Vae victis

Antoinette Russell ricorda come se fosse ieri la prima volta che le hanno fatto credere che avrebbe potuto finalmente incontrare suo padre da uomo libero. L’aveva chiamata da un telefono della prigione, con la voce tremante per l’eccitazione, e le aveva detto: “torno a casa!
Questo succedeva 17 anni fa. Da allora, ogni due anni, deve sottostare alla medesima tortura. “[Ogni volta] chiama dicendo la stessa cosa: torno a casa,” mi dice, mentre la intervisto nella sua casa di Montgomery, Alabama.

Sono arrivata al punto che gli dico: papà, non voglio sentirti più. Ogni volta mi faccio delle illusioni pensando che tu verrai rilasciato, e poi non lo sei. Ogni volta mi sembra di morire.

A millecinquecento chilometri di distanza, a Deer Park, Long Island, Diane Piagentini è intrappolata esattamente nello stesso, drammatico, corso e ricorso degli eventi, collegato alla medesima persona. “Ogni due anni ti strappano il cerotto che avevi sul cuore e ti tocca ricordare tutto quello che era successo e riviverlo in continuazione,” mi dice.

Si potrebbe provare anche a misurare il dolore insopportabile che attanaglia queste due donne, ma le somiglianze finiscono qui: non hanno nulla in comune quando si tratta di decidere quale dovrebbe essere il destino di quest’uomo.

La Russell spera che a suo padre venga concessa la libertà. La Piagentini prega che possa marcire nella sua cella, per sempre.
“Deve rimanere in cella per il resto della sua vita. Quando ci si macchia di un crimine efferato come quello, si merita solo la pena di morte.”

L’oggetto delle attenzioni delle due donne è il padre di Antoinette Russell, Jalil Muntaqim che, nel carcere di massima sicurezza, è conosciuto con il suo nome di battesimo, Anthony Bottom, numero di matricola 77A4283.

Jalil Muntaquim, che ha trascorso gli ultimi 47 anni in prigione.

Ex membro del partito delle Pantere Nere e del suo braccio armato clandestino, il Black Liberation Army, ha trascorso quasi 47 anni in prigione per il ruolo avuto nell’omicidio di due agenti di polizia a New York City, nel 1971. Uno di questi agenti era Joseph Piagentini, il marito di Diane.

Muntaqim è uno dei 19 estremisti di colore, comprese due donne, ancora in prigione dopo più di 40 anni dall’arresto per atti di violenza commessi durante la loro lotta di liberazione. L’anno prossimo, il condannato che sta scontando la pena da più tempo, Romaine “Chip” Fitzgerald, sarà stato incarcerato per mezzo secolo. Il più anziano, Sundiata Acoli, ha 81 anni.

Dal 2000, altri dieci estremisti sono morti in prigione per malattia.

I 19 estremisti attualmente incarcerati facevano tutti parte del movimento rivoluzionario delle Pantere Nere. Hanno combattuto per il Potere Nero, sono stati condannati per aver ucciso in suo nome, anche se molti di loro si professano innocenti, e oggi sono ancora in prigione per causa sua.

Mentre invecchiano, e la pena si allunga, lo scontro etico su che cosa fare di questi uomini e donne si fa sempre più intenso. La settimana scorsa si era verificato uno sviluppo inatteso, che avevamo segnalato in anteprima; Robert Seth Hayes, ex membro, come Muntaqim, delle Pantere Nere e del Black Liberation Army, era stato rilasciato,  all’età di 69 anni, dallo stesso carcere di massima sicurezza di New York.

Hayes aveva trascorso 45 anni in prigione per l’omicidio di un agente della New York City Transit Police, Sidney Thompson, durante uno scontro avvenuto nella stazione del Bronx nel 1973. Era stato condannato ad una pena variabile da 25 anni all’ergastolo.

Era diventato idoneo alla richiesta di libertà vigilata nel 1998, ma, ogni due anni, si era sentito ripetere sempre la stessa cosa: nonostante fosse un detenuto modello, agli occhi della commissione per la libertà vigilata rimaneva sempre una minaccia per la società. Solo all’undicesimo tentativo, 20 anni dopo, con la salute ormai in rapido declino, era riuscito a convincerli di essere degno della riabilitazione.

Il rilascio di Hayes alza ancora di più la posta in gioco, perché costringe le autorità di New York e quelle di tutto il resto del paese a porsi la domanda cruciale: esiste qualcosa di simile alla riabilitazione per chi ha ucciso agenti di polizia in nome della causa rivoluzionaria del Potere Nero? Bisogna rinunciare alla politica della libertà condizionata basata sul merito? O il sistema giudiziario degli Stati Uniti li ha selezionati per una condanna all’ergastolo estremamente punitiva perchè li ritiene prigionieri politici, proprio come si autodefiniscono quegli uomini e quelle donne?

Negli ultimi due anni ho intervistato otto estremisti neri che avevano tutti trascorso lunghi periodi di detenzione. Attraverso visite in carcere, lettere ed email, gli attivisti mi avevano raccontato storie sorprendentemente simili, di come avessero trascorso quasi tutta la loro vita in cella e del lungo cammino verso una libertà che non arriva mai. Sei di essi sono fra i diciannove che, attualmente, sono ancora in carcere.

Uno degli aspetti che colpisce di più nelle loro storie è la costante passione per la causa dell’emancipazione dei neri. La loro convinzione sul valore di questa lotta contro l’ingiustizia è pura e adamantina.

Prendete Jalil Muntaqim, 66 anni. Secondo i termini della sua condanna per duplice omicidio, ha ottenuto il diritto ad essere valutato, ogni due anni, per la libertà condizionata fin dal 2002. Ad agosto ripartirà tutta la trafila: comparirà davanti alla commissione per la libertà vigilata e perorerà la causa del suo rilascio per la nona volta.

Alla commisione parlerà del suo rimorso nei confronti delle famiglie degli agenti uccisi. Parlerà del rimorso che prova verso la sua stessa famiglia, da cui manca ormai da 46 anni.

Ma non rinuncerà al suo credo politico.

Come mi ha detto durante un’intervista di due ore nell’istituto di pena Sullivan, nella zona nord di New York: ”Se ti rendi conto dell’oppressione che ha dovuto subire il popolo nero in questa nazione, nessuno si pentirà mai di essere stato considerato un rivoluzionario. Io non ho nessun rimpianto.”

Le Pantere Nere, che ufficialmente hanno cessato di esistere nel 1982, sono ritornate nuovamente di moda, postume, negli ultimi due anni. La scena di apertura del film di successo “Black Panther” è stata girata in un campo di pallaccanestro di Oakland, un preciso riferimento al luogo dove era stato fondato il partito nel 1966. La cantante Beyoncé aveva stupito l’America quando, nello spettacolo dell’intermezzo del Super Bowl del 2016, aveva reso omaggio alle Pantere Nere con un’esibizione comprendente giacche di cuoio, berretti e pugni alzati.

Dietro questa parvenza di interesse popolare per le Pantere Nere, non esiste in pratica un dibattito pubblico su questa rivolta degli anni ‘70 e su quello che ne è seguito. Assai scarsa è la compresione del pubblico su come avessero fatto le Pantere Nere, originarie di Oakland, ad avere 70 sezioni in tutti gli Stati Uniti, di come avessero affrontato a viso aperto la brutalità poliziesca, tipica dei centri urbani, nei confronti degli Afro-Americani, su come avessero sviluppato un sofisticato programma di aiuti sociali che includeva mense per i poveri ed anche scuole elementari, e come tutto questo avesse scatenato la feroce repressione del governo federale e dell’FBI, che aveva portato a numerosi conflitti a fuoco, incursioni, intercettazioni illegali, gioco sporco e, infine, allo scioglimento del partito nel 1982.

Ancora meno si sa dei molti attivisti delle Pantere Nere che erano stati imprigionati.

In breve, adesso potrà anche essere di moda la giacchetta di pelle delle Pantere Nere, ma c’è veramente uno scarsissimo interesse per le uniformi da carcerato degli ex-attivisti ancora dietro le sbarre.

Le Pantere Nere manifestano davanti al tribunale di New York City nel 1969.

Il viaggio che mi aveva letteralmente immerso nelle vite delle ex-Pantere Nere in carcere era iniziato nel 2015 con Albert Woodfox, un membro del cosiddetto Angola Three che, all’epoca, deteneva il primato di essere il prigioniero americano ad aver trascorso più tempo in cella d’isolamento. E’ rimasto in segregazione cellulare, quasi senza interruzioni, per 43 anni.

Insieme ad un suo compagno, Herman Wallace, Woodfox aveva fondato una sezione delle Pantere Nere nell’Angola, il famoso carcere di massima sicurezza in Louisiana, costruito sul terreno di una vecchia piantagione di cotone. Il nome ricorda la nazione africana da cui i proprietari della piantagione facevano arrivare gli schiavi.

