Novecento

Differentemente da Galli Della Loggia, ho trovato interessante il libro di Antonio Scurati (M. Il figlio del secolo, Bompiani 2018) malgrado gli errori nei quali egli è incorso, e che considero responsabilità non soltanto sua ma di un editing nel quale consisterebbe la differenza fra editore e stampatore, ma cui gli editori oggi tendono perlopiù a rinunciare.

Il libro mi interessa soprattutto per il clima che descrive, e che, secondo me a torto, l’autore attribuisce alla creazione romanzesca: mi sembra invece un’intuizione storicamente rilevante, e di natura politica più che favolistica il ritratto che Scurati fa del clima e della «cultura» nel quale il fascismo si è sviluppato, attraverso il montaggio del volume fra documenti scritti ed eventi concreti. E che le precisazioni di Galli Della Loggia, a mio avviso, non modificano. Non intendo affatto glorificare gli errori storici, e quel che meno mi ha persuaso è la giustificazione appunto narrativa che ne dà Scurati: in verità quel che esce bene dal libro, e che è importante ancora oggi, è la tiepidezza con la quale l’Italia, e non soltanto Facta, hanno permesso che il fascismo si sviluppasse. Una parte di questa strategia sta anche nella contrapposizione tra un Mussolini meno eccessivo e dei fascisti oltranzisti, come Farinacci, oltre che degli impietosi tedeschi, sostenuta per esempio dallo storico Renzo De Felice.

Non so se sia precisa l’interpretazione del carattere di Matteotti, in gran parte suggerita a Scurati dalla moglie Velia, certo è verosimile ed è un tentativo di capire l’uomo nella sua fragilità. Lo stesso si può dire sull’atteggiamento dei suoi amici socialisti, in particolare Turati. Per caso mi è successo proprio mentre chiudevo questo volume di vedere il nuovo Fahrenheit di Michael Moore e di riflettere su quanto sia improponibile il suo, pur ben intenzionato, ritornare, per esempio, sull’incendio del Reichstag e altri orrori simili come chiavi di una verosimile lettura della futura evoluzione di Trump: se si deve attenersi ad essi, quel fascismo non è certo alle porte degli Stati Uniti. L’ignoranza e l’arroganza del «duce americano» gli somigliano, ma non la sua specifica qualità.

 Quel che si pone, e in modo evidente, è il problema di degenerazione della politica.

In questo senso, l’imprecisa tecnica narrativa di Scurati serve di più, mi sembra, a capire i pericoli attuali del salvinismo, e a misurare la debolezza di una reazione anche soltanto «politicamente corretta» delle attuali opposizioni. Non voglio certo, lo ripeto, giustificare le imprecisioni della memoria di Scurati e neanche quelle di una ragazza che comunque era stata messa in guardia da genitori e dalle letture spesso estere e assai negative del modo di essere dei fascisti e poi degli occupanti tedeschi meno clamorosi ma immagine stessa di una efficienza repressiva.

E quindi delle responsabilità dei permanenti rinvii di una presa di posizione netta sul fascismo. Mi pare interessante e acuto l’uso del montaggio effettuato da Scurati fra le parole e i fatti, e a volte fra parole dei documenti e parole, non solo discorsi, dei protagonisti. Forse io do troppo ascolto alle mie preoccupazioni e paure. Non so quale parte dell’opera di Scurati si debba alla sua fantasia di romanziere e quale alla sua intuizione o memoria di storico. Certo è illuminante l’immagine che egli trasmette dell’opinione italiana fra il ’22 e la guerra.

Tra l’altro essa fa anche giustizia del modo con il quale un certo cinema italiano l’ha buttata tutta in ridere, come quando Alberto Sordi canta: «Mamma ritorno ognor nella casetta» a illustrare il “tutti a casa” dei giorni dell’armistizio. Ridotto o a puro orrore o a grande risata, non si producono gli anticorpi a un fascismo più o meno perfetto.

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

A luglio ho deciso di tornare in Italia, assalita dal bisogno di capire. Da Parigi, dove vivevo da dodici anni, seguivo Salvini in tv e mi prendeva vergogna per quel che vedevo. “È anche colpa mia, colpa della nostra parte”, mi ripetevo. Avevo passato la vita a fare politica e reputavo la mia lontananza come un abbandono del campo. Mio marito è scomparso tre anni fa, non avevo più nessuno in Francia, qui a Roma i compagni di una vita non ci sono più, Lucio Magri, Luigi Pintor, Valentino Parlato sono tutti morti, e anche io sono molto vecchia ormai».
Rossana Rossanda, 94 anni, giornalista, scrittrice, partigiana, “la ragazza del secolo scorso”, come titolò la sua famosa autobiografia, sta sfogliando nel salotto di casa i primi numeri della collezione de il manifesto, il giornale da lei fondato nel 1969. «Voglio rileggermi le cronache delle lotte operaie di allora, i lavoratori si sono battuti per i loro diritti e hanno vinto».
Che Italia ha trovato?
«Un Paese irriconoscibile, senza spina dorsale. Mi fa paura vedere quel che sta diventando».
Le fa più paura Salvini o Di Maio?
«Salvini, perché sa quello che vuole, Di Maio è sempre lì che ride».
Cosa la spaventa in Salvini?
«La prepotenza. Ho studiato a fondo il decreto sulla sicurezza, non capisco come Mattarella abbia potuto firmarlo».
Le sembra razzista?
«Lo è. Il migrante è visto soltanto come un potenziale criminale».
Che potere è questo al governo?
«È la deriva razzista del populismo. Di Maio e Salvini sono entrambi populisti, ma in maniera diversa, perché nel governo prevalgono soprattutto le idee del leghista. I Cinquestelle non riesco a prenderli sul serio».
Hanno avuto il 32 per cento, come fa a dire che non vanno presi sul serio?
«Forse è un modo sbagliato di dire. Voglio dire: non riesco a capirli. Mi dicono che molti di sinistra hanno votato per loro, ma i Cinquestelle di sinistra non hanno proprio niente».
Moltissimi ex extraparlamentari hanno votato per l’M5s. Come lo spiega? Con una proposta di radicalità che la sinistra riformista non offriva più?
«Mi sembra evidente. Hanno cercato un cambiamento vendicativo dopo che le loro speranze sono andate deluse».
Cosa ci dice questo della sinistra italiana?
«Milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo Dna c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno».
Questa mutazione quando avviene?
«Direi che inizia con il cambio del nome di Occhetto. Cambiare nome significa mutare la propria identità. Da allora di nomi ne hanno cambiati tre o quattro e ogni volta si sono allontanati un pezzetto dalla loro base. Veltroni è arrivato a dire che non era mai stato comunista».
Lei è ancora comunista?
«Io sì».
Per chi voterebbe oggi?
«Non saprei. Prenda i candidati segretari del Pd: Zingaretti, Minniti, Martina, Boccia, Richetti. Non li distinguo. Mi dicono che Delrio è bravo. Non dubito. Ma qual è la sua visione del mondo? Quando ero giovane a Milano ho conosciuto bene la sinistra dc, quella di Marcora e Granelli: le loro voci si distinguevano nettamente da quelle delle altre correnti.
Prenda il democristiano Fiorentino Sullo, le sue battaglie contro le speculazioni edilizie si ricordano ancora adesso».
È stupita che gli operai votino per la Lega?
«Quella è un’altra storia, più vecchia. Succedeva già 15 anni fa. Tessera Cgil e voto per la Lega».
Perché è accaduto?
«La Lega forniva spiegazioni semplici. “Se perdi il lavoro te l’ha portato via l’immigrato, e prima ancora il meridionale, il terun. Non è colpa tua. Non è colpa del sistema”. Si è offerto allo stesso tempo un nemico e una consolazione».
Lei è preoccupata dello spread?
«In sé non mi pare un’indicazione di rovina, mi pare più grave fare una manovra che non porterà alcuna crescita, non porterà lavoro».
È favorevole al reddito di cittadinanza?
«In linea di principio sì, è giusto sostenere i poveri, ma poi cosa resterà? Bisogna creare lavoro. E qui sono d’accordo con quel proverbio cinese che dice: dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita».
Come si schiererà alle Europee?
«Darò un voto pro Europa, contro i pericoli fascisti che vedo in giro. Il fascismo me lo ricordo bene, perciò mi fa paura».
Ma che strade restano alla sinistra stretta tra populismo e austerità?
«A quelli che dicono che non ci sono alternative, dico guardate Sanchez e Podemos in Spagna o il piccolo Portogallo: fate come loro».
È colpita dalla semplificazione del dibattito politico?
«Sono colpita dalla volgarità.
L’altro giorno ho visto in tv una trasmissione dove tutti ripetevano “non me ne frega un cazzo”, se parlavo così mio padre mi mollava come minimo una sberla».
Rimpiange di non avere avuto figli?
«Sì. Adesso mi sentirei meno sola e soprattutto avrei la percezione di avere tramandato qualcosa di me».
Perché non li ha avuti?
«Avevo molto da fare».
Come sono stati i suoi due matrimoni?
«Grandi amori. Erano entrambi molto simpatici. C’era sempre tra noi la voglia di stare assieme, non c’è niente di più bello, non trova?».
Come guarda al futuro?
«So che non ne ho più molto e in fondo non mi dispiace. Ho avuto una vita molto fortunata, ho conosciuto gente interessante».
Le figure più importanti?
«Mio suocero, il mio maestro Antonio Banfi, Sartre».
Com’era Sartre?
«Un raro caso di francese disponibile, aperto. Veniva a Roma tutti gli anni, amava l’Italia, era curioso, la de Beauvoir era più rigida».
Qual è l’ultimo libro letto?
« Le assaggiatrici di Rosella Postorino, interessante. Vorrei leggere Scurati su Mussolini».
Non sta sui social?
«Li detesto. Voglio passare all’altro mondo senza aver dato un solo euro a Zuckerberg».
Nel bilancio della sua vita prevalgono più le ragioni o i torti?
«Ho cercato di fare prevalere le ragioni, ma ho avuto grandi torti, del resto chi può negare di sé di non averne avuti».
Qual è il torto più grande?
«Non glielo dico. Lo dico con fatica anche a me stessa».

