Lotte armate

Per le comunità cristiane di base salvadoregne, la scomparsa sabato scorso, all’età di 77 anni, del sacerdote ed ex guerrigliero Rutilio Sánchez è stata un colpo durissimo. Vero “prete fatto popolo”, al cui servizio si è svolta la sua intera, avventurosa traiettoria di vita, Tilo, come lo chiamavano tutti, scelse durante la guerra di esercitare il ministero sacerdotale al fronte, in un’area controllata del Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale, pienamente convinto che «la giustizia e la fedeltà» fossero lì dove si trovavano «i combattenti del Fmln».

«Vado a cercare la pecora ferita che si è persa sulla montagna», scrisse all’allora arcivescovo Arturo Rivera y Damas comunicandogli la sua decisione: «Intendo solo prendere la croce e seguire Gesù nei burroni, sulle colline, nelle trincee dove si vivono le beatitudini alla lettera e in spirito, creando le basi del Regno di Dio, un mondo in cui ci sia pane per tutti».

Da lì, meno di un anno dopo, avrebbe scritto sul suo diario: «La vita qui è in grande: grande tristezza, grande gioia, grandi invasioni militari e grande fame. Ma siamo accompagnati da grandi eroi che difendono le nostre comunità».

L’esperienza al fronte era stata per Tilo, però, solo una logica conseguenza del suo impegno rivoluzionario. Punto di riferimento imprescindibile e amatissimo dell’organizzazione contadina – che aveva accompagnato fin dai suoi primi passi – era stato, secondo le sue stesse parole, «dirigente non ufficiale» delle Forze popolari di liberazione – poi confluite nel Fmln -, già al momento della loro fondazione. «Un giuramento – aveva poi raccontato – a me non lo chiesero mai, perché ero stato chiaro nel dire che mi sentivo, al tempo stesso, un rivoluzionario e un sacerdote».

E, a sorpresa, era stato proprio a quel prete considerato sovversivo, sfuggito a innumerevoli attentati, che l’arcivescovo Oscar Romero aveva chiesto di assumere la direzione della Caritas. Un incarico che aveva subito attirato a Tilo l’accusa di politicizzare l’organismo e addirittura di consegnarlo alla guerriglia. «I poveretti a cui diamo un bicchiere di latte e un sacchetto di farina li stiamo in fondo diseducando. Con questi contadini organizzati avviene il contrario. La loro lotta educa tutti noi, anche lei!», spiegava a mons. Romero, con il quale aveva un rapporto non privo di tensioni ma sicuramente profondo e fecondo.

Alla guida dell’organismo era rimasto fino a circa una settimana prima dell’assassinio dell’arcivescovo (24 marzo 1980), quando, accusato di inviare cibo ai gruppi guerriglieri, aveva ricevuto da lui la richiesta di cedere la direzione. «Parleremo dopo», gli aveva assicurato Romero. «Il venerdì un amico giornalista mi scattò l’ultima fotografia insieme a lui. La conservo ancora. Tre giorni dopo venne assassinato. Non fu più possibile parlarne».

Ci avevano provato a lungo e in tanti modi a uccidere anche lui, fin dal suo primo incarico a Suchitoto, dove era arrivato nel ’69. Nel 1976 avevano collocato un esplosivo nella sua macchina, ma non erano riusciti a farla saltare. E nello stesso anno individui armati avevano sparato contro il suo veicolo, senza però colpirlo. Nel ’77 un contingente di membri della Guardia Nazionale e di paramilitari di Orden aveva circondato la chiesa e la casa parrocchiale di San Martín allo scopo di catturarlo. Qualcuno tuttavia aveva fatto suonare le campane, richiamando gente in parrocchia. Ed era stato questo a salvargli la vita. Sempre nel ’77 agenti della polizia nazionale avevano catturato un uomo che stava parcheggiando la sua macchina, credendo che fosse lui. Lo avevano trattenuto tre giorni e, dopo averlo torturato, gli avevano fatto firmare accuse false contro il «prete comunista».

«Alcuni amici non volevano che li andassi a trovare perché temevano che, per uccidere me, avrebbero eliminato anche loro e la loro famiglia», avrebbe confidato in seguito.

Rutilio Sánchez era rimasto a San Martín fino all’aprile del 1980, quando la persecuzione nei suoi confronti era diventata insostenibile. Era stato quindi mandato in Europa, come rappresentante all’estero del Fronte Democratico Rivoluzionario, ma poi, nell’81, era tornato in El Salvador e preso la via della montagna.

«Sono stato un prete guerrigliero», ha raccontato: «Quando arrivai, si era deciso che non avrei usato armi. E mi erano state assegnate da tre a cinque persone perché mi proteggessero. Cominciai a chiedermi se era meglio che cinque morissero per salvare il prete o il prete morisse per difendere quei cinque. La scelta fu facile. È così che presi il fucile. Non fui mai un combattente di prima linea, ma quando arrivavano le jeep dei soldati e bisognava sparare, io sparavo. Sparavo lontano, alla cieca, contro le jeep. Non so se abbia ucciso qualcuno. Ma non sento il peso sulla coscienza, perché i soldati avrebbero assassinato anche gli anziani e i bambini».

Dopo gli accordi di pace del 1992, quando la fine delle «grandi invasioni militari» aveva lasciato immutata la «grande fame» – e non c’era più un arcivescovo capace di prendere su di sé il dolore della sua gente, di denunciarlo ai responsabili e di convertirlo in speranza – Tilo aveva deciso di non assumere alcun incarico politico, optando per accompagnare il suo popolo nel cammino della ricostruzione.

È il lavoro che in tutti questi anni ha svolto il Sercoba, Equipo de Servicio para Comunidades de Base, da lui fondato nel 1992 con l’appoggio di una missionaria laica italiana, Mariella Tapella, per promuovere lo sviluppo integrale delle comunità attraverso diversi progetti di autogestione. «Il nostro compito – spiegava – è quello di educare, perché la conoscenza è veicolo di libertà; di coscientizzare, perché avere coscienza significa rompere l’isolamento, superare l’individualismo e iniziare un cammino solidale comunitario; di organizzare la base».

Senza però mai rinunciare all’impegno politico in difesa dei diritti umani, contro quei «progetti di morte» – dalla costruzione di grandi dighe allo sfruttamento dei giacimenti minerari, dalla deforestazione all’uso dei pesticidi – che per Tilo impedivano «di fare della creazione qualcosa di nuovo».

