Storie

È stato l’anno di Pepe Mujica quest’anno alla mostra di Venezia: sull’ex presidente del Venezuela che ha abbassato la povertà del paese al 9% si sono visti due film e la sua stessa presenza ha trasmesso moniti sulla responsabilità di tutto l’occidente nei confronti della povertà nel mondo, sulla necessità di creare un «piano Marshall» per l’Africa. Mentre Kusturica ha realizzato un documentario folgorato dal presidente che guidava il trattore e donava il 70% del suo salario ai poveri, nella sezione Orizzonti è stato programmato il film ora nelle sale, Una notte di 12 anni, (La noche de los 12 años) del regista e produttore uruguayano Alvaro Brechner, film di genere carcerario, ma che racconta un fatto finora molto poco conosciuto, le autentiche vicende di eccezionali personaggi, Mujica e i suoi compagni Tupamaros arrestati durante il periodo della dittatura militare in Uruguay (1973-1985). «Mi presero – raccontava Mujica – perché non ero veloce, non ero atletico, non perché avevo voglia di fare l’eroe».

BRECHNER ricostruisce nel film dopo aver raccolto per anni investigazioni e testimonianze, la vera storia della detenzione contro ogni rispetto dei diritti umani dei tre compagni di lotta del Movimiento de liberación Nacional, Pepe (il futuro presidente Mujica), Neto (Eleuterio Huidobro) diventato poi ministro della difesa, da poco scomparso, Ruso, il poeta Mauricio Rosencrof, interpretati rispettivamente dall’attore spagnolo Antonio De La Torre, Alvaro Tort (era in Whisky) e Chino Darín (il figlio del grande attore argentino Ricardo Darín). Nel film si seguono solo i tre ostaggi, nella realtà la vicenda è stata vissuta da nove detenuti divisi in tre gruppi.

Parlare di genere carcerario è riduttivo, poiché la loro detenzione fu piuttosto una lunghissima forma di tortura, fece parte di un esperimento di azzeramento della personalità, con il preciso obiettivo di portarli alla pazzia. I dodici anni si riferiscono infatti alla loro carcerazione in completo isolamento in luoghi sempre diversi senza poter comunicare, praticamente senza cibo, luce, acqua, luoghi degni delle segrete medievali.

DALLA LUNGA lotta per non impazzire uscirono vincitori e il film li mostra in un crescendo di grande umanità lungo quegli anni di isolamento, in scene all’apparenza vuote riempite con abilità, dove l’insegnamento principale è la necessità di resistere a tutti i costi, inventando sempre diversi modi di comunicare attraverso spessi muri, trovando il modo di rimanere esseri umani. E con il pensiero, una volta usciti, di continuare a lottare per la giustizia sociale.

Il regista nei suoi precedenti film ha mostrato di elaborare riferimenti letterari, come Onetti (Mal dìa para pescar), qui si muove nell’ambito dell’assurdo, dell’humour paradossale, del sentimento, pur restando imbrigliato in qualche modo dalle regole del genere, oltre che carcerario, anche politico. In fondo probabilmente è vero che un’esperienza così non si può raccontare: neanche Pepe Mujica a Venezia ha voluto parlare dell’epoca della detenzione, indicando quelle esperienze ferite profonde da rispettare.

Quello che rende il film importante, oltre all’intero impianto artistico di grande livello, è che si tratta di una manifestazione di lavoro sulla memoria che coinvolge da anni tutto il continente latinoamericano, ma da parte di un paese come l’Uruguay dove ancora non si sono fatti i conti con il passato, al contrario di Argentina o Cile e dove resta in sospeso la questione dei desaparecidos e latitano i processi ai militari.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

«Sembrava lui stesso considerarsi un personaggio letterario: un po’ eroe, avventuriero e bandito»

«Volevo tornare al tempo in cui le masse irrompevano sul palcoscenico della Storia, ed era la Storia in persona che dettava le sue parole». Fin dalla frase con cui Christian Salmon ha spiegato il senso dell’affascinante inchiesta che ha condotto su di una personaggio leggendario, ma altrettanto misterioso, della Rivoluzione d’Ottobre come Jakov Blumkin (Il progetto Blumkin, Laterza, pp. 264, euro 18) si intravede il senso della sfida che accompagna da sempre il lavoro di questo scrittore e intellettuale francese, quello di interrogare le vicende storiche e politiche per coglierne, attraverso le forme narrative che vi hanno preso forma, il significato più profondo e, se possibile, universale.

Per il fondatore, accanto a centinaia di altri autori di ogni parte del mondo, del Parlamento internazionale degli scrittori, membro del Centre de Recherches sur les Arts et le Langage di Parigi, e tra i primi a occuparsi da un decennio a questa parte dello sviluppo anche nel mondo politico delle tecniche dello storytelling – l’adozione di precisi canoni narrativi nella costruzione delle figure pubbliche, o di «brand» personali, fenomeno evidente lungo un arco temporale che va da Sarkozy a Trump passando per Renzi -, la figura di Jakov Blumkin non incarna solo una sorta di alter ego per un viaggio a ritroso nella propria biografia di giovane militante trotskista, ma serve per interrogarsi sulle molteplici rappresentazioni ed eredità della Storia a partire da un evento cardine come l’Ottobre bolscevico. Non a caso, Salmon ricostruisce con il rigore dello storico e un timbro deliberatamente letterario, la confusa vicenda biografica di Blumkin che sembra svolgersi nello spazio tra due date, il 6 luglio del 1918 quando uccide l’ambasciatore tedesco a Mosca e la sua morte, avvenuta nel novembre del 1929, tradito da quella stessa rivoluzione trasfigurata nelle mani di Stalin.

La scelta di svolgere questa sorta di inchiesta storico/letteraria sulla figura di Jakov Blumkin sembra in continuità con il suo lavoro sullo storytelling e su quello che si potrebbe definire come il «romanzo della politica». È così?
Con questo libro mi sono interrogato su cosa significhi davvero il racconto di una vita, la sua narrazione a partire da fonti diverse, talvolta contraddittorie. In questo, credo di aver proseguito la mia indagine iniziata analizzando le forme dello storytelling, il modo in cui i politici, sulla scorta di quanto fanno i grandi marchi commerciali, si «raccontano» oggi. Tutta una serie di leggende circondano la figura di Blumkin, un personaggio dalla vita oscura. E ciò che più mi ha attratto in lui è che è in qualche modo rimasto impigliato nel riflesso della sua leggenda. Non abbiamo a che fare con un individuo la cui biografia ci è nota e chiara fino in fondo, quanto piuttosto, per dirla con Jean Baudrillard, con un esempio di «iperrealtà», vale a dire con «una proliferazione di miti sull’origine e sui segni della realtà» che in questo caso si traducono nel fatto che su Blumkin hanno scritto gli altri e nella sua vicenda hanno preso corpo le proiezioni di quanti volevano piegarne le vicende ai propri interessi. Insomma, quasi un «oggetto cubista» dalle molte e spesso contradditorie sfaccettature.

Ma queste apparenti contraddizioni e i tanti punti oscuri nella vita di Blumkin non hanno a che fare anche con l’epoca tumultuosa in cui visse?
Senza dubbio. Come spiegava Osip Mandel’štam, la cui figura ritorna più volte ne Il progetto Blumkin, in un testo del 1922 intitolato «La fine del romanzo», quella generazione non ha potuto avere una vera biografia. O almeno non una sola. Il debutto del Novecento coincide con un’epoca burrascosa, trasferimenti continui – diciassette cambi di casa, ambiente e scuole nella sola giovinezza del celebre poeta -; la più totale incertezza anche solo su ciò che sarebbe potuto accadere il giorno dopo. In Russia nello spazio di pochi anni accade di tutto: la rivoluzione fallita del 1915, la repressione zarista, la nuova rivoluzione del 1917, la guerra civile… come costruire una propria biografia in mezzo a tali sconvolgimenti? Proprio Mandel’štam ricorreva ad una bella immagine per descrivere questa situazione e scriveva: «le nostre vite sono come le palle del biliardo che schizzano in tutte le direzioni» e aggiungeva come i suoi contemporanei, esattamente come Blumkin e lui stesso, fossero «catapultati fuori dalle loro biografie». Per questo, alla luce di tali difficili itinerari personali parlava di «fine del romanzo». A partire da queste vite si possono comporre collage, costruire sequenze di film, come quelli di Eisenstein o Vertov, ma è difficile costruire una forma narrativa completa.
Forse, proprio perché consapevole di tutto ciò, Blumkin stesso immaginò degli elementi narrativi intorno alle proprie vicende. Fin dall’adolescenza sembrava considerarsi come un personaggio letterario, un po’ eroe, un po’ avventuriero, un po’ bandito. Voleva essere un poeta lirico, imbracciò senza esitazione la violenza politica, diventando uno di quei «terroristi» che caratterizzeranno l’epoca zarista affascinando come eroi romantici molti loro giovani contemporanei, si pensava al fianco di Trotsky, come uno stratega pronto a ridisegnare la carta politica del Medio come dell’Estremo Oriente. Una visione aperta del romanzo della sua vita, ma dove la storia, pur se in modo confuso, sembrava avere ancora la meglio sulla rappresentazione.

