Nuovi gruppi armati

E a Torino lancio di pietre contro l’auto di un cronista della Stampa. L’azione di un gruppo a volto coperto: sfondato il lunotto posteriore e ferito l’autista “Nuovi attentati, per proseguire la campagna avviata con il ferimento di Adinolfi”

TORINO – Non ci sono più dubbi: i pacchi bomba arrivati martedì scorso alla redazione de La Stampa e il giorno dopo all´Europol, agenzia investigativa di Brescia hanno lo stesso mittente. La rivendicazione della «spedizione» è arrivata ieri al Secolo XIX. Una lettera confusa con le centinaia che ogni giorno giungono al quotidiano genovese e come le altre aperta dalla segreteria di redazione. All´interno un solo foglio, il volantino intitolato “Operazione Caccia alla spia” e la rivendicazione dell´invio delle buste esplosive a Torino e Brescia. «Abbiamo mandato un pacco bomba all´Europol Investigazioni, azienda che al pari di altre si occupa di fornire apparecchiature come microfoni ambientali, microcamere e altre nefandezze elettroniche alla forze dell´ordine…»: inizia così il foglio di rivendicazione, per poi spiegare anche l´attacco a La Stampa «colpevole» di essere «sempre in prima linea nell´avvalorare le ricostruzioni di polizia e carabinieri…».
La lettera che risulta essere stata spedita da Roma Fiumicino l´8 aprile conferma ciò che i carabinieri del Ros e la Digos avevano già intuito esaminando i due ordigni. Che a spedirli fosse stata la stessa mano («I due pacchi sono praticamente identici – sottolineano gli investigatori – l´unica differenza è il colore della custodia per cd in cui erano nascosti». E soprattutto che la matrice fosse quella anarchica. Nella rivendicazione firmata “Federazione Anarchica Informale/Fronte Rivoluzionario Internazionale – Cellula Damiano Bolano” sono infatti citati gli anarchici detenuti a Ferrara e Rebibbia in quanto coinvolti nelle inchieste della Procura di Perugia contro gli antagonisti, i «compagni greci» e soprattutto Alfredo Cospito e Nicola Gai, i due torinesi arrestati per il ferimento dell´amministratore delegato dell´Ansaldo Roberto Adinolfi messo a segno il 7 maggio 2012.
Nel mirino della Fai, nata nel 2003 dalla fusione di quattro cellule insurrezionaliste (Fai Solidarietà Internazione, Fai Cooperativa Artigiana Fuochi e Affini, Fai Brigata 20 luglio e Fai cellule contro il capitale e il carcere) e che nel 2009 aveva dato il via a un´offensiva terroristica con gli attentati alla Bocconi di Milano e al Cie di Gradisca d´Isonzo, ci sono ora giornali e giornalisti.
Lo conferma l´aggressione subita ieri mattina da un´auto de La Stampa nel centro di Torino. Il giornalista Massimo Numa, da tempo nel mirino delle frange estreme del movimento No Tav, stava seguendo con un fotografo e l´autista del giornale il corteo degli anarchici contro l´arresto dei tre accusati di aver aggredito e rapinato un fotografo durante una manifestazione nel febbraio scorso. Gli anarchici hanno individuato l´auto e i suoi passeggeri, che era a debita distanza dal corteo, e l´hanno assaltata con sassi e spranghe. Una grossa pietra ha ferito al braccio l´autista, Ettore Bertotto che è però riuscito a sfuggire al gruppo di assalitori con una manovra spericolata.
«Ciò che preoccupa è la dimensione internazionale della Fai» spiegano gli investigatori di Ros e Digos facendo notare che il volantino arrivato a Genova è firmato con il nome di Damiano Bolano, un anarchico sudamericano membro della Cospirazione Cellule di fuoco» detenuto in Grecia e che avrebbe firmato insieme ad altri detenuti un documento di minaccia ai magistrati bolognesi che indagavano sulla bomba spedita dalla Grecia a Berlusconi nel novembre 2010. In realtà, secondo carabinieri e polizia, si tratterebbe di un gruppo piuttosto ristretto anche se in grado di avere adesioni anche da Russia e Indonesia, le cui menti sarebbero esponenti dell´anarco-insurrezionalismo torinese.
Risale al 2007, quando due ordigni furono piazzati strategicamente nel cuore del capoluogo piemontese con l´intento di uccidere la prima pattuglia intervenuta dopo lo scoppio di un primo ordigno “civetta”, il documento in cui, nascosti dietro i nomi Disney (Paperino, Qui, Quo Qua), membri della Fai delineavano nuove strategie terroristiche, anticipando l´uso delle pistole e l´attentato a Roberto Adinolfi.

