Storie

Ha creato giornali che vendevano molto senza ricavarne una lira. Ha inseguito le rivoluzioni per mezzo mondo arrivando sempre troppo presto o troppo tardi, dialogando con governi e opposizioni, creando scompiglio con le sue imprese goliardiche e infine scappando in modo avventuroso. A Cuba si è permesso di smentire chi diceva che Castro era sempre stato marxista-leninista, in Portogallo a Otelo Saraiva del Carvalho, uno dei principali leader della Rivoluzione dei Garofani, ha cercato inutilmente di spiegare che «a Otè, qua il programma non ci sta. Il programma in senso gramsciano, sai, che è non mica una lista di cose da fare».

Entusiasta e scettico, pigro ma pronto a buttarsi se c’è un’impresa che lo convince, Vincenzo Sparagna, classe 1946, giornalista, disegnatore, editore, attivista, ha sempre avuto e ha l’aspetto di un leone che sa godersi l’attimo, non si agita a vuoto, sonnecchia godendosi il sole e il vento ma tiene occhi e orecchie bene aperti. Perché se c’è da fare, un attimo e il leone è in piedi. Oggi Sparagna vive in Umbria, a Giano, in una comunità in mezzo al bosco che ha chiamato Frigolandia e da cui vogliono cacciarlo insieme ai suoi collaboratori, alle redazioni dei due giornali che pubblica, all’archivio. Alla domanda «Dovessero riuscirci, dove andrete?», risponde ridendo: «Boh». Lui non si preoccupa mai. È vaccinato dalla sua napoletanità, dall’ironia, dall’essere abituato a cavarsela in tutte le situazioni, perché «so’ stato sempre in mezzo a’ guai».
Hai lavorato nella direzione del Male e di Cannibale, fondato tanti giornali tra cui Frìzzer, Tempi supplementari, Vomito, ma soprattutto giornali di satira politica e sociale come Frigidaire e Il Nuovo Male, che arrivavano a volte oltre le 100 mila copie, facevano parlare, suscitavano risate ma anche scandalo. Oggi sembra non esserci più spazio per giornali del genere. Perché, che cosa è cambiato?

È cambiato il sistema della comunicazione. La velocità, Internet. I testi devono essere sempre più corti, le edicole chiudono. Ma Frigidaire e Il Nuovo Male ancora esistono, in versione cartacea per gli abbonati, con pagine su Facebook e il sito frigolandia.eu, e non è vero che la satira sia morta. Viene data per morta da sempre ed è sempre stata viva.

Come lavoravate? Come confezionavate il vecchio Frigidaire, quello degli anni 80?
All’inizio aveva un nucleo centrale, Scozzari, Pazienza, Tamburini ed io. Sono sempre stato un direttore factotum, che segue dalla grafica all’impacchettamento delle copie, e anche un direttore-dittatore: si discuteva ma poi decidevo io per tutti e contro tutti. Ci sono stati momenti bellissimi, a metà degli anni 80 quando io e Pazienza inventammo in parallelo Frìzzer, che trattava di arte ma sempre con questo occhio beffardo. Si passavano in redazione intere giornate. Pazienza un certo punto spariva e si chiudeva in una stanza con una ragazza, Scozzari lo spiava dalla serratura e veniva a dirmelo. Io gli rispondevo ma che ti importa, ma lascialo fare…

Parlando di beffe, ne hai ideate tante: un falso Trybuna Ludu, organo ufficiale del partito comunista polacco in cui si annunciava lo scioglimento del partito, una falsa Pravda che dichiarava la fine dell’Unione Sovietica, una falsa Stella Rossa che avete distribuito ai soldati sovietici in Afghanistan. Praticamente delle fake news?
Oggi c’è il falso per il falso, e questo sono le fake news, mentre noi il falso lo usavano per raccontare la verità. La storia della falsa Pravda ebbe molto successo nei circoli dissidenti di Parigi, che mi spronarono a fare altre cose simili. In Afghanistan cominciavano a nascere delle proteste pacifiste e allora andammo lì, in accordo con i gruppi resistenti. Io, il fotografo Cesare Dagliana e Saik Shuster, un giovane ebreo lituano dissidente. Eravamo accompagnati da Abdul Haq, personaggio straordinario che in seguito combatterà anche contro i talebani, verrà tradito dai suoi stessi compagni e finirà catturato e ucciso dagli uomini di Bin Laden. La falsa Stella Rossa venne tradotta in varie lingue e distribuita a milioni di copie in varie parti del mondo, allora la vera Stella Rossa reagì attaccandoci, insultandoci. Naturalmente questa mossa si rivelò un boomerang, perché fece apparire i dissidenti numerosissimi e pericolosissimi.

E poi imprese goliardiche, come la spallata al Muro di Berlino…
Volevamo andare con un bulldozer contro il Muro per distruggerlo, ma mentre stavamo per partire dalla Berlino occidentale il muro è caduto per conto suo.

Importantissimo nella tua vita è stato Cristoforo, tuo padre. Nel primo numero di Vomito-trimestrale di subletteratura, c’è una sua foto a tutta pagina, presa alla stazione. Alto, con la pelle scurita dal sole, cammina con passo deciso sorridendo e alzando un dito verso la tempia, come a dire: siete tutti matti, perché non vi sparate?
Una vita avventurosa. Partito da origini contadine, marinaio, autodidatta che leggeva Euripide e Sofocle in greco e ha tradotto i lirici greci. Mi ha trasmesso un’apertura verso gli artisti sconosciuti, mi ha insegnato che si può essere grandi e fare arte anche se nessuno lo sa.

Quando è arrivato il tuo impegno politico?
A tredici anni con le prime organizzazioni di studenti medi. Da subito critico rispetto ai regimi dell’Est europeo e ai partiti ufficiali.

In seguito approdi ad Avanguardia Operaia da cui vieni radiato con una motivazione che tra le varie accuse ne ha una, messa per iscritto, che riguarda la nascita di tua figlia Eleonora: «noto soggettivista piccolo borghese decide di fare un figlio quest’anno sottraendosi ai suoi impegni militanti».
Avevo creato praticamente tutta l’organizzazione del centrosud, ma non sopportavano che mi permettessi di criticare il loro leninismo e il loro essere filocinesi. Per non metterla in politica mi hanno accusato di essere piccolo borghese.

Dopodiché, cominci a viaggiare per il mondo, sulle orme della rivoluzione. Con la madre di Eleonora e suo padre al seguito. Un gruppetto familiare. Prima di tutto, andate in Cile…
Dove avevamo intenzione di creare una comunità autosufficiente ecologica. Abbiamo preso contatti col governo ed esplorato la zona, ma purtroppo quelli erano gli ultimi mesi di Allende, si era in piena crisi. Siamo riusciti a scappare il giorno prima del colpo di stato di Pinochet, in jeep attraverso le Ande, portando con noi due compagni di Lotta Continua. Uno era Paolo Hutter, che faceva un’analisi sballata della situazione già quando era in Cile: Allende avrebbe tradito e si sarebbe alleato coi militari. In base a questa analisi Paolo era dapprima restato in Cile dove stavano per ammazzarlo, così l’abbiamo salvato. L’altro era Paolo Sorbi, un cattolico di sinistra. Lotta Continua, a partire dalla sua mente Adriano Sofri, fece una campagna pure quella sballatissima: “Armi al Mir”. Pensavano che dopo il colpo di stato ci sarebbe stata la lotta armata il momento della lotta armata. Come se il problema fosse di comprare un po’ di armi e scontrarsi in una lotta civile, militari contro resistenti. L’illusione che tutto si possa risolvere con le armi ha avuto conseguenze nefaste anche in Italia, come si sa.

Poi a Cuba, dove ti fai la fama di “malo brigatista”.
Perché a una conferenza un membro del Partito Comunista aveva sostenuto che Fidel Castro era un marxista leninista ortodosso già da ragazzino. Ho detto no scusa, era democratico e poi ha avuto una sua evoluzione. Il dogmatismo filosovietico era arrivato al punto di falsificare la stessa storia della rivoluzione cubana.

Scoppia la rivoluzione in Portogallo e arrivi lì… quindi Guatemala, Messico. Sempre con spirito propositivo e d’avventura, eppure sempre con occhio scettico. Ma c’è una rivoluzione che ti ha convinto, almeno una?
Ci sono state delle grandi potenzialità di cambiamento positivo in tutte queste rivoluzioni. In Guatemala si è riusciti a capovolgere la feroce dittatura, in Argentina si è usciti dall’incubo di Videla, in Spagna è stato abbattuto il franchismo. Le rivoluzioni sono anche tentativi che poi cambiano forma, sono un processo che continua del tempo.

