Vae victis

Viviamo in un paese dove la reticenza e la dimenticanza sono la regola, una delle poche che unisce ceti sociali e orientamenti politici diversi. L’unica memoria – lunga e accanitamente inossidabile, oltre che falsata – a essere promossa e coltivata è quella relativa agli anni Settanta del secolo scorso e, in particolare, di quell’insieme di vicende impropriamente riassunte nella definizione “anni di piombo”. Una memoria a senso unico dalla quale non è consentito derogare o dissentire, proponendo e argomentando chiavi di lettura o ricostruzioni diverse e alternative a quelle dominanti, come nel caso di Paolo Persichetti, ex detenuto politico per le vicende delle Brigate Rosse, ora perquisito e perseguito in ragione delle sue posizioni, ricerche e pubblicazioni storiche.

Quanto quella regola sia cogente e intramontabile ce lo confermano, da ultimo, tre vicende relative allo stato della giustizia e alla amministrazione delle pene in Italia, solo apparentemente slegate.

  • Lo sciopero della fame in corso da parte del detenuto Cesare Battisti.
  • Il referendum sulla giustizia co-promosso da Partito Radicale e Lega.
  • L’archiviazione dell’inchiesta sulla strage di detenuti avvenuta a Modena durante e dopo i disordini dell’8 e 9 marzo 2020.

L’isolamento e l’antipatia come supplementi di pena

Il detenuto politico Cesare Battisti è in sciopero della fame per protestare contro l’isolamento di fatto in cui è tenuto da 27 mesi, «dei quali gli ultimi otto senza mai espormi alla luce solare diretta», scrive. La sezione di alta sicurezza (AS2) di Rossano Calabro, dove si trova dopo l’iniziale periodo trascorso nel carcere sardo di Oristano, «è una tomba, lo sanno tutti. È l’unico reparto sprovvisto persino di mattonelle e servizi igienici decenti, dove nessun operatore sociale mette piede. Il famigerato portone “Antro Isis” è tabù perfino per il cappellano, che finora ha regolarmente ignorato le mie richieste di colloquio. Qui tutto è predisposto per tenere a bada dei ferventi musulmani, ai quali, se pure in condizioni esecrabili, è stato concesso il diritto di pregare insieme».

Lo sciopero e le sparute notizie sulla stampa hanno provocato qualche reazione e anche indotto qualche rara manifestazione di solidarietà. A loro modo assai eloquenti, dato che vi è stato persino chi, pur promuovendo appelli e iniziative, ha tenuto a premettere di avere Battisti in somma antipatia. Aspetto, peraltro, richiamato di frequente allorché si parli o si scriva dell’ex militante dei Proletari armati per il comunismo. Lo ha fatto, ad esempio, anche Michele Serra scrivendone su “la Repubblica”, sia pur entro un ragionamento e un giudizio critico – a seguire quello più netto e precedente di Mattia Feltri – riguardo le condizioni di carcerazione cui viene costretto l’anziano militante, a dispetto dei regolamenti e di ogni logica che non sia quella simbolica e vendicativa. Un altro giornalista, Vittorio Pezzuto, di area liberale e radicale, per denunciare quella che definisce «una vendetta che il nostro ordinamento giudiziario non prevede» e per chiedere che «s’interrompa il livore contro l’assassino» non trova incoerente e fomentante esattamente quel livore aprire il suo articolo con questo incipit: «Cesare Battisti è un uomo vigliacco, tra i più detestabili».

Beninteso, ogni individuale simpatia o antipatia verso chiunque da parte di chiunque è prerogativa soggettiva indiscutibile, non fosse che, nello specifico, rivela una incapacità di comprensione dell’evidenza: vale a dire che quello pazientemente e sapientemente montato lungo almeno un decennio contro Battisti dagli apparati politico-giudiziari-mediatici italiani è un caso da manuale di costruzione bipartisan del mostro, di character assassination, pensato come tappa finale di una resa dei conti con il pugno di scampati alle ondate repressive degli anni Ottanta. A quella costruzione hanno, con zelo ed efficacia, partecipato persino eminenti figure intellettuali ed editorialisti di prima pagina normalmente di ben altro livello, come Antonio Tabucchi, Claudio Magris o Alberto Asor Rosa, che si sono esercitati nell’arte troppo facile dell’insulto, naturalmente condito da dotti riferimenti, e di una animosità, se non maramalda, resa più incomprensibile dal tempo trascorso dai fatti.

«Le Brigate Rosse – questi pezzenti della politica», inveiva Magris in prima pagina del Corriere della Sera, probabilmente senza sospettare che da quei brigatisti poteva essere inteso come complimento, poiché essere pezzenti tra pezzenti, stare al capo opposto delle élites, era storicamente un irrinunciabile carattere programmatico, quando non biografico, in tutte le rivoluzioni proletarie, anche in quelle immaginarie o sedicenti.