TORINO — Cosa possono fare due mesi di tempo, e un giudice diverso. Alfredo Cospito e Nicola Gai, i due anarco-insurrezionalisti accusati di aver sparato all’ingegner Roberto Adinolfi, restano in carcere: è stata confermata la validità  delle accuse, compresa la principale, lesioni gravi aggravate con finalità  di terrorismo.
Ma l’inchiesta sull’agguato avvenuto a Genova lo scorso 7 maggio, il primo attentato a mano armata di matrice terroristica negli ultimi dieci anni, è stata segnata da una notevole divergenza di vedute, gentile eufemismo, tra gli investigatori di Carabinieri e Polizia e la magistratura giudicante. L’undici luglio il Gip di Genova aveva rigettato la richiesta di custodia cautelare fatta dai pubblici ministeri, motivandola con la carenza dei gravi indizi di colpevolezza.
Le intercettazioni di Cospito che documentano i suoi preparativi di fuga da Torino hanno consentito ai pm liguri di emettere un fermo. A quel punto la palla è passata a un altro giudice del tribunale della città dove è stato eseguito il provvedimento, chiamato a esprimersi sulla sua necessità e quindi anche sulla bontà dell’intera indagine. Una faccenda piuttosto delicata. Il Gip Alessandra Bassi se l’è cavata facendo leva sui nuovi dettagli raccolti in questi due mesi.
Il suo collega di Genova non riteneva che i due individui immortalati dalle telecamere poco distanti dall’abitazione di Adinolfi potessero essere con certezza identificati in Cospito e Gai. Il quadro indiziario, scrive il Gip di Torino, adesso si è arricchito degli esiti degli accertamenti antropometrici svolti da tre diversi gruppi di esperti. Gli esiti delle perizie «rendono altamente probabile» che le persone filmate lo scorso 7 maggio siano i due indagati. Altri nuovi elementi sono le intercettazioni di alcuni anarchici napoletani che avevano ricevuto con tre giorni di anticipo la rivendicazione: ne discutono facendo riferimento al parco torinese del Valentino, dove si incontravano Cospito e Gai.
Il giudice di Torino scrive che sono state proprio le osservazioni del giudice di Genova a consentire agli investigatori nuove e più approfondite valutazioni. Ma non può esimersi da una valutazione «complessiva e unitaria» del quadro indiziario, che è ben diversa da quella fatta due mesi fa dal collega. Per il Gip di Genova la presenza vicino alla casa della vittima di due militanti del Fai, il silenzio dei loro telefonini nelle ore dell’attentato e del furto del motorino usato per l’agguato non era sufficiente a dimostrare il loro coinvolgimento. Per il Gip di Torino «non c’è chi non veda come la valutazione complessiva di tali circostanze obbiettive renda implausibile che si tratti di una “sfortunata” (per i fermati) coincidenza e che possano esistere sul territorio altri due “sosia” degli stessi due componenti il commando ripresi dalle telecamere». Insomma: «Non esistono interpretazioni alternative ai fatti così come ricostruiti».
La differenza di impostazione, per quanto celata dalla cortesia tra colleghi, esiste e si vede tutta. Il Gip di Torino si è dichiarato incompetente a decidere su reati commessi altrove, e trasmette gli atti al giudice naturale del procedimento. Quello che due mesi fa bocciò l’indagine appena promossa. Spetta a lui l’ultima parola.

8 in Italia, 2 già  detenuti all’estero. Per gli inquirenti sono «vicini a chi sparò ad Adinolfi» ROMA. La loro intenzione sarebbe stata quella di dare una dimensione internazionale alle loro azioni, alzando contemporaneamente il tiro nella scelta degli obiettivi da colpire. Una strategia perseguita sia saldando la componente anarco-insurrezionalista italiana con quella greca, sia puntando a colpire «le istituzioni economiche ritenute emblemi dello sfruttamento e della distruzione dell’ambiente naturale , come Eni e la Finmeccanica», ma anche «le istituzioni universitarie» e «le principali istituzioni bancarie, come Unicredit».