Quando Woodfox era stato mandato all’Angola per rapina, nel 1971, la prigione era completamente segregata, con un’ala per i detenuti bianchi ed una separata per quelli afro-americani. I secondini erano esclusivamente bianchi.

Fulgido esempio del legame che unisce la schiavitù e l’incarcerazione di massa dell’era moderna, i prigionieri di colore erano utilizzati come forza lavoro a basso costo. Ogni giono, i detenuti di colore venivano raggruppati, incatenati e portati nei campi intorno al penitenziario, gli stessi campi che un tempo erano appartenuti alla piantagione, e fatti lavorare sotto il sole cocente.

A raccogliere cotone.

Woodfox e Wallace avevano iniziato, tramite la sezione delle Pantere Nere, ad organizzare gli altri detenuti di colore per  indurli a protestare contro questa moderna forma di schiavitù. La cosa non era piaciuta alle autorità della prigione.

Un anno dopo, entrambi erano stati accusati dell’omicidio di un agente di custodia di nome Brent Miller, pugnalato a morte durante una rivolta carceraria. Sulla scena del delitto era stata raccolta una notevole quantità di prove, ma nessuna che potesse incriminarli, compresa un’impronta digitale insanguinata su un muro.

Nonostante ciò, erano stati giudicati colpevoli da una giuria di soli bianchi e condannati all’ergastolo, senza possibilità di libertà vigilata. Subito dopo la sentenza, Woodfox e Wallace erano stati messi in cella di isolamento, dove sarebbero rimasti per altri 40 anni.

Le dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni dalle autorità carcerarie dell’Angola avevano chiarito le ragioni di questo trattamento eccezionalmente severo. L’allora direttore dell’Angola, Burl Cain, aveva detto, nel 1995, che aveva posto Woodfox in isolamento perché “stava ancora cercando di diffondere l’ideologia delle Pantere Nere.” Cain aveva aggiunto che non aveva voluto che il prigioniero fraternizzasse con gli altri “perchè avrebbe arruolato i nuovi, giovani detenuti.”

Nel novembre del 2015, subito prima che gli fosse finalmente concessa, all’età di 69 anni, la possibilità di uscire come uomo libero, Woodfox mi aveva scritto. Nella lettera mi descriveva cosa volesse dire passare 43 anni di vita in una cella di 1,8 x 2,7 metri, con solo un giaciglio di cemento, un gabinetto e un lavandino, con una feritoia nella porta metallica in cui far passare il cibo.

Mi aveva scritto di come fosse sopravvissuto, dentro la cella, ai ricorrenti attacchi di claustrofobia: “Per me il problema era capire quando stava per arrivare la crisi. Mi rendevo conto dello spazio e del tempo. I vestiti cominciavano a stringere. Cominciavo a sudare e diventava difficile respirare. Come se l’atmosfera si stringesse intorno a me e mi schiacciasse.”

Mentre Woodfox e Wallace passavano gli anni in isolamento nell’Angola, migliaia di altri giovani afro-americani entravano a far parte del partito delle Pantere Nere ad Oakland, Los Angeles, Chicago, New York e in tutti gli Stati Uniti. Anche se il partito era stato fondato da due uomini, Huey Newton e Bobby Seale ed aveva un taglio militare che potremmo definire maschilista, numerosi posti di responsabilità erano stati occupati anche dalle donne.

Fra di loro vi erano Afeni Shakur, madre del rapper Tupac Shakur, Elaine Brown, che sarebbe diventata capo del partito dopo la fuga a Cuba di Newton; Assata Shakur, nota come Joanne Chesimard, una leader del Black Liberation Army, anch’essa riparata a Cuba, dove vive tutt’ora in esilio, ancora sulla lista dei terroristi più ricercati dall’FBI.

Il movimento, contrariamente alla sua fama di violenza, dedicava la maggior parte del tempo al lavoro di comunità. Forniva colazioni gratuite ai bambini poveri dei quartieri neri, allestiva scuole e ambulatori medici per chi non poteva accedere al sistema sanitario e pubblicava un suo proprio quotidiano, il Black Panther, al costo di 10 cent., con una tiratura settimanale che era arrivata, nei periodi di punta, a 250.000 copie.

In contrasto con i toni misurati del movimento per i diritti civili di Martin Luther King, le Pantere si consideravano allineate ai gruppi internazionali rivoluzionari dell’Angola, del Mozambico e del Vietnam. Alle nuove reclute, conosciute come PITS (Panthers-in-Training), veniva fatto studiare il “Libretto Rosso” di Mao e “I dannati della Terra” di Frantz Fanon.

Membri del partito delle Pantere Nere distribuiscono gratuitamente abiti alla popolazione di New Haven, Connecticut, 1969.

 

Nell’ottobre del 1966, Newton aveva riassunto gli obbiettivi del partito in un programma di dieci punti. Comprendeva un appello contro la brutalità della polizia, non dissimile da quanto chiede oggi Black Lives Matter, una istanza per la riforma del sistema giudiziario, che potrebbe benissimo essere quella dell’American Civil Liberties Union, e una richiesta per la piena occupazione, per case decenti e per un buon sistema scolastico che sembra uscita dalla bocca di Bernie Sanders.

A queste richieste relativamente tradizionali era stato sovrapposto un forte sentimento di militanza nera, in contrasto con l’approccio moderato di King o con la radicata politica progressista di oggi. “Vogliamo porre fine alla rapina capitalistica della nosta Comunità Nera”, si leggeva al punto n° 3 e si continuava chiedendo un risarcimento per la schiavitù subita, consistente in due muli e 40 acri di terreno, un chiaro riferimento alla promessa, non mantenuta, fatta dal generale William Sherman di liberare gli schiavi alla fine della guerra civile.

Poi c’era l’enfasi sul militarismo e sulla lotta armata. Anche la struttura stessa dell’organizzazione era una provocazione, configurare il partito come uno stato all’interno dello stato.

Huey Newton parla alla convention per la fondazione del Partito Popolare Rivoluzionario nel 1970.

 

Come dice Mumia Abu-Jamal, una ex-Pantera Nera, incarcerato per 37 anni per l’omicidio di un agente di polizia di Filadelfia, “Il partito delle Pantere Nere si comportava come uno stato-ombra, con i suoi ministri, il suo personale in uniforme e i suoi soldati, in feroce opposizione al governo degli Stati Uniti.”

Una delle prime attività del partito era stata la “vigilanza sulla polizia”, durante la quale i suoi membri monitoravano l’attività delle forze dell’ordine nelle vie di Oakland, in un periodo in cui gli attacchi della polizia alla popolazione nera erano un fatto quotidiano. E’ difficile che una cosa del genere possa succedere al giorno d’oggi, ma, allora, quando vedevano agenti di polizia fermare e perquisire giovani Afro-Americani, le Pantere Nere si avvicinavano e osservavano la scena, facendo volontariamente intravedere le pistole che portavano alla cintura.

Newton aveva studiato le leggi californiane sul possesso delle armi e sapeva che girare armati in pubblico, senza nasconderlo, alla fine degli anni ‘60 era legale. I legislatori dello stato avevano risposto nel 1967 proibendo il “porto libero” e, per celebrare l’evento, più di 20 Pantere Nere erano entrate impugnando le armi nel Campidoglio di Sacramento durante il dibattito.

La minaccia di una insurrezione armata dei rivoluzionari neri aveva scatenato una dura rappresaglia da parte del governo degli Stati Uniti.

L’allora direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover, aveva giurato di spezzare il partito delle Pantere Nere, che aveva definito “la più grande minaccia alla sicurezza interna della nazione.”

Il programma di sorveglianza segreto Cointelpro era così stato focalizzato sulle Pantere Nere e tutte le enormi risorse dell’FBI mobilitate contro di loro. In breve tempo, il partito era stato riempito di informatori e di agenti provocatori, che diffondevano false informazioni e seminavano zizzania fra i ranghi.

Gli scontri violenti con la polizia erano diventati frequenti: le forze dell’ordine e i media li chiamavano “Shoot-outs.” Per le Pantere erano invece “Shoot-ins,” intendendo con questo termine che gli scontri venivano istigati dalle autorità e che facevano parte dei trucchi sporchi del Cointelpro.

Secondo le stesse Pantere, fra il 1968 e il 1970 si erano verificati 28 scontri armati con la polizia locale o con gli agenti dell’FBI, in cui 19 dei loro avevano perso la vita. Per contro, le forze di polizie consideravano il Black Liberation Army, l’ala clandestina del partito, fondata nel 1970, responsabile dell’omicidio di almeno 13 agenti di polizia.

