Sindacati

Primo sciopero generale contro il governo giallo-verde. Lo hanno indetto per oggi varie sigle del sindacalismo di base: Cub, Sgb, SiCobas e Usi. L’Usb invece ha manifesto sabato scorso sotto lo slogan «Nazionalizzare».
Ventiquattrore di astensione dal lavoro per tutte le categorie: sciopereranno i trasporti (ferroviario, locale e aereo), la scuola, i servizi, la sanità, le fabbriche, i magazzini e la pubblica amministrazione.
Non è prevista una manifestazione nazionale ma tante piazze da Nord a Sud con l’Sgb che punta su Torino (corte da Porta Nuova alle 9,30) e Taranto (raduno a piazzale Democrate alle ore 10) come manifestazioni di punta: gli scioperi si legheranno alla battaglia No Tav in Piemonte e al No all’accordo Ilva per la città che ospita l’acciaieria più grande d’Europa.
Manifestazioni sono comunque previste a Roma (piazza Montecitorio ore 9), Milano (largo Cairoli, ore 9,30), Firenze (largo Annigoni, ore 9,30), Catania (piazza Stesicoro, ore 9,30).
La piattaforma di appoggio allo sciopero prevede «l’abrogazione della legge Fornero e del jobs act, eliminare ogni forma di precarietà, aprire una stagione contrattuale all’insegna della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, diritto al lavoro e alla casa, fermare le fonti inquinanti dentro e fuori i luoghi di lavoro, respingere ogni tentativo di contrapporre lavoratori autoctoni ed immigrati».
«Ogni giorno tocchiamo con mano che senza una prospettiva di cambiamento radicale non nascono percorsi conflittuali e senza conflitto tra capitale e lavoro perdiamo dignità, salario, diritti – spiega Massimo Betti del Sgb – . Urge attivarci per far nascere un movimento contro privatizzazioni e le tanto grandi quanto inutili opere, quello che manca è un vero piano occupazionale per la messa in sicurezza del territorio nazionale, la difesa e rilancio del welfare universale, bisogna – continua Betti – ripristinare la democrazia sindacale nei luoghi di lavoro, quella democrazia che hanno distrutto per imporre l’innalzamento dell’età pensionabile e la libertà di licenziamento. Il nesso tra democrazia nella società e nei luoghi di lavoro, agibilità democratiche e sindacali, conflitto sociale e sindacale dovrebbe essere la condizione necessaria per il sindacato, per difendere la forza lavoro e dotarla degli strumenti necessari alla organizzazione di classe», conclude Betti.
Il Si Cobas appoggia anche la manifestazione nazionale «internazionalista» in favore dei migranti di domani a Roma con partenza alle 14 da piazza della Repubblica con gli studenti protagonisti.

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

Mettere in contatto le diverse realtà che si occupano di migranti per costruire una rete dell’accoglienza e della solidarietà. Ieri a Lamezia Terme (Cz) la Fiom ha tenuto l’iniziativa “Il Cammino della speranza, migranti: accoglienza, dignità, lavoro». Gli interventi di iscritti arrivati in Italia sui barconi, rappresentanti delle Ong, Mimmo Lucano, sindaco di Riace, di Marco Bertotto di Medici Senza Frontiere, di Valerio Cataldi, presidente Carta di Roma hanno portato all’idea di creare una rete fra sindacato e associazionismo. «Questa iniziativa nasce dall’appello dei migranti della Fiom, dopo il caso della nave Aquarius – dichiara Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil -. Abbiamo circa 40mila iscritti migranti. Vogliamo dare una risposta per contrastare disumanità e razzismo in preoccupante aumento. Abbiamo scelto di mettere in rete le diverse realtà che si occupano di migranti per una rete dell’accoglienza e della solidarietà. Il fascismo è nato proprio dall’idea che una razza è superiore ad un’altra. Il razzismo è presente anche nei luoghi di lavoro, è per questo che nelle Regioni del Nord stiamo organizzando diverse iniziative antifasciste e antirazziste. Dobbiamo sviluppare tutte le forme di lotta democratica per contrastare questa ondata di odio contro essere umani sfuggiti da povertà e guerre».

Quando fu eletto segretario generale il primo giugno del 2010 in pochi conoscevano Maurizio Landini. Certo, era segretario nazionale della Fiom, aveva seguito vertenze «rognose» come Electrolux, Piaggio, Indesit ma nessuno poteva prevedere come «l’uomo con la maglietta della salute» potesse diventare un punto di riferimento per la riconquista della dignità «di chi per vivere deve lavorare».

SCELTO DAL CONTERRANEO reggiano Gianni Rinaldini si propone in continuità nel periodo già lungo dei contratti separati. Proprio in quei giorni però sta per scoppiare la bomba Fiat, quella che segnerà tutta la segreteria Landini. Il «ricatto» di Marchionne parte da Pomigliano, la fabbrica napoletana che diventerà il simbolo della strategia del «manager col maglioncino». In cambio del lavoro e di un nuovo modello – la Panda – ai sindacati e ai lavoratori viene chiesto di rinunciare a buona parte dei diritti conquistati: diciotto turni, pause ridotte da 40 a 30 minuti, aumento dello straordinario obbligatorio e, «più «inaccettabile di tutto», la clausola di salvaguardia sugli scioperi che sanziona lavoratori e organizzazioni che dichiarano scioperi. Il tutto in deroga al contratto nazionale costruendone in pratica uno nuovo: il Contratto collettivo specifico di lavoro.

