Prima linea

Scrivere un saggio storico sull’esperienza di Prima Linea (Pl) è al tempo stesso un lavoro arduo e necessario. Arduo, perché Pl ha avuto un’origine complessa, che non si è immediatamente condensata in una linea univoca e monolitica: più che un filo, la sua storia appare come una fune composta da molti capi aggrovigliati, dalla quale pendono altre corde slegate. A ciò si aggiunga l’assenza di ricostruzioni storiche attendibili, combinata a una evidente ritrosia a narrare la propria storia da parte dei suoi attori (con poche eccezioni: Sergio Segio e, più di recente, Susanna Ronconi e Marina Premoli). Colmare questa lacuna nella storia dei movimenti rivoluzionari post-68 in Italia non è solo questione di completezza storiografica: si tratta di riconoscere che ogni rappresentazione storica è sempre parziale, sempre mediata dai documenti disponibili e dalla selezione che su di essi si opera.

Non è casuale che, nell’immaginario che si è affermato, di Prima linea si siano data una serie di rappresentazioni in buona parte distorte: un’organizzazione minoritaria rispetto alle Brigate rosse, “predisposta” al pentimento in ragione delle soggettività che la componevano (laddove nessuno dei suoi fondatori si è pentito), priva di una salda linea politica e di una conseguente elaborazione teorica – a dispetto della constatazione che una salda ortodossia ha per contro prodotto l’aberrazione dei boia nelle carceri e il divenire Caino della parte maggioritaria dei brigatisti detenuti1. Anche il paragone, a volte evocato da alcuni militanti, con Il Mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, contribuisce a dare un colore picaresco alla storia di Pl, ma rischia di confermare quel tacito accordo nella storiografia dominante sui cosiddetti “anni di piombo” che riconduce l’intera eversione armata alle sole BR. Una ricostruzione che fa apparire la sovversione armata come un fenomeno unico, una sorta di UFO, con reciproca soddisfazione di chi vuole negarne la natura diffusa e il radicamento sociale, e di chi vuole ricostruirsi una legittimazione storica a posteriori.

Basterebbe questo a rendere meritevole la ricerca di Andrea Tanturli, una tesi di dottorato dalla quale è tratto questo primo volume di Prima linea. L’altra lotta armata (1974-1981), che va dalle origini alla fine del 1979. Ci sono però anche specifici aspetti del lavoro storiografico che meritano di essere messi in luce. Come ogni vero storico, Tanturli si è chiesto quali documenti e quadri interpretativi accettare o rifiutare: la sua scelta costituisce una piccola lezione di metodo. Tanturli ha in prima battuta tenuto a distanza le ricostruzioni “continuistiche” – dai Quaderni Rossi agli omicidi BR senza fermate intermedie – inaugurate da Angelo Ventura, i complottismi alla Flamigni, e certe avventate ricostruzioni di Gotor. Al tempo stesso, Tanturli mette in guardia dallʼ«affidarsi alla sola stampa quotidiana per ricostruire la cronaca degli episodi» (p. 340), essendo i giornali «costellati da errori e imprecisioni», e comunque «una fonte estremamente piatta, poco incline allʼapprofondimento e di difficile verifica» (p. 19).

Più complesso lʼuso degli atti processuali e delle memorie: se lʼautore sceglie di «prestare fede, con le necessarie cautele, alle dichiarazioni dei militanti, anche di quelli pentiti, convinto che alcuni di essi abbiano restituito un quadro tutto sommato fedele della vita dellʼorganizzazione» (p. 19), è altresì vero che nel vagliare le singole dichiarazioni emerge un evidente sospetto verso una particolare tipologia di pentitismo che, invece di ricostruire o interpretare, «si nutre di condizionali, tende a venire incontro alle domande degli inquirenti»2. Siamo qui sul crinale che separa due diverse realtà, quella inquisitoria e giudiziaria, e quella politica e morale. Se infatti «le parole “pentiti” e “dissociati” si imposero allora a definire categorie diverse e misure di legge che senza accorgersene ripresero dal fondo più buio del passato italiano categorie di origine religiosa come il pentimento»,3 la dissociazione è stata espressione di un tentativo di fare i conti con la propria storia e i propri errori, nel quadro di una sconfitta delle ipotesi armate di cui solo una parte dei militanti hanno voluto prendere atto. Con le parole di Susanna Ronconi: «la dissociazione ha aperto uno spazio, nei modi che la situazione ha reso possibili, e anche chi allʼepoca non lʼha condivisa oggi dovrebbe, col senno di poi, capirlo. Siamo stati i primi a ricostruire la nostra storia collocandola nella storia di questo paese, dicendo che se non abbiamo avuto ragione avevamo delle ragioni, e chi dice che abbiamo “svenduto” una storia mente sapendo di farlo».4

Esplorata la cassetta degli attrezzi dello storico, veniamo allʼoggetto della sua costruzione. Su Prima line Tanturli è chiaro: «gli appartenenti a Pl prima di essere militanti clandestini furano militanti autonomi». Ma Pl non era «sic et simpliciter una sigla di copertura per il cervello centrale di una presunta Autonomia organizzata; è necessario quindi uscire dallo schema dellʼinnocenza o della colpevolezza, categorie non storiografiche, più adatte a giudici che si fanno storici e storici col complesso dei giudici» (p. 8). Il che significa riconoscere la natura plurale, variegata, desiderante e schizometropolitana, per dirla col linguaggio dellʼepoca, dellʼautonomia: «Ci furono aree dellʼautonomia, che, pur non rifiutando la violenza politica, furono relativamente immuni da sviluppi organizzati nel senso della lotta armata, altre che ci rimasero invischiate più o meno volontariamente, altre ancora che evolveranno, non senza lacerazioni, in formazioni clandestine» (p. 8). E dunque riconoscere quel carattere molteplice, moltitudinario dellʼarea della sovversione sociale e politica che non può essere ridotta ad unità. Dunque un libro come questo non può essere la parola che tutto squadri su Pl, ma un contributo, con gli strumenti propri della ricerca storica, che dovrebbe – è un auspicio, oltre che unʼesigenza – favorire una proliferazione di narrazioni, forse meno scientifiche e più soggettive, in grado di dar ragione «dellʼircocervo che per una volta soltanto si è unito per le teste in piazza Solferino: è morto per insufficienza funzionale del suo organismo mostruoso, come certe povere creature nate nei laboratori, troppo o troppo poco dotate per vivere, respirare, nutrirsi, come fanno quotidianamente organismi meno ambiziosi»5.

Un poʼ come Tristam Shandy, Prima linea impiega molto a nascere, pur parlando da lungo tempo. Non si tratta di un processo lineare e teleologico che da Lotta continua e Potere Operaio, attraverso Senza tregua, conduce a Pl, ma di una serie di attraversamenti, nel corso dei quali ciascun passaggio comporta acquisti e perdite, che forse avrebbero meritato un maggiore approfondimento (penso soprattutto alla figura di Mario Dalmaviva). E, vale ricordarlo, dove ogni passaggio non è dettato da unʼastrazione teorica, ma dallʼinterpretazione soggettiva del concreto darsi delle lotte e degli antagonismi.6 Il che rende difficile proporre una ricostruzione che distingua «una prima e una seconda Pl, a cui distribuire etichette di spontaneismo e di efferatezza» [p. 8]: ovvero, il mito dellʼorigine cui segue inevitabilmente una rovinosa caduta. Di fatto, è la stessa categoria di “origine” che va sottoposta a dura critica: come se la cacciata dal Giardino dellʼEden fosse il frutto di un tradimento dellʼoriginaria purezza, ovvero fosse già inscritta nellʼatto di nascita. Cattiva mitologia, in ambedue i casi. È invece vero che ogni processo manifesta una molteplicità di possibili, e che ogni decisione comporta la loro riduzione, ma anche il sorgere di nuove possibilità. Ma i processi e gli eventi non accadono in vitro, bensì allʼinterno di contesti popolati e imprevedibili, dalla cui interazione lo slancio del possibile può essere rilanciato oppure irrigidirsi fino allʼarresto. Detta così, una questione che risuona nel protagonista di Piove allʼinsù – «Certo, piacerebbe anche a me rintracciare un punto preciso lungo quei giorni, e vedere dove si è decisa la guerra dei vivi e dei morti» – è destinata a rimanere inevasa per assenza, e al tempo stesso per eccesso di risposte: piazza Fontana? Feltrinelli? Calabresi? Varalli? Più sensatamente, vale la pena di seguire il corso degli eventi, per verificare in quali momenti la molteplicità dei possibili è stata recisa dalla Grande Falciatrice della storia, sino a rendere irreversibile il percorso. Ad esempio, quando è stato oltrepassato il limite della vita umana, facendo dellʼomicidio politico un atto ordinario, se non inevitabile: e qui, più di ogni altra considerazione, vale la progressiva militarizzazione dei linguaggi, lʼassunzione della lingua di quello Stato che allʼinsubordinazione aveva dichiarato una guerra senza scrupoli e senza quartiere. Pl non nasce con lʼidea di calare sul proletariato la linea di partito cui le masse, incapaci di iniziativa autonoma, avrebbero dovuto docilmente assoggettarsi (per replicare un viaggio in treno già visto che dalla festosa partenza in Ottobre avrebbe avuto per destinazione lʼinverno siberiano). Neanche si riconosce nelle teorizzazioni dellʼoperaio sociale, un «neo-movimentismo» nel quale, come in un effetto-notte, lʼoperaio di fabbrica e il giovane operaio mobile del lavoro marginale, il disoccupato e lo studente proletario sono tutti bigi.