Hai conosciuto tutti. Una persona che è stata particolarmente importante per te?
Amedeo Bordiga. Su di lui e sulla sua esperienza socialista ho scritto una tesi di laurea. Aveva una visione un po’ deterministica dello sviluppo della rivoluzione su cui non ero d’accordo, ma negli anni 20 aveva avuto il coraggio di criticare Stalin e l’Unione Sovietica, definendola un capitalismo di stato anche più oppressivo del capitalismo occidentale. Era coerente, capace di andare contro sia il fascismo sia l’antifascismo ufficiale. «La peggiore eredità del fascismo è stato l’antifascismo» disse una volta, e aveva ragione.

Lotta armata in Italia. La tua posizione?
Pur essendo amico di capi della lotta armata e considerando molti di loro ottime persone, ero assolutamente in dissenso. Erano in buonafede, ma l’errore in buona fede è più micidiale dell’errore in malafede.

A un certo punto lasci la tua casa a Trastevere e fondi non più un giornale, ma proprio una comunità: Frigolandia, in Umbria. Che anno era?
2005. Un luogo di incontro, una repubblica immaginaria a cui hanno partecipato migliaia di persone. Uno spazio in cui incontrarsi per esplorare il presente e l’avvenire, non solo raccogliere la memoria del passato. Ha tre edifici che abbiamo ristrutturato, sistemato. C’è il museo dell’arte mai vista, l’archivio delle opere, la redazione di Frigidaire e Il Nuovo Male, e naturalmente le stanze anche per gli ospiti, i bagni, le cucine. Tutto immerso in due ettari di bosco. Era una proprietà abbandonata che abbiamo affittato, paghiamo un canone annuo.

Ora siete a rischio sgombero. Gira una petizione per impedirlo.
Abbiamo contro l’amministrazione di Giano. Prima ci hanno fatto una causa civile e l’abbiamo vinta, adesso il sindaco leghista che vuole mandare via le “zecche comuniste” (testuale e un po’ comico…) ha tirato fuori un’ordinanza di sgombero appellandosi alla direttiva Bolkestein per le concessioni balneari. Il fatto è che c’è un odio per la cultura a prescindere. Abbiamo bisogno di solidarietà e di un intervento del ministero dei Beni Culturali, Franceschini. Ci sono state lettere di intellettuali, una petizione, un’interrogazione parlamentare, ma per ora tutto tace.

Immagino tu sappia che molti parlano di te come di un furbacchione, che da tutti i fallimenti editoriali riusciva a cavare denaro e pure a intascarselo…
E come no… È iniziato tutto nell’85, quando ci tolsero i soldi legittimi che dovevamo avere per rimborsi carta, poi, all’inizio dell’86 e in contemporanea con la morte di Tamburini, scoprimmo che la commissione per l’editoria presieduta da Amato ci aveva cancellato dalla lista delle riviste culturali, una lista in cui figurava Cronaca Vera, tanto per dirti. Ho dovuto fare cambiali, ipoteche, andare dagli strozzini… le avventure finanziarie mie sono irraccontabili. Sono arrivato ad avere sette ipoteche sulla mia casa. Ho continuato ad avere debiti seri fino al 2017, quando qui a Frigolandia è arrivato il capo della Library dell’Università di Yale, il prof. Kevin Repp, e ha comprato tutta la collezione delle nostre riviste, una parte del nostro archivio, lettere arrivate a Frigidaire, manoscritti miei: una mezza tonnellata di carta. Io avevo chiesto 150 mila euro, lui mi ha proposto 200 mila. Ho venduto anche la casa di mio padre. Ora sono senza debiti. È incredibile. E dopo tutta ‘sta fatica mi vogliono cacciare?

Perdona la domanda sfacciata, ma di cosa vivi?
Vivo con la pensione sociale di 600 euro non avendo mai potuto pagare i contributi. I 600 euro mi permettono di mangiare e pagare la benzina della macchina, una macchina che mi hanno regalato.

Torniamo alla politica. Per dirla con Demetrio Stratos: oggi, a livello italiano, come stiamo messi?
Peggio del solito. Gli italiani hanno la particolare caratteristica di darsi martellate dove sappiamo. Il parlamento attuale è frutto di questa ondata di stupidità antipolitica pentastellata, a cui si aggiunge l’ondata di sovranismo fascistoide. L’Italia non se ne libera mai, del fascismo. Oltre ad averlo inventato lo riproduce continuamente. Inutile dire che non è fascismo in senso storico: lo è come mentalità volgare, come idea che tutti i problemi si risolvano con la bacchetta magica, come incapacità e non volontà di vedere la complessità del mondo, il tutto galleggiante su una base di egoismo sconvolgente.

E il mondo?
Avviato pericolosamente verso uno scontro tra blocchi commerciali. Da lì si passa spesso alle figure armate. Se non si stabilisce un altro ordine mondiale fondato sulla collaborazione tra i grandi blocchi, la vedo molto male. C’è poi un cancro profondo che è l’estremismo islamico che si è esteso dopo quella folle guerra in Iraq nel 2003. L’Occidente non capisce che alla base di questi cosiddetti atti terroristici c’è un’ideologia religiosa che ha radici profonde, e ha assunto una posizione pericolosissima: il rispetto formale. Ma guardiamo alcune semplici cose. Intanto, nel cristianesimo il Padre eterno è un padre, nell’Islam Dio è il padrone, e non siamo per niente tutti fratelli come per Cristo, gli infedeli non sono considerati fratelli. Poi, nessuno dei paesi musulmani ha sottoscritto la dichiarazione dei diritti umani. E infine, quando l’Isis catturava le donne e le faceva schiave, stava solo rispettando i testi sacri. Solo che se dici queste cose passi per islamofobo.

Le vignette di Charlie Hebdo. Dovevano pubblicarle o no?
Conoscevo la redazione di Hebdo, erano amici. Hanno fatto benissimo. Non possiamo avallare l’idea che possiamo parlare di tutto meno che di questi. Quando la fede individuale diventa un programma di sterminio delle altri fedi, cosa rispetti?

Una battaglia che oggi vorresti combattere.
Intanto regolarizzare i clandestini. La cosa incredibile è che sui migranti nessuno dice che abbiamo leggi che li obbligano, ad essere clandestini. Bisogna accoglierli dando loro istruzione, un alloggio, capendo cosa possono e vogliono fare. E poi potenziare l’istruzione e la scuola, non con un’idea economicista di preparazione al lavoro, ma di educazione e cultura. Devi preparare la mente ad avere uno sguardo critico sulla realtà, devi insegnare ad imparare.

I giovani. Se ne parla sempre come di indifferenti a tutto quello che non sia divertimento o sballo, oppure poveretti ossessionati dal futuro che non offre prospettive. È così? Tu li frequenti, vengono da te?
Frequento solo giovani, i vecchi si sono tutti ritirati. Mi contattano, arrivano da me leggendo il Frigidaire degli anni 80, c’è un elemento mitico. Amano autori entrati nella leggenda come Pazienza, Tamburini, un po’ io stesso. Il Frigidaire attuale lo fanno loro. La mia principale collaboratrice, Maila Navarra, che cura grafica, siti web e disegna benissimo, l’ho conosciuta perché era venuta a farmi vedere suoi disegni, e aveva sei anni quando c’era Frigidaire.

Cosa ti domandano, a cosa sono interessati?
Sono interessati alla parte più avventurosa del mio passato, i falsi, le corse attraverso il Mediterraneo… E io a mia volta, non essendo un nostalgico, prendo da loro. Mi danno la sensazione che quello che ho fatto e continuo a fare non è inutile.

Vai ancora ogni tanto a fare cose pericolose in giro per il mondo?
E mo’ con la pandemia è più complicato… prima, sì. Certo non potrei più scarpinare per quindici giorni sulle montagne dell’Afghanistan, ma quando c’è da fare, volentieri. Sono ancora vivo, come dice Papillon.

* Fonte:

La sua abitazione è la stessa dei genitori cent’anni fa, vicino al luogo della più clamorosa azione partigiana nella guerra di Liberazione, l’attentato di via Rasella. L’attacco urbano antinazista fu organizzato da questo signore sorridente, un volto profondo, vissuto, gioviale: Mario Fiorentini, nato il 7 novembre 1918. Aveva 25 anni quando a Roma la formazione Gramsci dei Gruppi di Azione Patriottica – tra i più coraggiosi nella Resistenza – composta da una dozzina di comunisti (fra i quali Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei) fece saltare in aria 33 occupanti tedeschi e alimentò la speranza nella vittoria.

Era il 23 marzo 1944, Mario ne parla come un dovere amoroso di libertà, la condizione per una vita normale: fra i più ardimentosi «era una gara a chi doveva stare in prima linea, anche se rischiavamo le rappresaglie conseguenti, in questo caso le Fosse Ardeatine». Certo, «ci vuole anche fortuna e tanta prudenza: ho sfidato molte volte la morte». Lo dice in serenità, come si vede spesso in donne e uomini di moralità altissima quando parlano delle loro scelte durissime nel muovere guerra alla guerra per rivedere tutti la luce: come Giovanni Pesce all’ultima intervista che diede, alla gioia di vivere che induce alla lotta contro i nemici del bene e del giusto.