Landini va a Pomigliano e, nonostante le forti pressioni anche dentro la Cgil per «una firma tecnica», guida la protesta al «modello Marchionne» e la campagna sul No al referendum che si tiene il 22 giugno e il plebiscito voluto da Marchionne e dai sindacati firmatari (Fim, Uilm, Fismic, Ugl) si ferma al 63,4 per cento. Nonostante tutto il mondo politico si schieri per il Sì la Fiom da sola porta il No ad oltre il 36 per cento. Da lì parte la battaglia per i diritti che porta alla grande manifestazione di piazza San Giovanni a Roma del 16 ottobre con un milione di persone, la prima in cui sul palco salgono non solo sindacalisti e lavoratori ma Gino Strada di Emergency e il comitato per l’acqua pubblica inaugurando un modello innovativo di alleanza sociale che si allargherà a Libera di Don Ciotti, a Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsky.

SE SUL PIANO MEDIATICO è imbattibile e viene conteso da ogni talk show – da Santoro a Mediaset per finire a La7 perché come ha ricordato ieri Canio Calitri «la crediblità gli viene dal fatto che in tv dice le stesse cose che dice in fabbrica» – a livello organizzativo a Corso Trieste lascia molto a desiderare: accentratore e poco incline all’ascolto in molti territori l’organizzazione ha problemi non da poco.

Se la Fiom torna (o diventa) un punto di riferimento perfino per giovani, precari e disoccupati, Marchionne può sempre sostenere di aver vinto la sua guerra: a Mirafiori vince solo con il 54% (e fra gli operai perde) ma il suo modello si allarga e, “grazie” all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori abilmente utilizzato, caccia la Fiom e la Cgil dalle sue fabbriche: a livello aziendale solo i sindacati firmatari degli accordi possono essere rappresentati.

Le foto dei delegati di Mirafiori che fanno gli scatoloni e arrotolano le foto di Berlinguer e Trentin fanno il giro del mondo. Ma lì parte la «via giudiziaria» e la controffensiva della Fiom. Che rientra in fabbrica «con la Costituzione in mano» grazie alla sentenza della Consulta del 3 luglio del 2013 che sanziona come illegittima la norma ristabilendo la rappresentanza per il maggior sindacato italiano anche nelle fabbriche ormai diventate Fca con sede legale in Olanda e quotata a Londra e poi a New York.

A posteriori si può dunque sostenere che se Marchionne non ha chiuso fabbriche in Italia lo si deve in buona parte alla battaglia Fiom. E non certo all’azione sindacale sempre acritica degli altri sindacati.

Ridurre però i sette anni di Landini alla sola battaglia con Marchionne è riduttivo. L’autonomia e l’indipendenza dei metallurgici della Cgil in piena coerenza con la lezione di Claudio Sabattini sono state riconquistate grazie a proposte innovative come l’uso dei fondi pensione per investire in Italia, la battaglia per una industria verde, le tante vertenze (le manganellate prese con gli operai delle acciaierie di Terni) in cui si è riusciti a rilanciare aziende date per morte, l’alleanza coi precari, la democrazia (il voto dei lavoratori) come precondizione per qualsiasi accordo.

L’ERRORE PRINCIPALE che si imputa a Landini è la presto sotterrata “Coalizione sociale”. Forse lusingato dall’attenzione che media, professori, vip e tanti politici, lancia la manifestazione di piazza del Popolo il 28 marzo 2015 viene da molti (Il Fatto in testa) percepita come la nascita di un partito o come la disponibilità di Landini a sfidare Renzi. In realtà lo stesso Landini fissa un obiettivo molto più sindacale: «Riunire il mondo del lavoro».

Ma tutto finisce lì e il flop è fragoroso.

Da quel momento però Landini corregge la sua posizione, si concentra solo sul sindacato. L’obiettivo è di «riconquistare un contratto nazionale unitario» dopo gli ultimi due separati. La traversata del deserto è lunga e faticosa: parte con il ricostruire i rapporti con Fim e Uilm e passa per una lunghissima trattativa con Federmeccanica. I compromessi accettati sono molti e duri da digerire: il welfare aziendale come quasi unica voce di aumento salariale, lo spazio lasciato al contratto aziendale di secondo livello. Ma l’obiettivo viene raggiunto. A questo punto Landini considera «conclusa una fase». E decide che è «venuto il momento di provare a cambiare la Cgil». Di certo la sfida maggiore delle non poche che ha già affrontato.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

Il Primo maggio i sindacati confederali lo festeggeranno a Portella della Ginestra, luogo della strage contro il movimento contadino che voleva la distribuzione delle terre e la riforma agraria nel 1947. «La parola d’ordine è lavoro – ha detto ieri a Palermo la segretaria Cgil Susanna Camusso – Lavoro come necessità, lavoro che manca, lavoro di qualità, lavoro come risposta ai giovani, altrimenti costretti a fare le valigie». «La questione meridionale è ancora la questione nazionale – ha aggiunto la segretaria della Cisl Anna Maria Furlan – in Italia ci sono più di tre milioni di disoccupati, il lavoro dei giovani e la sua sicurezza sono ancora da conquistare».

