Lotte armate

NEW YORK. Nel 2016, in occasione del 50° anniversario della fondazione del Black Panther Party, sono state organizzate negli Stati Uniti decine di iniziative per approfondire e celebrare la storia delle Pantere Nere.

Da segnalare anche l’uscita del pluripremiato documentario I am not your negro di Raoul Peck, regista anche de Il giovane Karl Marx.

Negli scorsi mesi ho incontrato a New York il regista e produttore Stanley Nelson, autore del documentario “The Black Panthers: Vanguard of the Revolution” e la professoressa Robyn Spencer, esperta di storia del movimento afro-americano e promotrice dell’Intersectional Black Panther Party History Project (IPHP).

Spencer, insieme alle storiche A. LeBlanc-Ernest, T. Matthews e M. Phillips, sta portando avanti un progetto educativo sul ruolo delle donne e sull’identità di genere all’interno delle Black Panthers.

Cosa rimane oggi delle Black Panthers nella memoria storica degli afro-americani?

S.N.: Anche se il partito non esiste più, credo che le Black Panthers rappresentino ancora una fonte d’ispirazione per le persone, specialmente per i giovani che hanno creato un proprio movimento, come il Black Lives Matter.

R.S.: Le Panthers rappresentano, nella memoria storica, un’organizzazione di resistenza militante e un momento di unione degli afro-americani della classe operaia negli Stati Uniti. Strinsero alleanze internazionali per sfidare l’imperialismo americano. Le Pantere per molti rappresentano una storia di ribellione, poiché reagirono contro tutto ciò che opprimeva i poveri ed i lavoratori. La loro eredità è presente e radicata in diverse comunità e nella società americana in senso più ampio. Penso ad esempio al breakfast program, ai programmi per la salute e alle criticità del sistema carcerario. Diversi membri sono ancora oggi incarcerati come prigionieri politici. Sebbene l’esperienza delle Pantere si sia conclusa negli anni ’80, possiamo considerarle un’organizzazione vivente perché i problemi che hanno affrontato sono ancora presenti.

Il movimento femminista influenzò la politica delle Panthers?

S.N.: Credo che nel 1966 esistesse già un movimento femminista ma le Pantere furono influenzate anche da molte rivoluzioni improvvise che scoppiarono in America, a Cuba, in Cile e in altri Paesi dove le donne rappresentavano una gran parte di quei movimenti. Le Pantere tentarono in molti modi di raggiungere la parità tra uomo e donna all’interno del partito.

R.S.: All’interno del Black Panther Party si svolgevano dibattiti sul ruolo delle donne. Il femminismo giocò un ruolo importante anche se le donne Panthers non si definivano necessariamente femministe, stavano combattendo per una rivoluzione in senso più ampio e consideravano la loro emancipazione come parte di questa lotta. C’era una forza che cercava di rimetterle al loro posto e stavano cercando di combatterla. In quel momento le donne erano in grado di conquistare il potere all’interno del partito, sia come persone che come organizzatrici, ma sicuramente dovettero affrontare il sessismo e la misoginia anche dentro al movimento. Alcune donne vennero attaccate, fisicamente e sessualmente, all’interno dell’organizzazione; penso comunque che in un contesto più ampio sentissero di poter vincere la lotta per “passare in testa”. Le Panthers permisero alle donne di avere più spazio e di influenzare le politiche e le attività all’interno dell’organizzazione.

Quante persone le Panthers riuscirono a coinvolgere nelle loro attività?

S.N.: Probabilmente erano tra le cinque e le diecimila unità ma credo che le Pantere coinvolgessero molte più persone perché incitavano l’intera comunità afro-americana. Tutti conoscevano le Pantere Nere, erano appoggiate anche dalla comunità dei bianchi di sinistra, dal movimento studentesco e dal movimento delle donne. Una cosa che mostriamo nel film sono gli asiatici americani che portavano cartelli scritti in giapponese, cinese, o i latinos in spagnolo, a supporto delle Pantere Nere.

R.S.: Il Black Panther Party aveva una base principale di circa 5/6mila membri negli Stati Uniti che svolgeva un lavoro politico quotidiano efficace. Avevano molti altri sostenitori nel Paese, persone che si offrivano volontarie, che sostenevano e beneficiavano dei loro programmi comunitari, persone che leggevano il loro giornale, uno strumento incredibilmente influente. Negli altri Paesi c’era chi voleva emulare in qualche modo le Panthers. La loro influenza era quindi molto più grande del loro numero effettivo di membri, ma anche in termini numerici fecero un buon lavoro nel portare persone all’interno del movimento che era in realtà un posto piuttosto pericoloso.

Le Black Panthers nacquero quando il Movimento per i Diritti Civili concluse la sua esperienza e la brutalità della polizia aumentò. Quali furono gli aspetti più rivoluzionari delle Pantere?

S.N.: Le Pantere avevano il fine di difendere se stesse e la comunità dalla polizia. Credo che bisogna riflettere sul fatto che la brutalità della polizia di cui stiamo parlando esisteva fin dai tempi dei cacciatori di schiavi. Non si tratta di niente di nuovo, è qualcosa con cui ebbero a che fare fin dai movimenti per i diritti civili. Il rapporto tra afro-americani e polizia è un rapporto che si è solidificato molto tempo fa, centinaia di anni fa e direi che è rimasto piuttosto invariato. Le Pantere che abbiamo intervistato nel documentario si sono assicurate che parlassimo anche con la polizia, con l’FBI e con i relativi informatori che presero parte alla loro storia.

