Lotte armate

«Nos están matando», ci stanno ammazzando, è il grido che risuona in tutta la Colombia, scritto sui muri, ripetuto durante le manifestazioni e rilanciato dalle reti sociali.

È il grido dei dirigenti sociali, dei leader indigeni, dei militanti di sinistra, degli studenti, degli ex combattenti, di fronte a una lista di omicidi selettivi e ora anche di stragi che sembra non avere mai fine. «Questo non è un paese, ma una fossa comune con inno nazionale», si leggeva in uno striscione di una delle tante manifestazioni di quest’anno.

Della speranza che avevano suscitato nel paese, nel 2016, gli accordi di pace tra il governo e le Farc non c’è più traccia: «Stanno facendo a pezzi gli accordi», denuncia la senatrice Aida Avella, presidente dell’Unión Patriótica, e con essi «i difensori dei diritti umani, quanti lottano per la terra, le persone inserite nei programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite».

Sembrerebbe, continua, che abbiano disarmato i guerriglieri per poterli uccidere più facilmente. E anche l’Onu alza la voce, evidenziando come «la violenza incessante contro gli ex combattenti continui a ostacolare il consolidamento della pace».

Né pare sia servito a qualcosa l’incontro che i rappresentanti del partito Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común) – al termine della carovana di circa 2mila ex combattenti partita il 21 ottobre da varie parti del paese in direzione di Bogotá – hanno sostenuto il 6 novembre con il presidente Duque, una volta tanto presente di persona, per affrontare temi relativi al rilancio del processo di pace.

A partire da quello, cruciale, del reinserimento degli ex guerriglieri nella vita sociale ed economica, per il quale finora poco o nulla si è fatto: «I progetti produttivi sono fermi – spiega un partecipante della carovana, José Mosquera – Ma poiché abbiamo preso la decisione di deporre le armi stiamo resistendo e sopportando».

Un’ennesima forma di pressione sul governo, quella della carovana della Farc «per la vita e la pace», immediatamente seguita alla minga promossa dal Centro regionale indigeno del Cauca e allo sciopero nazionale organizzato proprio il 21 ottobre dal Comité nacional del paro, costituito da sindacati e organizzazioni che hanno guidato le proteste iniziate nel novembre dello scorso anno.

Tuttavia, già il 14 novembre, il partito Farc ha dovuto denunciare l’assassinio di un altro ex guerrigliero, Heiner Cuesta Mena, nel dipartimento di Chocó, e il lunedì successivo quello di altri due, Jorge Riaños Ramos nel Caquetá e Enod López nel Putumayo, con i quali salgono a 241 gli ex combattenti uccisi dalla firma degli Accordi di pace.

Un numero che va ad aggiungersi ad altri ugualmente agghiaccianti: più di 250, secondo l’Instituto para el Desarrollo y la Paz (Indepaz), i leader sociali assassinati nel 2020, mentre le stragi sono arrivate addirittura a 70.

E non è lecito farsi troppe illusioni sulle prospettive che si aprono con la sconfitta di Trump, convinto sostenitore di Duque e del suo mentore Álvaro Uribe, il più acerrimo nemico della pace, descritto da The Donald come «alleato del nostro paese nella lotta contro il castro-chavismo».

Se è probabile che l’uribismo risentirà della perdita di appoggio da parte di Trump, lo è molto meno che Biden decida di sostenere un candidato progressista come Gustavo Petro.

Piuttosto, la sua scelta potrebbe cadere su un esponente di destra vicino all’ex presidente Juan Manuel Santos, magari più aperto di Duque al processo di pace, ma sicuramente poco incline a una trasformazione del paese come quella che chiede buona parte del popolo colombiano

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

In Fare fuoco (Sem, pp. 250, euro 16), Daniele Garbuglia toglie volontariamente all’epica brigatista tutto l’armamentario ideologico, la retorica del linguaggio dottrinario dello scontro frontale, lasciando, con un’asciuttezza di scene e capitoli brevi e serrati, il nudo spazio esistenziale dei personaggi e i loro movimenti tra una provincia di formazione e la metropoli dove colpire al cuore. Quasi come se le azioni atemporali avessero perso il loro contesto, e tutta la mitologia anche dei luoghi simbolo, mai interamente nominati o connotati, che ormai sono un pezzo lacerato della nostra storia.

È UN’OPERAZIONE letteraria, soprattutto di sguardo e di punti di vista, coraggiosa nel trattare una materia ancora incandescente, nel passare dalla prima al tu della seconda persona, e nel fare economia di mezzi nei dialoghi dando maggiormente spazio alle descrizioni degli interni cupi e al pericolo degli spazi aperti.

Questo per creare un clima di isolamento e concentrare l’attenzione solo sulle singole azioni dei personaggi, un po’ come avviene nel film La prima linea di Renato De Maria, tratto dal libro Miccia corta di Sergio Segio, e rivelare il mondo chiuso, soprattutto mentale, di chi ha fatto la scelta della lotta armata, e vive da clandestino fuori dal mondo e dalle sue relazioni.

Quindi più che l’interesse storico, il motivo politico di imbracciare le armi, che ha riguardato in Italia migliaia di militanti politici – una pagina di storia nazionale ancora tutta da raccontare, narrata solo dai vincitori e anche un tabù – Garbuglia racconta senza mai spiegare, s’affida ai fatti, alle cose, e si concentra sulla vita quotidiana del gruppo di fuoco, composto da un giovane della provincia italiana, marchigiana, nome di battaglia Orlando come il nonno contadino, e dai suoi compagni Rosso e Anita, tratteggiati a volte con ingenuità, in tutta la sua oggettività e banalità del male, come se l’unico imperativo vitale fosse la «pura azione».

SPOGLIATI DI OGNI EROISMO, o comunque enfasi e partecipazione emotiva, soprattutto nei dispositivi azzerati della fiction, raccontati nell’oggettività attraverso una lingua prestabilitamente ridotta all’essenziale della sua funzionalità, i personaggi incolori di Garbuglia, umani e troppo umani, fanno il bucato, preparano la moka, mentre al ciclostile riproducono i comunicati di rivendicazione degli attentati, tra cui quello che apre il romanzo a un giornalista della stampa borghese, e con lucida disciplina studiano cartine per organizzare nuovi agguati. Le loro sono solo relazioni funzionali, non entrano mai in empatia, condividono da estranei, stanze e servizi, come armi e automobili per le azioni di fuoco.

DAI POCHI RIFERIMENTI storici appena accennati nel libro, come la condanna a morte di Roberto Peci, l’omicidio di Guido Rossa («come potevano i paladini della rivoluzione operaia colpire proprio un operaio»?), il punto più basso della storia brigatista, siamo all’inizio degli anni ’80 e in quelli del declino e degli arresti dei capi storici come Mario Moretti.

Dopo una telefonata fatta alla madre da una cabina telefonica, Orlando ha i primi cedimenti, è come se improvvisamente prendesse coscienza di aver sparato a un uomo invece che a un obiettivo, adesso «le cose erano le cose, non contavano più le idee», pensa smarrito. L’ultima azione non va come dovrebbe, finisce male, allora entra in un vortice di paura, «possibile che le sue idee lo avessero portato dove non sarebbe mai voluto arrivare?». Ma è troppo tardi, non può tornare indietro, come Dario, il suo compagno arrestato che alla fine si arrende alle torture, e da vittima finisce per essere considerato un traditore.