* Fonte: CONCETTO VECCHIO, LA REPUBBLICA

Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta.

Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga».

Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini.

Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia.

In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari».

Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale.

Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica.

IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.

Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione.

Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile.

Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»).

NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento.

Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante.

Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin.

Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora.

ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj.

IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte.

L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi.

Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico).

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

Tina Modotti era sbarcata a San Francisco proveniente dalla natia Udine nel 1913 dopo una traversata in bastimento in terza classe. Sola e appena diciassettenne Tina, si era imbarcata per raggiungere il padre Giuseppe che aveva accarezzato l’idea di fare il fotografo come suo fratello Pietro, ma in California finì per aprire un’officina meccanica generale.

Tina invece trova lavoro come sarta, cappellaia e operai tessile – il mestiere già esercitato in patria sin dall’età di 12 anni. Lei, però, è anche inesorabilmente attratta dai teatri di Little Italy sui cui palcoscenici diventa presto una celebrità, in virtù dei ruoli interpretati in sceneggiate e melodrammi e le opere di D’Annunzio e Pirandello che attraggono un folto pubblico di emigrati.
La svolta per la giovane donna avviene con l’incontro con Roubaix de l’Abrie Richey; lo pseudonimo è l’artificio ostentato da un giovane poseur – Robo fra gli amici – che ama esibire uno stile bohemièn assorbito durante gli studi artistici a New York. Per Tina lascerà la moglie adolescente, trasferendosi con lei a Los Angeles. Sarà il primo di una serie di incontri folgoranti che segneranno l’intensa vita artistica e passionale di Modotti.

A LOS ANGELES Tina e Robo trovano una città molto più piccola e polverosa ma anche più futurista, satura di possibilità dopo la fine della guerra e dell’influenza spagnola. È una specie di paesone semiedificato e «messicaneggiante», dove scorrazzano i Keystone Cops di Mack Sennett e continuano a sbarcare futuri luminari dell’industria cinematografica in pieno boom – come Buster Keaton, appena giunto quello stesso anno da New York.
I due giovani affittano un appartamento nel Bryson – l’elegante immobile da poco finito su Lafayette Park, vicino al centro – dove risiedono già molti giovani in carriera hollywoodiana. Tina vi si aggregherà presto, ottenendo le prime scritture per piccoli ruoli in film muti. La «bellezza italica» esotica e levantina, esercita un forte fascino negli anni de Lo Sceicco e Tina, attrice avvenente e disinibita, trova quasi subito un ruolo da protagonista in The Tiger’s Coat, un lungometraggio che gira nell’estate del 1920 nei teatri di posa che diverranno di lì a poco i Paramount Studios. Interpreta una fascinosa ingenue messicana.

Los Angeles riflette i paradossi dell’epoca. Mentre le folle premono sulle corde di velluto alle prime monumentali di Valentino e Chaplin – in città c’è il fermento politico di un emergente movimento operaio. Socialisti, comunisti e Wobblies internazionalisti del Iww (International workers of the world) organizzano comizi e scioperi. Il vicino Messico è scosso dalle fasi finali della rivoluzione. Pancho Villa spadroneggia nel nord e sconfina spesso in territorio yankees, sfuggendo all’esercito americano (e si premura di far filmare le incursioni dai cinegiornali di Hollywood).

A POCHI PASSI DAGLI STUDIOS di Sennett, Tom Mix e, di lì a breve, Walt Disney, quando il cinema aveva la sua base nel quartiere di Edendale, c’è la fattoria dove l’anarchico Ricardo Flóres Magon tiene banco con esuli rivoluzionari messicani (prima di venire richiuso e ucciso in prigione dalle autorità americane). Modotti non è una delle mille starlette che arrivano quotidianamente in città e che darebbero l’anima per metà del suo successo. Il suo destino sta nel giro di artisti d’avanguardia che frequenta con Robo e, senza ancora saperlo, proprio nella militanza politica che la attirerà a sud del confine.

LEI E ROBO APRONO un’officina artistica vicino al centro per traferirsi poi in una casa nella Valley, allora campagna. Nell’atelier, Robo tinge batik su sete pregiate che Tina trasforma in capi d’abbigliamento per signore raffinate. Vi sono letture, incontri e salotti – un giro di cui fanno parte, fra gli altri, l’architetti Lloyd Wright e Rudolph Schindler, appena giunto da Vienna. E c’è anche Edward Weston, destinato a consacrarsi fra i maggiori innovatori della fotografia artistica. Tina ne diviene la modella preferita e, a stretto giro, l’amante. Fra i due nasce una passione vertiginosa in cui la sperimentazione (Tina inizia ad assisterlo in camera oscura, nell’arte che fu di suo zio) si unisce all’attrazione fisica.