Una condizione che, per venire al suo lavoro sullo storytelling, sembra contrapporre la vicenda di Blumkin che ha cercato di ricostruire, con le forme attuali di racconto della politica…
Lo storytelling vuole convincerci che non esiste che un «romanzo», una sola storia. Si presenta come una sorta di religione della narrazione. Come le grandi religioni monoteiste ci dice che non esiste che un unico e solo «libro», non se ne potrebbe perciò scrivere nessun altro, a rischio di subire una fatwa come è accaduto a Salman Rushdie. Al contrario, nella realtà in cui viviamo e in ciascuno di noi, proprio come indica la figura di Blumkin, ci sono diverse storie che si osservano, dialogano, si incontrano o si combattono. Una considerazione che non va però confusa con il contesto con cui ci dobbiamo misurare attualmente.
Ciò a cui stiamo assistendo oggi rispetto a quando ho iniziato ad occuparmi di questo tema, è che siamo passati da una dimensione verticale in cui l’ufficio comunicazione dell’Eliseo o della Casa Bianca proponevano la «storia del giorno» ad uso e consumo dei cittadini, ad una dimensione orizzontale, ad una sorta di multi-storytelling in cui ciascuno di noi, attraverso la rete e soprattutto i social, diventa un protagonista di questo meccanismo. Lo spazio della comunicazione si è così trasformato in un autentico campo di battaglia dove ha luogo una «guerra delle narrazioni». Basta pensare all’elezione di Trump per essere consapevoli del peso che tutto ciò ha assunto nelle nostre vite.

In questo scenario si è così cominciato a parlare delle cosiddette fake news. In proposito lei ha citato le parole di Hannah Arendt che sosteneva come «il suddito ideale del regno totalitario» non dovesse essere convinto ideologicamente, bensì persuaso che «la distinzione tra fatti e finzione, e la distinzione tra vero e falso, non esistono più». 
Il primo effetto della guerra dei racconti cui facevo riferimento è il prendere corpo di quello che chiamo «il pianeta del discredito». La continua contrapposizione di «storie», talvolta niente altro che delle autentiche bugie, ha condotto molti cittadini a divenire sempre più agnostici, a non credere più alla parola pubblica, non solo ai politici, ma anche ai media, ai ricercatori, ai medici o agli scienziati, come indicano ad esempio le follie che vengono affermate sul clima. Una situazione che interroga il futuro stesso della democrazia che si basa, o si dovrebbe basare, sul confronto delle idee. Lo spazio mediatico dove hanno luogo queste «guerre narrative» sembra sul punto di rimpiazzare quella «democrazia deliberativa» di cui parla Jürgen Habermas, fondata su un processo discorsivo razionale.

FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

Reportage. Tra Barriera di Milano e Falchera, nella periferia della città sabauda, le terre sono coltivate da lavoratori in pensione

TORINO. Secondo l’artista Nicolò Taglia, l’uomo sarà presto chiamato a gestire una natura pronta a esplodere nelle città abbandonate. «Mi affascinano le prospettive inaugurate dal contatto di ritorno tra cementificazione e verde», spiega. «Qui a Barriera di Milano, presso la confluenza tra Stura di Lanzo e Po, troviamo l’avanguardia dei palazzi di confine edificati lungo la Strada dell’Arrivore, in direzione dei due fiumi, periferia nord est di Torino. Gli orti urbani aperti in questa zona franca dovrebbero servire da ammortizzatore sociale: insegnare a risparmiare, portando a casa cibi genuini cresciuti con il proprio impegno, e bonificare l’ambiente».

Torino sa che la sfida del futuro è la decrescita felice. Capitale industriale, sulla scia del miracolo economico si era espansa priva di alcuna autocoscienza, inglobando campi e seminando fabbriche nel loro ventre. Crollato il “secolo breve”, il sistema è imploso e le piante hanno riconquistato le posizioni smarrite. Come una minaccia, senza la controparte di un colloquio con la cittadinanza.
Ultime sentinelle, chiamate dal Comune alla pratica degli orti urbani, sono gli operai in pensione, in gran parte originari del sud, figli di contadini che scendono a patti con l’universo vegetale, armati di zappa e vanga, abiurata la falce, deposto il martello.
Prima di accompagnarci all’Arrivore, Nicolò ci mostra i risultati ottenuti con l’associazione Variante Bunker. In tre anni, a partire dal 2011, i terreni incolti ereditati da un’area industriale dismessa sono stati risanati dall’eternit e trasformati in un giardino condiviso, utilizzando tecniche biologiche e un pozzo di falda, tra sperimentazioni di musica e di street art. I binari dello Scalo Vanchiglia appaiono invasi da pioppi, frassini, olmi, ailanti; ci sono delle arnie. «Preferisco lavorare con altri artisti, lanciando progetti pilota che precedono la loro istituzionalizzazione», dice Nicolò.
Perché, all’Arrivore, sono le istituzioni a provarci. A due chilometri dal Bunker, c’era il Toxic Park, c’era un campo nomadi sgomberato rudemente; resta ancora qualche siringa. Gli orti comunali sono qui il legante immaginato dalla politica affinché il tessuto sociale tenga.
Pasquale Costantino, affidatario del lotto numero 1 dal 2011, è nato a Lavello (di Lucania) e vive a Torino dal 1961. Il suo vicino è Donato Metta, di Canosa di Puglia: «Il paese di Lino Banfi». La compagna Dorina Coltan racconta che nessuno dei due aveva esperienza di orticultura. «Lo scorso anno – dice – andavamo al mare; adesso l’orto è il nostro bambino, non possiamo abbandonarlo».
DONATO È EMIGRATO A TORINO NEL 1965, per cercare fortuna da decoratore. «Nel 1969 sono passato alla Fiat», ricorda. «Due anni dopo però sono andato via: c’erano troppi scioperi e io desideravo soltanto lavorare. Mi chiamavano coniglio». Pasquale, operaio di lotta, ricorda invece quasi con rimpianto le cariche della polizia. Non si dice comunista, ma un ribelle che in cambio del rispetto dei doveri pretende tutti i diritti. «La mia famiglia possedeva in Lucania venti ettari di ulivi, grano, mandorli, viti; poi papà, quando avevo cinque anni, rimase paralizzato. Conducevamo una vita grama, ma tranquilla. Non ci mancava niente: né le cicale, né le rane. Ascoltare una campagna silenziosa come questa dell’Arrivore mi fa impressione, tuttavia mi ricorda l’infanzia».
Scatta qui un cortocircuito insanabile: Pasquale si trova bene, ma non vuole accettare le regole di una campagna che non è la sua. «Avevo portato dalla mia terra natale un fico e una bella pianta mi era cresciuta», scandisce nervosamente. «L’anno scorso me l’hanno fatta sradicare, perché avevo violato il regolamento. Io, che sono un lucano testardo, ho però letto Opzione Zero: parla di coloro che hanno il timore di sbagliare e, per non commettere errori, nulla fanno. Questo ho pensato quando la direzione mi ha detto: o rimuovi il fico, o te ne vai. Ma che aggregazione vuoi ottenere in questo modo? Vuoi servi sottoposti a un’obbedienza immobile?».
LA DIREZIONE RISIEDE risiede nell’Ufficio Ambiente della Circoscrizione 6, di cui Grazia Bernardini è la segretaria: lo sguardo onesto di chi insegue il progresso civile, opposto alla genuina dignità di un contadino operaio. «Io non la penso come Pasquale», dice Grazia. «Le regole devono essere rispettate, altrimenti un’iniziativa civica perde di senso e di efficacia. Le amministrazioni, a partire dallo stato di abbandono in cui l’Arrivore versava nel 2007, hanno creato una comunità attiva al posto di una giungla assediata dal deserto sociale. Dal 2014 esiste un regolamento comunale cui attenersi. Nelle graduatorie è favorito chi ha un reddito inferiore ai 14 mila euro di Isee; il rinnovo avviene ogni cinque anni, il prossimo nel 2020».
Ciascuno dei 174 appezzamenti si estende per 100 metri quadrati. Un orto su cinque deve essere concesso «di prossimità»: con 200 euro l’anno, quattro persone possono condividere un lotto. «L’idea è quella di favorire i giovani e le associazioni», chiarisce Grazia.
Donato, invece, è soddisfatto. «Abbiamo pagato 50 euro di cauzione e altrettanti di canone annuo e ottenuto una concessione quinquennale. Periodicamente si controlla che lavoriamo il suolo, e lo trovo giusto, così come l’ordine di non coprire con una tettoia l’orto per non togliere luce ai vicini». La coppia chiede a volte consigli ai vicini, ma preferisce informarsi su internet: il senso di comunità non decolla. «Sul web ci sono meno invidie», dice Dorina. Ci parlano dei furti di zappe, rastrelli, cipolle. Prima si dava la colpa ai nomadi, ma è evidente che i responsabili siano gli stessi ortolani.
NEL LOTTO 89 INCONTRIAMO FRANCO CASSOLA, tra i pochi piemontesi. Nel 1944 la sua famiglia fu sfollata a Piossasco, dove si potevano coltivare pomodori e patate. «I figli dei contadini mi chiamavano il torinese che mangia mosche»: non riesce a dimenticarlo. «Si presentavano con un panino ripieno di marmellata, che avrei ottenuto se avessi ingoiato una mosca. Per la fame, lo facevo: quando lo capirono, smisero. A 75 anni ho preso un orto all’Arrivore. Guardando la foto di Piossasco con me bambino, che ho appeso sul cancelletto, penso: in fondo quella triste infanzia nascondeva un seme, che qui è maturato».
Nel 2008 Franco e il vicino Antonio Ciaccia, lui sì prodigo di consigli, hanno filtrato il terreno per ripulirlo da sassi, siringhe, gramigna. «Era duro come il cemento armato», dice Antonio, che ha trasferito nel suo appezzamento l’ordine acquisito in fabbrica. Antonio è arrivato ventiseienne da Faggiano, nel Tarantino: ha iniziato da verniciatore, è andato in pensione rifinendo le Ferrari. «I Comuni devono investire fondi europei per recuperare dall’incuria spazi incolti e affidarli ai disoccupati, perché chi perde il lavoro a cinquant’anni, se non facesse nulla, impazzirebbe».
Nel suo orto l’estetica ha un ruolo primario, con il trionfo dei colori e dei profumi pugliesi; pomodori San Marzano, neri, e cuore di bue; peperoni corno rosso; melanzane. «Mia moglie, con questi prodotti, ama preparare due piatti tarantini: melanzane ripiene «della qualità ovale» e purea di zucchine lesse con fave secche», dice sorridendo.
TRA TANTI UOMINI DURI, depositari di un sapere della fatica in via di estinzione, prova a destreggiarsi Valentina Ciappina, giovane coordinatrice della Commissione Ambiente della sesta Circoscrizione. «Di notte, negli orti, vengono ancora le prostitute», denuncia. «Per migliorare l’immagine dell’area, ho preteso fossero tolti i tappeti e ottenuto l’installazione di bidoni per l’immondizia. La speranza è quella di ringiovanire l’età degli ortolani, che durante le riunioni litigano come in un’assemblea condominiale».
Il regolamento prevede la consulta di un organo collegiale: un comitato elettivo composto da cinque persone, che si incontrano per discutere con l’ufficio tecnico. Spesso si segnalano comportamenti scorretti. Al terzo richiamo, chi trasgredisce dovrebbe essere espulso. Ciò non è mai successo. Non si potrebbero, per esempio, accendere i fuochi per le grigliate, ma chi è che non l’ha mai fatto?
Il recupero di un dialogo costruttivo con la natura, nonostante le beghe politiche, rappresenta per Torino l’anno zero di una narrazione delle periferie aggiornata alla contemporaneità. Eppure, tra Barriera di Milano e Falchera, tale dialogo, restando appannaggio degli anziani, sa più di nostalgia che di speranza. È il pianto antico di una generazione sconfitta, che però pare ancora l’unica capace di fare aggregazione, trasudando orgoglio e lucidità sociale.