Sarebbe stata questa la strategia perseguita dalle otto persone – tutte ritenute appartenenti alla Federazione anarchica informale (Fai) e al Fronte rivoluzionario internazionale (Fri) arrestate ieri dai carabinieri dei Ros al termine di un’inchiesta condotta dalla procura di Perugia nella quale risultano indagate anche 24 persone e che ha visto decine di perquisizioni in tutta Italia.
Complessivamente le persone destinatarie di un ordine di custodia cautelare sono dieci: oltre agli otto italiani, il provvedimento è stato notificato anche a Marco Camenish, cittadino elvetico detenuto in Lenzsburg, in Svizzera, e allo spagnolo Gabriel Pombo De Silva, in carcere ad Aachen, in Germania. Tra gli indagati, invece, figurano anche sei greci tra i quali Olga Jkonomidou, il cui nome appare nel volantino di rivendicazione dell’attentato in cui, il 5 maggio scorso, è stato ferito il dirigente dell’Ansaldo Nucleare Roberto Adinofi. A tutti gli arrestati vengono contestati i reati di associazione a delinquere con finalità di terrorismo ed eversione e di terrorismo con finalità internazionali.
Tra le persone arrestate ieri c’è anche Stefano Gabriele Fosco, ritenuto dagli inquirenti uno degli ideologi della rete anarchica insurrezionalista. 50 anni originario di Chieti ma residente a Pisa, Fosco è stato arrestato insieme alla ex compagna Elisa Di Bernardo, 36 anni. Le manette sono scattate inoltre ai polsi di Alessandro Settepani, 26 anni, Sergio Maria Stefani, 30 anni, Katia Di Stefano, 29 anni, Giuseppe Lo Turco, 23 anni, Paolo Francesco Iozzi, 31 anni e Giulia Mazziale, 34 anni. Alessandro Settepani e Sergio Maria Stefani sono due nomi già noti agli inquirenti. Nel luglio del 2009 vennero infatti arrestati con l’accusa di aver tentato di sabotare la linea ferroviaria Orte-Ancona.
Anche se al momento non risulta nessun coinvolgimento diretto con il ferimento di Adinolfi, secondo il generale Giampaolo Ganzer, comandante dei Ros, esisterebbe un collegamento quantomeno ideologico con gli autori dell’attentato al manager dell’Ansaldo. «La matrice è la stessa», ha spiegato il generale, aggiungendo che «nel corso delle perquisizioni è stato ritrovato materiale utile per confezionare ordigni».
Accuse più precise sono invece quelle che riguardano una serie di attentati compiuti negli ultimi anni, e inseriti nella campagna terroristica battezzata «Eat the rich».
In particolare quello compiuto ai danni del direttore del Cie di Gradisca il 15 dicembre del 2009, attraverso l’invio di una busta esplosiva. Ma anche l’ordigno esploso all’interno del tunnel di collegamento tra due strutture dell’Università Bocconi, a Milano, la busta esplosiva recapitata il 7 dicembre 2011 all’amministratore delegato della Deutch Bank, Josef Ackermann, l’attentato compiuto il 9 dicembre dello stesso anno al direttore generale di Equitalia Marco Cuccagna e quello contro l’ambasciatore greco a Parigi, compiuto il 12 dicembre del 2011.
Una serie di azioni che, secondo gli inquirenti, segnerebbe anche l’inizio di una fase più violenta del movimento anarco-insurrezionalista, deciso sempre più a intraprendere la strada della lotta armata. Scelta che trasparirebbe anche da «un acceso dibattito ideologico» interno al movimento nel quale, scrive il gip Lidia Brutti nell’ordinanza di custodia cautelare, «viene auspicato – tra l’altro – il superamento della “Fai-Federazione anarchica informale” attraverso il rilancio di percorsi di lotta più incisivi e strategicamente efficaci, al fine di realizzare “uno sbocco insurrezionale” coerente con il progetto anarchico».

Un militante: «In Grecia hanno tirato fuori le pistole. È stato bello»