Weston è sposato con quattro figli e ha già un passionale rapporto con Margrethe Mather, singolare figura di artista, ex prostituta bohemiènne, bisessuale e libertina, anche lei dedita alla sperimentazione formale con la fotografia. Nell’ambiente dell’avanguardia losangelese si intrecciano collaborazioni creative e rapporti poliamorosi. Se non consenzienti Robo e la moglie di Weston sono sicuramente a conoscenza di quella fra Tina e Edward. E lo è anche Mather con cui Weston produce ancora lavori di prorompente forza erotica e innovativa. Nell’aprile del ’21 il fotografo confiderà a un amico: «La mia vita è assai ricca – forse anche troppo – non solo credo di aver prodotto del buon lavoro ultimamente, ma ho anche avuto una storia squisita… le foto che credo siano fra le mie migliori, sono di una certa Tina De Richey, una dolcissima ragazza italiana…».

Nel 1923 Robo parte per Città del Messico e inizia a organizzare una mostra cui dovrebbero partecipare anche Tina, Weston e Margrethe Mather. Lui morirà di vaiolo e per Modotti, che arriverà solo due giorni dopo, si aprirà un nuovo capitolo della vita. Ciudad De Mexico la seduce: entro un anno vi si trasferisce assieme stavolta a Weston, con cui inizia una proficua collaborazione, alla quale si affianca ben presto il lavoro documentario, a sfondo sociale.

LE FOTO DI MODOTTI documentano il movimento operaio e la realtà campesina che affascina anche lo stesso Weston e in quegli anni artisti come Sergej Ejzenštejn. Il Messico post rivoluzionario è un calderone di sperimentazione sociale tragicamente destinata a non arrivare mai a piena fruizione, ma che produce un enorme fermento artistico e intellettuale. Tina è subito nel giro dei muralisti, di Orozco, Siqueiros Diego Rivera e Frieda Khalo. I nuovi sodalizi artistici e militanti per Tina conducono anche a un nuovo travolgente amore, quello più grande, per il giovane rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella, co-fondatore del partito comunista cubano che, esule in Messico, dirige in quegli anni il quotidiano anti-Machado, Cuba Libre.

Qui l’intreccio artistico, sentimentale e politico della vita di Tina Modotti si infittisce e si offusca, prende una svolta oscura e dolorosa. Il 10 gennaio del 1929 mentre rincasa con Tina, Mella viene assassinato. Il proiettile sparato a bruciapelo porta la firma del conflitto interno sempre più stridente che dilania il comunismo internazionale. Su mandanti ed esecutori dell’omicidio non si farà mai luce. Vengono fermate alcune persone poi rilasciate. Il delitto, in un primo tempo, viene imputato dal governo messicano proprio a Modotti che verrà strenuamente difesa da Diego Rivera. E molti ravvisano in un quadro del celebre pittore – En El Arsenal – gli indizi più attendibili. In quel quadro Tina è raffigurata mentre porge una cintura di munizioni all’amato Mella. Dietro di loro incombe con cipiglio minaccioso Vittorio Vidali.

IL COMUNISTA ISTRIANO è l’ultimo uomo che segna la vita della Modotti, ma molti vedono in questo staliniano di ferro – enforcer della linea del comintern stalinista, agente del Nkvd che sarà implicato nella morte anche di Trotsky – il carnefice più plausibile di Mella. Sono illazioni fosche, sintomatiche degli opachi conflitti ideologici dell’epoca, mai dimostrate ma che non impediscono che sulla relazione fra Modotti e Vidali continui a gravare il sospetto di un rapporto strumentale, venato di plagio e di violenza. Tina resterà al suo fianco, lo seguirà a Mosca poi nella guerra di Spagna – dove l’ormai ex fotografa opera nel soccorso rosso. È l’ultimo sodalizio che durerà fino alla fine della sua straordinaria vita. Tina Modotti morirà nel gennaio 1942, in un taxi, nell’amato Messico dov’era tornata, per un presunto infarto.

* Fonte: Luca Celada, IL MANIFESTO

photo: Minneapolis Institute of Art [Public domain o Public domain], attraverso Wikimedia Commons

I più avvertiti della crisi a Est erano stati Togliatti e Longo. Poi, caduto il Muro di Berlino, senza «elaborare il lutto», fu buttato a mare anche l’Ottobre

Non fu una pagina gloriosa per il Pci quella della Cecoslovacchia. Il «nuovo corso» era l’estremo tentativo di uscita dalla rigidità del sistema condotto da un partito comunista ancora forte, sostenuto da una intellighentia impegnata e da una fiducia popolare esente dalle spinte anticomuniste che si erano infiammate nel 1956 nella rivolta ungherese. Il Pci lo capì e lo sostenne fino all’invasione: allora parlò di «tragico errore», ma non decise quello «stacco» che avrebbe compiuto a freddo molto più tardi. Né appoggiò l’opposizione a Gustav Husak; anzi gli esiti di Praga parvero suggerirgli somma prudenza sui fatti polacchi, dove nello stesso inverno del 1968 gli studenti avevano occupato le università – fu il solo grande movimento studentesco all’Est – e furono duramente repressi, cacciati i docenti più illustri, i Kolakovs ki, i Baczko, i Brus, e arrestati i giovani di Kuron, Modzelevski, Michnik con i primi gruppi di difesa operaia.

Non capì, l’anno seguente, la prima rivolta dei cantieri che fece cadere Gomulka e avrebbe dato il segno di lotte operaie per tutto un decennio, non destinate in partenza a finire in braccio alla Chiesa. Ancora nel 1978, quando il manifesto convocò una discussione di due giorni degli esponenti di sinistra del dissenso, il Pci interdisse ai suoi quadri di partecipare al convegno, affidando un unico intervento, prudente, allo storico Rosario Villari. Lo strappo di Berlinguer sarebbe intervenuto dopo gli anni settanta, in presenza di dirigenze ormai irrecuperabili e opposizioni di segno politico opposto.

A distanza i più lucidi sull’evoluzione dell’Est sembrano essere stati Togliatti e Longo, i soli due vecchi dell’Internazionale che ebbero nel Pci un ruolo determinante. Quattro anni prima, nel 1964, Togliatti aveva steso a Yalta, in attesa di incontrare Krusciov, un memoriale nel quale indicava l’aggravarsi dello stato di quelle società. Il documento – interessante anche per alcune correzioni visibili portate alla prima stesura – pareva scritto per argomentare l’opposizione del Pci alla conferenza internazionale di tutti i partiti comunisti che il Pcus voleva indire per condannare la Cina, e alla quale già Togliatti aveva esposto il parere negativo dei comunisti italiani.

Il sugo del memoriale era: piaccia o non piaccia la linea cinese, ogni partito sceglie la sua «via al socialismo», non si può che discuterne l’uno con l’altro in modo ravvicinato e senza scomunica, e non sarebbe più urgente che vedeste i guasti nel campo dell’Est in Europa?
Togliatti morì d’improvviso prima di incontrare Krusciov e Luigi Longo decise di pubblicare il memoriale. In Francia uscì su Le Monde. Il Pcus e il Pcf ne furono grandemente irritati, mentre chi all’Est scalpitava e ne ebbe conoscenza, vide con speranza quel passo degli italiani. Nel febbraio del 1965 ero a Praga (negli stessi giorni in cui gli Stati Uniti bombardavano Hanoi e la Tass preferiva non darne notizia) e si percepiva l’insofferenza verso la leadership di Antonin Novotny. A gennaio del 1968 egli veniva sostituito senza furia né sangue, e la segreteria passava a un oscuro dirigente slovacco, Aleksander Dubcek.