R.S.: Le Panthers furono rivoluzionarie in diversi modi. Penso al modo in cui sfidarono le fondamenta della società statunitense. Criticavano il capitalismo e si unirono alla gente della nuova sinistra legata alle idee socialiste. Quindi, ad esempio, i loro programmi comunitari non erano mirati esclusivamente a fornire assistenza gratuita. Guardavano all’esempio cubano e la loro sfida, concretamente rivoluzionaria, era costruire un modello alternativo, senza scopo di lucro e in opposizione alle corporation, in termini di servizi sociali. Attraverso il loro giornale inoltre misero i lettori in condizione di comprendere le connessioni tra ciò che accadeva nell’America nera ed i movimenti di liberazione in Africa e in America Latina.

In termini di aggregazione, quanto furono determinanti per le Panthers il fascino estetico e la propaganda?

S.N.: Credo che facessero parte del movimento e nel documentario parliamo di questi aspetti perché le Pantere erano ciò che apparivano, erano abili nel controllare la loro immagine, immagine dalla quale la gente era attratta.

R.S.: Le Panthers ebbero un forte impatto visivo, sia nell’abbigliamento che nel modo di intendere il linguaggio politico, che ancora fa parte della nostra lingua. Diedero alle persone coraggio e un nuovo modello concettuale, qualcosa di cui avrebbero potuto avvalersi nella lotta. Ripenso ai loro discorsi, al tono audace e beffardo contro il potere. Non era solo la loro arte ad essere fenomenale, le loro opere parlavano alla gente. Il lavoro culturale che svolsero ha avuto sicuramente un impatto al di fuori delle mura dell’organizzazione.

Che relazione c’era tra religione e politica?

R.S.: Inizialmente non abbracciarono la religione. Più avanti nella loro storia, negli anni ’70, fecero uno sforzo per raggiungere i credenti. Quando iniziarono i loro programmi per la colazione verso la fine dei ’60, erano spesso ospitati nelle chiese dai pastori progressisti. Si trattava di un’alleanza strategica con i leader religiosi, che aprivano le loro porte alle Panthers interessate a fare un lavoro di comunità e un servizio sociale. Il messaggio spirituale doveva essere collegato alla loro politica radicale.

Quali furono gli errori commessi dalle Pantere? La loro esperienza si concluse solo a causa della repressione dell’FBI?

S.N.: Penso che le Pantere abbiano commesso diversi errori, il primo fra tutti è il fatto che nessuno fosse preparato agli attacchi dell’FBI. L’organizzazione era governata rigidamente da regole, controllata da vertici molto potenti e strutturata dall’alto verso il basso. Inoltre non avevano un metodo per mediare i problemi all’interno del gruppo, perciò andavano fuori controllo non appena questi si presentavano. Come si vede nel film credo che le Pantere siano state distrutte dall’esterno, da J. Edgar Hoover, dall’FBI e dalla polizia locale ma al tempo stesso sono state distrutte dall’interno, dai sentimenti individuali nella leadership delle Pantere.

R.S.: Il ruolo dell’FBI nella scomparsa delle Panthers fu indiscutibile ma anche il modo in cui le Pantere gestirono i conflitti e gli informatori interni fu determinante. La repressione ebbe un impatto sul modo in cui le Pantere scelsero di interagire tra loro. Ci furono diversi errori politici, alcuni dei quali derivavano dal marxismo o dal centralismo democratico, altri dal modo in cui il potere opera nelle organizzazioni.

FONTE: Fabrizio Rostelli, IL MANIFESTO

Li hanno chiamati «Anni di piombo» per via delle pallottole che fra il 1969 e il 1988 hanno ucciso 197 vittime di agguati terroristici e 38 caduti negli scontri catalogati come episodi di «violenza politica», intervallati dalle bombe che hanno dilaniato 135 persone. In tutto 370 morti, ai quali l’Associazione italiana vittime del terrorismo aggiunge circa mille feriti. È la macabra contabilità di un ventennio che ben presto è diventato (oltre che di piombo e di tritolo) anche «di ferro», per via delle sbarre e delle celle blindate dove sono stati rinchiusi migliaia di detenuti accusati di quei delitti, e poi di associazione sovversiva, bande armate rosse e nere, detenzioni di armi e favoreggiamenti vari.

Un esercito di almeno quattromila inquisiti per i gruppi di estrema sinistra — le Brigate Rosse fondate nel 1970 da Renato Curcio, Mara Cagol e altri; Prima linea nata nel ’76, e decine di sigle accumulatesi negli anni — a cui vanno sommati quelli della galassia autonoma e senza nome, anarchici e cani sciolti. Oltre agli arrestati per appartenenza alle organizzazioni neofasciste, gli stragisti e quelli dello «spontaneismo armato»: prima Ordine Nuovo, Ordine Nero e Avanguardia Nazionale, poi i Nuclei armati rivoluzionari di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro e gruppi affini. C’è chi ha calcolato che in totale sono circa seimila le persone transitate dalle patrie galere nella lunga stagione del terrorismo nostrano.

Chi resta in carcere

Oggi in prigione con l’accusa (a vario titolo) di eversione nazionale ne sono rimasti 54, 43 uomini e 11 donne. Meno dell’uno per cento. Segno inequivocabile di una stagione non solo finita, ma che ha sostanzialmente chiuso i conti con la giustizia.

Tra gli uomini ancora dietro le sbarre, sottratti dodici anarchici e sette di estrema destra, restano 24 detenuti, compresi tre che hanno dato vita alle «nuove Brigate Rosse» che tra il 1999 e il 2003 uccisero Massimo D’Antona, Marco Biagi e il poliziotto Emanuele Petri: un’altra storia. Tra le donne ci sono Nadia Desdemona Lioce, uno dei capi delle «nuove Br» chiusa al «41 bis», quattro militanti anarchiche e una brigatista della vecchia guardia, Rita Algranati, arrestata nel 2004 quando già aveva abbandonato da tempo l’organizzazione.

