Vae victis

Lo scrittore fu condannato per l’uccisione della giovane donna. Accusa che ha sempre respinto

Ad aprire il fuoco è stato Il Giornale con un articolo in cui viene considerata scandalosa e irrispettosa, per la memoria dei parenti della vittima, la presenza in video di Massimo Carlotto: lo scrittore introdurrà un ciclo della serie Criminal Minds tratto da fatti di cronaca realmente accaduti che hanno visto come protagonisti serial killer.

Lo scandalo è dovuto al fatto che Carlotto è stato condannato per la morte di Margherita Magello, avvenuta ormai oltre quaranta anni fa. Lo scrittore veneto fu condannato in contumacia. Era fuggito dall’Italia urlando la sua innocenza. Ha vissuto prima in Francia, poi Messico, prima di tornare in Italia per finire in prigione, da dove è uscito per la grazia concessa dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Di questa vicenda ha dato conto ne Il fuggiasco, il libro che lo ha fatto conoscere come scrittore pubblicato dalle edizioni e/o (ne è stato tratto anche un film). Dal suo ritorno in Italia, Massimo Carlotto ha continuato a scrivere, pubblicando romanzi di successo, diventando uno dei migliori autori del noir mediterraneo, utilizzando politicamente questo genere per raccontare il marcio del Belpaese.

Nei suoi romanzi ha, infatti, analizzato la globalizzazione compresa quella della grande criminalità, denunciando il suo intreccio con il potere politico locale e come gestisca ormai una parte rilevante dell’attività economica. Diversi suoi libri sono finiti sul grande schermo, film mandati poi in onda anche sulla tv pubblica e commerciale. Per l’articolista del Giornale, tuttavia, i cinque minuti introduttivi a ogni puntata della serie Criminal Minds rappresentano uno scandalo perché offendono la memoria della giovane morta nel 1976 custodita dai suoi famigliari.

La memoria, per il giornalista, è sacra e a destare scalpore è che uno scrittore condannato in passato appaia in video, cioè che esponga il suo punto di vista a un pubblico diverso, e più ampio, di quello, già numeroso, che acquista i suoi romanzi. Scandalosa è quindi la sua meticolosa e rigorosa analisi di come è cambiata la criminalità, di come interi settori produttivi si basino sul lavoro schiavistico dei migranti e delle modalità con le quali la criminalità ormai esercita la sovranità su regioni della penisola. E scandalosa è la sua analisi della «mente criminale», come già ha fatto nel romanzo Il turista, dove un serial killer è espressione di una patologia non individuale, bensì sociale.

È meglio, dunque, indurre il sospetto che il suo punto di vista sia offensivo e forse criminale anch’esso. Da qui il fuoco preventivo sulla trasmissione, che inizierà su Rai 4, a partire dal 18 maggio, in prima serata. Buona visione.

FONTE: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

No, otto mesi trascorsi in cella all’estero non bastano a chiudere un conto con la giustizia che vale 27 anni di prigione; mai scontati, a parte quella breve parentesi in una prigione straniera. Lo hanno deciso i giudici di Genova a proposito dell’ex brigatista rosso Leonardo Bertulazzi, colpevole di banda armata, sequestro di persona e altri reati, latitante dal 1980 e riparato prima in Salvador e poi in Argentina. Nei mesi scorsi gli stessi giudici avevano dichiarato prescritta la pena, proprio perché non eseguita ad oltre trent’anni dalla condanna, e a marzo il timbro della Cassazione su quella decisione aveva fatto tornare l’ex terrorista un uomo libero. Con la possibilità di rientrare in Italia, a 67 anni d’età, senza rischiare l’arresto.

Invece no. La corte d’assise d’appello di Genova ha stabilito tre giorni fa che quella pena non s’è estinta, perché l’arresto avvenuto a Buenos Aires nel novembre 2002 ha interrotto il decorso della prescrizione, nonostante le autorità argentine abbiano poi negato l’estradizione liberando l’ex brigatista a luglio del 2003. «Essendo perdurata la latitanza del Bertulazzi dopo la scarcerazione — hanno scritto i giudici nel loro provvedimento —, e rappresentando l’arresto eseguito (in forza di una procedura di estradizione sulla cui legittimità nulla è mai stato contestato dalla difesa del condannato) la manifestazione del concreto interesse dello Stato ad eseguire la pena, il decorso dei termini di prescrizione è iniziato ex novo». Conclusione: «Le pene inflitte a Bertulazzi Leonardo non sono prescritte».

Dunque l’ex brigatista dal nome di battaglia «Stefano» resta ufficialmente ricercato, sebbene sia noto a tutti l’indirizzo del suo domicilio a Buenos Aires e difficilmente l’Argentina lo arresterà di nuovo per consegnarlo alla magistratura italiana. Nel 2003, infatti, l’estradizione non fu concessa perché i processi si erano celebrati in assenza dell’imputato latitante, situazione che da allora non è cambiata. Tuttavia la giustizia italiana continua a inseguire il brigatista sfuggito all’esecuzione della condanna.

