Lotte armate

Al processo si è assunto l’intera responsabilità politica per la storia dell’organizzazione clandestina. È stato condannato a 11 ergastoli per concorso a 11 omicidi e altri atti di terrorismo.

Ora Koufontinas rischia di diventare il primo detenuto politico europeo che perde la vita dopo uno sciopero della fame dopo il 1981, quando il militante dell’Ira Bobby Sands morì in carcere mentre a Londra regnava Thatcher. Ora ad Atene regna un convinto thatcheriano, Kyriakos Mitsotakis.

Koufontinas è in sciopero della fame da 50 giorni. Negli ultimi giorni ha deciso di procedere anche allo sciopero della sete. Da 11 giorni è ricoverato al reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Lamia. Secondo il suo medico Thodoris Zdoukos, il suo fisico sta allo stremo, rischia il coma, c’è pericolo che non arrivi a lunedì.

Koufontinas protesta perché la destra al governo lo ha preso di mira. Mitsotakis prima ha affidato la gestione del sistema carcerario al ministero dell’Ordine pubblico e subito dopo ha sancito una legge ad hoc che nega ai condannati per terrorismo una serie di diritti riconosciuti agli altri detenuti: brevi permessi premio e la possibilità di eseguire la pena lavorando nelle carceri agricole. Questo malgrado le autorità abbiano sempre riconosciuto al detenuto un comportamento esemplare.

L’ultimo provvedimento, quello che ha portato Koufontinas all’estrema forma di lotta, è stata la decisione del ministero di polizia di spostarlo da Atene e internarlo in un carcere speciale collocato a Domokos, località montagnosa della Grecia centrale. Carcere non solo difficilmente raggiungibile dalla moglie e dal figlio di Koufontinas ma anche noto per il sovraffollamento e le pessime condizioni di detenzione.

Una decisione del tutto irregolare e illegale, che la responsabile del ministero Sofia Nikolaou ha tentato invano di giustificare ricorrendo alla pandemia, mentre metteva in campo grossolani trucchetti burocratici pur di impedire al detenuto di agire per via legale.

«È evidente che si tratta di un’azione di natura vendicativa», spiega al manifesto l’avvocata Ioanna Kourtovik, difensore di Koufontinas. L’ex terrorista è ritenuto l’uomo che ha schiacciato il grilletto nell’assassinio di Pavlos Bakoyannis nel 1989. Un’azione terroristica difficilmente comprensibile.

La vittima era un coraggioso giornalista schierato contro i colonnelli e poi eletto deputato di Nuova Democrazia. Ma era anche cognato dell’attuale premier, marito della sorella Dora Bakoyannis, ex sindaca di Atene ed ex ministra degli Esteri. Il figlio, Kostas Bakoyannis, è attualmente sindaco di Atene.

«Sicuramente il premier ha in mente un’azione esemplare nel nome della sua dinastia politica – continua Kourtovik – ma dietro vi è anche una strategia da legge e ordine che ha scatenato dinamiche da guerra civile: distruggere il nemico o renderlo inoffensivo, per affermare la potenza dello schieramento conservatore e soffocare qualsiasi voce di protesta».

Questo malgrado alcuni esponenti del governo, l’Ordine degli Avvocati, Amnesty e molti altri abbiano chiesto che i diritti del detenuto siano rispettati.

Al momento il governo sembra orientato a imporre allo scioperante l’alimentazione forzata, una pratica vietata dalle convenzioni internazionali, che i medici dell’ospedale di Lamia hanno già rigettato.

* Fonte: Dimitri Deliolanes, il manifesto

Donostia-San Sebastián. Freddo gelido, una tormenta di neve e migliaia di cittadini per le strade di 238 località. Siamo in Euskal Herria e al di qua e al di là della muga, la frontiera (con la Francia), i riflettori si accendono ancora una volta su diritti dei detenuti, politiche carcerarie, risoluzione del conflitto e convivenza.

GENNAIO È IL MESE della tradizionale manifestazione di Bilbao, in cui decine di migliaia di persone invadono il centro della città, riversandosi per le vie e sfilando in un’impressionante marcha. Lo scorso 9 gennaio però, almeno in parte, si respirava un’aria diversa, non solo per il fatto che la manifestazione ha dovuto frammentarsi per ragioni di sicurezza dovute alla pandemia, ma perché la questione penitenziaria che interessa i prigionieri politici baschi sta subendo un’evoluzione.

L’avvicinamento dei prigionieri a carceri limitrofe, vicine o situate nei Paesi Baschi, in Navarra e nelle provincie dell’Iparralde, (letteralmente “territorio nord”, i Paesi Baschi francesi), è da sempre un tema controverso. Negli ultimi tre anni il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha promesso una «nuova direzione». Secondo l’agenzia Europa Press, la Segreteria generale delle Istituzioni penitenziarie, che dipende dal ministero dell’Interno, ha autorizzato 144 trasferimenti di detenuti politici baschi, l’80% dei quali nel solo 2020.

Le detenute e i detenuti sono ad oggi 218, stando ai dati di Sare, la ong che si autodefinisce «rete di cittadini che lavora in difesa dei diritti umani dei prigionieri, dei deportati e degli esiliati». 163 si trovano in carceri spagnole, 30 in centri di detenzione francesi e 25, il 13% del totale, stanno compiendo la condanna in Euskal Herria. Sare è l’ente che organizza la manifestazione da quasi un decennio, per rivendicare «la fine della violazione dei diritti dei prigionieri di Eta e il loro avvicinamento» e allo stesso tempo per favorire «la convivenza e la pace».

Joseba Azkarraga e Begoña Atxa, portavoci della rete, stimano che « quest’anno si sono riuniti circa 52 mila cittadini» e sottolineano l’appartenenza a «ideologie diverse», dato che dalla sua nascita Sare ha avuto un appoggio sempre più ampio.

LA CERIMONIA UFFICIALE, tenutasi a Bilbao, ha visto la partecipazione di rappresentanti del Partito nazionalista basco (Pnv), EH Bildu (il partito della sinistra indipendentista guidato da Arnaldo Otegi), Elkarrekin Podemos e Podemos Navarra (le declinazioni basche di Podemos), Geroa Bai (partito navarro di coalizione) e tutti i sindacati.

La politica di dispersione prevede che i detenuti baschi siano assegnati a carceri situate a centinaia di chilometri di distanza dal loro domicilio, provocando, denuncia Etxerat, l’associazione dei familiari dei prigionieri, vittime sia sul fronte dei detenuti che su quello dei loro genitori, figli, coppie, fratelli, amici, compagni di studio e di lavoro. Etxerat, che vuol dire «a casa», conta 348 incidenti automobilistici, 944 persone coinvolte e 16 morti. Seguendo i dati aggiornati di Etxerat e del quotidiano basco Gara, la politica di riavvicinamento ha fatto sì che 13 carceri francesi e 5 spagnole si siano svuotate dei detenuti politici baschi; due carceri, quelle di Logroño e di Puerto Santa María, ai poli opposti della penisola, ospitano 13 persone, il più alto numero di detenuti di questa tipologia concentrati in uno stesso penitenziario; in Euskal Herria, si trovano attualmente detenute oltre una ventina di persone, contro le 2 del 2018.

