“Vi racconto mia madre l’eroina bianca uccisa a Selma per difendere i deboli”

Cinquant’anni fa, dopo la marcia guidata da Martin Luther King, una donna sposata con un italo-americano fu assassinata dal Ku Klux Klan. La sua colpa? Essersi schierata con i neri. Adesso parla la figlia

SELMA. L’OMBRA di quel sangue non sparisce. Per chi arriva al miglio 111 dell’autostrada East 80, è impossibile non avvertirne il peso. Il 25 marzo di cinquant’anni fa, nel silenzio di questa campagna tra Selma e Montgomery, risuonarono i colpi di un’arma da fuoco. Poi, le grida di una giovane donna. Solo cinque ore prima, tolte le scarpe per dar sollievo ai piedi doloranti, Viola Liuzzo marciava insieme alle 25 mila persone arrivate in Alabama da tutti gli Stati Uniti per difendere il diritto al voto degli afroamericani. Oggi una lastra di marmo racconta ai viandanti la storia dell’unica donna bianca martire del Movimento per i diritti civili, assassinata dal Ku Klux Klan.
«Da quando era partita, mamma chiamava a casa ogni sera. Telefonò anche il giorno in cui la uccisero». Mary Liuzzo Lilleboe, 67 anni, stringe tra le mani il medaglione con la foto della madre, mentre si incammina verso la collinetta che ne custodisce la memoria. Con lei i fratelli Tony, Sally e Penny. Ad attenderli decine di persone che hanno voluto onorare questa eroina, nel mese in cui l’America ricorda le tre marce da Selma a Montgomery. C’è anche Tara Ochs, l’attrice che ha interpretato Viola nel film “Selma — La strada per la libertà” diretto da Ava DuVernay.
Trentanove anni, cinque figli e un marito italoamericano — Anthony James Liuzzo — molto innamorato. Cosa c’entrava lei, casalinga a Detroit, con la battaglia dei neri in Alabama?
«Mia madre conosceva bene il Sud e la discriminazione. Aveva trascorso un’infanzia povera in Tennessee ma diceva che i patimenti subiti erano nulla se confrontati alle umiliazioni inflitte ai neri. Il 7 marzo, che passò alla storia come Bloody Sunday, vide in tv le immagini dei manifestanti brutalmente aggrediti dalla polizia mentre marciavano pacificamente sul ponte Edmund Pettus. Quando Martin Luther King esortò tutti gli americani ad unirsi alla lotta, capì che era giusto andare. Lei era così: se vedeva qualcosa di sbagliato, agiva.
Affrontò da sola oltre 1300 km. Quale fu la vostra reazione?
«Papà era sconvolto, ma non tentò neppure di fermarla: sapeva che non ci sarebbe riuscito. Si amavano ma erano molto diversi. Lei era una donna libera e indipendente, lui proveniva da una famiglia conservatrice di origini calabresi».
Non solo per gli italiani, Viola rompeva gli schemi anche per gli americani.
«Erano tempi in cui le donne per bene stavano a casa. Dopo la sua morte, molti criticarono la scelta di lasciare marito e figli per combattere una battaglia considerata non sua».
E invece fu importante per il Movimento. Cosa fece a Selma?
«Avendo studiato da infermiera, fu in prima linea durante l’ultima marcia. Lavorò anche alla “segreteria” di coordinamento, allestita alla Brown Chapel, la chiesa diventata quartier generare. Si offrì, poi, di fa- re da spola accompagnando i manifestanti al termine delle proteste».
Avere una macchina fu la sua condanna…
«Sapeva che stava correndo rischi enormi. Ma quella sera, quando ci chiamò, era entusiasta. Sarebbe tornata il giorno dopo. A mezzanotte il telefono squillò di nuovo. Ci dissero che aveva avuto un incidente ed era morta. In realtà, fu uccisa mentre si trovava in macchina insieme a un giovane attivista nero, Leroy Moton. A metà strada tra Selma e Montgomery, furono accostati da un’auto dalla quale partirono almeno due colpi mortali. Leroy riuscì salvarsi perché lo credettero morto».
Chi volle la sua morte?
«A bordo c’erano quattro uomini, tre membri del Ku Klux Klan e un informatore dell’Fbi. Lei rappresentava tutto ciò che i razzisti odiavano: una donna bianca che appoggiava le battaglie dei neri. L’iter processuale fu un calvario per noi e si concluse con condanne minime che non fecero giustizia. Mia madre fu uccisa due volte: prima dal KKK e poi dalle bugie dell’Fbi che volle attaccare lei per fermare Martin Luther King e il Movimento ».
Contro di lei si scatenò la macchina del fango.
«I dossier lasciarono intendere che Selma fosse una grande orgia e che le donne bianche cercassero solo avventure con i neri. Ricevemmo lettere e telefonate cariche di odio, il Klan bruciò croci davanti casa. L’Fbi inviò ai giornali foto di mia madre morta e nuda. Insinuarono che quella sera era seduta troppo vicino al ragazzo nero e che aveva usato droghe».
E voi non avete mai avuto dubbi sull’integrità di sua madre?
«Mai. Dopo anni, infatti, tutte le accuse si sono rivelate false. È impossibile spiegare la forza dell’odio che ci hanno buttato addosso. Soprattutto i fratelli più piccoli, Tony e Tommy, hanno vissuto anni difficili, alla ricerca esasperata di prove che vendicassero mamma».
E lei?
«Mi sono chiusa nel silenzio. Poi, dopo vent’anni, ho ritrovato mia madre — e anche me stessa — grazie al progetto della regista italoamericana Paola Di Florio, che ha raccontato in un docufilm, Home of the Brave, il mio viaggio al Sud per ricostruire la sua memoria».
Oggi come è ricordata Viola?
«Come una donna che sacrificò la sua vita alla causa in cui credeva, il cui martirio fu determinante per la firma del Voting Rights Act, il 6 agosto del 1965».
Ha mai pensato a come sarebbe stata la vostra vita se sua madre non avesse risposto all’appello di Martin Luther King?
«Sì. Ma ogni volta che mi avvolge la tristezza, ho davanti agli occhi l’immagine di King, il giorno del funerale. Prima di andare via disse a Tony: “Ora sei piccolo, ma un giorno capirai quello che ha fatto tua madre”. Oggi, quando vedo il presidente Obama, capisco quanto avesse ragione».

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