La seconda parte del libro accelera, il ritmo è quello di un romanzo di azione che culmina in un finale doloroso, come è avvenuto molte volte in quelle guerre lontane. Garbuglia in questo romanzo dal conio inconfondibile usa lo stile severo e algido di una condotta rigorosa, per compiere un’operazione di disvelamento, gli serve per mettere a nudo implacabilmente le giovani vite disperate dei suoi personaggi, drammaticamente sospese tra la ribellione rivoluzionaria per un mondo nuovo e liberato, e la cieca scorciatoia delle armi.

* Fonte: Angelo Ferracuti, il manifesto

Liliany Obando ha 48 anni ed è una delle ex guerrigliere delle FARC-EP che partecipa al processo di reinserimento alla vita civile.

Liliana ha iniziato la sua militanza di sinistra a 19 anni. Si è unita alle FARC occupandosi di questioni internazionali. è stata 4 anni in carcere senza processo. Fa parte del gruppo di 100 ex guerrigliere che dall’ETCR (Spazio territoriale per la formazione e il reinserimento) di Icononzo,  che lavora sulla memoria storica e documenta le esperienze e la situazione delle donne nella guerriglia e il loro processo di reinserimento nella società dopo la firma dell’accordo di pace tra farc-ep e governo colombiano il 24 novembre 2016.

Cominciamo da una fotografia del sistema carcerario in Colombia.

Si tratta di un sistema che viola totalmente i diritti delle persone private di libertà, un sistema non garantista. Le carceri colombiane sono luoghi indegni e disumani. Basta del resto guardare gli edifici che le ospitano per rendersene conto: interi reparti che crollano, costituendo un rischio per la popolazione privata di libertà, oltre a cattive condizioni di salute, presenza di roditori, presenza di insetti nel cibo e condizioni deplorevoli nelle celle. Il sovraffollamento nelle carceri colombiane è storico, e supera il 53% e in alcune carceri il 200%.

A questo va aggiunta la mancanza di garanzia di accesso al servizio di acqua potabile durante la maggior parte della giornata in vari centri di detenzione. Altri centri penitenziari sono considerati luoghi di punizione in cui vengono inviati detenuti ritenuti insubordinati o che rivendicano diritti. In questi luoghi hanno inviato vari prigionieri politici come una sorta di punizione aggiuntiva per aver rivendicato i diritti umani dall’interno. La popolazione carceraria in questo momento in Colombia supera le 184.000 persone e circa il 3-4% di questa popolazione è rappresentata da donne.

La situazione delle donne detenute è molto grave ed è la più vulnerabile. La maggior parte delle donne si trova detenuta per reati legati alla povertà, alla situazione di fame in molti casi, che spinge molte donne ad infrangere la legge per mantenere se stesse, i loro figli, le loro famiglie. L’irresponsabilità di uno stato che non garantisce praticamente nulla alle donne e le lascia senza protezione, fa sì che molte madri finiscano dietro le sbarre, con conseguente abbandono forzato dei loro figli. La privazione della libertà delle madri colpisce seriamente i bambini.

Ci sono donne in prigione che sono rimaste incinte o che sono entrate incinte, ci sono madri che allattano, altre che tengono i bambini con loro fino ai 3 anni. La separazione è crudele. Né le madri né i minori che soffrono questa brusca separazione ricevono assistenza psicologica. Non vi è alcuna reale possibilità nelle carceri poiché l’offerta di lavoro offerta è praticamente nulla, l’offerta di studio è molto scarsa e i prigionieri politici non sono autorizzati a partecipare a questi corsi di formazione, poiché sono considerati prigionieri altamente pericolosi.

Nelle carceri colombiane ci sono ancora oltre 300 prigionieri politici delle FARC-EP, oltre a prigionieri dell’ELN e prigionieri dell’EPL. Delle 184.000 persone private di libertà che si trovano in tutte le carceri in Colombia, sotto la protezione o la custodia della prigione e dell’istituto penitenziario IPE ci sono circa 124.000 persone, e di queste, circa il 41%, sono ancora in attesa di giudizio. Di conseguenza ci sono migliaia di persone che trascorrono anni in prigione in attesa che termini il loro processo e questo evidentemente rappresenta un attacco ai diritti umani, perché è un prolungamento arbitrario della detenzione preventiva.

A tutti questi problemi dobbiamo  anche aggiungere quello del cibo: non solo la dieta alimentare è pessima, ma le razioni sono anche scarse. Uno dei problemi più delicati nelle carceri colombiane è il problema della salute, perché la prestazione del servizio è inefficiente. Le persone muoiono prima di essere assistite. Le visite specialistiche sono una chimera e chi riesce ad ottenere un appuntamento è considerato estremamente fortunato, anche se spesso l’appuntamento salta perché i detenuti non vengono portati agli ospedali in tempo (evidentemente questo accade spesso deliberatamente).

Le medicine sono piuttosto limitate, al momento ci sono più di 200.000 persone prive di libertà con malattie gravi. Ci sono poi detenuti che soffrono di disturbi mentali che invece che in prigione, dovrebbero essere in un ospedale specializzato.

Quando succede qualcosa, come la protesta pacifica avvenuta di recente organizzata dal movimento carcerario nazionale per chiedere misure rigide per la prevenzione del coronavirus, la risposta delle autorità carcerarie e la violenza.

Qual è la situazione dei detenuti e detenute delle vecchie FARC-EP? Nonostante l’amnistia, lo dicevi poc’anzi, rimangono in carcere oltre 300 detenuti delle FARC.

Come è noto, in Colombia c’è stato un lungo processo di pace che si è concluso con la firma all’Avana, il 24 novembre 2016, dell’Accordo Finale di Pace tra le FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane – Esercito del Popolo) e il governo, allora guidato dal presidente Juan Manuel Santos.

Al momento della firma dell’accordo, c’erano nelle carceri colombiane circa 3000 uomini e donne delle FARC. La Legge di Amnistia 1820 che è parte dell’Accordo di Pace, entra in vigore nel 2017. La legge concede l’amnistia non solo ai guerriglieri delle FARC ma anche a coloro che hanno avuto un rapporto diretto di collaborazione con la guerriglia.  Tuttavia, a tre anni dall’entrata in vigore di questa legge, ci sono 326 prigionieri politici legati alle FARC.

Le FARC hanno stilato un elenco di guerriglieri detenuti e di militanti relazionati con la guerriglia. Ma il governo rifiuta di riconoscere alcuni di questi prigionieri. Altri si trovano in un limbo, a causa della mancanza di testimoni che potrebbero e dovrebbero accreditare detti prigionieri come vincolati alle FARC. Per il momento questi ultimi sono ‘sotto osservazione’ poiché non sono stati accreditati dall’ufficio dell’Alto Commissariato per La Pace, e di conseguenza rimangono dietro le sbarre.

In questo scenario già oscuro si innesta la crisi del coronavirus.

Ora con la crisi di coronavirus, è chiaro che i detenuti sono tra i gruppi di popolazione più a rischio.

Ecco perché il 21 marzo scorso la popolazione carceraria di più di 14 istituti penitenziari, coordinata dal Movimento Nazionale delle Carceri (che è la forma organizzativa che i prigionieri comuni e politici si sono dati per rivendicare i loro diritti)hanno inscenato una protesta per denunciare le condizioni disastrose. Nel carcere Modelo di Bogotà la protesta è stata brutalmente repressa nel sangue. Le forze armate sono state autrici di un verso massacro, uccidendo 23 detenuti.