Un 29% dei prigionieri si trova in carceri situate a una distanza compresa tra i 600 e i 1100 chilometri dal paese d’origine e un 20% in altre distanti tra i 400 e i 600 chilometri.

Il cambio della politica penitenziaria del governo Sánchez sui detenuti baschi infuoca il dibattito, l’opinione pubblica e la destra spagnola all’opposizione. Popolari, Ciudadanos e Vox accusano il ministro degli Interni Fernando Grande-Marlaska di aver «perso la dignità» nelle negoziazioni per poter approvare la manovra di bilancio del 2021. Accusano il governo di aver barattato presos por presupuestos, «prigionieri per il bilancio», adducendo il fatto che EH Bildu abbia approvato i conti pubblici dello Stato.

È IN EFFETTI LA PRIMA VOLTA nella storia che EH Bildu sostiene una finanziaria del governo spagnolo, dopo aver chiesto l’appoggio ai propri militanti in un’assemblea straordinaria. Fonti del partito sostengono che l’ampio consenso sia dovuto alla volontà di «essere agenti attivi e di cercare alleanze che abbiano come obiettivo quello di ampliare i diritti delle persone e mettere un freno alle destre e alle loro politiche retrograde». Ma il dubbio che ci sia stato un accordo sotterraneo per favorire l’avvicinamento dei detenuti resta.

* Fonte: Angela Maria Salis, il manifesto

In un originale radiofonico in tre puntate di Guido Piccoli, trasmesso sui canali della Radiotelevisione svizzera (RSI), la storia di Monika Ertl, “Imilla”, la comandante guerrigliera che ha vendicato Ernesto Che Guevara uccidendo il suo torturatore Roberto Quintanilla, già a capo dei servizi segreti boliviani, che aveva fatto tagliare le mani al Che e si era fatto fotografare tronfio accanto al suo cadavere. Divenuto diplomatico e destinato all’ambasciata boliviana ad Amburgo, in Germania, nell’aprile 1971 Imilla presenta il conto a Quintanilla e lo uccide con tre colpi di una colt 38 special, acquistata in Italia da Giangiacomo Feltrinelli.

Tornata alla guerriglia in Bolivia, è morta combattendo nel maggio 1973.

 

Prima puntata: https://www.rsi.ch/play/radio/domenica-in-scena/audio/imilla-la-vendetta-del-comandante-1-3?id=13669996

Seconda puntata: https://www.rsi.ch/play/radio/domenica-in-scena/audio/imilla-la-vendetta-del-comandante-2-3?id=13670020

Terza e ultima puntata: https://www.rsi.ch/play/radio/domenica-in-scena/audio/imilla-la-vendetta-del-comandante-3-3?id=13670047

 

«Nos están matando», ci stanno ammazzando, è il grido che risuona in tutta la Colombia, scritto sui muri, ripetuto durante le manifestazioni e rilanciato dalle reti sociali.

È il grido dei dirigenti sociali, dei leader indigeni, dei militanti di sinistra, degli studenti, degli ex combattenti, di fronte a una lista di omicidi selettivi e ora anche di stragi che sembra non avere mai fine. «Questo non è un paese, ma una fossa comune con inno nazionale», si leggeva in uno striscione di una delle tante manifestazioni di quest’anno.

Della speranza che avevano suscitato nel paese, nel 2016, gli accordi di pace tra il governo e le Farc non c’è più traccia: «Stanno facendo a pezzi gli accordi», denuncia la senatrice Aida Avella, presidente dell’Unión Patriótica, e con essi «i difensori dei diritti umani, quanti lottano per la terra, le persone inserite nei programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite».

Sembrerebbe, continua, che abbiano disarmato i guerriglieri per poterli uccidere più facilmente. E anche l’Onu alza la voce, evidenziando come «la violenza incessante contro gli ex combattenti continui a ostacolare il consolidamento della pace».

Né pare sia servito a qualcosa l’incontro che i rappresentanti del partito Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común) – al termine della carovana di circa 2mila ex combattenti partita il 21 ottobre da varie parti del paese in direzione di Bogotá – hanno sostenuto il 6 novembre con il presidente Duque, una volta tanto presente di persona, per affrontare temi relativi al rilancio del processo di pace.

A partire da quello, cruciale, del reinserimento degli ex guerriglieri nella vita sociale ed economica, per il quale finora poco o nulla si è fatto: «I progetti produttivi sono fermi – spiega un partecipante della carovana, José Mosquera – Ma poiché abbiamo preso la decisione di deporre le armi stiamo resistendo e sopportando».

Un’ennesima forma di pressione sul governo, quella della carovana della Farc «per la vita e la pace», immediatamente seguita alla minga promossa dal Centro regionale indigeno del Cauca e allo sciopero nazionale organizzato proprio il 21 ottobre dal Comité nacional del paro, costituito da sindacati e organizzazioni che hanno guidato le proteste iniziate nel novembre dello scorso anno.

Tuttavia, già il 14 novembre, il partito Farc ha dovuto denunciare l’assassinio di un altro ex guerrigliero, Heiner Cuesta Mena, nel dipartimento di Chocó, e il lunedì successivo quello di altri due, Jorge Riaños Ramos nel Caquetá e Enod López nel Putumayo, con i quali salgono a 241 gli ex combattenti uccisi dalla firma degli Accordi di pace.

Un numero che va ad aggiungersi ad altri ugualmente agghiaccianti: più di 250, secondo l’Instituto para el Desarrollo y la Paz (Indepaz), i leader sociali assassinati nel 2020, mentre le stragi sono arrivate addirittura a 70.

E non è lecito farsi troppe illusioni sulle prospettive che si aprono con la sconfitta di Trump, convinto sostenitore di Duque e del suo mentore Álvaro Uribe, il più acerrimo nemico della pace, descritto da The Donald come «alleato del nostro paese nella lotta contro il castro-chavismo».

Se è probabile che l’uribismo risentirà della perdita di appoggio da parte di Trump, lo è molto meno che Biden decida di sostenere un candidato progressista come Gustavo Petro.

