi nel Comitato centrale: forse Berlinguer garantì a qualcuno che non avremmo fatto danni. Non approvò che uscisse la rivista ma non minacciò misure disciplinari; non nascose però il timore che qualsiasi presa di distanza da Mosca potesse dare spazio a una forte frazione filosovietica, come negli anni settanta fu quella di Lister in Spagna. Ma davanti a «Praga è sola» i Secchia, i Cossutta, e anche gli Amendola e i Terracini, trovarono che non eravamo tollerabili.

Tanto più che il nostro tentativo di ripercorrere i sentieri del marxismo eretico – da Marx a Rosa Luxemburg a Korsch al primo Lukacs, che il 1968 non frequentò – si univa, spenta la prima ondata degli studenti, alla spinta che veniva dall’autunno caldo. Libertari e di sinistra, il Pci ci liquidò. Ma il danno maggiore lo faceva a se stesso. Non solo i vecchi ma gli allora quarantenni accettarono di partecipare alla conferenza internazionale alla quale avevano a lungo riluttato, Longo stava ormai male – e, ripetuta la critica al «tragico errore», nelle crescenti crisi dell’Est non misero più bocca.

Le opposizioni di quei paesi non ebbero più nel Pci un riferimento. E il Pci stesso arrivava nel 1989 senza avere svincolato la propria storia da quella dell’Urss. Quando cadde il muro di Berlino, mancata ogni elaborazione del lutto, buttò a mare anche l’Ottobre e infilava una strada che neppure può dirsi socialdemocratica, lasciando aperti tutti gli interrogativi a una rifondazione, che neanch’essa s’è mai decisa ad affrontarli.

* Dall’Archivio de il manifesto, inserto «Praga 68-98» del 21 agosto 1998

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

photo: https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=798210

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