Cominciava il nuovo corso, e il Pci lo intese. Ma lo intesero anche Breznev, Gomulka e Ulbricht e ne temettero il dilagare. Solo due mesi dopo, a marzo, convocavano a Dresda un vertice del Patto di Varsavia, apparentemente su un diverso odg, che in realtà chiedeva a Dubcek di rendere conto della linea Pcc. Dubcek si difese e pensò di averli persuasi. Luigi Longo non si ingannava e ad aprile andò a Praga per una pubblica testimonianza di amicizia, gesto insolito, un avviso al Pcus. Il quale il 4 maggio riconvocava a Mosca Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Romania (che non venne), per affrontare esplicitamente la questione cecoslovacca.

Si allarmò anche il Pcf, allora diretto da Waldeck Rochet, che corse a Mosca con Pajetta per sconsigliare qualsiasi intervento. Furono appena ascoltati. Il 14-15 luglio Urss, Polonia, Bulgaria, Rdt, Ungheria stendevano una requisitoria contro il Pcc in forma di lettera che rendevano pubblica: consegnate il paese alla controrivoluzione. E con il pretesto di normali manovre nel campo, truppe russe si mossero in Cecoslovacchia. Quindici giorni dopo, il 29 luglio, i dirigenti cecoslovacchi erano riconvocati a un incontro su un treno, alla frontiera, a Cierna Nad Tisu: era un ultimatum.

Ma a Cierna Dubcek non cedette. Si sentiva, o credeva, appoggiato sul serio da diversi partiti comunisti, la Romania era reticente, l’Ungheria non entusiasta. Luigi Longo scrisse una lettera personale alla segreteria del Pcus, anch’essa insolita, non c’era tempo di convocare la direzione ma faceva sapere che, quale che fosse il parere degli altri, lui, Luigi Longo avrebbe condannato pubblicamente ogni atto militare. Forse gli archivi del Pci testimoniano di chi non era d’accordo con lui: ovviamente i filosovietici, di altri non so. Ma Amendola ebbe a dirmi, con l’abituale rudezza, che l’Urss era per il Pci quel che gli Stati Uniti erano per la Democrazia Cristiana, una carta importante nei rapporti di forza.

Sta di fatto che l’Urss sembrò fermarsi. Il 3 agosto i cinque tornarono a riunirsi con Dubcek a Bratislava rinunciando alle minacce. Il giorno dopo le truppe russe lasciavano la Cecoslovacchia. Fu su una Praga tranquilla e stupefatta, che non sparò un colpo di fucile, che la notte tra il 20 e il 21 agosto piombarono i tanks sovietici. Il gruppo dirigente del nuovo corso veniva arrestato e portato a Mosca con il presidente Svoboda, Dubcek in manette. Del Pci, che aveva accolto Bratislava con sollievo, quella notte in segreteria a Roma era presente soltanto Alfredo Reichlin, che dovette tenere botta. Luigi Longo in vacanza di salute nell’Urss, lo seppe il mattino dopo da un comunicato che gli fu portato assieme alla colazione e al Pcus non lo perdonò mai.

E che avrebbero detto Vietnam e Cuba, che parevano allora un terzo polo? La notte del 21 attendemmo con Karol fino alle tre la notizia dall’ambasciata cubana, che sperava in una condanna dell’intervento. La mattina dopo Reichlin mi chiamava alle sette: «Il tuo Fidel ha approvato con la formula: avanti non solo a Praga, ma anche ad Hanoi».
Più di un compagno nient’affatto burocrate – ricordo Luigi Nono – si sentì rappresentato da quella che considerava una posizione di sinistra. Il nuovo corso aveva, sì, i consigli operai ma anche ideologi come Ota Sikh e Radovan Richta, aveva sì ottime intenzioni ma accennava a interloquire con Willy Brandt, e chissà come sarebbe andata a finire.

La maggioranza della base del Pci, come il Psiup di Vecchietti, Valori, Foa, pensò che il socialismo era quello del campo sovietico, brutto ma meglio che niente, e che qualsiasi contestazione al Pcus avrebbe indebolito le forze al movimento operaio e comunista in Occidente. Lo stesso quel tanto del movimento studentesco – era l’estate nel 1968 – che se ne accorse.
Nel Pci il modo con il quale era stato liquidato il 1956 e il silenzio che seguì al passo di Togliatti nel 1964, sempre nella speranza che l’Urss evolvesse in un più di democrazia senza troppi scossoni, giocò anche contro quella parte della dirigenza che di dubbi sulla natura del sistema sovietico non ne aveva più da un pezzo.

A fine agosto il Comitato centrale condannava il «tragico errore». Non un tragico errore, intervenne Luigi Pintor, ma una coerente conseguenza della politica sovietica. Era la prima uscita secca di quello che sarebbe diventato il gruppo del manifesto. Non ricordo se si votasse, non mi pare, certo Pintor fu bacchettato. Fuori dalla porta Pajetta chiedeva uno per uno a coloro che entravano: ma Dubcek e Svoboda non hanno fatto bene ad affermare il compromesso? Che cosa pensi?
Un anno dopo, nel settembre 1969, il manifesto mensile usciva con l’editoriale «Praga è sola» e cominciava il processo che avrebbe portato alla nostra radiazione a novembre.

Berlinguer aveva cercato di evitarla, ma dopo quell’articolo ci si disse – il Pcus gli aveva chiesto di «onorare la cambiale». Non so quale; al XII Congresso, pochi mesi prima, mentre parlavo dell’invasione di Praga, la delegazione sovietica, diretta da Boris Ponomariov, s’era alzata ed uscita. Ma tre del manifesto, Pintor, Natoli ed io, fummo riammessi nel Comitato centrale: forse Berlinguer garantì a qualcuno che non avremmo fatto danni. Non approvò che uscisse la rivista ma non minacciò misure disciplinari; non nascose però il timore che qualsiasi presa di distanza da Mosca potesse dare spazio a una forte frazione filosovietica, come negli anni settanta fu quella di Lister in Spagna. Ma davanti a «Praga è sola» i Secchia, i Cossutta, e anche gli Amendola e i Terracini, trovarono che non eravamo tollerabili.

Tanto più che il nostro tentativo di ripercorrere i sentieri del marxismo eretico – da Marx a Rosa Luxemburg a Korsch al primo Lukacs, che il 1968 non frequentò – si univa, spenta la prima ondata degli studenti, alla spinta che veniva dall’autunno caldo. Libertari e di sinistra, il Pci ci liquidò. Ma il danno maggiore lo faceva a se stesso. Non solo i vecchi ma gli allora quarantenni accettarono di partecipare alla conferenza internazionale alla quale avevano a lungo riluttato, Longo stava ormai male – e, ripetuta la critica al «tragico errore», nelle crescenti crisi dell’Est non misero più bocca.

Le opposizioni di quei paesi non ebbero più nel Pci un riferimento. E il Pci stesso arrivava nel 1989 senza avere svincolato la propria storia da quella dell’Urss. Quando cadde il muro di Berlino, mancata ogni elaborazione del lutto, buttò a mare anche l’Ottobre e infilava una strada che neppure può dirsi socialdemocratica, lasciando aperti tutti gli interrogativi a una rifondazione, che neanch’essa s’è mai decisa ad affrontarli.

* Dall’Archivio de il manifesto, inserto «Praga 68-98» del 21 agosto 1998

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

photo: https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=798210

Tra i temi meno trattati nelle rievocazioni e nei commenti per il trentesimo anniversario (*) del ’68 cecoslovacco vi è quello dell’autogestione operaia. Eppure nell’ampio movimento politico avviato il 5 gennaio di quell’anno assume notevole importanza il risveglio di attività dei lavoratori nel loro complesso, delle categorie che nella prima fase avevano mostrato un atteggiamento piuttosto riservato verso i mutamenti nella direzione del partito e dello stato.