Blasetti, Pirandello, Visconti
Mario Fiorentini -padre ebreo e madre cattolica- è una personalità dalle pulsioni molteplici che ne hanno puntellato il percorso esistenziale: era un ragazzo amante d’arte, «poi le leggi razziali del 1938 mi han fatto fare un salto di qualità politico e mi sono impegnato concretamente per abbattere il regime». Sfugge al servizio militare grazie a «malattia e febbri tifoidee di oltre 40° che si prolungano per mesi quando vengo chiamato alle armi, intanto il mio 19° reggimento fanteria veniva spedito in Africa… Vengo congedato, col compagno di scuola Carlo Lizzani partecipo a numerose iniziative culturali e conosco il regista Alessandro Blasetti».

Matura esperienze teatrali con celebrità quali Vittorio Gassman, Lea Padovani, Carlo Mazzarella, Ave Ninchi, Adolfo Celi, Luigi Squarzina, e mette in scena L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Quindi collabora prima con Giustizia e Libertà, poi col Partito Comunista facendosi organizzatore e dirigente gappista; intanto conosce Lucia Ottobrini che sarà la sua compagna nella lotta e nella vita. Dopo il 25 luglio crea con Antonello Trombadori il gruppo partigiano Arditi del Popolo ed il 9 settembre 1943 è fra i combattenti nella battaglia di Porta San Paolo.

A ottobre prende il comando del Gap di Roma Centro, a lui fanno riferimento artisti del calibro di Visconti, Guttuso, Mafai, Vedova: il 16 sfugge al rastrellamento contro gli ebrei scappando sui tetti e abbandonando alcune bombe sotto il letto; dopo un attentato fallito contro il ministro degli Interni di Salò, il 31 il gappista – con Lucia in compiti di copertura – liquida tre militi della Rsi.

Il 17 dicembre – con Lucia, Carla e Rosario – uccide un ufficiale nazista; il giorno dopo lo stesso quartetto elimina con un attacco dinamitardo otto militari in uscita dal cinema Barberini, mentre il 26 Mario in bicicletta lancia un pacco esplosivo all’ingresso di Regina Coeli per far sentire ai detenuti politici (fra essi Sandro Pertini) vicinanza ideale: giustizia sette soldati e sfugge miracolosamente ai proiettili dei mitra avversari…

Avventure rocambolesche di chi rivendica a sé d’essere una persona normale, sensibile alla paura come tutti. In quei mesi di Storia accelerata, Mario dal suo rifugio segreto di via del Tritone studia il tragitto di truppe nemiche e teorizza l’assalto al cielo di via Rasella, approvato dal capo militare supremo Giorgio Amendola: l’azione viene perfezionata anticipando il 10 marzo un attacco al corteo fascista di via Tomacelli dopo essersi nascosti fra le bancarelle del mercato adiacente.

La decorata sono io
Lucia e Mario operano assieme, le affinità elettive e l’attrazione reciproca cementano la sintonia. Lucia Ottobrini nasce nel 1924 e per 15 anni vive in Alsazia, dove il padre andò per lavoro essendosi rifiutato di tesserarsi al partito fascista, e dove la bambina impara francese e tedesco. Giovanissima, viene quindi assunta al Ministero del Tesoro: a fine ’42 conosce Mario, con lui frequenta i pittori di via Margutta e le compagnie teatrali, entra nella rete clandestina a fianco di Laura Lombardo Radice, procura cibo e documenti ai militanti segreti, nasconde in casa armi, s’infiltra nelle file nemiche coi nomi di battaglia di Maria Fiori e Leda Lamberti, entra nei Gap e partecipa alle azioni armate. Talvolta viene fermata, ma il suo ottimo tedesco la sottrae al peggio…

Dopo il colpo grosso di via Rasella, Mario e Lucia devono stare più in guardia che mai: operano per un po’ al Quadraro e al Quarticciolo a contatto con la formazione radicale Bandiera Rossa, poi per sicurezza devono lasciare Roma e vanno a dirigere i Gap a Tivoli e dintorni; da lì Lucia tiene i collegamenti con la Capitale, spesso coprendo la distanza a piedi, poi assume il grado di Capitano e dirige altre operazioni cruciali nella storia della Resistenza.

Come ogni combattente clandestino, Mario si muove con documenti falsi via via sostituiti, al pari dei suoi nomi di battaglia che sono almeno quattro: Giovanni, Fringuello, Gandhi, Dino. Dopo aver combattuto nel Lazio e liberato Roma, Fiorentini viene arruolato nei servizi segreti dell’OSS (Office of Strategic Services), inviato a Brindisi per addestramento al lancio in volo e paracadutato al Nord dove prosegue la Resistenza in Emilia e Liguria. Lo arrestano quattro volte, quattro volte evade…

Esce dal conflitto col grado di Comandante Maggiore, accumulando tre Medaglie d’argento al valor militare, tre Croci al merito di guerra, una Onorificenza d’oro Usa: è il partigiano più decorato d’Italia.

Appesa al chiodo la divisa, Mario Fiorentini può finalmente dedicarsi alla sua grande passione matematica, «alla sua bellezza», in particolare all’algebra commutativa e alla geometria algebrica. Nel 1971, a 53 anni, diventa professore ordinario di Geometria superiore all’Università di Ferrara. In seguito non cesserà di diffondere nelle scuole l’amore per lo studio, collaborando anche con giovani artisti, scrivendo libri di «matemagica» col docente «giocologo» ed enigmista Ennio Peres per rendere amabile la materia da lui amata. L’ultimo gappista vive con la figlia e un nipote. Lucia se n’è andata nel 2015. Mario lo dice con sorriso mesto, ma anche con un sorriso: «Quando il ministro Taviani le consegnò la Medaglia d’argento al valore, pensò di avere di fronte “la vedova del decorato” ma Lucia lo corresse: “la decorata sono io”».

* Fonte: Damiano Tavoliere, il manifesto

Ilva a denti stretti è un documentario realizzato da Stefano Bianchi: andato in onda su Rai2 la scorsa settimana, è visibile su Raiplay/Raireplay. Dura un’ora, ma bastano i primi 4 minuti per capire che siamo di fronte a qualcosa che farà male.

Qualcosa che colpirà sotto la cintura del linguaggio accomodato e concordato dell’informazione mainstream. L’infernale visione della Fabbrica di notte, con i camini che scaricano morte dai camini, sottolineata dalle musiche delle processioni della settimana santa: perché Taranto è prigioniera in un eterno venerdì santo, nel quale, come la Madonna in cerca del figlio, cerca invano una speranza vagando di strada in strada. Dalla processione a Floriano Dandolo, il padre di Chiara, una bambina di 5 anni che lotta contro una leucemia linfoblastica di tipo T. Dalla tragedia di Chiara a quella delle mamme di Taranto in corteo, aperto dalle foto dei figli morti, ciascuna accompagnata dalla scritta «Io dovevo vivere», e seguito dalle croci bianche. E di seguito, scorie e rifiuti, sbuffi di fumo che fuoriescono dai fanghi di produzione accanto ai campi di grano. Il chimico già responsabile di laboratorio all’Ilva che spiega come il controllo e monitoraggio farlocco continui pari pari con Arcelor-Mittal, e racconta del benzoapirene presente nelle falde acquifere bel oltre il limite consentito. Il maquillage della copertura dei parchi minerari fatto senza bonificare il terreno, e anzi scavando per porre le fondamenta delle coperture, senza che si sappia dove sono finiti i materiali di scavo inquinati. Il camino E 312 privo degli elettrofiltri. Le coltivazioni di cozze nel primo seno del Mar Piccolo che non dovrebbero più esserci e invece sono ancora lì. La voce di don Diana: per amore del mio popolo non tacerò.