Leonardo Bertulazzi ha fatto parte della colonna genovese delle Br ed è stato ritenuto responsabile del sequestro dell’armatore navale Pietro Costa, rapito il 12 gennaio 1977. Fu un sequestro per autofinanziamento, che si concluse all’inizio di aprile dopo il pagamento del riscatto: un miliardo e mezzo di lire che garantirono alle Br la sopravvivenza per i successivi quattro anni. Con una parte di quei soldi, 50 milioni, venne acquistato l’appartamento in cui fu installata la «prigione del popolo» dove fu rinchiuso Aldo Moro nella primavera dell’anno successivo.

Insieme a Bertulazzi, al sequestro Costa parteciparono, tra gli altri, Riccardo Dura (che nel 1979 uccise l’operaio comunista Guido Rossa) e Mario Moretti. Dura morì nell’80 durante l’irruzione dei carabinieri nel covo di via Fracchia a Genova, mentre Moretti è tuttora detenuto in regime di semilibertà. Il loro ex compagno «Stefano», invece, riuscì a fuggire all’estero ed era ormai certo, dopo la dichiarazione di inammissibilità dell’ultimo ricorso della Procura generale da parte della Cassazione, che la storia fosse finita. Ma i giudici hanno ritenuto che il verdetto della corte suprema non potesse considerarsi definitivo poiché la questione dell’interruzione del decorso della prescrizione non era stata affrontata nei precedenti giudizi. Un cavillo tecnico-giuridico che tiene aperta la storia.

FONTE: Giovanni Bianconi, CORRIERE DELLA SERA

L’11 dicembre prossimo, presso la Casa della Memoria di Milano, si sarebbe dovuta tenere la proiezione del documentario (peraltro in quel luogo girato e da quella amministrazione commissionato) This Arm | Disarm, sull’opera di Paolo Gallerani e firmato dal collettivo OfficinaMultimediale e da Maurizio “Gibo” Gibertini. Il 5 dicembre compare nell’edizione milanese (cartacea) del quotidiano “la Repubblica” un articolo dal titolo Casa della Memoria in programma un ex degli anni di piombo. Praticamente in contemporanea, il giornalista estensore dell’articolo inoltra a Gibertini una comunicazione scritta da una serie di associazioni e indirizzata all’assessore alla Cultura di Milano e a varie altre figure istituzionali, fra le quali il sindaco Sala. In questa comunicazione si chiede di vietare la proiezione. Al di là delle gravi inesattezze e falsità contenute nel testo in questione, rispetto alle quali “Gibo” valuterà di tutelarsi nelle forme e sedi che riterrà opportune, questo fatto ci impone nuovamente la necessità di una riflessione e di una presa di parola collettiva contro l’ennesimo caso in cui viene impedita la libertà di espressione a chi ha la “colpa” di aver militato nei movimenti di lotta degli anni Settanta in Italia.

Le polemiche e i “linciaggi” politici e mediatici che in questi ultimi anni hanno colpito diversi/e esponenti dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria italiana negli anni Settanta del secolo scorso, “rei” di aver partecipato o di essere stati invitati ad una serie di iniziative pubbliche di tipo e segno diverso, danno la dimensione di come la “sindrome degli anni di piombo” sia ancora diffusa in ampi settori del mondo politico, giornalistico, associativo e delle forze dell’ordine di questo Paese. Non ci interessa qui discutere le scelte politiche o personali di ognuno di loro, né dei contesti e delle iniziative la cui partecipazione da parte di ex esponenti di organizzazioni rivoluzionarie (comprese quelle armate) attive quarant’anni fa è stata stigmatizzata.

Ci preme invece evidenziare quanto ancora oggi il tema della violenza politica (ivi incluso quello della lotta armata) sia divenuto una specie di “passato che non passa” rispetto al quale l’azione della magistratura sembra essersi sostituita al silenzio degli storici (o alla marginalizzazione di quante e quanti coraggiosamente decidono di occuparsi seriamente di questo pezzo di storia repubblicana). Un fenomeno non da studiare e comprendere (cosa ben diversa per l’appunto dal giudicare), ma da sottoporre perennemente alle strumentalizzazioni della politica, costume tutto italiano (le cose vanno in modo ben diverso in altri Paesi europei, anche in quelli che hanno conosciuto fenomeni analoghi), che viene da lontano.

Senza contare che, di fronte a questi attacchi smodati, va a farsi benedire tutta la litania sulla “funzione rieducativa” del carcere (visto che si tratta di persone che hanno scontato le pene a cui sono state condannate): a nessuno di coloro che scagliano anatemi o distribuiscono censure interessa il merito di quello che dicono o fanno i censurati nelle attività alle quali vengono invitati (peraltro, come si è scritto sopra, quello del regista – non ex-terrorista –  Gibertini  è un documentario che nulla ha a che vedere con gli anni Settanta), ciò che interessa è solo il concetto del “fine pena mai”, a maggior ragione se l’additato/a magari fa ancora attivismo nella società, nel mondo della cultura o dell’informazione (magari con posizioni “anti-sistema”, come scrivono i censori di “Gibo” istituendo un assurdo parallelismo tra opposizione politica e terrorismo), in spregio alle più elementari norme della convivenza e della trasparenza e, in altre parole, della Memoria stessa. Un “ergastolo” sociale e morale, con il quale si preferisce schiacciare tutto un periodo, gli anni Settanta, sotto la plumbea cappa della definizione “anni di piombo”, evitando di vedere in esso e nei movimenti sociali che lo hanno attraversato anche una occasione importante (sebbene non colta) per dare un futuro diverso a questo Paese. Il tutto senza scrupolo alcuno neppure per il fatto che la censura dell’opera di Gibertini sia, se possibile, aggravata da quella, risultante, della produzione artistica di Paolo Gallerani.