Al mattino, dalle 9 alle 11, è previsto in corso Venezia a Milano il corteo sindacale che terminerà in piazza Scala. Al pomeriggio, sempre nel capoluogo lombardo, tornerà la May Day ribattezzata «orgoglio della classe precaria». Studenti, precari, migranti e lavoratori sono invitati a sfilare da piazza XXIV maggio «contro la devastazione delle politiche sociali, il furto della ricchezza e dei beni comuni, l’annullamento della città pubblica». In contemporanea, a Roma, in piazza San Giovanni, inizierà il tradizionale Concertone promosso da Cgil, Cisl e Uil.

Mobilitata anche l’unione sindacale di base con due manifestazioni in Puglia e in Calabria. Dalle 10 è prevista la «marcia dei braccianti» contro il caporalato e le agro-mafie dalle campagne di Rignano Garganico a San Severo in provincia di Foggia. Manifestazione alle 9,30 a Reggio Calabria da ponte Calopinace a Piazza Italia. Parteciperanno le associazioni antirazziste, laiche e religiose che protestano contro il decreto Minniti-Orlando che criminalizza «migranti, profughi e lotte sociali» usando lo strumento della «sicurezza» e del «decoro urbano».

Quest’anno le celebrazioni della festa dei lavoratori e delle lavoratrici giunge al termine della breve, e fallimentare, stagione renziana delle «riforme» del lavoro. L’osservatorio sul precariato dell’Inps ha confermato che l’abolizione dell’art. 18 e la fine degli sgravi pubblici alle imprese hanno causato l’aumento dei licenziamenti disciplinari e un nuovo crollo dei contratti a tempo indeterminato per i neo-assunti sovvenzionati dallo stato. La chiara percezione del fallimento dei propositi renziani, oltre che dell’uso strumentale della legislazione per moltiplicare il precariato, è stato registrato dal sondaggio Demos-coop, pubblicato ieri su Repubblica. Per la prima volta, a domanda precisa, 7 interpellati su 10 si sono detti d’accordo sul «ripristino dell’articolo 18». La norma abolita da Renzi e dal Pd per tutti i neo-assunti con il Jobs Act dal 7 marzo 2015 in poi. La Cgil aveva raccolto le firme per un referendum anche su questo, ma il quesito è stato bocciato dalla Corte Costituzionale, mentre le norme sui voucher sono state cassate dal governo Gentiloni per evitare un nuovo referendum sgradito a Renzi che alla vigilia del primo maggio sarà incoronato di nuovo segretario del partito neo-liberista di massa, il Pd.

«Sono anni che combattiamo contro una logica sbagliata delle leggi sul mercato del lavoro, quella di ridurre le tutele come se questo determinasse chissà quali impetuose crescite, mentre i dati sono davanti a tutti», ha detto ancora Camusso. «Ridurre le tutele non ha generato occupazione e forme di sviluppo, ma ha alimentato precarietà e forme di sommersione e di competizione al ribasso tra le condizioni contrattuali che sono tra le ragioni della difficoltà del nostro Paese, della crisi che continua».

La Cgil continuerà la sua battaglia per la «Carta dei diritti universali» sabato 6 maggio a Roma alle 14 in piazza San Giovanni Bosco, nel quartiere Tuscolano-Don Bosco. La manifestazione chiederà di approvare il «nuovo statuto del lavoro». Il documento, elaborato da una squadra di giuristi e sottoscritto con i quesiti sui referendum da milioni di persone, contiene anche l’alternativa ai voucher. «Il lavoro occasionale, come proponiamo negli articoli 80 e 81 della Carta – ha detto Tania Scacchetti, segretaria confederale – può essere un utile strumento, ma deve avere diritti, limiti nella possibilità di utilizzo, e va riconosciuto come lavoro subordinato».

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 Vertenze sindacali e sociali legate nell’opposizione contro il governo del Jobs Act e della «Buona Scuola». Alle 14 da Piazza San Giovanni, ribattezza alla memoria di Abd Elsalam l’operaio morto a Piacenza, parte il corteo per il “No sociale” al referendum costituzionale del 4 dicembre

Un milione e trecentomila lavoratori del pubblico e del privato hanno aderito allo sciopero generale proclamato ieri dai sindacati di base Unione sindacale di Base (Usb), Adl Cobas, Si Cobas, Unicobas, Usi, Cub Trasporti Lazio. È la valutazione di Usb alla luce di un’ampia adesione alla mobilitazione contro la legge di bilancio, il Jobs Act e per il «No sociale» al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Vertenze sindacali e questioni sociali intrecciate con una parte della sinistra politica (tra le sigle, Rifondazione e Altra Europa) che oggi saranno in piazza a Roma al «No Renzi Day». Il settore dove si è registrata l’adesione più alta è stato quello dei trasporti: in media il 60% con picchi del 90% del personale di Roma Tpl, e forti rallentamenti nella rete del trasporto urbano e della metro. In campania fermo il servizio urbano flegreo, a Bologna stop del 70% di quello su gomma. Voli cancellati negli aeroporti di Roma, Pisa, Napoli e Milano. All’Inps ha aderito allo sciopero il 21,5% del personale. Giornata al di là delle aspettative nella logistica dove Si Cobas e Adl Cobas hanno firmato da pochi giorni un importante un accordo nazionale con i principali corrieri italiani: Sda, Tnt e Bartolini in testa. Tra l’altro prevede una «clausola sociale»: l’obbligo di riassumere i lavoratori in caso di cambio di appalto.