E al minuto 43, Carla Lucarelli, che ha perso Giorgio, assassinato a 15 anni da un sarcoma ai tessuti molli causato dalla diossina: una delle due mamme che aveva fatto dono alla ministra Bellanova del quadro, raffigurante un teschio, composto con le polveri dell’Ilva. Quel quadro che finì gettato in un’aiuola. Oggi la ministra accampa una “baraonda emotiva” «perché di baraonda bisogna parlare quando da madre a madre sei costretta a discutere sulla morte di un figlio»; ma le immagini dicono altro: mostrano una ministra che non si alza neanche dalla sedia, e nei 48 secondi che dedica alle due madri trova solo il tempo di rivendicare i propri provvedimenti e dire a una di loro, che aveva affermato (citando il docufilm Mittal: il volto nascosto dell’impero) che «Mittal entra nei governi, corrompe, e poi chiude, lasciando una devastazione ambientale pazzesca» che «non ha il diritto di pensare è che Mittal corrompe una persona come me». Eppure basta il dizionario dei sinonimi per smentire la ministra: in lingua italiana, «corruzione» esprime il vizio, il deterioramento, la fermentazione maligna che stempera e scioglie; «corrompere» significa condurre a tali errori o vizi, che il suo stato d’animo appare malsano come cosa putrefatta, e desti nell’anime quel senso che desta l’aspetto, il contatto, l’alito di cosa putrida; chi corrompe, ispira l’amore o la tolleranza del male, infettando la persona di mali sentimenti, di male opinioni, in qualunque sia il modo. Basta sfogliare il Tommaseo, per sapere che la ministra Bellanova, come i suoi predecessori, è persona corrotta, senza bisogno di ipotizzare transazioni di denaro.

O guardare questo Ilva a denti stretti, per sapere che l’inferno – perché, con buona pace dei negazionisti dell’informazione che invocano «un linguaggio meno spettacolare e più veritiero», di inferno e non di impianti bisogna parlare e scrivere –, come scriveva Calvino, «è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».
Da qui due strade, due lati della barricata: «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». È un compito rischioso, che esige attenzione e apprendimento continui. L’altra «riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più». Stefano Bianchi, tutto questo lo sa.

* Fonte: Girolamo De Michele, il manifesto

NARRAZIONI. «Morire per un libro», di Giulio Marcon edito da Stampa Alternativa

«Nel 1958 il ministro degli interni Ferdinando Tambroni definiva gli abitanti delle periferie romane ‘malfattori, una massa di pregiudicati, ladri violenti, sfruttatori di donne’. La maggior parte degli abitanti delle baraccopoli veniva dai paesi intorno a Roma e dal resto del Lazio, dalla Calabria, dalla Puglia, dall’Abruzzo, dalla Campania, e faceva i lavori più vari, si arrangiava per tirare avanti. Nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia si scriveva che a Roma le condizioni di vita sono misere; si legge a proposito di Pietralata e Villa Gordiani: ‘Manca un mercato… manca una farmacia e un ufficio postale, come pure una macelleria’».

È QUESTA LA SCENA dell’ultimo libro di Giulio Marcon, Morire per un libro. Ciro Principessa, una storia proletaria (Stampa Alternativa, pp. 165, euro 13), la vicenda di un ragazzo che cresce tra le baracche del Mandrione e le case della Certosa, lungo la via Casilina, passa per la Casa del Fanciullo, povertà, piccoli furti, trova lavori, amici, un radicamento di quartiere, diventa militante della Fgci – i giovani comunisti – e viene ucciso con una coltellata da un fascista davanti alla sezione di partito il 19 aprile 1979.
Quel giorno l’assassino entra nella sezione del Pci di via di Tor Pignattara, dov’era in funzione una piccola biblioteca popolare, si fa dare un volume, poi esce scappando col libro, viene inseguito dai compagni, Ciro Principessa è il primo a raggiungerlo, viene colpito con un coltello da cucina; morirà il giorno dopo. Morire per un libro, appunto.

LA VITA E LA MORTE di Ciro Principessa sono una «microstoria» che illumina la «grande storia» degli anni settanta: le trasformazioni sociali e metropolitane, l’importanza della politica nella vita delle persone e delle classi popolari, l’intervento pubblico come strumento di emancipazione e uscita dalla marginalità, i conflitti con i governi democristiani e i fascisti. Giulio Marcon, che ha vissuto direttamente quell’episodio e quegli anni – militanza nella Fgci compresa – scrive una storia esemplare ed emozionante, con le testimonianze di parenti e compagni di Ciro Principessa, l’intreccio di vicende individuali e collettive, un ritratto della Roma di allora. Il libro unisce la lucidità di uno sguardo storico, l’affetto dei ricordi di chi l’ha conosciuto, la partecipazione alle vicende sociali, la prima persona quando le strade si incrociano. Inevitabilmente, si narra una storia che potrebbe ricordare Una vita violenta di Pasolini.

A distanza di quarant’anni la «storia proletaria» di Ciro Principessa offre a chi non li ha vissuti una sintesi magistrale di che cosa sono stati gli anni settanta: la forza delle identità collettive e delle relazioni tra giovani, i cambiamenti sociali e culturali – l’unica vacanza a Rimini e la «febbre del sabato sera» – la possibilità concreta di migliorare le cose. È un decennio in cui la politica – con le lotte di studenti e operai, movimenti e conflitti – ha un ruolo centrale. Il risultato è che l’Italia ha ridotto le disuguaglianze come mai nella sua storia, ha vissuto una grande democratizzazione e uno spostamento a sinistra. Allora la militanza e i partiti – come scrive Marcon – «avvicinarono alla democrazia e alla politica milioni di cittadini, permisero a chi non aveva studiato, a chi era emarginato, a chi viveva nelle baraccopoli, di sentirsi parte di una democrazia che si voleva trasformare e di cambiare il corso della propria esistenza».

MORIRE PER UN LIBRO è un testo che ha molto da dire anche per capire il presente. I risultati del voto europeo nelle città italiane, e a Roma in particolare, hanno mostrato la concentrazione del voto democratico nel centro e la marea del voto alla Lega nelle periferie. Oggi anche il quartiere di Ciro Principessa ha votato Lega.
È un fenomeno diffuso un po’ ovunque: il voto «progressista» si concentra tra i più ricchi e istruiti e che vivono soprattutto nei quartieri «bene» delle grandi città e che hanno avuto maggiori benefici dalle politiche di questi decenni. Il voto a destra – oltre che in una parte dell’élite – dilaga invece tra i più poveri, i meno istruiti, coloro che hanno pagato di più gli effetti della crisi e vivono in condizioni di maggior disagio nelle periferie urbane. Oggi, che anche il quartiere di Ciro Principessa ha votato Lega, le solidarietà di un tempo si sono smarrite, in una delle zone di Roma con la più alta presenza di migranti.
Ma ogni anno la Certosa ricorda l’anniversario con una festa in piazza che attira centinaia di persone da tutta la città: è ancora uno spazio per la politica, una pratica della democrazia, proprio come negli anni settanta. Un punto da cui ripartire.

* Fonte: Mario Pianta, IL MANIFESTO

Maria Baroncini
 

UNA VITA SPESA al servizio della militanza comunista, quella di Maria Baroncini, a partire dalla Imola del 1919 fino alla clandestinità, ai lunghi anni del confino fra Ustica, Ponza e Ventotene, attraverso soggiorni a Mosca, Parigi, Bruxelles, accanto al marito Giuseppe Berti prima, e insieme a Mauro Scoccimarro, suo secondo compagno di vita, poi. Baroncini compie una ricostruzione faticosa e selettiva delle sue variegate esperienze, che l’intervento non invadente ma necessario di Luisa Righi riconduce a storia. Lo scarto tra la memoria e la storia documentata è spesso fatto di omissioni dei momenti più dolorosi, o di particolari privati che la disciplina politica fattasi seconda natura porta a tenere in sordina, a vantaggio del racconto pubblico, politico. Un’etica della responsabilità che traspare nelle Memorie degli anni difficili come inclinazione individuale ma anche come costume di comunità, senza però riuscire a impedire che sentimenti, emozioni, paure restino del tutto nascosti dietro la grande storia.
Da Amadeo Bordiga a Giorgio Amendola, da Giuseppe Di Vittorio a Palmiro Togliatti, da Emilio Lussu a Alessandro Pertini sono tanti i nomi di personaggi di primo piano della storia del Novecento antifascista che compaiono nel libro, tanti gli incontri di Baroncini, tante le vicende che si intrecciano lungo il cammino pericoloso di questa donna che, pur non essendo una protagonista, ha conosciuto da vicino momenti e circostanze importanti, e non ha esitato a mettere a rischio la propria vita e la propria libertà per la causa comune. Tanti gli incarichi svolti: segretaria, corriere, collaboratrice della stampa di partito, dirigente locale. Passione e senso del dovere si fondono in questa partigiana che chiacchierava di politica e di storia con Altiero Spinelli a Chiaia Luna.
Maria Baroncini, separata dalla figlia Vinca per tanti anni, vissuta fra mille difficoltà e privazioni, racconta il confino prima di tutto come un’esperienza di condivisione, nella quale la speranza di superare il fascismo diventa pratica politica collettiva, attraverso la formazione e lo studio a cui i confinati si dedicano per preparare i quadri politici della futura Italia liberata.

