Quando le vittime eravamo noi

MADRID. Morire dopo un volo dalla finestra mentre si è sotto custodia della polizia. Non capitò solo all’anarchico Giuseppe Pinelli, illegalmente trattenuto nella Questura milanese dopo la strage di Piazza Fontana, ma anche a Enrique Ruano, studente di giurisprudenza dell’Università di Madrid, militante antifranchista. Proprio nello stesso anno, il 1969. Paesi diversi, democrazia da una parte e dittatura dall’altra, ma pratiche simili, e un identico esito giudiziario: nessun colpevole.

IL GIOVANE SPAGNOLO FU UCCISO esattamente cinquant’anni fa, e oggi il comune di Madrid scoprirà una targa in sua memoria nel luogo esatto in cui avvene l’omicidio, al numero civico 68 della centrale calle Príncipe de Vergara. Non una sede delle forze di sicurezza, ma un normale palazzo in cui il ventunenne Ruano fu condotto dalla polizia politica, la famigerata Brigada Politico-Social, nel corso della perquisizione di un appartamento ritenuto un «covo». Si trovava agli arresti già dal 17 gennaio, colpevole di avere affisso per le strade della capitale materiale di propaganda del Frente de liberacion popular, organizzazione clandestina di orientamento marxista non dogmatico, federalista e autogestionaria, con radici nella sinistra cristiana.

Ovviamente la versione ufficiale fu quella di suicidio. Per renderla più verosimile le autorità manipolarono i diari di Ruano, dandoli in pasto alla stampa per diffondere la falsa notizia che il ragazzo nutrisse da tempo il proposito di togliersi la vita. A manovrare la campagna di disinformazione il ministro Manuel Fraga, la cui vita politica è continuata ben oltre la scomparsa di Franco nel 1975: il Partido popular è una sua creatura. Le menzogne di Stato non servirono, però, a convincere l’opposizione democratica: la protesta nei campus universitari di tutto il Paese crebbe al punto da indurre il governo a decretare, il 24 gennaio, lo stato d’eccezione per tre mesi.

IL REGIME era in un momento delicato, le manifestazioni di dissenso crescevano anche nella Chiesa, sino ad allora uno dei pilastri fondamentali della dittatura, e si preparava la designazione di Juan Carlos di Borbone quale successore del «generalissimo» a capo dello stato. Per quanto dall’estero sembrasse scricchiolante, l’edificio del potere costruito dopo la guerra civile era ancora saldamente in piedi. E continuava ad uccidere.

Ruano apparteneva allo stesso milieu «sessantottino» di molti protagonisti dell’ultima fase della lotta per la libertà che, successivamente, rivestiranno ruoli importanti nella Spagna democratica.

LA SINDACA DI MADRID Manuela Carmena è una di loro. Ad accomunarli anche la scelta universitaria: dalle facoltà di giurisprudenza di quegli anni venne fuori una leva di giovani avvocati giuslavoristi impegnati ad allargare gli spazi di affermazione dei diritti dentro e contro il regime.

Carmena, affiliata al Pce clandestino, fondò con alcuni di quelli che erano stati i più stretti compagni di Ruano uno studio legale nella centralissima calle de Atocha che divenne punto di riferimento per i lavoratori della capitale, ma anche oggetto della violenza dei fascisti: in piena transizione democratica, il 23 gennaio del 1977, un commando vi fece irruzione e uccise cinque persone. Sopravvisse per miracolo Dolores González Ruiz, che nella mattanza perse il marito Javier Sauquillo, come lei socio dello studio. Un destino particolarmente drammatico, quasi incredibile, quello dell’avvocata González Ruiz, Lola per i suoi compagni: ai tempi dell’università era la fidanzata di Ruano.

LA TARGA COMMEMORATIVA che sarà visibile da oggi è figlia di una nuova sensibilità verso il passato antifranchista le cui origini più remote sono nella legge sulla memoria storica voluta dodici anni fa da José Luis Zapatero, e quelle più recenti nell’impegno del governo di Pedro Sánchez e, soprattutto, di Podemos e Izquierda unida. Una svolta rispetto al precedente «oblio istituzionalizzato» che non è mai andata giù alla destra spagnola, a quella istituzionale e «moderata» del Pp e, tanto meno, a quella più radicale che ora si riconosce nel nuovo partito Vox.

Un importante atto di politica della memoria, quello di oggi, che però non cancella le responsabilità che i poteri pubblici hanno avuto anche in epoca democratica nel garantire l’impunità degli assassini.

I TRE POLIZIOTTI che avevano in custodia Ruano al momento della sua morte furono processati nel 1996 – caso più unico che raro, vista la legge di amnistia vigente – dal tribunale di Madrid, che però li assolse, pur esprimendo nella sentenza «tristezza per la morte di una persona che lottava per i diritti fondamentali oggi riconosciuti dalla Costituzione». I giudici si limitarono a riconoscere «un funzionamento anormale dell’amministrazione dello stato» che poteva dare diritto a un risarcimento. Una decisione confermata definitivamente, l’anno dopo, dal Tribunal Supremo.

* Fonte: Jacopo Rosatelli, IL MANIFESTO

La questura di Roma è riuscita, con un divieto dell’ultim’ora, a rivitalizzare come non mai la manifestazione commemorativa che ogni anno, da quarant’anni, si svolge nella zona Nord della capitale per ricordare l’uccisione di Walter Rossi, militante 19enne di Lotta continua ucciso a pistolettate dai fascisti di Balduina in via delle Medaglie d’Oro il 30 settembre del 1977 mentre volantinava.