I BLOCCHI DEI MAGAZZINI in Veneto, Emilia Romagna, Torino e Roma e degli interporti (Padova, Carpiano, Bologna e Nola) sono iniziati prima dell’alba. Ai mercati generali di Torino, un centinaio di facchini del Si Cobas ha bloccato per diverse ore gli ingressi. Le forze dell’ordine li hanno sgomberati con lacrimogeni e cariche di alleggerimento. Nella cintura padovana dove diversi magazzini della grande distribuzione alimentare sono stati fermati. All’interporto di Padova il blocco di Adl Cobas è durato dalle otto del mattino alle tre del pomeriggio. Mobilitazioni a Modena, Bologna e Parma dove ai cancelli dei magazzini i lavoratori hanno chiesto il rinnovo del contratto nazionale.

«Siamo riusciti a intrecciare le vertenze di settore, l’opposizione al Jobs Act che ha liberalizzato i licenziamenti e il No al referendum – sostiene Gianni Boetto (Adl Cobas) – La battaglia del “No” rischia altrimenti di essere poco significativa se non viene sostenuta da movimenti che sono significativi per le trasformazioni della costituzione materiale e non solo di quella formale. Il movimento è debole, ma percorsi come quelli di ieri sono reali tra i lavoratori e possono estendersi ad altri soggetti sociali con i quali è fondamentale interagire». Aldo Milani del Si Cobas, è stato impegnato per ore in un picchetto all’Interporto di Carpiano (Milano) con 450 lavoratori. «Non era facile portare a scioperare i lavoratori anche su questioni generali come il No al referendum – afferma – Abbiamo messo in campo una forza nella logistica, ora il nostro obiettivo è andare oltre e porci un allargamento del sindacato a livello generale. Di solito c’è concorrenza tra i sindacati, oggi è fondamentale battere i padroni, non è importante aderire all’uno o all’altro. Dobbiamo accumulare forza».

LO SCIOPERO GENERALE è stato interpretato come blocco dei flussi della logistica e di quelli delle metropoli. Si sono mobilitati gli studenti contro la «Buona Scuola» a Palermo in una protesta battezzata «Blocchiamo tutto Day», gli operai della Piaggio hanno occupato i binari alla stazione di Pontedera, a Napoli il corteo si è concluso a Palazzo Santa Lucia. I movimenti per la casa hanno manifestato in Campidoglio contro sfratti e sgomberi e l’immobilità della sindaca Raggi: «Una giunta di fantasmi» diceva uno striscione. Al mattino presidi al Miur (Unicobas) e al Mef con i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario presenti anche in un sit-in all’Inps di Padova. «È stato il ritorno allo sciopero politico – sostiene Fabrizio Tomaselli, esecutivo Usb –In Italia esiste un fronte del lavoro che manifesta oltre le rivendicazioni sociali e sindacali». Renzi ha definito i cortei un «boomerang» per i disagi alla circolazione del traffico. «Ha cercato di screditare questo sciopero – risponde Tomaselli – ma migliaia di lavoratori oggi non si fanno ingannare dalle sue politiche di bonus e mancette».

NO RENZI DAY, OGGI IN CORTEO A ROMA Alle 14 partirà da piazza San Giovanni a Roma il corteo «No Renzi Day» che si concluderà a piazza Campo de Fiori. Per l’occasione la storica piazza è stata ribattezzata alla memoria di Abd Elsalam, il lavoratore egiziano e sindacalista Usb ucciso il 14 settembre a Piacenza durante una protesta dei lavoratori della logistica. Il corteo è stato promosso da numerose sigle politiche, sindacali e sociali, tra cui: Usb, Unicobas, Usi, Cub trasporti Lazio, Eurostop, Movimento No Tav, Forum Diritti Lavoro, Contropiano, Csoa Corto Circuito, Conup, partito Comunista italiano, partito della Rifondazione comunista, L’Altra Europa con Tsipras, partito Comunista dei Lavoratori, Sinistra per Roma.

Un appello è stato sottoscritto da Luigi De Magistris, Stefano Fassina, Paolo Maddalena, Ferdinando Imposimato, Moni Ovadia, Eleonora Forenza, Lidia Menapace, Luciano Vasapollo, Valerio Evangelisti. Stamattina proseguirà l’«accampada» in piazza San Giovanni dove dalle 11 si svolgerà un’assemblea con lavoratori dell’agricoltura e della logistica.

«Il no al referendum costituzionale è fondamentale perché la manomissione della Costituzione sarebbe un ulteriore strumento per distruggere i diritti dei lavoratori, dando più potere all’esecutivo» sostiene il segretario del Prc Paolo Ferrero.

