Un hacker rivela: «Così ho manipolato le elezioni in Messico»

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La «confessione» in un’intervista dal carcere di Bogotà: ho aiutato Peña e lavorato in altri otto Paesi sudamericani

 

«Quando ho scoperto che la gente crede più in ciò che dice Internet che nella realtà, ho capito che avevo il potere di farle credere qualsiasi cosa». Soprattutto in politica. È in questa frase il cuore della «confessione» di Andrés Sepúlveda, pubblicata ieri da Bloomberg Businessweek . Il contraccolpo è stato immediato, e non soltanto nei palazzi del potere sudamericano per i quali questo hacker colombiano, oggi detenuto in un carcere di Bogotà, sostiene di aver lavorato nell’ombra per otto lunghi anni. Il suo colpo più grosso sarebbe stato l’elezione del presidente messicano Enrique Peña Nieto, leader del Pri (che ieri ha negato tutto).

Il «lavoro sporco» di Sepúlveda era manipolare le campagne elettorali utilizzando tutti i metodi, perlopiù illegali, che la Rete consente, passando da server in Russia o in Ucraina. Ha spiato, rubato e diffamato, entrando nelle email e nelle agende digitali di candidati presidenti e governatori ma anche creando migliaia di falsi profili Facebook e Twitter che alteravano il dibattito politico, grazie al suo software «Social Media Predator». Sarebbe avvenuto in nove Paesi dell’America latina, dal Messico al Venezuela. Ma ciò che fa tremare gli ambienti politici del mondo intero — e da ieri infiamma i social network Usa — è una frase di Sepúlveda: «Ci sono due tipi di politica, quella che la gente vede e quella che realmente fa avvenire le cose. Io ho lavorato nella politica che non si vede». E che non è un’esclusiva dell’America Latina, visto che l’hacker trentunenne sostiene di aver rifiutato vari ingaggi in Spagna, perché «impegnato». E alla domanda se qualcosa di simile avviene anche in Usa, ha risposto: «Ne sono sicuro al 100%».

Intervistato nel carcere di massima sicurezza dove sta scontando una condanna a dieci anni per cospirazione e spionaggio ai danni dell’attuale presidente colombiano Juan Manuel Santos, Sepúlveda svela il «lavoro» da 600 mila dollari svolto in Messico. Con un team di hacker ha manipolato i social media creando false ondate di entusiasmo o derisione, ha clonato pagine web, installato «cimici digitali» nei computer dell’opposizione e rubato online le strategie dei rivali. Secondo il suo racconto, degno di un romanzo giallo o di un serial politico alla «House of Cards», era a libro paga solo di candidati di destra, come Peña o il colombiano Uribe, e ha usato tattiche di guerriglia digitale contro Daniel Ortega in Nicaragua e Hugo Chávez in Venezuela.

«Erano azioni di guerra sporca e operazioni psicologiche, spargevo dicerie: il lato nero della politica di cui nessuno sa l’esistenza ma che tutti possono vedere», ha detto. Ieri nessuno ha ammesso di conoscerlo, né l’entourage di Peña né il suo presunto mentore, il «consulente politico» Juan José Rendon. Che da Miami nega tutto ma conferma di essere stato contattato dalla campagna di Trump e di altri candidati alle Presidenziali Usa.

Sara Gandolfi

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