Asor Rosa arrivava ad attaccare il “suo” quotidiano, “il manifesto”, accusandolo di aver ospitato (addirittura dare parola ai mostri!) un’intervista a Battisti, usando questi raffinati toni: «L’intervista conferma, ma anche ribadisce e aggrava, quel che già sapevamo, e cioè che Battisti è un miserabile, uno che per salvarsi di fronte a un pubblico ignaro è disposto a versare fiumi di fango su di noi e sulla nostra storia, un mentitore e un vigliacco». E ancora: «Passiamo il nostro tempo da quindici anni a questa parte a sostenere l’azione della magistratura contro i mascalzoni, i ladri, i depravati sessuali che oggi sono al potere nel nostro paese, e dobbiamo leggere proprio sul manifesto e assistere inerti alle accuse infamanti che questo mentecatto-delinquente riversa su di essa?».

Oggi forse questi linguaggi e queste esibizioni di hate speech non colpiscono più, abituati come purtroppo siamo diventati a frequentare i social media, ridotti a discarica verbale di bullismi contrapposti e narcisismi aggressivi, affollata palestra di disinformazione e di cattivi sentimenti. Ma è attraverso questi percorsi e processi, istruiti dall’alto, che la cultura della forca e della gogna diventa – è divenuta – la trama condivisa del sentimento e del discorso pubblico.

Il potere dei simboli e il delitto politico

Non è dunque questione della personalità di Battisti, dei Battisti, ma delle sue obiettive responsabilità, per quanto a lungo negate, in questo caso non diverse da quelle di migliaia e migliaia di altri militanti dell’epoca, a loro volta in connessione con decine di migliaia di loro, di nostri, sodali.

Il delitto è delitto, va bene, e il suo sortire da motivazioni politiche viene ormai comunemente considerata un’aggravante, perlomeno in Italia e in contrasto con la storia, ancor di più con quella patria della prima metà del Novecento. Ma aggravato o meno che sia, non può essere privato delle sue chiavi di lettura, vale a dire dei contesti, se lo si vuole non giustificare ma comprendere. Se lo si fa, e lo è fatto con determinazione, è stato solo per rendere plausibile la doppia operazione: mostrificare gli uni per assolvere gli altri, ovvero sé stessi, lo Stato delle stragi, i suoi registi e i suoi manovali.

Quell’operazione ha come corollario finale la vendetta, la quale ha bisogno di simboli negativi per rendersi più accettabile socialmente e anzi per raccogliere e capitalizzare politicamente ampio consenso. O per dare l’esempio a futura memoria, come nel caso del brigatista Mario Moretti, tuttora incarcerato dopo più di quarant’anni, a eterno monito, in una paradossale nemesi storica per chi pretendeva di educarne cento colpendone uno.

Come ha ben annotato ne La Stampa Mattia Feltri: «invocare un trattamento giusto e dignitoso per un uomo detestato da tutti immagino sia un pochino velleitario, perché si sa, la Costituzione comprende diritti da garantire a chiunque, ma noi preferiamo garantirli a chi ci sta simpatico». O a chi sta o proviene dalla nostra stessa parte: criterio, anzi sentimento, che ha funzionato solo per i militanti delle destre armate e/o stragiste ma non per quelli del campo opposto, rinnegati quali “sedicenti rossi” dalle sinistre istituzionali e abbandonati da quelle extraparlamentari, a propria volta stigmatizzate o addirittura criminalizzate, comunque intimorite e a loro volta storicamente sconfitte e politicamente emarginate.

Quella della costruzione del simbolo negativo, del mostro, peraltro, è storia vecchia, cominciata con Pietro Valpreda e piazza Fontana per divenire una delle tecniche principali, affinata scientificamente e lungamente collaudata negli anni della “madre di tutte le emergenze”, quella contro la lotta armata di sinistra di quasi mezzo secolo fa, in seguito riprodotta e stabilizzata nei decenni successivi per fenomeni diversi, a cominciare dalla corruzione e dalle mafie. Quella lunga stagione politica e giudiziaria è considerata una “eccellenza italiana”, divenuta modello per altri paesi, sempre e tuttora rivendicata dai suoi protagonisti. Naturalmente, avendone negate e occultate alcune parti poco presentabili ma invece fondanti, quali quella della tortura sugli arrestati.

Alle radici dello scontro tra politica e magistratura

Da lì, da quella emergenza, originano i disequilibri istituzionali, le deleghe in bianco alla magistratura, le successive devastanti lotte di potere, la superfetazione di leggi e apparati di eccezione, il rapporto malato tra procure e media, il sostanzialismo giuridico, la trasformazione dell’imputato in nemico e dell’azione giudiziaria in lotta, l’uso abnorme dei reati associativi e la sapiente distillazione delle intercettazioni, il prolungamento all’infinito della carcerazione preventiva come arma di pressione e ricatto, l’invenzione del “concorso morale” e della “partecipazione esterna”, la costruzione e gestione del “pentito” quale architrave del processo, eccetera.