Era in questo ambiente che Jalil Muntaqim, allora conosciuto con il nome di Anthony Bottom, si era gettato, anima e corpo, quando aveva solo 15 anni. Non era di certo il candidato ideale per la carriera di rivoluzionario nero, dal momento che proveniva da una famiglia benestante di San Jose, con entrambi i genitori che lavoravano e la piscina in giardino.

La madre aveva insegnato ai figli le danze africane e dava molta importanza alla discendenza familiare. Muntaqim era stato attratto da King e dal movimento per i diritti civili, ma si era subito messo alla ricerca di qualcosa di più radicale. Un compagno di scuola era entrato a far parte delle Pantere Nere e il movimento lo aveva attirato.

“L’idea che uomini neri, armati e preparati, potessero combattere per i diritti del popolo di colore era eccitante, intrigante. Andava ben oltre il movimento per i diritti civili del dr. King. La differenza fra il dr. King e Malcon X era che quest’ultimo aveva posto la nostra lotta in un contesto internazionale,” mi aveva detto.

Muntaqim aveva iniziato vendendo il quotidiano delle Pantere Nere e dando una mano nelle mense gratuite. Da qui era stato assegnato alla scorta dei leaders di alto profilo che venivano in visita ad Oakland.

Nel 1970, il Black Liberation Army (BLA) costituiva la falange armata del movimento. In quel periodo e fino alla messa al bando ufficiale del partito delle Pantere Nere, nel 1982, il BLA era stato implicato in una lunga serie di rapine in banca, attentati dinamitardi, evasioni e omicidi di agenti di polizia.

Muntaqim si era arruolato a 18 anni ed era entrato in clandestinità. “Continuavo ad avere una vita pubblica come assistente sociale al Dipartimento per la Disoccupazione della California,” ha spiegato nell’intervista. “Ma c’era un altro aspetto della mia vita: la mia attività clandestina nel Black Liberation Army.”

Il 21 maggio 1971, due agenti di polizia di New York, Joseph Piagentini, bianco, e Waverly Jones, di colore, erano di pattuglia nella 159° Strada, ad Harlem. Erano stati chiamati per quella che sembrava una lite familiare.

Diane Piagentini descrive Joseph come “un gran marito e un gran genitore, che amava le nostre due bambine. Era alto, quasi un metro e ottanta, capelli e occhi scuri. Aveva un gran sorriso, un sorriso dolce e la fossetta nel mento. E’ stato l’amore della mia vita. L’ho amato fin dal primo istante.”

Gli agenti della polizia di New York, Joseph Piagentini e Waverly Jones, uccisi da Herman Bell ed altri ad Harlem nel 1971.

 

Ricorda come quella notte le era stata data la notizia. “Gli avevo preparato la pasta e fagioli, la tenevo in caldo e aspettavo che tornasse a casa. Avevano bussato alla porta. Avevo guardato fuori e stava piovendo. Vedevo i lampeggianti della polizia che continuavano a roteare. Niente sirene, solo le luci. Era come essere in un sogno.

Joseph Piagentini e Waverly Jones stavano ritornando all’auto di pattuglia, circa alle 22, quando erano stati attaccati alle spalle da tre uomini armati. Jones era morto subito, colpito da un proiettile alla nuca; Piagentini, secondo gli inquirenti era stato colpito 13 volte.

Nel giro di pochi giorni erano stati arrestati tre membri del BLA, Muntaqim, Herman Bell e Albert “Nuh” Washington. Muntaqin e Bell erano stati entrambi condannati ad un periodo di detenzione non inferiore a 25 anni, Washington è morto in prigione nel 2000.

Tre mesi fa si è verificato un evento raro: Herman Bell, 70 anni di età, è stato rilasciato. Era stata la sua ottava apparizione di fronte alla commissione, dopo 45 anni dietro le sbarre.

Bell era apparso alla commissione per la libertà vigilata come qualcuno che, dopo quasi mezzo secolo, era diventato un detenuto modello e  provava un sincero rimorso per i suoi omicidi. Una parte della decisione del comitato era dovuta al fatto che, quando era stato interrogato nel mese di marzo, Bell aveva espresso il proprio disgusto per quello che aveva commesso nel 1971.

Non c’era niente di politico in quel gesto, come pensavo all’epoca. Si è trattato di omicidio, un omicidio terribilmente sbagliato,” aveva detto loro Bell.

La decisione della commissione ha scatenato un vespaio di proteste da parte dei sindacati locali di polizia, dei media e degli esponenti politici. La New York Patrolmen’s Benevolent Association ha dichiarato di essere “disgustata, offesa ed estremamente adirata” ed ha definito Bell “un terrorista locale.

Diane Piagentini nella sua casa.

 

Una tale reazione al rilascio sulla parola del suo coimputato fa capire la grande sfida che Muntaqim si troverà a dover affrontare quando si troverà di fronte alla commissione, nel mese di agosto.

A suo favore gioca il comportamento da detenuto modello che ha tenuto per anni. La stessa cosa si può dire riguardo alla maturazione del suo carattere, dai giorni della sua attività rivoluzionaria in gioventù.

“Sono maturato. Ora tolgo la ‘r’ da quella parola e la faccio diventare ‘evoluzione’. Per me la rivoluzione è il processo evolutivo con cui raggiungere un più alto livello di coscienza nella società in generale. Mi ritengo un rivoluzionario evoluzionista.”

Mi ha anche detto che si è evoluto anche il suo concetto di lotta armata. Secondo lui la priorità non dev’essere l’insurrezione, ma la costruzione di “un movimento popolare di massa. Preferisco dire che siamo armati di idee, di comprensione e di amore per il nostro popolo.”

Come la maggior parte degli altri diciannove estremisti di colore attualmente detenuti, si considera un prigioniero politico e afferma che la sua militanza nelle Pantere Nere non era dovuta all’autoesaltazione o al profitto personale. Nel 1998, aveva fondato il Movimento Jericho, che si batte per tutti quelli che vengono definiti “prigionieri politici e prigionieri di guerra.”

“Il mio impegno alla lotta è stato un auto-sacrificio, causato dall’amore per la mia gente e per l’umanità. Per questo motivo sono stato preso di mira dal governo e ciò fa capire che la mia detenzione è di natura politica.”

Il conflitto che attanaglia Muntaqin, il suo ardente desiderio di libertà opposto alla volontà di non rinunciare al proprio credo politico, da lui ritenuto nobile, è condiviso dalla maggior parte degli altri diciannove estremisti di colore che ancora si trovano dietro le sbarre.

Di questi diciannove, sedici erano stati condannati per l’assassinio di agenti di polizia o di altri funzionari in divisa. Molti di loro dicono di essere innocenti e la maggior parte sostiene di essere stata appositamente selezionata per subire la collera dello stato americano.

Che cos’ha in comune il loro trattamento con quello riservato agli altri detenuti colpevoli dell’assassinio di agenti delle forze dell’ordine nel corso di reati comuni, come, per esempio, le rapine? Un confronto significatvo è impossibile, vista la natura decentrata del sistema giudiziario americano. Come sottolinea il Sentencing Project: “I 50 stati usano metodiche differenti nel comminare le pene. Dal momento che i casi politici sono relativamente pochi, è difficile arrivare a delle conclusioni concrete.”

Le comparazioni internazionali sono comunque istruttive. In confronto al trattamento carcerario dei rivoluzionari armati che si erano macchiati di crimini violenti in Europa negli anni ‘70, gli Stati Uniti sembrano essere molto meno aperti al concetto di riabilitazione.

Prendete la Banda Baader-Meinhof della Germania Occidentale, il gruppo di estrema sinistra fondato nel 1970, conosciuto anche come Rote Armee Fraktion. Imgard Moller, che era stata arrestata nel 1972 per un attentato dinamitardo che aveva ferito diversi agenti di polizia e ucciso tre soldati, è stata rilasciata nel 1995. Anche Brigitte Mohnhaupt, che era stata catturata nel 1982 e condannata a cinque ergastoli per la sua partecipazione a numerosi omicidi, è stata rilasciata nel 2007, dopo 24 anni di detenzione, e da allora vive in modo anonimo, senza più obblighi verso la giustizia.

Chi si batte per la riforma del sistema giudiziario americano sostiene che i lunghissimi periodi di detenzione comminati agli estremisti del potere nero devono essere visti nel contesto dell’eccezionalmente severo concetto di punizione dell’America, specialmente nei confronti della gente di colore. Gli Stati Uniti, con il 5% della popolazione mondiale, ospitano il 25% dei detenuti di tutto il mondo, con più di due milioni di persone incarcerate. In America, una persona di colore ha una probabilità sei volte maggiore di essere imprigionata rispetto ad un bianco. Nel 2016, secondo il Pew Research Center, la popolazione di colore rappresentava solo il 12% della popolazione adulta degli Stati Uniti, ma il 33% di quella carceraria. La popolazione bianca, al contrario, costituiva il 64% degli adulti americani, ma contribuiva a quella carceraria solo per il 30%.