Non è la prima volta che si verifica un massacro nel carcere Modelo di Bogotà: 22 anni fa, infatti, c’è stata una strage e i sopravvissuti raccontano storie orribili.

Quello che i prigionieri chiedevano a marzo era fondamentalmente misure di prevenzione per poter affrontare la pandemia del coronavirus per lo meno con qualche strumento igienico adeguato. Stiamo parlando di guanti, maschere, vitamina C, acqua potabile permanente, perché se il virus fosse entrato in carcere ci sarebbe stata una strage. Questo è quello che chiedevano i prigionieri e invece che una risposta umanitaria, il ministero della giustizia ha risposto con una violenza inaudita. Dopo la strage del carcere Modelo a Bogotà, le forze di sicurezza dello Stato hanno adottato misure ancor più repressive nei confronti dei prigionieri, cercando di avere dalla loro l’opinione pubblica con la pubblicazione di notizie false come quella secondo la quale la rivolta sarebbe in realtà stata un tentativo di fuga.

I responsabili del massacro de La Modelo di Bogotà dovrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla giustizia.

Come è prassi, le autorità carcerarie hanno trasferito quelli che identificano come leader delle rivolte in altri istituti.

In questo caso, sono stati trasferiti 4 firmatari dell’Accordo Finale di Pace dell’Avana che erano in prigione, 3 dei quali nel patio 4 di Picota, che è uno dei cortili dove, per un accordo tra governo e le FARC i detenuti FARC che attendono il trasferimento alla JEP (Giurisdizione Speciale di Pace) come previsto dalla legge sull’amnistia 1820.

Oltre ai tre della Picota è stato trasferito anche un detenuto nel carcere di Eron, che è uno di quei nuovi edifici, queste mega carceri che il governo colombiano ha costruito copiando quelle nordamericane. Non abbiamo saputo per giorni dove avessero trasferito questi 4 compagni nonostante il fatto che il partito FARC abbia chiesto ripetutamente a tutte le istanze del caso di dire dove fossero stati condotti.

Dopo vari giorni abbiamo scoperto che erano stati trasferiti nel penitenziario di Cohiba, che si trova a Ibaguè. Erano detenuti in condizioni disumane, in torri del carcere abbandonate da tempo, senza luce, senza acqua nei bagni, senza acqua potabile.  Per diversi giorni sono rimasti senza lavarsi, completamente al buio. C’è da dire che abbiamo scoperto dove si trovavano grazie ai nostri detenuti che ci hanno inviato informazioni raccolte da loro.

Come molti punti dell’Accordo di Pace dell’Avana,  anche quello relativo alla liberazione dei prigionieri langue. La legge di amnistia per esempio stabilisce che una volta richiesta l’amnistia, la risposta deve essere data al massimo dopo 10 giorni, ma ci sono casi in cui i detenuti stanno aspettando da 6 mesi ad un anno prima di avere una risposta. Davvero è del tutto incomprensibile che dopo 4 anni dalla  firma dell’accordo all’Avana, ci siano ancora detenuti della FARC in carcere.

Purtroppo come si temeva e si denunciava da settimane, il peggio è avvenuto e ci sono stati i primi casi di coronavirus in alcune carceri del paese e anche i primi morti.

L’Istituto Nazionale Penitenziario e Carcerario (INPEC) ha infatti annunciato il 10 aprile scorso di aver avviato il protocollo d’emergenza nella prigione di Villavicencio.

La decisione è stata presa dopo la morte di un prigioniero di 63 anni per coronavirus. L’uomo era stato rilasciato il primo aprile e il 7 è morto nell’ospedale di Villavicencio.

I detenuti non sono stati ascoltati quando chiedevano le condizioni minime di sicurezza per cercare di prevenire il contagio in carcere.

I video che sono circolati, fatti uscire dagli stessi prigionieri di Villavicencio, sono strazianti e rivelano in tutta la sua drammaticità la situazione delle carceri del paese, sovraffollate, sporche, dove non c’è nemmeno acqua spesso.

Come dicevo sono state 14 le prigioni in cui ci sono state proteste, tra cui quella che è stata definita come la Guantanamo colombiana, ossia il carcere di Tramacua. Un’altra è la prigione Modelo di Bogotà e poi il carcere di Cucuta, La Picota, Medellín…

In tutto il paese ci sono state proteste pacifiche, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Oggi la situazione è di calma tesa, ma potrebbe esplodere nuovamente da un momento all’altro. Ancora una volta però ci troviamo di fronte alla non volontà politica da parte dello Stato.

Il partito FARC ha proposto che quei prigionieri che si trovano nelle carceri e che rientrano nella legge di amnistia vengano rilasciati ma ciò non è accaduto.

Post Scriptum 

Dopo le proteste, il 15 aprile scorso finalmente il presidente colombiano Iván Duque ha deciso di scarcerare circa 4.000 persone private della libertà mandandole agli arresti domiciliari per contenere la pandemia.

Il decreto 546 rientra nel quadro di misure prevista dallo stato di emergenza dichiarato dall’esecutivo. Il presidente ha detto: “Questo decreto ha un grande valore umanitario in quanto permette alle  persone che potrebbero essere esposte, a causa della loro maggiore vulnerabilità, al virus, potranno lasciare le carceri per continuare a scontare la loro pena a casa.”

La misura riguarda, con alcune eccezioni, le persone di età superiore ai 60 anni (eccetto quelli accusati di stupro, violenza contro le donne), le persone con pene fino a 5 anni, le donne in gravidanza o i bambini di età inferiore ai tre anni e i detenuti malati di tumore o con malattie gravi.

Oltre ai detenuti accusati violenza di genere, anche quelli accusati di traffico di droga, sfollamento forzato e sequestro non potranno godere dei benefici del decreto. Così come gli ex guerriglieri e i paramilitari.

I detenuti a cui è stato diagnosticato il Covid-19 saranno trasferiti in luoghi più idonei alla cura, anche se “non saranno concessi gli arresti temporanei o gli arresti domiciliari fino a quando le autorità mediche e sanitarie non lo autorizzeranno”.

Gli arresti domiciliari rimarranno in vigore, in principio, per sei mesi.

 

* Intervista curata da Orsola Casagrande pubblicata nel nuovo numero del magazine internazionale Global Rights. Il magazine è scaricabile gratuitamente in .pdf dal sito Global Rights

 

Che la dissidenza delle Farc avesse deciso di riprendere la lotta armata era già noto da tempo, ma ora è arrivata anche la conferma ufficiale: «Annunciamo al mondo che è iniziata una nuova Marquetalia (il luogo di nascita delle Farc, ndr) nell’ottica del diritto universale che garantisce a tutti i popoli del mondo di sollevarsi in armi contro l’oppressione», ha dichiarato in un video diffuso ieri l’ex numero due dell’organizzazione guerrigliera Iván Márquez, il quale aveva fatto perdere le sue tracce da più di un anno, rientrando in clandestinità.

Accanto a lui, un’altra ventina di leader armati, tra cui si distinguono Hernán Darío Velásquez, “El paisa” e Jesús Santrich, il leader non vedente che era stato arrestato nell’aprile del 2018 con l’accusa di aver partecipato a un traffico di cocaina (ritenuta dai più una montatura), rimesso in libertà il 30 maggio scorso dopo un lungo braccio di ferro istituzionale e, dopo aver persino occupato il suo seggio al Congresso ribadendo il proprio impegno per la pace, scomparso nel nulla il 30 giugno.