I maschi «reduci degli anni di piombo» sono ventuno, di cui alcuni ammessi al lavoro esterno o alla semilibertà; fra loro Mario Moretti, il capo brigatista che guidò l’operazione Moro, concluso con l’omicidio dell’ostaggio esattamente quarant’anni fa, il 9 maggio 1978.

Gli irriducibili

Rinchiusa a tempo pieno, e in regime di «alta sicurezza», c’è una pattuglia di 16 irriducibili della vecchia guardia, 11 uomini e 5 donne arrestati fra il 1982 e il 1989, che dopo oltre trent’anni di galera effettiva non hanno mai messo il naso fuori nemmeno per un giorno. Se volessero potrebbero farlo, ma non ne fanno richiesta per non interloquire con lo Stato che hanno combattuto e di cui si considerano tuttora «prigionieri politici».

Il più anziano (ma non all’anagrafe) è Cesare Di Lenardo, cinquantanovenne arrestato il 28 gennaio 1982 in concomitanza con la liberazione del generale statunitense James Lee Dozier, rapito dalle Br quaranta giorni prima. Un altro paio sono stati presi nel 1983, ma la gran parte è caduta nella trappola dei carabinieri tra l’88 e l’89. Antonino Fosso, latitante dal 1981, fu arrestato trent’anni fa; Fabio Ravalli, sua moglie Maria Cappello e altri detenuti di oggi vennero catturati in un blitz del settembre ‘88, ma prima ebbero il tempo di uccidere il senatore dc Roberto Ruffilli, il 16 aprile dello stesso anno: l’ultimo delitto delle Brigate Rosse nella Prima Repubblica. Tra le donne spicca il nome di Susanna Berardi, arrestata nei primi giorni dell’82, due settimane prima di Di Lenardo: il primato della detenzione più lunga è suo.

Le vittime e gli arresti

Prima di rimanere gli epigoni volontari di una guerra allo Stato dichiarata unilateralmente e persa da molto tempo, hanno fatto parte di una realtà molto più massiccia (sebbene non di massa, come avrebbero voluto). Nel 1994 il «padre fondatore» delle Br nonché sociologo Renato Curcio, libero dopo vent’anni di prigione, realizzò con il «Progetto memoria» una radiografia utile ancora oggi per interpretare il fenomeno del terrorismo rosso.

Stando alle cifre di quella ricerca, l’organizzazione che ha avuto il maggior numero di inquisiti furono le Brigate Rosse nelle diverse articolazioni in cui si sono divise dai primi anni Ottanta: 1.337 inquisiti, distribuiti fra cinque sigle. Al secondo posto c’è Prima Linea, con 923 inquisiti. Seguono altre 18 organizzazioni «maggiori», e 23 bande armate cosiddette «minori».

Questi gruppi hanno firmato, tra il 1971 e il 1998, 128 omicidi (127 uomini e una donna: la vigilatrice del carcere romano di Rebibbia Germana Stefanini, assassinata il 28 gennaio 1983). La maggior parte, 73, sono stati rivendicate dalle Br variamente denominate, Prima Linea ne ha compiuti 20. Nella divisione delle vittime per categoria primeggiano i poliziotti (38), seguiti da 21 carabinieri e 10 appartenenti a corpi di polizia privata, 8 agenti penitenziari e un vigile urbano. Tra i «civili» figurano 8 magistrati, 6 politici, 6 dirigenti d’azienda, due giornalisti (Walter Tobagi del Corriere e Carlo Casalegno della Stampa). L’anno con più omicidi è stato il 1978 (28), seguito dal 1980 (24), il 1979 (21) fino ai 13 per anno consumati nel 1981 e 1982.

L’anno record per la riscossa di inquirenti e investigatori è stato il 1980: 1.021 arresti, dovuti soprattutto ai «pentimenti» dei primi collaboratori di giustizia: Patrizio Peci nelle Br e Roberto Sandalo in Prima Linea.

Nel 1982, quando a gennaio si pentì il brigatista romano Antonio Savasta, ci fu un’ondata di 965 arresti. Nel 1981 erano stati 433; 305 nel 1983.

La maggior parte dei condannati all’ergastolo erano studenti e giovani operai. La legge italiana, dopo 26 anni di buona condotta, consente di tornare in libertà. Per questo molti di loro, da adulti, in società sono tornati.

FONTE: Giovanni Bianconi e Milena Gabanelli, CORRIERE DELLA SERA

SAN SEBASTIÁN. Una lettera dell’Eta con anagramma e timbro ufficiali, datata 16 aprile 2018, informa sulla fine del «ciclo storico» e della «funzione» dell’organizzazione. Nella nota, inviata a diversi organismi baschi e pubblicata ieri, si legge che l’Eta «ha dissolto completamente tutte le sue strutture e ha dato per conclusa la sua iniziativa politica». L’annuncio della dissoluzione definitiva arriva a sette anni dall’abbandono della lotta armata, a un anno dalla smilitarizzazione e ad alcune settimane di distanza dalla pubblica richiesta di perdono per il danno causato dalla lotta armata.