Volendo fissare due direttrici, potremmo tracciarle a partire dalla necessità di una «ricomposizione politica della classe guidata dai settori organizzati (e armati) della classe, un progetto di egemonia della fabbrica sui nuovi strati emergenti di proletariato»; e la proposta di una struttura che si metta al servizio del movimento, articolata su più livelli – lʼorganizzazione vera e propria, le squadre, le ronde – per attraversare quella «porta stretta» che è la «guerra civile di lunga durata». Al tempo stesso, viene esaltato «lʼantagonismo totale tra il sistema dei bisogni del proletariato» e la «necessità del capitale di imporre le proprie regole a tutta lʼorganizzazione sociale». Se lʼoffensiva va orientata contro «la proliferazione incredibile di figure di comando», per Tanturli «risulta spontaneo pensare a una sorta di “microfisica del potere”, ulteriore elemento che pone Pl in una seppur precaria comunicazione con il retroterra culturale alla base della riflessione sulla modernità» (p. 133). Nelle enunciazioni di Pl risuonano, non importa quanto consapevoli (come del resto in larga parte dellʼautonomia) le pagine del Foucault di Sorvegliare e punire e della Microfisica del potere. Ma se le ricerche di Foucault si radicavano nelle prassi delle nuove lotte trasversali, mancava alle pratiche e alle teorizzazioni del tempo una piena comprensione della complessa relazione fra assoggettamento e soggettivazione. Resta che «lʼindicazione di terreni conflittuali come quello della sanità, della psichiatria, della nocività ambientale sottintende un discorso sulla qualità della vita velleitario nella sua applicazione, ma in grado di cogliere le contraddizioni del mondo contemporaneo e del suo modello di sviluppo» (p. 337).

È altresì vero che lʼintera ipotesi che sorregge la galassia di Pl e delle squadre si basa su presupposti che la dura realtà dei fatti si incaricherà di smentire. In primo luogo, lʼaver sottovalutato la profondità dei processi di ristrutturazione in atto, che ridefiniscono in modo radicale la stessa soggettività operaia. Lʼautomazione, lʼallungamento delle linee di produzione sul territorio, lʼesternalizzazione erano processi già in corso, contro i quali le irruzioni nei luoghi del lavoro nero, o la violenza contro le singole figure del “comando dʼimpresa” si rivelano impotenti. Il capitale dava lʼavvio ai processi di globalizzazione, in risposta al potente ciclo di lotte che innerva il ʼ68 e gli anni successivi in buona parte dellʼOccidente: contro i quali mancava la capacità di immaginare una prassi allʼaltezza dellʼoffensiva.

Il rifluire dellʼoperaio sociale, che rimaneva ripiegato su se stesso – anche per lʼincapacità delle diverse realtà di movimento di dispiegarlo – determinò il progressivo restringimento di quellʼarea della sovversione dalla quale la “guerra civile di lunga durata” avrebbe dovuto trarre linfa. A ben guardare, dentro Pl la mancata affermazione di un’interpretazione chiara del rapporto fra organizzazione e squadre, e la mancata fusione con altre formazioni combattenti, hanno la loro radice nellʼesaurimento della spinta proveniente dalle lotte. Ormai in procinto di sfilacciarsi, Pl «consumerà le residue energie tornando nellʼambiente da cui tutto era cominciato, la fabbrica, ormai pressoché rasa al suolo nella sua architettura conflittuale» (p. 357). Ma «arroccarsi» nellʼassunzione di una sorta «di delega, di supplenza a quella che avrebbe dovuto essere la forza di un movimento sociale» (Susanna Ronconi, p. 356) è, di fatto, lʼammissione di una sconfitta.

La diffusione dellʼeroina, con esiti ben più devastanti delle bombe nelle banche e nelle piazze e sui treni – che lʼautore sottolinea più volte, inquadrando le azioni delle squadre contro gli spacciatori allʼinterno del «sorgere di nuovi terreni e nuove forme di antagonismo» (p. 200) – è, al pari della ristrutturazione della produzione, qualcosa che non poteva essere contrastata con la sola forza delle armi (e che attraverserà la stessa Pl). E attesta il cinismo dello Stato nello scatenare una guerra contro unʼintera generazione per prosciugare il mare della sovversione.

Del quale cinismo, vale la pena citare due documenti. La relazione del 1979 di Dalla Chiesa sullʼattività del proprio nucleo speciale, dove si richiede con crude parole lʼimperativo allontanamento «almeno dallʼesercizio dellʼazione penale» di «quegli elementi notoriamente indicati quali extraparlamentari»: gli «acculturati» e i «portatori – in veste di legalitari o garantisti – di “benevolenze” o “compromissioni”» (pp. 178-79). E una lettera di Dino Sanlorenzo, uno degli ideatori del famigerato questionario anonimo del Pci torinese sul terrorismo, sulla presenza di Segio e Ronconi in una cooperativa sociale nel 1988: «Il Comune gli dia pure delle commesse, […] per esempio lucidare e tenere in ordine le tombe di quelli che hanno accoppato, portare i fiori a quelli assassinati da Prima linea. Potrebbero dedicarsi agli handicappati o a spalare neve quando cʼè» (p. 326): dove lʼequiparazione degli «handicappati» a lavori cimiteriali, o comunque di scarto, dice tutto. Va però sottolineata, accanto alla sopravvalutazione della volontà dellʼoperaio sociale di scendere sul terreno della guerra civile, la sottovalutazione della forza militare e sociale del potere contro il quale le diverse opzioni di lotta armata si sono infrante: un errore politico ancor più grave in una formazione che aveva intuito più di qualcosa sulla struttura molecolare e reticolare del potere.

Ma se la rivoluzione era finita, se la fabbrica, alla vigilia della gigantesca rappresaglia dapprima dei 61 licenziati politici, e poi dei 14.500 espulsi (che erano anchʼessi licenziamenti politici), già riluceva della livida luce che illumina le macerie: era possibile arrestarsi su quella strada che avrebbe portato alle azioni, catastrofiche sul piano politico oltre che umano, dellʼassassinio di Alessandrini, di Emanuele Iurilli e di William Waccher?Lʼistantanea del funerale bolognese di Barbara “Carla” Azzaroni, cui parteciparono migliaia di compagni e compagne, può essere indicativa di uno stato di sospensione che sarebbe forse stato possibile: «Sarebbe bastato uno sguardo calmo alla situazione e a quel corteo funebre per rinunciare alla rappresaglia, per raffreddare la rabbia e cominciare un serio esame sul che fare. Ma era come se a ogni errore e a ogni smacco operativo crescesse il velo davanti agli occhi e la vista si appannasse sempre di più»7. Se con lʼassassinio di Emanuele Iurilli, vittima innocente di unʼazione di rappresaglia, «si rompe definitivamente il sottile filo di seta che ancora ci legava al movimento e alla realtà» (Bruno Laronga, p. 333), è perché quel rapporto con la realtà era già sottile come un filo.

Nelle ricostruzioni delle diverse manifestazioni del movimento antagonista degli anni ʼ70, compare sempre un momento nel quale si dovrebbe dire, e talvolta lo si dice,8 che «non cʼè più tempo». Che i possibili si sono esauriti, e in assenza del possibile la vita, il movimento, lʼessere, soffoca. È su questa sensazione di soffocamento che chiude questo primo volume: alle soglie di quegli anni Ottanta dai quali non nessuno è mai più uscito vivo. «Non basta avere ragione: bisogna che la ragione te la diano», ha detto qualcuno; un motto che si attaglia anche alla storia di Prima linea, ai suoi militanti caduti (ciascuno ha le proprie Spoon River, e ciascuna di esse merita rispetto), e ai molti che hanno ripreso, con nuove forme, le lotte interrotte dalla detenzione: in buona parte quelle lotte trasversali per lʼambiente, il riconoscimento, il diritto alla vita dei detenuti, dei tossicodipendenti, dei diversamente reclusi che le ragioni di Pl aveva intuito. Contraddizioni apparenti, che trovano in una storia che oggi sembra lontana (abbastanza da poter essere storicizzata) radici e percorsi carsici.