«NON SIAMO MAI STATI VINTI o sconfitti ideologicamente. Per questo la lotta continua. La storia scriverà nelle sue pagine che siamo stati obbligati a riprendere le armi», ha aggiunto Márquez, che è stato, paradossalmente, il principale negoziatore degli accordi di pace tra governo e guerriglia firmati nel 2016 a Cuba.

Di sicuro, con l’annuncio di ieri, diffuso dalla zona del fiume Inírida, nella regione amazzonica, una nuova scure si abbatte sul già minacciatissimo processo di pace, riducendo sempre più al lumicino la speranza, a cui tanti si erano aggrappati, che con la firma dell’accordo tutto potesse prendere una direzione nuova nella storia della Colombia.

Tre anni dopo, di quella speranza non rimane quasi più traccia, soffocata dalla mancata applicazione dell’accordo e dal massacro sistematico di leader sociali e membri dell’ex guerriglia. Finché persino l’unica conquista che sembrava certa – quella della fine delle ostilità – non è stata di nuovo, e ora definitivamente, messa in discussione.

LE AVVISAGLIE, del resto, non erano mancate, a cominciare dalla ripetuta autocritica di Iván Márquez rispetto al «grave errore» di «aver consegnato le armi a uno stato traditore confidando nella sua buona fede». Dichiarazioni che avevano evidenziato un’insanabile spaccatura all’interno del nuovo partito Farc (Fuerza alternativa revolucionaria del común), il cui leader, Rodrigo Londoño (Timochenko), aveva risposto a muso duro, accusando Márquez di compromettere «l’autorità morale» del partito e rinfacciandogli di aver rinunciato al suo seggio in parlamento nel momento in cui ce n’era più necessità: «Non possiamo rischiare di perdere quanto ottenuto fino a oggi, per quanto complesso sia il compito che ci sta di fronte».

E, ora, a spaccatura ormai consumata, a Londoño non resta che ricordare come «le grandi maggioranze» continuino a impegnarsi a favore dell’accordo «malgrado ostacoli e difficoltà», perché, ha detto, «siamo convinti che il cammino di pace sia quello giusto».

HA COMMENTATO L’ANNUNCIO di ieri anche il guerrafondaio per eccellenza, l’ex presidente Álvaro Uribe, il cui partito, il Centro democratico del presidente Duque, si era riproposto in campagna elettorale di «fare a pezzi» l’accordo, per poi “limitarsi” a disattenderlo totalmente nella pratica: «Il paese deve essere cosciente che un processo di pace non c’è stato: si è avuto solo un indulto per alcuni responsabili di delitti atroci a un alto costo istituzionale», ha scritto su Twitter l’ex presidente, da sempre convinto che la pace dovesse nascere dall’annientamento militare delle Farc.

Ed è la sua linea, in fondo, ad apparire vincente. Con l’unica differenza che la ex guerriglia, sopravvissuta a più di 50 anni di conflitto armato, l’annientamento lo sta rischiando in quelli che dovrebbero essere tempi di pace: dalla firma dell’accordo tra le Farc e il governo, sono circa 130 gli ex combattenti assassinati.

Né va meglio ai leader sociali e ai difensori dei diritti umani: oltre 700 quelli caduti dal 2016, tra cui circa 160 dirigenti indigeni, più di 90 dei quali uccisi a partire dall’avvento al potere di Iván Duque.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

Con la firma nel 2016 dell’accordo di pace tra il governo e le Farc, tutto sarebbe potuto cambiare nella storia della Colombia. Benché fossero risultate subito chiare le contraddizioni legate al processo, la speranza di una pace non funzionale agli interessi dei dominatori di sempre era comunque molto profonda.

Tre anni dopo quella speranza è ridotta al lumicino, soffocata dalla mancata applicazione dell’accordo e dal massacro sistematico di leader sociali e membri dell’ex guerriglia (il 9 luglio ne sono stati uccisi altri due). Persino l’unica conquista che sembrava certa – la fine delle ostilità – appare di nuovo messa in discussione, di fronte alla decisione disperata di tanti ex combattenti traditi dal governo di ritornare in clandestinità.

Che sia stata proprio questa la scelta di Jesús Santrich – arrestato ad aprile 2018 con l’accusa di aver partecipato a un’operazione di traffico di cocaina e rimesso in libertà il 30 maggio scorso – se lo stanno chiedendo tutti in Colombia. Il leader delle Farc, che l’11 giugno aveva occupato il suo seggio al Congresso riaffermando il suo impegno per la pace, ha fatto perdere le sue tracce il 30 giugno, non presentandosi neppure all’udienza del 9 luglio alla Corte suprema (da cui era stato convocato per rispondere dell’accusa di narcotraffico).

Di tutto ciò abbiamo parlato con il gesuita Javier Giraldo, del Centro de Investigación y Educación Popular, impegnato da più di 30 anni nella difesa dei diritti umani nel paese.

Come sta reagendo il governo di Iván Duque allo sterminio in atto contro leader sociali ed ex combattenti?

Non adotta alcuna misura e non mostra alcun interesse. Dalla firma dell’accordo di pace nel 2016, sono stati assassinati secondo i nostri calcoli circa 550 leader sociali e 150 ex combattenti delle Farc. E malgrado le proteste delle organizzazioni popolari, gli omicidi proseguono incessantemente. Ogni settimana si registrano nuovi casi.

Il gesuita Javier Giraldo

Non è vero che il paramilitarismo è stato smantellato.

Nella prima tappa del conflitto che prende il via in Colombia negli anni ’60, erano direttamente i militari, con il viso scoperto, alla luce del giorno senza timore di punizioni, ad applicare ogni forma di repressione, tortura e assassinio. Era questa la politica ufficiale dello Stato. È negli anni ’80, quando le denunce della comunità internazionale cominciano a farsi sentire, che entrano in scena i paramilitari, dalle Águilas Negras al Clan del Golfo, presentandosi con un’identità collettiva al di fuori dello Stato. E agiscono indisturbati fino all’inizio del nuovo millennio, quando il governo avvia una campagna diretta a cancellare lo stesso termine «paramilitari», nel tentativo di convincere la società che tali gruppi non siano in alcun modo legati ai militari, né allo Stato, né alle imprese, ma che si tratti solo di delinquenza comune, di bande criminali.

La situazione non è migliorata con la firma dell’accordo di pace.

Dalla firma dell’accordo nel 2016, gli autori degli assassinii si muovono in un anonimato totale: si nascondono dietro un cappuccio, arrivano in motocicletta senza targa, sparano e si allontanano e non scrivono neppure un documento di rivendicazione. Nessuno li può vedere, nessuno li può identificare e nessuno sa perché hanno ucciso. Solo quando iniziano le indagini si scopre che le vittime svolgevano tutte un’attività contraria agli interessi del governo, denunciando la condotta di una multinazionale o di un’impresa mineraria, rivendicando la terra che era stata loro tolta o organizzando la gente.

Si sta ripetendo in altra forma quello che è stato il genocidio politico contro l’Unione patriottica negli anni ’80?

Prima la persecuzione era diretta contro la sinistra politica, come l’Unione patriottica, o contro i sindacati. Oggi è più ampia. La maggior parte delle vittime appartiene all’Acción comunal, un modello di organizzazione di base attivo soprattutto nelle aree rurali, nei piccoli villaggi.

Che ne sarà dell’accordo di pace, soprattutto di fronte al sistematico assassinio di ex combattenti?