Piuttosto, la sua scelta potrebbe cadere su un esponente di destra vicino all’ex presidente Juan Manuel Santos, magari più aperto di Duque al processo di pace, ma sicuramente poco incline a una trasformazione del paese come quella che chiede buona parte del popolo colombiano

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

In Fare fuoco (Sem, pp. 250, euro 16), Daniele Garbuglia toglie volontariamente all’epica brigatista tutto l’armamentario ideologico, la retorica del linguaggio dottrinario dello scontro frontale, lasciando, con un’asciuttezza di scene e capitoli brevi e serrati, il nudo spazio esistenziale dei personaggi e i loro movimenti tra una provincia di formazione e la metropoli dove colpire al cuore. Quasi come se le azioni atemporali avessero perso il loro contesto, e tutta la mitologia anche dei luoghi simbolo, mai interamente nominati o connotati, che ormai sono un pezzo lacerato della nostra storia.

È UN’OPERAZIONE letteraria, soprattutto di sguardo e di punti di vista, coraggiosa nel trattare una materia ancora incandescente, nel passare dalla prima al tu della seconda persona, e nel fare economia di mezzi nei dialoghi dando maggiormente spazio alle descrizioni degli interni cupi e al pericolo degli spazi aperti.

Questo per creare un clima di isolamento e concentrare l’attenzione solo sulle singole azioni dei personaggi, un po’ come avviene nel film La prima linea di Renato De Maria, tratto dal libro Miccia corta di Sergio Segio, e rivelare il mondo chiuso, soprattutto mentale, di chi ha fatto la scelta della lotta armata, e vive da clandestino fuori dal mondo e dalle sue relazioni.

Quindi più che l’interesse storico, il motivo politico di imbracciare le armi, che ha riguardato in Italia migliaia di militanti politici – una pagina di storia nazionale ancora tutta da raccontare, narrata solo dai vincitori e anche un tabù – Garbuglia racconta senza mai spiegare, s’affida ai fatti, alle cose, e si concentra sulla vita quotidiana del gruppo di fuoco, composto da un giovane della provincia italiana, marchigiana, nome di battaglia Orlando come il nonno contadino, e dai suoi compagni Rosso e Anita, tratteggiati a volte con ingenuità, in tutta la sua oggettività e banalità del male, come se l’unico imperativo vitale fosse la «pura azione».

SPOGLIATI DI OGNI EROISMO, o comunque enfasi e partecipazione emotiva, soprattutto nei dispositivi azzerati della fiction, raccontati nell’oggettività attraverso una lingua prestabilitamente ridotta all’essenziale della sua funzionalità, i personaggi incolori di Garbuglia, umani e troppo umani, fanno il bucato, preparano la moka, mentre al ciclostile riproducono i comunicati di rivendicazione degli attentati, tra cui quello che apre il romanzo a un giornalista della stampa borghese, e con lucida disciplina studiano cartine per organizzare nuovi agguati. Le loro sono solo relazioni funzionali, non entrano mai in empatia, condividono da estranei, stanze e servizi, come armi e automobili per le azioni di fuoco.

DAI POCHI RIFERIMENTI storici appena accennati nel libro, come la condanna a morte di Roberto Peci, l’omicidio di Guido Rossa («come potevano i paladini della rivoluzione operaia colpire proprio un operaio»?), il punto più basso della storia brigatista, siamo all’inizio degli anni ’80 e in quelli del declino e degli arresti dei capi storici come Mario Moretti.

Dopo una telefonata fatta alla madre da una cabina telefonica, Orlando ha i primi cedimenti, è come se improvvisamente prendesse coscienza di aver sparato a un uomo invece che a un obiettivo, adesso «le cose erano le cose, non contavano più le idee», pensa smarrito. L’ultima azione non va come dovrebbe, finisce male, allora entra in un vortice di paura, «possibile che le sue idee lo avessero portato dove non sarebbe mai voluto arrivare?». Ma è troppo tardi, non può tornare indietro, come Dario, il suo compagno arrestato che alla fine si arrende alle torture, e da vittima finisce per essere considerato un traditore.

La seconda parte del libro accelera, il ritmo è quello di un romanzo di azione che culmina in un finale doloroso, come è avvenuto molte volte in quelle guerre lontane. Garbuglia in questo romanzo dal conio inconfondibile usa lo stile severo e algido di una condotta rigorosa, per compiere un’operazione di disvelamento, gli serve per mettere a nudo implacabilmente le giovani vite disperate dei suoi personaggi, drammaticamente sospese tra la ribellione rivoluzionaria per un mondo nuovo e liberato, e la cieca scorciatoia delle armi.

* Fonte: Angelo Ferracuti, il manifesto

Liliany Obando ha 48 anni ed è una delle ex guerrigliere delle FARC-EP che partecipa al processo di reinserimento alla vita civile.

Liliana ha iniziato la sua militanza di sinistra a 19 anni. Si è unita alle FARC occupandosi di questioni internazionali. è stata 4 anni in carcere senza processo. Fa parte del gruppo di 100 ex guerrigliere che dall’ETCR (Spazio territoriale per la formazione e il reinserimento) di Icononzo,  che lavora sulla memoria storica e documenta le esperienze e la situazione delle donne nella guerriglia e il loro processo di reinserimento nella società dopo la firma dell’accordo di pace tra farc-ep e governo colombiano il 24 novembre 2016.

Cominciamo da una fotografia del sistema carcerario in Colombia.

Si tratta di un sistema che viola totalmente i diritti delle persone private di libertà, un sistema non garantista. Le carceri colombiane sono luoghi indegni e disumani. Basta del resto guardare gli edifici che le ospitano per rendersene conto: interi reparti che crollano, costituendo un rischio per la popolazione privata di libertà, oltre a cattive condizioni di salute, presenza di roditori, presenza di insetti nel cibo e condizioni deplorevoli nelle celle. Il sovraffollamento nelle carceri colombiane è storico, e supera il 53% e in alcune carceri il 200%.

A questo va aggiunta la mancanza di garanzia di accesso al servizio di acqua potabile durante la maggior parte della giornata in vari centri di detenzione. Altri centri penitenziari sono considerati luoghi di punizione in cui vengono inviati detenuti ritenuti insubordinati o che rivendicano diritti. In questi luoghi hanno inviato vari prigionieri politici come una sorta di punizione aggiuntiva per aver rivendicato i diritti umani dall’interno. La popolazione carceraria in questo momento in Colombia supera le 184.000 persone e circa il 3-4% di questa popolazione è rappresentata da donne.

La situazione delle donne detenute è molto grave ed è la più vulnerabile. La maggior parte delle donne si trova detenuta per reati legati alla povertà, alla situazione di fame in molti casi, che spinge molte donne ad infrangere la legge per mantenere se stesse, i loro figli, le loro famiglie. L’irresponsabilità di uno stato che non garantisce praticamente nulla alle donne e le lascia senza protezione, fa sì che molte madri finiscano dietro le sbarre, con conseguente abbandono forzato dei loro figli. La privazione della libertà delle madri colpisce seriamente i bambini.