PERUGIA — «Lottare a prescindere da tutto, è questo che manca in Italia», dice l’anarchico individualista del terzo millennio. Quello che a forza di aspettare «il momento giusto» teme di perdere l’attimo fuggente. «E quand’è il momento giusto? Quando lo cogliamo questo cazzo di attimo?… È come i comunisti… aspettare la prospettiva rivoluzionaria! Quale prospettiva? È adesso la prospettiva rivoluzionaria! È subito, ora! Io esco di casa e gli obiettivi ce ne ho quanti me ne pare!… Basta che scendo qui sotto, sai quanti obiettivi c’ho di fronte? Non c’è bisogno di aspettà la manna dal cielo, che non arriva… Sei tu che devi crearti il modo».
Possono bastare poche frasi come queste, intercettate un anno fa da una microspia dei carabinieri del Ros, a svelare il modo di pensare dei nuovi ribelli ora accusati di attività terroristica ed eversiva. Le ha pronunciate il ventiseienne Alessandro Settepani, già arrestato e scarcerato tra il 2009 e il 2010, sotto processo per altri presunti attentati e da ieri nuovamente in prigione, parlando dei diversi modi d’intendere la militanza all’interno della galassia rivoluzionaria. Gli sviluppi giudiziari diranno se possono sostenere imputazioni gravi come quelle mossa dalla Procura di Perugia; di sicuro aiutano a illuminare un mondo dove si discute di violenza e azioni armate a qualche generazione di distanza dai cosiddetti «anni di piombo».
Racconta Settepani che quando stava in galera con un altro compagno riarrestato ieri, «preferivamo che invece di venire a fare il presidietto e a sprecare le forze per quello, la gente facesse altro… Investi le forze per attaccare, non per venirci a dire “liberi, liberi!”… Perché io, quando stavo in carcere e la gente fuori continuava a fare le azioni… cioè, io stavo contento come una Pasqua! Mi sarei potuto fare dieci anni senza problemi!… Non è la briscola e il tresette del bar… È una guerra!».
Così la pensa l’anarchico degli anni Duemila che una volta liberato ha ripreso la sua militanza estrema, quasi alla luce del sole, come dimostra un’indagine fatta di intercettazioni telefoniche, ambientali e postali che gli stessi protagonisti potevano forse immaginare. Ma non sembravano preoccuparsene più di tanto. Più delle parole, per loro contano i fatti; una singola azione vale più di mille elaborazioni teoriche: «Per me qualsiasi attacco è benvoluto — dice ancora Settepani —. Se tu fai l’attacco, se lo puoi fare… puoi prendertela o con un semplice disgraziato Bancomat o con il Parlamento… cioè, puoi dinamitare il Parlamento, ma puoi anche, che ne so, sporcare questo… è sempre un attacco… La cosa più importante per me è che avvenga l’azione diretta! … Mi serve che l’attacco sia capillare, non sia solo riguardo a un settore specifico».
Poco dopo, commentando il resoconto comparso su Internet di un’azione compiuta in Grecia, l’anarchico aggiunge: «’Sti tipi invece di arrendersi e consegnarsi… hanno tirato fuori le pistole… e hanno cominciato a sparare… È stato bello perché insomma alla fine… gente giovane… eh, ventuno… ventiquattro… Ma ti rendi conto che grande … che serietà… che integrità, cazzo!… Sentire che avvengano ancora ‘ste cose!».
Non che i nuovi antagonisti che non disdegnano la violenza siano dei nostalgici della lotta armata anni Settanta, tantomeno di stampo marxista-leninista. Anzi, da quelle esperienze prendono le distanze come fa, in una lettera inviata a uno degli arrestati di ieri, Olga Jkonomidou, la militante greca della Cospirazione delle cellule di fuoco, detenuta nel suo Paese, alla quale è intitolata la «Cellula di fuoco» che il mese scorso ha rivendicato l’attentato all’amministratore delegato di Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi. «Noi a Cospirazione — scrive Olga Jkonomidou nella missiva sequestrata durante una perquisizione — quando diciamo lotta armata non vogliamo dire avanguardia armata o partito armato come dicevano le Brigate rosse o altre organizzazioni comuniste. Noi usiamo la lotta armata per battere il riformismo di alcuni anarchici che sono indifferenti e mettono al margine le azioni dirette» preferendo «azioni pacifiche». Perciò, spiega, «proporremo di non dire lotta armata, ma azione diretta».
Nelle rivendicazioni dei pacchi bomba inviati a dicembre dello scorso anno la Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario internazionale, cellula «Free Eat e Billy», avvertiva: «Non abbiamo bisogno di specialisti dell’azione, chiunque può armare le proprie mani». Tuttavia qualche mese prima, dal carcere tedesco in cui è rinchiuso, lo spagnolo Gabriel Pombo da Silva diceva al telefono a un compagno italiano: «Non c’ho niente contro la specializzazione, quelli che fanno la rapina, quelli che fanno ordigni belli e così, no?… Però vuol dire lavorare in comune tra noi, tra i diversi gruppi che si muovono in un contesto concreto». E a gennaio scorso, dopo le spedizioni dei plichi esplosivi di cui ora è accusato, aggiungeva: «Comunichiamo tra di noi ed attacchiamo… dalla prassi prendiamo… sai? Costantemente in movimento, e dopo c’è il progetto Fai che vuole raggruppare tutte queste diverse tendenze, nella prospettiva di un’agitazione armata».
Sembrano avere due tipi di avversari, i ribelli riuniti nella Fai/Fri. Da un lato le istituzioni, i loro simboli e i rappresentanti del predominio sotto varie forme; dall’altro i riformisti e chi si accontenta di proteste nonviolente. In una lettera scritta dalla cella dove si trovava nel 2009, ancora Settepani sosteneva: «Il carcere è una brutale gabbia non un albergo; è un’apparato che, come tutti quelli che fanno parte del sistema dominante, va eliminato e non migliorato… L’obiettivo principale di questa mobilitazione è quello di rilanciare la gioia di lottare con la solidarietà internazionale, non impietosire i compagni e spingerli a sostenere i prigionieri compassionevolmente».
Sono gli strascichi di un dibattito che risale a parecchi anni, già presente sul «Foglio anarchico rivoluzionario» col titolo preso a prestito dalla formula del nitrato di potassio, Kno3, individuato da un’altra indagine dei carabinieri del Ros di Roma, nel 2008. Dibattito che prosegue sulle possibili convergenze con altri gruppi e movimenti, come dice sempre Settepani: «Io parzialmente posso essere rappresentato da un comunista rivoluzionario; parzialmente, perché se un comunista rivoluzionario ammazza uno sbirro, parzialmente sono d’accordo con lui! Ha fatto bene, parzialmente… Ma è una merda comunque, perché ha un’opinione di merda».
Giovanni Bianconi

Blitz contro anarchici, arresti e perquisizioni

Blitz contro anarchici, arresti e perquisizioni

Membri del Fai accusati anche degli attentati al dg d’Equitalia a Roma e alla Bocconi di Milano

ROMA – Dieci persone sono state arrestate in varie regioni all’alba di oggi dai carabinieri del Ros, per ordine della magistratura di Perugia, nell’ambito di un’operazione contro appartenenti alla Federazione anarchica informale (Fai) e al Fronte rivoluzionario internazionale (Fri).

Le accuse mosse agli indagati riguardano, tra l’altro, gli attentati del 2009 alla Bocconi, al Cie di Gradisca d’Isonzo (Gorizia); al dg di Equitalia a Roma, la Deutsche Bank di Francoforte e l’Ambasciata greca di Parigi nel 2011. Gli arrestati sono Stefano Gabriele Fosco, 50enne abruzzese residente in Toscana; la sua compagna Elisa Di Bernardo, 36enne toscana; Alessandro Settepani, 26enne originario del ternano e dimorante nel perugino; Sergio Maria Stefani, 30enne romano; Katia Di Stefano, 29enne toscana ma dimorante a Roma; Giuseppe Lo Turco, 23enne, catanese domiciliato a Genova; Gabriel Pombo Da Silva, 44enne spagnolo attualmente detenuto in Germania; Marco Camenisch, 60enne svizzero detenuto nel Paese elvetico, Paola Francesca Iozzi, 31enne marchigiana domiciliata a Perugia; Giulia Marziale, 34enne abruzzese domiciliata a Terni. Sono indagati altri 24 anarco-insurrezionalisti tra cui 6 greci della Cospirazione delle Cellule di Fuoco, già detenuti.