FONTE: Federico Gurgone, IL MANIFESTO

A pochi chilometri dal centro capitolino, a nord-ovest, sorge la Riserva Naturale dell’Insugherata. Dentro la Riserva è allocato il Parco Agricolo Casal del Marmo, dove ha sede Cobragor (cooperativa braccianti agricoli organizzati), un’azienda che vanta quarant’anni di anzianità: nacque da urgenze materiali che portarono giovani senza lavoro all’occupazione di terre incolte. Un’esperienza sorta nel fuoco degli anni Settanta, in quella fluviale mobilitazione delle classi subalterne che riscopriva il gusto di lottare per una nuova esistenza. Molte furono le conquiste, ma la disoccupazione continuava a mordere. Cobragor sorse in quell’intenso fermento e ha vinto la sfida col tempo, consolidando pensieri liberanti.

IL VIALE D’ACCESSO è tappezzato di magnifici ulivi, sbocca sul piazzale dove un giovane issato sul ponteggio sta ravvivando i colori di un graffito disegnato ai tempi dell’occupazione. Il suo autore originario è Paolo Ramundo, l’attuale presidente della cooperativa, che mi viene incontro con la mano tesa: Paolo ha gli occhi azzurri, la barba bianca, un sorriso accogliente, 75 anni portati mica male ed è l’unico superstite del manipolo che iniziò l’avventura nella primavera 1977.

«In quegli anni noi eravamo iscritti come disoccupati agli Uffici di Collocamento, ma era dura attendere un lavoro incerto, occorreva sollecitare risposte ai nostri bisogni: andavamo davanti alle fabbriche, ai cantieri, agli ospedali… a chiedere lavoro. Come Disoccupati organizzati facevamo scioperi alla rovescia: in chiave dimostrativa e simbolica andavamo a svolgere mansioni necessarie, ricordo che andammo all’Umberto I e ci mettemmo a pulire le stanze… Ma in città ci sono anche grandi aree di terra abbandonata; avevamo contatti con la Federbraccianti, un sindacato aperto alle nostre istanze, e loro ci segnalarono terreni pubblici abbandonati da decenni».

PAOLO NON VENIVA dal niente: nel ’77, a 25 anni, era già un architetto, lavorava ai progetti di studi professionali, all’università era stato allievo di Paolo Portoghesi e animatore del dissacratorio gruppetto gli Uccelli, nel sociale partecipava a un collettivo romano di persone variegate (l’attrice Isabella Rossellini, il critico musicale Carlo Zaccagnini, la sociologa e giurista Yasmine Ergas, l’economista Giuseppe Roma…) che appoggiava gli occupanti di case popolari, fu un anticipatore della Street Art e suo è uno dei dipinti storici affrescati sui muri di Tor di Nona: l’Asino che vola.

Ma Paolo è allergico a parlare di sé come singolo, ama l’afflato plurimo: «Nel movimento ragionavamo in termini collettivi, non c’era come oggi la tendenza ipertrofica all’io, c’era un noi che ci ispirava e ci muoveva. Eravamo immersi nell’utopia di un cambiamento generale, sociale economico culturale… La campagna mi affascinava, era nell’anima, così m’impegnai nell’occupazione delle terre. Anche se qui siamo in piena città, circondati dai quartieri metropolitani; quando arrivammo, la gente usava il luogo come discarica, trovammo frigoriferi buttati e macchine defunte, sanitari rotti e macerie. Alcuni occupanti si misero le mani nei capelli, erano disperati, disarmarono».

PERÒ CHI CI CREDEVA non disarmò. Con l’appoggio delle Istituzioni aperte al dialogo. A metà decennio l’onda d’urto di un movimento di massa che dagli anni Sessanta scardinava vecchi equilibri di potere portò a risultati inediti sul piano elettorale. Nella Capitale il Comune, la Provincia e la Regione avevano giunte rosse, la Sinistra era incarnata da persone serie, perbene, attendibili: «Nel movimento eravamo in centinaia ad occupare le terre, alcuni di origine contadina. Nel ’77 in Italia ci furono tante occupazioni simili alla nostra, molte tuttora vive e vegete (il prossimo maggio faremo un incontro nazionale). Noi soci fondatori di Cobragor eravamo ventuno, altri 20-30 costituirono altre cooperative come Agricoltura Nuova a Roma sud; oltre ai soci c’erano tanti altri, nei cortei sindacali sfilavamo con spezzoni di corteo notevoli, la stampa ci seguiva con attenzione.

Non avevamo capitali se non quello umano, facemmo un piano di sviluppo con degli agronomi solidali e la Regione ci assegnò i primi contributi, organizzando pure corsi di avviamento agricolo, sensibili al dramma disoccupazione al pari degli altri Enti locali. Non avevamo neppure macchine e il sindacato fece venire gli agricoltori da Maccarese coi trattori per dissodare e mettere in produzione i terreni: era una solidarietà operativa. Bello, no? Certo le Istituzioni erano più aperte di oggi, ma anche adesso la lotta paga: nel 2016 la giunta Marino ha indetto bandi e dato in concessione terre dismesse a gruppi di giovani richiedenti».

NEL TEMPO COBRAGOR, che dai primordi paga un regolare affitto alla proprietà pubblica, è evoluta in azienda agricola multifunzionale: attualmente una decina di operatori stabili (fra cui un afgano) coltivano 40 ettari con metodo biologico; insieme a 1.500 ulivi e 2.600 alberi da frutta producono cereali, frutta, olio, marmellate, miele, conserve… e uova di galline che razzolano liberamente. Inoltre in azienda si può pernottare, c’è un ristorante aperto la domenica, si organizzano eventi culturali, feste e visite didattiche con laboratori sull’orto e la frutta, nella bella stagione i bambini frequentano il centro estivo. «Tutto ciò avvicina i cittadini alla terra e rappresenta una critica pratica verso l’agroeconomia intensiva, speculativa, tossica, lontana. Mentre è cresciuta pure la comune coscienza civile, per esempio i cittadini hanno spontaneamente promosso comitati per valorizzare le agroaree e impedire cementificazioni; sono gli stessi che vengono da noi a fare la spesa, passeggiano nei campi, socializzano fra loro, osservano i ritmi della natura, omaggiano la mente di nuove dimensioni, migliorano la qualità di vita».

PER NON ADDORMENTARE il cervello Paolo ultimamente ha intrapreso una nuova battaglia di alto profilo, insieme ad associazioni varie: «un progetto strategico volto al benessere e alla salute dei cittadini da realizzare nel complesso dell’ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – dismesso con la riforma Basaglia – che si trova qui vicino. Con le solite prerogative visionarie – è la prima volta che ne parlo – sto sostenendo l’ipotesi di farvi un grande centro di eccellenza sulla giusta alimentazione, con laboratori e strutture di ricerca sulla biodiversità, documentazione e banche dati, formazione e produzione sostenibile… Una faccenda grossa, siamo appena alla fase iniziale di formulazione del progetto, un luogo di riferimento e rilevanza internazionale, promosso dalla base sociale e connesso all’università, al Cnr…». Ma questa è un’altra storia.