Ci sono donne in prigione che sono rimaste incinte o che sono entrate incinte, ci sono madri che allattano, altre che tengono i bambini con loro fino ai 3 anni. La separazione è crudele. Né le madri né i minori che soffrono questa brusca separazione ricevono assistenza psicologica. Non vi è alcuna reale possibilità nelle carceri poiché l’offerta di lavoro offerta è praticamente nulla, l’offerta di studio è molto scarsa e i prigionieri politici non sono autorizzati a partecipare a questi corsi di formazione, poiché sono considerati prigionieri altamente pericolosi.

Nelle carceri colombiane ci sono ancora oltre 300 prigionieri politici delle FARC-EP, oltre a prigionieri dell’ELN e prigionieri dell’EPL. Delle 184.000 persone private di libertà che si trovano in tutte le carceri in Colombia, sotto la protezione o la custodia della prigione e dell’istituto penitenziario IPE ci sono circa 124.000 persone, e di queste, circa il 41%, sono ancora in attesa di giudizio. Di conseguenza ci sono migliaia di persone che trascorrono anni in prigione in attesa che termini il loro processo e questo evidentemente rappresenta un attacco ai diritti umani, perché è un prolungamento arbitrario della detenzione preventiva.

A tutti questi problemi dobbiamo  anche aggiungere quello del cibo: non solo la dieta alimentare è pessima, ma le razioni sono anche scarse. Uno dei problemi più delicati nelle carceri colombiane è il problema della salute, perché la prestazione del servizio è inefficiente. Le persone muoiono prima di essere assistite. Le visite specialistiche sono una chimera e chi riesce ad ottenere un appuntamento è considerato estremamente fortunato, anche se spesso l’appuntamento salta perché i detenuti non vengono portati agli ospedali in tempo (evidentemente questo accade spesso deliberatamente).

Le medicine sono piuttosto limitate, al momento ci sono più di 200.000 persone prive di libertà con malattie gravi. Ci sono poi detenuti che soffrono di disturbi mentali che invece che in prigione, dovrebbero essere in un ospedale specializzato.

Quando succede qualcosa, come la protesta pacifica avvenuta di recente organizzata dal movimento carcerario nazionale per chiedere misure rigide per la prevenzione del coronavirus, la risposta delle autorità carcerarie e la violenza.

Qual è la situazione dei detenuti e detenute delle vecchie FARC-EP? Nonostante l’amnistia, lo dicevi poc’anzi, rimangono in carcere oltre 300 detenuti delle FARC.

Come è noto, in Colombia c’è stato un lungo processo di pace che si è concluso con la firma all’Avana, il 24 novembre 2016, dell’Accordo Finale di Pace tra le FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane – Esercito del Popolo) e il governo, allora guidato dal presidente Juan Manuel Santos.

Al momento della firma dell’accordo, c’erano nelle carceri colombiane circa 3000 uomini e donne delle FARC. La Legge di Amnistia 1820 che è parte dell’Accordo di Pace, entra in vigore nel 2017. La legge concede l’amnistia non solo ai guerriglieri delle FARC ma anche a coloro che hanno avuto un rapporto diretto di collaborazione con la guerriglia.  Tuttavia, a tre anni dall’entrata in vigore di questa legge, ci sono 326 prigionieri politici legati alle FARC.

Le FARC hanno stilato un elenco di guerriglieri detenuti e di militanti relazionati con la guerriglia. Ma il governo rifiuta di riconoscere alcuni di questi prigionieri. Altri si trovano in un limbo, a causa della mancanza di testimoni che potrebbero e dovrebbero accreditare detti prigionieri come vincolati alle FARC. Per il momento questi ultimi sono ‘sotto osservazione’ poiché non sono stati accreditati dall’ufficio dell’Alto Commissariato per La Pace, e di conseguenza rimangono dietro le sbarre.

In questo scenario già oscuro si innesta la crisi del coronavirus.

Ora con la crisi di coronavirus, è chiaro che i detenuti sono tra i gruppi di popolazione più a rischio.

Ecco perché il 21 marzo scorso la popolazione carceraria di più di 14 istituti penitenziari, coordinata dal Movimento Nazionale delle Carceri (che è la forma organizzativa che i prigionieri comuni e politici si sono dati per rivendicare i loro diritti)hanno inscenato una protesta per denunciare le condizioni disastrose. Nel carcere Modelo di Bogotà la protesta è stata brutalmente repressa nel sangue. Le forze armate sono state autrici di un verso massacro, uccidendo 23 detenuti.

Non è la prima volta che si verifica un massacro nel carcere Modelo di Bogotà: 22 anni fa, infatti, c’è stata una strage e i sopravvissuti raccontano storie orribili.

Quello che i prigionieri chiedevano a marzo era fondamentalmente misure di prevenzione per poter affrontare la pandemia del coronavirus per lo meno con qualche strumento igienico adeguato. Stiamo parlando di guanti, maschere, vitamina C, acqua potabile permanente, perché se il virus fosse entrato in carcere ci sarebbe stata una strage. Questo è quello che chiedevano i prigionieri e invece che una risposta umanitaria, il ministero della giustizia ha risposto con una violenza inaudita. Dopo la strage del carcere Modelo a Bogotà, le forze di sicurezza dello Stato hanno adottato misure ancor più repressive nei confronti dei prigionieri, cercando di avere dalla loro l’opinione pubblica con la pubblicazione di notizie false come quella secondo la quale la rivolta sarebbe in realtà stata un tentativo di fuga.

I responsabili del massacro de La Modelo di Bogotà dovrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla giustizia.

Come è prassi, le autorità carcerarie hanno trasferito quelli che identificano come leader delle rivolte in altri istituti.

In questo caso, sono stati trasferiti 4 firmatari dell’Accordo Finale di Pace dell’Avana che erano in prigione, 3 dei quali nel patio 4 di Picota, che è uno dei cortili dove, per un accordo tra governo e le FARC i detenuti FARC che attendono il trasferimento alla JEP (Giurisdizione Speciale di Pace) come previsto dalla legge sull’amnistia 1820.

Oltre ai tre della Picota è stato trasferito anche un detenuto nel carcere di Eron, che è uno di quei nuovi edifici, queste mega carceri che il governo colombiano ha costruito copiando quelle nordamericane. Non abbiamo saputo per giorni dove avessero trasferito questi 4 compagni nonostante il fatto che il partito FARC abbia chiesto ripetutamente a tutte le istanze del caso di dire dove fossero stati condotti.

Dopo vari giorni abbiamo scoperto che erano stati trasferiti nel penitenziario di Cohiba, che si trova a Ibaguè. Erano detenuti in condizioni disumane, in torri del carcere abbandonate da tempo, senza luce, senza acqua nei bagni, senza acqua potabile.  Per diversi giorni sono rimasti senza lavarsi, completamente al buio. C’è da dire che abbiamo scoperto dove si trovavano grazie ai nostri detenuti che ci hanno inviato informazioni raccolte da loro.