In campagna elettorale, il partito di Duque, il Centro democratico, aveva annunciato che avrebbe «fatto a pezzi» l’accordo. Una volta eletto, il presidente ha un po’ moderato i toni, assicurando che sarebbero stati cambiati solo alcuni punti. In realtà, il boicottaggio nei confronti del processo di pace è più di tipo passivo, nel senso che non si sta applicando quanto era stato accordato. Nessuna delle riforme sociali previste, per esempio, è stata portata avanti. Questo ha fatto sì che molti ex combattenti, delusi, abbandonati a se stessi ed esposti al pericolo di perdere la vita, abbiano ripreso la via delle armi, formando quella che viene chiamata la dissidenza delle Farc. E anche alcuni leader dell’ex guerriglia, compreso il negoziatore principale degli accordi, Iván Márquez, sono tornati in clandestinità.

Qual è la sua valutazione del caso Santrich? E come va interpretata la sua scomparsa?

Sono convinto che sia una montatura: le accuse nei suoi confronti, provenienti dalla Dea, non hanno alcun fondamento. Riguardo alla sua scomparsa, la versione di quanti gli erano più vicini è che, mentre si trovava in uno spazio di reinserimento degli ex combattenti nel dipartimento di Cesar, alla frontiera con il Venezuela, l’intelligence bolivariana lo avebbe avvertito di un tentativo di ucciderlo e gli avrebbe consigliato di nascondersi. Alcuni dicono che si trovi già in Venezuela.

C’è speranza per la Colombia?

Credo ci siano piccole finestre di speranza, a partire da quella legata alla crescita dei movimenti di base, dalle organizzazioni indigene a quelle contadine. Per quanto la protesta sia stata sempre molto repressa in Colombia e continui a esserlo, ultimamente il paese ha assistito a una grande quantità di scioperi e manifestazioni. E il prossimo 26 luglio è prevista una marcia nazionale in difesa della pace e contro l’assassinio dei leader sociali.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

Dopo la fine della guerra civile, le famiglie di alcuni ex guerriglieri hanno fondato la comunità di Nuevo Horizonte, alla ricerca di un luogo in cui vivere in pace e nel rispetto dei diritti umani. Con una particolare attenzione ai contadini e al diritto alla terra. Ecco la loro storia

Quello della comunità di Nuevo Horizonte, nel nord del Guatemala, è un racconto di passaggio dalla lotta armata a quella politica. Una vicenda che attraversa la dolorosa storia recente del Paese fino ad arrivare ai nostri giorni. “Qui a Nuevo Horizonte oggi tutti hanno una casa, i bambini vanno a scuola e abbiamo aperto un centro di salute e una casa di maternità. Abbiamo un centro di diabete e organizziamo attività di informazione ed iniziative sull’uguaglianza di genere”, racconta a Osservatorio Diritti l’ex guerrigliero “Rony” (questo è il suo pseudonimo di battaglia, creato per non essere rintracciato).

Le origini. Nuevo Horizonte è stata fondata nel 1997 da ex combattenti, uomini e donne, del Frente Norte de las Fuerzas Armadas Rebeldes (Far), che avevano partecipato alla guerra civile terminata un anno prima. Una realtà significativa per il Guatemala, dato che il Frente faceva parte della Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca, uno dei principali protagonisti degli Accordi di Pace firmati nel ’96 con l’allora presidente Alvaro Arzù. Oggi – dopo aver aderito alla guerriglia nel corso degli anni Settanta, subito dopo l’inizio di espropri e massacri diffusi – nella comunità vivono circa 530 persone. “Molti si unirono alla guerriglia perché non videro alcuna possibilità di dialogare con il governo e l’esercito per ottenere i cambiamenti che desideravamo: rispetto del diritto alla vita dei contadini, sviluppo sociale, diritto ad una vita dignitosa e, soprattutto, diritto alla terra che era stata espropriata”, dice ancora Rony.

La guerra civile. In Guatemala gli scontri sono durati 36 anni e hanno provocato morti e sofferenze. Le stime parlano di circa 200 mila vittime, 45 mila desaparecidos e un numero di sfollati compreso tra mezzo milione e 1 milione (comprendendo sia chi è espatriato sia chi è rimasto nel Paese). Contadini e indigeni in particolare, inoltre, sono stati vittime di violenze ed espropri.

La nuova resistenza. Rony racconta che dopo la fine degli scontri “decidemmo di creare una nuova strategia di lotta e resistenza all’interno della Comunità di Nuevo Horizonte, chiamata “Los Contra Poderes”, caratterizzata dalla lotta per ottenere una terra comunitaria, in opposizione alla proprietà privata, dalla diversificazione delle colture per lottare contro la malnutrizione, dalla produzione in linea con la protezione dell’ambiente, dalla necessità di garantire l’educazione ai giovani e dalla riforestazione come apporto al pianeta”.

Dal partito alla lotta per i diritti. In un primo momento la comunità partecipò al partito Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca nelle richieste di rispetto di diritti dei contadini, degli operai, della popolazione indigena e, naturalmente, degli Accordi di pace. Gli abitanti, infine, decisero di lasciare il partito, continuando però a impegnarsi nella difesa dei diritti umani dei guatemaltechi.

L’articolo integrale di Fabiana Fuschi del Master in Diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che scrive da Nuevo Horizonte (Petén, Guatemala), “Guatemala. Nuevo Horizonte, dalla guerriglia alla lotta politica”, può essere letto su Osservatorio Diritti

Fonte: Redattore Sociale

Foto: Fabiana Fuschi

NEW YORK. Nel 2016, in occasione del 50° anniversario della fondazione del Black Panther Party, sono state organizzate negli Stati Uniti decine di iniziative per approfondire e celebrare la storia delle Pantere Nere.

Da segnalare anche l’uscita del pluripremiato documentario I am not your negro di Raoul Peck, regista anche de Il giovane Karl Marx.

Negli scorsi mesi ho incontrato a New York il regista e produttore Stanley Nelson, autore del documentario “The Black Panthers: Vanguard of the Revolution” e la professoressa Robyn Spencer, esperta di storia del movimento afro-americano e promotrice dell’Intersectional Black Panther Party History Project (IPHP).

Spencer, insieme alle storiche A. LeBlanc-Ernest, T. Matthews e M. Phillips, sta portando avanti un progetto educativo sul ruolo delle donne e sull’identità di genere all’interno delle Black Panthers.

Cosa rimane oggi delle Black Panthers nella memoria storica degli afro-americani?

S.N.: Anche se il partito non esiste più, credo che le Black Panthers rappresentino ancora una fonte d’ispirazione per le persone, specialmente per i giovani che hanno creato un proprio movimento, come il Black Lives Matter.

R.S.: Le Panthers rappresentano, nella memoria storica, un’organizzazione di resistenza militante e un momento di unione degli afro-americani della classe operaia negli Stati Uniti. Strinsero alleanze internazionali per sfidare l’imperialismo americano. Le Pantere per molti rappresentano una storia di ribellione, poiché reagirono contro tutto ciò che opprimeva i poveri ed i lavoratori. La loro eredità è presente e radicata in diverse comunità e nella società americana in senso più ampio. Penso ad esempio al breakfast program, ai programmi per la salute e alle criticità del sistema carcerario. Diversi membri sono ancora oggi incarcerati come prigionieri politici. Sebbene l’esperienza delle Pantere si sia conclusa negli anni ’80, possiamo considerarle un’organizzazione vivente perché i problemi che hanno affrontato sono ancora presenti.