Nella dichiarazione, filtrata e pubblicata in esclusiva da eldiario.es, si legge: «Questa decisione chiude il ciclo storico di 60 anni dell’Eta» che, si specifica, «non supera, d’altra parte, il conflitto che i Paesi Baschi mantengono con la Spagna e con la Francia. Il conflitto non iniziò con Eta e non termina con la fine della traiettoria dell’Eta». Il delicato processo di pace è ancora in corso e «i Paesi Baschi sono adesso di fronte a una nuova opportunità per chiudere definitivamente il ciclo del conflitto e costruire prima di tutto il proprio futuro».

La nota ricorda «i numerosi sforzi» fatti nel corso degli anni per «incanalare per vie razionali il conflitto politico». Le «sessioni formali di negoziazione», le «conversazioni segrete» e le «innnumerevoli proposte» non sono però state risolutive. «Non siamo stati capaci di arrivare ad un accordo, né tra Eta e il governo, né tra gli interlocutori baschi». «È una responsabilità condivisa e Eta si assume la parte che le compete».
Nel documento si menziona nuovamente il dolore e, a chiare lettere, si «riconosce la sofferenza provocata come conseguenza della lotta armata».

Oggi Eta pubblicherà per mezzo di agenti internazionali un ultimo comunicato, frutto del dibattito realizzato dai suoi militanti negli ultimi mesi. Domani si terrà a Kanbo (Cambo-les-Bains), località dei Paesi Baschi francesi, una conferenza internazionale, nella quale si aspetta che personalità internazionali, al momento non ancora note, pronunceranno una dichiarazione sulla risoluzione del conflitto basco.

FONTE: Angela Maria Salis, IL MANIFESTO

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En Euskal Herria, a 16 de abril de 2018

Estimados/as señores/as:

Por medio de esta comunicación os queremos dar a conocer la decisión que Euskadi Ta Askatasuna acaba de tomar. ETA ha decido dar por terminados su ciclo histórico y su función, dando fin a su recorrido. Por tanto, ETA ha disuelto completamente todas sus estructuras y ha dado por terminada su iniciativa política.

De este modo, como consecuencia del cambio estratégico de toda la izquierda abertzale, ETA ha llevado a término el proceso iniciado en 2010, con la intención de abrir un nuevo ciclo político en Euskal Herria.

En ese proceso las referencias fundamentales han sido la Conferencia de Aiete y el fin de la violencia armada que ETA anunció tres días después. Fue un esfuerzo por conseguir dar a la época de confrontación armada un final ordenado, racional y constructivo. La mayoría de vosotros fuisteis testigos directos de aquella oportunidad y, muchos de vosotros, también fuisteis firmes impulsores. Por desgracia, la Declaración de Aiete no pudo recorrer su camino, a pesar de coincidir con la voluntad de la mayoría de ciudadanos vascos, los estados francés y español lo hicieron imposible desde su mismo inicio.

Sin embargo, ETA decidió seguir adelante. Más allá de la Declaración de Aiete y de un hipotético proceso de negociación, Euskal Herria fue el punto de partida y el objetivo de toda su actividad. Así, cumplió los compromisos tomados hasta entonces y adquirió nuevos compromisos. En su acción más significativa, ETA le dio al pueblo sus armas y dejó en manos de la sociedad civil la responsabilidad de su desarme.

El pueblo es también el receptor fundamental de esta última decisión:

  • Porque ETA se formó del pueblo y al pueblo vuelve.
  • Porque se fundamenta en la confianza en la fuerza del pueblo.
  • Y, sobre todo, porque quiere hacer una aportación en el camino hacia la consecución de la paz y la libertad en Euskal Herria.

En efecto, ETA con las decisiones de estos últimos años ha apostado, con valentía y responsabilidad, por sacudir la situación de las últimas décadas y por la construcción del futuro desde un punto de partida nuevo.

Esta decisión cierra el ciclo histórico de 60 años de ETA. No supera, en cambio, el conflicto que Euskal Herria mantiene con España y con Francia. El conflicto no comenzó con ETA y no termina con el final del recorrido de ETA.

A lo largo de los años, se han hecho numerosos esfuerzos para encauzar por vías racionales el conflicto político. Se han puesto en marcha sesiones formales de negociación, se han llevado a cabo conversaciones secretas y se han presentado innumerables propuestas. No hemos sido capaces de llegar a acuerdos, ni entre ETA y el gobierno, ni entre los agentes vascos. Es una responsabilidad compartida y ETA asume la parte que le corresponde.

La falta de voluntad para solucionar el conflicto, y las oportunidades perdidas, entre otras, ha provocado el alargamiento del conflicto y ha multiplicado el sufrimiento de las diferentes partes. Comoquiera que sea, ETA reconoce el sufrimiento provocado como consecuencia de su lucha.

Euskal Herria está ahora ante una nueva oportunidad para cerrar definitivamente el ciclo de conflicto y construir su futuro entre todos. No repitamos los errores, no dejemos que los problemas se pudran. Eso no sería más que fuente de nuevos problemas.

Años de confrontación han dejado heridas profundas y hay que darles la cura adecuada. Algunas todavía están sangrando, porque el sufrimiento no es cosa del pasado.

Por medio de esta carta, y con toda humildad, ETA os quiere hacer llegar una última opinión. En su opinión, la solución del conflicto y la construcción de Euskal Herria os necesita a todos vosotros, porque el futuro es responsabilidad de todos.

Los que hemos sido militantes de ETA, por nuestra parte, queremos confirmar nuestro compromiso en embarcarnos totalmente en esa tarea, cada cual desde el lugar que considere más oportuno, con la responsabilidad y honestidad de siempre.

Euskadi Ta Askatasuna

E.T.A.

 

Qui il video

SAN SEBASTIÁN. Per la prima volta l’Eta ha chiesto pubblicamente perdono per il danno causato dalla lotta armata durante gli anni del conflitto basco.