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A pochi passi da Plaza Italia, nel centro di Santiago del Cile, c’è un edificio basso e imponente (visto dall’alto, potrebbe assomigliare a una chitarra tagliata a metà in verticale), fatto di immense vetrate: è il museo Violeta Parra, che, inaugurato nel 2015, a partire da questo mese sarà il fulcro di almeno trecento iniziative nazionali organizzate in vista del 4 ottobre 2017, centenario della nascita di colei che il fratello Nicanor, poeta tra i più grandi, chiama Viola piadosa, admirable, volcánica, nei versi del lungo poema Defensa de Violeta Parra, oggi incisi lungo la rampa d’ingresso al museo.

Non va dimenticato, però, che in una delle strofe della «Difesa» (pubblicata per la prima volta nel 1958, e apparsa in una versione ampliata nel 1969), aggiunte dopo la morte dell’amatissima sorella, Nicanor la definisce anche «Viola funebris», aggettivo che sembra far presente un secondo anniversario, quello della morte di Violeta, suicida con un colpo di pistola nel febbraio del 1967; tra la venuta al mondo di una donna straordinaria e la sua scomparsa corrono dunque solo cinquant’anni, durante i quali ha preso vita un’opera vastissima che l’ha resa celebre non solo nel suo paese, ma in tutta l’America latina e in Europa, dove è vissuta per alcuni anni tra Francia e Svizzera, visitando instancabilmente altre nazioni per portarvi la sua musica.

È stata davvero lunga la strada percorsa dalla bambina nata in una famiglia assai povera (dieci figli, una madre sarta; un padre stroncato dalla tubercolosi e dall’alcolismo), dall’adolescente cresciuta in campagna ed emigrata nei quartieri popolari di Santiago, dalla giovane donna sposata con un ferroviere comunista e incapace di trasformarsi in casalinga rassegnata, dalla piccola cantora che si guadagnava la vita esibendosi per strada e nei bar. E il museo, insieme alla Fondazione che porta lo stesso nome, dà conto di questo percorso tumultuoso accostando immagini e suoni, documenti, oggetti, musica (una sala è occupata da un «bosco sonoro» dove, appoggiando l’orecchio a tronchi d’albero cavi, si possono ascoltare le canzoni di Violeta) e infine opere d’arte, ossia i quadri, le ceramiche, le sculture in filo di rame e soprattutto le stupende arpilleras (grandi arazzi di juta ricamata) che «la Viola» produceva a getto continuo e che nel 1959 espose a Parigi, in un padiglione del Louvre.

Se quella di artista visuale è una delle meno note tra le tante identità di Violeta, più celebre è quella di musicista, compositrice e cantante, nonché di folclorista che ha registrato e salvato almeno tremila canti popolari del suo paese, e che nutriva il sogno di offrire a tutti il frutto del lavoro suo e di altri nell’ormai leggendaria Carpa de la Reina, un tendone da circo alla periferia di Santiago: un progetto difficile, osteggiato da molti, che le costò duro lavoro e amare delusioni, e finì per essere lo scenario del suo congedo definitivo.

Ancor meno conosciuta della Violeta pittrice e ricamatrice è poi, almeno in Europa, l’autrice dei versi raccolti finalmente in Poesia, un volume di oltre quattrocento pagine curato da Paula Miranda, docente presso l’Università Cattolica del Cile e già autrice nel 2013 di un saggio notevole, La poesía de Violeta Parra.
Presentato il 4 ottobre presso il museo per dare inizio all’anno parriano, il libro include, oltre ai contributi di grandi poeti e scrittori che la stimarono e le furono amici, come de Rokha, Arguedas, Rojas, Neruda, i testi delle 118 canzoni composte da Violeta (tra esse, alcune varianti sconosciute di Gracias a la vida, la più famosa e la più fraintesa), ma anche molti testi inediti e un’autobiografia in versi intitolata Decimas, scritta tra il 1954 e il ’58 per incitamento di Nicanor. Pubblicata due anni dopo la morte di Violeta, Decimas utilizza un metro arcaico e tipico del folclore, che incatena strofe di dieci versi ottosillabi, in rima e con l’obbligo di trattare un medesimo argomento per ogni strofa.

Un esercizio complicato, che Violeta praticava con meravigliosa naturalezza, fondendo poesia popolare e letteratura colta, memoria personale e collettiva, e aprendo così la strada alle sue creazioni musicali più significative, come le canzoni splendide e a volte strazianti riunite nel disco Ultimas composiciones (un vero e proprio congedo, prima del suicidio già altre volte tentato).

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Una delle opere di Violeta Parra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Proprio dalle pagine di Decimas, Violeta sembra venirci più che mai incontro: dotata di innumerevoli talenti e di energia spropositata, orgogliosa, iraconda e autoritaria, generosa all’estremo; qualcuno, scrive Nicanor, che «non si veste da pagliaccio, non si compra e non si vende, parla la lingua della terra». Ma anche qualcuno che certi settori della società cilena di allora, profondamente classista e oligarchica, e della sua cultura ufficiale, elitaria e votata al mantenimento dello status quo, non sapevano né potevano accettare, e non solo per via delle posizioni politiche di Violeta, espresse in canzoni mai rassegnate che trasudavano indignazione, dolore, rabbia e ironia. Se per una parte del Cile «la Viola» è stata troppo a lungo una nemica alla quale negare ogni sostegno e riconoscimento – uno dei primi gesti della dittatura di Pinochet fu quello di togliere il suo nome a un quartiere popolare di Santiago -, lo si deve anche al suo rigore, alle sue scelte di vita, al suo essere incredibilmente in anticipo sul proprio tempo.

Il suo approccio al folclore, per esempio, non era certo quello più diffuso e ufficialmente accettato, che considerava cultura e usanze del popolo come un pittoresco cadavere da imbalsamare per garantirne l’incorruttibilità, pronto per essere esibito in occasione di qualche festa patronale. Invece lei, la Viola, non intendeva semplicemente «salvare» la musica e la cultura popolare, anche se dedicò tempo ed energia a sottrarre all’oblio canzoni, leggende, musiche registrate nei suoi infiniti viaggi attraverso il Cile; quello che voleva era rivitalizzare e usare materiali e forme del folclore, come nota Arguedas, «nel modo più lucido e aggressivo», per creare qualcosa di originale che parlasse a tutti, uscisse dal ghetto in cui si voleva rinchiuderlo e creasse contaminazioni continue tra mondo contadino e urbano, tra «alto» e «basso», tra vecchio e nuovo, in modo da evitare che ogni diversità venisse cancellata dall’imposizione di un modello culturale unico.

Il tratto più eversivo di Violeta, la sua provocazione più grande, era però il suo modo di essere donna: libera, spregiudicata, avventurosa, insofferente a ogni costrizione – lo testimonia, tra le altre cose, la sua intensa e instabile vita amorosa, mai sacrificata alla strada che vedeva tracciata davanti a sé -, lontana dai modelli di femminilità domestica e conciliante proposti e imposti a quell’epoca, non solo in America Latina.

Sono le donne del popolo, impegnate come sua madre Clarisa in un lavoro continuo e logorante, pietre angolari di una sopravvivenza difficile, quelle cui Violeta dà voce e che incarna scegliendo panni modesti, ignorando la moda, rifiutando il trucco e le apparenze, vivendo in case dal pavimento di terra battuta, scrivendo canzoni e cantandole, trovando le parole per raccontarsi, ricamando, modellando ceramiche, trasformando le tradizionali forme espressive femminili in arte autentica e personale, mai puramente popolare o colta, sempre lontana da ogni compiacenza o criterio commerciale.

«Uccello in volo che nessuno può fermare», pronta a correre i rischi che la sua etica rigorosa, la sua assoluta coerenza e le sue scelte audaci comportavano, logorata infine dall’enorme stanchezza del combattente solitario e ostinato (troppo facile ricondurne il suicidio a un amore deluso, piuttosto che a un’ultima sfida), Violeta Parra è oggi onorata da un paese che l’ha misconosciuta a lungo, eppure non rischia di trasformarsi in un’immaginetta stereotipata o di lasciarsi imprigionare nel museo che giustamente la celebra: la qualità eversiva della sua opera è ancora così evidente, così palpabile, da non poter essere del tutto metabolizzata neppure adesso, nel tempo del suo centesimo compleanno.

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Sandra Mantovani è morta il primo ottobre a Milano. Oltre che una straordinaria cantante e studiosa del mondo popolare, Sandra ha rappresentato un momento importante della cultura di sinistra degli anni Sessanta-Ottanta. Nata a Milano nel 1928, esordì nel 1962 in Milanin Milanon, spettacolo di canzoni e poesie milanesi con la regia di Filippo Crivelli e la partecipazione di Milly, Tino Carraro, Enzo Jannacci e Anna Nogara. Fin dal 1962 prese parte all’attività del Nuovo Canzoniere Italiano. Tra gli spettacoli più importanti, Pietà l’è morta. La Resistenza nelle canzoni, con la regia di Filippo Crivelli, Roberto Leydi e Giovanni Pirelli; Bella ciao. Un programma di canzoni popolari italiane di Roberto Leydi e Filippo Crivelli. Portato al Festival dei due mondi di Spoleto nel 1964, lo spettacolo segnò il decisivo affermarsi del gruppo su scala nazionale.