* Fonte: Gianni Beretta, Claudia Fanti, il manifesto

Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani è tornato ieri a condannare il Regno di Spagna, censurando stavolta la condanna inflitta dall’Audiencia Nacional al dirigente della sinistra indipendentista basca Tasio Erkizia nel maggio 2011.

Nel dicembre 2008 Erkizia intervenne in un atto organizzato nel comune di Arrigorriaga (Biscaglia) per celebrare la figura di José Miguel Beñaran «Argala» a trent’anni dalla sua morte; il dirigente marxista dell’Eta, accusato di aver fatto parte del commando che nel 1973 aveva ucciso a Madrid il capo del governo e delfino di Franco, Luis Carrero Blanco, fu assassinato nel 1978 in un attentato realizzato nel Paese Basco francese dal cosiddetto “Batallón Vasco-Español”, uno dei nomi utilizzati dagli squadroni della morte spagnoli attivi contro l’insorgenza basca da metà anni ’70 fino al 1987.

La celebrazione costò a Erkizia una condanna – confermata nel 2016 dal Tribunale Costituzionale – ad un anno di reclusione per «incitamento al terrorismo» e l’interdizione dai pubblici uffici per 7 anni.

Ora però, giudicando che la Spagna ha violato l’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, il Tribunale di Strasburgo ha annullato la sentenza in quanto l’intervento di Erkizia rientrava all’interno del legittimo esercizio della libertà d’espressione. La CEDU ha anzi condannato Madrid a risarcire il dirigente della ezkerra abertzale per un totale di 11.000 euro tra danni e spese processuali.

La sentenza – passata con 4 voti a favore e 3 contrari – segnala che, pur celebrando la figura dello scomparso dirigente dell’Eta, il contenuto delle parole di Erkizia mostra che «non aveva intenzione di incitare alla violenza o alla difesa del terrorismo», «né direttamente né indirettamente»; al contrario, dice la CEDU, l’ex dirigente di Herri Batasuna e parlamentare regionale basco dal 1984 al 1998 difese nel suo intervento «l’uso di strumenti democratici per ottenere gli obiettivi politici della sinistra indipendentista basca».

Del resto di lì a poco – il 20 ottobre 2011 – l’Eta avrebbe dichiarato la fine dell’attività armata per poi annunciare lo scioglimento nel 2018. Il Tribunale europeo conclude giudicando che «l’ingerenza delle autorità pubbliche nel diritto alla libertà d’espressione del ricorrente non può essere considerata «necessaria in una società democratica».

* Fonte: Marco Santopadre, il manifesto

Al processo si è assunto l’intera responsabilità politica per la storia dell’organizzazione clandestina. È stato condannato a 11 ergastoli per concorso a 11 omicidi e altri atti di terrorismo.

Ora Koufontinas rischia di diventare il primo detenuto politico europeo che perde la vita dopo uno sciopero della fame dopo il 1981, quando il militante dell’Ira Bobby Sands morì in carcere mentre a Londra regnava Thatcher. Ora ad Atene regna un convinto thatcheriano, Kyriakos Mitsotakis.

Koufontinas è in sciopero della fame da 50 giorni. Negli ultimi giorni ha deciso di procedere anche allo sciopero della sete. Da 11 giorni è ricoverato al reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Lamia. Secondo il suo medico Thodoris Zdoukos, il suo fisico sta allo stremo, rischia il coma, c’è pericolo che non arrivi a lunedì.

Koufontinas protesta perché la destra al governo lo ha preso di mira. Mitsotakis prima ha affidato la gestione del sistema carcerario al ministero dell’Ordine pubblico e subito dopo ha sancito una legge ad hoc che nega ai condannati per terrorismo una serie di diritti riconosciuti agli altri detenuti: brevi permessi premio e la possibilità di eseguire la pena lavorando nelle carceri agricole. Questo malgrado le autorità abbiano sempre riconosciuto al detenuto un comportamento esemplare.

L’ultimo provvedimento, quello che ha portato Koufontinas all’estrema forma di lotta, è stata la decisione del ministero di polizia di spostarlo da Atene e internarlo in un carcere speciale collocato a Domokos, località montagnosa della Grecia centrale. Carcere non solo difficilmente raggiungibile dalla moglie e dal figlio di Koufontinas ma anche noto per il sovraffollamento e le pessime condizioni di detenzione.

Una decisione del tutto irregolare e illegale, che la responsabile del ministero Sofia Nikolaou ha tentato invano di giustificare ricorrendo alla pandemia, mentre metteva in campo grossolani trucchetti burocratici pur di impedire al detenuto di agire per via legale.

«È evidente che si tratta di un’azione di natura vendicativa», spiega al manifesto l’avvocata Ioanna Kourtovik, difensore di Koufontinas. L’ex terrorista è ritenuto l’uomo che ha schiacciato il grilletto nell’assassinio di Pavlos Bakoyannis nel 1989. Un’azione terroristica difficilmente comprensibile.

La vittima era un coraggioso giornalista schierato contro i colonnelli e poi eletto deputato di Nuova Democrazia. Ma era anche cognato dell’attuale premier, marito della sorella Dora Bakoyannis, ex sindaca di Atene ed ex ministra degli Esteri. Il figlio, Kostas Bakoyannis, è attualmente sindaco di Atene.

«Sicuramente il premier ha in mente un’azione esemplare nel nome della sua dinastia politica – continua Kourtovik – ma dietro vi è anche una strategia da legge e ordine che ha scatenato dinamiche da guerra civile: distruggere il nemico o renderlo inoffensivo, per affermare la potenza dello schieramento conservatore e soffocare qualsiasi voce di protesta».

Questo malgrado alcuni esponenti del governo, l’Ordine degli Avvocati, Amnesty e molti altri abbiano chiesto che i diritti del detenuto siano rispettati.

Al momento il governo sembra orientato a imporre allo scioperante l’alimentazione forzata, una pratica vietata dalle convenzioni internazionali, che i medici dell’ospedale di Lamia hanno già rigettato.

* Fonte: Dimitri Deliolanes, il manifesto

Donostia-San Sebastián. Freddo gelido, una tormenta di neve e migliaia di cittadini per le strade di 238 località. Siamo in Euskal Herria e al di qua e al di là della muga, la frontiera (con la Francia), i riflettori si accendono ancora una volta su diritti dei detenuti, politiche carcerarie, risoluzione del conflitto e convivenza.