La folta rappresentanza dei detenuti americani sta anche invecchiando rapidamente. Secondo alcune stime, nel 2030 le persone di 50 o più anni costituiranno un terzo di tutta la popolazione carceraria dagli Stati Uniti.

“E’ un problema di giustizia e riabilitazione,” dice Robert Boyle, che ha rappresentato sei ex-Pantere Nere, compreso Herman Bell, durante le valutazioni per la concessione della libertà condizionata. Si è rifiutato di discutere il caso di Bell, ma, parlando in generale, ha detto: “E’ un problema che dobbiamo affrontare, in questo paese e in tutto il mondo. E’ forse l’unica forma di giustizia uccidere o far morire in carcere il colpevole dell’assassinio di un agente di polizia o di qualche altro efferato crimine, anche quando non rappresenta più nessun pericolo per il pubblico?”

La scrittrice ed attivista Angela Davis, che era stata definita dal Presidente Richard Nixon una “pericolosa terrorista” dopo essere stata accusata (e poi assolta) di complicità nel rapimento di un giudice, mi ha detto che gli attivisti neri attualmente detenuti sono in un vicolo cieco. O si pentono di crimini che non hanno mai commesso, o moriranno nelle loro celle.

“Molte delle persone attualmente in carcere, io credo, non sono assolutamente colpevoli di ciò di cui vengono accusate. Dovrebbero confessare di essere state implicate in eventi a cui però non avevano partecipato.”

La Davis mi ha detto che i militanti sono stati anche sottoposti a pressioni per indurli a tradire il proprio credo politico. “Dovrebbero denunciare un partito che è stato il precursore del Black Lives Matter di oggi.”

Quando Jalil Muntaqim, fra qualche giorno, si troverà di fronte alla commissione per la libertà vigilata, è quasi certo che si sentirà chiedere spiegazioni su quello che era successo nella notte del 21 maggio 1971. Io, quando l’ho incontrato in prigione, gli ho rivolto la stessa domanda.

E’ tuttora dell’opinione che il suo caso non sia stato trattato nella maniera giusta. In base alle leggi sulla libertà di informazione ha potuto avere accesso a documenti che mostrano come Nixon ed Hoover avessero manifestato un interesse personale per la caccia ai responsabili dell’omicidio (da essi chiamato “Newkill”, New York killings) dei due agenti di polizia di New York. Quella insolita collaborazione fra Casa Bianca, FBI e investigatori locali non era mai stata comunicata, come avrebbe dovuto essere, agli avvocati difensori di Muntaqim durante il processo.

Muntaquim è anche del parere che quei documenti indichino palesi discrepanze nelle prove fornite alla giuria sulle le armi usate negli omicidi.

Sta forse dicendo che ai più alti livelli c’era il desiderio di addossargli gli omicidi di Piagentini e Jones?

“Lo dico con convinzione. Il caso era una trappola. E’ importante che la gente capisca che noi non abbiamo avuto un processo equo. Nixon e l’FBI volevano essere certi che fossero condannati per questo reato dei membri del partito delle Pantere Nere.”

Nonostante le ingiustizie che dice di aver sofferto, Montaquim non si proclama innocente. Fin dal 2006 ha continuato a ripetere ogni due anni alla commissione per la libertà vigilata che si assume in pieno la responsabilità degli omicidi e che “mi pento moltissimo per aver causato quelle due tragiche morti.”

Mi ha detto: “Ho ammesso la paternità di quel gesto e ne ho assunto la piena responsabilità. Ho anche espresso rimorso per la perdita di vite umane. Capisco la sofferenza che prova chi perde una persona amata. Entrambe le famiglie, i Jones e i Piagentini, hanno perso qualcuno di molto caro.”

Se gli fosse concessa la libertà, dice che il suo obbiettivo sarebbe quello di “ristabilire i rapporti con la mia famiglia. Non ho mai passato un giorno di libertà con mia figlia. Sono un bisnonno e non sono mai stato con nessuno dei miei ragazzi.”

Ha un messaggio diretto per Diane Pigentini: “Capisco il suo dolore. Ha perso l’amore della sua vita e il padre dei suoi figli. Questo è devastante. Capisco la sua sofferenza e il suo dolore, veramente.”

La Piagentini non vuole neanche sentirne parlare. Secondo lei, Muntaqim “non ha mai ammesso di avere ucciso mio marito. Non ha mai mostrato rimorso. Tutto quello che fa, lo fa per cercare di uscire di prigione.”

Sulla morte di suo marito, quasi 47 anni fa, dice: “Il dolore non passa mai. Sapere che non farà mai più ritorno a casa, non me ne fa provare di meno. Non voleva lasciarmi quella notte, e perciò è come se non mi avesse mai lasciato.”

Si mette a ridere all’idea che Muntaqim e i suoi complici siano dei prigionieri politici. “Questi uomini non sono prigionieri politici, è frutto della loro immaginazione. Se avessero voluto entrare in politica non avrebbero dovuto fare quello che hanno fatto. Non c’è nessuna guerra. Quello è stato un omicidio. Quelli sono degli assassini.”

Antoinette Russell

 

In Alabama, Antoinette Russell non può fare a meno di essere sui carboni ardenti per l’imminente comparsa del padre davanti alla commissione per la libertà vigilata, nonostante tutti i suoi sforzi per non farsi coinvolgere dal processo. E’ la sua unica figlia, nata sei mesi dopo il suo arresto. Pensa di averlo visto, di persona, non più di una decina di volte in tutta la sua vita, sempre al di là di una barriera di filo spinato percorso da corrente elettrica.

Ripensa alla sua vita e si chiede come sarebbe stata se il padre non fosse entrato a far parte delle Pantere Nere. “Crescere senza mio papà ha avuto un sacco di alti e bassi, più bassi che alti,” mi dice.

“Quando ero più giovane ero veramente arrabbiata nei confronti di mio padre. Ero convinta che avesse preferito la causa a me, alla sua famiglia.”

Nel corso degli anni lo ha perdonato. Ma il desiderio di riaverlo a casa non ha fatto altro che crescere.

“Le prigioni, non dovrebbero servire a riabilitare?” chiede con una risata amara. “C’è stato per 46 anni. Quanto tempo ci vuole per essere riabilitati?”

 

Ed Pilkington

* Fonte: theguardian.com , Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

 

Lo scrittore fu condannato per l’uccisione della giovane donna. Accusa che ha sempre respinto

Ad aprire il fuoco è stato Il Giornale con un articolo in cui viene considerata scandalosa e irrispettosa, per la memoria dei parenti della vittima, la presenza in video di Massimo Carlotto: lo scrittore introdurrà un ciclo della serie Criminal Minds tratto da fatti di cronaca realmente accaduti che hanno visto come protagonisti serial killer.

Lo scandalo è dovuto al fatto che Carlotto è stato condannato per la morte di Margherita Magello, avvenuta ormai oltre quaranta anni fa. Lo scrittore veneto fu condannato in contumacia. Era fuggito dall’Italia urlando la sua innocenza. Ha vissuto prima in Francia, poi Messico, prima di tornare in Italia per finire in prigione, da dove è uscito per la grazia concessa dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Di questa vicenda ha dato conto ne Il fuggiasco, il libro che lo ha fatto conoscere come scrittore pubblicato dalle edizioni e/o (ne è stato tratto anche un film). Dal suo ritorno in Italia, Massimo Carlotto ha continuato a scrivere, pubblicando romanzi di successo, diventando uno dei migliori autori del noir mediterraneo, utilizzando politicamente questo genere per raccontare il marcio del Belpaese.

Nei suoi romanzi ha, infatti, analizzato la globalizzazione compresa quella della grande criminalità, denunciando il suo intreccio con il potere politico locale e come gestisca ormai una parte rilevante dell’attività economica. Diversi suoi libri sono finiti sul grande schermo, film mandati poi in onda anche sulla tv pubblica e commerciale. Per l’articolista del Giornale, tuttavia, i cinque minuti introduttivi a ogni puntata della serie Criminal Minds rappresentano uno scandalo perché offendono la memoria della giovane morta nel 1976 custodita dai suoi famigliari.

La memoria, per il giornalista, è sacra e a destare scalpore è che uno scrittore condannato in passato appaia in video, cioè che esponga il suo punto di vista a un pubblico diverso, e più ampio, di quello, già numeroso, che acquista i suoi romanzi. Scandalosa è quindi la sua meticolosa e rigorosa analisi di come è cambiata la criminalità, di come interi settori produttivi si basino sul lavoro schiavistico dei migranti e delle modalità con le quali la criminalità ormai esercita la sovranità su regioni della penisola. E scandalosa è la sua analisi della «mente criminale», come già ha fatto nel romanzo Il turista, dove un serial killer è espressione di una patologia non individuale, bensì sociale.