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Note

  1. A fronte dei 911 condannati delle Br, vi sono 923 di Pl, a cui si aggiungono i 149 dei Comunisti organizzati per la liberazione proletaria (Colp) e le decine di militanti di altre sigle minori (cfr. Renato Curcio, La mappa perduta, Sensibili Alle Foglie 1994; Giorgio Galli, Piombo Rosso. La storia completa della lotta armata dal 1970 a oggi, Baldini Castoldi Dalai 2004; Sergio Segio, Una vita in Prima linea, Rizzoli 2006). Sul periodo dei “boia delle carceri” si vedano la nuova edizione di Sergio Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea, Milieu 2017, pp. 206-219; e Toni Negri, Galera ed esilio, a cura di G. De Michele, Ponte alle Grazie 2017, pp. 41-43. Nella pagina facebook dedicata al libro si possono trovare molti documenti archivistici e altre fonti  (primarie e secondarie) che la casa editrice del libro di Andrea Tanturli, DeriveApprodi, mette a disposizione dei lettori.
  2. Il riferimento è alla deposizione di Michele Viscardi durante il processo di Torino a Pl (nello specifico, sull’ipotesi di una “talpa” nella Procura di Torino che abbia fornito informazioni sul giudice Alessandrini: ipotesi che non ha trovato riscontri) (p. 302).
  3. Adriano Prosperi, “Terrorismo italiano. Le porte di entrata e di uscita”, in Passato e presente, n. 96, 2015, pp. 164; Prosperi sta recensendo Monica Galfré, La guerra è finita. LʼItalia e lʼuscita dal terrorismo 1980-1987.
  4. “Susanna Ronconi. Una vita da film”, in Rossella Simone, Donne oltre le armi, Derive e approdi, 2017, p. 98.
  5. Luca Rastello, Piove allʼinsù, Boringhieri 2006, p. 156.
  6. Esemplare ad es. la genesi di Senza Tregua allʼinterno della Magneti Marelli di Sesto San Giovanni (pp. 71-85), ricostruita sul ritmo delle lotte e del farsi dellʼautonomia allʼinterno del conflitto di fabbrica.
  7. Sergio Segio, Una vita in Prima linea, Rizzoli 2006, p. 168.
  8. Vedi il saggio introduttivo di De Lorenzis, Guizzardi, Mita a Avete pagato caro non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» (1973-1979), Derive e Approdi 2008, p. 69.

Il «partito armato» era una definizione in gran voga tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80. Giornalisticamente efficace, era tuttavia sbagliata e fuorviante. Ancora oggi condiziona, deformandola, l’immagine di quella fase storica. Restituiva infatti l’immagine di un blocco armato coeso nonostante le divisioni. L’intera esperienza della lotta armata veniva così uniformata ai connotati della principale organizzazione, che era peraltro l’unica a immaginarsi davvero come partito armato: le Brigate rosse. La realtà è che, se ci fu un «partito armato», ci fu anche un «movimento armato» che seguiva coordinate e logiche molto diverse, spesso opposte.

IL PRINCIPALE GRUPPO movimentista in armi fu Prima linea, seconda organizzazione armata per importanza, alla quale tuttavia la folta pubblicistica e la scarna storiografia hanno sin qui dedicato poca attenzione, concentrate come erano – e come sono rimaste – sulle Br e in particolare sulla loro più clamorosa azione, il sequestro Moro. Questo vuoto, che non era comunque totale, è riempito ora da Andrea Tanturli, ricercatore a Firenze con Prima linea. L’altra lotta armata (1974-1981), vol. 1 (DeriveApprodi, pp. 380, euro 25).

È un libro davvero imperdibile per chiunque sia interessato alla storia del movimento rivoluzionario italiano degli anni ’70. Affronta la parabola di Pl con gli strumenti dello storico, seguendo lo schema cronologico ma senza indulgere né all’aneddotica né al tipico modello giudiziario che inanella descrizioni di attentati ma cercando invece di ricostruire, attraverso un lavoro certosino anche sui documenti, le radici politiche e il contesto sociale senza i quali è impossibile cogliere la realtà di Pl. Allo stesso tempo coglie, nello specchio per nulla deformante della storia di Pl, il percorso, il dilemma e infine la deriva di tutta quella parte del movimento che, dopo lo spartiacque del 1974, non aveva scelto né la via dell’istituzionalizzazione né quella del partito clandestino.

A DIFFERENZA delle Br sempre attente soprattutto alla base del Pci e del movimento operaio tradizionale, Pl nasce dal movimento e per il movimento. I suoi militanti e dirigenti, in massima parte provenienti dalle esperienze di Lotta continua e Potere operaio, mantengono a lungo una doppia militanza: intervengono sia nei conflitti sociali che nelle azioni armate. In tutta la fase di gestazione e nei primi anni l’area di Senza tregua, trasformatasi poi in Prima linea, considera l’esperienza armata reversibile: uno strumento da adoperare o da mettere da parte a seconda delle circostanze e delle esigenze del conflitto di classe. Per anni più «semiclandestina» che clandestina, Pl è molto meno strutturata delle Br, priva di un vero e proprio vertice a livello nazionale, poco attenta alle esigenze della compartimentazione: capita più d’una volta che alcuni militanti siano costretti a disertare le azioni armate perché infortunatisi giocando a pallone. È presente e attiva essenzialmente a Milano, Torino e Firenze, allungandosi sino Napoli. Non riescono invece né la fusione con le Formazioni combattenti comuniste, nonostante una breve fase di «comando unificato», né lo «sbarco» nella capitale, probabilmente perché la colonna romana delle Br costituisce un’anomalia, essendo una specie di «colonna movimentista».

L’ORGANIZZAZIONE vera e propria è distinta dalle «squadre», alle quali spetta il compito di intervenire nel vivo dei conflitti con attacchi di portata meno strategica, anche se nella pratica le due aree spesso finiscono per sovrapporsi. Pl nasce strettamente collegata alle lotte operaie, soprattutto nelle situazioni in cui il movimento è più presente e i conflitti più aspri, ma sarà poi attenta ai conflitti disseminati nel sociale, l’ecologia, l’eroina, persino il femminismo. Considerarla il «braccio armato del movimento», segnala nella prefazione Tanturli, è però un errore. L’ambizione era più alta: indirizzare il movimento verso uno sbocco e un’uscita vincente dalla controffensiva che si andava delineando al termine della fase montante di conflittualità operaia..

Questo primo volume, l’autore lo ha dedicato ampiamente alla fase «di gestazione», appunto gli anni tra il 1974 e il 1977. Protagonista è dunque non solo l’area di Senza tregua, dalla quale nascerà Pl, ma l’intera autonomia soprattutto milanese. Lo spaccato in questione permette di fare il punto sul quadro complessivo e sul dibattito nei quali maturò, in settori pur sempre minoritari ma non insignificanti del movimento, la scelta armata. Fu una mossa in larga misura difensiva, il tentativo di evitare un esito che appariva in prospettiva già determinato, dopo la ristrutturazione seguita allo shock petrolifero del ’73, alzando la posta e spostando il terreno dello scontro di classe.

NEL SECONDO VOLUME Tanturli affronterà l’ultima fase della vicenda Pl: le scissioni, le «ritirate strategiche», lo scioglimento, la dissociazione collettiva. Ma già alla fine di questo volume registra la sconfitta della sua scommessa. L’organizzazione armata «movimentista» finì per far proprio quel modello brigatista in contrapposizione al quale era nata. Tanturli giustifica la sterzata con le conseguenze del sequestro Moro, che obbligarono tutti a far prevalere le ragioni dello scontro militare su quelle della politica, ma soprattutto alla dissolvenza del movimento. Senza il quale Pl non aveva più ragione di esistere.

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

Quando l’arrestano Marina Premoli, militante di Prima linea, avverte i poliziotti che la stanno portando via: non si sono accorti che uno dei due compagni presi con lei è ancora armato. Lo fa per proteggerlo, per evitare che impugni l’arma e ci rimetta la pelle, ma forse lo fa anche perché è una terrorista particolare, che all’uso delle armi non si è mai davvero acconciata. Lei stessa ha nella borsetta una pistola: però non ha mai avuto intenzione di adoperarla e lo ha detto sin dall’inizio ai suoi compagni. Le hanno risposto di portarsela dietro lo stesso «a scopo di deterrenza». Proprio quell’arma ha fatto scoprire i tre di Pl, fermati durante un controllo. I documenti falsi, preparati proprio da Premoli, avevano resistito all’esame. Se i poliziotti non avessero perquisito la borsetta se la sarebbero cavata.