Come molti punti dell’Accordo di Pace dell’Avana,  anche quello relativo alla liberazione dei prigionieri langue. La legge di amnistia per esempio stabilisce che una volta richiesta l’amnistia, la risposta deve essere data al massimo dopo 10 giorni, ma ci sono casi in cui i detenuti stanno aspettando da 6 mesi ad un anno prima di avere una risposta. Davvero è del tutto incomprensibile che dopo 4 anni dalla  firma dell’accordo all’Avana, ci siano ancora detenuti della FARC in carcere.

Purtroppo come si temeva e si denunciava da settimane, il peggio è avvenuto e ci sono stati i primi casi di coronavirus in alcune carceri del paese e anche i primi morti.

L’Istituto Nazionale Penitenziario e Carcerario (INPEC) ha infatti annunciato il 10 aprile scorso di aver avviato il protocollo d’emergenza nella prigione di Villavicencio.

La decisione è stata presa dopo la morte di un prigioniero di 63 anni per coronavirus. L’uomo era stato rilasciato il primo aprile e il 7 è morto nell’ospedale di Villavicencio.

I detenuti non sono stati ascoltati quando chiedevano le condizioni minime di sicurezza per cercare di prevenire il contagio in carcere.

I video che sono circolati, fatti uscire dagli stessi prigionieri di Villavicencio, sono strazianti e rivelano in tutta la sua drammaticità la situazione delle carceri del paese, sovraffollate, sporche, dove non c’è nemmeno acqua spesso.

Come dicevo sono state 14 le prigioni in cui ci sono state proteste, tra cui quella che è stata definita come la Guantanamo colombiana, ossia il carcere di Tramacua. Un’altra è la prigione Modelo di Bogotà e poi il carcere di Cucuta, La Picota, Medellín…

In tutto il paese ci sono state proteste pacifiche, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Oggi la situazione è di calma tesa, ma potrebbe esplodere nuovamente da un momento all’altro. Ancora una volta però ci troviamo di fronte alla non volontà politica da parte dello Stato.

Il partito FARC ha proposto che quei prigionieri che si trovano nelle carceri e che rientrano nella legge di amnistia vengano rilasciati ma ciò non è accaduto.

Post Scriptum 

Dopo le proteste, il 15 aprile scorso finalmente il presidente colombiano Iván Duque ha deciso di scarcerare circa 4.000 persone private della libertà mandandole agli arresti domiciliari per contenere la pandemia.

Il decreto 546 rientra nel quadro di misure prevista dallo stato di emergenza dichiarato dall’esecutivo. Il presidente ha detto: “Questo decreto ha un grande valore umanitario in quanto permette alle  persone che potrebbero essere esposte, a causa della loro maggiore vulnerabilità, al virus, potranno lasciare le carceri per continuare a scontare la loro pena a casa.”

La misura riguarda, con alcune eccezioni, le persone di età superiore ai 60 anni (eccetto quelli accusati di stupro, violenza contro le donne), le persone con pene fino a 5 anni, le donne in gravidanza o i bambini di età inferiore ai tre anni e i detenuti malati di tumore o con malattie gravi.

Oltre ai detenuti accusati violenza di genere, anche quelli accusati di traffico di droga, sfollamento forzato e sequestro non potranno godere dei benefici del decreto. Così come gli ex guerriglieri e i paramilitari.

I detenuti a cui è stato diagnosticato il Covid-19 saranno trasferiti in luoghi più idonei alla cura, anche se “non saranno concessi gli arresti temporanei o gli arresti domiciliari fino a quando le autorità mediche e sanitarie non lo autorizzeranno”.

Gli arresti domiciliari rimarranno in vigore, in principio, per sei mesi.

 

* Intervista curata da Orsola Casagrande pubblicata nel nuovo numero del magazine internazionale Global Rights. Il magazine è scaricabile gratuitamente in .pdf dal sito Global Rights

 

Che la dissidenza delle Farc avesse deciso di riprendere la lotta armata era già noto da tempo, ma ora è arrivata anche la conferma ufficiale: «Annunciamo al mondo che è iniziata una nuova Marquetalia (il luogo di nascita delle Farc, ndr) nell’ottica del diritto universale che garantisce a tutti i popoli del mondo di sollevarsi in armi contro l’oppressione», ha dichiarato in un video diffuso ieri l’ex numero due dell’organizzazione guerrigliera Iván Márquez, il quale aveva fatto perdere le sue tracce da più di un anno, rientrando in clandestinità.

Accanto a lui, un’altra ventina di leader armati, tra cui si distinguono Hernán Darío Velásquez, “El paisa” e Jesús Santrich, il leader non vedente che era stato arrestato nell’aprile del 2018 con l’accusa di aver partecipato a un traffico di cocaina (ritenuta dai più una montatura), rimesso in libertà il 30 maggio scorso dopo un lungo braccio di ferro istituzionale e, dopo aver persino occupato il suo seggio al Congresso ribadendo il proprio impegno per la pace, scomparso nel nulla il 30 giugno.

«NON SIAMO MAI STATI VINTI o sconfitti ideologicamente. Per questo la lotta continua. La storia scriverà nelle sue pagine che siamo stati obbligati a riprendere le armi», ha aggiunto Márquez, che è stato, paradossalmente, il principale negoziatore degli accordi di pace tra governo e guerriglia firmati nel 2016 a Cuba.

Di sicuro, con l’annuncio di ieri, diffuso dalla zona del fiume Inírida, nella regione amazzonica, una nuova scure si abbatte sul già minacciatissimo processo di pace, riducendo sempre più al lumicino la speranza, a cui tanti si erano aggrappati, che con la firma dell’accordo tutto potesse prendere una direzione nuova nella storia della Colombia.

Tre anni dopo, di quella speranza non rimane quasi più traccia, soffocata dalla mancata applicazione dell’accordo e dal massacro sistematico di leader sociali e membri dell’ex guerriglia. Finché persino l’unica conquista che sembrava certa – quella della fine delle ostilità – non è stata di nuovo, e ora definitivamente, messa in discussione.

LE AVVISAGLIE, del resto, non erano mancate, a cominciare dalla ripetuta autocritica di Iván Márquez rispetto al «grave errore» di «aver consegnato le armi a uno stato traditore confidando nella sua buona fede». Dichiarazioni che avevano evidenziato un’insanabile spaccatura all’interno del nuovo partito Farc (Fuerza alternativa revolucionaria del común), il cui leader, Rodrigo Londoño (Timochenko), aveva risposto a muso duro, accusando Márquez di compromettere «l’autorità morale» del partito e rinfacciandogli di aver rinunciato al suo seggio in parlamento nel momento in cui ce n’era più necessità: «Non possiamo rischiare di perdere quanto ottenuto fino a oggi, per quanto complesso sia il compito che ci sta di fronte».