Sentiamo quindi la necessità di denunciare con un appello aperto a tutte e tutti il clima da “laica inquisizione” che caratterizza il dibattito e la riflessione sugli anni Settanta in Italia, colpisce perennemente coloro che hanno partecipato a quei movimenti e attenta gravemente alla libertà di espressione. Qui non è in discussione il “dolore dei parenti delle vittime”, come ha scritto l’assessore milanese alla Cultura (ma di qualsiasi vittima, aggiungiamo noi), che è sacro, attiene alla sfera più intima di chi lo subisce e va rispettato – giova ricordarlo: nel caso specifico di Gibertini non c’è alcuna vittima. Qui è in discussione una cultura punitiva che, nella società così come nel mondo della cultura ma anche della ricerca, che da una parte non vuole fare i conti fino in fondo con la storia recente di questo Paese e dall’altra vuole impedire qualsiasi spazio di parola e chi a questo pezzo di storia ha comunque partecipato, pagandone di persona il prezzo (in termini giudiziari, psicologici, familiari e di salute). Persone che per giorni o settimane si ritrovano sbattute come “mostri” sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali, additate con disprezzo come “quelli/e degli anni di piombo” e che per questo vengono giudicate, e non per le attività (sociali, culturali, professionali) che svolgono oggi.

Una proiezione alternativa del documentario si terrà, alla presenza di Maurizio Gibertini e Paolo Gallerani, lunedì 11 dicembre a Piano Terra, in via Federico Confalonieri 3, Milano.

(Per aggiungere la propria adesione all’appello è possibile inviare una email a: francopalazzi93@gmail.com)

 

Alberto Pantaloni

Pietro Saitta

Andrea Fumagalli

Cristina Morini

Andrea Cegna

Alisa Del Re

Amelia Chiara Trombetta

Giuseppe Caccia

Adelino Zanini

Emanuele Landi

Emanuele Leonardi

Nicolas Martino

Gaetano Grasso

Dario Lovaglio

Mario Gamba

Francesca Coin

Cristina Roncari

Giuseppe Fabrizio

Giorgio Bonazzi

Tiziana Villani

Alessio Kolioulis

Cosimo Lisi

Paolo Gallerani

Nino Fabrizio

Simone De Simoni

Gabriele Battaglia

Lola Matamala

Carlo Vercellone

Francesco Maria Pezzulli

Gianni Giovannelli

Maurizio Teli

Federico Chicchi

Enzo Carbone

Salvatore Palidda

Giorgio Griziotti

Aldo Giannuli

Renzo Rossellini

Stefano Lucarelli

Maria Meriggi

Franco Palazzi

Cristina Balboni

Camilla Pin Montagnana

Flora Cappelluti

Claudia Melica

Luciano Ummarino

Alessandro Bernardi

Daniele Sepe

Roberto Scondino

Enrica Pennello

Luca Trada

Paola Rivetti

Nicoletta Masiero

Roberto Raineri

Andrea Brazzoduro

Marcello Cotogni

Maurizio Sicuro

Marco Assennato

Sandro Mezzadra

Marco Grispigni

Francesco Festa

Graziella Durante

Marco Bascetta

Lanfranco Caminiti

Giovanni Pedranghelu

Marco Spagnuolo

Donata Meneghelli

Italo Di Sabato

Mario Di Vito

Luca Casarotti

Federico Battistutta

Giuliana Peyronel

Carla Centioni

Claudio D’Aguanno

Mimmo Stolfi

Paola Tavella

Franco Oriolo

DeriveApprodi (casa editrice)

Docks società cooperativa

Adalgiso Amendola

Manuela Costa

Dinamo Press

Sergio Scorza

Roberto Vitelli

Luca Barreca

Gianni Maggi

Marco Bonfante

Francesco Gavilli

Carmela Pane

Paolo Barone

Sergio Braga

Gian Piero Di Folco

Corrado Gambi

Claudia Pinelli

Ubaldo Fadini

Osservatorio Repressione

Marco Sisi

Marina Nardi

Paolida Carli

Ignazio Brivio

Adalberto Massimo Mainardi

Vincenzo Robustelli

Giuseppe Manenti

Giorgio Martinico

Giusto Catania

Giulia Giletta

Mirco Bianchi

Milieu edizioni

Francesco Demitry

Emanuele Braga

Adriana Dzimidzik

Sergio Parini

Calogero Lo Piccolo

Marina Campanale

Roberto Ciccarelli

Maurizio Acerbo

Miguel Mellino

Paolo Hutter

Marco Sorellina

Alessandro Ippolito

Davide Lorenzon

Graziella Mascheroni

Riccardo Rosati

Giuseppe Natale

Barbara Del Mercato

Per il prossimo 11 dicembre era prevista alla Casa della memoria di Milano la proiezione del documentario This Arm/Disarm, sulla mostra di Paolo Gallerani «Le macchina armate». Autore del documentario è Maurizio «Gibo» Gibertini, condannato a quattro anni e mezzo di detenzione nel processo Rosso/Tobagi per costituzione di banda armata e senza reati di sangue a carico, oggi film-maker.