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Piazza San Giovanni sarà dedicata a Abd Elsalam, il lavoratore egiziano e sindacalista Usb ucciso da un tir a Piacenza

Trasformare il «No» al referendum costituzionale del 4 dicembre in un «No sociale» contro le politiche del governo Renzi sul lavoro, la scuola e le grandi opere. Domani è il giorno dello sciopero generale convocato dai sindacati di base nella pubblica amministrazione e nei trasporti locali, nella sanità, nella logistica. Sabato a Roma, alle 14, partirà il corteo del «No Renzi Day» da Piazza San Giovanni.


Piazza San Giovanni dedicata a Abd Elsalam

In questa occasione la storica piazza delle manifestazioni della sinistra sarà ribattezzata alla memoria di Abd Elsalam, il lavoratore egiziano e sindacalista di base dell’Usb ucciso a Piacenza nel corso di un presidio sindacale il 14 settembre scorso. Da venerdì a sabato ci sarà un’«acampada» durante la quale si svolgeranno dibattiti sul referendum e il Jobs Act. Alla sera di venerdì è previsto un concerto con la Banda Bassotti e gli Assalti Frontali. Molto articolata si presenta la giornata dello sciopero generale con manifestazioni e sit-in davanti alle prefetture da Milano a Catania. Annunciato per venerdì alle 10 anche un presidio di Unicobas al ministero dell’Istruzione in Viale Trastevere a Roma contro la “Buona scuola”. Sempre venerdì, alle 11, ci sarà una manifestazione al Ministero dell’Economia di Via XX Settembre.

Le forze in campo

Ampio l’arco di forze sindacali, politiche e sociali che hanno convocato la mobilitazione: c’è il mondo dei sindacati di base, a cominciare dall’Unione Sindacale di Base (Usb). Alla piattaforma per l’occupazione, la democrazia sindacale, il rinnovo del contratto dei lavoratori pubblici e contro le politiche di Renzi e dell’Ue, la legge Bossi-Fini hanno aderito Unicobas, Usi e Cub trasporti del Lazio. In un comunicato Si Cobas e Adl Cobas auspicano la ricomposizione delle vertenze sociali e sindacali nei territori e nella logistica invitano alla mobilitazione facchini, drivers e autisti. Al «No Renzi Day» hanno aderito tra gli altri alcuni comitati per il «No» al referendum, il Movimento No Tav della Val di Susa e il Forum italiano dei movimenti per l’Acqua, Attac Italia, Sinistra No Euro, gli avvocati di M.g.a. Ci saranno Rifondazione Comunista e L’Altra Europa, il partito comunista italiano, Sinistra per Roma, la Rete dei Comunisti. L’appello di convocazione della manifestazione è stato firmato anche dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Tra le numerose iniziative da segnalare la campagna contro i voucher lanciata dalle Camere del lavoro precario e autonomo di Roma, Padova e Napoli.

Un “No sociale”

Due sono le novità di questa due giorni di mobilitazione: i sindacati di base scioperano e scendono insieme in piazza; con loro ci sarà una parte della sinistra politica. La mobilitazione intende affermare – con numeri che gli organizzatori si aspettano alti – che il «No» al referendum «non è solo materia per costituzionalisti ma è l’espressione dell’opposizione alle politiche renziane» sostiene Giorgio Cremaschi. C’è anche il nodo dei rapporti critici con i sindacati confederali, a cominciare dalla Cgil che ha approvato un documento per il «No», preferendo non aderire a nessun comitato, né organizzare manifestazioni sul tema. «Trovo una follia avere firmato un protocollo sulle pensioni che contiene una misura come l’Ape, la pensione con il mutuo – aggiunge Cremaschi – probabilmente non aderirà nessuno, per fortuna». «In altri tempi – sostiene Fabrizio Tomaselli, esecutivo Usb – avrebbero fatto fuoco e fiamme contro una legge di bilancio che regala 20 miliardi su 27 ad aziende e banche. Per noi lo sciopero sindacale è immediatamente politico. Il “No sociale” sarà la novità dell’autunno».

Il prossimo appuntamento in agenda dovrebbe essere quello del 27 novembre quando a Roma sarà convocata un’altra manifestazione nazionale. Nel mezzo è stata annunciata una «mobilitazione popolare e diffusa» contro il «Renzi Day» del 29 ottobre, quando è prevista a Roma una manifestazione per il «Sì» al referendum.

Per i promotori del coordinamento la prospettiva del «No sociale» è sconfiggere Renzi e chiudere l’esperienza del suo governo, indipendentemente da quello che accadrà dopo: governi tecnici, di unità nazionale. Sempre che Renzi si dimetta dopo l’eventuale sconfitta. «Uno schieramento così ampio a difesa della Costituzione è un fatto positivo. Lo sarà ancora di più il fatto che il popolo tornerà ad esprimersi. La vittoria del No – sostiene il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero – sarà un ceffone a tutti i poteri forti che stanno appoggiando Renzi: da Obama a Jp Morgan». Per Roberto Musacchio (Altra Europa) «il No sarà una risposta all’impegno del partito socialista europeo che fa campagna per il Sì».

Ricorso contro la Rai

Usb, Unicobas e Usi hanno fatto ricorso all’Agcom, al Garante degli scioperi e alla Vigilanza Rai contro la «cappa di silenzio» che ha cancellato lo sciopero generale dall’informazione pubblica, in contrasto con le leggi che obbligano la Rai a darne notizia almeno cinque giorni prima. A causa dell’adesione di Usb Lavoro privato allo sciopero la Rai si è limitata a comunicare che potrebbero esserci modifiche alla normale programmazione.