E, ora, a spaccatura ormai consumata, a Londoño non resta che ricordare come «le grandi maggioranze» continuino a impegnarsi a favore dell’accordo «malgrado ostacoli e difficoltà», perché, ha detto, «siamo convinti che il cammino di pace sia quello giusto».

HA COMMENTATO L’ANNUNCIO di ieri anche il guerrafondaio per eccellenza, l’ex presidente Álvaro Uribe, il cui partito, il Centro democratico del presidente Duque, si era riproposto in campagna elettorale di «fare a pezzi» l’accordo, per poi “limitarsi” a disattenderlo totalmente nella pratica: «Il paese deve essere cosciente che un processo di pace non c’è stato: si è avuto solo un indulto per alcuni responsabili di delitti atroci a un alto costo istituzionale», ha scritto su Twitter l’ex presidente, da sempre convinto che la pace dovesse nascere dall’annientamento militare delle Farc.

Ed è la sua linea, in fondo, ad apparire vincente. Con l’unica differenza che la ex guerriglia, sopravvissuta a più di 50 anni di conflitto armato, l’annientamento lo sta rischiando in quelli che dovrebbero essere tempi di pace: dalla firma dell’accordo tra le Farc e il governo, sono circa 130 gli ex combattenti assassinati.

Né va meglio ai leader sociali e ai difensori dei diritti umani: oltre 700 quelli caduti dal 2016, tra cui circa 160 dirigenti indigeni, più di 90 dei quali uccisi a partire dall’avvento al potere di Iván Duque.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

Con la firma nel 2016 dell’accordo di pace tra il governo e le Farc, tutto sarebbe potuto cambiare nella storia della Colombia. Benché fossero risultate subito chiare le contraddizioni legate al processo, la speranza di una pace non funzionale agli interessi dei dominatori di sempre era comunque molto profonda.

Tre anni dopo quella speranza è ridotta al lumicino, soffocata dalla mancata applicazione dell’accordo e dal massacro sistematico di leader sociali e membri dell’ex guerriglia (il 9 luglio ne sono stati uccisi altri due). Persino l’unica conquista che sembrava certa – la fine delle ostilità – appare di nuovo messa in discussione, di fronte alla decisione disperata di tanti ex combattenti traditi dal governo di ritornare in clandestinità.

Che sia stata proprio questa la scelta di Jesús Santrich – arrestato ad aprile 2018 con l’accusa di aver partecipato a un’operazione di traffico di cocaina e rimesso in libertà il 30 maggio scorso – se lo stanno chiedendo tutti in Colombia. Il leader delle Farc, che l’11 giugno aveva occupato il suo seggio al Congresso riaffermando il suo impegno per la pace, ha fatto perdere le sue tracce il 30 giugno, non presentandosi neppure all’udienza del 9 luglio alla Corte suprema (da cui era stato convocato per rispondere dell’accusa di narcotraffico).

Di tutto ciò abbiamo parlato con il gesuita Javier Giraldo, del Centro de Investigación y Educación Popular, impegnato da più di 30 anni nella difesa dei diritti umani nel paese.

Come sta reagendo il governo di Iván Duque allo sterminio in atto contro leader sociali ed ex combattenti?

Non adotta alcuna misura e non mostra alcun interesse. Dalla firma dell’accordo di pace nel 2016, sono stati assassinati secondo i nostri calcoli circa 550 leader sociali e 150 ex combattenti delle Farc. E malgrado le proteste delle organizzazioni popolari, gli omicidi proseguono incessantemente. Ogni settimana si registrano nuovi casi.

Il gesuita Javier Giraldo

Non è vero che il paramilitarismo è stato smantellato.

Nella prima tappa del conflitto che prende il via in Colombia negli anni ’60, erano direttamente i militari, con il viso scoperto, alla luce del giorno senza timore di punizioni, ad applicare ogni forma di repressione, tortura e assassinio. Era questa la politica ufficiale dello Stato. È negli anni ’80, quando le denunce della comunità internazionale cominciano a farsi sentire, che entrano in scena i paramilitari, dalle Águilas Negras al Clan del Golfo, presentandosi con un’identità collettiva al di fuori dello Stato. E agiscono indisturbati fino all’inizio del nuovo millennio, quando il governo avvia una campagna diretta a cancellare lo stesso termine «paramilitari», nel tentativo di convincere la società che tali gruppi non siano in alcun modo legati ai militari, né allo Stato, né alle imprese, ma che si tratti solo di delinquenza comune, di bande criminali.

La situazione non è migliorata con la firma dell’accordo di pace.

Dalla firma dell’accordo nel 2016, gli autori degli assassinii si muovono in un anonimato totale: si nascondono dietro un cappuccio, arrivano in motocicletta senza targa, sparano e si allontanano e non scrivono neppure un documento di rivendicazione. Nessuno li può vedere, nessuno li può identificare e nessuno sa perché hanno ucciso. Solo quando iniziano le indagini si scopre che le vittime svolgevano tutte un’attività contraria agli interessi del governo, denunciando la condotta di una multinazionale o di un’impresa mineraria, rivendicando la terra che era stata loro tolta o organizzando la gente.

Si sta ripetendo in altra forma quello che è stato il genocidio politico contro l’Unione patriottica negli anni ’80?

Prima la persecuzione era diretta contro la sinistra politica, come l’Unione patriottica, o contro i sindacati. Oggi è più ampia. La maggior parte delle vittime appartiene all’Acción comunal, un modello di organizzazione di base attivo soprattutto nelle aree rurali, nei piccoli villaggi.

Che ne sarà dell’accordo di pace, soprattutto di fronte al sistematico assassinio di ex combattenti?

In campagna elettorale, il partito di Duque, il Centro democratico, aveva annunciato che avrebbe «fatto a pezzi» l’accordo. Una volta eletto, il presidente ha un po’ moderato i toni, assicurando che sarebbero stati cambiati solo alcuni punti. In realtà, il boicottaggio nei confronti del processo di pace è più di tipo passivo, nel senso che non si sta applicando quanto era stato accordato. Nessuna delle riforme sociali previste, per esempio, è stata portata avanti. Questo ha fatto sì che molti ex combattenti, delusi, abbandonati a se stessi ed esposti al pericolo di perdere la vita, abbiano ripreso la via delle armi, formando quella che viene chiamata la dissidenza delle Farc. E anche alcuni leader dell’ex guerriglia, compreso il negoziatore principale degli accordi, Iván Márquez, sono tornati in clandestinità.

Qual è la sua valutazione del caso Santrich? E come va interpretata la sua scomparsa?

