Madrid antifranchista e sessantottina ricorda il suo Pinelli

Spagna. Una targa da oggi commemora lo studente Enrique Ruano nel luogo in cui venne ucciso (altro che suicidio) 50 anni fa. Un’iniziativa figlia della legge sulla memoria storica voluta da Zapatero e invisa alla destra

MADRID. Morire dopo un volo dalla finestra mentre si è sotto custodia della polizia. Non capitò solo all’anarchico Giuseppe Pinelli, illegalmente trattenuto nella Questura milanese dopo la strage di Piazza Fontana, ma anche a Enrique Ruano, studente di giurisprudenza dell’Università di Madrid, militante antifranchista. Proprio nello stesso anno, il 1969. Paesi diversi, democrazia da una parte e dittatura dall’altra, ma pratiche simili, e un identico esito giudiziario: nessun colpevole.

IL GIOVANE SPAGNOLO FU UCCISO esattamente cinquant’anni fa, e oggi il comune di Madrid scoprirà una targa in sua memoria nel luogo esatto in cui avvene l’omicidio, al numero civico 68 della centrale calle Príncipe de Vergara. Non una sede delle forze di sicurezza, ma un normale palazzo in cui il ventunenne Ruano fu condotto dalla polizia politica, la famigerata Brigada Politico-Social, nel corso della perquisizione di un appartamento ritenuto un «covo». Si trovava agli arresti già dal 17 gennaio, colpevole di avere affisso per le strade della capitale materiale di propaganda del Frente de liberacion popular, organizzazione clandestina di orientamento marxista non dogmatico, federalista e autogestionaria, con radici nella sinistra cristiana.

Ovviamente la versione ufficiale fu quella di suicidio. Per renderla più verosimile le autorità manipolarono i diari di Ruano, dandoli in pasto alla stampa per diffondere la falsa notizia che il ragazzo nutrisse da tempo il proposito di togliersi la vita. A manovrare la campagna di disinformazione il ministro Manuel Fraga, la cui vita politica è continuata ben oltre la scomparsa di Franco nel 1975: il Partido popular è una sua creatura. Le menzogne di Stato non servirono, però, a convincere l’opposizione democratica: la protesta nei campus universitari di tutto il Paese crebbe al punto da indurre il governo a decretare, il 24 gennaio, lo stato d’eccezione per tre mesi.

IL REGIME era in un momento delicato, le manifestazioni di dissenso crescevano anche nella Chiesa, sino ad allora uno dei pilastri fondamentali della dittatura, e si preparava la designazione di Juan Carlos di Borbone quale successore del «generalissimo» a capo dello stato. Per quanto dall’estero sembrasse scricchiolante, l’edificio del potere costruito dopo la guerra civile era ancora saldamente in piedi. E continuava ad uccidere.

Ruano apparteneva allo stesso milieu «sessantottino» di molti protagonisti dell’ultima fase della lotta per la libertà che, successivamente, rivestiranno ruoli importanti nella Spagna democratica.

LA SINDACA DI MADRID Manuela Carmena è una di loro. Ad accomunarli anche la scelta universitaria: dalle facoltà di giurisprudenza di quegli anni venne fuori una leva di giovani avvocati giuslavoristi impegnati ad allargare gli spazi di affermazione dei diritti dentro e contro il regime.

Carmena, affiliata al Pce clandestino, fondò con alcuni di quelli che erano stati i più stretti compagni di Ruano uno studio legale nella centralissima calle de Atocha che divenne punto di riferimento per i lavoratori della capitale, ma anche oggetto della violenza dei fascisti: in piena transizione democratica, il 23 gennaio del 1977, un commando vi fece irruzione e uccise cinque persone. Sopravvisse per miracolo Dolores González Ruiz, che nella mattanza perse il marito Javier Sauquillo, come lei socio dello studio. Un destino particolarmente drammatico, quasi incredibile, quello dell’avvocata González Ruiz, Lola per i suoi compagni: ai tempi dell’università era la fidanzata di Ruano.

LA TARGA COMMEMORATIVA che sarà visibile da oggi è figlia di una nuova sensibilità verso il passato antifranchista le cui origini più remote sono nella legge sulla memoria storica voluta dodici anni fa da José Luis Zapatero, e quelle più recenti nell’impegno del governo di Pedro Sánchez e, soprattutto, di Podemos e Izquierda unida. Una svolta rispetto al precedente «oblio istituzionalizzato» che non è mai andata giù alla destra spagnola, a quella istituzionale e «moderata» del Pp e, tanto meno, a quella più radicale che ora si riconosce nel nuovo partito Vox.

Un importante atto di politica della memoria, quello di oggi, che però non cancella le responsabilità che i poteri pubblici hanno avuto anche in epoca democratica nel garantire l’impunità degli assassini.

I TRE POLIZIOTTI che avevano in custodia Ruano al momento della sua morte furono processati nel 1996 – caso più unico che raro, vista la legge di amnistia vigente – dal tribunale di Madrid, che però li assolse, pur esprimendo nella sentenza «tristezza per la morte di una persona che lottava per i diritti fondamentali oggi riconosciuti dalla Costituzione». I giudici si limitarono a riconoscere «un funzionamento anormale dell’amministrazione dello stato» che poteva dare diritto a un risarcimento. Una decisione confermata definitivamente, l’anno dopo, dal Tribunal Supremo.

* Fonte: Jacopo Rosatelli, IL MANIFESTO

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