Sono passati quasi sette anni dall’annuncio definitivo della cessazione della lotta armata, era il 20 ottobre del 2011, e da allora un altro passo significativo per la risoluzione del conflitto basco è stato il disarmo dell’organizzazione, annunciato il 7 aprile e celebrato il giorno successivo a Baiona, nel nord dei Paesi Baschi.

Nel comunicato datato 8 aprile, che l’Eta ha fatto recapitare ai giornali locali Gara e Berria, si leggono parole inedite e pesate. L’ex organizzazione armata, rivolgendosi direttamente al popolo basco, scrive di voler riconoscere «il danno causato» e di volersi impegnare per superare definitivamente le «conseguenze del conflitto» e non ripetere i suoi atti.

Nel documento l’Eta ricostruisce uno scenario di «sofferenza incommensurabile»: «Morti, feriti, torture, sequestri e persone costrette a fuggire all’estero». E intende «mostrare rispetto nei confronti dei morti, dei feriti e delle vittime». «Ci dispiace veramente».

Le reazioni sono state numerose. Il governo spagnolo, tramite il suo portavoce Íñigo Méndez de Vigo, assicura che «non darà mai niente in cambio all’Eta» riferendosi alla possibile scarcerazione dei prigionieri baschi. Aggiunge inoltre che la «sconfitta» dell’organizzazione ha potuto aver luogo solo grazie «all’impegno delle Forze di Sicurezza dello Stato».

Iñigo Urkullu, il lehendakari (presidente della regione e del Pnv, il partito nazionalista-moderata), ha chiesto di aggiungere l’aggettivo «ingiusto» al danno causato. Per EH Bildu, forza politica indipendentista di sinistra, è un «fatto storico senza precedenti».

L’inaspettata dichiarazione dell’Eta non si può capire senza l’annunciata imminenza della sua dissoluzione. La televisione pubblica basca ha comunicato che l’organizzazione cesserà di esistere a partire dal primo fine settimana di maggio. Si attendono nuovi particolari nei prossimi giorni.

FONTE: Angela Maria Salis, IL MANIFESTO

Lo Storico Congresso della FARC-EP è cominciato oggi, domenica 27, a Bogota.
Con questo Congresso l’organizzazione guerrigliera si trasformerà in un partito politico legale, dopo aver realizzato la consegna delle armi alle Nazioni Unite come previsto dall’Accordo Finale di Pace dell’Avana firmato il 24 novembre scorso.
Le FARC-EP hanno dunque cominciato questa importante assemblea che durerà sei giorni e culminerà con la presentazione del nuovo partito il 1 settembre in un grande evento pubblico nella Piazza Bolivar, nella capitale colombiana.
Da tutte le Zone Transitorie sono giunti i 1200 delegati e delegate eletti dai guerriglieri e che in questi giorni dibatteranno le tesi del nuovo partito.
Un centinaio gli invitati internazionali e quasi 400 i giornalisti accreditati.

Qui una galleria fotografica di Globalrights.info, che sta seguendo il Congresso a Bogota

Il disarmo è avvenuto di fatto nell’ottobre 2011. Da quel momento in poi l’Eta, l’organizzazione separatista basca, ha scelto definitivamente la via della politica e non più quella dell’azione terroristica.

In questi giorni però tutto si è fatto ancora più concreto, il che giustifica il rilievo che la notizia ha avuto nei media di Spagna e Francia: l’Eta ha fatto ritrovare ieri in territorio francese un deposito con 3 tonnellate di esplosivo e 120 armi sofisticate.

L’atto simbolico deciso dall’Eta è di grande importanza e può davvero chiudere una stagione di lotta armata iniziata nel lontano 1959, in piena dittatura di Francisco Franco e in cui l’indipendentismo basco aveva una chiara connotazione antifascista e di sinistra.

Il prezzo pagato è stato di più di 800 morti e di centinaia di feriti in decine e decine di attentati: si è calcolato un totale di 3600 azioni terroristiche. Sono cifre da guerra civile. Lo scontro fatto di bombe e uccisioni è continuato pure nel periodo della riconquista della democrazia di fine anni Settanta, facendo diventare sempre più un pallido ricordo il mitico – per tecnica e obiettivi politici – attentato contro l’ammiraglio Carrero Blanco del 20 dicembre 1973 che decapitò il franchismo del proprio erede designato e ispirò il film Operazione Ogro di Gillo Pontecorvo con attore principale Gian Maria Volontè.

Una intransigente azione repressiva accompagnata da trattative più o meno occulte – le prime, più corpose, iniziarono con i governi guidati da Zapatero dopo il 2004 – e da una intelligente politica di investimenti economici nei Paesi baschi (oggi bellissimi musei sono disseminati in quel territorio, da Bilbao a San Sebastián facendone un polo di attrazione turistica) hanno sopito le velleità di separatismo strappando invidiabili margini di autonomia istituzionale e fiscale.

È mutato anche il clima culturale in cui è cresciuto il separatismo: la crisi economica spagnola ed europea ha infatti messo a dura prova l’idea dell’irredentismo basco.

Che ne sarebbe di una piccola nazione basca, formata da territorio francese e basco, economicamente dipendente da Madrid e Parigi? In Spagna è infatti attualmente un problema irrisolto e di grade attualità molto più il destino della ricca e sviluppata Catalogna (la parte più europeizzata della penisola iberica), che non rinuncia alla propria ispirazione separatista, mentre il caso basco è più facilmente addomesticabile nell’ipotesi di una riforma dello stato federale spagnolo, più volte annunciata e più volte rinviata.