Tra gli arrestati – secondo gli investigatori – figurano alcuni tra i maggiori esponenti dell’organizzazione che ha firmato alcuni tra i più recenti attentati con ordigni esplosivi in Italia ed all’estero. Nel corso dell’operazione sono state effettuate oltre 40 perquisizioni in tutto il territorio italiano.

Figure di spicco – sempre secondo gli investigatori – sarebbero i due anarchici detenuti in Svizzera e Germania che, con i complici liberi in Italia, avevano progettato le campagne terroristiche, dettandone tempi, obiettivi, documenti e sigle di rivendicazione. Due persone sono state bloccate a Pisa. Un arresto e alcune perquisizioni sono stati eseguiti a Genova: non figurano, tuttavia, a carico delle persone coinvolte contestazioni specifiche relative all’attentato, rivendicato dalla Fai, subito il 7 maggio scorso dal dirigente dell’Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi.

Milano/ IN TRIBUNALE URLA CONTRO ICHINO PRIMA DELLA SENTENZA
Condanne pesanti – fino a 11 anni – per le «Nuove Br». La difesa: «Smentite le tesi dell’accusa» MILANO.  Per la seconda sezione della corte d’appello di Milano, gli undici esponenti del Partito Comunista Politico-Militare (Pcpm) condannati ieri non sono terroristi ma semplici sovversivi. Questa distinzione, che non è di lana caprina, tuttavia non è bastata ad evitare pene decisamente molto pesanti alle cosiddette «Nuove Brigate Rosse» che sono in carcere dalla fine del 2006.
Siccome attraverso l’uso distorto delle parole si inventano e si determinano storie e strategie, bisogna fare qualche precisazione. La dicitura brigatista «Nuove Br» è una invenzione dei media, i condannati non si sono mai detti brigatisti, quanto al Pcpm non è mai esistito, casomai quel partito era l’obiettivo da raggiungere, forse un domani, e magari anche con le armi (gli imputati hanno pubblicato dei documenti dove si teorizza la necessità di una rivoluzione anche armata).
A questo punto, all’avvocato della difesa, Giuseppe Pelazza, viene spontaneo domandare cosa abbiano fatto queste cosiddette «Nuove Brigate Rosse» per prendersi undici condanne che vanno dagli 11 anni e mezzo (invece dei 14 richiesti) per Claudio Latino fino ai 2 anni e 4 mesi; al presunto ideologo del gruppo, Alfredo Davanzo, è toccata invece una condanna a 9 anni. Andando a memoria, l’avvocato Pelazza ricorda un tentato furto ad un bancomat di Albignaseco (Pd), una esercitazione con delle armi – «vere, non giocattoli» – durata 8 minuti in un campo nel Polesine e alcune telefonate particolarmente livorose contro il giuslavorista del Pd Pietro Ichino, che comunque non sarebbe mai stato indicato come un obiettivo da colpire. Il giuslavorista però si è costituito parte civile contribuendo così a «pubblicizzare» oltre modo un processo che altrimenti sarebbe sparito dalle cronache. Ieri, per esempio, prima della sentenza, Pietro Ichino era in aula, una presenza che ha scatenato gli imputati che, secondo le cronache date in pasto ai media, e alle reazioni indignate degli amici politici, avrebbero nuovamente minacciato il giuslavorista. Prima con un «vergogna, vai a lavorare» e poi con la frase «questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema».
Gli avvocati della difesa, pur parlando di «pene spropositate», dicono che la sentenza di ieri ha smentito clamorosamente l’impianto accusatorio derubricando il reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (art.270bis) in associazione sovversiva semplice (art.270), riducendo così anche se di poco le pene inflitte in appello nel giugno 2010 (e non è un caso se il primo verdetto era stato annullato dalla Corte di cassazione che chiedeva maggiore chiarezza proprio in merito alle contestazioni relative all’associazione con finalità di terrorismo). I giudici milanesi hanno anche stabilito un risarcimento pari a 100 mila euro per il senatore Pietro Ichino e 400 mila euro alla presidenza del Consiglio (entrambi si erano costituiti parte civile).
Ma entrare nel merito di questa sentenza serve a poco, visto che a tenere banco sono le parole di Ichino, che da dieci anni è costretto a vivere sotto scorta: «Queste persone vogliono decidere chi sia il simbolo dello Stato ed emanare sentenze di morte e di ferimento nell’ambito di una guerra che hanno dichiarato». A seguire le prevedibili e numerose dichiarazioni di solidarietà e di vicinanza di tutta la classe politica, indignata. Più o meno è sempre la stessa storia. Quando la crisi del sistema si fa dura, un po’ di insano allarmismo all’italiana non guasta mai. Tanto più se il «lupo» si traveste da partito politico militare che non c’è.