La manifestazione, intitolata «Un fiore per Walter», quest’anno cadeva anche di sabato, ieri, prefestivo. Ma alla vigilia la questura ha negato l’ok per il corteo con motivazioni giudicate «del tutto pretestuose» dagli organizzatori dell’associazione «Walter Rossi». Motivi di ordine pubblico, relativi a disagi per il traffico (per un corteo di poche centinaia di metri ndr) e a non meglio precisati rischi di aggressione da parte di gruppi neofascisti.

Il tam tam sui social media sul divieto imposto non ha fatto altro che chiamare a raccolta ancor più persone. E alla fine ieri sera il corteo c’è stato ed è stato uno dei più partecipati degli ultimi anni, affollato non solo dagli amici e compagni di Walter e da chi ha vissuto la propria giovinezza nei furibondi anni Settanta a Roma, ma anche di ragazzi che di quella storia hanno visto qualche foto di Tano D’Amico in mostra proprio in questi giorni al museo di Trastevere.

Il fotografo ha parlato al microfono alla fine del corteo. Circa un migliaio di persone hanno sfilato per via Trionfale riempiendo tutte e quattro le corsie, accompagnati da fumogeni rossi e slogan antifà.

E il graffito per Walter, cancellato all’alba da due operai Acea, nel corso del pomeriggio è stato ridisegnato.

FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

fascisti

Quando fu ucciso, la sera del 28 maggio 1976, Luigi Di Rosa aveva 21 anni. A sparargli furono i fascisti che scortavano il tenente dei parà e deputato del Msi Sandro Saccucci, allora inquisito per il golpe Borghese, a Sezze Romano. Nella cittadina del Lazio il Pci raccoglieva il 54% dei voti. Il comizio elettorale di Saccucci mascherava una spedizione punitiva. Le pistole uscirono fuori già durante il comizio, in risposta ai sassi tirati dai militanti di Lotta continua: una delle prime a sparare fu proprio quella dell’onorevole oratore, dal palco. Per abbandonare la città i fascisti adottarono quella che lo stesso tenente definì poi una «perfetta operazione di carri armati e fanteria»: macchine con solo il pilota dentro e ai lati i missini armati. Saccucci guidava la colonna.

Arrivati nella località Ferro di Cavallo, alle porte di Sezze, il corteo d’auto fu raggiunto da una nuova sassaiola. La strada era sgombra, per sfuggire ai sassi bastava salire in macchina e accelerare. Sei macchine fecero così. La settima si fermò e rispose ai sassi con le rivoltellate. Luigi Di Rosa fu ucciso. Un altro ragazzo, Antonio Spirito, fu ferito gravemente.

La scia di sangue non finì a Sezze: uno dei fascisti partecipanti al raid, Angelo Pistolesi, fu ucciso un anno e mezzo dopo dai «Nuovi partigiani». Un altro, Miro Renzaglia, fu ferito gravemente nel ’79. Per l’omicidio di De Rosa fu condannato Pietro Allatta. Saccucci, pur rieletto, riparò in Sud America. Condannato in primo e secondo grado per concorso morale è stato assolto dalla Cassazione. Vive in Argentina.

Con una sentenza bizzarra la Corte di Cassazione, due anni fa, ha deciso che Luigi Di Rosa e Antonio Spirito non sono vittime «del terrorismo e della violenza politica», negando pertanto il risarcimento al ferito, invalidato in modo permanente da quei colpi di pistola. In effetti, ammettono i giudici, «non può escludersi l’intenzione di Saccucci e dei suoi di diffondere il panico». Tuttavia si trattò solo di «una spedizione punitiva di carattere episodico».

Da sei anni, in occasione dell’anniversario dell’assassinio, viene organizzato a Sezze un ciclo di incontri storici sugli anni della violenza politica e viene assegnato un premio alla migliore ricerca storica in materia. Quest’anno, per il quarantesimo anniversario, l’agenda è particolarmente fitta, a partire dall’incontro tra i familiari delle vittime del terrorismo e le istituzioni che si terrà domani. Sono previsti un incontro su «Letteratura e anni di piombo» il 14 maggio, un convegno sul triennio della solidarietà nazionale il 26, un focus sul processo il 27. L’appuntamento principale sarà il confronto tra Agnese Moro, figlia del leader ucciso dalle Br, e l’ex Br Adriana Faranda, per la presentazione di «Il libro dell’incontro». Vittime e responsabili della lotta armata a confronto. Ai familiari di Luigi Di Rosa piacerebbe che per l’occasione venisse riconosciuto che quel ragazzo di 21 anni non è stato vittima della fatalità ma della violenza politica.

Fausto e Iaio

Le vicende legate al duplice assassinio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto e Iaio), avvenuto la sera del 18 marzo 1978 in via Mancinelli a Milano, presenta ancor oggi, a trentotto anni dai fatti, più di un dato irrisolto anche dal punto di vista giudiziario. I nomi dei tre presunti killer, ovvero Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci, furono più volte fatti da diversi esponenti dell’estrema destra romana legati al terrorismo nero, già nel corso degli anni Ottanta in più interrogatori resi ai magistrati. Li accusò apertamente nel 1982 Paolo Bianchi, uno dei massimi esponenti di «Ordine nuovo», sostenendo di aver ricevuto una confidenza dallo stesso Corsi circa la sua partecipazione al delitto, spostandosi da Roma a Milano «trovando poi altre persone sul posto».