La crisi dell’Europa politica può però far risorgere l’idea delle «piccole patrie», da qui la trattativa incessante e dall’esito incerto tra Madrid e Barcellona perché la Catalogna non si dichiari nazione indipendente con un atto unilaterale.

Il declino definitivo del terrorismo dell’Eta era iniziato con l’attentato all’aeroporto di Madrid del 30 dicembre 2006 che aveva colpito inspiegabilmente l’azione di mediazione del governo del socialista Zapatero (due le vittime, entrambe di nazionalità ecuadoriana), proprio colui che aveva scagionato l’Eta dall’accusa di essere responsabile del terribile attentato alla stazione ferroviaria di Atocha a Madrid nel 2004 che il governo di destra guidato da José Maria Aznar aveva cercato di attribuire al separatismo basco per non mettere sotto accusa il proprio interventismo militare nella guerra in Iraq a fianco degli Stati Uniti.

Dopo quell’attentato, probabilmente organizzato dai terroristi contrari al negoziato di pace, Zapatero era stato costretto a chiedere scusa in Parlamento agli spagnoli per l’ottimismo con cui aveva guardato al negoziato con l’Eta.

Si è dovuti ripartire a piccoli passi nel dialogo per riguadagnare il tempo perduto mentre nelle carceri spagnole sono tuttora detenuti 265 militanti separatisti baschi che si aggiungono ai 75 detenuti in Francia.

Per ora, il loro destino non fa parte ufficialmente del negoziato sull’addio alle armi. «Non ci sarà impunità», è la linea del governo centrista di unità nazionale di Rajoy appoggiato dalla benevola astensione dei socialisti.

Le organizzazioni politiche basche insistono tuttavia perché si continui a discutere e si allenti soprattutto la presenza di esercito e polizia sui Paesi baschi.

Senza le armi e senza terrorismo si discute meglio.

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L’8 aprile 2017 sarà ricordato nei manuali di storia come quello in cui, 58 anni dopo la sua nascita e 860 morti rimasti sul terreno, l’Eta ha cessato definitivamente di esistere.

Quasi sei anni dopo l’annuncio della fine definitiva della lotta armata, ieri ha avuto luogo nella città francese di Bayona la consegna delle armi. L’Eta ha passato alle autorità francesi la geolocalizzazione di 8 depositi, in cui sarebbero custodite 118 pistole, quasi 3000 chili di esplosivo e più di 25mila fra detonatori e munizioni. Il gesto, anticipato da un comunicato che l’organizzazione armata aveva fatto avere alla Bbc venerdì, era atteso da molto tempo dalle autorità basche, francesi e spagnole.

È STATO IL PRESIDENTE della Commissione internazionale di verifica costituita nel 2011, il cingalese Ram Manikkalingam, che ha confermato davanti alla stampa in mattinata l’avvenuta consegna delle armi. Manikkalingam è il fondatore del Dialogue Advisory Group, con sede ad Amsterdam, un think tank che facilita il dialogo politico per ridurre i conflitti violenti. «Questo passo storico costituisce il disarmo dell’Eta», ha assicurato. E ha aggiunto che la Commissione spera che «aiuti a consolidare la pace e la convivenza» nella società basca.

MANIKKALINGAM non ha dato dettagli né sulla quantità, né sul tipo di armi, e non ha precisato se fra le armi consegnate alla polizia francese fossero presenti quelle rubate a fine 2006 in Francia. «L’importante è che l’Eta è completamente disarmata», ha dichiarato Micheal Tubiana, uno dei cosiddetti «artigiani della pace» che hanno facilitato il processo in questi mesi. Dal 2011 la polizia francese ha continuato a sequestrare piccoli quantitativi di armi di un arsenale che comunque tutte le fonti della polizia francese, basca e spagnola indicavano da tempo come molto ridotto.

Il presidente del governo basco, Íñigo Urkullu, del partito nazionalista basco (destra nazionalista moderata) aveva informato qualche giorno fa il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy di quanto stava per accadere. L’obiettivo di Urkullu era evitare che il governo spagnolo, come già accaduto in passato, frapponesse ostacoli. Stavolta questo non è accaduto, anche se il governo del Pp si è distinto in questi sei anni da un immobilismo estremo. Dal momento in cui assunse il potere a fine 2011, due mesi dopo l’annuncio della fine delle ostilità, fino a oggi il Pp non ha fatto nessun passo per facilitare il consolidamento della pace, né formalmente né informalmente.

L’ETA AVREBBE VOLUTO negoziare il passo di ieri con Madrid, ma i rappresentanti del governo spagnolo hanno sistematicamente disertato le riunioni organizzate dai mediatori internazionali. Il tema più caldo dopo anni di terrorismo è ancora oggi quello del carcere. Per il momento i condannati per terrorismo sono quasi sempre rinchiusi in carceri molto lontane da Euskadi, il paese basco, e questa è una misura punitiva che il governo finora si è sempre rifiutato di discutere, nonostante le pressioni della società civile e dello stesso governo basco.

SE IL GOVERNO SPAGNOLO, che non era presente all’atto di Bayona, per bocca del ministro degli interni Juan Ignacio Zoido ieri ha mantenuto che si tratta solo di «un’operazione mediatica per mascherare la sconfitta» e Madrid non farà «nessuna valutazione» sull’armamento fino a che non venga esaminato dalle autorità francesi, la reazione degli altri partiti è stata più sfumata. Il Partito socialista in Euskadi era stato molto criticato dal Pp perché martedì aveva appoggiato (assieme ai nazionalisti baschi, a Bildu, il braccio politico dell’Eta – oggi contrario alla violenza – e a Podemos) un documento in cui incitavano il governo a sostenere il processo di disarmo dell’Eta.