È meglio, dunque, indurre il sospetto che il suo punto di vista sia offensivo e forse criminale anch’esso. Da qui il fuoco preventivo sulla trasmissione, che inizierà su Rai 4, a partire dal 18 maggio, in prima serata. Buona visione.

FONTE: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

No, otto mesi trascorsi in cella all’estero non bastano a chiudere un conto con la giustizia che vale 27 anni di prigione; mai scontati, a parte quella breve parentesi in una prigione straniera. Lo hanno deciso i giudici di Genova a proposito dell’ex brigatista rosso Leonardo Bertulazzi, colpevole di banda armata, sequestro di persona e altri reati, latitante dal 1980 e riparato prima in Salvador e poi in Argentina. Nei mesi scorsi gli stessi giudici avevano dichiarato prescritta la pena, proprio perché non eseguita ad oltre trent’anni dalla condanna, e a marzo il timbro della Cassazione su quella decisione aveva fatto tornare l’ex terrorista un uomo libero. Con la possibilità di rientrare in Italia, a 67 anni d’età, senza rischiare l’arresto.

Invece no. La corte d’assise d’appello di Genova ha stabilito tre giorni fa che quella pena non s’è estinta, perché l’arresto avvenuto a Buenos Aires nel novembre 2002 ha interrotto il decorso della prescrizione, nonostante le autorità argentine abbiano poi negato l’estradizione liberando l’ex brigatista a luglio del 2003. «Essendo perdurata la latitanza del Bertulazzi dopo la scarcerazione — hanno scritto i giudici nel loro provvedimento —, e rappresentando l’arresto eseguito (in forza di una procedura di estradizione sulla cui legittimità nulla è mai stato contestato dalla difesa del condannato) la manifestazione del concreto interesse dello Stato ad eseguire la pena, il decorso dei termini di prescrizione è iniziato ex novo». Conclusione: «Le pene inflitte a Bertulazzi Leonardo non sono prescritte».

Dunque l’ex brigatista dal nome di battaglia «Stefano» resta ufficialmente ricercato, sebbene sia noto a tutti l’indirizzo del suo domicilio a Buenos Aires e difficilmente l’Argentina lo arresterà di nuovo per consegnarlo alla magistratura italiana. Nel 2003, infatti, l’estradizione non fu concessa perché i processi si erano celebrati in assenza dell’imputato latitante, situazione che da allora non è cambiata. Tuttavia la giustizia italiana continua a inseguire il brigatista sfuggito all’esecuzione della condanna.

Leonardo Bertulazzi ha fatto parte della colonna genovese delle Br ed è stato ritenuto responsabile del sequestro dell’armatore navale Pietro Costa, rapito il 12 gennaio 1977. Fu un sequestro per autofinanziamento, che si concluse all’inizio di aprile dopo il pagamento del riscatto: un miliardo e mezzo di lire che garantirono alle Br la sopravvivenza per i successivi quattro anni. Con una parte di quei soldi, 50 milioni, venne acquistato l’appartamento in cui fu installata la «prigione del popolo» dove fu rinchiuso Aldo Moro nella primavera dell’anno successivo.

Insieme a Bertulazzi, al sequestro Costa parteciparono, tra gli altri, Riccardo Dura (che nel 1979 uccise l’operaio comunista Guido Rossa) e Mario Moretti. Dura morì nell’80 durante l’irruzione dei carabinieri nel covo di via Fracchia a Genova, mentre Moretti è tuttora detenuto in regime di semilibertà. Il loro ex compagno «Stefano», invece, riuscì a fuggire all’estero ed era ormai certo, dopo la dichiarazione di inammissibilità dell’ultimo ricorso della Procura generale da parte della Cassazione, che la storia fosse finita. Ma i giudici hanno ritenuto che il verdetto della corte suprema non potesse considerarsi definitivo poiché la questione dell’interruzione del decorso della prescrizione non era stata affrontata nei precedenti giudizi. Un cavillo tecnico-giuridico che tiene aperta la storia.

FONTE: Giovanni Bianconi, CORRIERE DELLA SERA

L’11 dicembre prossimo, presso la Casa della Memoria di Milano, si sarebbe dovuta tenere la proiezione del documentario (peraltro in quel luogo girato e da quella amministrazione commissionato) This Arm | Disarm, sull’opera di Paolo Gallerani e firmato dal collettivo OfficinaMultimediale e da Maurizio “Gibo” Gibertini. Il 5 dicembre compare nell’edizione milanese (cartacea) del quotidiano “la Repubblica” un articolo dal titolo Casa della Memoria in programma un ex degli anni di piombo. Praticamente in contemporanea, il giornalista estensore dell’articolo inoltra a Gibertini una comunicazione scritta da una serie di associazioni e indirizzata all’assessore alla Cultura di Milano e a varie altre figure istituzionali, fra le quali il sindaco Sala. In questa comunicazione si chiede di vietare la proiezione. Al di là delle gravi inesattezze e falsità contenute nel testo in questione, rispetto alle quali “Gibo” valuterà di tutelarsi nelle forme e sedi che riterrà opportune, questo fatto ci impone nuovamente la necessità di una riflessione e di una presa di parola collettiva contro l’ennesimo caso in cui viene impedita la libertà di espressione a chi ha la “colpa” di aver militato nei movimenti di lotta degli anni Settanta in Italia.

Le polemiche e i “linciaggi” politici e mediatici che in questi ultimi anni hanno colpito diversi/e esponenti dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria italiana negli anni Settanta del secolo scorso, “rei” di aver partecipato o di essere stati invitati ad una serie di iniziative pubbliche di tipo e segno diverso, danno la dimensione di come la “sindrome degli anni di piombo” sia ancora diffusa in ampi settori del mondo politico, giornalistico, associativo e delle forze dell’ordine di questo Paese. Non ci interessa qui discutere le scelte politiche o personali di ognuno di loro, né dei contesti e delle iniziative la cui partecipazione da parte di ex esponenti di organizzazioni rivoluzionarie (comprese quelle armate) attive quarant’anni fa è stata stigmatizzata.

Ci preme invece evidenziare quanto ancora oggi il tema della violenza politica (ivi incluso quello della lotta armata) sia divenuto una specie di “passato che non passa” rispetto al quale l’azione della magistratura sembra essersi sostituita al silenzio degli storici (o alla marginalizzazione di quante e quanti coraggiosamente decidono di occuparsi seriamente di questo pezzo di storia repubblicana). Un fenomeno non da studiare e comprendere (cosa ben diversa per l’appunto dal giudicare), ma da sottoporre perennemente alle strumentalizzazioni della politica, costume tutto italiano (le cose vanno in modo ben diverso in altri Paesi europei, anche in quelli che hanno conosciuto fenomeni analoghi), che viene da lontano.

Senza contare che, di fronte a questi attacchi smodati, va a farsi benedire tutta la litania sulla “funzione rieducativa” del carcere (visto che si tratta di persone che hanno scontato le pene a cui sono state condannate): a nessuno di coloro che scagliano anatemi o distribuiscono censure interessa il merito di quello che dicono o fanno i censurati nelle attività alle quali vengono invitati (peraltro, come si è scritto sopra, quello del regista – non ex-terrorista –  Gibertini  è un documentario che nulla ha a che vedere con gli anni Settanta), ciò che interessa è solo il concetto del “fine pena mai”, a maggior ragione se l’additato/a magari fa ancora attivismo nella società, nel mondo della cultura o dell’informazione (magari con posizioni “anti-sistema”, come scrivono i censori di “Gibo” istituendo un assurdo parallelismo tra opposizione politica e terrorismo), in spregio alle più elementari norme della convivenza e della trasparenza e, in altre parole, della Memoria stessa. Un “ergastolo” sociale e morale, con il quale si preferisce schiacciare tutto un periodo, gli anni Settanta, sotto la plumbea cappa della definizione “anni di piombo”, evitando di vedere in esso e nei movimenti sociali che lo hanno attraversato anche una occasione importante (sebbene non colta) per dare un futuro diverso a questo Paese. Il tutto senza scrupolo alcuno neppure per il fatto che la censura dell’opera di Gibertini sia, se possibile, aggravata da quella, risultante, della produzione artistica di Paolo Gallerani.