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Da Milano a Bari, pas­sando dallo «spea­kers’ cor­ner» in piazza Mon­te­ci­to­rio a Roma. Nelle ore fre­ne­ti­che dell’approvazione del Ddl scuola alla Camera un intero paese è in ebol­li­zione. A Bari diverse cen­ti­naia di inse­gnanti e per­so­nale sco­la­stico hanno ade­rito al flash mob indetto dai sin­da­cati della scuola Flc Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals Conf­sal, Gilda Unams. Hanno mani­fe­stato sven­to­lando libri e copren­dosi la bocca con un bava­glio o un fou­lard. Segno che ai docenti que­sto governo ha tolto la parola. Un sit-in uni­ta­rio si è svolto in piazza Pre­fet­tura, men­tre una dele­ga­zione com­po­sta dai segre­tari pro­vin­ciali dei sin­da­cati ha incon­trato il sin­daco del capo­luogo pugliese Anto­nio Decaro e il vice­pre­fetto vica­rio Bia­gio De Girolamo.

A Milano un altro flash mob, molto coreo­gra­fico, durante il quale i mani­fe­stanti hanno aperto decine di ombrelli colo­rati e car­telli: «Non farti pio­vere addosso la buona scuola, apri anche tu l’ombrello» c’era scritto. I docenti hanno cal­zato nasi rossi da clown e aperto lo stri­scione «La buona scuola fa ridere» e «Una risata vi sep­pel­lirà». «Il par­la­mento è lon­tano anni luce dalla realtà della scuola, e con­ti­nua a grande velo­cità a appro­vare norme. La Camera darà il voto finale, ma noi andremo avanti a lot­tare». I rap­pre­sen­tanti sin­da­cali sono stati rice­vuti dal Pre­fetto di Milano Fran­ce­sco Tronca. Un cor­teo ha sfi­lato verso piazza della Scala. L’usb ha rea­liz­zato un altro flash mob, pro­ta­go­ni­sti Don Chi­sciotte e San­cho Panza. Inter­pre­tati da un docente e un sin­da­ca­li­sta, i due per­so­naggi di Cer­van­tes sono arri­vati in sella a due asi­nelli e gire­ranno tra le «mulat­tiere» di Milano per spie­gare ai cit­ta­dini «come il governo Renzi intende distrug­gere la scuola pubblica».

A Roma il tra­di­zio­nale angolo di piazza Mon­tec­i­to­rio ieri era stra­colmo . Dopo le 16 un migliaio di docenti, per­so­nale sco­la­stico e stu­denti lo hanno riem­pito. Il colpo d’occhio era inso­lito. C’erano pra­ti­ca­mente tutte le ban­diere dei sin­da­cati della scuola, di solito divisi e tra loro con­cor­renti. Grande è la deter­mi­na­zione a pro­se­guire una mobi­li­ta­zione che cre­sce man mano che il governo velo­cizza i tempi della discus­sione par­la­men­tare. L’appuntamento è oggi alle nove nella stessa piazza. Le mag­giori sigle sin­da­cali, in maniera uni­ta­ria, hanno indetto un’assemblea di tre ore in tutta la pro­vin­cia di Roma. I sin­da­ca­li­sti pre­ve­dono una discreta affluenza. Ieri alla pro­te­sta vivace come gli slo­gan («Viva la buona scuola, abbasso la brutta riforma di Renzi») si sono uniti anche i par­la­men­tari dei Cin­que Stelle, di Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà e di chi nel Pd non con­di­vide ormai la riforma di Renzi. Forte anche la pre­senza degli stu­denti che, con l’Uds non esclude l’adesione ad una mani­fe­sta­zione nazio­nale all’inizio di giu­gno, pro­ba­bil­mente sabato 6, men­tre i Cobas di Ber­noc­chi pro­pon­gono dome­nica 7, in cor­ri­spon­denza dell’approdo del Ddl in aula al Senato. Sul tavolo c’è anche lo scio­pero degli scru­tini. Una realtà ormai per i Cobas e l’Unicobas che lo hanno indetto, su base regio­nale, dall’8 al 18 giugno.

Un’eventualità non esclusa da Dome­nico Pan­ta­leo, segre­ta­rio della Flc Cgil ieri a Mon­te­ci­to­rio. Nel suo inter­vento Ber­noc­chi ha incal­zato i sin­da­cati mag­giori a pro­ce­dere verso una pro­te­sta «legit­tima». In man­canza di aper­ture ormai impre­ve­di­bili da parte del governo, la Flc-Cgil indirà lo scio­pero. Anche la Gilda è dispo­ni­bile. Oggi sono pre­vi­sti gli ese­cu­tivi nazio­nali dei sin­da­cati, ha spie­gato il respon­sa­bile della Uil Scuola Lazio, Save­rio Pan­tuso e si deci­derà quali azioni met­tere in atto.