Il movimento femminista influenzò la politica delle Panthers?

S.N.: Credo che nel 1966 esistesse già un movimento femminista ma le Pantere furono influenzate anche da molte rivoluzioni improvvise che scoppiarono in America, a Cuba, in Cile e in altri Paesi dove le donne rappresentavano una gran parte di quei movimenti. Le Pantere tentarono in molti modi di raggiungere la parità tra uomo e donna all’interno del partito.

R.S.: All’interno del Black Panther Party si svolgevano dibattiti sul ruolo delle donne. Il femminismo giocò un ruolo importante anche se le donne Panthers non si definivano necessariamente femministe, stavano combattendo per una rivoluzione in senso più ampio e consideravano la loro emancipazione come parte di questa lotta. C’era una forza che cercava di rimetterle al loro posto e stavano cercando di combatterla. In quel momento le donne erano in grado di conquistare il potere all’interno del partito, sia come persone che come organizzatrici, ma sicuramente dovettero affrontare il sessismo e la misoginia anche dentro al movimento. Alcune donne vennero attaccate, fisicamente e sessualmente, all’interno dell’organizzazione; penso comunque che in un contesto più ampio sentissero di poter vincere la lotta per “passare in testa”. Le Panthers permisero alle donne di avere più spazio e di influenzare le politiche e le attività all’interno dell’organizzazione.

Quante persone le Panthers riuscirono a coinvolgere nelle loro attività?

S.N.: Probabilmente erano tra le cinque e le diecimila unità ma credo che le Pantere coinvolgessero molte più persone perché incitavano l’intera comunità afro-americana. Tutti conoscevano le Pantere Nere, erano appoggiate anche dalla comunità dei bianchi di sinistra, dal movimento studentesco e dal movimento delle donne. Una cosa che mostriamo nel film sono gli asiatici americani che portavano cartelli scritti in giapponese, cinese, o i latinos in spagnolo, a supporto delle Pantere Nere.

R.S.: Il Black Panther Party aveva una base principale di circa 5/6mila membri negli Stati Uniti che svolgeva un lavoro politico quotidiano efficace. Avevano molti altri sostenitori nel Paese, persone che si offrivano volontarie, che sostenevano e beneficiavano dei loro programmi comunitari, persone che leggevano il loro giornale, uno strumento incredibilmente influente. Negli altri Paesi c’era chi voleva emulare in qualche modo le Panthers. La loro influenza era quindi molto più grande del loro numero effettivo di membri, ma anche in termini numerici fecero un buon lavoro nel portare persone all’interno del movimento che era in realtà un posto piuttosto pericoloso.

Le Black Panthers nacquero quando il Movimento per i Diritti Civili concluse la sua esperienza e la brutalità della polizia aumentò. Quali furono gli aspetti più rivoluzionari delle Pantere?

S.N.: Le Pantere avevano il fine di difendere se stesse e la comunità dalla polizia. Credo che bisogna riflettere sul fatto che la brutalità della polizia di cui stiamo parlando esisteva fin dai tempi dei cacciatori di schiavi. Non si tratta di niente di nuovo, è qualcosa con cui ebbero a che fare fin dai movimenti per i diritti civili. Il rapporto tra afro-americani e polizia è un rapporto che si è solidificato molto tempo fa, centinaia di anni fa e direi che è rimasto piuttosto invariato. Le Pantere che abbiamo intervistato nel documentario si sono assicurate che parlassimo anche con la polizia, con l’FBI e con i relativi informatori che presero parte alla loro storia.

R.S.: Le Panthers furono rivoluzionarie in diversi modi. Penso al modo in cui sfidarono le fondamenta della società statunitense. Criticavano il capitalismo e si unirono alla gente della nuova sinistra legata alle idee socialiste. Quindi, ad esempio, i loro programmi comunitari non erano mirati esclusivamente a fornire assistenza gratuita. Guardavano all’esempio cubano e la loro sfida, concretamente rivoluzionaria, era costruire un modello alternativo, senza scopo di lucro e in opposizione alle corporation, in termini di servizi sociali. Attraverso il loro giornale inoltre misero i lettori in condizione di comprendere le connessioni tra ciò che accadeva nell’America nera ed i movimenti di liberazione in Africa e in America Latina.

In termini di aggregazione, quanto furono determinanti per le Panthers il fascino estetico e la propaganda?

S.N.: Credo che facessero parte del movimento e nel documentario parliamo di questi aspetti perché le Pantere erano ciò che apparivano, erano abili nel controllare la loro immagine, immagine dalla quale la gente era attratta.

R.S.: Le Panthers ebbero un forte impatto visivo, sia nell’abbigliamento che nel modo di intendere il linguaggio politico, che ancora fa parte della nostra lingua. Diedero alle persone coraggio e un nuovo modello concettuale, qualcosa di cui avrebbero potuto avvalersi nella lotta. Ripenso ai loro discorsi, al tono audace e beffardo contro il potere. Non era solo la loro arte ad essere fenomenale, le loro opere parlavano alla gente. Il lavoro culturale che svolsero ha avuto sicuramente un impatto al di fuori delle mura dell’organizzazione.

Che relazione c’era tra religione e politica?

R.S.: Inizialmente non abbracciarono la religione. Più avanti nella loro storia, negli anni ’70, fecero uno sforzo per raggiungere i credenti. Quando iniziarono i loro programmi per la colazione verso la fine dei ’60, erano spesso ospitati nelle chiese dai pastori progressisti. Si trattava di un’alleanza strategica con i leader religiosi, che aprivano le loro porte alle Panthers interessate a fare un lavoro di comunità e un servizio sociale. Il messaggio spirituale doveva essere collegato alla loro politica radicale.

Quali furono gli errori commessi dalle Pantere? La loro esperienza si concluse solo a causa della repressione dell’FBI?

S.N.: Penso che le Pantere abbiano commesso diversi errori, il primo fra tutti è il fatto che nessuno fosse preparato agli attacchi dell’FBI. L’organizzazione era governata rigidamente da regole, controllata da vertici molto potenti e strutturata dall’alto verso il basso. Inoltre non avevano un metodo per mediare i problemi all’interno del gruppo, perciò andavano fuori controllo non appena questi si presentavano. Come si vede nel film credo che le Pantere siano state distrutte dall’esterno, da J. Edgar Hoover, dall’FBI e dalla polizia locale ma al tempo stesso sono state distrutte dall’interno, dai sentimenti individuali nella leadership delle Pantere.

R.S.: Il ruolo dell’FBI nella scomparsa delle Panthers fu indiscutibile ma anche il modo in cui le Pantere gestirono i conflitti e gli informatori interni fu determinante. La repressione ebbe un impatto sul modo in cui le Pantere scelsero di interagire tra loro. Ci furono diversi errori politici, alcuni dei quali derivavano dal marxismo o dal centralismo democratico, altri dal modo in cui il potere opera nelle organizzazioni.

FONTE: Fabrizio Rostelli, IL MANIFESTO

Li hanno chiamati «Anni di piombo» per via delle pallottole che fra il 1969 e il 1988 hanno ucciso 197 vittime di agguati terroristici e 38 caduti negli scontri catalogati come episodi di «violenza politica», intervallati dalle bombe che hanno dilaniato 135 persone. In tutto 370 morti, ai quali l’Associazione italiana vittime del terrorismo aggiunge circa mille feriti. È la macabra contabilità di un ventennio che ben presto è diventato (oltre che di piombo e di tritolo) anche «di ferro», per via delle sbarre e delle celle blindate dove sono stati rinchiusi migliaia di detenuti accusati di quei delitti, e poi di associazione sovversiva, bande armate rosse e nere, detenzioni di armi e favoreggiamenti vari.