Sentiamo quindi la necessità di denunciare con un appello aperto a tutte e tutti il clima da “laica inquisizione” che caratterizza il dibattito e la riflessione sugli anni Settanta in Italia, colpisce perennemente coloro che hanno partecipato a quei movimenti e attenta gravemente alla libertà di espressione. Qui non è in discussione il “dolore dei parenti delle vittime”, come ha scritto l’assessore milanese alla Cultura (ma di qualsiasi vittima, aggiungiamo noi), che è sacro, attiene alla sfera più intima di chi lo subisce e va rispettato – giova ricordarlo: nel caso specifico di Gibertini non c’è alcuna vittima. Qui è in discussione una cultura punitiva che, nella società così come nel mondo della cultura ma anche della ricerca, che da una parte non vuole fare i conti fino in fondo con la storia recente di questo Paese e dall’altra vuole impedire qualsiasi spazio di parola e chi a questo pezzo di storia ha comunque partecipato, pagandone di persona il prezzo (in termini giudiziari, psicologici, familiari e di salute). Persone che per giorni o settimane si ritrovano sbattute come “mostri” sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali, additate con disprezzo come “quelli/e degli anni di piombo” e che per questo vengono giudicate, e non per le attività (sociali, culturali, professionali) che svolgono oggi.

Una proiezione alternativa del documentario si terrà, alla presenza di Maurizio Gibertini e Paolo Gallerani, lunedì 11 dicembre a Piano Terra, in via Federico Confalonieri 3, Milano.

(Per aggiungere la propria adesione all’appello è possibile inviare una email a: francopalazzi93@gmail.com)

 

Alberto Pantaloni

Pietro Saitta

Andrea Fumagalli

Cristina Morini

Andrea Cegna

Alisa Del Re

Amelia Chiara Trombetta

Giuseppe Caccia

Adelino Zanini

Emanuele Landi

Emanuele Leonardi

Nicolas Martino

Gaetano Grasso

Dario Lovaglio

Mario Gamba

Francesca Coin

Cristina Roncari

Giuseppe Fabrizio

Giorgio Bonazzi

Tiziana Villani

Alessio Kolioulis

Cosimo Lisi

Paolo Gallerani

Nino Fabrizio

Simone De Simoni

Gabriele Battaglia

Lola Matamala

Carlo Vercellone

Francesco Maria Pezzulli

Gianni Giovannelli

Maurizio Teli

Federico Chicchi

Enzo Carbone

Salvatore Palidda

Giorgio Griziotti

Aldo Giannuli

Renzo Rossellini

Stefano Lucarelli

Maria Meriggi

Franco Palazzi

Cristina Balboni

Camilla Pin Montagnana

Flora Cappelluti

Claudia Melica

Luciano Ummarino

Alessandro Bernardi

Daniele Sepe

Roberto Scondino

Enrica Pennello

Luca Trada

Paola Rivetti

Nicoletta Masiero

Roberto Raineri

Andrea Brazzoduro

Marcello Cotogni

Maurizio Sicuro

Marco Assennato

Sandro Mezzadra

Marco Grispigni

Francesco Festa

Graziella Durante

Marco Bascetta

Lanfranco Caminiti

Giovanni Pedranghelu

Marco Spagnuolo

Donata Meneghelli

Italo Di Sabato

Mario Di Vito

Luca Casarotti

Federico Battistutta

Giuliana Peyronel

Carla Centioni

Claudio D’Aguanno

Mimmo Stolfi

Paola Tavella

Franco Oriolo

DeriveApprodi (casa editrice)

Docks società cooperativa

Adalgiso Amendola

Manuela Costa

Dinamo Press

Sergio Scorza

Roberto Vitelli

Luca Barreca

Gianni Maggi

Marco Bonfante

Francesco Gavilli

Carmela Pane

Paolo Barone

Sergio Braga

Gian Piero Di Folco

Corrado Gambi

Claudia Pinelli

Ubaldo Fadini

Osservatorio Repressione

Marco Sisi

Marina Nardi

Paolida Carli

Ignazio Brivio

Adalberto Massimo Mainardi

Vincenzo Robustelli

Giuseppe Manenti

Giorgio Martinico

Giusto Catania

Giulia Giletta

Mirco Bianchi

Milieu edizioni

Francesco Demitry

Emanuele Braga

Adriana Dzimidzik

Sergio Parini

Calogero Lo Piccolo

Marina Campanale

Roberto Ciccarelli

Maurizio Acerbo

Miguel Mellino

Paolo Hutter

Marco Sorellina

Alessandro Ippolito

Davide Lorenzon

Graziella Mascheroni

Riccardo Rosati

Giuseppe Natale

Barbara Del Mercato

Per il prossimo 11 dicembre era prevista alla Casa della memoria di Milano la proiezione del documentario This Arm/Disarm, sulla mostra di Paolo Gallerani «Le macchina armate». Autore del documentario è Maurizio «Gibo» Gibertini, condannato a quattro anni e mezzo di detenzione nel processo Rosso/Tobagi per costituzione di banda armata e senza reati di sangue a carico, oggi film-maker.

L’Associazione vittime del terrorismo in Lombardia, l’Istituto Parri, l’Anpi, l’Aned e l’associazione 12 dicembre hanno scritto al presidente del Comitato scientifico della Casa della Memoria Andrea Kerbaker, all’assessore alla Cultura Del Corno e al sindaco di Milano Sala chiedendo – e ottenendo – l’annullamento della proiezione in quanto l’autore sarebbe un «noto terrorista mai pentito, né dissociato, che ostenta ancora il suo nome di battaglia, implicato nell’omicidio dell’agente Antonio Custra, condannato a 10 anni».

Gibertini è stato condannato a 10 anni per l’omicidio Custra in primo grado ma poi assolto in appello con formula tanto piena da convincere l’accusa a evitare il ricorso in Cassazione. Il nome di battaglia «Gibo» è in realtà il soprannome del film-maker sin dall’infanzia. La condanna a 4 anni e mezzo, oltre a non riguardare reati di sangue, vide le attenuanti prevalere sulle aggravanti (caso assai raro nei processi per terrorismo) dal momento che Gibertini aveva abbandonato la «banda armata» già alla fine del ’77, tre anni prima dell’arresto sulla base delle accuse del pentito Marco Barbone.

Gibertini ha già dato mandato per una querela. Ma tra i «capi d’accusa» della lettera c’è infatti anche l’essere «ancora molto attivo nell’area della contestazione antisistema». Gibo è effettivamente sempre rimasto all’interno dei movimenti di protesta, come quello No-Tav in val di Susa, senza che mai gli venisse contestato nulla. Ora invece viene prospettata una specie di palese e «naturale» continuità tra il terrorismo e le lotte sociali. Come se le lotte sociali in sé costituissero, se non proprio un reato, elemento sufficiente a rendere sospetti. Non sarà un po’ troppo persino per tempi come questi?

FONTE: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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PS:

Ultim’ora: Lunedi 11/12/17
il documentario “This Arm | Disarm”
realizzato da Maurizio ‘gibo’ Gibertini su parte dell’Opera artistica 
di Paolo Gallerani e censurato dalla Casa della (S)Memoria e dal Comune di Milano
SARA’ COMUNQUE PROIETTATO:
Lunedì 11 dicembre 2017
via Federico Confalonieri 3, (zona isola) MILANO, Piano Terra
presso il luogo che si chiama: “Piano terra Lab”
http://www.pianoterralab.org
Un’occasione imperdibile per conoscere l’Arte di questo scultore Paolo Gallerani e incontrare personalmente l’Artista e il Regista del documentario Maurizio ‘gibo’ Gibertini.
NON MANCATE e DIFFONDETE. (P.S. “In barba” alla Casa della Memoria che è nello stesso stabile)