MOLTO SIGNIFICATIVE le relazioni di amicizia e solidarietà con le altre donne confinate, o mogli di confinati, da Adele Bei a Camilla Ravera, solo per citarne due fra le più note; ma Baroncini le ricorda tutte, tutte le nomina con affetto e gratitudine, come parti di una famiglia allargata, lei che nella sua famiglia aveva sempre respirato lotta politica, con un padre e una sorella anch’essi confinati per la loro militanza antifascista.
È un libro delicato e intenso, di un pudore che si apre a volte con squarci inattesi, con rivelazioni sorprendenti. Un libro d’altri tempi, una testimonianza di impegno civile necessarissima nell’oggi.

* Fonte: Lea Durante, IL MANIFESTO

Scaffale. «Rosso è il cammino» di Pino Santarelli per Bordeaux edizioni. «Ci sentivamo cittadini del mondo»

Ci sono autobiografie e autobiografie, quelle che raccontano solo di sé stessi e quelle che raccontano di sé stessi in rapporto agli umani che hanno incontrato, con cui hanno operato, hanno fatto amicizia, si sono combattuti e hanno combattuto: che, insomma, ci danno conto di uno spaccato sociale dentro un tempo storico che così prende vita e ci fa capire quanto i libri di storia spesso non riescono a fare. Quelle autobiografie, insomma, che – come scrive Sandro Portelli nell’introduzione – «non sono atti di narcisismo».

Il libro di Pino Santarelli – Rosso è il cammino (Bordeaux edizioni, pp. 284, euro 18) – appartiene alla seconda specie. Attraverso le vicende della sua vita ci restituisce, con la naturalezza di una chiacchiera, la storia straordinaria e, aimè, perduta, della Roma comunista: del Pci ma anche del ’68, del Manifesto e del Pdup, fra gli anni ’50 e gli ‘80.

DICO STRAORDINARIA perché chi l’ha vissuta è stata una generazione che ha dato senso alla propria vita attraverso la battaglia per un mondo diverso e migliore, riuscendo a collegare la borgata romana con tutti gli altri continenti. «Ci sentivamo cittadini del mondo , di un mondo di cui – scrive Pino Santarelli – facevano parte insieme il Vietnam e la via Casilina». E proprio per questo, nonostante la durezza della povertà che ancora dominava nelle periferie proletarie di quell’epoca, i giovani erano felici.

Mi scuso in anticipo con i lettori perché questa che scrivo non è una recensione come si deve, è, piuttosto un mio personale amarcord, perché le vicende di cui parla Pino sono – se si eccettua il tempo della sua infanzia a Sgurgola Marsicana e nonostante io abbia dieci anni più di lui e abitassi in un quartiere borghese e non alla borgata Alessandrina – le stesse che ho vissuto io. Direte che le differenze che ho elencato non sono di poco conto, ed è vero. Ma non quanto potreste credere perché Pino parla a lungo della Fgci, e io nell’organizzazione della gioventù comunista sono stata, dal ’47, prima in quella romana e poi in quella nazionale, quasi 15 anni.

E, allora, il nostro mondo erano quasi esclusivamente le borgate, gli studenti rappresentando fra gli iscritti, e a lungo, neppure il 2%. Le borgate dove, lo ricordo bene, proprio come racconta Pino, nei circoli così come nelle sezioni adulte, prima di occuparsi della fontanella all’angolo che non funzionava e bisognava lottare perché il Comune la riparasse, si cominciava prendendo in esame quanto accadeva nel mondo, poi in Europa, poi in Italia, quindi a Roma e, infine, all’angolo della propria strada. Perché era per questo che ci si sentiva forti e non dei poveracci: quella vertenza sulla fontanella diventata un pezzo di un grande movimento di lotta internazionale di cui noi eravamo protagonisti.

LEGGENDO IL LIBRO mi sono emozionata perché, passo passo, Pino ricorda eventi che abbiamo vissuto assieme: la federazione romana del Pci, i suoi dirigenti di allora, da Natoli fino al leggendario Gigetto, gobbo e spiritosissimo, a lungo telefonista, prima a Sant’Andrea della Valle e poi a via dei Frentani; il Mandrione, un pezzo di borgata malfamato e la vicina Torpignattara, presidiata dal circolo Fgci modello, solo lì erano iscritte 500 ragazze; la grande manifestazione degli edili, la prima protesta sindacale di una crescente massa di lavoratori che il «sacco urbanistico della capitale» reclutava, in quei primi anni ’60, nelle campagne della Ciociaria e che ogni giorno arrivavano all’alba in città per andare a lavorare nei cantieri che stavano sorgendo come funghi, senza protezione alcuna.

Fu una manifestazione storica, quella che ricorda Pino, perché gli edili ammassati a Piazza S.S.Apostoli, furono improvvisamente attaccati dalla polizia a cavallo. Sia io che Pino (con noi, incinta, anche Paola Scarnati, oggi direttrice dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio), finimmo fianco a fianco, fermati con altri 500 nella caserma di Castro Pretorio (e io, insieme ad altri 30 edili, mi feci due mesi di prigione ). Trent’anni dopo, quando i documenti degli archivi della Cia furono declassificati, si scoprì che si era trattato di una provocazione ordita dalla Gladio, organismo creato dai servizi segreti nostri e americani.

Ma poi c’è anche la rivolta giovanile, quella contro il governo Tambroni, che fu chiamata delle «magliette a righe», così chiamate per indicare un abbigliamento che i vecchi comunisti, diffidenti, giudicavano «americano»; e dovettero ricredersi perché è dai più giovani che quel famigerato capo d’abbigliamento indossavano che partì la storica e sanguinosa insorgenza.

Poi vengono i primi dissensi col nostro grande partito, le emozioni vissute, di nuovo assieme, quando gli applausi all’intervento polemico di Ingrao sommersero i delegati dell’XI congresso, nel 1966. E, come sapete, finì con la nostra radiazione e il Manifesto e quindi il Pdup, le deludenti ma anche bellissime esperienze in cui ci ritrovammo a Roma in tanti, dove intere sezioni avevano scelto la nostra strada.

LA VITA DI PINO SANTARELLI è la storia di un giovane comunista del dopoguerra rimasto sempre coerentemente comunista. Ma nel libro Pino ci racconta anche di tante altre cose, fra queste le sue innumerevoli professioni, fra cui l’apprendista elettricista, il fruttivendolo, il meccanico, lo specialista di macchinari sanitari delicatissimi al Policnico (e qui compare lo storico collettivo di medicina de Il Manifesto, il più forte nucleo di facoltà del ’68). E però anche, e non per poco tempo, barista in un paio dei più noti night club di Roma. È un’aggiunta importante: dimostra, per un verso, la «normalità» dei comunisti, ragazzi come tanti altri, non una noiosa ristretta avanguardia; e però, insieme, anche la loro eccezionalità: impegnarsi a fondo nella politica (questa attività oggi così insultata) e però non perdere il gusto per i vantaggi offerti dalla dolce vita romana degli anni ’60.

P.S. Oggi, sia io che Pino, ci troviamo (o ritroviamo) nella sezione del II municipio di Roma di Sinistra Italiana. I comunisti, come sapete, sono cocciuti.

* Fonte: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

È stato l’anno di Pepe Mujica quest’anno alla mostra di Venezia: sull’ex presidente del Venezuela che ha abbassato la povertà del paese al 9% si sono visti due film e la sua stessa presenza ha trasmesso moniti sulla responsabilità di tutto l’occidente nei confronti della povertà nel mondo, sulla necessità di creare un «piano Marshall» per l’Africa. Mentre Kusturica ha realizzato un documentario folgorato dal presidente che guidava il trattore e donava il 70% del suo salario ai poveri, nella sezione Orizzonti è stato programmato il film ora nelle sale, Una notte di 12 anni, (La noche de los 12 años) del regista e produttore uruguayano Alvaro Brechner, film di genere carcerario, ma che racconta un fatto finora molto poco conosciuto, le autentiche vicende di eccezionali personaggi, Mujica e i suoi compagni Tupamaros arrestati durante il periodo della dittatura militare in Uruguay (1973-1985). «Mi presero – raccontava Mujica – perché non ero veloce, non ero atletico, non perché avevo voglia di fare l’eroe».

BRECHNER ricostruisce nel film dopo aver raccolto per anni investigazioni e testimonianze, la vera storia della detenzione contro ogni rispetto dei diritti umani dei tre compagni di lotta del Movimiento de liberación Nacional, Pepe (il futuro presidente Mujica), Neto (Eleuterio Huidobro) diventato poi ministro della difesa, da poco scomparso, Ruso, il poeta Mauricio Rosencrof, interpretati rispettivamente dall’attore spagnolo Antonio De La Torre, Alvaro Tort (era in Whisky) e Chino Darín (il figlio del grande attore argentino Ricardo Darín). Nel film si seguono solo i tre ostaggi, nella realtà la vicenda è stata vissuta da nove detenuti divisi in tre gruppi.