GENNAIO È IL MESE della tradizionale manifestazione di Bilbao, in cui decine di migliaia di persone invadono il centro della città, riversandosi per le vie e sfilando in un’impressionante marcha. Lo scorso 9 gennaio però, almeno in parte, si respirava un’aria diversa, non solo per il fatto che la manifestazione ha dovuto frammentarsi per ragioni di sicurezza dovute alla pandemia, ma perché la questione penitenziaria che interessa i prigionieri politici baschi sta subendo un’evoluzione.

L’avvicinamento dei prigionieri a carceri limitrofe, vicine o situate nei Paesi Baschi, in Navarra e nelle provincie dell’Iparralde, (letteralmente “territorio nord”, i Paesi Baschi francesi), è da sempre un tema controverso. Negli ultimi tre anni il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha promesso una «nuova direzione». Secondo l’agenzia Europa Press, la Segreteria generale delle Istituzioni penitenziarie, che dipende dal ministero dell’Interno, ha autorizzato 144 trasferimenti di detenuti politici baschi, l’80% dei quali nel solo 2020.

Le detenute e i detenuti sono ad oggi 218, stando ai dati di Sare, la ong che si autodefinisce «rete di cittadini che lavora in difesa dei diritti umani dei prigionieri, dei deportati e degli esiliati». 163 si trovano in carceri spagnole, 30 in centri di detenzione francesi e 25, il 13% del totale, stanno compiendo la condanna in Euskal Herria. Sare è l’ente che organizza la manifestazione da quasi un decennio, per rivendicare «la fine della violazione dei diritti dei prigionieri di Eta e il loro avvicinamento» e allo stesso tempo per favorire «la convivenza e la pace».

Joseba Azkarraga e Begoña Atxa, portavoci della rete, stimano che « quest’anno si sono riuniti circa 52 mila cittadini» e sottolineano l’appartenenza a «ideologie diverse», dato che dalla sua nascita Sare ha avuto un appoggio sempre più ampio.

LA CERIMONIA UFFICIALE, tenutasi a Bilbao, ha visto la partecipazione di rappresentanti del Partito nazionalista basco (Pnv), EH Bildu (il partito della sinistra indipendentista guidato da Arnaldo Otegi), Elkarrekin Podemos e Podemos Navarra (le declinazioni basche di Podemos), Geroa Bai (partito navarro di coalizione) e tutti i sindacati.

La politica di dispersione prevede che i detenuti baschi siano assegnati a carceri situate a centinaia di chilometri di distanza dal loro domicilio, provocando, denuncia Etxerat, l’associazione dei familiari dei prigionieri, vittime sia sul fronte dei detenuti che su quello dei loro genitori, figli, coppie, fratelli, amici, compagni di studio e di lavoro. Etxerat, che vuol dire «a casa», conta 348 incidenti automobilistici, 944 persone coinvolte e 16 morti. Seguendo i dati aggiornati di Etxerat e del quotidiano basco Gara, la politica di riavvicinamento ha fatto sì che 13 carceri francesi e 5 spagnole si siano svuotate dei detenuti politici baschi; due carceri, quelle di Logroño e di Puerto Santa María, ai poli opposti della penisola, ospitano 13 persone, il più alto numero di detenuti di questa tipologia concentrati in uno stesso penitenziario; in Euskal Herria, si trovano attualmente detenute oltre una ventina di persone, contro le 2 del 2018.

Un 29% dei prigionieri si trova in carceri situate a una distanza compresa tra i 600 e i 1100 chilometri dal paese d’origine e un 20% in altre distanti tra i 400 e i 600 chilometri.

Il cambio della politica penitenziaria del governo Sánchez sui detenuti baschi infuoca il dibattito, l’opinione pubblica e la destra spagnola all’opposizione. Popolari, Ciudadanos e Vox accusano il ministro degli Interni Fernando Grande-Marlaska di aver «perso la dignità» nelle negoziazioni per poter approvare la manovra di bilancio del 2021. Accusano il governo di aver barattato presos por presupuestos, «prigionieri per il bilancio», adducendo il fatto che EH Bildu abbia approvato i conti pubblici dello Stato.

È IN EFFETTI LA PRIMA VOLTA nella storia che EH Bildu sostiene una finanziaria del governo spagnolo, dopo aver chiesto l’appoggio ai propri militanti in un’assemblea straordinaria. Fonti del partito sostengono che l’ampio consenso sia dovuto alla volontà di «essere agenti attivi e di cercare alleanze che abbiano come obiettivo quello di ampliare i diritti delle persone e mettere un freno alle destre e alle loro politiche retrograde». Ma il dubbio che ci sia stato un accordo sotterraneo per favorire l’avvicinamento dei detenuti resta.

* Fonte: Angela Maria Salis, il manifesto

In un originale radiofonico in tre puntate di Guido Piccoli, trasmesso sui canali della Radiotelevisione svizzera (RSI), la storia di Monika Ertl, “Imilla”, la comandante guerrigliera che ha vendicato Ernesto Che Guevara uccidendo il suo torturatore Roberto Quintanilla, già a capo dei servizi segreti boliviani, che aveva fatto tagliare le mani al Che e si era fatto fotografare tronfio accanto al suo cadavere. Divenuto diplomatico e destinato all’ambasciata boliviana ad Amburgo, in Germania, nell’aprile 1971 Imilla presenta il conto a Quintanilla e lo uccide con tre colpi di una colt 38 special, acquistata in Italia da Giangiacomo Feltrinelli.

Tornata alla guerriglia in Bolivia, è morta combattendo nel maggio 1973.

 

Prima puntata: https://www.rsi.ch/play/radio/domenica-in-scena/audio/imilla-la-vendetta-del-comandante-1-3?id=13669996

Seconda puntata: https://www.rsi.ch/play/radio/domenica-in-scena/audio/imilla-la-vendetta-del-comandante-2-3?id=13670020

Terza e ultima puntata: https://www.rsi.ch/play/radio/domenica-in-scena/audio/imilla-la-vendetta-del-comandante-3-3?id=13670047

 

«Nos están matando», ci stanno ammazzando, è il grido che risuona in tutta la Colombia, scritto sui muri, ripetuto durante le manifestazioni e rilanciato dalle reti sociali.