« È prima di tutto una questione di sensibilità che a volte deve governare le decisioni». L’assessore alla Cultura di Palazzo Marino Filippo Del Corno ha le idee chiare: se le associazioni sono contrarie alla presenza di Maurizio Gibertini alla Casa della Memoria, quell’evento deve essere cancellato.
La presa di posizione di Del Corno arriva dopo aver ricevuto una lettera firmata dalle associazioni che hanno la sede in via Confalonieri. Nella missiva si fa richiesta di cancellare la proiezione di “ This arm/ Disarm” sulla mostra “ Le macchine armate” di Paolo Gallerani, già proiettato in anteprima il 20 marzo scorso alla Casa della Cultura e previsto l’ 11 dicembre alla Casa della Memoria nell’ambito della rassegna “CantiereMemoria”, manifestazione culturale con un palinsesto di eventi fino al 23 dicembre. L’autore del filmato è Maurizio “ Gibo” Gibertini uno dei protagonisti degli Anni di piombo. Condannato per banda armata, ha scontato cinque anni in carcere ed è stato coinvolto nel processo Custra ( da cui è stato assolto in secondo grado).
«La Casa della Memoria ospita due associazioni che hanno subito la violenza del terrorismo sulla loro pelle, in maniera tragica — ha aggiunto Del Corno —. Sono state urtate da questa presenza e noi dobbiamo prima di tutto rispettare la loro sensibilità. Credo che ci siano mille occasioni in cui Gibertini può offrire il proprio apporto al dibattito culturale del Paese, ma ripeto che bisogna anche salvaguardare la memoria delle vittime».
L’evento sarà cancellato? La cosa sembra quasi fatta. «Devo ancora parlare con il direttore del comitato scientifico con cui vorrei concertare la decisione — ha aggiunto Del Corno — Ma la Casa della Memoria è un luogo in cui secondo me bisogna esercitare un principio di sensibilità nei confronti delle vittime e delle persone che hanno sofferto la tragedia del terrorismo, prima di ogni altra cosa».
I contenuti dell’evento non hanno niente a che fare con il terrorismo e con gli Anni di piombo. «Non c’è un legame diretto con le questioni di quegli anni — ha precisato l’assessore —. Non è quindi una leggerezza quella di averlo incluso nel programma. Ciononostante bisogna capire ed essere solidali, in questo caso ci vuole una forma di rispetto superiore. Senza nulla togliere al diritto pieno di Gibertini di partecipare alla vita del Paese in mille altri modi. Quello però è un luogo particolare ».
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lunedì 4 dicembre 2017
Casa Memoria c’è un ex Anni di piombo nel programma
LUCA DE VITO, la Repubblica, pagine Milano
Nella sede di Anpi e della Associazione vittime del terrorismo una serata di video con “Gibo” Gibertini
“I diritti non sono acquisiti una volta per tutte”. È questo il tema della rassegna di eventi che fino al 23 saranno organizzati alla Casa della Memoria nell’ambito di una manifestazione dal titolo “ CantiereMemoria”, promossa dal Comune e che si aprirà con l’inaugurazione della mostra “Il paesaggio dei diritti. Fotografare la costituzione”.
Tra gli eventi nel palinsesto è prevista anche la proiezione di un video realizzato da Maurizio Gibertini detto “ Gibo”. Filmaker e documentarista, Gibertini è noto a Milano per un passato da protagonista negli Anni di piombo. Il suo nome compare infatti tra i condannati nel processo per il delitto del brigadiere Antonio Custra, ucciso da un colpo di pistola il 14 maggio del 1977 durante uno scontro tra autonomi e polizia in via De Amicis. È di quella sparatoria la celebre foto in cui una persona con il passamontagna viene immortalata mentre spara ad altezza d’uomo, diventata poi uno dei simboli di quel periodo. Gibertini, dopo avero scontato la condanna a dieci anni e otto mesi, si è rifatto una vita. Ha realizzato video e documentari, oggi vive a Roma e collabora con l’associazione culturale “ Officina Multimediale”. Ed è proprio con questa associazione che per l’ 11 è previsto un evento all’interno della rassegna ospitata dalla Casa della Memoria: la proiezione di “This arm / Disarm. Le macchine armate di Paolo Gallerani”. Si tratta di un video realizzato da Gibertini ispirato alla mostra di Gallerani esposta a dicembre dello scorso anno proprio presso la Casa della Memoria. Il video è « una riflessione sul rapporto fra arte e potere, in un percorso che tende alla creazione di una possibile comunità estetica, dove il sentimento prevalga sulla ragione e sia in grado di dar vita a una armoniosa convivenza», si legge in una presentazione della clip.
La Casa della Memoria, dove si svolgeranno gli eventi, è anche la sede dell’Anpi, dell’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti ( Aned), dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri ( ex Insmli), dell’Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter) e dell’Associazione piazza Fontana 12 dicembre 1969. L’obiettivo della rassegna “ CantiereMemoria”, si legge nella presentazione, «è quello di ricordare il passato e trarne insegnamento, mantenendo viva la memoria del nostro Paese e allo stesso tempo guardare al futuro, puntando soprattutto sui giovani — sia come protagonisti del progetto che coinvolgendoli in varie attività — e sulle contaminazioni tra arti e culture diverse». Il programma ha cinque filoni: le arti visive, il teatro, la musica, il cinema e i laboratori didattici per bambini e famiglie.
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La replica di Maurizio Gibertini
(via Facebook)

Un ottimo risveglio ieri mattina. Mi contatta un giornalista della redazione milanese di Repubblica – lo stesso che firma gli articoli usciti ieri ed oggi sulla pagina (cartacea) locale di quel quotidiano – che mi dice che le associazioni ospitate dalla Casa della memoria di Milano hanno scritto una lettera (che riporto qua sotto) all’Assessore alla cultura di Milano, al Sindaco e ai funzionari coinvolti in cui si intima di annullare la proiezione di un mio documentario This Arm | Disarm dedicato a una mostra dello scultore Paolo Gallerani tenutasi proprio alla Casa della Memoria (e li girato) e alla sua, magnifica, opera.
Motivazione che giustifica la lettera – il cui titolo é emblematico: “Il caso Gibo Gibertini alla Casa della Memoria – e inclusa richiesta, é che io sono stato condannato per l’omicidio Custra a 10 anni e 6 mesi che ho scontato in carcere, che non sono un pentito e soprattutto che ancora adesso frequento aree politiche “antisistema” – quando qualcuno mi spiegherà che accidenti voglia dire “antisistema” gli sarò infinitamente grato -.
E’ di oggi la notizia (fonte sempre Repubblica) che l’Assessore alla Cultura stia optando per la cancellazione dell’evento che riguarda me e Gallerani per “non ferire la sensibilità di tali associazioni”.

Fermo restando che ho chiesto a un mio legale di fiducia di procedere nei confronti dei firmatari della lettera per diffamazione anche a mezzo stampa alcune brevi considerazioni:

* chi spiegherà come una lettera che definita “interna” sia da chi l’ha ricevuta che dagli estensori sia finita in possesso del giornalista che immediatamente ne scrive titolando l’articolo in questo modo: “Casa della Memoria, nel programma un ex degli Anni di piombo” e sottotitolandolo in modo ancora più inquietante e scandalistico: “Nella sede dell’ANPI e dell’Associazione vittime del terrorismo una serata di video con Gibo Gibertini” manco fossi un killer seriale

* mi si accusa, a dimostrazione della mia reiterazione “terrorista” di continuare a usare il mio “nome di battaglia”, ossia gibo, ossia il nomignolo, contrazione del mio cognome, che i compagni di scuola di IV elementare mi hanno affibbiato e che é diventato il mio nome per tutti. Insomma un “nome di battaglia” che equivale a commettere reati distribuendo fotocopie della propria carta di identità. Se non fosse oltre il grottesco potrebbe pure essere divertente…

* si afferma che io sarei stato condannato per l’omicidio Custra e che avrei passato 10 e passa anni in carcere per quel reato. Falso. In questo caso in primo grado effettivamente sono stato condannato (a piede libero) in Appello invece mi é stata riconosciuta la piena estraneità ai fatti con conseguente assoluzione non impugnata dall’accusa che così ha riconosciuto di fatto la “bontà” della sentenza di assoluzione;

* Falso. Per l’omicidio Custra non ho fatto neppure un minuto di carcerazione

* Vero. Sono stato condannato definitivamente a 4 anni e alcuni mesi, non ricordo di preciso, per organizzazione di banda armata e reati connessi tra cui nessuno di sangue (ferimenti o omicidi), ho scontato per intero la mia pena, anzi qualche mese di più (in forma preventiva) tant’è che sono stato scarcerato immediatamente dopo la lettura della sentenza di appello. Ma in uno Stato di Diritto e nella nostra Costituzione la pena non é intesa come rieducativa e finalizzata alla reintegrazione sociale? E’ possibile che un’associazione peraltro finanziata dal pubblico possa decretare una sorta di “ergastolo sociale”, in totale discrezionalità, in barba alle normative vigenti? E’ accettabile che istituzioni pubbliche subiscano e accettino questo questo ricatto?

* Nella lettera nessuna parola in merito al documentario, ai suoi contenuti, alla sua realizzazione, questo in spregio al lavoro creativo, al risalto dato all’Istituzione Casa della Memoria e soprattutto all’opera di Gallerani che é la protagonista assoluta di questo mio lavoro

* Infine. Nel documentario sono presenti parti di interviste, girate nei giorni di allestimento e durante l’inaugurazione della mostra “Le Macchine Armate di Paolo Gallerani”. Alcuni dei nomi degli intervistati – che hanno visto e approvato il documentario nella sua versione definitiva -: Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano – Giuliano Banfi vicepresidente ANED – Antonio Pizzinato “mitico” responsabile dell’FML di Sesto San Giovanni negli anni ’70 e oggi dirigente onorario dell’Anpi e via discorrendo

Questa é la lettera:

– Gent.mo dr. Filippo Del Corno
Assessore Cultura Comune Milano

— Gent.mo prof. Andrea Kerbaker
Presidente Comitato Scientifico
Casa della Memoria di Milano

– Gent.ma dr.ssa Maria Fratelli
Direzione Cultura Comune Milano

e p. c.
– Ill.mo dr. Giuseppe Sala
Sindaco di Milano
Sede Municipale Palazzo Marino

Oggetto: il caso Gibo Gibertini alla Casa della Memoria

Caro Assessore Del Corno, caro Kerbaker, gentile dr.ssa Fratelli

Riscontro, a nome mio e della mia Associazione Italiana Vittime del Terrorismo della Lombardia, con doloroso stupore il fatto che l’11 dicembre prossimo verrà presentato alla Casa della Memoria, nell’ambito del programma “Cantiere Memoria”, il film “This arm/Disarm” sulla mostra “Le macchine armate”” di Paolo Gallerani, già proiettato in anteprima il 20 marzo scorso alla Casa della Cultura.
Il film è firmato, come regista, da Maurizio ‘Gibo’ Gibertini, noto terrorista mai pentito, né dissociato, che ostenta ancora il suo nome di battaglia, implicato nell’omicidio dell’agente Antonio Custra, condannato a 10 anni, oggi filmaker – che risulta ancora molto attivo nell’area della contestazione antisistema.
Quello che ci risulta singolare è che l’Amministrazione comunale abbia a suo tempo affidato la realizzazion del documentario all’Officina Multimediale, di cui il Gibertini è dirigente.
Troviamo non accettabile che il film venga presemtato alla Casa della Memoria, in cui hanno sede due Associazioni di Vittime del Terrorismo.
Chiediamo con decisione che la proiezione del documentario venga annullata, senza peraltro volere pregiudicare minimamente il valore delle opere di Paolo Gallerani.