L’Associazione vittime del terrorismo in Lombardia, l’Istituto Parri, l’Anpi, l’Aned e l’associazione 12 dicembre hanno scritto al presidente del Comitato scientifico della Casa della Memoria Andrea Kerbaker, all’assessore alla Cultura Del Corno e al sindaco di Milano Sala chiedendo – e ottenendo – l’annullamento della proiezione in quanto l’autore sarebbe un «noto terrorista mai pentito, né dissociato, che ostenta ancora il suo nome di battaglia, implicato nell’omicidio dell’agente Antonio Custra, condannato a 10 anni».

Gibertini è stato condannato a 10 anni per l’omicidio Custra in primo grado ma poi assolto in appello con formula tanto piena da convincere l’accusa a evitare il ricorso in Cassazione. Il nome di battaglia «Gibo» è in realtà il soprannome del film-maker sin dall’infanzia. La condanna a 4 anni e mezzo, oltre a non riguardare reati di sangue, vide le attenuanti prevalere sulle aggravanti (caso assai raro nei processi per terrorismo) dal momento che Gibertini aveva abbandonato la «banda armata» già alla fine del ’77, tre anni prima dell’arresto sulla base delle accuse del pentito Marco Barbone.

Gibertini ha già dato mandato per una querela. Ma tra i «capi d’accusa» della lettera c’è infatti anche l’essere «ancora molto attivo nell’area della contestazione antisistema». Gibo è effettivamente sempre rimasto all’interno dei movimenti di protesta, come quello No-Tav in val di Susa, senza che mai gli venisse contestato nulla. Ora invece viene prospettata una specie di palese e «naturale» continuità tra il terrorismo e le lotte sociali. Come se le lotte sociali in sé costituissero, se non proprio un reato, elemento sufficiente a rendere sospetti. Non sarà un po’ troppo persino per tempi come questi?

FONTE: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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PS:

Ultim’ora: Lunedi 11/12/17
il documentario “This Arm | Disarm”
realizzato da Maurizio ‘gibo’ Gibertini su parte dell’Opera artistica 
di Paolo Gallerani e censurato dalla Casa della (S)Memoria e dal Comune di Milano
SARA’ COMUNQUE PROIETTATO:
Lunedì 11 dicembre 2017
via Federico Confalonieri 3, (zona isola) MILANO, Piano Terra
presso il luogo che si chiama: “Piano terra Lab”
http://www.pianoterralab.org
Un’occasione imperdibile per conoscere l’Arte di questo scultore Paolo Gallerani e incontrare personalmente l’Artista e il Regista del documentario Maurizio ‘gibo’ Gibertini.
NON MANCATE e DIFFONDETE. (P.S. “In barba” alla Casa della Memoria che è nello stesso stabile)