È il grido dei dirigenti sociali, dei leader indigeni, dei militanti di sinistra, degli studenti, degli ex combattenti, di fronte a una lista di omicidi selettivi e ora anche di stragi che sembra non avere mai fine. «Questo non è un paese, ma una fossa comune con inno nazionale», si leggeva in uno striscione di una delle tante manifestazioni di quest’anno.

Della speranza che avevano suscitato nel paese, nel 2016, gli accordi di pace tra il governo e le Farc non c’è più traccia: «Stanno facendo a pezzi gli accordi», denuncia la senatrice Aida Avella, presidente dell’Unión Patriótica, e con essi «i difensori dei diritti umani, quanti lottano per la terra, le persone inserite nei programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite».

Sembrerebbe, continua, che abbiano disarmato i guerriglieri per poterli uccidere più facilmente. E anche l’Onu alza la voce, evidenziando come «la violenza incessante contro gli ex combattenti continui a ostacolare il consolidamento della pace».

Né pare sia servito a qualcosa l’incontro che i rappresentanti del partito Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común) – al termine della carovana di circa 2mila ex combattenti partita il 21 ottobre da varie parti del paese in direzione di Bogotá – hanno sostenuto il 6 novembre con il presidente Duque, una volta tanto presente di persona, per affrontare temi relativi al rilancio del processo di pace.

A partire da quello, cruciale, del reinserimento degli ex guerriglieri nella vita sociale ed economica, per il quale finora poco o nulla si è fatto: «I progetti produttivi sono fermi – spiega un partecipante della carovana, José Mosquera – Ma poiché abbiamo preso la decisione di deporre le armi stiamo resistendo e sopportando».

Un’ennesima forma di pressione sul governo, quella della carovana della Farc «per la vita e la pace», immediatamente seguita alla minga promossa dal Centro regionale indigeno del Cauca e allo sciopero nazionale organizzato proprio il 21 ottobre dal Comité nacional del paro, costituito da sindacati e organizzazioni che hanno guidato le proteste iniziate nel novembre dello scorso anno.

Tuttavia, già il 14 novembre, il partito Farc ha dovuto denunciare l’assassinio di un altro ex guerrigliero, Heiner Cuesta Mena, nel dipartimento di Chocó, e il lunedì successivo quello di altri due, Jorge Riaños Ramos nel Caquetá e Enod López nel Putumayo, con i quali salgono a 241 gli ex combattenti uccisi dalla firma degli Accordi di pace.

Un numero che va ad aggiungersi ad altri ugualmente agghiaccianti: più di 250, secondo l’Instituto para el Desarrollo y la Paz (Indepaz), i leader sociali assassinati nel 2020, mentre le stragi sono arrivate addirittura a 70.

E non è lecito farsi troppe illusioni sulle prospettive che si aprono con la sconfitta di Trump, convinto sostenitore di Duque e del suo mentore Álvaro Uribe, il più acerrimo nemico della pace, descritto da The Donald come «alleato del nostro paese nella lotta contro il castro-chavismo».

Se è probabile che l’uribismo risentirà della perdita di appoggio da parte di Trump, lo è molto meno che Biden decida di sostenere un candidato progressista come Gustavo Petro.

Piuttosto, la sua scelta potrebbe cadere su un esponente di destra vicino all’ex presidente Juan Manuel Santos, magari più aperto di Duque al processo di pace, ma sicuramente poco incline a una trasformazione del paese come quella che chiede buona parte del popolo colombiano

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

In Fare fuoco (Sem, pp. 250, euro 16), Daniele Garbuglia toglie volontariamente all’epica brigatista tutto l’armamentario ideologico, la retorica del linguaggio dottrinario dello scontro frontale, lasciando, con un’asciuttezza di scene e capitoli brevi e serrati, il nudo spazio esistenziale dei personaggi e i loro movimenti tra una provincia di formazione e la metropoli dove colpire al cuore. Quasi come se le azioni atemporali avessero perso il loro contesto, e tutta la mitologia anche dei luoghi simbolo, mai interamente nominati o connotati, che ormai sono un pezzo lacerato della nostra storia.

È UN’OPERAZIONE letteraria, soprattutto di sguardo e di punti di vista, coraggiosa nel trattare una materia ancora incandescente, nel passare dalla prima al tu della seconda persona, e nel fare economia di mezzi nei dialoghi dando maggiormente spazio alle descrizioni degli interni cupi e al pericolo degli spazi aperti.

Questo per creare un clima di isolamento e concentrare l’attenzione solo sulle singole azioni dei personaggi, un po’ come avviene nel film La prima linea di Renato De Maria, tratto dal libro Miccia corta di Sergio Segio, e rivelare il mondo chiuso, soprattutto mentale, di chi ha fatto la scelta della lotta armata, e vive da clandestino fuori dal mondo e dalle sue relazioni.

Quindi più che l’interesse storico, il motivo politico di imbracciare le armi, che ha riguardato in Italia migliaia di militanti politici – una pagina di storia nazionale ancora tutta da raccontare, narrata solo dai vincitori e anche un tabù – Garbuglia racconta senza mai spiegare, s’affida ai fatti, alle cose, e si concentra sulla vita quotidiana del gruppo di fuoco, composto da un giovane della provincia italiana, marchigiana, nome di battaglia Orlando come il nonno contadino, e dai suoi compagni Rosso e Anita, tratteggiati a volte con ingenuità, in tutta la sua oggettività e banalità del male, come se l’unico imperativo vitale fosse la «pura azione».

SPOGLIATI DI OGNI EROISMO, o comunque enfasi e partecipazione emotiva, soprattutto nei dispositivi azzerati della fiction, raccontati nell’oggettività attraverso una lingua prestabilitamente ridotta all’essenziale della sua funzionalità, i personaggi incolori di Garbuglia, umani e troppo umani, fanno il bucato, preparano la moka, mentre al ciclostile riproducono i comunicati di rivendicazione degli attentati, tra cui quello che apre il romanzo a un giornalista della stampa borghese, e con lucida disciplina studiano cartine per organizzare nuovi agguati. Le loro sono solo relazioni funzionali, non entrano mai in empatia, condividono da estranei, stanze e servizi, come armi e automobili per le azioni di fuoco.