Con i migliori saluti

Antonio Iosa –Associazione Italiana Vittime del Terrorismo Lombardia
Marcello Flores – Istituto Parri
Roberto Cenati – ANPI
Giuliano Banfi – ANED
Paolo Silva – Associazione Piazza Fontana 12 Dicembre 1969

Fiduciosi si dicono gli avvocati brasiliani di Cesare Battisti, l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) finito al centro di una nuova querelle politico-giudiziaria dopo l’arresto al confine tra Brasile e Bolivia. E fiduciosi si dicono i settori della politica italiana che più desiderano la sua estradizione. Come finirà è presto per dirlo.
Secondo i media brasiliani Michel Temer, presidente de facto contestato, plurindagato e sull’orlo di doppio impeachment, ha deciso di revocare lo status di rifugiato concesso a Battisti da Lula. Se la Corte suprema negasse l’habeas corpus richiesto dalla difesa (e la giustizia italiana riducesse l’ergastolo a 30 anni?), l’ok dell’ufficio legale della Presidenza basterebbe per consegnare Battisti alle autorità italiane. Secondo i suoi avvocati invece le leggi brasiliane lo impedirebbero e «si spera che il presidente Temer, noto docente di diritto costituzionale, rispetti la legge anche a fronte delle pressioni politiche interne ed esterne».

Dall’Italia Alfano esprime cauto ottimismo («Niente proclami, ma abbiamo fatto un ottimo lavoro e ora attendiamo con fiducia la decisione del presidente Temer»), mentre l’onorevole Caterina Bueno (Pd, eletta all’estero) rivendica di aver «sensibilizzato» personalmente Temer al telefono (lo ha raccontato ieri a Un giorno da pecora). Battisti per ora risponde all’ipotesi di estradizione con un’intervista a O Estadão : «Sapendo che il governo e i media hanno creato questo mostro in Italia, Brasilia mi consegnerebbe alla morte». Per ora la polizia si limiterebbe a sorvegliare la casa in cui risiede, sul lungomare di San Paolo.

FONTE: IL MANIFESTO

Roma ha ribadito la volontà di assicurarlo alla giustizia italiana il prima possibile, ma Cesare Battisti si sarebbe detto tranquillo anche dopo il suo «fermo» avvenuto mercoledì tra Brasile e Bolivia: l’ex militante dei Pac (Proletari armati per il comunismo) ha dichiarato di «non temere l’estradizione» perché «protetto» da un decreto dell’ex presidente brasiliano Lula.

«L’Italia – ha risposto il ministro della giustizia Orlando – è determinata a far sì che Battisti sconti la pena e la sconti nel nostro paese», dicendo di aver attivato tutti i passi necessari.

Nel frattempo, ieri sera, Battisti è stato sentito dal magistrato cui spetta la decisione se liberarlo su cauzione o meno.

Il presidente brasiliano, a cui lo stato italiano chiede di rivedere la decisione di Lula riguardo il caso Battisti, deve nuovamente far fronte ad accuse gravissime: secondo la denuncia presentata dal procuratore generale, Temer è accusato di essere il capo di una «organizzazione criminale» che avrebbe preso tangenti per 175 milioni di dollari.

Il presidente brasiliano si è detto «sereno» dopo aver presentato la sua difesa al Congresso aggiungendo che la denuncia altro non sarebbe se non «un tentativo di colpo di stato». La camera bassa dovrà decidere se autorizzare o meno l’apertura di un processo contro la massima autorità del Brasile.

FONTE: IL MANIFESTO

L’ex militante dei Pac (Proletari armati per il comunismo), condannato in Italia in via definitiva all’ergastolo per quattro omicidi, ieri è stato fermato a Corumbà, al confine tra Brasile e Bolivia. Battisti sarebbe stato bloccato dalla polizia stradale durante un «normale controllo». Considerato latitante dalla giustizia italiana dagli anni ’70, Battisti è fuggito prima in Francia e poi, dal 2004, in Brasile, dove è stato arrestato nel 2007. Nel 2009 il Supremo tribunale federale (Stf) ha autorizzato l’estradizione negata dall’ex presidente Lula con un decreto firmato l’ultimo giorno del suo mandato. Secondo la difesa di Cesare Battisti, esistono diversi tentativi «illegali» di rinviarlo all’estero. Secondo O Globo, il governo italiano aveva già presentato una richiesta affinché l’attuale presidente de facto brasiliano Michel Temer – esponente plurindagato della destra – rivedesse la decisione di Lula.

FONTE: IL MANIFESTO

Victor Jara

A quarant’anni dalla sua tragica morte, si è aperto a Orlando, in Florida, il processo per l’omicidio di Victor Jara, il cantante cileno ucciso nei primi giorni della dittatura militare di Augusto Pinochet nel settembre del 1973.

L’omicidio di Jara, torturato e ucciso con 44 colpi di proiettile nello stadio Cile di Santiago, è diventato uno dei simboli della brutalità del regime militare di Pinochet che ha governato il paese per 17 anni.

Un ex ufficiale dell’esercito cileno, Pedro Pablo Barrientos Núñez, sarà processato da un tribunale statunitense per l’omicidio, dopo una battaglia legale e politica della vedova di Jara, Joan Turner, che ora ha 88 anni e sarà una dei testimoni del processo.

Barrientos, all’epoca tenente, è accusato di essere stato il responsabile dei militari che torturarono Jara e gli spararono alla testa, uccidendolo. L’omicidio sarebbe avvenuto nello stadio di Santiago, trasformato in centro di detenzione e tortura per migliaia di oppositori politici e attivisti nei primi giorni dopo il colpo di stato avvenuto l’11 settembre del 1973, con cui Pinochet prese il potere, destituendo il presidente Salvador Allende. Il cadavere mutilato di Victor Jara fu ritrovato insieme ad altri cadaveri all’esterno dello stadio, con 44 colpi di proiettile addosso.

Secondo la Commissione per la verità e la giustizia, durante il regime militare di Pinochet furono uccisi almeno 3.100 oppositori politici, tra questi almeno un migliaio sono desaparecidos, cioè sono scomparsi e il loro corpo non è mai stato ritrovato.

Un processo storico

Victor Jara, 39 anni, è stato uno dei cantanti più conosciuti e più impegnati del suo paese all’inizio degli anni settanta. Era un cantante, un musicista, un regista teatrale e un poeta, e ha ispirato molti musicisti latinoamericani e internazionali, come Bruce Springsteen e gli U2.

Barrientos, il principale imputato per l’omicidio di Jara, è fuggito negli Stati Uniti nel 1989, subito dopo la fine del governo di Pinochet e le prime elezioni libere in Cile dopo quasi due decenni di dittatura. Barrientos è diventato cittadino americano e ha vissuto a Deltona, in Florida.

In Cile Barrientos e altri sette ufficiali sono stati incriminati per l’omicidio di Jara nel 2012, ma il processo procede lentamente, e il governo degli Stati Uniti non ha risposto a una richiesta formale di estradizione di Barrientos. Il processo, che si svolgerà in Florida, è il primo contro un ufficiale cileno all’estero. L’accusa è di omicidio extragiudiziale e tortura, ed è stato possibile per la famiglia di Victor Jara ricorrere al tribunale per una legge che negli Stati Uniti protegge le vittime di tortura, la Torture victim protection act. Davanti alla giuria, composta da sei persone e dal giudice Roy Dalton, dovranno testimoniare venti persone.

UN DOCUMENTARIO SULLA MORTE DI VICTOR JARA (IN SPAGNOLO)

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