Altrettanto fece nel 1988 Angelo Izzo, uno dei tre fascisti protagonisti del massacro del Circeo del 30 settembre 1975 (in cui fu stuprata e uccisa la diciassettenne Rosaria Lopez e seviziata Donatella Colsanti), che a sua volta dichiarò che fu lo stesso Corsi a confidarglielo nel settembre-ottobre del 1980. Analoghe dichiarazioni, sulla responsabilità dei tre e in particolare di Corsi, furono rese nel 1982 e nel 1991 da Walter Sordi (ex «Nuclei armati rivoluzionari»), nel 1990 da Cristiano Fioravanti (sempre dei Nar), nel 1988 da Stefano Soderini (prima in «Terza posizione» poi nei Nar), relativamente al coinvolgimento di Corsi, e da Patrizio Trochei (ex Fuan) sul fatto che Corsi «si era vantato in giro di aver partecipato a questa azione». Paolo Aleandri (del gruppo terroristico di «Costruiamo l’azione»), dal canto suo, nel 1982, affermò che «sull’uccisione di Fausto e Iaio in tutti gli ambienti della destra romana si era sicuri del fatto che fosse opera della destra». Lo confermò Sergio Calore, anche lui di Costruiamo l’azione. Almeno in sei, dunque, fecero dei nomi riferendoli ai Nar della «Banda Prati». Angelo Izzo affermò addirittura che la denominazione di «Brigata Combattente Franco Anselmi» fosse una delle sigle dietro la quale la stessa banda si coprisse. Come vedremo, un dato di assoluta rilevanza.

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L’agguato in trench

L’omicidio si consumò alle 19.55, di fronte a un cancello di ferro, in via Mancinelli a poco più di venti metri dall’incrocio con via Casoretto. I testimoni parlarono di tre giovani sui vent’anni, due con un impermeabile chiaro, il trench, e uno con un giubbotto color nocciola. A sparare fu uno solo con una pistola calibro 7.65 tenuta dentro un sacchetto di plastica per raccogliere i bossoli. Una tecnica in uso all’estrema destra romana, come l’indossare impermeabili chiari, quasi una «divisa», secondo più di un esponente del neofascismo capitolino. Si sparò per uccidere. Otto furono i colpi esplosi. Sette andarono a segno: quattro raggiunsero Fausto Tinelli e tre Lorenzo Iannucci. Fausto morì sul colpo, Lorenzo durante il trasporto all’ospedale. Ambedue avevano solo diciotto anni. Un agguato in piena regola con una capacità di fuoco dello sparatore con tutta evidenza già abituato a situazioni simili. Fatto strano, i tre, dopo l’assassinio, anziché girare subito in via Casoretto fuggirono lungo via Mancinelli, dritta e lunga 350 metri, verso via Leoncavallo. Sparirono così. Forse non erano soli. Un testimone annotò la presenza di altri due giovani, all’ingresso di via Mancinelli, in una piccola rientranza, tra l’edicola e l’angolo, che invece scapparono velocemente pochi secondi dopo gli spari in direzione di via Casoretto. Complici o passanti impauriti?

Il 23 marzo, cinque giorni dopo, giunse, con un volantino fatto ritrovare in zona Prati a Roma (a soli cento metri dalla sede dell’Msi luogo d’incontro dei neofascisti di Corsi), la rivendicazione dell’«Esercito nazionale rivoluzionario-Brigata combattente Franco Anselmi». Franco Anselmi, elemento di spicco dell’area Fuan-Nar di Roma, era rimasto ucciso il 6 marzo precedente nel corso di una rapina in un’armeria, commessa insieme ai fratelli Fioravanti e altri, divenuto una sorta di simbolo per i camerati. A lui erano legatissimi i tre presunti killer.

Una presenza confermata

Sulla presenza di Mario Corsi a Milano in quei giorni si raccolsero diverse testimonianze. Lo disse un suo caro amico di Cremona, Mario Spotti, sostenendo che era passato da lui proveniente da Milano con altri due «camerati». Su questa circostanza testimoniò in tal senso anche la zia dello stesso Corsi. Ma quel che più conta fu che a casa di Spotti si sequestrassero munizioni calibro 7.65 appartenenti allo stesso lotto di quelle utilizzate nel duplice delitto (lo stesso Spotti aveva in gennaio acquistato una pistola 7.65 proprio da Anselmi) e che nell’abitazione di Corsi a Roma, in occasione di una perquisizione a seguito di una denuncia per un’aggressione nel luglio del 1979 a cocci di bottiglia nei confronti di due giovani di sinistra, fossero rinvenute due fotografie, una ritraente i volti di Fausto e Iaio e una dei loro funerali. Un ultimo dato: i Nar con Mario Corsi facevano la spola tra Roma, Milano e Cremona. Nell’aprile 1979, come confessato da Valerio Fioravanti, erano stati nuovamente a Milano (con loro Guido Zappavigna) per assassinare Andrea Bellini, ritenuto responsabile dell’uccisione di Sergio Ramelli. Un tentativo andato a vuoto.

Dal 1978 al 2000 indagarono diversi magistrati, a partire dal sostituto procuratore Armando Spataro fino al gip Clementina Forleo. Alcuni di loro non furono letteralmente messi nelle condizioni di lavorare, oberati da altre decine di istruttorie, come se la morte di Fausto e Iaio, due giovani proletari di periferia, non meritasse la considerazione dovuta.

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La perizia balistica appurò che i due giovani furono uccisi con armi piuttosto vecchie, probabilmente Beretta mod. 34 con l’originaria canna cal. 9 cambiata con una canna cal.7,65, o Beretta mod.35. Armi in dotazione ai Nar sino all’inizio del 1979 quando, a seguito di rapine in armerie, furono acquisite Beretta mod.70 e altre armi più moderne ed efficienti. Una perizia del 1999, condotta dal professor Aldo Giannuli, su incarico del sostituto procuratore Stefano Dambruoso, rivelò che il fascicolo «F1/A–Milano 18 marzo 1978», presente nell’archivio della Direzione centrale della Polizia di prevenzione, fosse «eccezionalmente povero», senza «una sola nota confidenziale», assenza «quanto mai insolita», concludendo per un atteggiamento di «complessiva reticenza» da parte della polizia che in alcun modo aveva «attivato la rete dei suoi informatori», scoraggiando anche «l’eventuale invio di notizie in merito». Un’ipotesi inquietante. Si arrivò così al 6 dicembre 2000 con la decisione del gip Clementina Forleo di archiviare il procedimento «Pur in presenza di significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva e in particolare degli attuali indagati».