L’attendismo era dovuto tra l’altro all’azione delle forze conservatrici, le quali per frenare le riforme disegnavano scenari catastrofici, soprattutto di chiusura di imprese e di pericolo della disoccupazione.

QUELL’ATTEGGIAMENTO divenne gradualmente appoggio sincero alle riforme, quando gli operai si resero conto che finalmente potevano avere il diritto di affermare i propri interessi, prima non difesi dai sindacati trasformati in «cinghie di trasmissione», che potevano diventare i veri padroni dei mezzi di produzione, proprio come voleva la teoria di Marx.

Nel dialogo con il nuovo governo i sindacati presero a sostenere le rivendicazioni sollevate dai lavoratori, quali l’aumento dei salari, migliori condizioni di lavoro e della rete di attrezzature sociali, riduzione e redistribuzione dell’orario di lavoro.

A dispetto delle preoccupazioni che l’autonomia sindacale e l’idea dei consigli aziendali avrebbero comportato un peso insostenibile per il bilancio statale e per l’economia, e che potessero significare solamente soddisfazione degli interessi parziali di alcune categorie, i lavoratori dimostrarono prudenza e coscienza che le loro rivendicazioni avrebbero potuto essere accolte con gradualità e che nell’interesse dello sviluppo generale avrebbero comportato anche sacrifici.
In breve, operai e lavoratori in genere si rivelarono gestori responsabili, sapendo di lavorare per se stessi e per la società tutta.

Sotto la direzione di Dubcek il partito sosteneva la tendenza all’autogestione sebbene nelle sue file non mancassero tecnocrati e conservatori che vi opponevano.

NEL PROGRAMMA d’azione del Partito comunista di Cecoslovacchia, approvato e pubblicato nell’aprile 1968, si legge: «La riforma economica dovrà sempre di più tendere a mettere i collettivi di lavoro delle imprese socialiste nella condizione di avvertire direttamente gli effetti della gestione, buona o cattiva, delle aziende. Per questo il partito considera indispensabile che ogni collettivo di lavoro abbia influenza sulla gestione, della quale sopporta le conseguenze.

Ne deriva la necessità di organismi democratici nelle imprese con precisi poteri sulle direzioni aziendali. Direttori e dirigenti, scelti da tali organismi, dovrebbero rispondere agli stessi dei risultati complessivi della propria attività (…).

Questi organismi dovrebbero essere formati da rappresentanti eletti dai collettivi di lavoro e da rappresentanze extra-aziendali per garantire gli interessi più generali e un livello decisionale specialistico e qualificato (…). Bisognerà progettare lo statuto di tali organismi, utilizzando alcune tradizioni dei nostri consigli aziendali anni 1945-48 e le esperienze dell’imprenditoria moderna».

Non meraviglia il fatto che i primi difensori dell’idea dell’autogestione e gli autori di proposte concrete siano stati tecnici, giornalisti, intellettuali progressisti, che articoli e risoluzioni per dare vita ai consigli operai abbiano trovato spazio nel settimanale degli scrittori Literarni listy («I fogli letterari»). Nel giugno 1968 i consigli furono costituiti in due grandi imprese dell’industria pesante: la Ckd di Praga e la Skoda di Plzen e, paradossalmente, proprio l’aggressione del 21 agosto, perpetrata per soffocare la riforma e isuoi momenti socialisti, provocò una rapida diffusione dell’idea dell’autogestione, la crescita impetuosa del numero dei consigli. In ciò i lavoratori vedevano la forma migliore e più efficace di opposizione all’occupazione e contro il ritorno al al sistema staliniano.

Nell’ottobre risultavano costituiti 170 consigli aziendali in imprese con un totale di 600mila dipendenti. Nel mese successivo vi fu lo sciopero degli studenti dell’università Carlo di Praga, cui si unirono gli operai di molte fabbriche, contro le pressioni dei conservatori e le concessioni agli occupanti sovietici. Il 19 dicembre l’Unione degli studenti universitari stipulò un accordo con l’Unione dei metalmeccanici (900mila iscritti), con il quale si esprimeva sostegno ai consigli operai e se ne chiedeva l’istituzione in tutte le imprese del paese.

NEL TRAGICO gennaio 1969, mentre s’intensificava la pressione degli occupanti e dei conservatori dentro il Partito comunista cecoslovacco (Pcc) e l’opinione pubblica era scossa dall’autodafé dello studente Jan Palach, il quale con il suo gesto estremo di darsi fuoco aveva voluto protestare contro l’occupazione e la passività governativa, a Plzen si tenne la prima e ultima riunione dei delegati dei consigli operai (121 già funzionanti e 70 comitati preparatori, rappresentanti un totale di 800mila lavoratori).

In alcune imprese i direttori erano stati eletti dai nuovi organismi, in altri erano stati scelti per concorso. Tra gli oratori di quell’incontro ritroviamo l’ingegnere Rudolf Slansky – figlio del segretario generale comunista impiccato nel 1952 al termine di un processo- farsa – che era stato tra gli iniziatori del movimento dei consigli, il quale difese le competenze degli stessi contro i tentativi del governo e dei tecnocrati di limitarli e di trasformarli in semplici organi consultivi della direzione dell’impresa, senza poteri di nomina dei direttori e di controllo sulla gestione. Altri consigli si costituirono in seguito, tanto che nella primavera 1969 esistevano in 500 aziende con un totale di 1.200.000 dipendenti.

Insieme ai sindacati i nuovi organismi rappresentavano una forza considerevole schierata a difesa della politica avviata nel gennaio 1968 e di opposizione ai conservatori in crescita sotto l’ala degli occupanti. In questa fase della battaglia per i diritti dei consigli operai, tornò a formarsi un fronte comune tra lavoratori e intellettuali. Non a caso, per esempio, il 20 febbraio 1969, il settimanale degli scrittori cechi uscì con un articolo di apertura del teorico dell’arte Vaclav Chalupecky intitolato a piena pagina: Tutto il potere ai consigli operai.

Fu necessaria la sollevazione di Alexander Dubcek, grazie alla minaccia agitata dai marescialli sovietici di un nuovo intervento militare e il contributo del presidente Svoboda al putsc in seno al Pcc nell’aprile 1969, per avviare la liquidazione di quell’originale iniziativa operaia.Nel primo discorso pronunciato appena eletto il normalizzatore Gustav Husak attaccò duramente i sindacati, accusati di «volersi emancipare dal ruolo guida del partito». E non difettò il sollecito aiuto della stampa sovietica, che definì il movimento dei consigli «anarcosindacalismo».

Più sincero il premier Oldrich Cernik, il quale tradendo Dubcek per conservare l’incarico sotto la nuova direzione, affermò davanti ai lavoratori della Ckd Praga che l’idea dei consigli andava rifiutata, perché «riaprirebbe la questione del potere» e lasciò intendere che il partito comunista «epurato» non intendeva dividere il suo potere con gli operai. Nell’ottobre di quell’anno fu Husak a respingere definitivamente l’idea dell’autogestione in un discorso alla Skoda di Plzen, dove i dipendenti continuavano con ostinazione a difendere il proprio consiglio e annunciò il loro scioglimento.

