I dubbi degli apparati investigativi sulla nuova pista 
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“Quell’uomo non era uno 007” ma le inchieste di due procure non svelano il giallo della moto

I dubbi degli apparati investigativi sulla nuova pista 
I dubbi degli apparati investigativi sulla nuova pista 

ROMA — Porta da qualche parte la storia raccontata dall’ispettore in pensione Enrico Rossi? E, soprattutto, l’anonimo arrivato sulla sua scrivania ormai tre anni fa e le indagini che ne sono seguite, quanto avvicinano o, al contrario, allontanano dalla verità sulla mattina del 16 marzo 1978 in via Fani?
Due fatti sono incontrovertibili. Il primo: l’ex ispettore parla di uomini non più in grado di dire alcunché del loro segreto, ammesso lo custodissero. Il protagonista della storia — “l’uomo dei Servizi” che avrebbe guidato la moto Honda presente sulla scena dell’eccidio — è morto due anni fa in Toscana in circostanze non misteriose (in ambulanza dopo un malore). Mentre il suo compare, l’autore dell’anonimo, si diceva già nel 2011 malato terminale di cancro e dunque dovrebbe aver seguito uguale sorte. Il secondo: le indagini condotte da Rossi sull’uomo morto in Toscana, compresi gli esiti della perquisizione nella cantina della casa che aveva abitato in Piemonte con il ritrovamento di due pistole (una delle quali, una Drulov di fabbricazione cecoslovacca, “compatibile” per età e modello con l’uso che ne sarebbe stato fatto in via Fani), furono esplorate dalla Procura della Repubblica di Torino (pm Ausilio) prima e quindi da quella di Roma (procuratore aggiunto Capaldo) cui il fascicolo venne trasmesso per competenza, senza alcun esito apprezzabile e dunque avviate all’archiviazione.
Prese da sole, le due circostanze, dicono molto dello scetticismo con cui la faccenda è stata maneggiata fino a ieri e torna ad essere maneggiata oggi dai nostri apparati investigativi ma, evidentemente, non sono sufficienti a mettere una parola definitiva alla faccenda. Al punto da produrre addirittura l’effetto contrario. Lì dove tornano cioè ad alimentare, con perfetto tempismo (il Parlamento ha appena istituito una nuova commissione di inchiesta sul caso), la convinzione ormai ultra trentennale che nell’esecuzione, gestione ed esito del sequestro Moro, i nostri Servizi giocarono un ruolo tanto cruciale quanto inconfessabile.
Dunque? È un fatto che la presenza di due uomini in sella ad una Honda di colore blu in via Fani la mattina del 16 marzo sia stata e resti la sola falla della ricostruzione giudiziaria dell’eccidio. Le Brigate Rosse di quella moto hanno sempre disconosciuto l’esistenza e la partecipazione al commando che sequestrò Moro («Se c’era, non era roba nostra», hanno ripetuto nel tempo Mario Moretti e Valerio Morucci). Forti per altro di un argomento. Che nell’intera storia brigatista non vi è traccia di moto in nessuna delle loro azioni di fuoco. E tuttavia, è altrettanto vero che di quella moto parla con certezza uno dei testimoni chiave dell’agguato in via Fani. È l’ingegnere Alessandro Marini che, la mattina del 16 marzo, a bordo del suo motorino, viene investito da colpi di arma da fuoco mentre cerca di oltrepassare l’incrocio tra via Fani e via Stresa. Marini — che al processo
consegna il parabrezza del suo ciclomotore forato da proiettili — ricorda i due uomini sulla Honda. Sui «20, 22 anni l’uomo alla guida, magro e con una forte somiglianza all’attore Eduardo De Filippo»; «coperto da un mephisto, l’altro», dalla cui arma sarebbero stati esplosi i colpi contro il motorino.
Nel processo Moro, la testimonianza di Marini venne ritenuta attendibile, ma i due uomini a bordo della Honda (per altro indicati nel tempo e nella perenne riscrittura giudiziaria dell’agguato come “uomini della ‘Ndrangheta” ovvero ragazzi del Movimento in appoggio al commando Br) saranno alla fine ritenuti br (i responsabili del sequestro saranno infatti condannati anche per il tentato omicidio dell’ingegnere). Non “uomini dei Servizi”, insomma. A dispetto di una singolare coincidenza (anche questa documentata in atti giudiziari). La presenza in prossimità di via Fani, sempre quella mattina del 16 marzo, di un colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi. «Uno dei migliori addestratori di Gladio», secondo la definizione che ebbe a darne Sergio Flamigni, senatore del Pci e membro delle commissioni parlamentari su Moro e P2. Interrogato dall’allora pm di Roma Luigi De Fichy, Guglielmi si giustificò con una curiosa storiella: «Volevo invitare a pranzo un amico che abita in via Stresa».
L’amico confermò, ma con una chiosa lapidaria: “È vero. Ma non accettai. Anche perché erano le 9.30 del mattino».
I due uomini sulla Honda e il colonnello Guglielmi. Gli elementi di oggettiva suggestione nella storia raccontata dall’anonimo e indagata da Rossi spiegano dunque il rumore. E tuttavia proprio questa suggestione — almeno nel lavoro di due anni fa delle Procure di Torino e Roma — si risolverebbe in motivo di insuperabile debolezza della ricostruzione. Racconta oggi una fonte inquirente direttamente coinvolta nelle verifiche sull’uomo identificato da Rossi come quello alla guida della Honda: «Nella storia c’erano due punti deboli. L’anonimo non indicava
una sola circostanza sull’agguato in via Fani che non fosse stranota: dalla Honda al colonnello Guglielmi. Ma, soprattutto, quando passammo ai raggi X la vita del presunto agente del Sismi che avrebbe guidato la moto non emerse un solo elemento in grado di collegarlo non solo ai Servizi ma anche soltanto a una sua possibile presenza o Roma nel 1978 o alla scena politica di allora».

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