Pochi ricordano che nel 1966, nel momento in cui il Nuovo Canzoniere Italiano stava per scindersi a causa anche del disaccordo sulla soluzione registica data da Dario Fo a Ci ragiono e canto. Rappresentazione popolare in due tempi su materiale originale curato da Cesare Bermani e Franco Coggiola. Sandra Mantovani, sebbene in conflitto con quella regia, salvò con generosità lo spettacolo sostituendo una delle interpreti, Cati Mattea, vittima di un abbassamento di voce, ritirandosi dallo spettacolo solo quando Mattea si ristabilì.

Dopo aver lasciato il Nuovo Canzoniere Italiano, diede vita insieme a Bruno Pianta (scomparso nel settembre di quest’anno) al gruppo dell’Almanacco Popolare, cui collaborò Moni Ovadia. Tra i suoi numerosi dischi, si segnalano E per la strada – Sandra Mantovani canta storie dell’Italia settentrionale  (I Dischi del Sole) e Servi, baroni e uomini  (VPO 8089, 1969).
Molti canti della colonna sonora del «lungo Sessantotto» si sono diffusi grazie ai dischi che ha inciso e gli spettacoli che lei stessa ha fatto: Il feroce monarchico Bava, O Gorizia tu sei maledetta, La canzone della Lega.

Convinta che il carattere della comunicazione orale stesse nei modi esecutivi, ha studiato il materiale politico-sociale, gli elementi costitutivi degli stili vocali popolari, le costanti dell’emissione della voce di particolari aree del Nord Italia.
Nelle sue ricerche, alle registrazioni audio e sonore Mantovani affiancava l’attenta osservazione dei cantanti popolari, cogliendone in particolare le tensioni muscolari che permettono di impadronirsi delle peculiari disposizioni di tutte le parti del petto, del viso e del capo implicate in una particolare emissione vocale.
Di un canto, infatti, voleva conoscere sia la struttura testuale che quella musicale, quando e da chi era stato cantato, in che occasione, per che scopo, cosa volesse comunicare, che rapporto avesse con l’area musicale da cui proveniva. E si preoccupava anche di averne la collocazione storico-sociale. È stata magistrale nella riesecuzione dei canti popolari.

Tra i suoi scritti, l’Oscar Mondadori I canti popolari italiani. 120 testi e musiche(1973), curato assieme al marito Roberto Leydi e a Cristina Pederiva.
Negli ultimi anni di lavoro aveva anche insegnato Tecniche di Comunicazione Orale alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano. dove è ancora adesso ricordata con affetto dai suoi allievi.

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Venezia ha la forma di un pesce circondato da isole, alcune più note per le tradizioni del territorio – il carciofo violetto a Sant’Erasmo – e dell’artigianato – il vetro a Murano, il merletto a Burano – altre rilevanti per spessore storico. San Servolo appartiene al secondo gruppo. Il suo vissuto peculiare, ancora da ricostruire, incarna i più vari significati, positivi e negativi, del concetto di «isola». Non c’è da sorprendersi. L’attuale città lagunare è l’unione di centodiciotto isolette poi fuse insieme, tanto che il nome latino, Venetiae, era unplurale tantum, si declinava cioè al plurale. Venezia è l’emblema e il frattale dell’idea di isola: ha ripetuto e ripete il suo essere isola su scale diverse e in punti diversi della sua territorialità. Non a caso il primo «ghetto» è nato qui.

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Battelli dei reietti

«Perché si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari?» (Sebastian Brant, Das Narrenschiff, 1494). Nel Quattrocento l’immagine simbolo della pazzia respinta dal consorzio civile era la «nave dei folli», che artisti come Dürer e Bosch hanno raffigurato, vera e propria linfa dell’immaginario collettivo europeo. Foucault, che alla stultifera navis ha dedicato il primo capitolo di Storia della follia nell’età classica (1961), precisa che non si trattava di un parto della fantasia, ma che, nel Medioevo e oltre, era consuetudine allontanare i «matti» dalla comunità dei «normali» affidandoli al mare. Cita, fra le città europee, Francoforte e Magonza. Non Venezia, che pure ha stabilizzato e mantenuto più a lungo questa prassi: fino al 1797 i pazzi nobili potevano essere curati a pagamento, mentre quelli poveri erano inviati alla «pubblica fusta»: un battello fatiscente ormeggiato in laguna, di fronte a Palazzo Ducale, dove stavano ammassati un centinaio tra condannati, ammalati e matti.
Difficile non pensare ai migranti nei barconi di questo millennio, individui ciascuno con una propria storia, ma riuniti sotto il comune denominatore dell’«altro» – lo straniero, il forestiero. I profughi di oggi sono gli insani di allora. Per molti, meglio tenerli a distanza, abbandonandoli in mare o salvandoli per poi segregarli: dai centri di permanenza temporanea.

Nel 1797, caduta la Repubblica, un governo democratico-assembleare pose fine all’utilizzo della «fusta» veneziana e decretò di ricoverare i folli poveri, a spese dell’erario, a San Servolo, per più di dieci secoli sede di un monastero benedettino e che, dal Seicento, gradualmente, diventa l’isola del malato fisico e psichico, di tutto il Veneto, della Dalmazia e del Tirolo: feriti in guerra, mozzi, «discoli» e un certo numero di «pazzi». Il significato positivo dell’isolamento del sé – l’ora et labora, benché dai documenti risulti una «monastica lussuria»! – si rovescia nel suo contrario: l’alienazione, isolamento dell’altro.

A San Servolo le due facce della contenzione manicomiale hanno convissuto: la presenza di «apparati di forza», che poi Basaglia denuncerà come strumenti di destorificazione e di cosificazione del malato, e il «trattamento morale» (Pinel e Esquirol), mirato a produrre «scosse morali» nel paziente, attraverso interazioni dialogiche giocate sulla dialettica delle passioni. Ma le stesse potevano esser lette come interventi drastici per mutare una passione in eccesso nel suo opposto. Emerge un’inquietante continuità fra il «trattamento morale» e questo tipo di dialogo affidato alle macchine, con la parentesi «morbida» della scossa elettrica culminata nell’elettroshock. Erano anche in uso metodi «dolci», come la musicoterapia e l’ergoterapia. E, dagli anni Cinquanta del ’900, l’approccio gruppale e biopsicosociale, esito dei rapporti fecondi con la psicoterapia francese, ha rischiarato i momenti bui dell’esperienza manicomiale di San Servolo, avviando un periodo di sperimentazione felice, ancora da sondare.

Nel 1978, dopo la chiusura del manicomio, la Provincia di Venezia ha dato vita alla Fondazione San Servolo Irsesc – Istituto ricerche e studi sull’emarginazione sociale e culturale – impegnata a creare una «memoria al futuro»: raccontare l’isola per indagare a fondo il problema dell’emarginazione, evitando il riproporsi di sue nuove forme. La Fondazione ha inventariato e riordinato l’archivio del manicomio, aperto una biblioteca accessibile agli studiosi, inaugurato nel 2006 un museo, su progetto dell’architetto Barbara Accordi e a cura di Diego Fontanari e Mario Galzigna.

Nell’ideazione del dispositivo espositivo si è esclusa l’ipotesi della ricostruzione fedele dell’ambiente, invalsa nei musei a carattere rievocativo. E si è optato, invece, per la conservazione dei reperti nei luoghi e nell’isola dove essi, insieme a medici, pazienti e personale hanno operato. Una documentazione iconografica – fotografie, mappe, disegni, riproduzioni di cartelle cliniche – li ricontestualizza come nuovo scenario enunciazionale. Museo, biblioteca e archivio danno indicazioni importanti anche su ciò che stava fuori dal manicomio: le condizioni materiali delle persone che diventano «i mati» (contadini pellagrosi, bambini cerebropatici, vecchi dementi, paralitici, epilettici, alcolisti), le paure ancestrali dei «normali», che nelle richieste di segregazione ritrovano il loro equilibrio o il loro potere. Da questo spazio eterotopico si osservano, inoltre, stalli e avanzamenti delle discipline della cura: la medicina, in primis, saperi e metodi.

A pianterreno è ricostruita l’antica sala anatomica con tavolo autoptico in pietra e strumentario. In vetrina sono esposti alcuni crani e cervelli conservati con la tecnica della plastinazione. L’orientamento terapeutico di San Servolo era organicista: si tendeva a ritenere le malattie mentali come cerebrali o disturbi connessi ad alterazioni biologiche. Il modello era la «frenologia» di Franz Joseph Gall, più tardi screditata come «pseudoscienza», che, similmente a certe teorie riduzioniste di oggi, correlava la struttura globale del cervello con i comportamenti. C’è poi la sala dell’antica farmacia, con vasetti contenitori, un tempo, di polveri, tinture, resine di origine vegetale o animale.