LA POSIZIONE DEI SOCIALISTI è rilevante perché rompe con il blocco «centralista» che storicamente aveva visto Pp e Psoe arrivare a governare assieme Euskadi in funzione anti-nazionalista. Secondo, perché il presidente di quel governo era Patxi López, uno tre candidati alla segreteria nazionale del Partito socialista, assieme a Pedro Sánchez e alla favorita Susana Díaz. E terzo perché indica che soprattutto le versioni locali del partito socialista sono su posizioni molto meno granitiche del partito di Madrid rispetto alle rivendicazioni nazionaliste di Euskadi, Catalogna e Galizia.

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Terrorismo, anni di piombo, lotta armata. Storia dell’Italia che qualcuno vuol far combaciare soltanto con le sentenze dei tribunali, mentre – al di là degli archivi di accademici e politici di professione – continuano ad affiorare documenti originali.

È IL CASO DEL VOLUME appena pubblicato dalla bolognese Bébert Edizioni (pp. 29, euro 18): Visto censura. Lettere di prigionieri politici in Italia (1975-1986). Materiale scaturito da fondi privati: ordinato, scansionato, «riletto», catalogato. Si tratta di 79 lettere e 7 documenti inediti frutto di un lavoro durato anni. Sono divisi in quattro capitoli: affettività, carcere, politica e documenti. Appartengono ai «prigionieri politici», per lo più delle Brigate Rosse rinchiusi per decenni spesso in carceri speciali come Palmi e Voghera.
Fin dall’introduzione, l’approccio viene dichiarato e offerto alla lettura che può essere alimentata dalla curiosità per la corrispondenza «militante», e non solo: «Comprendere il fenomeno politico e armato a 40 anni di distanza è necessario per riuscire ad analizzare un magmatico momento storico che si vuole liquidare in maniera dicotomica… Abbiamo provato a costruire un piccolo tassello attraverso le storie dei protagonisti che direttamente hanno vissuto la lotta armata, la reclusione, le carceri speciali, le rivolte e gli scioperi della fame».

Visto censura restituisce a stampa proprio tutto. La «toponomastica» delle celle all’Asinara nell’estate 1977 oppure i versi da Pianosa nella primavera 1984; i saluti in classico stile Br e i «baci bacini da dividere equamente in famiglia». Corrispondenza d’epoca: lettere sottoposte a lettura preventiva, telegrammi più o meno urgenti, informazioni strettamente affettive. E «analisi di fase», ispirate dalla scelta di militare, da rivoluzionari di professione, nel partito armato.

MATERIALE MESSO a disposizione anche da Vincenzo Solli, animatore della rivista Soffione Bora (Lu) Cifero, e prezioso nello sguardo analitico dei saggi introduttivi. Lorenzo De Sabbata (dottorando del Centre de Recherche Historique de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi) parte dalla foto scattata all’inizio di marzo del 1972 a Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens: è il debutto del «mordi e fuggi» delle Brigate Rosse destinato a culminare con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Simone Santorso (docente di Criminologia all’Università di Hull) rilegge, invece, la parabola della lotta armata alla luce delle riforme carcerarie abbinate al «sistema speciale», istituito dal decreto 450 del 12 maggio 1977 con i primi cinque istituti di massima sicurezza (Cuneo, Fossombrone, Trani, Favignana e Asinara) per un migliaio di detenuti. Infine, Giulia Fabini (dottore di ricerca in Law and Society all’Università di Milano e collaboratrice in Criminologia a Bologna) esplora il corpo delle donne in carcere proprio a partire dalla condizione «speciale» dell’altra metà del partito armato, alle prese con la detenzione «tradizionale» che negava ogni aspetto politico.

«VISTO CENSURA» si chiude con un indispensabile glossario che aiuta a districarsi fra le sigle delle organizzazioni, il linguaggio giuridico e il gergo carcerario. La qualità del lavoro di ricerca e della documentazione originale prodotti da Bébert Edizioni è fuori discussione: si tratta di un volume che colma un vuoto. Non solo a beneficio degli storici, ma anche di chi voglia provare a misurarsi con le voci dei protagonisti di quella stagione ormai archiviata.

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Un libro di Riccardo Michelucci, edito da Clichy, dedicato al rivoluzionario irlandese che morì in carcere il 1 marzo, dopo 66 giorni di sciopero della fame

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».

POCHI STUDIOSI possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile Storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.

A DERRY, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.

IN CARCERE, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.

BOBBY SANDS iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

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BILBAO Salatzen Dut (in basco, io denuncio) è stato lo slogan della moltitudinaria manifestazione che ha inondato questo sabato le strade di Bilbao. Un j’accuse popolare per denunciare la situazione dei prigionieri e delle prigioniere politiche basche. Sotto una pioggia incessante, ottantamila persone (su una popolazione, quella basca, di circa tre milioni) hanno puntato il dito contro la violazione dei diritti umani del collettivo di detenuti politici, il boicottaggio del processo di pace da parte dello Stato spagnolo e la criminalizzazione della difesa dei diritti umani. Ad aprire la marea umana, i Mirentxin, furgoncini solidali messi a disposizione dei famigliari, che hanno sfilato emotivamente nelle prime file, per visitare settimanalmente i parenti reclusi.
La manifestazione è stata convocata dalla rete cittadina Sare, una piattaforma sociale che raccoglie sensibilità e posizioni ideologiche differenti attorno alla difesa per i diritti umani dei prigionieri politici. Nonostante la pluralità dei soggetti sociali e politici che hanno partecipato alla manifestazione, Podemos non ha aderito ufficialmente. Iñigo Errejon (portavoce al Congresso dei deputati) e altri dirigenti del partito, hanno partecipato e invitato a partecipare a titolo individuale. Anche il Partito Nazionalista Basco (al governo delle istituzioni autonome) si è smarcato dall’iniziativa. “Un favore all’immobilismo del Partido Popular”, ha spiegato Arnaldo Otegi, leader della coalizione indipendentista basca Bildu.