DAI POCHI RIFERIMENTI storici appena accennati nel libro, come la condanna a morte di Roberto Peci, l’omicidio di Guido Rossa («come potevano i paladini della rivoluzione operaia colpire proprio un operaio»?), il punto più basso della storia brigatista, siamo all’inizio degli anni ’80 e in quelli del declino e degli arresti dei capi storici come Mario Moretti.

Dopo una telefonata fatta alla madre da una cabina telefonica, Orlando ha i primi cedimenti, è come se improvvisamente prendesse coscienza di aver sparato a un uomo invece che a un obiettivo, adesso «le cose erano le cose, non contavano più le idee», pensa smarrito. L’ultima azione non va come dovrebbe, finisce male, allora entra in un vortice di paura, «possibile che le sue idee lo avessero portato dove non sarebbe mai voluto arrivare?». Ma è troppo tardi, non può tornare indietro, come Dario, il suo compagno arrestato che alla fine si arrende alle torture, e da vittima finisce per essere considerato un traditore.

La seconda parte del libro accelera, il ritmo è quello di un romanzo di azione che culmina in un finale doloroso, come è avvenuto molte volte in quelle guerre lontane. Garbuglia in questo romanzo dal conio inconfondibile usa lo stile severo e algido di una condotta rigorosa, per compiere un’operazione di disvelamento, gli serve per mettere a nudo implacabilmente le giovani vite disperate dei suoi personaggi, drammaticamente sospese tra la ribellione rivoluzionaria per un mondo nuovo e liberato, e la cieca scorciatoia delle armi.

* Fonte: Angelo Ferracuti, il manifesto

Liliany Obando ha 48 anni ed è una delle ex guerrigliere delle FARC-EP che partecipa al processo di reinserimento alla vita civile.

Liliana ha iniziato la sua militanza di sinistra a 19 anni. Si è unita alle FARC occupandosi di questioni internazionali. è stata 4 anni in carcere senza processo. Fa parte del gruppo di 100 ex guerrigliere che dall’ETCR (Spazio territoriale per la formazione e il reinserimento) di Icononzo,  che lavora sulla memoria storica e documenta le esperienze e la situazione delle donne nella guerriglia e il loro processo di reinserimento nella società dopo la firma dell’accordo di pace tra farc-ep e governo colombiano il 24 novembre 2016.

Cominciamo da una fotografia del sistema carcerario in Colombia.

Si tratta di un sistema che viola totalmente i diritti delle persone private di libertà, un sistema non garantista. Le carceri colombiane sono luoghi indegni e disumani. Basta del resto guardare gli edifici che le ospitano per rendersene conto: interi reparti che crollano, costituendo un rischio per la popolazione privata di libertà, oltre a cattive condizioni di salute, presenza di roditori, presenza di insetti nel cibo e condizioni deplorevoli nelle celle. Il sovraffollamento nelle carceri colombiane è storico, e supera il 53% e in alcune carceri il 200%.

A questo va aggiunta la mancanza di garanzia di accesso al servizio di acqua potabile durante la maggior parte della giornata in vari centri di detenzione. Altri centri penitenziari sono considerati luoghi di punizione in cui vengono inviati detenuti ritenuti insubordinati o che rivendicano diritti. In questi luoghi hanno inviato vari prigionieri politici come una sorta di punizione aggiuntiva per aver rivendicato i diritti umani dall’interno. La popolazione carceraria in questo momento in Colombia supera le 184.000 persone e circa il 3-4% di questa popolazione è rappresentata da donne.

La situazione delle donne detenute è molto grave ed è la più vulnerabile. La maggior parte delle donne si trova detenuta per reati legati alla povertà, alla situazione di fame in molti casi, che spinge molte donne ad infrangere la legge per mantenere se stesse, i loro figli, le loro famiglie. L’irresponsabilità di uno stato che non garantisce praticamente nulla alle donne e le lascia senza protezione, fa sì che molte madri finiscano dietro le sbarre, con conseguente abbandono forzato dei loro figli. La privazione della libertà delle madri colpisce seriamente i bambini.

Ci sono donne in prigione che sono rimaste incinte o che sono entrate incinte, ci sono madri che allattano, altre che tengono i bambini con loro fino ai 3 anni. La separazione è crudele. Né le madri né i minori che soffrono questa brusca separazione ricevono assistenza psicologica. Non vi è alcuna reale possibilità nelle carceri poiché l’offerta di lavoro offerta è praticamente nulla, l’offerta di studio è molto scarsa e i prigionieri politici non sono autorizzati a partecipare a questi corsi di formazione, poiché sono considerati prigionieri altamente pericolosi.

Nelle carceri colombiane ci sono ancora oltre 300 prigionieri politici delle FARC-EP, oltre a prigionieri dell’ELN e prigionieri dell’EPL. Delle 184.000 persone private di libertà che si trovano in tutte le carceri in Colombia, sotto la protezione o la custodia della prigione e dell’istituto penitenziario IPE ci sono circa 124.000 persone, e di queste, circa il 41%, sono ancora in attesa di giudizio. Di conseguenza ci sono migliaia di persone che trascorrono anni in prigione in attesa che termini il loro processo e questo evidentemente rappresenta un attacco ai diritti umani, perché è un prolungamento arbitrario della detenzione preventiva.

A tutti questi problemi dobbiamo  anche aggiungere quello del cibo: non solo la dieta alimentare è pessima, ma le razioni sono anche scarse. Uno dei problemi più delicati nelle carceri colombiane è il problema della salute, perché la prestazione del servizio è inefficiente. Le persone muoiono prima di essere assistite. Le visite specialistiche sono una chimera e chi riesce ad ottenere un appuntamento è considerato estremamente fortunato, anche se spesso l’appuntamento salta perché i detenuti non vengono portati agli ospedali in tempo (evidentemente questo accade spesso deliberatamente).

Le medicine sono piuttosto limitate, al momento ci sono più di 200.000 persone prive di libertà con malattie gravi. Ci sono poi detenuti che soffrono di disturbi mentali che invece che in prigione, dovrebbero essere in un ospedale specializzato.

Quando succede qualcosa, come la protesta pacifica avvenuta di recente organizzata dal movimento carcerario nazionale per chiedere misure rigide per la prevenzione del coronavirus, la risposta delle autorità carcerarie e la violenza.