Sono convinto che sia una montatura: le accuse nei suoi confronti, provenienti dalla Dea, non hanno alcun fondamento. Riguardo alla sua scomparsa, la versione di quanti gli erano più vicini è che, mentre si trovava in uno spazio di reinserimento degli ex combattenti nel dipartimento di Cesar, alla frontiera con il Venezuela, l’intelligence bolivariana lo avebbe avvertito di un tentativo di ucciderlo e gli avrebbe consigliato di nascondersi. Alcuni dicono che si trovi già in Venezuela.

C’è speranza per la Colombia?

Credo ci siano piccole finestre di speranza, a partire da quella legata alla crescita dei movimenti di base, dalle organizzazioni indigene a quelle contadine. Per quanto la protesta sia stata sempre molto repressa in Colombia e continui a esserlo, ultimamente il paese ha assistito a una grande quantità di scioperi e manifestazioni. E il prossimo 26 luglio è prevista una marcia nazionale in difesa della pace e contro l’assassinio dei leader sociali.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

Dopo la fine della guerra civile, le famiglie di alcuni ex guerriglieri hanno fondato la comunità di Nuevo Horizonte, alla ricerca di un luogo in cui vivere in pace e nel rispetto dei diritti umani. Con una particolare attenzione ai contadini e al diritto alla terra. Ecco la loro storia

Quello della comunità di Nuevo Horizonte, nel nord del Guatemala, è un racconto di passaggio dalla lotta armata a quella politica. Una vicenda che attraversa la dolorosa storia recente del Paese fino ad arrivare ai nostri giorni. “Qui a Nuevo Horizonte oggi tutti hanno una casa, i bambini vanno a scuola e abbiamo aperto un centro di salute e una casa di maternità. Abbiamo un centro di diabete e organizziamo attività di informazione ed iniziative sull’uguaglianza di genere”, racconta a Osservatorio Diritti l’ex guerrigliero “Rony” (questo è il suo pseudonimo di battaglia, creato per non essere rintracciato).

Le origini. Nuevo Horizonte è stata fondata nel 1997 da ex combattenti, uomini e donne, del Frente Norte de las Fuerzas Armadas Rebeldes (Far), che avevano partecipato alla guerra civile terminata un anno prima. Una realtà significativa per il Guatemala, dato che il Frente faceva parte della Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca, uno dei principali protagonisti degli Accordi di Pace firmati nel ’96 con l’allora presidente Alvaro Arzù. Oggi – dopo aver aderito alla guerriglia nel corso degli anni Settanta, subito dopo l’inizio di espropri e massacri diffusi – nella comunità vivono circa 530 persone. “Molti si unirono alla guerriglia perché non videro alcuna possibilità di dialogare con il governo e l’esercito per ottenere i cambiamenti che desideravamo: rispetto del diritto alla vita dei contadini, sviluppo sociale, diritto ad una vita dignitosa e, soprattutto, diritto alla terra che era stata espropriata”, dice ancora Rony.

La guerra civile. In Guatemala gli scontri sono durati 36 anni e hanno provocato morti e sofferenze. Le stime parlano di circa 200 mila vittime, 45 mila desaparecidos e un numero di sfollati compreso tra mezzo milione e 1 milione (comprendendo sia chi è espatriato sia chi è rimasto nel Paese). Contadini e indigeni in particolare, inoltre, sono stati vittime di violenze ed espropri.

La nuova resistenza. Rony racconta che dopo la fine degli scontri “decidemmo di creare una nuova strategia di lotta e resistenza all’interno della Comunità di Nuevo Horizonte, chiamata “Los Contra Poderes”, caratterizzata dalla lotta per ottenere una terra comunitaria, in opposizione alla proprietà privata, dalla diversificazione delle colture per lottare contro la malnutrizione, dalla produzione in linea con la protezione dell’ambiente, dalla necessità di garantire l’educazione ai giovani e dalla riforestazione come apporto al pianeta”.

Dal partito alla lotta per i diritti. In un primo momento la comunità partecipò al partito Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca nelle richieste di rispetto di diritti dei contadini, degli operai, della popolazione indigena e, naturalmente, degli Accordi di pace. Gli abitanti, infine, decisero di lasciare il partito, continuando però a impegnarsi nella difesa dei diritti umani dei guatemaltechi.

L’articolo integrale di Fabiana Fuschi del Master in Diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che scrive da Nuevo Horizonte (Petén, Guatemala), “Guatemala. Nuevo Horizonte, dalla guerriglia alla lotta politica”, può essere letto su Osservatorio Diritti

Fonte: Redattore Sociale

Foto: Fabiana Fuschi

NEW YORK. Nel 2016, in occasione del 50° anniversario della fondazione del Black Panther Party, sono state organizzate negli Stati Uniti decine di iniziative per approfondire e celebrare la storia delle Pantere Nere.

Da segnalare anche l’uscita del pluripremiato documentario I am not your negro di Raoul Peck, regista anche de Il giovane Karl Marx.

Negli scorsi mesi ho incontrato a New York il regista e produttore Stanley Nelson, autore del documentario “The Black Panthers: Vanguard of the Revolution” e la professoressa Robyn Spencer, esperta di storia del movimento afro-americano e promotrice dell’Intersectional Black Panther Party History Project (IPHP).

Spencer, insieme alle storiche A. LeBlanc-Ernest, T. Matthews e M. Phillips, sta portando avanti un progetto educativo sul ruolo delle donne e sull’identità di genere all’interno delle Black Panthers.

Cosa rimane oggi delle Black Panthers nella memoria storica degli afro-americani?

S.N.: Anche se il partito non esiste più, credo che le Black Panthers rappresentino ancora una fonte d’ispirazione per le persone, specialmente per i giovani che hanno creato un proprio movimento, come il Black Lives Matter.

R.S.: Le Panthers rappresentano, nella memoria storica, un’organizzazione di resistenza militante e un momento di unione degli afro-americani della classe operaia negli Stati Uniti. Strinsero alleanze internazionali per sfidare l’imperialismo americano. Le Pantere per molti rappresentano una storia di ribellione, poiché reagirono contro tutto ciò che opprimeva i poveri ed i lavoratori. La loro eredità è presente e radicata in diverse comunità e nella società americana in senso più ampio. Penso ad esempio al breakfast program, ai programmi per la salute e alle criticità del sistema carcerario. Diversi membri sono ancora oggi incarcerati come prigionieri politici. Sebbene l’esperienza delle Pantere si sia conclusa negli anni ’80, possiamo considerarle un’organizzazione vivente perché i problemi che hanno affrontato sono ancora presenti.

Il movimento femminista influenzò la politica delle Panthers?