Proclama in aula: è in corso una guerra di classe. Cade la finalità  di terrorismo.  La sentenza accolta con urla. Il giurista del Pd: sono ancora in pericolo 

MILANO – Ancora condanne per le nuove Br, per i membri del Partito comunista politico-militare smantellato nel 2007 dall´operazione «Tramonto» del procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Anche nel nuovo processo d´Appello voluto dai giudici della Cassazione, viene confermata l´esistenza di un´associazione sovversiva, anche se non viene riconosciuta la finalità terroristica. Alla lettura della sentenza – con pene più lievi rispetto al precedente appello – partono le urla e i cori dei militanti antagonisti che chiedono «giustizia proletaria» e attaccano ancora il giuslavorista Pietro Ichino.
Il Partito comunista politico-militare, stabiliscono i giudici, è un´associazione che ha agito per sovvertire lo Stato, ha avuto la disponibilità di armi per raggiungere lo scopo, ma non può essere considerata un gruppo terroristico. Restano alte le pene per Claudio Latino e Davide Bortolato, ritenuti i capi della cellula milanese e di quella padovana, condannati rispettivamente a undici anni e sei mesi e undici anni, meno dei quattordici anni e sette mesi avuti nel primo processo d´appello. Vincenzo Sisi, considerato il capo della cellula torinese, viene condannato a dieci anni; Alfredo Davanzo, ritenuto l´ideologo del gruppo, a nove. Otto anni a Bruno Ghirardi, sette a Massimiliano Toschi, cinque anni e tre mesi a Massimiliano Gaeta, che torna immediatamente libero perché ha già scontato per intero la pena durante la custodia cautelare. Si riducono leggermente le pene degli imputati minori: due anni e quattro mesi ad Andrea Scantamburlo, due anni e due mesi ad Alfredo Mazzamauro, Davide Rotondi e all´unica donna del gruppo, Amarilli Caprio, studentessa di Scienze Politiche alla Statale di Milano. Uno degli imputati, Salvatore Scivoli, anche lui accusato di concorso esterno in associazione sovversiva con finalità di terrorismo e per il quale erano stati chiesti sei anni e sei mesi di carcere, esce dal processo perché il fatto non costituisce reato. Ora saranno le motivazioni a spiegare su cosa si fonda la decisione della Corte di applicare l´articolo 270 del codice penale (associazione sovversiva) al posto del più grave 270bis (associazione con finalità terroristica).
Le condanne sono state accolte in aula da urla e cori dei militanti dei centri sociali, arrivati da varie realtà antagoniste di Milano e Padova, che hanno invocato la “giustizia proletaria». Prima della sentenza, il giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino – costituitosi parte civile perché ritenuto obiettivo di un attentato e a cui la Corte ha confermato il risarcimento di centomila euro – aveva preso la parola. «Intendo solo ricordare che sin dal primo grado di giudizio ho offerto a tutti e a ciascuno degli imputati la mia rinuncia alla costituzione di parte civile e quindi al risarcimento dietro il riconoscimento in qualsiasi forma del diritto a non essere aggrediti – ha detto il professore – . Nessun imputato però ha risposto a questa proposta di dialogo». Ichino, sotto scorta da ormai dieci anni, dai giorni successivi all´omicidio del collega Marco Biagi, ha anche ricordato di aver chiesto – già nel 2006 – di rinunciare alla scorta, sentendosi rispondere dalla prefettura che non era opportuno rinunciare alla protezione. «Questa situazione di pericolo – ha concluso il senatore – a tutt´oggi non è cessata, anche per il rifiuto degli imputati alla mia proposta di dialogo e così io oggi non posso che circolare in una macchina blindata». Le parole di Ichino, a cui è giunta ieri la solidarietà di tutto il mondo politico, hanno scatenato la reazione rabbiosa di Davanzo da dietro le sbarre. «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l´esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema – ha urlato Davanzo – Questa gente non ha diritto di fare sceneggiate, c´è una guerra di classe in corso e quelli blindati siamo noi».

Le regole dei “rivoluzionari” in un volume trovato dagli investigatori. La parola d’ordine è evitare la tecnologia per non farsi individuare da chi indaga 