Qual è la situazione dei detenuti e detenute delle vecchie FARC-EP? Nonostante l’amnistia, lo dicevi poc’anzi, rimangono in carcere oltre 300 detenuti delle FARC.

Come è noto, in Colombia c’è stato un lungo processo di pace che si è concluso con la firma all’Avana, il 24 novembre 2016, dell’Accordo Finale di Pace tra le FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane – Esercito del Popolo) e il governo, allora guidato dal presidente Juan Manuel Santos.

Al momento della firma dell’accordo, c’erano nelle carceri colombiane circa 3000 uomini e donne delle FARC. La Legge di Amnistia 1820 che è parte dell’Accordo di Pace, entra in vigore nel 2017. La legge concede l’amnistia non solo ai guerriglieri delle FARC ma anche a coloro che hanno avuto un rapporto diretto di collaborazione con la guerriglia.  Tuttavia, a tre anni dall’entrata in vigore di questa legge, ci sono 326 prigionieri politici legati alle FARC.

Le FARC hanno stilato un elenco di guerriglieri detenuti e di militanti relazionati con la guerriglia. Ma il governo rifiuta di riconoscere alcuni di questi prigionieri. Altri si trovano in un limbo, a causa della mancanza di testimoni che potrebbero e dovrebbero accreditare detti prigionieri come vincolati alle FARC. Per il momento questi ultimi sono ‘sotto osservazione’ poiché non sono stati accreditati dall’ufficio dell’Alto Commissariato per La Pace, e di conseguenza rimangono dietro le sbarre.

In questo scenario già oscuro si innesta la crisi del coronavirus.

Ora con la crisi di coronavirus, è chiaro che i detenuti sono tra i gruppi di popolazione più a rischio.

Ecco perché il 21 marzo scorso la popolazione carceraria di più di 14 istituti penitenziari, coordinata dal Movimento Nazionale delle Carceri (che è la forma organizzativa che i prigionieri comuni e politici si sono dati per rivendicare i loro diritti)hanno inscenato una protesta per denunciare le condizioni disastrose. Nel carcere Modelo di Bogotà la protesta è stata brutalmente repressa nel sangue. Le forze armate sono state autrici di un verso massacro, uccidendo 23 detenuti.

Non è la prima volta che si verifica un massacro nel carcere Modelo di Bogotà: 22 anni fa, infatti, c’è stata una strage e i sopravvissuti raccontano storie orribili.

Quello che i prigionieri chiedevano a marzo era fondamentalmente misure di prevenzione per poter affrontare la pandemia del coronavirus per lo meno con qualche strumento igienico adeguato. Stiamo parlando di guanti, maschere, vitamina C, acqua potabile permanente, perché se il virus fosse entrato in carcere ci sarebbe stata una strage. Questo è quello che chiedevano i prigionieri e invece che una risposta umanitaria, il ministero della giustizia ha risposto con una violenza inaudita. Dopo la strage del carcere Modelo a Bogotà, le forze di sicurezza dello Stato hanno adottato misure ancor più repressive nei confronti dei prigionieri, cercando di avere dalla loro l’opinione pubblica con la pubblicazione di notizie false come quella secondo la quale la rivolta sarebbe in realtà stata un tentativo di fuga.

I responsabili del massacro de La Modelo di Bogotà dovrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla giustizia.

Come è prassi, le autorità carcerarie hanno trasferito quelli che identificano come leader delle rivolte in altri istituti.

In questo caso, sono stati trasferiti 4 firmatari dell’Accordo Finale di Pace dell’Avana che erano in prigione, 3 dei quali nel patio 4 di Picota, che è uno dei cortili dove, per un accordo tra governo e le FARC i detenuti FARC che attendono il trasferimento alla JEP (Giurisdizione Speciale di Pace) come previsto dalla legge sull’amnistia 1820.

Oltre ai tre della Picota è stato trasferito anche un detenuto nel carcere di Eron, che è uno di quei nuovi edifici, queste mega carceri che il governo colombiano ha costruito copiando quelle nordamericane. Non abbiamo saputo per giorni dove avessero trasferito questi 4 compagni nonostante il fatto che il partito FARC abbia chiesto ripetutamente a tutte le istanze del caso di dire dove fossero stati condotti.

Dopo vari giorni abbiamo scoperto che erano stati trasferiti nel penitenziario di Cohiba, che si trova a Ibaguè. Erano detenuti in condizioni disumane, in torri del carcere abbandonate da tempo, senza luce, senza acqua nei bagni, senza acqua potabile.  Per diversi giorni sono rimasti senza lavarsi, completamente al buio. C’è da dire che abbiamo scoperto dove si trovavano grazie ai nostri detenuti che ci hanno inviato informazioni raccolte da loro.

Come molti punti dell’Accordo di Pace dell’Avana,  anche quello relativo alla liberazione dei prigionieri langue. La legge di amnistia per esempio stabilisce che una volta richiesta l’amnistia, la risposta deve essere data al massimo dopo 10 giorni, ma ci sono casi in cui i detenuti stanno aspettando da 6 mesi ad un anno prima di avere una risposta. Davvero è del tutto incomprensibile che dopo 4 anni dalla  firma dell’accordo all’Avana, ci siano ancora detenuti della FARC in carcere.

Purtroppo come si temeva e si denunciava da settimane, il peggio è avvenuto e ci sono stati i primi casi di coronavirus in alcune carceri del paese e anche i primi morti.

L’Istituto Nazionale Penitenziario e Carcerario (INPEC) ha infatti annunciato il 10 aprile scorso di aver avviato il protocollo d’emergenza nella prigione di Villavicencio.

La decisione è stata presa dopo la morte di un prigioniero di 63 anni per coronavirus. L’uomo era stato rilasciato il primo aprile e il 7 è morto nell’ospedale di Villavicencio.

I detenuti non sono stati ascoltati quando chiedevano le condizioni minime di sicurezza per cercare di prevenire il contagio in carcere.

I video che sono circolati, fatti uscire dagli stessi prigionieri di Villavicencio, sono strazianti e rivelano in tutta la sua drammaticità la situazione delle carceri del paese, sovraffollate, sporche, dove non c’è nemmeno acqua spesso.