All’ombra di Moro

All’atto di archiviazione, pochi giorni dopo, rispose sui giornali Umberto Gay, consigliere regionale di Rifondazione comunista. «Mario Corsi è l’assassino di Fausto e Iaio – disse – fu lui a sparare il 18 marzo 1978 in via Mancinelli con gli altri fascisti. È tutto nelle carte La decisione del tribunale è un’onta indelebile per tutta la città». Il non aver voluto celebrare un processo, seppur su base indiziaria, resta, in effetti, ancor oggi non pienamente comprensibile. Mario Corsi, dal canto suo, minacciò querele che mai fece, come nei confronti di tutti coloro che rilanciarono le accuse. Troppi, con ogni evidenza, i rischi. Il fascicolo dorme ora nei cassetti della procura di Milano. Massimo Carminati è attualmente in carcere per «Mafia-Capitale», Claudio Bracci è stato condannato per rapine e banda armata, mentre Mario Corsi, dopo essere stato assolto per l’omicidio a Roma del giovane di sinistra Ivo Zini, anche lui assassinato nel 1978, ha intrapreso una fortunata carriera radiofonica come conduttore sportivo in radio private.

Sul movente dell’uccisione di Fausto e Iaio sono state avanzate più ipotesi, anche quella di una vendetta della malavita legata allo spaccio d’eroina, dopo la pubblicazione di un dossier a cui i due avevano lavorato. Ma forse la verità va ricercata altrove, nel contesto seguito al rapimento da parte delle «Brigate rosse» di Aldo Moro, solo due giorni prima. Assassinare in modo efferato due giovani di sinistra avrebbe potuto scatenare reazioni violente. Una provocazione, un calcolo cinico, un’«operazione» su scala nazionale. Chi meglio di una banda di fascisti legati ai servizi e alla Banda della Magliana avrebbe potuto farlo?

Que­sto aprile mila­nese è segnato da un altro anni­ver­sa­rio impos­si­bile da dimen­ti­care. Era il 1975. A Milano chi c’era, e anche chi era bam­bino, sa cosa signi­fi­cano quei due nomi che da qua­ranta anni sono legati per sem­pre, senza biso­gno di spie­gare per­ché: Varalli e Zibec­chi. Clau­dio e Gian­nino, due gio­vani anti­fa­sci­sti mila­nesi. Clau­dio Varalli, 18 anni, è stato ammaz­zato da alcuni colpi di pistola esplosi da un neo­fa­sci­sta in piazza Cavour: era il 16 aprile. Gian­nino Zibec­chi, 28 anni, è stato inve­stito in corso XXII Marzo da un camion dei cara­bi­nieri che si era lan­ciato con­tro il cor­teo anti­fa­sci­sta che stava sfi­lando dopo l’omicidio di Clau­dio Varalli: era il 17 aprile. (sul sito www?.per?non?di?men?ti?care?.com c’è la rico­stru­zione di quei due giorni cru­ciali e dram­ma­tici degli anni ‘70).

Scrive l’Associazione Per non dimen­ti­care Varalli e Zibec­chi: “Sono pas­sati 40 anni, viviamo in un’altra epoca poli­tica, eppure la memo­ria di quei giorni non parla sol­tanto a chi era gio­vane allora, a chi aveva vis­suto in prima per­sona quell’aprile mila­nese. L’antifascismo è di dram­ma­tica attua­lità. E quindi, non può che essere attuale col­ti­vare la memo­ria di chi diede la vita per la libertà e la giu­sti­zia sociale, 70 anni fa e 40 anni fa” (le ini­zia­tive sono sulla pagina www?.face?book?.com/?s?e?t?t?a?n?t?a?n?n?i?d?i?r?e?s?i?s?t?e?nza).

Saranno due gior­nate dense. Anzi tre. Domani, alle 18, depo­si­zione di una corona di fiori alla lapide di Clau­dio Varalli (piazza Cavour), alle 19 si va in corso XXI Marzo con un’altra corona dove c’è la lapide di Gian­nino Zibec­chi. Il giorno suc­ces­sivo (venerdì 17 aprile), alle 18, inau­gu­ra­zione dei nuovi giar­dini al monu­mento a Clau­dio e Gian­nino, in piazza Santo Ste­fano. Un pic­colo sen­tiero, fiori, alberi e una targa. Poi, alle 20,30, serata alla Camera del Lavoro (corso di Porta Vit­to­ria 43) con la par­te­ci­pa­zione di Adelmo Cervi, Piero Sca­ra­mucci, Basi­lio Rizzo e Maria Carla Rossi; a seguire con­certo con Gae­tano Liguori, Idea Trio e l’Orchestra di via Padova. Sabato 18 aprile, invece, al cen­tro sociale Vit­to­ria (via Friuli angolo Mura­tori, ore 21,30) va in scena lo spet­ta­colo di Daniele Biac­chessi in memo­ria della cop­pia par­ti­giana Gio­vanni Pesce e Nori Bram­billa — “Gio­vanni e Nori, una sto­ria di amore e resi­stenza”. L’incasso della serata sarà inte­ra­mente devo­luto a Emi­lio, l’antifascista di Cre­mona aggre­dito e ridotto in fin di vita dai neo­fa­sci­sti lo scorso gennaio.