Marina Premoli passerà otto anni in carcere, soprattutto per l’evasione di quattro militanti dal carcere femminile di Rovigo, organizzata da Sergio Segio per far evadere la sua compagna Susanna Ronconi. Doveva essere un’azione senza vittime, invece ci rimise la vita un pensionato. Altri otto anni la Premoli li ha passati in semilibertà prima di tornare una donna davvero libera nel 1996.

COME L’AUTRICE, anche il suo libro Questa è già la mia vita (Quodlibet, pp. 232, euro 18), autobiografia della ex terrorista fino al giorno dell’arresto, occupa una posizione particolare ed eccentrica nella folta memorialistica dei ragazzi degli anni ’70 che scelsero la lotta armata. Di politica si parla poco, quasi solo di striscio. È una storia intima ed esistenziale che racconta un percorso fatto di sentimenti, emozioni e dolori più che di ideologie. Se si dovesse scegliere un sottotitolo per questo libro che non è un romanzo ma lo sembra, scritto molto bene da una quotata traduttrice che in tutta evidenza ha più dimestichezza con la penna che con le rivoltelle, sarebbe forse Rich Girl Blues.

L’autrice viene da una famiglia che il risvolto di copertina definisce pudicamente benestante ma che è invece qualcosa di più: un modello di quella che era la «buona società» italiana nel secolo scorso. Una famiglia aristocratica, che l’autrice descrive arretrando di un paio di generazioni, in una specie di saga familiare da cui traspare in controluce la parabola di quella borghesia italiana un po’ cosmopolita e un po’ provinciale, abituata a «cadere sempre in piedi».

È UNA FAMIGLIA che ogni tanto lamenta ristrettezze ma con alle spalle terre e castelletti. I ragazzi crescono giocando a tennis nel campo costruito nel giardino di casa, passano l’autunno a vendemmiare quando gli altri bambini già vanno a scuola. Il padre di Marina, prima di diventare senatore liberale per parecchie legislature, è dirigente dell’Ufficio del turismo. Passa da una capitale europea all’altra e le figlie imparano così a padroneggiare le lingue. Ma «casa», per Marina, resta sempre l’abitazione in via del Babuino a Roma, a un passo da piazza di Spagna.

PIÙ CHE LA STORIA, simile a troppe altre, di una militante clandestina, il libro di Marina Premoli è dunque il romanzo di un’infanzia, di un’adolescenza e di una giovinezza dorate e infelici. Marina soffre per i rapporti tra i genitori segnati dall’infedeltà della madre, forse anche per il bisogno e l’impossibilità di mettere radici. Cerca sollievo nell’alcol, presenza che resterà incombente persino nella clandestinità, riparo in amori sbagliati, rifugio nella lotta armata.
La narrazione procede a salti, senza piegarsi alla dittatura della cronologia, inframmezzata da istantanee del presente e da descrizioni dei sogni attuali dell’autrice che rinviano a quel passato, lo interpretano e lo sostanziano.
Ci sono libri scritti essenzialmente per se stessi, per una sorta di autoanalisi o per la necessità interiore di chiudere i conti con una scelta sbagliata ricostruendone la genealogia.

L’AUTOBIOGRAFIA di Premoli fa parte di questa categoria ma forse proprio per questo raggiunge una forza narrativa negata alla memorialistica degli «anni di piombo» e allo stesso tempo offre un tassello essenziale alla storia di quella rivolta generazionale nella quale confluivano rabbia sociale, ideologia politica e disagio esistenziale.

FONTE: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

Il 15 di gennaio 2013, a 58 anni, l’amico e compagno Lucio Cadoni ci ha lasciati.

Lo ha fatto silenziosamente, discretamente, senza chiedere l’aiuto di nessuno poiché nei confronti del “mondo”, avendo molto da rivendicare, nutriva un risentimento atavico frutto di condizioni sociali e di un vissuto carico di sofferenza. Lucio è tra quelle persone alle quali la vita non ha concesso e regalato nulla se non quanto conquistato e strappato con le unghie e con i denti in virtù della sua capacità  di resistenza e dell’istinto di sopravvivenza insito in ogni uomo.

Lucio è rimasto orfano fin dal momento della sua nascita e questo stato di solitudine, nonostante i genitori adottivi, lo ha accompagnato per tutta l’esistenza: incessante è stata la sua richiesta di amicizia e di affetto.

Ma egli è stato anche un compagno lucido e cosciente: i compagni di Roma e di Milano lo ricordano impegnato, all’ARCI ed in Legambiente, nella battaglia ambientalista e nello scontro sociale per rivendicare, nei movimenti degli anni ’70, giustizia sociale, libertà, uguaglianza e diritti.

Tutto questo e la vicinanza al movimento rivoluzionario e combattente lo porteranno a scontare molti anni nelle carceri speciali, condannato per appartenenza a Prima Linea.

Il ritorno nella nativa Sardegna, per essere accanto alla madre adottiva, sarà carico di contraddizioni: un incessante e irrisolto conflitto tra il senso di responsabilità e gratitudine e l’anelito alla libertà, alla curiosità per le vicende del mondo, il bisogno di amicizia.

La “separatezza” con cui ha vissuto gli ultimi anni, non gli ha impedito di occuparsi di quanto amava di più: i libri, la musica(tutta), l’impegno culturale (la sua casa era divenuta punto di ritrovo dei giovani impegnati del paese) e, a volte, politico.

Per noi che lo abbiamo seguito e accompagnato con amore in tutti questi anni era una persona gentile, ironica, a volte stizzosa, ma grandemente generosa e ospitale come lo sanno essere i suoi connazionali.

Nell’ultimo tratto di strada l’ha accompagnato l’intero paese, e anche più: l’omaggio di una moltitudine di persone che ha in lui riconosciuto la vivacità intellettuale e la generosità disinteressata con cui ha spessissimo sostenuto coloro che erano in difficoltà.

Nulla ha detto e scritto ma se ne è andato con un mezzo sorriso sornione che gli ha incorniciato il viso.

Ciao Lucio, ti salutiamo con gratitudine, amicizia e tanto affetto.

Paola e Marco Masala; Rosanna e Paolo Masala; Giovanna e Giorgio Ferrante; Marina e Pino Masala; Tati e Diego Forastieri Molinari; MariaPina e Sebastiano Masala; Paolo Cornaglia; Salvatore Masala; Sergio Segio.