« È prima di tutto una questione di sensibilità che a volte deve governare le decisioni». L’assessore alla Cultura di Palazzo Marino Filippo Del Corno ha le idee chiare: se le associazioni sono contrarie alla presenza di Maurizio Gibertini alla Casa della Memoria, quell’evento deve essere cancellato.
La presa di posizione di Del Corno arriva dopo aver ricevuto una lettera firmata dalle associazioni che hanno la sede in via Confalonieri. Nella missiva si fa richiesta di cancellare la proiezione di “ This arm/ Disarm” sulla mostra “ Le macchine armate” di Paolo Gallerani, già proiettato in anteprima il 20 marzo scorso alla Casa della Cultura e previsto l’ 11 dicembre alla Casa della Memoria nell’ambito della rassegna “CantiereMemoria”, manifestazione culturale con un palinsesto di eventi fino al 23 dicembre. L’autore del filmato è Maurizio “ Gibo” Gibertini uno dei protagonisti degli Anni di piombo. Condannato per banda armata, ha scontato cinque anni in carcere ed è stato coinvolto nel processo Custra ( da cui è stato assolto in secondo grado).
«La Casa della Memoria ospita due associazioni che hanno subito la violenza del terrorismo sulla loro pelle, in maniera tragica — ha aggiunto Del Corno —. Sono state urtate da questa presenza e noi dobbiamo prima di tutto rispettare la loro sensibilità. Credo che ci siano mille occasioni in cui Gibertini può offrire il proprio apporto al dibattito culturale del Paese, ma ripeto che bisogna anche salvaguardare la memoria delle vittime».
L’evento sarà cancellato? La cosa sembra quasi fatta. «Devo ancora parlare con il direttore del comitato scientifico con cui vorrei concertare la decisione — ha aggiunto Del Corno — Ma la Casa della Memoria è un luogo in cui secondo me bisogna esercitare un principio di sensibilità nei confronti delle vittime e delle persone che hanno sofferto la tragedia del terrorismo, prima di ogni altra cosa».
I contenuti dell’evento non hanno niente a che fare con il terrorismo e con gli Anni di piombo. «Non c’è un legame diretto con le questioni di quegli anni — ha precisato l’assessore —. Non è quindi una leggerezza quella di averlo incluso nel programma. Ciononostante bisogna capire ed essere solidali, in questo caso ci vuole una forma di rispetto superiore. Senza nulla togliere al diritto pieno di Gibertini di partecipare alla vita del Paese in mille altri modi. Quello però è un luogo particolare ».
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lunedì 4 dicembre 2017
Casa Memoria c’è un ex Anni di piombo nel programma
LUCA DE VITO, la Repubblica, pagine Milano
Nella sede di Anpi e della Associazione vittime del terrorismo una serata di video con “Gibo” Gibertini
“I diritti non sono acquisiti una volta per tutte”. È questo il tema della rassegna di eventi che fino al 23 saranno organizzati alla Casa della Memoria nell’ambito di una manifestazione dal titolo “ CantiereMemoria”, promossa dal Comune e che si aprirà con l’inaugurazione della mostra “Il paesaggio dei diritti. Fotografare la costituzione”.
Tra gli eventi nel palinsesto è prevista anche la proiezione di un video realizzato da Maurizio Gibertini detto “ Gibo”. Filmaker e documentarista, Gibertini è noto a Milano per un passato da protagonista negli Anni di piombo. Il suo nome compare infatti tra i condannati nel processo per il delitto del brigadiere Antonio Custra, ucciso da un colpo di pistola il 14 maggio del 1977 durante uno scontro tra autonomi e polizia in via De Amicis. È di quella sparatoria la celebre foto in cui una persona con il passamontagna viene immortalata mentre spara ad altezza d’uomo, diventata poi uno dei simboli di quel periodo. Gibertini, dopo avero scontato la condanna a dieci anni e otto mesi, si è rifatto una vita. Ha realizzato video e documentari, oggi vive a Roma e collabora con l’associazione culturale “ Officina Multimediale”. Ed è proprio con questa associazione che per l’ 11 è previsto un evento all’interno della rassegna ospitata dalla Casa della Memoria: la proiezione di “This arm / Disarm. Le macchine armate di Paolo Gallerani”. Si tratta di un video realizzato da Gibertini ispirato alla mostra di Gallerani esposta a dicembre dello scorso anno proprio presso la Casa della Memoria. Il video è « una riflessione sul rapporto fra arte e potere, in un percorso che tende alla creazione di una possibile comunità estetica, dove il sentimento prevalga sulla ragione e sia in grado di dar vita a una armoniosa convivenza», si legge in una presentazione della clip.
La Casa della Memoria, dove si svolgeranno gli eventi, è anche la sede dell’Anpi, dell’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti ( Aned), dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri ( ex Insmli), dell’Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter) e dell’Associazione piazza Fontana 12 dicembre 1969. L’obiettivo della rassegna “ CantiereMemoria”, si legge nella presentazione, «è quello di ricordare il passato e trarne insegnamento, mantenendo viva la memoria del nostro Paese e allo stesso tempo guardare al futuro, puntando soprattutto sui giovani — sia come protagonisti del progetto che coinvolgendoli in varie attività — e sulle contaminazioni tra arti e culture diverse». Il programma ha cinque filoni: le arti visive, il teatro, la musica, il cinema e i laboratori didattici per bambini e famiglie.
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La replica di Maurizio Gibertini
(via Facebook)

Un ottimo risveglio ieri mattina. Mi contatta un giornalista della redazione milanese di Repubblica – lo stesso che firma gli articoli usciti ieri ed oggi sulla pagina (cartacea) locale di quel quotidiano – che mi dice che le associazioni ospitate dalla Casa della memoria di Milano hanno scritto una lettera (che riporto qua sotto) all’Assessore alla cultura di Milano, al Sindaco e ai funzionari coinvolti in cui si intima di annullare la proiezione di un mio documentario This Arm | Disarm dedicato a una mostra dello scultore Paolo Gallerani tenutasi proprio alla Casa della Memoria (e li girato) e alla sua, magnifica, opera.
Motivazione che giustifica la lettera – il cui titolo é emblematico: “Il caso Gibo Gibertini alla Casa della Memoria – e inclusa richiesta, é che io sono stato condannato per l’omicidio Custra a 10 anni e 6 mesi che ho scontato in carcere, che non sono un pentito e soprattutto che ancora adesso frequento aree politiche “antisistema” – quando qualcuno mi spiegherà che accidenti voglia dire “antisistema” gli sarò infinitamente grato -.
E’ di oggi la notizia (fonte sempre Repubblica) che l’Assessore alla Cultura stia optando per la cancellazione dell’evento che riguarda me e Gallerani per “non ferire la sensibilità di tali associazioni”.

