La vittoria dei cybersmanettoni

iphone

La Fbi ha forzato un iPhone di un terrorista ucciso senza l’aiuto di Apple. Le quotazioni premiano l’ipotesi di hacker assoldati dagli investigatori federali o della consulenza di una società israeliana

Il «Federal Bureau of Investigation» ha vinto il braccio di ferro con la Apple. Il contenzioso è nato recentemente con la richiesta della Fbi alla società della mela morsicata di avere le informazioni necessarie per «entrare» nella memoria dell’iPhone di uno dei terroristi che a San Bernardino hanno compiuto, in nome della jihad, un’azione dove sono morti diciannove cittadini statunitensi. Il terrorista è rimasto ucciso nel conflitto a fuoco con la polizia, ma la Fbi è convinta che le informazioni potevano risultare utili per smantellare la «rete» di combattenti islamici presenti in California. La richiesta è stata respinta con una solenne presa di posizione di Tim Cook in favore della privacy degli utenti possessori di dispositivi Apple. Una volta appreso il rifiuto, la Fbi si è rivolta alla magistratura per imporre ad Apple di fornire le chiavi necessarie per aggirare i sistemi di sicurezza. In fondo, per la Fbi la rinuncia alla privacy di un uomo morto era il prezzo minimo da pagare per garantire la sicurezza nazionale.

cybersicurezza

Ieri, infine, l’annuncio che la Fbi è riuscita ad accedere alle informazioni memorizzate sull’iPhone senza l’aiuto di Apple. Immediata la reazione di Tim Cook, che vuol sapere come l’ente investigativo sia riuscito a violare la sicurezza dello smartphone.

In ballo, per l’amministratore delegato della Apple, è la sicurezza di tutti i possessori di iPhone. Nel frattempo il tam tam della Rete ha fatto rimbalzare di nodo in nodo l’ipotesi che la Fbi abbia assoldato un hacker (o più hacker) per forzare i sistemi di sicurezza. Ipotesi che tanto fantasiosa non è. Non sarebbe infatti la prima volta che la Fbi assolda hacker per compiere operazioni di cyberpolizia. Altrettanto accreditata è l’ipotesi che tra gli «smanettoni» della Fbi ci sono tecnici molto qualificati che non hanno nulla da invidiare al «virtuosismo della programmazione» di molti hacker. D’altronde la possibilità che un investigatore della Fbi potesse «violare» l’iPhone senza nessun aiuto da parte della Apple era stata prospettata da Edward Snowden, l’ex-consulente informatico della National Security Agency che ha denunciato i sistemi di intercettazione delle comunicazioni in Rete da parte dei servizi di intelligence Usa. Non è esclusa però anche la possibilità che in aiuto della Fbi sia arrivata la società israeliana Cellebrite, da anni usata dagli investigatori americani nelle strategie di cybersicurezza.

applefbi

La vittoria della Fbi può essere però una «vittoria di Pirro».

Il braccio di ferro attorno all’iPhone del terrorista ha visto scendere in campo molte delle teste d’uovo della Silicon Valley. Google, Facebook, Twitter, Amazon si sono schierati con Apple. Allo stesso tempo tutte le associazioni che contano sui diritti civili dentro e fuori la Rete hanno espresso la loro solidarietà e vicinanza alla Apple. In una miscellanea di difesa dei diritti individuali e di libertà delle imprese da qualsiasi ingerenza statale, la questione della privacy è uno dei temi considerati fondamentali negli Stati Uniti. E in sua difesa si è costituita una «coalizione» eterogenea e a geometria variabile di attivismo civico, imprenditoria 2.0 e mediattivismo radicale.

cybersicurezza1

Meno indagato è il fatto che la privacy è ormai un fiorente business per imprese che sviluppano software per cancellare ogni «traccia» delle operazioni on line per chi è disposto a pagare parcelle salatisssime, come documentato dal giornalista e studioso Jan Robinson nel volume I giustizieri della rete (Codice edizioni). In ogni caso, sia che sia un diritto da acquistare sul mercato che un argomento caldo di una «guerra culturale», dietro il tema della privacy si staglia il settore dei Big Data, cioè della raccolta, elaborazione e vendita di informazioni individuali in una società dove la connessione alla Rete è diventata una costante nelle vite di uomini e donne.

La posta in gioco è dunque chi eserciterà la sovranità sui Big data. La decisione della Fbi segnala il fatto che gli Stati Uniti vogliono far parte, a pari titolo delle imprese private, della governance della «società del controllo».

You may also like

0 comments

Leave a Reply

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Sign In

Reset Your Password