Un esercito di almeno quattromila inquisiti per i gruppi di estrema sinistra — le Brigate Rosse fondate nel 1970 da Renato Curcio, Mara Cagol e altri; Prima linea nata nel ’76, e decine di sigle accumulatesi negli anni — a cui vanno sommati quelli della galassia autonoma e senza nome, anarchici e cani sciolti. Oltre agli arrestati per appartenenza alle organizzazioni neofasciste, gli stragisti e quelli dello «spontaneismo armato»: prima Ordine Nuovo, Ordine Nero e Avanguardia Nazionale, poi i Nuclei armati rivoluzionari di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro e gruppi affini. C’è chi ha calcolato che in totale sono circa seimila le persone transitate dalle patrie galere nella lunga stagione del terrorismo nostrano.

Chi resta in carcere

Oggi in prigione con l’accusa (a vario titolo) di eversione nazionale ne sono rimasti 54, 43 uomini e 11 donne. Meno dell’uno per cento. Segno inequivocabile di una stagione non solo finita, ma che ha sostanzialmente chiuso i conti con la giustizia.

Tra gli uomini ancora dietro le sbarre, sottratti dodici anarchici e sette di estrema destra, restano 24 detenuti, compresi tre che hanno dato vita alle «nuove Brigate Rosse» che tra il 1999 e il 2003 uccisero Massimo D’Antona, Marco Biagi e il poliziotto Emanuele Petri: un’altra storia. Tra le donne ci sono Nadia Desdemona Lioce, uno dei capi delle «nuove Br» chiusa al «41 bis», quattro militanti anarchiche e una brigatista della vecchia guardia, Rita Algranati, arrestata nel 2004 quando già aveva abbandonato da tempo l’organizzazione.

I maschi «reduci degli anni di piombo» sono ventuno, di cui alcuni ammessi al lavoro esterno o alla semilibertà; fra loro Mario Moretti, il capo brigatista che guidò l’operazione Moro, concluso con l’omicidio dell’ostaggio esattamente quarant’anni fa, il 9 maggio 1978.

Gli irriducibili

Rinchiusa a tempo pieno, e in regime di «alta sicurezza», c’è una pattuglia di 16 irriducibili della vecchia guardia, 11 uomini e 5 donne arrestati fra il 1982 e il 1989, che dopo oltre trent’anni di galera effettiva non hanno mai messo il naso fuori nemmeno per un giorno. Se volessero potrebbero farlo, ma non ne fanno richiesta per non interloquire con lo Stato che hanno combattuto e di cui si considerano tuttora «prigionieri politici».

Il più anziano (ma non all’anagrafe) è Cesare Di Lenardo, cinquantanovenne arrestato il 28 gennaio 1982 in concomitanza con la liberazione del generale statunitense James Lee Dozier, rapito dalle Br quaranta giorni prima. Un altro paio sono stati presi nel 1983, ma la gran parte è caduta nella trappola dei carabinieri tra l’88 e l’89. Antonino Fosso, latitante dal 1981, fu arrestato trent’anni fa; Fabio Ravalli, sua moglie Maria Cappello e altri detenuti di oggi vennero catturati in un blitz del settembre ‘88, ma prima ebbero il tempo di uccidere il senatore dc Roberto Ruffilli, il 16 aprile dello stesso anno: l’ultimo delitto delle Brigate Rosse nella Prima Repubblica. Tra le donne spicca il nome di Susanna Berardi, arrestata nei primi giorni dell’82, due settimane prima di Di Lenardo: il primato della detenzione più lunga è suo.

Le vittime e gli arresti

Prima di rimanere gli epigoni volontari di una guerra allo Stato dichiarata unilateralmente e persa da molto tempo, hanno fatto parte di una realtà molto più massiccia (sebbene non di massa, come avrebbero voluto). Nel 1994 il «padre fondatore» delle Br nonché sociologo Renato Curcio, libero dopo vent’anni di prigione, realizzò con il «Progetto memoria» una radiografia utile ancora oggi per interpretare il fenomeno del terrorismo rosso.

Stando alle cifre di quella ricerca, l’organizzazione che ha avuto il maggior numero di inquisiti furono le Brigate Rosse nelle diverse articolazioni in cui si sono divise dai primi anni Ottanta: 1.337 inquisiti, distribuiti fra cinque sigle. Al secondo posto c’è Prima Linea, con 923 inquisiti. Seguono altre 18 organizzazioni «maggiori», e 23 bande armate cosiddette «minori».

Questi gruppi hanno firmato, tra il 1971 e il 1998, 128 omicidi (127 uomini e una donna: la vigilatrice del carcere romano di Rebibbia Germana Stefanini, assassinata il 28 gennaio 1983). La maggior parte, 73, sono stati rivendicate dalle Br variamente denominate, Prima Linea ne ha compiuti 20. Nella divisione delle vittime per categoria primeggiano i poliziotti (38), seguiti da 21 carabinieri e 10 appartenenti a corpi di polizia privata, 8 agenti penitenziari e un vigile urbano. Tra i «civili» figurano 8 magistrati, 6 politici, 6 dirigenti d’azienda, due giornalisti (Walter Tobagi del Corriere e Carlo Casalegno della Stampa). L’anno con più omicidi è stato il 1978 (28), seguito dal 1980 (24), il 1979 (21) fino ai 13 per anno consumati nel 1981 e 1982.

L’anno record per la riscossa di inquirenti e investigatori è stato il 1980: 1.021 arresti, dovuti soprattutto ai «pentimenti» dei primi collaboratori di giustizia: Patrizio Peci nelle Br e Roberto Sandalo in Prima Linea.

Nel 1982, quando a gennaio si pentì il brigatista romano Antonio Savasta, ci fu un’ondata di 965 arresti. Nel 1981 erano stati 433; 305 nel 1983.

La maggior parte dei condannati all’ergastolo erano studenti e giovani operai. La legge italiana, dopo 26 anni di buona condotta, consente di tornare in libertà. Per questo molti di loro, da adulti, in società sono tornati.

FONTE: Giovanni Bianconi e Milena Gabanelli, CORRIERE DELLA SERA

SAN SEBASTIÁN. Una lettera dell’Eta con anagramma e timbro ufficiali, datata 16 aprile 2018, informa sulla fine del «ciclo storico» e della «funzione» dell’organizzazione. Nella nota, inviata a diversi organismi baschi e pubblicata ieri, si legge che l’Eta «ha dissolto completamente tutte le sue strutture e ha dato per conclusa la sua iniziativa politica». L’annuncio della dissoluzione definitiva arriva a sette anni dall’abbandono della lotta armata, a un anno dalla smilitarizzazione e ad alcune settimane di distanza dalla pubblica richiesta di perdono per il danno causato dalla lotta armata.

Nella dichiarazione, filtrata e pubblicata in esclusiva da eldiario.es, si legge: «Questa decisione chiude il ciclo storico di 60 anni dell’Eta» che, si specifica, «non supera, d’altra parte, il conflitto che i Paesi Baschi mantengono con la Spagna e con la Francia. Il conflitto non iniziò con Eta e non termina con la fine della traiettoria dell’Eta». Il delicato processo di pace è ancora in corso e «i Paesi Baschi sono adesso di fronte a una nuova opportunità per chiudere definitivamente il ciclo del conflitto e costruire prima di tutto il proprio futuro».