Fermo restando che ho chiesto a un mio legale di fiducia di procedere nei confronti dei firmatari della lettera per diffamazione anche a mezzo stampa alcune brevi considerazioni:

* chi spiegherà come una lettera che definita “interna” sia da chi l’ha ricevuta che dagli estensori sia finita in possesso del giornalista che immediatamente ne scrive titolando l’articolo in questo modo: “Casa della Memoria, nel programma un ex degli Anni di piombo” e sottotitolandolo in modo ancora più inquietante e scandalistico: “Nella sede dell’ANPI e dell’Associazione vittime del terrorismo una serata di video con Gibo Gibertini” manco fossi un killer seriale

* mi si accusa, a dimostrazione della mia reiterazione “terrorista” di continuare a usare il mio “nome di battaglia”, ossia gibo, ossia il nomignolo, contrazione del mio cognome, che i compagni di scuola di IV elementare mi hanno affibbiato e che é diventato il mio nome per tutti. Insomma un “nome di battaglia” che equivale a commettere reati distribuendo fotocopie della propria carta di identità. Se non fosse oltre il grottesco potrebbe pure essere divertente…

* si afferma che io sarei stato condannato per l’omicidio Custra e che avrei passato 10 e passa anni in carcere per quel reato. Falso. In questo caso in primo grado effettivamente sono stato condannato (a piede libero) in Appello invece mi é stata riconosciuta la piena estraneità ai fatti con conseguente assoluzione non impugnata dall’accusa che così ha riconosciuto di fatto la “bontà” della sentenza di assoluzione;

* Falso. Per l’omicidio Custra non ho fatto neppure un minuto di carcerazione

* Vero. Sono stato condannato definitivamente a 4 anni e alcuni mesi, non ricordo di preciso, per organizzazione di banda armata e reati connessi tra cui nessuno di sangue (ferimenti o omicidi), ho scontato per intero la mia pena, anzi qualche mese di più (in forma preventiva) tant’è che sono stato scarcerato immediatamente dopo la lettura della sentenza di appello. Ma in uno Stato di Diritto e nella nostra Costituzione la pena non é intesa come rieducativa e finalizzata alla reintegrazione sociale? E’ possibile che un’associazione peraltro finanziata dal pubblico possa decretare una sorta di “ergastolo sociale”, in totale discrezionalità, in barba alle normative vigenti? E’ accettabile che istituzioni pubbliche subiscano e accettino questo questo ricatto?

* Nella lettera nessuna parola in merito al documentario, ai suoi contenuti, alla sua realizzazione, questo in spregio al lavoro creativo, al risalto dato all’Istituzione Casa della Memoria e soprattutto all’opera di Gallerani che é la protagonista assoluta di questo mio lavoro

* Infine. Nel documentario sono presenti parti di interviste, girate nei giorni di allestimento e durante l’inaugurazione della mostra “Le Macchine Armate di Paolo Gallerani”. Alcuni dei nomi degli intervistati – che hanno visto e approvato il documentario nella sua versione definitiva -: Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano – Giuliano Banfi vicepresidente ANED – Antonio Pizzinato “mitico” responsabile dell’FML di Sesto San Giovanni negli anni ’70 e oggi dirigente onorario dell’Anpi e via discorrendo

Questa é la lettera:

– Gent.mo dr. Filippo Del Corno
Assessore Cultura Comune Milano

— Gent.mo prof. Andrea Kerbaker
Presidente Comitato Scientifico
Casa della Memoria di Milano

– Gent.ma dr.ssa Maria Fratelli
Direzione Cultura Comune Milano

e p. c.
– Ill.mo dr. Giuseppe Sala
Sindaco di Milano
Sede Municipale Palazzo Marino

Oggetto: il caso Gibo Gibertini alla Casa della Memoria

Caro Assessore Del Corno, caro Kerbaker, gentile dr.ssa Fratelli

Riscontro, a nome mio e della mia Associazione Italiana Vittime del Terrorismo della Lombardia, con doloroso stupore il fatto che l’11 dicembre prossimo verrà presentato alla Casa della Memoria, nell’ambito del programma “Cantiere Memoria”, il film “This arm/Disarm” sulla mostra “Le macchine armate”” di Paolo Gallerani, già proiettato in anteprima il 20 marzo scorso alla Casa della Cultura.
Il film è firmato, come regista, da Maurizio ‘Gibo’ Gibertini, noto terrorista mai pentito, né dissociato, che ostenta ancora il suo nome di battaglia, implicato nell’omicidio dell’agente Antonio Custra, condannato a 10 anni, oggi filmaker – che risulta ancora molto attivo nell’area della contestazione antisistema.
Quello che ci risulta singolare è che l’Amministrazione comunale abbia a suo tempo affidato la realizzazion del documentario all’Officina Multimediale, di cui il Gibertini è dirigente.
Troviamo non accettabile che il film venga presemtato alla Casa della Memoria, in cui hanno sede due Associazioni di Vittime del Terrorismo.
Chiediamo con decisione che la proiezione del documentario venga annullata, senza peraltro volere pregiudicare minimamente il valore delle opere di Paolo Gallerani.