Mani colo­rate di ver­nice, stri­scioni, pen­tole con­tro un cor­done di cele­rini schie­rati ieri per pro­teg­gere l’entrata della sede nazio­nale del Par­tito Demo­cra­tico di Sant’Andrea delle Fratte a Roma, il «Naza­reno». « Scuola e demo­cra­zia sono nelle nostre mani», si è letto sul grande stri­scione espo­sto dagli stu­denti incon­te­ni­bili. Men­tre cen­to­mila per­sone sfi­la­vano verso piazza del Popolo, ieri in cen­ti­naia hanno lasciato le loro impronte sull’asfalto più noto della poli­tica ita­liana, e anche sugli scudi schie­rati dal cor­done della poli­zia. «È stata un’azione paci­fica — ha spie­gato la Rete della Cono­scenza — le mani spor­che di ver­nice vole­vano testi­mo­niare quanto la scuola e anche la demo­cra­zia siano attac­cate dalle poli­ti­che sulla scuola o sul lavoro di que­sto governo». Una dele­ga­zione stu­den­te­sca è stata rice­vuta dal pre­si­dente Pd mat­teo Orfini. Orfini ha detto agli stu­denti che sul con­te­stato Ddl Renzi-Giannini «il con­fronto è aperto» e che il Ddl «può essere cam­biato». «È un’apertura tar­diva al con­fronto e non un’apertura al cam­bia­mento radi­cale riven­di­cato dalle piazze dello scio­pero da parte del Pd» ha rispo­sto Danilo Lam­pis (Uds). Gli stu­denti chie­dono «il blocco del ddl sulla Buona scuola, un decreto urgente sulle assun­zioni e la ria­per­tura di un dibat­tito vero» mai avve­nuto dal 3 set­tem­bre 2014 — giorno della pre­sen­ta­zione della cosid­detta «Buona Scuola». Le pro­te­ste con­tro la riforma Renzi-Giannini-Pd pro­se­gui­ranno il 12 mag­gio quando sono pre­vi­sti i quiz Invalsi alle scuole supe­riori: «Sono l’espressione di un modello di gestione auto­ri­ta­rio, anti­de­mo­cra­tico e asso­lu­ta­mente non par­te­ci­pato». Nel giorno dello scio­pero gene­rale ieri hanno mani­fe­stato 80 mila stu­denti in tutto il paese.

Dalle 10,30 a piazza Santi Apo­stoli di Roma le rap­pre­sen­tanze sin­da­cali uni­ta­rie (Rsu) della scuola, ade­renti a Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals e Gilda, mani­fe­ste­ranno con­tro la «Buona Scuola» di Renzi. Il Ddl è stato defi­nito «rivo­lu­zio­na­rio» dal sot­to­se­gre­ta­rio all’Istruzione Faraone (Pd). In un certo senso ha ragione. Il prov­ve­di­mento in discus­sione alla Camera, e da appro­vare molto in fretta per il governo, rea­lizza il vec­chio sogno ber­lu­sco­niano del «pre­side mana­ger» che ha il potere di chia­mata diretta sui 100.701 docenti pre­cari assunti il pros­simo set­tem­bre. E avrà anche il potere di aumen­tar­gli lo stipendio.

L’ossessione diri­gi­sta e azien­da­li­sta pre­sente nel Ddl esprime la voca­zione di tutte le riforme della scuola dal 2000 quando al governo c’era il centro-sinistra. Le Rsu chie­dono pro­fonde modi­fi­che al Ddl in nome degli 810 mila lavo­ra­tori della scuola (oltre l’80% della cate­go­ria) che le hanno elette. «Noi siamo la vera scuola» sosten­gono. Il corpo vivo che poi dovrà subire le con­se­guenze del gar­bu­glio inco­sti­tu­zio­nale con il quale il governo Renzi sta ricat­tando l’intero par­la­mento. Nel det­ta­glio le Rsu cri­ti­cano il modello che Faraone ritiene «rivo­lu­zio­na­rio». Più chia­ra­mente: l’oggetto della con­tesa è la gestione auto­ri­ta­ria degli isti­tuti, come del per­so­nale docente e ammi­ni­stra­tivo, che l’esecutivo intende rafforzare.

«Sono stra­volti i prin­cipi di un’autonomia fon­data sulla col­le­gia­lità, la coo­pe­ra­zione e la con­di­vi­sione» sosten­gono i sin­da­cati che sono favo­re­voli «a un piano di assun­zioni che assi­curi la sta­bi­lità del lavoro per tutto il per­so­nale docente e Ata impie­gato da anni pre­ca­ria­mente». Resta da capire se le annun­cia­tis­sime assun­zioni di un terzo dei docenti pre­cari nella scuola (ma non di quelli Ata) saranno coe­renti con il con­tratto nazio­nale della cate­go­ria, oltre che del det­tato costi­tu­zio­nale. Da quanto si legge invece nella bozza del Ddl in discus­sione sem­bra pro­prio di no: i docenti ver­ranno iscritti ad albi da cui i pre­sidi nomi­ne­ranno i loro pre­fe­riti e saranno trat­tati da lavo­ra­tori sta­gio­nali e come «tap­pa­bu­chi» per le sup­plenze (all’incirca la metà degli assunti). I sin­da­cati chie­dono anche «forti inve­sti­menti». La rispo­sta di Faraone: «Ascol­te­remo tutti. È nor­male che ci siano dei con­ser­va­to­ri­smi e delle diffidenze».