S.N.: Credo che nel 1966 esistesse già un movimento femminista ma le Pantere furono influenzate anche da molte rivoluzioni improvvise che scoppiarono in America, a Cuba, in Cile e in altri Paesi dove le donne rappresentavano una gran parte di quei movimenti. Le Pantere tentarono in molti modi di raggiungere la parità tra uomo e donna all’interno del partito.

R.S.: All’interno del Black Panther Party si svolgevano dibattiti sul ruolo delle donne. Il femminismo giocò un ruolo importante anche se le donne Panthers non si definivano necessariamente femministe, stavano combattendo per una rivoluzione in senso più ampio e consideravano la loro emancipazione come parte di questa lotta. C’era una forza che cercava di rimetterle al loro posto e stavano cercando di combatterla. In quel momento le donne erano in grado di conquistare il potere all’interno del partito, sia come persone che come organizzatrici, ma sicuramente dovettero affrontare il sessismo e la misoginia anche dentro al movimento. Alcune donne vennero attaccate, fisicamente e sessualmente, all’interno dell’organizzazione; penso comunque che in un contesto più ampio sentissero di poter vincere la lotta per “passare in testa”. Le Panthers permisero alle donne di avere più spazio e di influenzare le politiche e le attività all’interno dell’organizzazione.

Quante persone le Panthers riuscirono a coinvolgere nelle loro attività?

S.N.: Probabilmente erano tra le cinque e le diecimila unità ma credo che le Pantere coinvolgessero molte più persone perché incitavano l’intera comunità afro-americana. Tutti conoscevano le Pantere Nere, erano appoggiate anche dalla comunità dei bianchi di sinistra, dal movimento studentesco e dal movimento delle donne. Una cosa che mostriamo nel film sono gli asiatici americani che portavano cartelli scritti in giapponese, cinese, o i latinos in spagnolo, a supporto delle Pantere Nere.

R.S.: Il Black Panther Party aveva una base principale di circa 5/6mila membri negli Stati Uniti che svolgeva un lavoro politico quotidiano efficace. Avevano molti altri sostenitori nel Paese, persone che si offrivano volontarie, che sostenevano e beneficiavano dei loro programmi comunitari, persone che leggevano il loro giornale, uno strumento incredibilmente influente. Negli altri Paesi c’era chi voleva emulare in qualche modo le Panthers. La loro influenza era quindi molto più grande del loro numero effettivo di membri, ma anche in termini numerici fecero un buon lavoro nel portare persone all’interno del movimento che era in realtà un posto piuttosto pericoloso.

Le Black Panthers nacquero quando il Movimento per i Diritti Civili concluse la sua esperienza e la brutalità della polizia aumentò. Quali furono gli aspetti più rivoluzionari delle Pantere?

S.N.: Le Pantere avevano il fine di difendere se stesse e la comunità dalla polizia. Credo che bisogna riflettere sul fatto che la brutalità della polizia di cui stiamo parlando esisteva fin dai tempi dei cacciatori di schiavi. Non si tratta di niente di nuovo, è qualcosa con cui ebbero a che fare fin dai movimenti per i diritti civili. Il rapporto tra afro-americani e polizia è un rapporto che si è solidificato molto tempo fa, centinaia di anni fa e direi che è rimasto piuttosto invariato. Le Pantere che abbiamo intervistato nel documentario si sono assicurate che parlassimo anche con la polizia, con l’FBI e con i relativi informatori che presero parte alla loro storia.

R.S.: Le Panthers furono rivoluzionarie in diversi modi. Penso al modo in cui sfidarono le fondamenta della società statunitense. Criticavano il capitalismo e si unirono alla gente della nuova sinistra legata alle idee socialiste. Quindi, ad esempio, i loro programmi comunitari non erano mirati esclusivamente a fornire assistenza gratuita. Guardavano all’esempio cubano e la loro sfida, concretamente rivoluzionaria, era costruire un modello alternativo, senza scopo di lucro e in opposizione alle corporation, in termini di servizi sociali. Attraverso il loro giornale inoltre misero i lettori in condizione di comprendere le connessioni tra ciò che accadeva nell’America nera ed i movimenti di liberazione in Africa e in America Latina.

In termini di aggregazione, quanto furono determinanti per le Panthers il fascino estetico e la propaganda?

S.N.: Credo che facessero parte del movimento e nel documentario parliamo di questi aspetti perché le Pantere erano ciò che apparivano, erano abili nel controllare la loro immagine, immagine dalla quale la gente era attratta.

R.S.: Le Panthers ebbero un forte impatto visivo, sia nell’abbigliamento che nel modo di intendere il linguaggio politico, che ancora fa parte della nostra lingua. Diedero alle persone coraggio e un nuovo modello concettuale, qualcosa di cui avrebbero potuto avvalersi nella lotta. Ripenso ai loro discorsi, al tono audace e beffardo contro il potere. Non era solo la loro arte ad essere fenomenale, le loro opere parlavano alla gente. Il lavoro culturale che svolsero ha avuto sicuramente un impatto al di fuori delle mura dell’organizzazione.

Che relazione c’era tra religione e politica?

R.S.: Inizialmente non abbracciarono la religione. Più avanti nella loro storia, negli anni ’70, fecero uno sforzo per raggiungere i credenti. Quando iniziarono i loro programmi per la colazione verso la fine dei ’60, erano spesso ospitati nelle chiese dai pastori progressisti. Si trattava di un’alleanza strategica con i leader religiosi, che aprivano le loro porte alle Panthers interessate a fare un lavoro di comunità e un servizio sociale. Il messaggio spirituale doveva essere collegato alla loro politica radicale.

Quali furono gli errori commessi dalle Pantere? La loro esperienza si concluse solo a causa della repressione dell’FBI?

S.N.: Penso che le Pantere abbiano commesso diversi errori, il primo fra tutti è il fatto che nessuno fosse preparato agli attacchi dell’FBI. L’organizzazione era governata rigidamente da regole, controllata da vertici molto potenti e strutturata dall’alto verso il basso. Inoltre non avevano un metodo per mediare i problemi all’interno del gruppo, perciò andavano fuori controllo non appena questi si presentavano. Come si vede nel film credo che le Pantere siano state distrutte dall’esterno, da J. Edgar Hoover, dall’FBI e dalla polizia locale ma al tempo stesso sono state distrutte dall’interno, dai sentimenti individuali nella leadership delle Pantere.

R.S.: Il ruolo dell’FBI nella scomparsa delle Panthers fu indiscutibile ma anche il modo in cui le Pantere gestirono i conflitti e gli informatori interni fu determinante. La repressione ebbe un impatto sul modo in cui le Pantere scelsero di interagire tra loro. Ci furono diversi errori politici, alcuni dei quali derivavano dal marxismo o dal centralismo democratico, altri dal modo in cui il potere opera nelle organizzazioni.

FONTE: Fabrizio Rostelli, IL MANIFESTO

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