Parlare di genere carcerario è riduttivo, poiché la loro detenzione fu piuttosto una lunghissima forma di tortura, fece parte di un esperimento di azzeramento della personalità, con il preciso obiettivo di portarli alla pazzia. I dodici anni si riferiscono infatti alla loro carcerazione in completo isolamento in luoghi sempre diversi senza poter comunicare, praticamente senza cibo, luce, acqua, luoghi degni delle segrete medievali.

DALLA LUNGA lotta per non impazzire uscirono vincitori e il film li mostra in un crescendo di grande umanità lungo quegli anni di isolamento, in scene all’apparenza vuote riempite con abilità, dove l’insegnamento principale è la necessità di resistere a tutti i costi, inventando sempre diversi modi di comunicare attraverso spessi muri, trovando il modo di rimanere esseri umani. E con il pensiero, una volta usciti, di continuare a lottare per la giustizia sociale.

Il regista nei suoi precedenti film ha mostrato di elaborare riferimenti letterari, come Onetti (Mal dìa para pescar), qui si muove nell’ambito dell’assurdo, dell’humour paradossale, del sentimento, pur restando imbrigliato in qualche modo dalle regole del genere, oltre che carcerario, anche politico. In fondo probabilmente è vero che un’esperienza così non si può raccontare: neanche Pepe Mujica a Venezia ha voluto parlare dell’epoca della detenzione, indicando quelle esperienze ferite profonde da rispettare.

Quello che rende il film importante, oltre all’intero impianto artistico di grande livello, è che si tratta di una manifestazione di lavoro sulla memoria che coinvolge da anni tutto il continente latinoamericano, ma da parte di un paese come l’Uruguay dove ancora non si sono fatti i conti con il passato, al contrario di Argentina o Cile e dove resta in sospeso la questione dei desaparecidos e latitano i processi ai militari.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

«Sembrava lui stesso considerarsi un personaggio letterario: un po’ eroe, avventuriero e bandito»

«Volevo tornare al tempo in cui le masse irrompevano sul palcoscenico della Storia, ed era la Storia in persona che dettava le sue parole». Fin dalla frase con cui Christian Salmon ha spiegato il senso dell’affascinante inchiesta che ha condotto su di una personaggio leggendario, ma altrettanto misterioso, della Rivoluzione d’Ottobre come Jakov Blumkin (Il progetto Blumkin, Laterza, pp. 264, euro 18) si intravede il senso della sfida che accompagna da sempre il lavoro di questo scrittore e intellettuale francese, quello di interrogare le vicende storiche e politiche per coglierne, attraverso le forme narrative che vi hanno preso forma, il significato più profondo e, se possibile, universale.

Per il fondatore, accanto a centinaia di altri autori di ogni parte del mondo, del Parlamento internazionale degli scrittori, membro del Centre de Recherches sur les Arts et le Langage di Parigi, e tra i primi a occuparsi da un decennio a questa parte dello sviluppo anche nel mondo politico delle tecniche dello storytelling – l’adozione di precisi canoni narrativi nella costruzione delle figure pubbliche, o di «brand» personali, fenomeno evidente lungo un arco temporale che va da Sarkozy a Trump passando per Renzi -, la figura di Jakov Blumkin non incarna solo una sorta di alter ego per un viaggio a ritroso nella propria biografia di giovane militante trotskista, ma serve per interrogarsi sulle molteplici rappresentazioni ed eredità della Storia a partire da un evento cardine come l’Ottobre bolscevico. Non a caso, Salmon ricostruisce con il rigore dello storico e un timbro deliberatamente letterario, la confusa vicenda biografica di Blumkin che sembra svolgersi nello spazio tra due date, il 6 luglio del 1918 quando uccide l’ambasciatore tedesco a Mosca e la sua morte, avvenuta nel novembre del 1929, tradito da quella stessa rivoluzione trasfigurata nelle mani di Stalin.

La scelta di svolgere questa sorta di inchiesta storico/letteraria sulla figura di Jakov Blumkin sembra in continuità con il suo lavoro sullo storytelling e su quello che si potrebbe definire come il «romanzo della politica». È così?
Con questo libro mi sono interrogato su cosa significhi davvero il racconto di una vita, la sua narrazione a partire da fonti diverse, talvolta contraddittorie. In questo, credo di aver proseguito la mia indagine iniziata analizzando le forme dello storytelling, il modo in cui i politici, sulla scorta di quanto fanno i grandi marchi commerciali, si «raccontano» oggi. Tutta una serie di leggende circondano la figura di Blumkin, un personaggio dalla vita oscura. E ciò che più mi ha attratto in lui è che è in qualche modo rimasto impigliato nel riflesso della sua leggenda. Non abbiamo a che fare con un individuo la cui biografia ci è nota e chiara fino in fondo, quanto piuttosto, per dirla con Jean Baudrillard, con un esempio di «iperrealtà», vale a dire con «una proliferazione di miti sull’origine e sui segni della realtà» che in questo caso si traducono nel fatto che su Blumkin hanno scritto gli altri e nella sua vicenda hanno preso corpo le proiezioni di quanti volevano piegarne le vicende ai propri interessi. Insomma, quasi un «oggetto cubista» dalle molte e spesso contradditorie sfaccettature.

Ma queste apparenti contraddizioni e i tanti punti oscuri nella vita di Blumkin non hanno a che fare anche con l’epoca tumultuosa in cui visse?
Senza dubbio. Come spiegava Osip Mandel’štam, la cui figura ritorna più volte ne Il progetto Blumkin, in un testo del 1922 intitolato «La fine del romanzo», quella generazione non ha potuto avere una vera biografia. O almeno non una sola. Il debutto del Novecento coincide con un’epoca burrascosa, trasferimenti continui – diciassette cambi di casa, ambiente e scuole nella sola giovinezza del celebre poeta -; la più totale incertezza anche solo su ciò che sarebbe potuto accadere il giorno dopo. In Russia nello spazio di pochi anni accade di tutto: la rivoluzione fallita del 1915, la repressione zarista, la nuova rivoluzione del 1917, la guerra civile… come costruire una propria biografia in mezzo a tali sconvolgimenti? Proprio Mandel’štam ricorreva ad una bella immagine per descrivere questa situazione e scriveva: «le nostre vite sono come le palle del biliardo che schizzano in tutte le direzioni» e aggiungeva come i suoi contemporanei, esattamente come Blumkin e lui stesso, fossero «catapultati fuori dalle loro biografie». Per questo, alla luce di tali difficili itinerari personali parlava di «fine del romanzo». A partire da queste vite si possono comporre collage, costruire sequenze di film, come quelli di Eisenstein o Vertov, ma è difficile costruire una forma narrativa completa.
Forse, proprio perché consapevole di tutto ciò, Blumkin stesso immaginò degli elementi narrativi intorno alle proprie vicende. Fin dall’adolescenza sembrava considerarsi come un personaggio letterario, un po’ eroe, un po’ avventuriero, un po’ bandito. Voleva essere un poeta lirico, imbracciò senza esitazione la violenza politica, diventando uno di quei «terroristi» che caratterizzeranno l’epoca zarista affascinando come eroi romantici molti loro giovani contemporanei, si pensava al fianco di Trotsky, come uno stratega pronto a ridisegnare la carta politica del Medio come dell’Estremo Oriente. Una visione aperta del romanzo della sua vita, ma dove la storia, pur se in modo confuso, sembrava avere ancora la meglio sulla rappresentazione.

Una condizione che, per venire al suo lavoro sullo storytelling, sembra contrapporre la vicenda di Blumkin che ha cercato di ricostruire, con le forme attuali di racconto della politica…
Lo storytelling vuole convincerci che non esiste che un «romanzo», una sola storia. Si presenta come una sorta di religione della narrazione. Come le grandi religioni monoteiste ci dice che non esiste che un unico e solo «libro», non se ne potrebbe perciò scrivere nessun altro, a rischio di subire una fatwa come è accaduto a Salman Rushdie. Al contrario, nella realtà in cui viviamo e in ciascuno di noi, proprio come indica la figura di Blumkin, ci sono diverse storie che si osservano, dialogano, si incontrano o si combattono. Una considerazione che non va però confusa con il contesto con cui ci dobbiamo misurare attualmente.
Ciò a cui stiamo assistendo oggi rispetto a quando ho iniziato ad occuparmi di questo tema, è che siamo passati da una dimensione verticale in cui l’ufficio comunicazione dell’Eliseo o della Casa Bianca proponevano la «storia del giorno» ad uso e consumo dei cittadini, ad una dimensione orizzontale, ad una sorta di multi-storytelling in cui ciascuno di noi, attraverso la rete e soprattutto i social, diventa un protagonista di questo meccanismo. Lo spazio della comunicazione si è così trasformato in un autentico campo di battaglia dove ha luogo una «guerra delle narrazioni». Basta pensare all’elezione di Trump per essere consapevoli del peso che tutto ciò ha assunto nelle nostre vite.