Nella neo­lin­gua ren­ziana «con­ser­va­tore» signi­fica difen­dere la costi­tu­zione e il diritto del lavoro. Scene già viste. Ai sin­da­cati toc­che­rebbe pro­vare a inno­vare que­sto spar­tito. A soste­nere la mani­fe­sta­zione ci sarà Susanna Camusso, segre­ta­ria Cgil, che dice «no all’idea di una scuola come pri­vi­le­gio» e i par­la­men­tari di Sel che ieri hanno espresso le loro pre­oc­cu­pa­zioni sull’iter del Ddl alla pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini: «Un per­corso a tappe for­zate che umi­lia il Par­la­mento e un set­tore impor­tan­tis­simo per il nostro Paese».

ROMA . Prenderà forma entro la fine di maggio la Coalizione sociale. Prima verrà stilata quella che Maurizio Landini chiama la Carta d’identità del movimento, con i valori di riferimento e gli obiettivi da perseguire; poi sarà creato una sorta di Coordinamento dell’alleanza con gli esponenti delle associazioni promotrici. E nel Coordinamento non sarà comunque Landini a rappresentare la Fiom, per evitare le polemiche sul suo doppio ruolo. Questa struttura di governo sarà poi replicata nei vari territori. Un’organizzazione leggera, ma pur sempre un’organizzazione.
«La vera novità — dice il leader dei metalmeccanici della Cgil — è proprio questa: noi partiremo dai territori dove c’è una maggiore domanda di coalizione». Spiega: «Può non esserci il sindacato nelle lotte per la casa? Può non essere accanto ai medici di Emergency che in Italia, non in Africa, hanno messo in piedi strutture per l’assistenza sanitaria gratuita a favore delle persone più bisognose? Se non pensiamo di rappresentare questa socialità cosa pensiamo di rappresentare? ». È questo il nuovo sindacato (o il vecchio, perché è quasi un ritorno alle origini) che ha in mente Landini.
Dunque è su un doppio binario che si muove il leader di fatto della Coalizione sociale: aggregare le associazioni intorno a un progetto politico, attento soprattutto alle aree di maggiore disagio sociale, alternativo oggi al programma del governo Renzi; riformare il sindacato fino a puntare alla scalata della stessa Cgil. Progetto «ambiguo», secondo Cesare Damiano, ex metalmeccanico, esponente delle minoranze del Pd che anche su Landini si sono divise. Perché, per esempio, Stefano Fassina in piazza sabato ci è andato e che ieri è tornato a sostenere «che molti iscritti e militanti hanno mollato il Pd e hanno manifestato con la Fiom». Resta il fatto che Landini continua a ripetere che non ha mai pensato alla formazione di un altro partito o partitino della sinistra. Sembra un progetto più complesso il suo, e forse anche più complicato. In attesa che si cominci a concretizzare nei prossimi due mesi, Landini, non a caso, continua ad alzare il tono dello scontro con Renzi. Ieri, a margine di un convegno a Medicina nel bolognese, ha spiegato perché sulle politiche del lavoro considera Renzi peggiore di Berlusconi. «Berlusconi — ha detto — si è confrontato, ha avuto scontri e anche accordi: qui siamo di fronte ad un governo che sta rifiutando di confrontarsi con i sindacati e che ha addirittura cancellato l’articolo 18 e rende possibili i licenziamenti. Quello che sta facendo il governo Renzi non era mai successo nella storia del nostro Paese: si mettono in discussione principi della Costituzione, con una regressione pericolosa e grave». In questa interpretazione dell’azione di un governo definita «padronale» ci sarebbe proprio la spinta ulteriore all’aggregazione sociale.
Dopo Pasqua ci sarà il secondo appuntamento delle associazioni che porterà a definire appunto la Carta d’identità. Accanto ai movimenti sociali, Landini dice che c’è un forte interesse da parte delle organizzazioni del lavoro autonomo: giovani avvocati, i farmacisti delle para-farmacie, addirittura i notai. Si mescolerebbero così i lavori senza più le barriere, anche culturali e ideologiche, tra lavoro subordinato e lavoro autonomo. Anche questa è una novità per la Fiom, sindacato degli impiegati e degli operai metalmeccanici. Scrive significativamente sul sito della Fiom Gabriele Polo, oggi spin doctor di Landini dopo essere stato per anni il direttore del Manifesto: «I metalmeccanici della Fiom di manifestazioni ne hanno fatte tante, ma non ne avevano mai fatta una confederale, così intenzionata a rappresentare e contrattare tutte le forme del lavoro e, persino, tutti gli aspetti della vita sociale; coalizzando ciò che è frammentato, cercando gli elementi e i punti di vista comuni per costruire “un mondo”». È l’ammissione di una Fiom che ha deciso di scavalcare la Cgil, di farsi confederazione, di diventare Unions, come recitava lo slogan della manifestazione di sabato. Un altro sindacato, appunto. Una sfida per Landini. Però «se la sua coalizione sociale — sostiene Giuseppe Berta, bocconiano, storico dell’industria — non produrrà risultati in un certo periodo di tempo, il tentativo di prendere la guida dalla Cgil minaccia di andare a vuoto». E questo è il doppio rischio di Landini.

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