MILANO — «Tra pochi giorni compio 60 anni. Il bilancio si fa in fretta: non ho combinato un cazzo. A parte i danni» . Tra questi la partecipazione agli omicidi del militante missino Enrico Pedenovi nel à 76 e del brigadiere Giuseppe Ciotta nel à 77, per i quali sarebbe poi stato condannato a soli 27 anni anziché all’ergastolo in quanto «non irriducibile» .
È Enrico Galmozzi, oggi grossista di scatole per gioielli a Milano nonché scrittore di libri sull’impresa fiumana di D’Annunzio, ma negli anni di Piombo fondatore di Prima Linea con quel Sergio Segio attuale braccio destro di don Ciotti, e quel Sergio D’Elia divenuto poi parlamentare, o quel Roberto Sandalo che invece fu riarrestato tre anni fa, o tanti altri ancora.
Ieri il suo bilancio («esistenziale — ha precisato poi al telefono — non politico» ) lo ha messo su Facebook preceduto da un clip col monologo finale di Blade Runner e il risultato è una rasoiata più profonda di un trattato sociologico. «Ho vissuto — scrive il quasi sessantenne Galmozzi — come nel primo tempo di un cattivo film d’azione: spari, bombe, inseguimenti senza uno stralcio di sceneggiatura. Speravo che il secondo tempo e magari un bel finale riscattassero il tutto e invece è seguito un film minimalista di quelli in cui non succede nulla. E il tutto non è neppure originale: incarno perfettamente il tipo medio di quella parte della mia generazione che ha assommato la rovina pubblica a quella privata. Studi interrotti, carriere professionali troncate o mai iniziate, progetti mai portati a termine, edificazione di profili incerti di soggetti senza arte né parte ai quali i più sagaci di noi hanno pure trovato un nome accattivante: cognitariato. Praticamente chiunque non sappia fare un cazzo rientra nella categoria del cognitaro. In questo siamo sempre stati imbattibili: trovare nomi irresistibili per le minchiate che spariamo» .
Il primo commento in assoluto dalla rete gli arriva meno di un’ora dopo: «Non mi piace» . Firmato Bruno La Ronga, un vecchio amico processato a sua volta per l’omicidio Pedenovi, ergastolo in primo grado, 29 anni in Cassazione. Maria Meriggi, docente di storia, interviene per distinguere: «D’Accordo il sarcasmo sul cognitariato, ma i bilanci sono difficili…» . Non è d’accordo invece Alessandra Colla: «A me il cognitariato sembra la cifra della nostra generazione impegnata e idealista…» . La Ronga riprende rivolgendosi a Galmozzi col soprannome di un tempo: «Kid, ti ho visto pensare, fare, dire cose eccellentissime. Non siamo al secondo tempo, questo è il timebreak e tu a 60 anni sembri un adolescente impaziente, mettiamoci al lavoro, un Vate — gli dice puntando sulla passione dannunziana dell’amico— non si svaluta!» .
Galmozzi però è già oltre, non parla più di sé ma esplicitamente al plurale: «Abbiamo fatto figli — scrive — solitamente col partner sbagliato. E i più di noi si aggrappano a loro per dare un senso a questo deserto, caricandoli di aspettative. Ma poi i figli crescono, si trasferiscono e manco ci telefonano più. Come è giusto. E del resto mette conto di dire che razza di figli siamo stati noi, io ricordo che mio padre mi guardava e non capiva… O forse aveva capito tutto…» .
Prosegue: «Siamo passati attraverso immani disastri convinti di avere sempre ragione, avendo avuto invece sempre torto. Ma, tanto, da quegli inarrivabili affabulatori che siamo sempre stati riusciremo a trovare qualcosa di eroico anche in questo. Abbiamo passato la vita a parlare di cose di cui non sapevamo un cazzo. Da domani non chiedetemi più pareri su cose per le quali nutro ormai solo indifferenza. Sarà il mio piccolo contributo recato nella direzione di ciò che tutti noi dovremmo veramente fare: dileguarci» .

Proiettato nell’ambito nella rassegna. Nella pellicola, molte comparse locali

TAGLIO DI PO – Nell’ambito della rassegna “I film e il Delta”, organizzata dal Comune di Taglio di Po, in una sala Europa gremita ancor prima che lo spettacolo cominciasse, è stato proiettato il film La Prima linea di Renato De Maria con Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, girato nel 2009 nel Delta con comparse polesane, tra cui Andrea Morsellino. Il quale, invitato dal sindaco Marco Ferro, ha raccontato la sua avventura a fianco del noto attore e di altri figuranti di Taglio di Po, fra cui Alessandro Moschini e Cristopher Vettorato.

“E’ stata un’esperienza unica ed emozionante”, ha detto. “Avevo fatto il provino e mi avevano selezionato. Abbiamo girato alcune scene a Mazzorno Destro e per fortuna quelle in cui mi si vede non sono state tagliate”, ha aggiunto. Il sindaco Ferro a sua volta si è detto compiaciuto per la numerosa presenza di pubblico ed ha ricordato gli appuntamenti dei prossimi giorni per Buon Compleanno Delta, la celebrazione del 406esimo anniversario del Taglio del Po.
Il film di Renato De Maria, liberamente tratto dal libro Miccia corta di Sergio Segio (pubblicato nel 2005 da Derive Approdi editore) racconta le vicende di Sergio – il comandante Sirio – (interpretato da Riccardo Scamarcio) giovane fondatore dell’organizzazione armata Prima linea.
Il 3 gennaio 1982 la formazione organizzò l’evasione dal carcere di Rovigo di quattro detenute, fra cui la compagna di Segio Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno), Loredana Biancamano, Federica Meroni e Marina Premoli. L’esplosione di una bomba per far crollare una parte del muro di cinta e permettere l’evasione causò la morte accidentale del pensionato settantenne Angelo Furlan, che passava di lì con il suo cane.
Arrestato a Milano il 15 gennaio 1983, Segio venne rinchiuso nelle carceri speciali, scontò oltre ventidue anni di reclusione e fu l’ultimo di tutti gli ex militanti di Prima linea arrestati e condannati ad uscire dal carcere, terminando di scontare la condanna nel 2004. Da molti anni è impegnato nel volontariato e in vari ambiti sui temi sociali.
La rassegna continuerà domani con il film La donna del fiume di Mario Soldati, interpretato da Sophia Loren, Gerard Oury e Rick Battaglia, con la presenza di quest’ultimo alla serata. Presenta Gloria Violati Tescari.

Questi ultimi mesi hanno visto una fiorente produzione editoriale attorno ai temi degli anni Settanta e, particolarmente, della lotta armata.

Oltre al nuovo libro di Adriana Faranda (Il volo della farfalla, Rizzoli), un racconto ambientato in carcere, nel giro di poche settimane sono comparsi sui banchi delle librerie il libro di Prospero Gallinari (Un contadino nella metropoli, Bompiani), quello di Paolo Pergolizzi (L’appartamento – Br: dal Pci alla lotta armata, Aliberti editore), quello su Guido Rossa, scritto dalla figlia Sabina con il giornalista Giovanni Fasanella (Guido Rossa, mio padre, BUR), quello di Marco Clementi (La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli).

Al solito, l’attenzione e l’indagine è tutta rivolta al fenomeno delle Brigate rosse.

Due sole le eccezioni.

Una è il romanzo di Luca Rastello, nato nel 1961 (Piove all’insù, Bollati-Boringhieri), che rivolge lo sguardo al Settantasette torinese e a quei pezzi di movimento che hanno dato vita alle squadre armate e partecipato a Prima linea. Marco Revelli lo ha definito «il più bel libro sugli anni Settanta» (“Carta etc.”, maggio 2006). E indubbiamente, quello di Rastello, è un bel racconto, una sorta di diario intimo e politico di quella parte di generazione che era bambina nel ’68 e adolescente nel ’77. Ma la cui forza e bellezza (con una poesia e uno smarrimento di sottofondo che ricordano, forse troppo, Porci con le ali) rischia di essere tirata un po’ troppo per la giacchetta per essere fatta propria (indebitamente, dal punto di vista generazionale) da amici e recensori di quell’intellighenzia di sinistra sempre ansiosa di classificare e distinguere la “meglio” dalla “peggio” gioventù, per poterla surretiziamente separare nel ricordo e nel racconto, così come lo è stata nei destini.

In verità e in evidenza, pur se intrecciati, vi sono stati molti ’68, molti ’77 e anche molte, e diverse, lotte armate. E quindi occorrerebbe accettare il fatto che gli stessi movimenti vengano raccontati da prospettive diverse, e magari anche dall’interno invece che dal balcone, ovvero essendosi sporcate per davvero le mani, oltre che le fedine penali.

L’altra eccezione editoriale è Mucchio selvaggio – Ascesa apoteosi caduta dell’organizzazione Prima Linea, Castelvecchi editore, di Giuliano Boraso, nato nel 1975 e curatore del sito www.brigaterosse.org.

Ed è su questo testo che vogliamo soffermarci.

Ci siamo accinti alla sua lettura animati da un pregiudizio positivo, dovuto alla consueta qualità dei libri editi da Castelvecchi, e da una speranza: quella che finalmente si cominciasse, da parte di autori non coinvolti, a indagare con correttezza e serietà il fenomeno della lotta armata “non socialista”, e dunque in particolare la vicenda di Prima Linea, che negli anni Settanta rappresentò la principale organizzazione combattente diversa dalle BR e anzi a esse alternativa.

Diciamo subito che sono andati entrambi delusi.

Ma proviamo ad argomentare.

 

La pubblicistica carente e le fonti di Boraso

Complessivamente, sono ben pochi i testi sinora usciti su PL. In particolare:

Il tempo del furore. Il fallimento della lotta armata raccontato dai protagonisti, di Luigi Guicciardi (Rusconi editore, 1988). Il testo, in realtà, è costituito semplicemente dalla pubblicazione degli atti del processo milanese contro PL, celebrato appunto da Guicciardi, all’epoca presidente della Corte d’assise di appello; un testo, dunque, reso assai limitato dalla natura giudiziaria degli interventi e dagli stretti confini in cui erano confinate le deposizioni degli imputati (l’attinenza ai reati contestati) e talvolta reso impreciso o lacunoso dalle trascrizioni approssimative dal parlato.