Con i migliori saluti

Antonio Iosa –Associazione Italiana Vittime del Terrorismo Lombardia
Marcello Flores – Istituto Parri
Roberto Cenati – ANPI
Giuliano Banfi – ANED
Paolo Silva – Associazione Piazza Fontana 12 Dicembre 1969

Fiduciosi si dicono gli avvocati brasiliani di Cesare Battisti, l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) finito al centro di una nuova querelle politico-giudiziaria dopo l’arresto al confine tra Brasile e Bolivia. E fiduciosi si dicono i settori della politica italiana che più desiderano la sua estradizione. Come finirà è presto per dirlo.
Secondo i media brasiliani Michel Temer, presidente de facto contestato, plurindagato e sull’orlo di doppio impeachment, ha deciso di revocare lo status di rifugiato concesso a Battisti da Lula. Se la Corte suprema negasse l’habeas corpus richiesto dalla difesa (e la giustizia italiana riducesse l’ergastolo a 30 anni?), l’ok dell’ufficio legale della Presidenza basterebbe per consegnare Battisti alle autorità italiane. Secondo i suoi avvocati invece le leggi brasiliane lo impedirebbero e «si spera che il presidente Temer, noto docente di diritto costituzionale, rispetti la legge anche a fronte delle pressioni politiche interne ed esterne».

Dall’Italia Alfano esprime cauto ottimismo («Niente proclami, ma abbiamo fatto un ottimo lavoro e ora attendiamo con fiducia la decisione del presidente Temer»), mentre l’onorevole Caterina Bueno (Pd, eletta all’estero) rivendica di aver «sensibilizzato» personalmente Temer al telefono (lo ha raccontato ieri a Un giorno da pecora). Battisti per ora risponde all’ipotesi di estradizione con un’intervista a O Estadão : «Sapendo che il governo e i media hanno creato questo mostro in Italia, Brasilia mi consegnerebbe alla morte». Per ora la polizia si limiterebbe a sorvegliare la casa in cui risiede, sul lungomare di San Paolo.

FONTE: IL MANIFESTO

Roma ha ribadito la volontà di assicurarlo alla giustizia italiana il prima possibile, ma Cesare Battisti si sarebbe detto tranquillo anche dopo il suo «fermo» avvenuto mercoledì tra Brasile e Bolivia: l’ex militante dei Pac (Proletari armati per il comunismo) ha dichiarato di «non temere l’estradizione» perché «protetto» da un decreto dell’ex presidente brasiliano Lula.

«L’Italia – ha risposto il ministro della giustizia Orlando – è determinata a far sì che Battisti sconti la pena e la sconti nel nostro paese», dicendo di aver attivato tutti i passi necessari.

Nel frattempo, ieri sera, Battisti è stato sentito dal magistrato cui spetta la decisione se liberarlo su cauzione o meno.

Il presidente brasiliano, a cui lo stato italiano chiede di rivedere la decisione di Lula riguardo il caso Battisti, deve nuovamente far fronte ad accuse gravissime: secondo la denuncia presentata dal procuratore generale, Temer è accusato di essere il capo di una «organizzazione criminale» che avrebbe preso tangenti per 175 milioni di dollari.

Il presidente brasiliano si è detto «sereno» dopo aver presentato la sua difesa al Congresso aggiungendo che la denuncia altro non sarebbe se non «un tentativo di colpo di stato». La camera bassa dovrà decidere se autorizzare o meno l’apertura di un processo contro la massima autorità del Brasile.

FONTE: IL MANIFESTO

L’ex militante dei Pac (Proletari armati per il comunismo), condannato in Italia in via definitiva all’ergastolo per quattro omicidi, ieri è stato fermato a Corumbà, al confine tra Brasile e Bolivia. Battisti sarebbe stato bloccato dalla polizia stradale durante un «normale controllo». Considerato latitante dalla giustizia italiana dagli anni ’70, Battisti è fuggito prima in Francia e poi, dal 2004, in Brasile, dove è stato arrestato nel 2007. Nel 2009 il Supremo tribunale federale (Stf) ha autorizzato l’estradizione negata dall’ex presidente Lula con un decreto firmato l’ultimo giorno del suo mandato. Secondo la difesa di Cesare Battisti, esistono diversi tentativi «illegali» di rinviarlo all’estero. Secondo O Globo, il governo italiano aveva già presentato una richiesta affinché l’attuale presidente de facto brasiliano Michel Temer – esponente plurindagato della destra – rivedesse la decisione di Lula.

FONTE: IL MANIFESTO

Victor Jara

A quarant’anni dalla sua tragica morte, si è aperto a Orlando, in Florida, il processo per l’omicidio di Victor Jara, il cantante cileno ucciso nei primi giorni della dittatura militare di Augusto Pinochet nel settembre del 1973.

L’omicidio di Jara, torturato e ucciso con 44 colpi di proiettile nello stadio Cile di Santiago, è diventato uno dei simboli della brutalità del regime militare di Pinochet che ha governato il paese per 17 anni.

Un ex ufficiale dell’esercito cileno, Pedro Pablo Barrientos Núñez, sarà processato da un tribunale statunitense per l’omicidio, dopo una battaglia legale e politica della vedova di Jara, Joan Turner, che ora ha 88 anni e sarà una dei testimoni del processo.