Alle 10 del mattino di quell’11 marzo del 1977, il movimento cattolico integralista Comunione e Liberazione aveva indetto un’assemblea all’Università di Bologna. Un gruppo composto da studenti di medicina e militanti dei gruppi della “sinistra rivoluzionaria” cerca di entrare nell’aula ma viene respinto con violenza dal servizio d’ordine di CL. La protesta si estende e il rettore chiede l’intervento delle forze dell’ordine. La tensione sale. Un carabiniere spara ben 12 colpi di winchester. Volano molotov. Francesco Lo Russo, studente di medicina e militante di Lotta Continua viene ucciso in via Mascarella dai carabinieri con un colpo sparato alla schiena. Il proiettile non verrà mai ritrovato: impossibile la perizia balistica. La reazione del movimento è imponente. Nasce il movimento del ’77, uno spartiacque storico per molti e diversi aspetti. Il ministro degli Interni, Francesco Cossiga, manda mezzi blindati e cingolati nelle strade centro di Bologna. La città è profondamente ferita, non tornerà mai più quella di prima. Roberto Roversi, uno dei grandi poeti del Novecento italiano, senz’altro il più rigoroso per quel che riguarda l’autonomia e l’indipendenza delle sue scelte politiche e culturali, racconta in modo impareggiabile l’angoscia dei giorni in cui “ogni parola è stata consumata”

di Roberto Roversi

1. La creta, la selenite e l’arenaria.

Di qui nasce il colore di Bologna.

Nei tramonti brucia torri e aria.

 

22. A che punto è la città?

La città è lì in piedi che ascolta.

Io non dico il privato è politico.

Dico anche il privato è politico.

 

24. A che punto è la città?

La città si nasconde le mani.

I democristiani non governano l’Italia

ma la gestiscono.

In trent’anni l’hanno succhiata leccata masticata

peggio dei Visigoti

e di Attila che correva a cavallo.

Al confronto Attila è una farfalla dai novanta colori.

Questi hanno facce di pesci-tonno, pesci-guerra, pesci-fuoco.

 

27. A che punto è la città?

La città legge la sua pergamena.

Un giorno gli schiavi sono vestiti di bianco.

Quel giorno l’impero di Roma è condannato.

Quando gli uomini si contano

un momento di storia è cominciato.

 

31. A che punto è la città?

La città tace perché non è più primavera.

La verità è il massacro.

Il massacro è la realtà.

Mille creature tagliano l’acqua con il coltello affilato

per guardare il sangue del mare.

 

33. Oggi è già domani.

Sono in molti a parlare dell’uomo che cammina col

suo passo di polvere e con la pazienza di un frate

per raccogliere cipolle e inoltre per salire sull’albero

delle ciliege

Da lì si guarda il mondo.

Ma il mondo è rovesciato.

 

carrarmato-in-via-zamboni-13-mar-77

 

34. Dentro a questo mondo-mercato

è urgente decidere

di vivere non di morire.

Prendere e non lasciare.

Non servire.

Ogni parola è stata consumata.

 

73. La tua sorte è legata alla mia.

Le azioni non giustificano se stesse.

Ogni azione

una per una

per passare nella cruna dell’ago

ha bisogno di motivazione.

Ogni atto è morale o non è.

Non lascia margine a un gioco.

Cento volte si deve cercare la pietra

giusta per accendere il fuoco.

 

75. A che punto è la città?

La città in un angolo singhiozza.

Improvvisamente da via Saragozza

le autoblindo entrano a Bologna.

C’è un ragazzo sul marmo, giustiziato.

 

76. A che punto è la città?

La città si ferisce

camminando

sopra i cristalli di cento vetrine.

 

77. A che punto è la città?

La città piange e fa pena.

 

Poi elicotteri in aria

perché le vetrine son rotte

 

Le vecchiette allibite

perché le vetrine son rotte

 

Commendatori adirati

perché le vetrine son rotte

 

I tramvieri incazzati

perché le vetrine son rotte

 

Tutte le strade deserte

perché le vetrine son rotte

 

Carabinieri schierati

perché le vetrine son rotte

 

Sessantamila studenti

perché le vetrine son rotte

 

Massacrati di botte

perché le vetrine son rotte.

 

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79. A che punto è la città?

La città si scuote come un cane.

Il ragazzo ucciso è seppellito

con il rito formale.

Segue la pace ufficiale

con i poliziotti ai cantoni.

In galera centottanta capelloni.

Grida la gente: lazzaroni

studiate

invece di far barricate

per mandare in malora una città.

Non si trascina alla gogna

la città di Bologna.

Chi è studente va con la ragazza

non in piazza a farsi ammazzare.

 

90. A che punto è la città?

La città è confusa, ha un momento

di tremenda agitazione.

Il suo dolore butta morchia e fuoco.

La città va avanti a muso duro

e alza le parole come un muro.

 

97. A che punto è la città?

La città ansima e ascolta

il suono di un chiodo che ferisce

strisciando sul vetro di marzo

e così dice:

 

98. Era un ragazzo venuto dal niente.

ucciso per strada.

colpito alla fronte.

 

era un ragazzo venuto da niente.

gridava la gente.

scappava sul ponte.

 

era un ragazzo, le ore del cuore

le passava sui libri

a mangiare il furore.

 

una mano di sangue strisciando sul muro

picchiò con la rabbia

un colpo sicuro.

 

la gente piangeva, era freddo cemento

l’asfalto disteso

e lui moriva nel vento.

 

bandiera stracciata. un mese è passato.

La terra è fiorita

sul suo corpo straziato.

 

107. A che punto è la citta?

La città apre le porte e cammina per strada.