Vite sospese. Le generazioni del terrorismo, dello storico Nicola Tranfaglia e di Diego Novelli, a lungo sindaco di Torino (Garzanti editore, 1988). Questo volume non è specificatamente dedicato a PL, ma anch’esso deriva dalle trascrizioni degli interventi svolti da 18 ex militanti di BR e PL nel corso di un seminario tenuto all’interno del carcere torinese da Tranfaglia e Novelli

L’Italia nichilista: il caso di Marco Donat Cattin, la rivolta, il potere (Mondadori, 1982) di Corrado Stajano. Dedicato quasi per intero alla vicenda Donat-Cattin e ai riflessi istituzionali, con l’incolpazione di Francesco Cossiga, il libro è scritto in un tempo in cui di PL si sa solo quel poco derivante dalle delazioni del “pentito” Roberto Sandalo.

Assieme a quelle di militanti BR e di movimento, un paio di interviste a ex piellini sono contenute in Storie di lotta armata, a cura di Raimondo Catanzaro e Luigi Manconi (Il Mulino, 1995).

Infine, qualche brano di testimonianze di ex militanti di PL è contenuto anche ne La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, il documento televisivo e successivamente libro (Mondadori, 1989) che rimane forse il più completo e interessante su questi argomenti, nonostante (o forse grazie al fatto) che sia stato realizzato relativamente a ridosso degli avvenimenti. Di certo è quello che ricostruisce maggiormente contesti storici e scenari, su cui troppi altri sorvolano o volutamente omettono.

Scarsi invece i riferimenti a Miccia corta – Una storia di Prima Linea (DeriveApprodi, 2005), al momento l’unico libro scritto da un ex militante di PL su quella esperienza (ma forse la sua lettura è intervenuta in una fase già assai avanzata della stesura di Mucchio selvaggio).

Questi testi costituiscono la principale fonte del libro di Boraso, pur se non sempre ne vengono riconosciuti i debiti.

Le altre e principali fonti vengono onestamente dichiarate dall’autore: «questa storia la racconteremo soprattutto attraverso le cronache dei giornali dell’epoca».

Purtroppo, si vede benissimo.

Del libro di Boraso, infatti, innanzitutto colpisce la terminologia, che sembra appunto acriticamente presa di peso dalle peggiori cronache dei peggiori quotidiani dell’epoca. Per cui le persone colpite non sono mai semplicemente uccise, bensì «trucidate», i militanti sono sempre «killer», magari dalla «mano tremante», la violenza è «pseudopolitica», il giustizialismo «sommario», le «tecniche di esecuzione» sono «di stampo nazista, molto simili a quelle adottate nei campi di concentramento». Per non dire del «partito armato» o della «P38 Smith & wesson», che notoriamente non esiste ma era uno dei luoghi comuni delle cronache dell’epoca. Fraseologia “giudicante” e “combattente”, da giornalismo embedded, che se allora poteva avere una qualche spiegazione, stante un conflitto drammatico ed esteso in corso, che non di rado rivolgeva le armi anche contro giornalisti, letta oggi appare semplicemente irritante e stonata, decisamente fuori tempo.

Infine, l’autore dichiara quali fonti anche testimonianze di ex militanti: «Documenti, libri, giornali sarebbero però insufficienti senza l’apporto della fonte orale, della testimonianza dei protagonisti di quella fase storica. C’è stato chi, tra gli ex militanti di Prima Linea ci ha raccontato le motivazioni delle sue scelte, descrivendo il clima in cui collocarle, le riflessioni fatte a sconfitta compiuta, i dibattiti e le posizioni assunte in carcere».

Una premessa assai condivisibile.

Peccato che di tali racconti di ex militanti non si trovi traccia nelle oltre 270 pagine del volume. Né riconoscibili da nomi e cognomi (com’è stato sempre stile e peculiarità dei militanti di PL negli anni del carcere), né da qualsiasi altra caratterizzazione. Non vi è alcuna dichiarazione, racconto, testimonianza dall’interno, virgolettata o meno, sia pure difesa dall’anonimato (il che, in ogni caso, risulterebbe assai discutibile e inficiante), diversa da quelle riprese dai libri sopra citati e da qualche articolo di giornale.

Dunque, nulla di nuovo viene portato come contributo di conoscenza.

 

Una discutibile chiave di lettura

La vera – e unica – novità rispetto a quanto sinora è stato detto e scritto su PL e dintorni che caratterizza Mucchio selvaggio è la chiave di lettura proposta: l’esistenza di una PL prima maniera, legata e interna al movimento, e di una PL successiva: «la storia di Prima Linea in questo inizio ’80 è, in tutto per tutto, una semplice storia criminale che di politico ha ormai ben poco». Ed è forse qui che, viene da pensare, l’autore potrebbe aver ricevuto qualche anonima, e dunque vile, “consulenza” da un ex militante.

Ma anche questa teoria non è particolarmente originale: vi si sono cimentati a decine, con maggiore o minore serietà, gli autori di pubblicazioni sulle BR sulla scia aperta da uno dei fondatori della stessa organizzazione, vale a dire da Alberto Franceschini.

Negli stereotipi tradizionali – anch’essi spesso di matrice giornalistica –, infatti, oltre alla contrapposizione militarista/movimentista quanto alla linea politica, a quella ideologo/capo militare, quanto a funzioni e ruoli nell’organizzazione, ci siamo dovuti abituare anche a quella brigatismo della prima ora, estremista ma “pulito” e anche un po’ romantico (i Curcio e i Franceschini, appunto)/brigatismo della seconda generazione (i Moretti, i Senzani), cinico, con le mani sporche di sangue, feroce ed equivoco.

Ora questo schema Boraso tenta di estenderlo a PL. Non avendosi, a differenza delle BR, elementi fattuali per suggerire infiltrazioni o connubi di varia natura, si punta tutto sulla particolare ferocia con affermazioni insistite di questo tenore: «Quello che prende corpo dentro Prima Linea è un terribile vortice di pulsioni di morte, una ferocia che sembra ormai priva di scopi politici». Non a caso, segnalando il libro sulle pagine de “la Repubblica”, proprio su questo insiste la giornalista Silvana Mazzocchi, che chiude il suo pezzo definendo PL il «gruppo più feroce della galassia armata degli anni Settanta» (“la Repubblica”, 15 aprile 2006).

In base a quali ragionamenti ed elementi fattuali non è dato di sapere. Ma, del resto, ben più autorevolmente di Boraso, o della stessa Mazzocchi, in queste apodittiche considerazioni si cimenta volentieri uno scrittore di rango come Giorgio Bocca.

Come abbiamo già ricordato, in un’intervista al “Corriere della Sera” (21 aprile 2006) – in occasione dell’anniversario dell’uccisione del consigliere comunale del Movimento Sociale Italiano (MSI) Enrico Pedenovi, colpito a Milano nell’aprile 1976 da militanti della cosiddetta pre-Prima Linea –, l’anziano giornalista propone una lettura di questo tenore: «[Pedenovi] È stato vittima di pazzi criminali. Dopo i delitti sciavano al Sestriere».

Naturalmente, il giornalista intervistatore evita di chiedere dettagli che supportino siffatta affermazione, così come intervistato e intervistatore si guardano bene dal ricordare che due giorni prima dell’uccisione di Pedenovi era stato invece ammazzato per strada un giovane di sinistra, Gaetano Amoroso – rimosso dalle cronache, dalle ricorrenze e dalle lapidi; fu accoltellato a morte da parte di un gruppo di neofascisti, proveniente da una sede del MSI. Ricordarlo non giustifica ovviamente alcunché ma magari serve a ragguagliare i lettori sul clima dell’epoca.

Pur nel contesto di una intenzione demonizzante, in quell’intervista Bocca dice una cosa vera: «Dei terroristi si sapevano alcune cose. Che dalle Brigate Rosse arrivava comunque un flusso di informazione», insistendo poi nelle affermazioni affermazioni: «Mentre quelli di Prima Linea erano pazzi. Imprevedibili, stranissimi. Tra un omicidio e l’altro andavano a sciare al Sestriere. Con loro non c’era nessun rapporto».

Eppure, proprio da questa considerazione di Bocca (ma di tanti altri, specie a sinistra) si rivela la chiave del ragionamento: quelli delle BR erano riconoscibili come appartenenti alla cultura della Terza Internazionle, del comunismo reale e sovietico, nascevano (pur se a lungo non si è potuto dire e ancora si fa fatica a riconoscerlo) dalle stesse fila del PCI e del sindacato tradizionale, insomma alla propria stessa cultura. PL nasceva da un movimento extraparlamentare, dai nuovi fermenti sociali, dal precariato sociale e intellettuale, dagli studenti dell’incombente ’77: dunque da stigmatizzare come alieni, come pazzi criminali.

Boraso sceglie, forse non rendendosene appieno conto (giacché sul ’77 svolge invece una esposizione meno appiattita e banale), di portare il suo piccolo contributo a questo schema.