Il tempo artigianale

Al piano superiore gli spazi del museo sono ripartiti in tre sezioni. La prima è dedicata alle terapie: lungo il corridoio di ingresso oggetti e immagini testimoniano le «buone pratiche» (agli occhi del contemporaneo!) che San Servolo ha adottato. Dominano l’ergoterapia – manufatti e foto di pazienti nei laboratori artigianali o nei campi dell’isola – e la musicoterapia – un pianoforte e una mappa del 1882 con indicazioni della «Sala della musica». Visibile è dicibile (Foucault): velatamente si è voluto creare un impatto positivo con la realtà del manicomio. E tuttavia, nella continuità repressiva dell’«istituzione totale», che annulla il tempo, questo tipo di «lavoro» equivale a un’«uccisione pietosa del tempo», complemento delle attività normalmente repressive, che lo «torturano» (Ervin Goffman).
Ai lati del corridoio, leggibili dall’alto perché dentro basse bacheche, stanno le foto di un interessantissimo «album comparativo». Per protocollo, a San Servolo, si scattavano foto ai degenti al momento del ricovero e della dimissione, con presunta guarigione. Un’autocelebrazione dei sistemi di cura, se non una forma di apologia, contro le accuse sulla «cronicità» dei malati.

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Gli oggetti della costrizione

Superato il corridoio, il visitatore si trova nella sala dell’idroterapia. Immagini di vasche sedative occupate da allegri pazienti controbilanciano l’effetto della presenza di alcuni strumenti di contenzione – manette, manicotti rigidi, catene, una camicia di forza, cinture, cinghie – e di un «apparecchio idroterapico per malati recalcitranti», con la sua consolle di comandi. In questa «doccia gabbia» i getti d’acqua, proiettati da ogni lato, servivano a bloccare stati di eccitamento o reazioni inconsulte a cure non tollerate.
Nelle due sale successive, dell’elettroterapia e della farmacoterapia, si inserisce la seconda sezione del museo, che riguarda la strumentazione di laboratorio e l’ambulatorio. Due erano infatti i metodi di studio a San Servolo: uno anatomico e istologico, alla ricerca di lesioni del cervello; uno clinico, in laboratorio appunto, per identificare le alterazioni chimiche dei liquidi organici (sangue, urine, liquor). Vi si effettuavano indagini anatomo-patologiche, batteriologiche e chimico-cliniche. La terza sezione, Mantenimento e alloggi, più modesta, presenta segmenti di quotidianità: piatti, stoviglie, zoccoli, lumini e il campanello del refettorio. Una gigantografia riproduce il cortile del manicomio con al centro un infermiere vestito da custode, figure di pazienti su una panca e recinzioni sullo sfondo.

Oggi la Fondazione San Servolo Irsesc non esiste più. Dal 2015 è stata assorbita in una srl. San Servolo Servizi che organizza eventi e affitta sale e stanze autofinanziandosi. Certo l’isola ha recuperato il volto sereno e arioso dei primi tempi – i 3,8 ettari dei 4,82 dell’intera superficie sono ancora destinati a giardino. Rischia però di divenire un luogo di ritrovo fine a se stesso. Ospitare nell’isola la Fondazione Franca e Franco Basaglia, come già prima del 2015 si era scelto di fare, ha senso se questa ricontestualizzazione valorizza correttamente la memoria del manicomio, non se la annacqua o la soppianta. Fondazione San Servolo aveva un progetto mirato – il Centro Studi sull’Emarginazione – che poteva essere pietra miliare di una politica europea sull’accoglienza. Invece, di fatto, dicitura e specificità dell’Irsesc sono stati cancellati. Brutto segno, quello di non leggere nella storia dell’«isola» il suo anagramma: asilo della «pubblica fusta». O di non saperlo adoperare.

Le prime notizie su San Servolo risalgono all’VIII secolo, quando vi si insediano i monaci benedettini di Altino, in fuga dai Franchi e che qui costruiscono un convento e una chiesa dedicata a San Servilio («Servolo» in Veneto), guaritore e martire triestino del III secolo. Al loro posto subentrano, nel 1109 circa e per oltre cinque secoli, le monache benedettine del convento di Malamocco, distrutto da un incendio. L’accezione di isola come luogo di rifugio, anche spirituale, incrocia il ruolo di sostegno di questi insediamenti al potere ducale, autonomi dal controllo ecclesiastico. Disabitata dal 1615, San Servolo cambia la sua destinazione nella peste del 1630 e diviene ricovero degli affetti dal morbo. Nel 1716 il convento benedettino è adibito a ospedale militare, con gestione dei Fatebenefratelli. La presenza di un medico e di uno speziale dà avvio a una spezieria nota, dal 1749, come «farmacia pubblica dei forti e delle milizie». L’ordine religioso sancisce una pratica medico-assistenziale che assume nel tempo tratti sempre più custodialistici e segregativi: «cura morale» e regolamentazione dell’alimentazione si contaminano con sistemi coercitivi finalizzati al trattamento della follia.

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Malati sotto sorveglianza

Paradigmaticamente, quando il governo napoleonico, nel 1804, trasforma l’ospedale in «Manicomio Centrale, per entrambi i sessi, di tutte le province venete, della Dalmazia e del Tirolo», San Servolo continua a lungo a internare, al fianco dei «mati», piagati e militari infermi. Per quell’epoca il malato è infatti indistintamente un paziente da curare e un prigioniero da sorvegliare e reprimere, se non da punire.

Nei primi del ’900 San Servolo è sotto i riflettori per lo «scandalo Minoretti», che prende nome dal dottor Cesare Camillo Minoretti, padre servita, direttore del manicomio, processato e condannato per l’abuso di «barbari mezzi di coercizione». E tuttavia, nella legge del 1904, depositata in Senato nel pieno sviluppo del caso, la logica rimane immutata: è sancita la centralità del concetto di «malato pericoloso a sé e agli altri» e affidata al manicomio la funzione di «contenitore repressivo della devianza e sofferenza psichica».

Nel 1978, all’indomani della chiusura del manicomi per la Legge Basaglia, il Consiglio provinciale di Venezia istituisce la Fondazione San Servolo Irsesc – Istituto Ricerche e Studi sull’Emarginazione Sociale e Culturale, che, negli anni, riordina l’archivio dell’ospedale, apre una biblioteca e un museo. Oggi San Servolo si raggiunge comodamente in vaporetto da San Marco, pontile di San Zaccaria, in dieci minuti. È sede di un Consorzio universitario, la Viu -Venice International University, che richiama giovani da tutto il mondo, e della Fondazione Franca e Franco Basaglia; collabora alla realizzazione del FestivalIsole In Rete e a manifestazioni cittadine come Venice Art Night; ospita eventi collaterali della Biennale, convegni, concerti. Dal 2015, però, la Fondazione è stata soppressa, inglobata in una srl. San Servolo Servizi. Forse la nostra epoca può permettersi di fare a meno di un centro studi nazionale sull’emarginazione: ha raggiunto il know-how necessario in materia o il problema non si pone più…

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Le altre pagine di Per terra e per mare uscite:

1 – Iain Chambers, La schiavitù galleggiante

2 – Marco Bascetta, Il naufrago testimone

3 – Giuliana Misserville, Liquide sponde di piacere

4 – Angelo Arioli, Un miraggio all’orizzonte

5 – Laura Fortini, Un apprendistato di lotta e grazia

6 – Michela Pasquali, I giardini fluttuanti

7 – Andrea Capocci, Il business genealogico

8 – Tommaso Ariemma, La tentazione dell’isola assoluta

partigiano

Claudia Ruggerini era una bellissima ragazza che a ventun anni decise di gettarsi nella lotta partigiana. E bellissima ragazza è rimasta fino alla fine della sua vita, che ha concluso ieri, a Milano, dove era nata nel 1922. È stata una donna che ha mostrato nella sua esistenza che scegliere è sempre possibile: non solo nei momenti dove la Storia si addensa, come appunto quelli della guerra e della Resistenza, ma anche dopo, quando la vita si fa quotidiana e ordinaria. Una testimonianza di vita, la sua, incredibilmente densa, e fatta di una sostanza etica che ci riguarda tutti, e che tutti dovrebbe continuare a toccare.Claudia Ruggerini nacque in via Padova 36, che via di immigrati era già negli anni Venti. La sua famiglia veniva da vicino, dalla Brianza: sua nonna era una trovatella, e sua madre aveva fatto la massaggiatrice. Famiglia matrilineare, ché anche il padre socialista non era molto presente: tanto più che quando Claudia aveva dodici anni, lui morì, massacrato di botte dei fascisti davanti a casa. E lei vide il pestaggio dalla finestra.
Nonostante questo, non si sbandò: anzi, era molto studiosa, «una secchiona», come raccontava lei stessa. E fu proprio l’amore per l’arte a costituire l’innesco che determinò la consapevolezza del suo antifascismo: a Venezia, dove sua madresi recava per massaggiare i clienti ricchi, andava nelle chiese, alla Biennale d’arte, e a vedere i film del festival del cinema, che nell’Italietta fascista e provinciale non potevano circolare. Le si dischiusero allora allo sguardo mondi nuovi, nuove possibilità di vita. E quando all’università incontrò Hans, che fu il suo «fidanzatino», e (come avrebbe scoperto solo dopo la guerra) era emigrato da Vienna perché ebreo, tutto fu compiuto: perciò fu naturale, dopo l’8 settembre, diventare la partigiana Marisa. Prima fece la staffetta con la borsa carica d’armi e di documenti verso la val d’Ossola, e poi, aggregata alla brigata Garibaldi, la quinta colonna per conto del Cln dentro San Vittore.