LA PAROLA fine venne così apposta a uno dei più bei tentativi della storia operaia cecoslovacca e della «Primavera». La breve riflessione sul destino di un’esperienza di autogestione operaia, nata nel ’68 cecoslovacco, dovrebbe suonare come un rimprovero per la sinistra europea (e italiana) (…)

 

*Tratto dall’Archivio de il manifesto «Praga 68-98» del 21 agosto 1998

**Jiri Pelikan è nato il 7 febbraio 1923 a Olomouc, in Moravia dove partecipò alla resistenza contro il nazismo e diventò comunista. Segretario dell’Unione internazionale degli studenti, fu in odore di «titoismo» negli anni ’50. Presidente della Commissione esteri del parlamento cecoslovacco, nel ’68 fu nominato direttore generale della televisione. Inviso ai sovietici, per proteggerlo Dubcek lo inviò a Roma come addetto culturale. Qui restò in esilio, espulso dal partito e privato della cittadinanza, e fondò la rivista dell’opposizione socialista cecoslovacca «Listy». Fu deputato europeo eletto nelle liste del Psi. E’ morto a Roma il 26 giugno 1999.
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** Fonte: Jiri Pelikan, IL MANIFESTO

Che il pericolo allerti e faccia più acuta la memoria è un fatto ormai assodato. Il divieto di parlare non cauterizza le parole: le rende viceversa forti, anche se acquattate in uno spazio della mente a tentare di non dissolversi, a farsi forza reciprocamente. Tutti i regimi repressivi, tutte le dittature raccontano la stessa storia: l’ordine di tacere rende guerrigliere le parole. Le manda se mai in clandestinità: più agguerrite ancora, cercano una strada per non perdersi. Pretendono di dire, vogliono eludere la sorveglianza.

 

Senza nulla con cui scrivere, Antonio Gramsci, nella prima fase della detenzione, cerca di imparare a memoria frammenti di testi. Anna Achmatova, Osip Mandel’štam, sono solo alcuni dei tanti salvati dall’intervento mnemonico degli altri: proibiti i loro testi dalla dittatura, gli amici (o loro stessi) li mandano a memoria. Farsi custode e custodia delle parole altrui, questa è una delle forme di resistenza: farsene abitare, diventare corrieri clandestini, verbotrafficanti.

Passare il confine, aprire la bocca, finalmente, come si apre una finestra, per far volare le parole: guardare una frase, una poesia dispiegare le ali, per poi andarsene libera nell’aria. Libera di essere guardata, letta, detta a voce alta.

Il libro di Luciana Castellina, Amori comunisti, pubblicato in questi giorni da Nottetempo (pp.272, euro 16), ha a che fare con tutto questo. Raccoglie tre storie di lotta comunista, di resistenza, di clandestinità e di passione.

«Li ho chiamati ‘amori comunisti’ – scrive nella prefazione – non solo perché questa era la fede dei loro protagonisti, ma perché, per chi si fa coinvolgere dalla Storia fino in fondo, la vita privata e quella pubblica sono così strettamente intrecciate che a volte si confondono. Sono storie che mi hanno meravigliato, appassionato, sconvolto».

IL GRANDE POETA TURCO Nazim Hikmet e Münevver Andaç; i resistenti della guerra civile a Creta Arghirò Polichronaki e Nikos Kokovlìs; l’amore, nell’America flagellata dalla mannaia maccartista, tra Sylvia Berman e il dirigente del partito comunista Robert Thompson. Sono tre storie che raccontano, di fatto una cosa molto semplice: quanto la propria vita acquisti di senso quando si è disposti a lottare insieme a qualcun altro perché il mondo sia migliore. Quanto la sofferenza non sia sinonimo di sconfitta – come ci hanno insegnato decenni di dittatura dell’intimismo – ma un passaggio di stato, uno strumento di lotta. Non c’è rivoluzione, pubblica o privata, in cui la sofferenza, il contrasto, non faccia la sua parte.

L’AVVERBIO insieme, è in fondo, il protagonista di questo libro. Hikmet, il cantore dell’amore e della passione politica, dal carcere scrive alla moglie perché la sua solitudine non lo ammazzi. C’è qualcuno fuori che lo aspetta, e questo è quello che intravede tra le sbarre. Arghirò Polichronaki e Nikos Kokovlìs resistono per anni sulle montagne di Creta insieme ad altre sei persone, a dispetto dell’evidenza dell’imparità dello scontro. Sylvia Berman continuerà a scrivere a Thompson durante gli anni della prigione, e si batterà perché le sue ceneri vengano sepolte nel cimitero di Arlington tra gli eroi degli Stati Uniti, nonostante la fede comunista. Insieme. «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio – scrive don Milani, citato dall’autrice a mo’ di sintesi di questo libro – Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia».
Luciana Castellina si è fatta custode e custodia di queste storie per anni. Ha lasciato che gli uomini e le donne qui raccontati, incontrati in decenni di militanza e di corrispondenza per Paese sera e il manifesto, prendessero spazio dentro di lei. Ha offerto la propria memoria come casa, come rifugio a chi non ce l’aveva. Per decenni quelle storie sono state parte del suo patrimonio interiore e della Storia.
Forse Castellina ha poi dovuto oltrepassare il 1989, e forse persino il Duemila, prima di tirarle fuori e liberarle in aria per lettori e cittadini. È stato necessario tutto questo tempo perché l’amore potesse stare insieme all’aggettivo comunista.

IN FONDO, SI È SEMPRE liquidato il comunismo con verdetti sommari e semplificatori, appellandosi a presunte evidenze della Storia. L’ha fatto chi vi aveva aderito e l’ha fatto chi lo aveva sempre osteggiato. Per farlo, però, si è sempre tenuto fuori l’uomo, si è sempre espunta la passione, quel laccio che tiene insieme la solitudine e la storia, l’amore e la lotta politica. E si è sbandiera la parola felicità come un risultato del tramonto delle ideologie.

A quasi trent’anni dall’89, Amori comunisti si riappropria di quel nodo emotivo che, anche a sinistra, si era tenuto nascosto come una vergogna. Era ora che venisse fuori. Per questo è un libro imprescindibile

FONTE: Andrea Bajani, IL MANIFESTO

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle ha visto riemergere il mito del 1917? È ancora presto per fare un bilancio delle forme che ha assunto questo ritorno d’interesse per la storia del comunismo, come era prevedibile, in molti casi nella continuità della damnatio memoriae post ’89.

Eppure, nelle tante iniziative che sono venute da una nuova generazione di studiosi e militanti è percepibile finalmente una sensibilità diversa, per certi aspetti più distaccata, ma anche meno plastificata.

Si inserisce in questo filone l’ultimo numero di Zapruder, rivista di storia della conflittualità sociale, dedicato all’Ottobre rosso. Letture italiane della rivoluzione bolscevica. Come consuetudine, si tratta di un fascicolo ricchissimo, soprattutto per la diversità delle sezioni in cui si articola.

SI SPAZIA DAGLI ZOOM sulla ricezione della rivoluzione nelle culture politiche (anarchici, socialisti, ma anche nazionalisti e dannunziani) alla storia delle immagini, ai luoghi fino ad alcune «schegge» sul leninismo nell’estrema sinistra italiana e nel mondo. L’editoriale, a firma di Eros Francescangeli e Giulia Pacifici, fornisce alcune coordinate interpretative. Si prende le mosse dalla considerazione che l’Ottobre abbia generato un mito attorno al quale si sono formulati quei giudizi e quelle contrapposizioni del Novecento che hanno inevitabilmente saldato la rivoluzione alla successiva storia sovietica.