PL, in effetti, a differenza di altri, non coltivava l’arte equivoca di combattere di giorno e di frequentare giornalisti o salotti la sera; a differenza delle BR non rientrava nell’album di famiglia del comunismo ortodosso, del lenin-stalin-maozedong pensiero. Come il movimento di quella seconda metà degli anni Settanta era una “cosa strana”, accusata di volta in volta di “diciannovismo” o di “dilettantismo rivoluzionario”.

Semplicemente e invece, l’uno e l’altra, PL e movimento, soggetti distinti e intrecciati, dialoganti e culturalmente comunicanti, erano la manifestazione di un’eterna eresia che ha percorso sottotraccia il Novecento: quella che vede la rivoluzione non come presa del potere, come conflitto e sostituzione tra ceti dirigenti e partiti, ma come costruzione del contropotere dal basso, che cerca la sua legittimazione nella concretezza del sociale, non nell’eredità delle mummie del Cremlino.

Non comprendendolo, diventa più semplice evocare ferocia e pazzia.

Eppure, Boraso, sia pur di sfuggita, in un punto dà una chiave interpretativa meno superficiale, laddove accenna al fatto che «tutte le guerre offrono il peggio con l’approssimarsi della loro fine».

Non è dunque la follia o la ferocia di qualche militante a determinare l’avvitamento e la deriva, la nascita di una nuova e sanguinaria PL (delle 10 uccisioni premeditate operate da PL, peraltro, 5 sono avvenute tra il 1976 e il 1979) o di nuove e più truculente BR: è la verticalizzazione dello scontro, imposta dal sequestro e omicidio di Aldo Moro; è il contemporaneo e conseguente ritrarsi dei movimenti; è – anche, e non certo in misura secondaria – la scelta (o la reazione, se si preferisce) dello Stato di contrastare il fenomeno armato e sovversivo a suon di leggi d’emergenza, di carceri speciali e in qualche frangente di tortura o di azioni sbrigative come quella di via Fracchia a Genova, dove vennero uccisi quattro brigatisti e che molti giudicarono un’esecuzione.

Ad esempio, per Giorgio Bocca fu «lo Stato che diceva: “Ora in guerra ci siamo anche noi”. Un messaggio chiarissimo: “Adesso possiamo condurre la lotta senza prigionieri”». Lo scrittore – in passato decisamente più lucido nelle sue analisi sul fenomeno armato di quanto non appaia ora – riferisce che, dopo via Fracchia, intervistò il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: «Gli chiesi: “ai quattro brigatisti fu data la possibilità di arrendersi o furono uccisi subito?”. Non mi disse chiaramente che li avevano ammazzati ma il tono usato per parlare rivelava intransigenza, durezza. Per me, al di là delle parole, non andò come era stato raccontato nella versione ufficiale» (“Corriere mercantile”, 13 febbraio 2004). Giuliano Zincone, all’epoca direttore del quotidiano genovese “Il lavoro”, poi editorialista del “Corriere della sera”, ricorda: «Titolammo: “Non è una vittoria”. Sostenevo la teoria che lo Stato non dovesse rispondere sullo stesso piano dei terroristi. Una posizione che suscitò critiche pesanti all’interno di una certa sinistra, tra i nostri lettori. Non mancarono le polemiche» (“Corriere mercantile”, 13 febbraio 2004).

Ma, come spesso (e come, per la verità, anche noi eravamo usi a fare in quei tempi) prima ci si affeziona a una teoria, poi si cerca di tenerla in piedi in qualche modo.

Così Boraso cerca le pezze d’appoggio alla sua originale chiave di lettura.

Anche forzando i fatti, anche aderendo acriticamente alle versioni dei magistrati attorno ad alcuni episodi, certo odiosi, come l’omicidio di William Vaccher, un caposaldo nella proposta interpretativa dell’autore.

Vaccher era un giovane militante della rete di PL, ucciso dopo aver fornito ai magistrati (la cui versione – Vaccher non aveva collaborato – può essere letta come interessata, giacché a Vaccher non fu fornita la protezione che in casi di quel genere era invece consueta) informazioni sui compagni con cui era in contatto e, in particolare, sui responsabili dell’omicidio del giudice Alessandrini. Vaccher ne indica uno con il nome di Alberto, segnalando il quartiere dove abita. I magistrati dicono di non aver potuto risalire alla vera identità di “Alberto”.

Sarà.

Fatto sta che in quei giorni, dopo le rivelazioni di Vaccher e la sua scarcerazione, i servizi segreti si premurano di “soffiare” la notizia al quotidiano “L’Occhio” (diretto da Maurizio Costanzo, poi accusato di essere stato iscritto alla P2, così come i vertici dei carabinieri dell’intera divisione Pastrengo di Milano e non solo, i capi dei servizi stessi, qualche alto magistrato, industriali, giornalisti e non pochi politici), che la “spara in prima pagina”: «Individuato il killer di Alessandrini», con dettagli sulla zona di Milano in cui risiede e sul cane pastore tedesco con cui si accompagna e con l’effetto, certamente voluto, di mettere sull’avviso “Alberto”, vale a dire Marco Donat-Cattin, consentendogli così di sapere di essere stato individuato e di cambiare prudentemente casa e zona.

Queste cose Boraso avrebbe potuto saperle, appunto leggendo Miccia corta. Cose contestabili, certo, ma pur sempre basate su qualche robusto dato di fatto. E che andrebbero eventualmente analizzate e contrastate nel merito, non ignorate, se si vuole attribuire serietà di documentazione al proprio lavoro.

Ciò naturalmente, non muta la sostanza: ovvero che l’omicidio di Vaccher, visto a posteriori, è stato ingiusto, ignobile, se vogliamo anche feroce. Visto nell’attualità, risultava invece coerente con una logica di guerra, dentro la quale ci trovavamo avvitati e dalla quale risultava accecata e messa in mora la nostra umanità. In ogni caso, episodio del tutto diverso dalla mattanza cui le BR e le “brigate di campo” avevano dato il via dentro le carceri speciali nei confronti di militanti che, spesso sotto tortura, avevano fatto rivelazioni alla polizia, per poi ritrattarle al termine dei pestaggi (in particolare, l’uccisione di Giorgio Soldati a Cuneo e quella di Ennio di Rocco a Trani) o addirittura nei confronti di militanti sospettati di fragilità o di deviazione dalla linea (particolarmente indegna la vicenda contro il militante delle BR Paolo Sivieri, perseguitato dalle accuse di cedimento e dalle minacce dei suoi compagni, sino alla perdita della ragione e, una volta uscito, al suicidio). O di essere portatori di una proposta di fine della lotta armata: motivo per il quale chi scrive fu ripetutamente oggetto di aggressioni e tentativi di omicidio da parte di brigatisti nelle carceri speciali. La cultura del terrore e del sospetto portata avanti dalle BR nelle carceri speciali aveva un segno diverso dal solo “impazzimento” e imbarbarimento dovuto alla sconfitta incipiente. Perché era interna a una tattica di alleanza con i poteri mafiosi, in particolare con la nuova camorra di Raffaele Cutolo.

Boraso, nel suo argomentare, mette assieme l’omicidio Vaccher con queste vicende carcerarie. Ma anche questa appare una forzatura. Se il primo appartiene alla degenerazione fratricida, le seconde rimandano al cannibalismo e – tanto per cambiare – alle logiche di potere.

Ciò detto, rimane il fatto della tragicità di ogni uccisione, che è identica a ogni altra in quanto irreparabile. Scrivere di questa tragicità non dovrebbe comunque far venire meno un modo documentato di raccontare, con aderenza ai fatti e, possibilmente, senza accenti di questo genere: «Un commando di Prima Linea composto da tre persone uccide William in via Magliocco, a Milano, trucidandolo con 10 colpi di pistola più quello mortale alla testa. Tanto per essere sicuri che l’“infame” non possa fare più danni. […] Un “assassinio preventivo”, quello di William Vaccher. Una condanna a morte emessa non tanto per quello che la vittima aveva detto ai giudici quanto per ciò che avrebbe ancora potuto dire. Ma soprattutto Vaccher viene assassinato perché il messaggio dei leader possa arrivare forte e chiaro a tutti coloro intenzionati a imitarne la condotta».

Se quello della ferocia è tema ricorrente, non è tuttavia l’unico leit motiv del libro. Gli altri, intrecciati e conseguenti, sono quelli della follia e della non politicità, vale a dire di una lettura delle organizzazioni armate, e di PL in special modo, quali fenomeni di pura criminalità.