 

108. Cosa dice la città?

Dice che nell’inverno del ’76/’77 non ci fu neve.

Dice che in marzo è ancora inverno.

Dice che adesso è aprile.

Dice che ogni giorno aspettiamo qualcosa.

Dice: Eco? Umberto? sarà il nuovo rettore?

 

110. A che punto è la città?

La città riacquista i suoi colori.

Ma noi per eterni languori all’italiana vediamo

ripetersi la scena che accompagnò all’inizio degli

anni Sessanta la gimkana del centrosinistra, quando

un partito fu dato in pasto ai leoni che lo spolparono.

Il gestore del pranzo di gala, furbetto

e sciapo quasi a chiedere scusa, fu l’on. Moro.

Oggi col suo occhio sbiascicato

eccolo riapparire

con il mandato e la giustificazione

di masticare la nuova polpetta

in un solo boccone.

Ma senza fretta senza fretta senza fretta.

Francesco Lo Russo funeral - Funerali di Francesco Lo Russo

 

113. Cosa grida la città?

La città dice che l’età dei guerrieri è finita.

Dice che ieri è cominciato il tempo

degli uomini-rana, degli uomini-gabbia,

degli uomini-lamento.

 

114. Ma che non si può finire

col non dire più niente.

Se si tace, il silenzio è la morte.

E nella notte resta solo voce di vento.

 

125. Dice che

la violenza è stupida e imperfetta.

La violenza è un luogo comune.

La violenza è vecchia e senza fantasia.

La violenza è inutile e malada.

Dice che

la libertà è difficile

e non è lì che aspetta.

La libertà fa soffrire.

La libertà spesso fa morire.

La libertà ha tre segni semplici e terribili:

vuole la mano

vuole il cuore

vuole la pazienza.

Conoscere non vuol dire distruggere

e poi amare la cosa distrutta.

Amare ciò che si è distrutto

non vuol dire lottare perché

una nuova verità sia avviata.

Un ultimo dubbio è la più

urgente delle necessità

ed è conoscenza vera.

Chi è sul carro o su un carro

deve buttarsi a terra e correre correre lontano

quando il traguardo è a portata di mano

e il carro è vincitore.

 

Non offrirti così non sarai comperato.

Questo non è un tempo orribile.

È un tempo nuovo.

Non è un tempo impossibile.

È un tempo che non perdona ma in cui ogni sera

si aspetta una notizia vera

da Maratona.

114853695-fbc9cd8a-ca38-4352-914a-d03e2aa6ece0Una nota su Roversi, l’omicidio di Lo Russo e le scor-date tratta dallaBottega del Barbieri

(*) Questa poesia di Roberto Roversi, poeta anticonformista e coraggioso, fu pubblicata prima sulla rivista «Inchiesta» e poi, in una più lunga versione, ne «Il cerchio di gesso», infine raccolta con altri testi in un volume intitolato “pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db) “>Il libro Paradiso“. Non è dimenticato Francesco Lo Russo, ucciso – con un colpo sparato alla schiena – dalle forze “dell’ordine”: ogni anno a Bologna molte/i lo ricordano. Però una preoccupante amnesia cala su quegli anni, sulla repressione e sulla Bologna che, come scrive qui Roversi, si preoccupa più delle vetrine rotte che di un ragazzo ucciso. Vi fu allora il silenzio di molti intellettuali: il Pci anzi chiamò le “teste pensanti” della sinistra a fare «le sentinelle» contro gli estremisti, cioè a difendere l’ordine costituito… Si stringeva un abbraccio mortale con la Dc che ebbe tanti nomi (compromesso storico, unità nazionale, governi d’emergenza) e un solo risultato: combattere idee e pratiche di sinistra. Al contrario di tanti Roversi non fu zitto né un giullare di regime. Si schierò dalla parte della rivolta. E il suo «cerchio di gesso» non rimanda solo a un’opera (quasi omonima) di Bertold Brecht ma soprattutto si riferisce a quei cerchi intorno alle pallottole, fatti con i gessetti – si possono ancora vedere in via Mascarella a Bologna, sotto una lastra di vetro che compagne/i da anni difendono dalle aggressioni di chi vorrebbe rimuoverla – dove uccisero Francesco.

Le scor-date. Per due anni, cioè dall’11 gennaio 2013 all’11 gennaio 2015 – la piccola redazione del blog di Barbieri e altri ha offerto (salvo un paio di volte per contrattempi quasi catastrofici) una «scor-data» che in alcune occasioni raddoppiava o triplicava: appariva dopo la mezzanotte, postata con 24 ore di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; ma qualche volta i temi erano più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi.

Vale­rio Ver­bano, 35 anni dopo. Ieri un cor­teo di 3 mila per­sone ha attra­ver­sato il quar­tiere romano del Tufello dove il mili­tante comu­ni­sta romano, appar­te­nente all’area dell’Autonomia Ope­raia, fu assas­si­nato il 22 feb­braio 1980. Un com­mando neo­fa­sci­sta com­po­sto da tre uomini armati lo attese all’interno della sua abi­ta­zione, nel quar­tiere di Mon­te­sa­cro, dopo aver immo­bi­liz­zato i geni­tori. I Nar, Nuclei amati rivo­lu­zio­nari,  riven­di­ca­rono l’azione for­nendo alcuni riscon­tri inequivocabili.