Barrientos, all’epoca tenente, è accusato di essere stato il responsabile dei militari che torturarono Jara e gli spararono alla testa, uccidendolo. L’omicidio sarebbe avvenuto nello stadio di Santiago, trasformato in centro di detenzione e tortura per migliaia di oppositori politici e attivisti nei primi giorni dopo il colpo di stato avvenuto l’11 settembre del 1973, con cui Pinochet prese il potere, destituendo il presidente Salvador Allende. Il cadavere mutilato di Victor Jara fu ritrovato insieme ad altri cadaveri all’esterno dello stadio, con 44 colpi di proiettile addosso.

Secondo la Commissione per la verità e la giustizia, durante il regime militare di Pinochet furono uccisi almeno 3.100 oppositori politici, tra questi almeno un migliaio sono desaparecidos, cioè sono scomparsi e il loro corpo non è mai stato ritrovato.

Un processo storico

Victor Jara, 39 anni, è stato uno dei cantanti più conosciuti e più impegnati del suo paese all’inizio degli anni settanta. Era un cantante, un musicista, un regista teatrale e un poeta, e ha ispirato molti musicisti latinoamericani e internazionali, come Bruce Springsteen e gli U2.

Barrientos, il principale imputato per l’omicidio di Jara, è fuggito negli Stati Uniti nel 1989, subito dopo la fine del governo di Pinochet e le prime elezioni libere in Cile dopo quasi due decenni di dittatura. Barrientos è diventato cittadino americano e ha vissuto a Deltona, in Florida.

In Cile Barrientos e altri sette ufficiali sono stati incriminati per l’omicidio di Jara nel 2012, ma il processo procede lentamente, e il governo degli Stati Uniti non ha risposto a una richiesta formale di estradizione di Barrientos. Il processo, che si svolgerà in Florida, è il primo contro un ufficiale cileno all’estero. L’accusa è di omicidio extragiudiziale e tortura, ed è stato possibile per la famiglia di Victor Jara ricorrere al tribunale per una legge che negli Stati Uniti protegge le vittime di tortura, la Torture victim protection act. Davanti alla giuria, composta da sei persone e dal giudice Roy Dalton, dovranno testimoniare venti persone.

UN DOCUMENTARIO SULLA MORTE DI VICTOR JARA (IN SPAGNOLO)

Faranda

I nomi fanno ancora paura, lo «scandalo» ancora di più. E così, dopo le proteste di Ambra Minervini, figlia del magistrato ucciso dalle Br nel 1980, e sotto la pressione del comitato di presidenza del Csm, la scuola di magistratura di Scandicci ci ripensa e fa marcia indietro sull’invito rivolto ad Adriana Faranda e Franco Bonisoli.

Non che i due ex brigatisti fossero stati chiamati per raccontare alle aspiranti toghe i loro tristi trascorsi di terroristi. Piuttosto invece il precedente Consiglio direttivo della scuola in carica fino all’8 gennaio scorso aveva inserito nel programma del seminario la testimonianza diretta di un’esperienza concreta di «giustizia riparativa». Questo è l’oggetto del corso che si conclude domani a Scandicci e di questo avrebbero dovuto parlare Faranda e Bonisoli, inseriti otto anni fa in un percorso «rigenerativo» che prevede il confronto diretto con i parenti di alcune vittime delle Br – nello specifico Manlio Milani, Agnese Moro e Sabina Rossa – sotto la guida di tre mediatori tra cui il criminologo Adolfo Ceretti. Un’esperienza che è stata raccontata in un volume edito dal Saggiatore, «Il libro dell’incontro».

«Si è persa un’occasione formativa», commenta l’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida che presiedeva il precedente Consiglio direttivo della scuola.

Dopo il «dissenso» espresso in una nota comune dal vice presidente del Csm Giovanni Legnini, dal primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio e dal procuratore generale Pasquale Ciccolo – un intervento giudicato da Onida «extra ordinem, irrituale, che mi ha stupito» – il nuovo direttivo della scuola, presieduto da Gaetano Silvestri, anche lui emerito della Consulta, ha preso le distanze dall’iniziativa «interamente programmata e definita nei suoi particolari dal precedente Comitato direttivo». E ha deciso di annullare l’incontro previsto nella sessione del corso, «ritenendolo inopportuno», «pur dovendo precisare che l’incontro non configurava un’attività didattica di Bonisoli e Faranda, ma solo la testimonianza di un percorso riparativo, i cui protagonisti sono le vittime dei reati, e pur riconfermando la volontà della Scuola di investire nella formazione della giustizia riparativa».

Una decisione scaturita da quella che Onida definisce «una reazione violenta e in gran parte ingiustificata» ma considerata invece «saggia e ragionevole» dalla Pd Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia della Camera, e «giusta e doverosa» dall’Ncd Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia.

Del motivo reale dell’invito rivolto al gruppo di cui fanno parte i due ex terroristi, nessuno ne parla. Piuttosto per Ferranti la formazione dei magistrati non deve essere sottoposta a «forzature e rischi di strumentalizzazione», e per Ferri l’insegnamento in «un luogo istituzionale» quale la scuola superiore di Scandicci, per quanto multidisciplinare non può che «svolgersi secondo i criteri della didattica come disciplina pedagogica». Qualunque cosa voglia dire.

Di tutt’altra opinione invece Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei caduti di piazza della Loggia, che definisce «sconcertante» e «del tutto triste» la «polemica su un corso di formazione di magistrati».

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