«Dopo gli assassini di Guido Rossa e Emilio Alessandrini […] comincia ad allargarsi la falla che farà della lotta armata, nei mesi a venire, un fenomeno ormai completamente estraneo a una società in via di rapidissima trasformazione. A questo processo […] contribuirà soprattutto, e in maniera decisiva, il volto sempre più sanguinario impresso alla lotta armata dai suoi protagonisti, capace di assumere in certi episodi dei primissimi anni Ottanta le sembianze di una vera e propria patologia criminale».

C’è stato, inavvertito, in questi anni un salto di qualità nell’interpretazione del complessivo fenomeno armato dell’Italia degli anni Settanta. Se all’epoca dei fatti, ma ancora lungo tutti gli anni Ottanta e parte dei Novanta, lo sforzo corale di esponenti politici e istituzionali, magistratura e intellettuali, il più delle volte vicini ai due partiti storici della Repubblica, vale a dire la DC e il PCI, era stato quello di negare la radice politica e sociale del fenomeno, ora si vuole accreditare decisamente una lettura della lotta armata come fenomeno psicopatologico. Una logica che ricorda da vicino l’Unione sovietica e l’abitudine di dichiarare pazzi i dissidenti e avversari politici, onde poterli internare nei manicomi e misconoscere l’identità.

A ben guardare, è l’evoluzione forse naturale di quel “sedicenti rossi”, che qualificava all’epoca le cronache dell’Unità. Fascisti mascherati o pazzi criminali. L’importante è negare identità e origini, scavare un profondo fossato tra sé e gli alieni, i figli di NN.

Che questa volgare griglia di lettura potesse appartenere al PCI dell’epoca ha qualche motivazione comprensibile. Nemmeno una riesce di trovarne scoprendola ora in un giovane autore. Che non esita a individuare connessioni “caratteriali” e culturali tra PL e NAR: «Non sono pochi [chi, ad esempio?, ndr] nemmeno quelli che in Prima Linea hanno visto qualcosa di assai vicino all’ideologia [sottolineatura nostra, ndr], al modo d’essere e alle pratiche combattenti del più irrazionale e spontaneista tra i gruppi dell’estremismo neofascista italiano: I Nuclei Armati Rivoluzionari dell’ex bambino prodigio Giusva Fioravanti, della sua compagna di vita Francesca Mambro e del fido amico Franco Anselmi. In entrambi i gruppi è la carica emotiva che domina l’azione militare, a scapito dell’elaborazione teorica. Se in Prima Linea l’elaborazione teorica è scarsa, nei NAR è del tutto assente».

Probabilmente Boraso, che cura il sito sulle Brigate Rosse, è abituato a riconoscere dignità teorica solo alle logorroiche Risoluzioni strategiche delle BR, in quanto dense di citazioni di Stalin e Lenin. Del resto, quella dello spontaneismo è la categoria tradizionalmente usata dalle BR nel criticare PL; in seguito, passeranno direttamente a quella del tradimento.

Ma ciò fa il paio con il “doppio binario” con cui vengono valutate, chissà perché, più feroci le azioni di PL.

Per confortare quest’immagine di accozzaglia folle e priva di progetto e cultura politica, da ultimo, Boraso arriva a sostenere: «Prima Linea conoscerà di qui a pochi mesi uno dei fenomeni più radicali ed estesi di collaborazionismo, capace di distruggere in poche settimane l’intera organizzazione. […] Anche il pentimento generalizzato, totale è parte integrante del DNA del “mucchio selvaggio”. Non fa molta differenza che si tratti di fare la rivoluzione o rinnegarla e tradirla». Anche qui Boraso echeggia uno dei luoghi comuni della campagna denigratoria che le BR portarono avanti nelle carceri contro PL. Un luogo comune, ma totalmente falso e non innocente: mirava, e mira, infatti, a nascondere e mistificare il fatto che il percorso politico e collettivo di dissociazione portato avanti da PL divenne invece, all’opposto, un freno al pentitismo, agendo sul piano politico e culturale, anziché su quello poliziesco.

Ne ebbero perfetta coscienza i magistrati patiti dell’emergenza e del sostanzialismo giuridico, che nel 1984 tentarono di ostacolare in ogni modo il percorso della dissociazione, anche attraverso un documento di indicazioni e richieste inviato segretamente ai vertici politici e istituzionali. Un’operazione che il quotidiano “il manifesto” del 26 maggio 1984 rivelò e denunciò con questo titolo: «La Loggia dei trentasei». Sottotitolo: «Il documento dei magistrati antiterrorismo tifosi di leggi speciali, pentiti e supercarceri». Sommario: «Il documento che qui pubblichiamo è straordinario. È, forse, il sintomo più clamoroso del cancro che fiorisce sul corpo della Prima Repubblica. È la prova che la P2 laureata esiste perché in tutte le istituzioni c’è una metastasi di P2 senza nome. Il caso è clamoroso. 36 magistrati che si arrogano il diritto di riunirsi periodicamente e inviare alle massime autorità dello Stato i loro “suggerimenti” sull’uso della giustizia. Tutto questo è già eversivo di per sé: stamani i carabinieri dovrebbero bussare alla porta di questi 36 supercittadini e il magistrato escluso dalla lobby dovrebbe chiedere conto e ragione di questa associazione».

Fallito quel tentativo, grazie al direttore generale delle carceri dell’epoca, Nicolò Amato, sostenuto dal Guardasigilli Mino Martinazzoli, alcuni di quei magistrati continuarono comunque a lungo nei loro ostracismi e rivalse, in una oggettiva ma perfetta coincidenza con gli attacchi della leadership brigatista nei confronti di PL e del movimento della dissociazione.

Fatto sta che di quei 78 “grandi collaboratori” su un totale di 389 pentiti (secondo le cifre proposte dal libro) quelli di PL si contano sulle dita di una mano.

La supponenza del libro è certo superiore alla sua precisione. In effetti, sono parecchie le imprecisioni, le incongruenze, gli errori, anche se quasi tutti veniali. Ad esempio:

Errori: Giannino Zibecchi è stato ucciso dalla jeep dei carabinieri nel 1975, non nel 1973. Tonino Micciché non era direttore di Lotta continua. Paolo Zambianchi proviene dal movimento emiliano e bolognese e non dalla Val di Susa. Renato Bandelli si chiama in realtà Bandoli. Il sottoscritto è stato arrestato nell’aprile 1976, non nel maggio 1977: può sembrare svista da poco, se non fosse che “il Golpe dei sergenti” e la rottura dell’area di Senza Tregua cui viene fatta risalire la nascita di PL e poi la prima azione firmata PL sono della fine 1976; avervi o meno avuto parte non è esattamente la stessa cosa. E sempre il sottoscritto è stato riarrestato nel gennaio 1983 non alla fine del 1982.

Incongruenze: A pag. 86, si riferisce dell’omicidio Pedenovi, avvenuto il 29 aprile 1976 a opera di «quelli che fonderanno Prima Linea»; ma a pagina 95 «il primo omicidio politico di PL» diventa quello del brigadiere Giuseppe Ciotta, avvenuto a Torino il 12 marzo 1977, «anche se rivendicato con sigla diversa», e lo stesso si ribadisce a pagina 113, precisando che, secondo le sentenze di condanna, l’esecutore materiale di Ciotta è lo stesso di Pedenovi.

Ma c’è anche qualche omissione: non si cita Giuliano Ferrara tra i promotori del questionario anonimo antiterrorismo promosso dal PCI torinese.

E potremmo andare avanti.

Nondimeno, il libro contiene alcune parti di ricostruzione più interessanti, pur se anche qui con più spunti discutibili. In particolare, l’ultimo e più breve capitolo dove l’autore parla nel percorso di dissociazione, di costituzione delle aree omogenee nelle carceri e di battaglia per la “soluzione politica” collettivamente promosso dai militanti di PL, dopo aver sciolto l’organizzazione. Si tratta di una pagina ancor meno indagata della complessiva e rimossa storia della lotta armata non brigatista, che tuttavia il libro si limita ad accennare. Altra parte meritoria del capitolo terminale è quella che ricostruisce le denunce e polemiche sulle torture subite da militanti arrestati a opera delle forze dell’ordine, altra pagina del tutto assente dal ragionamento pubblico retrospettivo su quegli anni.

Sarebbe tuttavia insufficiente per consigliare di comprare e leggere Mucchio selvaggio, scontando tutto quanto detto sopra. Il vero motivo per farlo è che non già l’analisi su PL, che abbiamo detto essere approssimativa, falsante e densa di stereotipi, ma quella del movimento del Settantasette, indubbiamente di maggiore interesse e correttezza.

Di questi tempi, non è poco. Accontentiamoci.

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