Hans, infatti, era stato rinchiuso lì, e per una serie fortuita di eventi Claudia conquistò la fiducia dei tedeschi che gestivano il carcere. «Vivevo nello spavento», mi raccontò: nonostante lo spavento non mollò, rischiando il peggio. Poi entrò a far parte, unica donna, del comitato di iniziativa fra gli intellettuali che il comunista D’Ambrosio, membro del Cln, aveva messo in piedi. Claudia conobbe bene Vittorini, divenne amica di Alfonso Gatto, e con loro occupò la redazione del Corriere della Sera il 25 aprile, per fare uscire il primo numero del giornale non più fascista.

«L’ultima missione politica – raccontava Claudia – l’ho fatta nel ’53. Quando con D’Ambrosio e Reale siamo andati in Costa Azzurra da Picasso, per convincerlo a prestare Guernica a Milano per la mostra che gli dedicavano a Palazzo Reale. A un certo momento arrivò anche Jean Cocteau. Fu una giornata meravigliosa».

Dopo la guerra, Claudia si laureò con Cesare Musatti, e si avviò alla carriera di neuropsichiatra, per diventare primario di neurologia a Rho. Dove avrebbe fatto un’altra battaglia a tutti gli effetti partigiana, contro le scuole speciali, dove sarebbero dovute andare solo persone con problemi mentali gravi, e dove invece venivano segregati i bambini che arrivavano dal sud che secondo l’amministrazione scolastica non avevano i prerequisiti scolastici. Claudia fece sì che quella pratica di segregazione terminasse, e si praticasse quella che oggi si chiamerebbe «integrazione». «Devi fare il sociale nella comunità: questa è politica. E l’ho sempre fatta. Quindi sì, è stata lotta partigiana anche cercare di far sì che i genitori comprendessero i figli, che i mariti comprendessero le mogli… è stata lotta partigiana benedire le corna della gente senza colpevolizzarle… Avevo una capacità, che è la cosa che ho conquistato: la capacità che la gente fa quello che si sente di fare, che è libera di fare quello che fa, basta che se ne prenda la responsabilità. Io, per me, me la sono sempre presa la responsabilità».

Claudia ci lascia questa eredità: si è partigiani quando si rischia la vita lottando contro i tedeschi, ma anche quando si fa una battaglia educativa antirazzista. Perché l’esperienza del partigianato, tra le tante cose, fu una straordinaria esperienza di fraternità.

Per chi volesse salutarla, i funerali di Claudia si terranno oggi alle 15 nella chiesa di via Previati a Milano.

Togliatti

CHE fosse strano lo si capiva dal nome, Aldino. O anche Aldolino. Mai nessuno che lo chiamasse senza diminutivi, come se la sua estraneità dolorosa al mondo richiedesse una protezione fin dall’appellativo. Forse anche per bilanciare la monumentalità d’un cognome che sin dal principio ha evocato la storia grande, le magnifiche sorti e progressive, il Novecento dei totalitarismi e delle guerre, sì proprio l’epoca a cui Aldo Togliatti non è riuscito a sopravvivere. A sopravvivere da sano di mente, come recitano i referti psichiatrici. Il figlio matto del Migliore. Che idea bislacca quella di dedicargli un libro di trecentocinquanta pagine, peraltro sulla base di pochi indizi, qualche lettera, un paio di fotografie, un lungo mormorio imbarazzato. Ma è un po’ stravagante anche l’autore, Massimo Cirri, psicologo attivo presso i servizi pubblici di cura mentale più noto al pubblico come autore e voce di Caterpillar. Ed è strano un racconto costruito su labili tracce e moltissime ipotesi di investigazione psichica, supportate dalle testimonianze di chi c’era: i compagni di scuola a Ivanovo, gli amici torinesi, i colleghi di lavoro, i diari dei dirigenti del Pci, i cugini Montagnana.

E forse anche per questo Un’altra parte del mondo piacerà ai lettori che con la storia hanno un rapporto confidenziale, intimo, la prendono sottobraccio, magari la strapazzano pure ma senza mai perdere di vista l’umanità dei personaggi. Perché questa vicenda narrata da Cirri è piena di sensibilità e di delicatezza. Animata da volontà di riscatto per gli sconfitti che non lasciano memoria.

E alla fine viene voglia di abbracciare Aldo, perso nel suo trentennale silenzio di Villa Igea, l’ospedale psichiatrico di Modena dove viene rinchiuso nell’ultima parte della vita: elegante nella camicia a righe, un borbottio sommesso tra sé e sé, nessun altro ammesso in quel monologo sottovoce. E viene voglia di abbracciare anche i suoi genitori, non solo la madre Rita Montagnana che lo protesse fino alla fine – abbandonata dal marito e anche dal partito ma senza mai una nota di rancore – ma viene da solidarizzare perfino con l’algido Palmiro, che solitamente non ispira una grande simpatia. Perché se è vero che alla fine è proprio lui la causa involontaria di questa storia triste, resta la tragedia d’un figlio incapace di trovare un posto nel mondo. Non è facile accettarlo per nessuno. Figuriamoci quando ci si chiama il Migliore.

C’è un prima e un dopo, in questa vicenda del figlio mattoide del leader del più grande partito comunista d’Occidente. L’Aldino dei primi 18 anni è un ragazzo sveglio, colto, poliglotta, abituato a muoversi tra l’Italia, Parigi e Mosca ai tempi del ferro e del fuoco. Così ce lo racconta Cirri attraverso i suoi compagni di Ivanovo, la scuola a trecento chilometri da Mosca dove finivano i figli illustri della rivoluzione mondiale. L’Aldino era un ragazzo come gli altri. Sembra un po’ più studioso e mostra un’attitudine da combattente: non fu lui a guidare uno sciopero della fame contro gli educatori sovietici? E Gino Longo, figlio di Luigi e di Teresa Noce, lo ricorda nel febbraio del 1941 a Mosca, all’Hotel Lux, sedicenne operoso e solidale, pronto ad accogliere lui e suo fratello arrivati stremati da Parigi. Allora quando comincia la retromarcia dalla vita? Bisogna aspettare la precipitosa fuga da Mosca all’arrivo dei nazisti, nell’ottobre di quello stesso anno. Scappa Aldino, insieme alla madre Rita, mentre Togliatti si rifugia a Ufa, capitale della Baschiria, dove hanno trasferito l’Internazionale Comunista. È qui che comincia a rompersi qualcosa, forse è la paura, forse il bisogno del padre assente. Quando due anni più tardi apre la porta ad Anita, una sua amica ai tempi di Ivanovo, non è più lui. «Molto timido», annota lei sul suo diario. «Ha il terrore degli altri», sintetizza il padre con la consueta brutale lucidità.

Il dopoguerra significa quiete ritrovata per tutti ma non per Aldino, che vive il trasferimento dall’Urss in Italia come intollerabile violenza. Perché non è un ritorno – come per i suoi genitori – ma un inizio. Del suo paese non sa nulla, l’avevano portato via quando aveva solo otto anni. Sembra di vederlo, in piedi nel vagone del treno, mentre nell’estate del 1946 si sfoga con Luciano Barca. Un fiume in piena, un’alluvione di parole, rientrando a Roma dalla montagna. Il Migliore aveva chiesto al giovane dirigente Barca di far compagnia ad Aldino durante il campeggio a Cervinia organizzato dal partito. Per Barca una iattura: quindici giorni di tentativi falliti di avviare una minima conversazione. Fino al viaggio del rientro, quando cade il muro del silenzio ed esplode il flusso del dolore. Il dolore dello sradicamento da Mosca, dalle sue amicizie rare ma profonde. Il caos del Politecnico di Torino dove Aldo faticosamente tenta di proseguire gli studi in Ingegneria. Tutto sembra bruciargli dentro. Ha ventuno anni, Aldino, e la sensibilità d’un bambino senza pelle. E come i bambini infelici vuole scappare.

Vuole fuggire in America, un’altra parte del mondo che forse significa anche una vita nuova, diversa, senza ferite. Senza quegli eroi ingombranti che sono i genitori. Chissà cosa ha in mente quando a 33 anni lo trovano a notte fonda sul molo di Civitavecchia: in stato confusionale, scruta la Bice Costa, diretta a Hampton Roads, Virginia. E ci proverà anche dopo la morte della madre, ormai cinquantenne e sempre più perso, questa volta dalla banchina di Le Havre. Fughe improbabili, come improbabile era diventata la sua vita.

Con il padre era stato un allontanamento lento, senza traumi, dettato dalle cose: Palmiro si era costruito un’altra famiglia, una nuova compagna e una figlia adottiva. Aldino sempre più stretto nell’abbraccio materno tra continue cure psichiatriche in Italia, in Ungheria, in Bulgaria, a Mosca: non lascia scampo la diagnosi, schizofrenia. Si ritrovano, padre e figlio, nei momenti estremi, quando anche Palmiro diventa debole e indifeso: costretto in ospedale dalle pallottole di Pallante nel 1948 o più tardi da un incidente in automobile. È nelle fotografie di quei giorni che Aldo assume un’espressione serena, quasi compiaciuta: è lui che aiuta il padre ad alzarsi, a fare i primi passi. Si sente apprezzato, forse perfino utile. Ma dura poco perché Togliatti non è tipo da indulgere nella propria fragilità. Quando muore, nel 1964, il fossato scavato tra genitore e figlio è profondissimo. Davanti alla bara di Togliatti Aldo sembra impietrito, distante. È l’ultima volta che lo vediamo in pubblico.