Era il 20 ottobre del 2011 quando tre uomini con il passamontagna, sotto un manifesto di Eta, annunciavano in un video la tregua definitiva. Da allora, il governo del Partido Popular, con l’appoggio dei socialisti del Psoe e di altre forze conservatrici, non ha accennato a cambiare atteggiamento verso le richieste di democrazia e autodeterminazione della sinistra basca. Al contrario, caduto il capro espiatorio del “terrorismo”, sembrerebbe che l’apparato repressivo dello Stato spagnolo stia restringendo i margini di agibilità ad altri soggetti e movimenti sociali e politici, nel Paese Basco e non solo. Nell’ultimo mese, diversi arresti hanno colpito la CUP, il partito-movimento indipendentista e anticapitalista che ha occupato importanti spazi istituzionali in Catalogna, difendendo la pratica della disobbedienza e dell’unilateralità nel cammino della secessione dallo Stato spagnolo. Ma non è solamente l’indipendentismo, nei vari contesti nazionali, a soffrire questo indurimento della repressione. Con la legge per la sicurezza cittadina – tristemente famosa come Ley Mordaza (Legge Bavaglio) – entrata in vigore a luglio del 2015, ad essere fortemente limitata è qualsiasi espressione di disobbedienza e dissenso. Quasi a voler riprodurre ed estendere, in un contesto di grande instabilità sociale e politica, quello stato d’eccezione applicato all’indipendentismo, che ha causato ferite laceranti a tutta la società basca.

Qui nessuna generazione viva ha conosciuto un periodo storico senza centinaia di prigionieri politici, e passati ormai cinque anni dalla decisione dell’organizzazione Eta di porre fine all’attività armata, non c’è stato alcun passo in avanti reale verso la soluzione politica al conflitto basco. Uno scenario politico paradossale e profondamente frustante. Diversi esperti fanno curiosamente notare come quello spagnolo sia l’unico Stato in cui un’organizzazione armata vuole iniziare un processo di disarmo e il governo pone tutti gli ostacoli possibili, impedendo di fatto il concretizzarsi del processo di demilitarizzazione. In questo contesto, nel Paese Basco, il modello repressivo utilizzato contro il movimento indipendentista si è esteso anche alle organizzazioni di solidarietà con i detenuti e le detenute politiche: sono stati arrestati diversi avvocati e personalità della società civile. Una strategia che punta a criminalizzare la difesa dei diritti umani delle quasi quattrocento persone recluse in diverse carceri spagnole, francesi, portoghesi, inglesi e svizzere, con l’accusa di aver militato in Eta o di aver contribuito, in un modo o nell’altro, alla violenza politica.

Le istituzioni spagnole applicano regole penitenziarie speciali e discriminatore al collettivo dei detenuti politici baschi. La loro dispersione in quasi ottanta carceri diverse è una strategia di logoramento inumana che costringe le famiglie a percorrere migliaia di chilometri per poter visitare i detenuti. Una politica contraria agli stessi principi del codice penale spagnolo, che afferma il diritto del detenuto al “compimento della condanna dove il recluso tenga le sue radici sociali”. Ieri il quotidiano basco Gara faceva notare come l’81% dei detenuti è recluso a più di cinquecento chilometri da casa. Durante gli ultimi tre anni ci sono stati ventidue incidenti stradali che hanno coinvolto ottantasei familiari; in totale la politica di dispersione ha causato diciassette vittime mortali, spiega un comunicato diffuso anche in Italia dall’organizzazione internazionalista Askapena.
Alla denuncia di questo regime penitenziario discriminatorio, si aggiunge quella di quattromila casi di tortura denunciati da un recente studio presentato da diverse istituzioni accademiche e politiche del Governo Basco, e la situazione critica di alcuni detenuti gravemente malati a cui viene negata la libertà. Un quadro sconcertante che segnala la necessità di una presa di posizione seria per avanzare verso il riconoscimento di tutte le vittime di un conflitto armato lungo più di cinquanta anni, cui cause politiche non sono ancora state risolte.

Diversi settori della sinistra indipendentista basca sottolineano proprio la natura politica della strategia di dispersione e della violazione dei diritti umani; rivendicano una posizione più radicale, che metta al centro la questione dell’amnistia, e la necessità di costruire una politica più conflittuale con lo Stato spagnolo. La via elettorale apertasi dopo la decisione di Eta di abbandonare le armi non ha dato finora molti frutti. Il gioco istituzionale delle alleanze ha permesso a Sortu, il partito socialista dell’indipendentismo, una grande crescita quantitativa, tuttavia non si sono fatti grandi passi in avanti nella costruzione qualitativa di un movimento politico realmente capace di cambiare le relazioni di potere.

Si percepisce una fase di stallo del processo di trasformazione sociale e autodeterminazione nazionale su diversi fronti. Per questo, le organizzazioni sociali, giovanili, il sindacato e il partito Sortu hanno aperto negli ultimi mesi un dibattito interno che porterà a ridefinire la forma e le relazioni tra i vari soggetti politici della sinistra basca. Un dibattito che parte da un importante punto di forza: l’ampio appoggio popolare, dimostrato ancora una volta dall’imponente manifestazione di ieri.

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