GENOVA – Niente telefonino. Aereo no, treno sì. Mai prendere l´autostrada. Fate sempre il giro più largo: al massimo, spostatevi in macchina lungo le provinciali. Guai a bancomat, carte di credito, tessere di qualsiasi tipo. Attenzione alle telecamere fisse. Supermercato? Male. Se vi serve qualche componente elettrico, cercate prima nella spazzatura: qualcosa di solito si trova. Evitate di usare Internet. Altrimenti, meglio agganciarsi a wi-fi trovati a caso: infilatevi nell´androne del primo palazzo. Togliete imbottiture e tappezzeria alla vostra auto: sarà difficile che la polizia vi piazzi delle “cimici”. Cercate il più possibile di vivere lontano dai centri abitati. Non fatevi “tracciare”. Il Grande Fratello non vi troverà.
Dicono gli anarchici che il segreto – e il paradosso – sia l´essere primitivi. In una società tutta tecnologica, dove sei qualcuno solo se hai una carta di credito o almeno un cellulare, il rifiuto della modernità ti rende un fantasma. Introvabile. Tre settimane dopo la gambizzazione di Roberto Adinolfi, manager genovese di Ansaldo Nucleare, gli investigatori confermano: gli attentatori della Fai non avevano telefonini con loro, i controlli delle “celle” hanno dato esito negativo. Sono fuggiti lungo le strade del capoluogo ligure, ma evitando accuratamente le telecamere installate dalla polizia municipale o nei pressi di banche e negozi. Nei giorni precedenti, “talpe” complici avevano controllato il percorso. Ci sono buone ragioni per credere che i due terroristi si siano allontanati in treno. Sono scomparsi nel nulla. E dal nulla erano sbucati.
Hanno eseguito alla lettera i suggerimenti contenuti in un manuale – “Ad ognuno il suo: 1000 modi per sabotare questo mondo” – di cui si era parlato un paio di anni fa proprio quando gli anarchici minacciavano azioni terroristiche sui treni. Il manuale è tornato di attualità in questi giorni, confermano loro malgrado ai vertici del Ros dei carabinieri. Perché le inchieste sugli anarchici italiani sono due volte difficili, e lunghe. «Non usano mai il cellulare, quando compiono un´azione. Lo spengono e lo lasciano in un luogo il più lontano possibile. Oppure lo affidano ad un complice che lo tiene acceso e se ne va centinaia di chilometri più lontano», spiega un investigatore. A volte quel telefonino così distante è la conferma indiretta – e frustrante, per chi indaga – della partecipazione del sospettato ad un attentato. Così sarebbe successo in via Montello, a Genova, il 7 maggio scorso.
Nel “Manuale dell´anarchico esplosivista” si consiglia massima prudenza nel confezionamento delle bombe. Non c´è bisogno di andare nei supermercati, col rischio di farsi riprendere dalle telecamere interne. I timer si possono recuperare dagli scaldabagni gettati via – una recente inchiesta del Ros ha permesso di risalire ad un furto nella discarica di un cantiere edile emiliano – e per la “sicura” riutilizzare le perette delle abat-jour abbandonate.
In altri documenti anarchici sono stati trovati riferimenti a Ted Kaczynski, l´Unabomber americano, lo scienziato che per 18 anni ha inviato pacchi esplosivi in tutti gli Usa (provocando tre morti e ferendo 23 persone) nascondendosi in una capanna del Montana, con pochi soldi e senza elettricità ed acqua corrente, nutrendosi di quel che riusciva a cacciare. Un vero «rivoluzionario» deve avere una «vita normale» e al tempo stesso «primitiva» per non «incappare nelle maglie della giustizia». «Bisogna imparare a muoversi in zone d´ombra», scrivono gli anarchici, per nascondere «tutto quello che i nemici non devono sapere». E all´improvviso apparire in «zone di luce», per «mostrare tutto quello che facciamo spontaneamente».

 Manganelli: il vero pericolo è anarco-insurrezionalista. Napolitano: il rischio di terrorismo esiste. Preoccupa il “dialogo” aperto dalla Fai dopo l’attentato di Genova 

ROMA – «L´anarco-insurrezionalismo è oggi il vero terrorismo che può offendere il Paese. È quello che ha creato un network internazionale, a partire dalle cellule greche, da guardare con la massima attenzione. Sono stati loro stessi ad annunciare che faranno il salto di qualità, fino all´assassinio». Antonio Manganelli, capo della Polizia, fondamentalmente dice due cose in occasione della cerimonia per il centosessantesimo anniversario della fondazione del Corpo: quelli della Fai sono la minaccia numero uno e torneranno a colpire. Anche il presidente Napolitanno ammonisce: «Il rischio terrorismo esiste, bisogna mantenere alto il livello d´attenzione». Proprio ieri nelle redazioni di tre quotidiani è arrivato un volantino firmato Brigate Rosse, che impegna gli analisti dell´intelligence. Su possibili nuovi attentati, dopo quello al dirigente di “Ansaldo nucleare” Roberto Adinolfi, il capo della Polizia risponde ricordando che nel documento della Federazione anarchica c´è un palese riferimento a nuove aggressioni: sette bersagli. «Prenderli – dice Manganelli – riuscire a catturarli è la vera prevenzione».
A destare preoccupazione «non sono il terrorismo internazionale o il fenomeno brigatista», spiega il capo della Polizia. Ma proprio ieri i suoi apparati hanno cominciato a confrontarsi con un dato: il «dialogo», sembra a distanza, «tra anarchici e l´area marxista-leninista». Un volantino è arrivato nelle redazioni milanesi del Corriere della Sera e del Giornale e alla sede del Secolo XIX a Genova. «Colpiremo partiti, banche, giornalisti servi e Confindustria». Con il timbro della stella a cinque punte. «Alle azioni di guerra si risponde con la guerra. L´azzoppamento del manager Adinolfi ha riaperto i giochi. Vogliamo però sottolineare ancora una volta che lo spontaneismo armato è inutile e dannoso».
L´antiterrorissmo si sofferma sul riferimento ad Adinolfi, sull´azzoppamento che riapre i giochi. La frase viene interpretata in chiave dialettica. Una dialettica che, chiunque sia l´autore di quel volantino, è stata aperta con la Fai, che ha rivendicato l´attentato. E che, come è noto, ha lanciato un appello allo spontaneismo armato. «Un appello che sta camminando», dicono gli esperti. E che è già arrivato a gruppi di area marxista-leninista. Con opinioni diverse. Tanto che nel volantino hanno voluto sottolineare che «lo spontaneismo armato è inutile e dannoso perché disperde il potenziale delle avanguardie non organizzate e ancora politicamente immature nella lotta di classe». Un´altra prova, secondo fonti dell´antiterrorismo, che «il dialogo con la Fai è partito».
Firmano Brigate Rosse, ma come si legge? Nessuno pensa a colonne armate. Manganelli è stato chiaro. Ma nessuno dimentica lo show di Roberto Davanzo, uno dei dodici imputati al processo milanese alle nuove Br. Il suo urlo dalla gabbia: «Questo è il momento buono, avanti con la rivoluzione». Atto bollato come «gravissimo» ma che ha raccolto piena solidarietà da diversi centri sociali milanesi e da quello padovano Gramigna. «La tentata strage di Brindisi – recita il volantino arrivato ieri – come piazza Fontana nel 1969, è stata un´ovvia provocazione fascista per placare la rabbia delle masse con la paura. Ma le masse non si fanno abbindolare». Il ministro dell´Interno, Anna Maria Cancellieri, chiama «tutti a tenere alta la guardia». «Prendere chi ha colpito a Genova e chi ha seminato terrore a Brindisi – dice – è la nostra missione».