Come dicevo sono state 14 le prigioni in cui ci sono state proteste, tra cui quella che è stata definita come la Guantanamo colombiana, ossia il carcere di Tramacua. Un’altra è la prigione Modelo di Bogotà e poi il carcere di Cucuta, La Picota, Medellín…

In tutto il paese ci sono state proteste pacifiche, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Oggi la situazione è di calma tesa, ma potrebbe esplodere nuovamente da un momento all’altro. Ancora una volta però ci troviamo di fronte alla non volontà politica da parte dello Stato.

Il partito FARC ha proposto che quei prigionieri che si trovano nelle carceri e che rientrano nella legge di amnistia vengano rilasciati ma ciò non è accaduto.

Post Scriptum 

Dopo le proteste, il 15 aprile scorso finalmente il presidente colombiano Iván Duque ha deciso di scarcerare circa 4.000 persone private della libertà mandandole agli arresti domiciliari per contenere la pandemia.

Il decreto 546 rientra nel quadro di misure prevista dallo stato di emergenza dichiarato dall’esecutivo. Il presidente ha detto: “Questo decreto ha un grande valore umanitario in quanto permette alle  persone che potrebbero essere esposte, a causa della loro maggiore vulnerabilità, al virus, potranno lasciare le carceri per continuare a scontare la loro pena a casa.”

La misura riguarda, con alcune eccezioni, le persone di età superiore ai 60 anni (eccetto quelli accusati di stupro, violenza contro le donne), le persone con pene fino a 5 anni, le donne in gravidanza o i bambini di età inferiore ai tre anni e i detenuti malati di tumore o con malattie gravi.

Oltre ai detenuti accusati violenza di genere, anche quelli accusati di traffico di droga, sfollamento forzato e sequestro non potranno godere dei benefici del decreto. Così come gli ex guerriglieri e i paramilitari.

I detenuti a cui è stato diagnosticato il Covid-19 saranno trasferiti in luoghi più idonei alla cura, anche se “non saranno concessi gli arresti temporanei o gli arresti domiciliari fino a quando le autorità mediche e sanitarie non lo autorizzeranno”.

Gli arresti domiciliari rimarranno in vigore, in principio, per sei mesi.

 

* Intervista curata da Orsola Casagrande pubblicata nel nuovo numero del magazine internazionale Global Rights. Il magazine è scaricabile gratuitamente in .pdf dal sito Global Rights

 

Che la dissidenza delle Farc avesse deciso di riprendere la lotta armata era già noto da tempo, ma ora è arrivata anche la conferma ufficiale: «Annunciamo al mondo che è iniziata una nuova Marquetalia (il luogo di nascita delle Farc, ndr) nell’ottica del diritto universale che garantisce a tutti i popoli del mondo di sollevarsi in armi contro l’oppressione», ha dichiarato in un video diffuso ieri l’ex numero due dell’organizzazione guerrigliera Iván Márquez, il quale aveva fatto perdere le sue tracce da più di un anno, rientrando in clandestinità.

Accanto a lui, un’altra ventina di leader armati, tra cui si distinguono Hernán Darío Velásquez, “El paisa” e Jesús Santrich, il leader non vedente che era stato arrestato nell’aprile del 2018 con l’accusa di aver partecipato a un traffico di cocaina (ritenuta dai più una montatura), rimesso in libertà il 30 maggio scorso dopo un lungo braccio di ferro istituzionale e, dopo aver persino occupato il suo seggio al Congresso ribadendo il proprio impegno per la pace, scomparso nel nulla il 30 giugno.

«NON SIAMO MAI STATI VINTI o sconfitti ideologicamente. Per questo la lotta continua. La storia scriverà nelle sue pagine che siamo stati obbligati a riprendere le armi», ha aggiunto Márquez, che è stato, paradossalmente, il principale negoziatore degli accordi di pace tra governo e guerriglia firmati nel 2016 a Cuba.

Di sicuro, con l’annuncio di ieri, diffuso dalla zona del fiume Inírida, nella regione amazzonica, una nuova scure si abbatte sul già minacciatissimo processo di pace, riducendo sempre più al lumicino la speranza, a cui tanti si erano aggrappati, che con la firma dell’accordo tutto potesse prendere una direzione nuova nella storia della Colombia.

Tre anni dopo, di quella speranza non rimane quasi più traccia, soffocata dalla mancata applicazione dell’accordo e dal massacro sistematico di leader sociali e membri dell’ex guerriglia. Finché persino l’unica conquista che sembrava certa – quella della fine delle ostilità – non è stata di nuovo, e ora definitivamente, messa in discussione.

LE AVVISAGLIE, del resto, non erano mancate, a cominciare dalla ripetuta autocritica di Iván Márquez rispetto al «grave errore» di «aver consegnato le armi a uno stato traditore confidando nella sua buona fede». Dichiarazioni che avevano evidenziato un’insanabile spaccatura all’interno del nuovo partito Farc (Fuerza alternativa revolucionaria del común), il cui leader, Rodrigo Londoño (Timochenko), aveva risposto a muso duro, accusando Márquez di compromettere «l’autorità morale» del partito e rinfacciandogli di aver rinunciato al suo seggio in parlamento nel momento in cui ce n’era più necessità: «Non possiamo rischiare di perdere quanto ottenuto fino a oggi, per quanto complesso sia il compito che ci sta di fronte».

E, ora, a spaccatura ormai consumata, a Londoño non resta che ricordare come «le grandi maggioranze» continuino a impegnarsi a favore dell’accordo «malgrado ostacoli e difficoltà», perché, ha detto, «siamo convinti che il cammino di pace sia quello giusto».

HA COMMENTATO L’ANNUNCIO di ieri anche il guerrafondaio per eccellenza, l’ex presidente Álvaro Uribe, il cui partito, il Centro democratico del presidente Duque, si era riproposto in campagna elettorale di «fare a pezzi» l’accordo, per poi “limitarsi” a disattenderlo totalmente nella pratica: «Il paese deve essere cosciente che un processo di pace non c’è stato: si è avuto solo un indulto per alcuni responsabili di delitti atroci a un alto costo istituzionale», ha scritto su Twitter l’ex presidente, da sempre convinto che la pace dovesse nascere dall’annientamento militare delle Farc.

Ed è la sua linea, in fondo, ad apparire vincente. Con l’unica differenza che la ex guerriglia, sopravvissuta a più di 50 anni di conflitto armato, l’annientamento lo sta rischiando in quelli che dovrebbero essere tempi di pace: dalla firma dell’accordo tra le Farc e il governo, sono circa 130 gli ex combattenti assassinati.