In questo scenario si è così cominciato a parlare delle cosiddette fake news. In proposito lei ha citato le parole di Hannah Arendt che sosteneva come «il suddito ideale del regno totalitario» non dovesse essere convinto ideologicamente, bensì persuaso che «la distinzione tra fatti e finzione, e la distinzione tra vero e falso, non esistono più». 
Il primo effetto della guerra dei racconti cui facevo riferimento è il prendere corpo di quello che chiamo «il pianeta del discredito». La continua contrapposizione di «storie», talvolta niente altro che delle autentiche bugie, ha condotto molti cittadini a divenire sempre più agnostici, a non credere più alla parola pubblica, non solo ai politici, ma anche ai media, ai ricercatori, ai medici o agli scienziati, come indicano ad esempio le follie che vengono affermate sul clima. Una situazione che interroga il futuro stesso della democrazia che si basa, o si dovrebbe basare, sul confronto delle idee. Lo spazio mediatico dove hanno luogo queste «guerre narrative» sembra sul punto di rimpiazzare quella «democrazia deliberativa» di cui parla Jürgen Habermas, fondata su un processo discorsivo razionale.

FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

Reportage. Tra Barriera di Milano e Falchera, nella periferia della città sabauda, le terre sono coltivate da lavoratori in pensione

TORINO. Secondo l’artista Nicolò Taglia, l’uomo sarà presto chiamato a gestire una natura pronta a esplodere nelle città abbandonate. «Mi affascinano le prospettive inaugurate dal contatto di ritorno tra cementificazione e verde», spiega. «Qui a Barriera di Milano, presso la confluenza tra Stura di Lanzo e Po, troviamo l’avanguardia dei palazzi di confine edificati lungo la Strada dell’Arrivore, in direzione dei due fiumi, periferia nord est di Torino. Gli orti urbani aperti in questa zona franca dovrebbero servire da ammortizzatore sociale: insegnare a risparmiare, portando a casa cibi genuini cresciuti con il proprio impegno, e bonificare l’ambiente».

Torino sa che la sfida del futuro è la decrescita felice. Capitale industriale, sulla scia del miracolo economico si era espansa priva di alcuna autocoscienza, inglobando campi e seminando fabbriche nel loro ventre. Crollato il “secolo breve”, il sistema è imploso e le piante hanno riconquistato le posizioni smarrite. Come una minaccia, senza la controparte di un colloquio con la cittadinanza.
Ultime sentinelle, chiamate dal Comune alla pratica degli orti urbani, sono gli operai in pensione, in gran parte originari del sud, figli di contadini che scendono a patti con l’universo vegetale, armati di zappa e vanga, abiurata la falce, deposto il martello.
Prima di accompagnarci all’Arrivore, Nicolò ci mostra i risultati ottenuti con l’associazione Variante Bunker. In tre anni, a partire dal 2011, i terreni incolti ereditati da un’area industriale dismessa sono stati risanati dall’eternit e trasformati in un giardino condiviso, utilizzando tecniche biologiche e un pozzo di falda, tra sperimentazioni di musica e di street art. I binari dello Scalo Vanchiglia appaiono invasi da pioppi, frassini, olmi, ailanti; ci sono delle arnie. «Preferisco lavorare con altri artisti, lanciando progetti pilota che precedono la loro istituzionalizzazione», dice Nicolò.
Perché, all’Arrivore, sono le istituzioni a provarci. A due chilometri dal Bunker, c’era il Toxic Park, c’era un campo nomadi sgomberato rudemente; resta ancora qualche siringa. Gli orti comunali sono qui il legante immaginato dalla politica affinché il tessuto sociale tenga.
Pasquale Costantino, affidatario del lotto numero 1 dal 2011, è nato a Lavello (di Lucania) e vive a Torino dal 1961. Il suo vicino è Donato Metta, di Canosa di Puglia: «Il paese di Lino Banfi». La compagna Dorina Coltan racconta che nessuno dei due aveva esperienza di orticultura. «Lo scorso anno – dice – andavamo al mare; adesso l’orto è il nostro bambino, non possiamo abbandonarlo».
DONATO È EMIGRATO A TORINO NEL 1965, per cercare fortuna da decoratore. «Nel 1969 sono passato alla Fiat», ricorda. «Due anni dopo però sono andato via: c’erano troppi scioperi e io desideravo soltanto lavorare. Mi chiamavano coniglio». Pasquale, operaio di lotta, ricorda invece quasi con rimpianto le cariche della polizia. Non si dice comunista, ma un ribelle che in cambio del rispetto dei doveri pretende tutti i diritti. «La mia famiglia possedeva in Lucania venti ettari di ulivi, grano, mandorli, viti; poi papà, quando avevo cinque anni, rimase paralizzato. Conducevamo una vita grama, ma tranquilla. Non ci mancava niente: né le cicale, né le rane. Ascoltare una campagna silenziosa come questa dell’Arrivore mi fa impressione, tuttavia mi ricorda l’infanzia».
Scatta qui un cortocircuito insanabile: Pasquale si trova bene, ma non vuole accettare le regole di una campagna che non è la sua. «Avevo portato dalla mia terra natale un fico e una bella pianta mi era cresciuta», scandisce nervosamente. «L’anno scorso me l’hanno fatta sradicare, perché avevo violato il regolamento. Io, che sono un lucano testardo, ho però letto Opzione Zero: parla di coloro che hanno il timore di sbagliare e, per non commettere errori, nulla fanno. Questo ho pensato quando la direzione mi ha detto: o rimuovi il fico, o te ne vai. Ma che aggregazione vuoi ottenere in questo modo? Vuoi servi sottoposti a un’obbedienza immobile?».
LA DIREZIONE RISIEDE risiede nell’Ufficio Ambiente della Circoscrizione 6, di cui Grazia Bernardini è la segretaria: lo sguardo onesto di chi insegue il progresso civile, opposto alla genuina dignità di un contadino operaio. «Io non la penso come Pasquale», dice Grazia. «Le regole devono essere rispettate, altrimenti un’iniziativa civica perde di senso e di efficacia. Le amministrazioni, a partire dallo stato di abbandono in cui l’Arrivore versava nel 2007, hanno creato una comunità attiva al posto di una giungla assediata dal deserto sociale. Dal 2014 esiste un regolamento comunale cui attenersi. Nelle graduatorie è favorito chi ha un reddito inferiore ai 14 mila euro di Isee; il rinnovo avviene ogni cinque anni, il prossimo nel 2020».
Ciascuno dei 174 appezzamenti si estende per 100 metri quadrati. Un orto su cinque deve essere concesso «di prossimità»: con 200 euro l’anno, quattro persone possono condividere un lotto. «L’idea è quella di favorire i giovani e le associazioni», chiarisce Grazia.
Donato, invece, è soddisfatto. «Abbiamo pagato 50 euro di cauzione e altrettanti di canone annuo e ottenuto una concessione quinquennale. Periodicamente si controlla che lavoriamo il suolo, e lo trovo giusto, così come l’ordine di non coprire con una tettoia l’orto per non togliere luce ai vicini». La coppia chiede a volte consigli ai vicini, ma preferisce informarsi su internet: il senso di comunità non decolla. «Sul web ci sono meno invidie», dice Dorina. Ci parlano dei furti di zappe, rastrelli, cipolle. Prima si dava la colpa ai nomadi, ma è evidente che i responsabili siano gli stessi ortolani.
NEL LOTTO 89 INCONTRIAMO FRANCO CASSOLA, tra i pochi piemontesi. Nel 1944 la sua famiglia fu sfollata a Piossasco, dove si potevano coltivare pomodori e patate. «I figli dei contadini mi chiamavano il torinese che mangia mosche»: non riesce a dimenticarlo. «Si presentavano con un panino ripieno di marmellata, che avrei ottenuto se avessi ingoiato una mosca. Per la fame, lo facevo: quando lo capirono, smisero. A 75 anni ho preso un orto all’Arrivore. Guardando la foto di Piossasco con me bambino, che ho appeso sul cancelletto, penso: in fondo quella triste infanzia nascondeva un seme, che qui è maturato».
Nel 2008 Franco e il vicino Antonio Ciaccia, lui sì prodigo di consigli, hanno filtrato il terreno per ripulirlo da sassi, siringhe, gramigna. «Era duro come il cemento armato», dice Antonio, che ha trasferito nel suo appezzamento l’ordine acquisito in fabbrica. Antonio è arrivato ventiseienne da Faggiano, nel Tarantino: ha iniziato da verniciatore, è andato in pensione rifinendo le Ferrari. «I Comuni devono investire fondi europei per recuperare dall’incuria spazi incolti e affidarli ai disoccupati, perché chi perde il lavoro a cinquant’anni, se non facesse nulla, impazzirebbe».
Nel suo orto l’estetica ha un ruolo primario, con il trionfo dei colori e dei profumi pugliesi; pomodori San Marzano, neri, e cuore di bue; peperoni corno rosso; melanzane. «Mia moglie, con questi prodotti, ama preparare due piatti tarantini: melanzane ripiene «della qualità ovale» e purea di zucchine lesse con fave secche», dice sorridendo.
TRA TANTI UOMINI DURI, depositari di un sapere della fatica in via di estinzione, prova a destreggiarsi Valentina Ciappina, giovane coordinatrice della Commissione Ambiente della sesta Circoscrizione. «Di notte, negli orti, vengono ancora le prostitute», denuncia. «Per migliorare l’immagine dell’area, ho preteso fossero tolti i tappeti e ottenuto l’installazione di bidoni per l’immondizia. La speranza è quella di ringiovanire l’età degli ortolani, che durante le riunioni litigano come in un’assemblea condominiale».
Il regolamento prevede la consulta di un organo collegiale: un comitato elettivo composto da cinque persone, che si incontrano per discutere con l’ufficio tecnico. Spesso si segnalano comportamenti scorretti. Al terzo richiamo, chi trasgredisce dovrebbe essere espulso. Ciò non è mai successo. Non si potrebbero, per esempio, accendere i fuochi per le grigliate, ma chi è che non l’ha mai fatto?
Il recupero di un dialogo costruttivo con la natura, nonostante le beghe politiche, rappresenta per Torino l’anno zero di una narrazione delle periferie aggiornata alla contemporaneità. Eppure, tra Barriera di Milano e Falchera, tale dialogo, restando appannaggio degli anziani, sa più di nostalgia che di speranza. È il pianto antico di una generazione sconfitta, che però pare ancora l’unica capace di fare aggregazione, trasudando orgoglio e lucidità sociale.