Il Vegliardo, così l’avrebbe chiamato nell’ultimo tratto di vita, quando il signor Pini gli portava a Villa Igea la Settimana Enigmistica e le sigarette Stop senza filtro. Sì, un modo ironico, anche un po’ sprezzante, un modo che a Palmiro non sarebbe piaciuto. In realtà l’aveva sempre aspettato, il padre, ma non s’erano mai veramente incontrati . E alla fine d’un racconto che non inventa nulla – «pareva irrispettoso, ha avuto una vita già troppo complicata », scrive Cirri – Aldo s’accomiata con le parole d’un soldato morto nella seconda guerra. Parole rivolte proprio a un padre. «Mi manchi tanto, ti prego, vieni a farmi visita. Vorrei tanto vederti pure per un’ora. Babbo, ti prego, vieni qui». Lui l’aveva scritto in altro modo in un biglietto per Togliatti spedito da Ivanovo: «Viens plus vite si tu peux», vieni prima se puoi. Sempre mite, sempre rispettoso, come la sua follia gentile.

 

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IL LIBRO

Un’altra parte del mondo di Massimo Cirri, Feltrinelli pagg. 352, euro 18

ghetto

DETTO E FATTO. LE CASE DELL’ISOLA FURONO svuotate alla svelta degli abitanti e date in affitto ai giudei a un prezzo maggiorato. I nuovi inquilini avevano pochi diritti. Non potevano avere proprietà, far politica, accedere alle professioni, alla scuola e all’università, ma nello stesso tempo — stante le relazioni commerciali degli ebrei con mezzo mondo — avevano dalla magistratura la garanzia di poter lavorare nel “riserbo” necessario ad “animare li mercanti di esse Nazioni a continuar quietamente il loro negozio conoscendo l’utile ben rilevante che ne ridonda a nostri dazi”. Dentro i confini del Ghetto funzionava un relativo autogoverno e la libertà di culto era assoluta, al punto che i greci, invidiosi, chiesero il permesso di avere un loro spazio autonomo di commercio e di culto, al pari degli “eretici armeni” e degli ebrei.

Prestar denaro era diabolico, secondo i dettami della Chiesa, dunque a Venezia, come altrove, l’usura — pur regolamentata — fu lasciata agli ebrei. Ma siccome la Serenissima aveva bisogno di denaro per le sue guerre e i suoi commerci, gli ebrei — pur fiscalmente spremuti come limoni — erano la sua vera sponda sul piano finanziario. Scelta pragmatica, perché ritenuta più conveniente del cattolico Monte di Pietà che riempiva le casse del Vaticano. Il Ghetto era dunque un modello di costrizione, ma condiviso in misure diverse anche da tedeschi, armeni e in particolare dai turchi. Accusati di fare “cose turche” (qualcosa di simile alla recente aggressione delle donne di Colonia), il loro fondaco era sigillato da guardiani di provata discendenza cristiana, e addirittura diviso fra albanesi e costantinopolitani. «I medici ebrei erano apprezzati più degli altri», ricorda Riccardo Calimani, discendente di abitanti del Ghetto e storico dell’ebraismo italiano. Se gli chiedi perché, ti risponde con un lampo azzurro ironico dietro palpebre a fessura. «Non attingevano alla teologia come gli altri — ghigna — guarivano il corpo e non l’anima», e spiega che per questo essi avevano una deroga sulle ore di “coprifuoco”, e potevano uscire dal Ghetto a qualsiasi ora per le chiamate d’emergenza. E che dire dell’ebreo Daniel Rodriguez che, pochi anni dopo il 1516, venne incaricato dalla Repubblica di costruire la dogana di Spalato, base commerciale sulla costa dalmata sotto controllo veneziano. O di Jakob Sarava, che nel Settecento può andarsene in missione ad Amsterdam per conto della comunità. Il Ghetto di Venezia non era quello di Varsavia del Novecento. Praticamente, una repubblica nella repubblica.

C’erano una volta gli askenaziti, racconta Calimani. Erano i più poveri ed erano venuti tra i primi dalla Germania. Nel Ghetto fecero gli straccivendoli, unico lavoro consentito dal “catenaccio” delle corporazioni, e furono sistemati nell’isolotto centrale. Poi toccò ai levantini dall’impero ottomano, ebbero le strade contigue verso il canale di Cannaregio e furono tutelati più degli altri perché ritenuti indispensabili dalla Repubblica nel commercio con l’Oriente. Per ultimi giunsero i “marrani”, i più ricchi, ebrei convertiti a forza dalla cattolicissima Spagna, che a Venezia ebbero agio di tornare alla fede d’origine ma conservarono, si dice, l’alterigia degli “ Hidalgos” nei confronti degli altri inquilini del Ghetto.

« Šnaim yeudin shalosh batei a kneset », due ebrei fanno tre sinagoghe, sorride Francesco Trevisan Gheller con la kippah d’ordinanza sul capo, per far capire che i cinque templi dell’enclave sono mondi totalmente diversi; poi ci conduce in un dedalo di ballatoi, scale di legno, pulpiti, matronei, passaggi segreti, portoni, pavimenti sbilenchi, cunicoli e porte sbarrate da lucchetti, attraverso la “Scola” grande dei Todeschi (ebrei askenaziti), poi quella dei Provenzali, dei Levantini, degli Italiani e infine dei Ponentini (Spagnoli), fra tendaggi e colonne tortili, in uno scintillare di lampadari e paramenti nel semibuio di finestre quasi sempre chiuse. Tutto questo in una stupefacente contiguità con le abitazioni private, in uno sfruttamento dello spazio che ha del miracoloso e maniacale assieme. Un gioco di incastro, un labirinto che fa del Ghetto — utero e al tempo stesso ombelico di un mondo — la quintessenza di Venezia e non la sua antitesi.

A prova di ciò le parole dal Ghetto entrate a far parte del dialetto veneziano. Calimani ci ride sopra e centellina termini simili a formule magiche. « Orsài », commemorazione dei defunti, dal tedesco Jahrzeit importato dagli askenaziti. « Zuca baruca », zucca benedetta che tutti sfama con poco, dall’ebraico baruch che vuol dire benedetto. Ma è soprattutto lo spassoso libro di Umberto Fortis su La parlata degli ebrei di Venezia (Giuntina) a condurti per mano nell’universo lessicale assorbito dalla Serenissima. Una lingua franca, quasi un yiddish in formato mediterraneo, che svela — un po’ come a Trieste — l’intimità di contatto della città con gli ebrei nonostante la reclusione. “ Fare un Tananàì”, fare un Quarantotto. “ No darme Giaìn”, non darmi vino scadente. “ No xe Salòm in sta casa”, non c’è pace in questa casa. E poi la “ Tevinà”, il sesso femminile, la quale “ ghe xe chi che la tien, e ghe xe chi che la dà”. Oppure il micidiale “ El traganta de soà”, detto di chi puzza di m. (vulgo “escrementi”). Il Ghetto non esportava solo tessuti o denaro, ma anche parole.

La vita di Calimani è segnata dall’Olocausto. «Il 16 settembre del ‘43 il presidente della Comunità ebraica si suicida per non dare ai nazifascisti l’elenco degli iscritti. In quello stesso giorno i miei genitori si sposano per poter scappare assieme e nascondersi sui monti dell’Alpago dopo un tentativo di passare in Svizzera. Mi metteranno al mondo il 20 gennaio del ‘46. Le dice qualcosa? Nove mesi esatti dal 25 aprile, perfetta scelta di tempo». È il primo della sua famiglia nato fuori dal Ghetto, ma spiega che già nell’Ottocento — dopo l’arrivo di Napoleone che brucia le porte dell’enclave e parifica gli ebrei agli altri — scatta l’emigrazione verso altri quartieri, con conseguente assimilazione di molti ebrei ansiosi di spazio e modernità. Col risultato che oggi quelli rimasti “dentro” sono poche decine, sostituiti da veneziani di altra origine.

«Questi cinquecento anni non devono essere una celebrazione, ma uno spazio di riflessione su un’esperienza in senso lato, qualcosa che va oltre la stessa Shoah. Non sono troppo d’accordo con tutto questo apparato di concerti e discorsi previsti per fine marzo. Il messaggio che deve partire è di libertà per tutti i popoli, contro tutte le reclusioni, i campi profughi, le banlieue…». Perché ci sono i corsi e i ricorsi, come l’assedio di Sarajevo, che inizia esattamente a cinquecento anni dall’insediamento sulla collina di Bjelave degli ebrei fuggiti dalla Spagna. La città, allora ottomana, vide arrivare ebrei da ovunque, esattamente come Venezia. E poi, nell’aprile del 1992, l’anno dell’Esilio fu festeggiato con le lacrime agli occhi, ricorda Dževad Karahasan, mentre intorno tuonavano le granate. «Ghetto non è un problema ebraico ma della cristianità», taglia corto Calimani. E vien da pensare che a Venezia gli ebrei lo chiamavano altrimenti, “ Chatzer”, che vuol dire recinto. Poi ha vinto la parola coniata dai cristiani. Vorrà pur dire qualcosa.

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