Né va meglio ai leader sociali e ai difensori dei diritti umani: oltre 700 quelli caduti dal 2016, tra cui circa 160 dirigenti indigeni, più di 90 dei quali uccisi a partire dall’avvento al potere di Iván Duque.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

Con la firma nel 2016 dell’accordo di pace tra il governo e le Farc, tutto sarebbe potuto cambiare nella storia della Colombia. Benché fossero risultate subito chiare le contraddizioni legate al processo, la speranza di una pace non funzionale agli interessi dei dominatori di sempre era comunque molto profonda.

Tre anni dopo quella speranza è ridotta al lumicino, soffocata dalla mancata applicazione dell’accordo e dal massacro sistematico di leader sociali e membri dell’ex guerriglia (il 9 luglio ne sono stati uccisi altri due). Persino l’unica conquista che sembrava certa – la fine delle ostilità – appare di nuovo messa in discussione, di fronte alla decisione disperata di tanti ex combattenti traditi dal governo di ritornare in clandestinità.

Che sia stata proprio questa la scelta di Jesús Santrich – arrestato ad aprile 2018 con l’accusa di aver partecipato a un’operazione di traffico di cocaina e rimesso in libertà il 30 maggio scorso – se lo stanno chiedendo tutti in Colombia. Il leader delle Farc, che l’11 giugno aveva occupato il suo seggio al Congresso riaffermando il suo impegno per la pace, ha fatto perdere le sue tracce il 30 giugno, non presentandosi neppure all’udienza del 9 luglio alla Corte suprema (da cui era stato convocato per rispondere dell’accusa di narcotraffico).

Di tutto ciò abbiamo parlato con il gesuita Javier Giraldo, del Centro de Investigación y Educación Popular, impegnato da più di 30 anni nella difesa dei diritti umani nel paese.

Come sta reagendo il governo di Iván Duque allo sterminio in atto contro leader sociali ed ex combattenti?

Non adotta alcuna misura e non mostra alcun interesse. Dalla firma dell’accordo di pace nel 2016, sono stati assassinati secondo i nostri calcoli circa 550 leader sociali e 150 ex combattenti delle Farc. E malgrado le proteste delle organizzazioni popolari, gli omicidi proseguono incessantemente. Ogni settimana si registrano nuovi casi.

Il gesuita Javier Giraldo

Non è vero che il paramilitarismo è stato smantellato.

Nella prima tappa del conflitto che prende il via in Colombia negli anni ’60, erano direttamente i militari, con il viso scoperto, alla luce del giorno senza timore di punizioni, ad applicare ogni forma di repressione, tortura e assassinio. Era questa la politica ufficiale dello Stato. È negli anni ’80, quando le denunce della comunità internazionale cominciano a farsi sentire, che entrano in scena i paramilitari, dalle Águilas Negras al Clan del Golfo, presentandosi con un’identità collettiva al di fuori dello Stato. E agiscono indisturbati fino all’inizio del nuovo millennio, quando il governo avvia una campagna diretta a cancellare lo stesso termine «paramilitari», nel tentativo di convincere la società che tali gruppi non siano in alcun modo legati ai militari, né allo Stato, né alle imprese, ma che si tratti solo di delinquenza comune, di bande criminali.

La situazione non è migliorata con la firma dell’accordo di pace.

Dalla firma dell’accordo nel 2016, gli autori degli assassinii si muovono in un anonimato totale: si nascondono dietro un cappuccio, arrivano in motocicletta senza targa, sparano e si allontanano e non scrivono neppure un documento di rivendicazione. Nessuno li può vedere, nessuno li può identificare e nessuno sa perché hanno ucciso. Solo quando iniziano le indagini si scopre che le vittime svolgevano tutte un’attività contraria agli interessi del governo, denunciando la condotta di una multinazionale o di un’impresa mineraria, rivendicando la terra che era stata loro tolta o organizzando la gente.

Si sta ripetendo in altra forma quello che è stato il genocidio politico contro l’Unione patriottica negli anni ’80?

Prima la persecuzione era diretta contro la sinistra politica, come l’Unione patriottica, o contro i sindacati. Oggi è più ampia. La maggior parte delle vittime appartiene all’Acción comunal, un modello di organizzazione di base attivo soprattutto nelle aree rurali, nei piccoli villaggi.

Che ne sarà dell’accordo di pace, soprattutto di fronte al sistematico assassinio di ex combattenti?

In campagna elettorale, il partito di Duque, il Centro democratico, aveva annunciato che avrebbe «fatto a pezzi» l’accordo. Una volta eletto, il presidente ha un po’ moderato i toni, assicurando che sarebbero stati cambiati solo alcuni punti. In realtà, il boicottaggio nei confronti del processo di pace è più di tipo passivo, nel senso che non si sta applicando quanto era stato accordato. Nessuna delle riforme sociali previste, per esempio, è stata portata avanti. Questo ha fatto sì che molti ex combattenti, delusi, abbandonati a se stessi ed esposti al pericolo di perdere la vita, abbiano ripreso la via delle armi, formando quella che viene chiamata la dissidenza delle Farc. E anche alcuni leader dell’ex guerriglia, compreso il negoziatore principale degli accordi, Iván Márquez, sono tornati in clandestinità.

Qual è la sua valutazione del caso Santrich? E come va interpretata la sua scomparsa?

Sono convinto che sia una montatura: le accuse nei suoi confronti, provenienti dalla Dea, non hanno alcun fondamento. Riguardo alla sua scomparsa, la versione di quanti gli erano più vicini è che, mentre si trovava in uno spazio di reinserimento degli ex combattenti nel dipartimento di Cesar, alla frontiera con il Venezuela, l’intelligence bolivariana lo avebbe avvertito di un tentativo di ucciderlo e gli avrebbe consigliato di nascondersi. Alcuni dicono che si trovi già in Venezuela.

C’è speranza per la Colombia?

Credo ci siano piccole finestre di speranza, a partire da quella legata alla crescita dei movimenti di base, dalle organizzazioni indigene a quelle contadine. Per quanto la protesta sia stata sempre molto repressa in Colombia e continui a esserlo, ultimamente il paese ha assistito a una grande quantità di scioperi e manifestazioni. E il prossimo 26 luglio è prevista una marcia nazionale in difesa della pace e contro l’assassinio dei leader sociali.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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