La nota ricorda «i numerosi sforzi» fatti nel corso degli anni per «incanalare per vie razionali il conflitto politico». Le «sessioni formali di negoziazione», le «conversazioni segrete» e le «innnumerevoli proposte» non sono però state risolutive. «Non siamo stati capaci di arrivare ad un accordo, né tra Eta e il governo, né tra gli interlocutori baschi». «È una responsabilità condivisa e Eta si assume la parte che le compete».
Nel documento si menziona nuovamente il dolore e, a chiare lettere, si «riconosce la sofferenza provocata come conseguenza della lotta armata».

Oggi Eta pubblicherà per mezzo di agenti internazionali un ultimo comunicato, frutto del dibattito realizzato dai suoi militanti negli ultimi mesi. Domani si terrà a Kanbo (Cambo-les-Bains), località dei Paesi Baschi francesi, una conferenza internazionale, nella quale si aspetta che personalità internazionali, al momento non ancora note, pronunceranno una dichiarazione sulla risoluzione del conflitto basco.

FONTE: Angela Maria Salis, IL MANIFESTO

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En Euskal Herria, a 16 de abril de 2018

Estimados/as señores/as:

Por medio de esta comunicación os queremos dar a conocer la decisión que Euskadi Ta Askatasuna acaba de tomar. ETA ha decido dar por terminados su ciclo histórico y su función, dando fin a su recorrido. Por tanto, ETA ha disuelto completamente todas sus estructuras y ha dado por terminada su iniciativa política.

De este modo, como consecuencia del cambio estratégico de toda la izquierda abertzale, ETA ha llevado a término el proceso iniciado en 2010, con la intención de abrir un nuevo ciclo político en Euskal Herria.

En ese proceso las referencias fundamentales han sido la Conferencia de Aiete y el fin de la violencia armada que ETA anunció tres días después. Fue un esfuerzo por conseguir dar a la época de confrontación armada un final ordenado, racional y constructivo. La mayoría de vosotros fuisteis testigos directos de aquella oportunidad y, muchos de vosotros, también fuisteis firmes impulsores. Por desgracia, la Declaración de Aiete no pudo recorrer su camino, a pesar de coincidir con la voluntad de la mayoría de ciudadanos vascos, los estados francés y español lo hicieron imposible desde su mismo inicio.

Sin embargo, ETA decidió seguir adelante. Más allá de la Declaración de Aiete y de un hipotético proceso de negociación, Euskal Herria fue el punto de partida y el objetivo de toda su actividad. Así, cumplió los compromisos tomados hasta entonces y adquirió nuevos compromisos. En su acción más significativa, ETA le dio al pueblo sus armas y dejó en manos de la sociedad civil la responsabilidad de su desarme.

El pueblo es también el receptor fundamental de esta última decisión:

  • Porque ETA se formó del pueblo y al pueblo vuelve.
  • Porque se fundamenta en la confianza en la fuerza del pueblo.
  • Y, sobre todo, porque quiere hacer una aportación en el camino hacia la consecución de la paz y la libertad en Euskal Herria.

En efecto, ETA con las decisiones de estos últimos años ha apostado, con valentía y responsabilidad, por sacudir la situación de las últimas décadas y por la construcción del futuro desde un punto de partida nuevo.

Esta decisión cierra el ciclo histórico de 60 años de ETA. No supera, en cambio, el conflicto que Euskal Herria mantiene con España y con Francia. El conflicto no comenzó con ETA y no termina con el final del recorrido de ETA.

A lo largo de los años, se han hecho numerosos esfuerzos para encauzar por vías racionales el conflicto político. Se han puesto en marcha sesiones formales de negociación, se han llevado a cabo conversaciones secretas y se han presentado innumerables propuestas. No hemos sido capaces de llegar a acuerdos, ni entre ETA y el gobierno, ni entre los agentes vascos. Es una responsabilidad compartida y ETA asume la parte que le corresponde.

La falta de voluntad para solucionar el conflicto, y las oportunidades perdidas, entre otras, ha provocado el alargamiento del conflicto y ha multiplicado el sufrimiento de las diferentes partes. Comoquiera que sea, ETA reconoce el sufrimiento provocado como consecuencia de su lucha.

Euskal Herria está ahora ante una nueva oportunidad para cerrar definitivamente el ciclo de conflicto y construir su futuro entre todos. No repitamos los errores, no dejemos que los problemas se pudran. Eso no sería más que fuente de nuevos problemas.

Años de confrontación han dejado heridas profundas y hay que darles la cura adecuada. Algunas todavía están sangrando, porque el sufrimiento no es cosa del pasado.

Por medio de esta carta, y con toda humildad, ETA os quiere hacer llegar una última opinión. En su opinión, la solución del conflicto y la construcción de Euskal Herria os necesita a todos vosotros, porque el futuro es responsabilidad de todos.

Los que hemos sido militantes de ETA, por nuestra parte, queremos confirmar nuestro compromiso en embarcarnos totalmente en esa tarea, cada cual desde el lugar que considere más oportuno, con la responsabilidad y honestidad de siempre.

Euskadi Ta Askatasuna

E.T.A.

 

Qui il video

SAN SEBASTIÁN. Per la prima volta l’Eta ha chiesto pubblicamente perdono per il danno causato dalla lotta armata durante gli anni del conflitto basco.

Sono passati quasi sette anni dall’annuncio definitivo della cessazione della lotta armata, era il 20 ottobre del 2011, e da allora un altro passo significativo per la risoluzione del conflitto basco è stato il disarmo dell’organizzazione, annunciato il 7 aprile e celebrato il giorno successivo a Baiona, nel nord dei Paesi Baschi.

Nel comunicato datato 8 aprile, che l’Eta ha fatto recapitare ai giornali locali Gara e Berria, si leggono parole inedite e pesate. L’ex organizzazione armata, rivolgendosi direttamente al popolo basco, scrive di voler riconoscere «il danno causato» e di volersi impegnare per superare definitivamente le «conseguenze del conflitto» e non ripetere i suoi atti.

Nel documento l’Eta ricostruisce uno scenario di «sofferenza incommensurabile»: «Morti, feriti, torture, sequestri e persone costrette a fuggire all’estero». E intende «mostrare rispetto nei confronti dei morti, dei feriti e delle vittime». «Ci dispiace veramente».

Le reazioni sono state numerose. Il governo spagnolo, tramite il suo portavoce Íñigo Méndez de Vigo, assicura che «non darà mai niente in cambio all’Eta» riferendosi alla possibile scarcerazione dei prigionieri baschi. Aggiunge inoltre che la «sconfitta» dell’organizzazione ha potuto aver luogo solo grazie «all’impegno delle Forze di Sicurezza dello Stato».

Iñigo Urkullu, il lehendakari (presidente della regione e del Pnv, il partito nazionalista-moderata), ha chiesto di aggiungere l’aggettivo «ingiusto» al danno causato. Per EH Bildu, forza politica indipendentista di sinistra, è un «fatto storico senza precedenti».

L’inaspettata dichiarazione dell’Eta non si può capire senza l’annunciata imminenza della sua dissoluzione. La televisione pubblica basca ha comunicato che l’organizzazione cesserà di esistere a partire dal primo fine settimana di maggio. Si attendono nuovi particolari nei prossimi giorni.

FONTE: Angela Maria Salis, IL MANIFESTO

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