DALLA RASSEGNA di Giovanni Savino emerge che anche la storiografia ha risentito di tali implicazioni, anche se proprio il centenario è stato un momento di riflessione vera. Come scrive Alexander Höbel, recensendo i contributi di Angelo D’Orsi e di Guido Carpi, «rispetto alla demonizzazione o alla rimozione degli ultimi decenni, la novità non è di poco». L’editoriale mette a fuoco come il problema principale, che si pose già nel 1917 e che non sfuggiva a Gramsci e alla Luxemburg, fosse quello di decodificare un evento di rottura anche rispetto alle tesi fornite dal «marxismo ortodosso».

COME SI ERA ARTICOLATO in quel contesto il rapporto tra il partito-chiesa, o giacobino, e le masse? Perché dallo studio delle fonti risulta erronea una riduzione della rivoluzione alle sole tesi di Lenin? Sono domande di lungo corso, ma che risultano ancora utili per mettere in crisi quella lettura che, soprattutto a partire dalla crisi degli anni Settanta, ha teso a ricondurre l’Ottobre alla genesi di un totalitarismo.
Nella sezione Voci sono pubblicate due interessati interviste. La prima (realizzata da Franco Milanesi) è a Mario Tronti e ci consegna alcune considerazioni sull’eredità del ’17 nella cultura comunista italiana, e in particolare nel filone dell’operaismo. Per Tronti, il leninismo è rimasto un punto di riferimento centrale, ma oggi «che si dovrebbe stare alla testa dei movimenti democratici progressisti per andare oltre, questo ’oltre’ non è più praticabile».

IN ALTRE PAROLE, Tronti fa coincidere la fine del Novecento con il tramonto del suo principale evento generatore, la rivoluzione bolscevica e le sue derivazione politico-culturali. A suo giudizio, tra i limiti fondamentali del comunismo novecentesco c’è stata l’incapacità di generare un’antropologia alternativa a quella borghese. Intervistato da Andrea Brazzoduro, Enzo Traverso suggerisce invece di guardare altrove. Se è comune ai due interpreti l’idea che la scomparsa del comunismo abbia privato il presente di un piano escatologico terreno, Traverso, attento ai movimenti sociali internazionali, punta il dito contro le responsabilità di una generazione di intellettuali, la propria, che non ha saputo gestire il passaggio di secolo e consegnare ai movimenti di contestazione del presente «una continuità storica che non sia più legata all’illusione teleologica del socialismo, del comunismo classico, ma che sia una continuità fatta di trasmissione di esperienze e di riflessione critica».
Non è dunque soltanto il mito della Rivoluzione d’ottobre a essere uscito dall’immaginario del tempo presente, ma anche l’idea stessa di una rivoluzione e, più alla radice, la convinzione di essere avanguardia di un processo storico.

FONTE: Alessandro Santagata, IL MANIFESTO

Ha senso leggere Lenin oggi, in un contesto in cui l’orizzonte neoliberale, pure se in mezzo a fortissime tensioni, appare, almeno in superficie, in grado di occupare stabilmente il nostro presente?
Tutto questo centenario del 1917, quando almeno non ci si dedichi semplicemente a fare un po’ di storia antiquaria, sottintende evidentemente la domanda sul senso che può avere oggi, sempre che ne abbia, pensare la Rivoluzione.
Slavoj Žižek ha curato, con sua introduzione e postfazione, un’antologia di scritti leniniani, Lenin oggi. Ricordare, ripetere, rielaborare (Ponte alle Grazie, pp. 295, euro 18), che intende combattere ogni rimozione del problema della Rivoluzione. E lo fa, come il sottotitolo dichiara chiaramente, usando le armi a lui più congeniali: un mix tra un ammirevole virtuosismo del paradosso intellettuale, un uso originale della tradizione filosofica dialettica, e, soprattutto, un costante riferimento alla psicoanalisi lacaniana, o meglio, per liberare Lacan da responsabilità in faccende che in fondo non lo riguardano troppo, a un certo «lacanismo politico», orami consolidatosi negli anni.

RICORDARE LENIN significa qui, in coerenza con la generale intonazione psicoanalitica del discorso, evitare la rimozione che costringerebbe a subire passivamente il rimosso: i comunisti che rimuovono il passato sono costretti a ripeterlo anche nei suoi aspetti più orribili. Non bisogna rimuovere: ma, al tempo stesso, per Žižek, ogni possibile attualità di Lenin va iscritta nel segno dello scacco e della sconfitta. Ripetere Lenin oggi, quindi, significa accettare che «Lenin è morto», che le sue soluzioni sono fallite, e che il modo di questo fallimento è stato persino atroce. Quello che invece va riportato in superficie, dai luoghi profondi dell’inconscio della storia, è invece proprio lo scarto tra quello che Lenin ha fatto e ciò che non è riuscito a fare: questo registro della disperazione è quello che dovremmo, per Žižek, importare e riapprendere oggi dall’esperienza leniniana.
Cos’era la rivoluzione, per Lenin, se non lo sporgersi verso una possibilità non assicurata, anzi assolutamente azzardata rispetto alle condizioni? Žižek traduce in lacanese questa idea di una rivoluzione sospesa sul vuoto: «in Lenin, come in Lacan, la rivoluzione ne s’autorise que d’elle-meme». La rivoluzione è l’atto che si sottrae a ogni garanzia del grande Altro, in altre parole che si sottrae alle legittimità precostituite o al mito di una lineare necessità storica. E qui non si potrebbe che concordare, e anche il confronto con Lacan potrebbe risultare molto utile: la rivoluzione rompe con l’assicurazione del già dato e costruisce una nuova legittimità, deviando, attraverso la forza di nuovi processi di soggettivazione inediti, il corso prevedibile della storia.

MA, IN ŽIŽEK, la sottrazione al grande Altro non assume i tratti di un confronto duro, ma in qualche modo riarticolabile, produttivo di trasformazione, con il Reale, ma si traduce immediatamente in una esposizione sul vuoto, nell’affrontare «la paura dell’abisso dell’atto». E la soggettività è chiamata, più che a trasformarsi continuamente nel divenire storico e nelle relazioni che istituisce, a mantenersi fedele a un Evento «unico», inteso come irruzione di una Verità altrettanto assoluta.
Žižek si sofferma significativamente su uno scritto leniniano del 1922, A proposito dell’ascensione sulle alte montagne. Qui Lenin si concentra sul «negativo», su quanto non è stato fatto, sullo scarto dalle intenzioni iniziali: occorre saper «ricominciare daccapo», perché l’obiettivo di costruire una società socialista non è neanche sfiorato. Ma tornare daccapo non significa qui indietreggiare a un mitologico inizio. Lenin vuole mettere in guardia le forze proletarie dal credere che l’obiettivo possa mai essere l’edificazione compiuta di uno stato «socialista», e ricorda che la transizione resta invece sempre un processo aperto, in cui si mantiene un dualismo immediatamente non richiudibile tra comando del capitale e istituzioni dell’autorganizzazione operaia.

NELLA LETTURA che ci propone Žižek, invece, l’insegnamento leninista consisterebbe nel saper fino in fondo fare i conti con il proprio «fallimento» fino a giungere a «ripetere l’inizio». E ripetere l’inizio oggi, significa, spiega Žižek, non solo separarsi da tutte le illusioni socialdemocratiche sulla tenuta dello stato sociale, esercizio che sarebbe effettivamente ragionevole e urgente, ma anche rinunciare all’idea di «una regolamentazione diretta e trasparente ’dal basso’ del processo sociale della produzione, quale corrispettivo economico del sogno di ‘democrazia diretta’ dei consigli operai».
Qui emerge il vero obiettivo della invenzione di questo strano Lenin disperato decisionista puro: liquidare quel nesso, complesso e mai assicurato, che in Lenin lega sempre autorganizzazione della produzione e azione politica. Davanti alla crisi, secondo questa lettura, dovremmo liberarci proprio da qualsiasi idea di far politica «dal basso»: rompere l’orizzonte neoliberale è possibile solo ritornando a celebrare una verticalità, un comando, un Padre o un Padrone.