L’EDITORIALE DI «A»
La Federazione anarchica italiana è stata fondata a Carrara appena finita la seconda guerra mondiale. Centinaia di militanti anarchici, rispuntati dall’esilio, dalla clandestinità , dal partigianato, alcuni dalle carceri, si incontrarono nella città -simbolo dell’anarchismo di lingua italiana per dar vita a quella che fu per un ventennio la casa della quasi totalità  degli anarchici di lingua italiana. Alcuni gruppi, alcune individualità preferirono restarne fuori e questo non ha mai costituito un problema, proprio per lo spirito libero e libertario che da sempre caratterizza l’associazionismo degli anarchici. Poi dissensi proprio sulle modalità organizzative, nuove sensibilità nate soprattutto a partire dal ’68 e altri fenomeni hanno progressivamente portato la Fai ad essere una delle componenti del movimento anarchico, seppure di sicuro la più longeva e la più grande.
Tra l’altro la Fai gestisce il settimanale Umanità Nova che esce regolarmente dal 1945, ricollegandosi non solo in via ideale al quotidiano fondato da Errico Malatesta nel febbraio 1920 a Milano e durato per quasi tre anni, fino all’epoca della marcia su Roma (ottobre 1922). E ci piace ricordare che anche durante il fascismo, clandestinamente o all’estero, qualche numero di Umanità Nova non mancò di squarciare il totalitarismo.
La Fai per noi è questa: la Federazione anarchica italiana, con la quale da sempre abbiamo ottimi rapporti, evidenziati anche dal fatto che tra i nostri collaboratori più costanti e significativi alcuni siano militanti di quell’organizzazione: innanzitutto Massimo Ortalli, che per noi di fatto è un redattore di questa rivista. E poi Maria Matteo, Antonio Cardella e altri ancora.
Noi di A non siamo militanti della Fai. Quando A nacque oltre 40 anni fa, la redazione era composta quasi esclusivamente da militanti dei Gruppi anarchici federati, un’organizzazione prevalentemente giovanile che poi si esaurì nella seconda metà degli anni ’70. In quanto tale, però, la rivista non ha mai fatto riferimento esclusivo a una “componente” dell’anarchismo organizzato, in una tradizione di apertura che in Italia è caratteristica prevalente delle varie testate, a partire proprio da Umanità Nova che, pur essendo “della Fai”, è sempre stata aperta.
Che se ne faccia parte o no, questa è la Fai, la nostra Fai. Da qualche tempo ce n’è un’altra in giro, che vigliaccamente utilizza lo stesso acronimo, ma la cui ultima lettera sta per “informale” invece che “italiana”. Si tratta di un’operazione sporca, che sia opera di “compagni” o dei servizi segreti o di chi altro. Sporca, comunque. È grazie a questa scelta (provocatoria, si sarebbe detto in altri tempi) che in queste settimane i mass-media si permettono di ripetere che la Fai gambizza, la Fai ha imboccato la strada della lotta armata, la Fai… Senza nemmeno più il pudore o l’attenzione di dire la Fai informale.
Abbiamo seguito su A fin dall’inizio le gesta di questi informali, il loro uso della violenza, fisica e verbale. Li abbiamo seguiti e li seguiamo con l’attenzione e la preoccupazione che meritano, come ogniqualvolta si vuole confondere l’anarchismo con la violenza, il terrorismo, la vendetta, ecc. Abbiamo attraversato gli anni ’70 e ’80, stimolando dibattiti, approfondendo, discutendo, ma soprattutto marcando per quanto possibile il baratro che ci divide da chi – in qualsiasi luogo, dal Potere ai movimenti – ritiene che violenza e anarchia facciano rima. Non fanno rima. A meno di stravolgerne il senso. Come fanno gli informali con sigla Fai.
*** Quello che anticipiamo in questa pagina, per gentile concessione, è l’editoriale del prossimo numero di A, la storica rivista anarchica, che prende una posizione netta contro la Federazione anarchica informale

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