Dall’archeofascismo al neofascismo il marketing nazionalista della Le Pen

Le nuove destre di Front National e Lega hanno il potere di disorientare il dibattito politico deformando la realtà, ponendo le domande sbagliate, mettendo un marchio sopra ogni paura

, dalla crisi
economica all’immigrazione. Questo continuo “rebrand” è il segreto del loro successo
L’OMBRA di Marine Le Pen aleggia sulle prossime elezioni locali. Il primo ministro Manuel Valls è arrivato ad affermare che il Front National è alle porte del potere. Il presidente della Repubblica parla di strappare a Marine Le Pen i suoi elettori. Sono trent’anni che la classe politica francese agita lo spauracchio frontista per riportare all’ovile gli elettori smarriti. In questo modo Jacques Chirac fu rieletto nel 2002 contro Jean-Marie Le Pen con più dell’80% dei voti in un clima di mobilitazione antifascista artificiale che all’epoca il filosofo Jean Baudrillard etichettò come appartenente all’opera buffa: la lotta del bene contro il male, la difesa dei “valori” contro il vizio spudorato. Da trent’anni ci si allea contro lo spettro del veterofascismo, non sapendo come chiamare e analizzare il neofascismo marinista, una costruzione politica originale che comincia a ispirare operazioni simili in altre parti d’Europa, come il “rebranding” politico della Lega Nord per opera di Matteo Salvini, che Repubblica ha recentemente chiamato “fascioleghismo”.
Che cos’è oggi un’operazione di rebranding politico? L’esperienza francese può dare qualche indizio per interpretarne altre.
Pierre Poujade diceva di Jean-Marie Le Pen, che fece eleggere deputato nel 1956 sotto l’etichetta del movimento per la difesa di artigiani e commercianti (UDCA): «Le Pen è la bandiera francese sul registratore di cassa». Di fatto, fin dalle origini, la piccola impresa familiare “Le Pen” ha prosperato rivestendo con la bandiera francese le cause più diverse e la loro clientela, i “registratori di cassa” elettorali. Salito opportunamente sul “treno poujadista” che gli aprì le porte del Parlamento sul finire della Quarta Repubblica, Le Pen si fece difensore di commercianti e artigiani. Poi, quando De Gaulle tornò al potere e l’Algeria ottenne l’indipendenza, sposò la causa dei perdenti della decolonizzazione, i rimpatriati dell’Africa del Nord la cui frustrazione fu canalizzata sotto forma di razzismo contro gli immigrati, vero vivaio del Front National, quindi, sfruttando a proprio favore il vento della rivoluzione neoliberista all’inizio degli anni ‘80, cercò di diventare il Reagan francese nel momento in cui la sinistra saliva al potere, riciclando certe parole d’ordine del breviario neoliberista come il “Buy american” o “l’America, o la ami o te ne vai” e le storielle alla Reagan sulla “Welfare Queen”, la “Regina assistenza” che si era comprata una Cadillac con il sussidio di disoccupazione…
Dall’inizio degli anni ’80 il Front National si è costruito aggregando le clientele successive che le crisi politiche, economiche e sociali gli hanno servito su un piatto d’argento. A ogni tappa i suoi perdenti: prima la “piccola gente” del poujadismo contro i “grandi”, il fisco, i notabili e gli intellettuali, poi è stato il turno dei perdenti della colonizzazione, i rimpatriati dell’Africa del Nord che forniranno i battaglioni elettorali del Front National nell’attesa che le crisi economiche e finanziarie che si sono succedute negli ultimi trent’anni andassero a gonfiare le file dei perdenti della globalizzazione.
L’abilità del Front National consiste da sempre nell’offrire a tutti i suoi perdenti non un programma politico, che potrebbe migliorare la loro situazione, bensì dei capri espiatori comodi per appagare la loro sete di rivalsa. Da trent’anni il Front National ricicla le frustrazioni in schede elettorali. Mette un marchio alle paure. È un franchising, un marchio depositato che “fissa” sotto un’etichetta comune (la bandiera nazionale) gli elettorati volubili, le cause perse: dalle più antiche, nate dalle guerre coloniali e dall’anticomunismo, alle più recenti, contro le élite globali; dalle più fuori moda alle più in voga che ispirano lo storytelling di questo Front National new look. Da Maurras all’Algeria francese, dal fascismo tra le due guerre al vecchio fondo pétainista, dal neoliberismo reaganiano al “sovranismo” antieuropeo. Il Front National è il partito della protezione nazionale che promette al contempo il “ritorno a casa” del franco e la mobilitazione patriottica contro gli invasori. Qualunque cosa si muova!