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Alcune recenti contro-inchieste sul ter­ri­bile omi­ci­dio, come quelle di Marco Capo­cetti Boc­cia e di Vale­rio Laz­za­retti  hanno riba­dito la matrice neo-fascista e hanno rive­lato diver­genze in quell’area poli­tica. Un suc­ces­sivo comu­ni­cato siglato dai Nar, si sco­prì molto dopo che fu scritto da Vale­rio Fio­ra­vanti, cri­ticò l’azione. I libri:Vale­rio Ver­bano, una ferita ancora aperta. Pas­sione e morte di un mili­tante comu­ni­sta, di Capoc­cetti Boc­cia (Castel­vec­chi) e Vale­rio Ver­bano, ucciso da chi, come e per­ché, di Laz­za­retti (Odra­dek), hanno anche docu­men­tato il più che pro­ble­ma­tico lavoro della magi­stra­tura nelle inda­gini, oltre che la distru­zione dei corpi di reato. Ieri il cor­teo ha sfi­lato anche per ricor­dare i geni­tori di Vale­rio, Carla e Sardo Ver­bano, che hanno cer­cato la verità sull’omicidio del figlio per tutta la vita.Sullo stri­scione di aper­tura del cor­teo romano c’è un rife­ri­mento all’attualità. La lotta anti­fa­sci­sta si spo­sterà sabato pros­simo, 28 feb­braio, in un altro cor­teo orga­niz­zato per con­te­stare la ker­messe orga­niz­zata dal lea­der della Lega Nord Mat­teo Sal­vini in piazza del Popolo a Roma. Momento di una cam­pa­gna che il leghi­sta sta con­du­cendo in que­ste set­ti­mane in tutto il paese, la mani­fe­sta­zione è diven­tata il rife­ri­mento anche delle destre estreme romane, come Casa Pound.

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Il cor­teo par­tirà alle 14 da piazza Vit­to­rio fino a Sant’Andrea della Valle, nel cen­tro sto­rico della Capi­tale, a due passi dal Senato. Ancora venerdì scorso, tut­ta­via, l’arrivo della mani­fe­sta­zione non era stato defi­nito dalla questura.“Ci augu­riamo – sosten­gono gli orga­niz­za­tori – che il diritto a mani­fe­stare venga garan­tito a tutte quelle realtà anti­fa­sci­ste e anti­raz­zi­ste attive nella città di Roma e che insieme stanno costruendo que­sta impor­tante mobi­li­ta­zione. Domani pre­sen­te­remo un appello sot­to­scritto da decine di espo­nenti del mondo della cul­tura. Roma città aperta sarà un argine a Sal­vini, a Casa­pound e alla deriva popu­li­sta in cui rischia di spro­fon­dare que­sto paese”.

ROMA. La scritta su marmo distrutta, i pezzi sparsi sul prato. Questo resta della targa di via Valerio Verbano, che indicava la strada dedicata al giovanissimo militante autonomo all’interno del Parco delle Valli nel III municipio a Roma, a poche centinaia di metri dove fu assassinato davanti gli occhi dei genitori da un commando neofascista mai identificato.

Atto di vandalismo o consapevole sfregio di matrice politica di estrema destra poco cambia di fronte al gesto, che ha provocato un coro unanime di condanna. In prima fila il sindaco della Capitale Ignazio Marino che si è impegnato a ripristinare in tempi rapidissimi la targa, mentre per il vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio il gesto «va denunciato con la giusta rilevanza e senza sottovalutazioni. Un atto infame che oltraggia la memoria di un ragazzo di sinistra giustiziato davanti ai suoi genitori. Un omicidio odioso ancora oggi senza giustizia né verità nonostante l’ostinazione di mamma Carla».
Nel pomeriggio il III municipio all’unanimità ha votato, di fronte decine di cittadini e alle realtà sociali e antifasciste del territorio, una mozione di condanna e in aula il minisindaco Paolo Marchionne (Pd), si è impegnato affinché «la casa di Carla Verbano dov’è stato ucciso Valerio, che è di proprietà regionale, diventi un centro di memoria e documentazione per le giovani generazioni».
Per i ragazzi del centro sociale Astra 19 «l’episodio va inquadrato nei continui attacchi di natura neofascista che ci sono a Roma e in particolare su questo territorio. Parlare di vandalismo ci sembra riduttivo». Un clima di cui ha fatto le spese anche il presidente del municipio Marchionne, che da consigliere di opposizione nel 2011 fu aggredito da una squadraccia di CasaPound a colpi di spranga, episodio per cui è stato condannato Alberto Palladino, numero uno del movimento nel municipio e candidato alle scorse elezioni. «Ci piacerebbe che la targa – proseguono gli attivisti dell’Astra – portasse scritto ‘vittima della violenza fascista’ e non della ‘violenza politica’ come c’è scritto ora. La storia di Valerio fa paura perché è sentita, vive in tanti progetti come la Palestra Popolare Valerio Verbano o la scuola popolare dedicata a Carla».

«Il sangue politico» di Nicoletta Orlandi Posti per Editori internazionali riuniti.Cinque anarchici uccisi. Le autorità parlano di incidente stradale. Per i loro compagni la verità è però un’altra