FONTE: Federico Gurgone, IL MANIFESTO

A pochi chilometri dal centro capitolino, a nord-ovest, sorge la Riserva Naturale dell’Insugherata. Dentro la Riserva è allocato il Parco Agricolo Casal del Marmo, dove ha sede Cobragor (cooperativa braccianti agricoli organizzati), un’azienda che vanta quarant’anni di anzianità: nacque da urgenze materiali che portarono giovani senza lavoro all’occupazione di terre incolte. Un’esperienza sorta nel fuoco degli anni Settanta, in quella fluviale mobilitazione delle classi subalterne che riscopriva il gusto di lottare per una nuova esistenza. Molte furono le conquiste, ma la disoccupazione continuava a mordere. Cobragor sorse in quell’intenso fermento e ha vinto la sfida col tempo, consolidando pensieri liberanti.

IL VIALE D’ACCESSO è tappezzato di magnifici ulivi, sbocca sul piazzale dove un giovane issato sul ponteggio sta ravvivando i colori di un graffito disegnato ai tempi dell’occupazione. Il suo autore originario è Paolo Ramundo, l’attuale presidente della cooperativa, che mi viene incontro con la mano tesa: Paolo ha gli occhi azzurri, la barba bianca, un sorriso accogliente, 75 anni portati mica male ed è l’unico superstite del manipolo che iniziò l’avventura nella primavera 1977.

«In quegli anni noi eravamo iscritti come disoccupati agli Uffici di Collocamento, ma era dura attendere un lavoro incerto, occorreva sollecitare risposte ai nostri bisogni: andavamo davanti alle fabbriche, ai cantieri, agli ospedali… a chiedere lavoro. Come Disoccupati organizzati facevamo scioperi alla rovescia: in chiave dimostrativa e simbolica andavamo a svolgere mansioni necessarie, ricordo che andammo all’Umberto I e ci mettemmo a pulire le stanze… Ma in città ci sono anche grandi aree di terra abbandonata; avevamo contatti con la Federbraccianti, un sindacato aperto alle nostre istanze, e loro ci segnalarono terreni pubblici abbandonati da decenni».

PAOLO NON VENIVA dal niente: nel ’77, a 25 anni, era già un architetto, lavorava ai progetti di studi professionali, all’università era stato allievo di Paolo Portoghesi e animatore del dissacratorio gruppetto gli Uccelli, nel sociale partecipava a un collettivo romano di persone variegate (l’attrice Isabella Rossellini, il critico musicale Carlo Zaccagnini, la sociologa e giurista Yasmine Ergas, l’economista Giuseppe Roma…) che appoggiava gli occupanti di case popolari, fu un anticipatore della Street Art e suo è uno dei dipinti storici affrescati sui muri di Tor di Nona: l’Asino che vola.

Ma Paolo è allergico a parlare di sé come singolo, ama l’afflato plurimo: «Nel movimento ragionavamo in termini collettivi, non c’era come oggi la tendenza ipertrofica all’io, c’era un noi che ci ispirava e ci muoveva. Eravamo immersi nell’utopia di un cambiamento generale, sociale economico culturale… La campagna mi affascinava, era nell’anima, così m’impegnai nell’occupazione delle terre. Anche se qui siamo in piena città, circondati dai quartieri metropolitani; quando arrivammo, la gente usava il luogo come discarica, trovammo frigoriferi buttati e macchine defunte, sanitari rotti e macerie. Alcuni occupanti si misero le mani nei capelli, erano disperati, disarmarono».

PERÒ CHI CI CREDEVA non disarmò. Con l’appoggio delle Istituzioni aperte al dialogo. A metà decennio l’onda d’urto di un movimento di massa che dagli anni Sessanta scardinava vecchi equilibri di potere portò a risultati inediti sul piano elettorale. Nella Capitale il Comune, la Provincia e la Regione avevano giunte rosse, la Sinistra era incarnata da persone serie, perbene, attendibili: «Nel movimento eravamo in centinaia ad occupare le terre, alcuni di origine contadina. Nel ’77 in Italia ci furono tante occupazioni simili alla nostra, molte tuttora vive e vegete (il prossimo maggio faremo un incontro nazionale). Noi soci fondatori di Cobragor eravamo ventuno, altri 20-30 costituirono altre cooperative come Agricoltura Nuova a Roma sud; oltre ai soci c’erano tanti altri, nei cortei sindacali sfilavamo con spezzoni di corteo notevoli, la stampa ci seguiva con attenzione.

Non avevamo capitali se non quello umano, facemmo un piano di sviluppo con degli agronomi solidali e la Regione ci assegnò i primi contributi, organizzando pure corsi di avviamento agricolo, sensibili al dramma disoccupazione al pari degli altri Enti locali. Non avevamo neppure macchine e il sindacato fece venire gli agricoltori da Maccarese coi trattori per dissodare e mettere in produzione i terreni: era una solidarietà operativa. Bello, no? Certo le Istituzioni erano più aperte di oggi, ma anche adesso la lotta paga: nel 2016 la giunta Marino ha indetto bandi e dato in concessione terre dismesse a gruppi di giovani richiedenti».

NEL TEMPO COBRAGOR, che dai primordi paga un regolare affitto alla proprietà pubblica, è evoluta in azienda agricola multifunzionale: attualmente una decina di operatori stabili (fra cui un afgano) coltivano 40 ettari con metodo biologico; insieme a 1.500 ulivi e 2.600 alberi da frutta producono cereali, frutta, olio, marmellate, miele, conserve… e uova di galline che razzolano liberamente. Inoltre in azienda si può pernottare, c’è un ristorante aperto la domenica, si organizzano eventi culturali, feste e visite didattiche con laboratori sull’orto e la frutta, nella bella stagione i bambini frequentano il centro estivo. «Tutto ciò avvicina i cittadini alla terra e rappresenta una critica pratica verso l’agroeconomia intensiva, speculativa, tossica, lontana. Mentre è cresciuta pure la comune coscienza civile, per esempio i cittadini hanno spontaneamente promosso comitati per valorizzare le agroaree e impedire cementificazioni; sono gli stessi che vengono da noi a fare la spesa, passeggiano nei campi, socializzano fra loro, osservano i ritmi della natura, omaggiano la mente di nuove dimensioni, migliorano la qualità di vita».

PER NON ADDORMENTARE il cervello Paolo ultimamente ha intrapreso una nuova battaglia di alto profilo, insieme ad associazioni varie: «un progetto strategico volto al benessere e alla salute dei cittadini da realizzare nel complesso dell’ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – dismesso con la riforma Basaglia – che si trova qui vicino. Con le solite prerogative visionarie – è la prima volta che ne parlo – sto sostenendo l’ipotesi di farvi un grande centro di eccellenza sulla giusta alimentazione, con laboratori e strutture di ricerca sulla biodiversità, documentazione e banche dati, formazione e produzione sostenibile… Una faccenda grossa, siamo appena alla fase iniziale di formulazione del progetto, un luogo di riferimento e rilevanza internazionale, promosso dalla base sociale e connesso all’università, al Cnr…». Ma questa è un’altra storia.

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