Marine Le Pen può cacciare di frodo a suo piacimento nelle riserve della sinistra e in quelle della destra, prendendo a prestito dalla sinistra la critica della globalizzazione neoliberista e dalla destra neoliberista la denuncia degli immigrati profittatori, dei Rom senza fede e senza legge, di quelli che gabbano lo stato assistenziale. Lungi dal combattere questi argomenti, la sinistra li ha convalidati dopo le cosiddette “giuste domande” poste sull’immigrazione dal Front National negli anni ’80 fino al programma di “raddrizzamento nazionale” tuttora difeso dalla “sinistra popolare”, senza dimenticare la partizione tricolore strombazzata dalla destra e dalla sinistra sul ritornello del “non lasciamo al Fronte nazionale il monopolio dell’identità, della Nazione, della sicurezza e dell’immigrazione”. La xenofobia del Front National, quindi, più che un razzismo congenito che si dovrebbe combattere in nome dei valori repubblicani, è un prisma deformante che dà una falsa immagine della società, delle sue disuguaglianze e delle sue ingiustizie. Il Front National non ha mai posto le domande giuste. Al contrario, è il suo potere di disorientamento e di deviazione che da trent’anni gli garantisce il successo. Volge male le domande che si presentano e alle quali destra e sin istra non trovano ris poste. Getta sul dibattito pubblico una specie di sortilegio che condanna destra e sinistra al ruolo di gregari e di amplificatori del grande consenso nazional-securitario in via di costituzione. Relegato ai margini del sistema elettorale, il “diavolo” perseguita la coscienza democratica. È il brutto sogno della società francese traumatizzata dalla batosta del 1940. È la coscienza sporca del “pétainismo” e del collaborazionismo. È la “vergogna” della tortura in Algeria e della fama che gli è sopravvissuta. È l’arto fantasma dell’impero dilaniato dalle guerre d’indipendenza. È il (brutto) sogno francese che agita la notte della democrazia con il suo seguito di simboli e di emblemi: vestigia di vecchie lotte ideologiche del secolo trascorso, caschi coloniali, croci celtiche colorate di bianco rosso e blu, statue di Giovanna d’Arco… e il suo popolo di spettri: i vinti della storia nazionale che gridano vendetta, reduci dell’Algeria francese, cattolici tradizionalisti, nazionalisti rivoluzionari o monarchici, alcuni riapparsi nelle manifestazioni contro le nozze gay.
Altrimenti la longevità del Front National non si spiega. È “l’inconscio collettivo” che, invece di essere analizzato, si applica e si esprime nel fenomeno lepenista quale si manifesta attraverso certi giochi di parole, calembour che non sono semplici sviste o errori che la ragazza potrebbe correggere per guadagnarsi il diritto di entrare nella realtà politica, vale a dire “nel sistema”. Sono invece il marchio di un fenomeno politico che si radica nell’inconscio collettivo, infatti, proprio come l’inconscio, anche il lepenismo è strutturato come un linguaggio. Le sue battaglie, il Front National non le combatte più per le strade, ma sui media e sul significato delle parole: sono “battaglie semantiche”, dove la posta in gioco è il controllo dell’agenda mediatica, l’inquadratura e la gestione di quello che gli anglosassoni chiamano la conversazione nazionale.
Marine Le Pen ha spinto l’ideologia della “rivoluzione nazionale” nell’era del marketing politico. Capisce d’istinto i codici del sampling ideologico. Da JP Chevènement alla Nouvelle droite non c’è che un passo e lei non esita a citare Karl Marx o Bertolt Brecht, Victor Schoelcher, George Orwell, Serge Halimi di Le Monde diplomatique o perfino il Manifesto degli economisti atterriti. Il Rassemblement bleu Marine è un partito camaleontico, capace di adattarsi a tutte le frustrazioni e di captare tutte le pulsioni in una logica di marketing, perché le adesioni politiche non si ottengono più sulle note delle ideologie e delle convinzioni ma su quelle del desiderio e delle attenzioni. «Appartengo alla generazione Disney», confessava un tempo suo padre. La figlia è della generazione Madonna, la sua unica vera rivale sullo scacchiere della notorietà (la stessa Madonna non si è sbagliata, usandola come bersaglio durante il suo ultimo concerto a Parigi…). All’epoca della “Cool Britannia” di Tony Blair, Kate Moss si era fatta fotografare avvolta nella Union Jack per incarnare, sotto le insegne del vecchio marchio Burberry, la trasformazione della vecchia Inghilterra in un paese giovane e cool. Marine Le Pen agisce allo stesso modo ma avvolgendo nella bandiera francese le frustrazioni nazionali. Probabilmente è questa la chiave del suo irresistibile successo.
( Traduzione di Elda Volterrani)

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