GIOCANDO ANCORA con Lacan, si tratterebbe, per Žižek, di spezzare il discorso del Capitale, ritornando appunto al discorso del Padrone: ci occorrerebbe ritrovare un’Autorità che, dall’esterno, sul modello del Terrore (Saint-Just, non a caso, è un eroe del libro), venga a rompere la forza con cui il neoliberalismo, celebrando la nostra autonomia, ci trasforma in servi volontari. Il problema che questa logica del Padrone riprodurrebbe poi a un altro livello la stessa mancanza di autonomia e la stessa gerarchizzazione da cui sarebbe chiamata a liberarci, è completamente dimenticato, o, meglio, ce ne dovremmo forse fare una ragione nel segno di una permanenza del tragico, di una mai compiuta realizzazione dell’Idea nella storia.
Secondo questa logica, traducendola su un piano più direttamente organizzativo, dovremmo così rispondere alle difficoltà che i movimenti sociali reticolari e senza leadership hanno incontrato nel combattere con efficacia il comando finanziario, riconsegnandoli a un luogo della decisione politica fondato su uno scarto verticale, su una separazione netta dalle dinamiche di base: una soluzione in salsa leaderistica e nazionalpopulista che alcune sinistre nel mondo hanno abbondantemente sperimentato, senza per questo sortire grossi risultati espansivi.

OGGI AVREMMO, in realtà, bisogno di fare tutto il contrario di quanto predicano tutte queste nuove idolatrie del Politico puro: ripensare Lenin può servire a una nuova radicale rielaborazione per stringere, e non per abbandonare, il nesso tra politica e produzione, per superare la separatezza della rappresentanza e dell’azione politica e riconquistarle pienamente alle reti della cooperazione sociale e cognitiva.
Si comprende bene che la durezza della crisi dia spazio all’antichissima illusione di rimettere le cose a posto, sottoponendo le forze produttive a un comando del Padrone: ma quelli che pensano di poter affrontare il neoliberalismo facendolo indietreggiare a colpi di decisionismo e trascendenze, i tardogiacobini nutriti sempre e solo di un triste scetticismo verso ogni momento di autorganizzazione democratica, farebbero meglio ad alzare questi inni alla Decisione pura e alle virtù eroiche del Terrore nel proprio nome, lasciando perdere Lenin.

FONTE: Giso Amendola, IL MANIFESTO

Il mondo è molto cambiato, esistono tante istanze diverse, non si può ridurre tutto ad uno, ma questo non si significa che il problema della strategia ce lo si possa mettere alle spalle. Una società che non solo protesta ma anche costruisce: c’è bisogno di forme di organizzazione permanenti della democrazia

Intervento al Forum Internazionale «Ottobre, rivoluzione, futuro», Mosca 5 novembre 2017

Inizio ponendomi una domanda: quali sono ora, a cento anni esatti dalla rottura bolscevica, i compiti di una/un militante comunista occidentale nella sua attività giorno per giorno?

E quale è il soggetto non solo puramente politico ma sociale, che può svolgere un ruolo rivoluzionario? La classe proletaria, ciò che eravamo abituati a pensare come soggetto, non esiste più nelle forme che conoscevamo.

Quella classe è stata sconfitta, è stata frantumata socialmente, economicamente, culturalmente. È geograficamente dispersa, i contratti collettivi sono sempre più sostituiti da quelli individuali. Contratti individuali attraverso i quali il lavoratore ha l’illusione di svolgere una attività autonoma e libera. L’individualismo ormai la fa da padrone dovunque. Come ricomporre quel soggetto sociale è un compito dei comunisti.

In secondo luogo credo dobbiamo riflettere sullo sviluppo delle forze produttive che non svolgono più un ruolo progressivo. Ve lo ricordate «il grande becchino» del capitalismo? Vi informo che non esiste più. Noi dobbiamo ricomporlo. Ma come fare? Voi conoscete la risposta che è stata data a questa domanda da Toni Negri e Michael Hardt.

È quella del general intellect, dei collettivi di lavoro che possono produrre nuovi spazi di liberazione e che svilupperebbero gradualmente dei soggetti anticapitalisti. Io penso che i processi di ricomposizione invece saranno molto meno spontanei, anche di come li immaginavamo nel passato. Dobbiamo lavorare di più sul progetto complessivo.

Diciamo spesso «siamo il 99% dell’umanità», ma come mai questa assoluta maggioranza non incide come dovrebbe? Ecco questo è il nostro problema: come progettare un mondo diverso.

I parlamenti ormai non decidono più nulla. La privatizzazione che abbiamo conosciuto in questi anni non è stata solo la privatizzazione dei servizi sociali o delle risorse ma anche quella del potere legislativo. Le decisioni più importanti non vengono più prese nei parlamenti ma sorgono da accordi tra le grandi holding transnazionali che controllano i mercati globali e queste decisioni incidono sulle nostre vite molto di più di qualsiasi parlamento. Dove si trova oggi il Palazzo d’Inverno? Esiste ancora? È veramente difficile dirlo quando le decisioni sono prese molto lontano da noi.

Questo ci rimanda alla questione del partito, perché noi abbiamo bisogno di un partito. Le critiche che sono state fatte alla struttura partito da parte dei giovani sono importanti. Anche il migliore dei partiti è portato solo ad autolegittimarsi politicamente, ignorando le istanze dei movimenti.

Noi abbiamo bisogno di una nuova dialettica movimenti/partito. Il mondo è molto cambiato, esistono tante istanze diverse, non si può ridurre tutto ad uno, ma questo non si significa che il problema della strategia ce lo si possa mettere alle spalle.

Una società che non solo protesta ma anche costruisce, in questo senso credo che il ruolo dei movimenti sia stato sovrastimato. C’è bisogno di forme di organizzazione permanenti della democrazia. La democrazia non è andare a votare questo o quello ogni quattro anni ma la gestione della società.

Il superamento di questo sistema è un processo lungo che non può essere solo la conquista del potere politico, la «conquista della società» è assai più importante. La socialdemocrazia e il comunismo hanno condiviso la stessa cultura, la cultura dello statismo, l’idea della centralità della presa del potere politico. In questo orizzonte io credo che si riproponga ancora una volta quella che Gramsci chiamava la «conquista delle case matte».

E questo ci riporta al Lenin di Stato e rivoluzione in cui da una parte il rivoluzionario russo studia il problema dello Stato e della sua estinzione e dall’altro si pone il problema della costruzione nella società una nuova democrazia organizzata, quella dei soviet. I soviet o gli stessi consigli nella visione gramsciana non sono solo gli organizzatori dell’insurrezione ma anche strutture che iniziano a operare per la riappropriazione cosciente delle funzioni svolte dalla burocrazia statale, per la gestione sociale.

So che tutto ciò è difficile ma ciò potrà impedire che si imponga ancora una volta una società autoritaria, un potere separato dalla società.

Se non costruiremo nella società una democrazia reale, quello che abbiamo conosciuto nel passato rischierà di ripresentarsi.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

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