Sono ancora tante le vicende della storia sociale e politica avvolte nel mistero, sulle quali si vorrebbe far calare per sempre l’oblio e il disinteresse. Una di queste viene riportata alla nostra attenzione e memoria dal libro di Nicoletta Orlandi Posti Il sangue politico (Editori Internazionali Riuniti, Roma, 2013, pag. 256, €. 16,90), che indaga sulla morte di cinque anarchici di Reggio Calabria e sulla scomparsa di un dossier con i risultati di una coraggiosa controinchiesta sull’attività dei fascisti in Calabria.
In un incidente stradale, che appare subito strano, la notte del 26 settembre 1970 sull’autostrada del sole, all’altezza di Ferentino, la mini morris gialla partita da Reggio Calabria viene schiacciata da un autotreno partito da Salerno. Tre degli occupanti della macchina, Gianni Aricò e la sua compagna tedesca Annelise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso e Franco Scordo, morirono sul colpo e due qualche giorno dopo. Il più «vecchio» ha 26 anni e la Borth sfiora i 18 anni ed è in attesa di un bambino. Aricò ha girato l’Europa in autostop e in Belgio ha realizzato un documentario sugli emigrati calabresi che lavorano nelle miniere. A Reggio hanno fondato il circolo anarchico «La Baracca» e per la loro attività (volantinaggi, contestazione al film «Berretti verdi», manifestazione al porto per incitare i marinai all’obiezione di coscienza) vengono processati. Difesi gratuitamente dall’avvocato anarchico Placido la Torre di Messina sono assolti e al processo assiste Pietro Valpreda e altri anarchici venuti da Roma e dalla Calabria. In occasione degli attentati del dicembre 1969, Aricò, Borth e Casile vengono arrestati a Roma: interrogati dichiarano la loro totale estraneità e accusano i fascisti. Sua madre parte per Roma e chiede al Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, di interessarsi del figlio, che sarà scarcerato dopo pochi giorni.
Il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro la Freccia del Sud proveniente da Torino deraglia provocando sei morti e numerosi feriti. Gli anarchici reggini accorrono subito a soccorrere i feriti e nei giorni successivi vollero capire cos’era successo. Il questore esclude l’attentato parlando di uno sbullonamento tra due carrozze. In quei giorni Reggio è interessata da una rivolta capeggiata e promossa dai fascisti di Ciccio Franco (che aveva coniato il motto Boia chi molla) e dalla ‘ndrangheta per la questione del capoluogo regionale, scelto dai politici a Catanzaro. Gli anarchici denunciano la strumentalizzazione fascista della rivolta e iniziano un lavoro di controinformazione sulla strage ferroviaria. Nei giorni dei «moti di Reggio capoluogo» fotografano i «forestieri» che girano per la città. Tra loro, affermano, ci sono Junio Valerio Borghese ed altri personaggi della destra. Vengono minacciati con telefonate minatorie, pedinamenti, agguati e con l’assalto e la devastazione della sede.
A «inchiesta» conclusa spediscono il materiale all’anarchico romano Veraldo Rossi tramite il servizio postale, ma non verrà mai consegnato. Ne hanno però conservato copia, nascondendolo nella cuccia del cane. Decidono portare direttamente alla sede romana del settimanale anarchico Umanità Nova la borsa con i documenti e fissano un appuntamento con l’avvocato Edoardo Di Giovanni, che sta preparando la seconda edizione del libro-denunzia La strage di Stato. Aricò dice alla madre: «Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia». Al padre di Scordo arriva la sera prima della partenza la telefonata di un amico, che lavora alla questura di Cosenza ed è in contatto con la polizia politica di Roma: «Se ci tiene a suo figlio, non lo faccia partire con gli anarchici. Li fermeremo».
Tra gli anarchici si rafforza la convinzione che sono stati uccisi in una strage camuffata da incidente stradale. Sul luogo dell’incidente non è rinvenuta nessuna borsa, nessuna cartella, nessuna foto, nessuna delle agende, dove gli anarchici hanno annotato nomi, fatti, date, luoghi e numeri di telefono. Sui verbali della Croce Rossa c’è scritto che i soccorsi giungono a mezzanotte. Sembra tutto normale. Invece no. Quella notte scatta il ritorno all’ora solare. Non erano trascorsi 30 minuti, ma un’ora e mezza, un tempo più che sufficiente per sottrarre il dossier e mascherare il pluriomicidio politico.
Per scoprire i lati oscuri di questo incidente – avvenuto proprio di fronte alla villa del comandante della X Mas e combattente della Repubblica di Salò e nello stesso luogo e con un incidente simile anni prima aveva perso la vita la moglie del principe nero – furono in tanti a mobilitarsi. A Salerno l’anarchico Giovanni Marini scopre che l’autista Aniello Alfonso e il proprietario Ruggero Aniello dell’autotreno, oltre che dipendenti di Valerio Borghese, sono iscritti al Msi. Proprio per questo Marini, dopo varie minacce, verrà aggredito dai fascisti di Salerno la sera del 7 luglio 1972: Franco Mastrogiovanni è accoltellato ma Marini, impossessatosi del coltello, uccide Carlo Falvella, per i cui funerali Giorgio Alimirante scende a Salerno.
Una lunga controinchiesta
Anche i fascisti parlano dell’incidente: l’avanguardista Carmine Dominici due anni dopo parla di omicidio e dieci anni dopo tre detenuti, Giuseppe Albanese, Giuseppe Sanzone e Walter Alborghetti, in un memoriale affermano che i 5 anarchici calabresi sono stati uccisi per ordine di Avanguardia Nazionale. Nel 1993 Albanese ribadì al giudice Guido Salvini che erano stati uccisi da una squadra di Valerio Borghese. Tonino Perna, cugino di Aricò, si batte per la riapertura delle indagini e chiede notizie sul dossier. La risposta del ministero dell’interno fu negativa e finora non è venuto fuori neanche un brandello di quei documenti e di quelle foto che avrebbero potuto far tremare l’Italia e per i quali morirono innocenti i cinque anarchici calabresi, ai quali il libro di Nicoletta Orlandi Posti rende omaggio riportando all’attenzione dell’opinione pubblica la vicenda degli anarchici calabresi. «Il loro sangue politico qui affiora di nuovo e continua a testimoniare», scrive Erri De Luca nella prefazione a questo libro, per il quale l’autrice ha esaminato un’immensa mole di carte giudiziarie, di cronache, di atti, di testimonianze sparpagliate e disunite e le ha messe insieme per chiedere verità e giustizia sulla morte degli anarchici calabresi.

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