Insomma, di tutti quei problemi che affliggono e avvelenano tuttora il sistema giustizia e che riverberano su quello penitenziario, su parte dei quali si propone ora di intervenire il referendum per il quale Lega e Partito Radicale stanno raccogliendo le firme. Che però evita accuratamente di risalire alle origini e alle cause della patologia degenerativa onde poterle riformare effettivamente nei modi giusti e nella misura dovuta, senza la quale anche questo passaggio rischia di diventare questione di schieramenti, di appartenenze, di tifoserie contrapposte, di lobby e di logge, ovvero di tutele di interessi particolari e di quel garantismo a senso unico e a uso delle classi dominanti nel quale le forze di centrodestra si esercitano con successo dagli anni Novanta del secolo scorso, avendo avuto la capacità di convincerne spesso anche quelle di centrosinistra.

I sei quesiti referendari ora avanzati riguardano aspetti in gran parte relativi all’organizzazione giudiziaria: elezione del CSM, responsabilità diretta dei magistrati, meccanismo per la relativa valutazione professionale, separazione delle carriere, limiti al ricorso alla custodia cautelare, abrogazione della legge Severino. Neppure uno è dedicato «al nucleo duro della giustizia: i delitti e le pene», da cui deriva la bulimia penale e l’ipertrofia penitenziaria, come ha ben osservato Andrea Pugiotto, professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara. Che ne ha anche messo in evidenza la spiegazione: «Riproporre il referendum sull’ergastolo (come i Radicali fecero nel 1981 e, mancando le firme necessarie, nel 2013), o formulare quesiti mirati su due leggi massimamente carcerogene (la Bossi-Fini in tema di immigrazione, la Fini-Giovanardi in materia di stupefacenti) non è un’opzione praticabile, se scegli di promuovere i referendum con Matteo Salvini». La Fini-Giovanardi, in verità, è stata pur tardivamente cassata dalla Corte costituzionale nel 2014, ma, nel complesso, è l’originaria Iervolino-Vassalli che andrebbe radicalmente riformata, essendo da quarant’anni responsabile della gran parte degli ingressi annuali nelle celle e del loro sovraffollamento.

Matteo Salvini è, in effetti, quello stesso leader politico che da ministro dell’Interno, congiuntamente con il collega alla Giustizia Alfonso Bonafede, partecipò a una sorta di spot pubblicitario del partito della gogna, prontamente diffuso a reti e social unificati, nel quale entrambi comparivano trionfanti in favore di telecamere all’arrivo in aeroporto dell’ex latitante, catturato (alcuni sostengono sarebbe più appropriato definirlo un sequestro) in Bolivia per essere estradato in Italia. Persino “la Repubblica” lo definì un «filmino inquietante».

Vite leggere come piume: l’eccidio di Modena

A sua volta, Bonafede è quello stesso Guardasigilli pentastellato che (non) informò i parlamentari sulla strage senza precedenti avvenuta nelle carceri l’8 e 9 marzo 2020, con 13 morti, disse, dovute perlopiù a overdose da farmaci: poche parole e scarni dettagli, neppure i nomi delle vittime, ma certezza, ancorché apodittica, sulle cause dei decessi espresse in Aula del Senato l’11 marzo, in un intervento dalle facoltà divinatorie.

In effetti, un anno dopo, la procura di Modena – città dove si sono verificati 9 dei 13 decessi, chi in cella, chi subito dopo il trasferimento – ha chiesto l’archiviazione della vicenda: secondo i PM, non vi sarebbero responsabilità, se non quelle dei reclusi che si sono rivoltati, nove dei quali, perlopiù e sostanzialmente, si sarebbero suicidati imbottendosi di metadone e medicine sottratti dall’infermeria. Esattamente come annunciavano già dalle prime ore, vale a dire prima di ogni indagine o autopsia, il ministro e il coro mediatico. Ricostruzione ora, infine e definitivamente, convalidata dal Giudice che, con ordinanza del 16 giugno 2021, ha accolto la richiesta della procura e in tre scarne paginette archiviato la morte di Chouchane Hafedh, Methnani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur e Rouan Abdellah. Nomi stranieri per vite senza peso e per morti da dimenticare.

A nulla sono serviti gli appelli, le controinchieste, le testimonianze di detenuti che parlano di pestaggi e di mancato soccorso, i tanti dubbi e le evidenti incongruenze di cui si è alla fine accorta anche qualche testata nazionale, come “Domani” e “la Repubblica”, o trasmissioni RAI come “Report” (documenti, ricostruzioni, interpellanze, testimonianze e appelli sono pubblicate nelle Newsletter del Comitato per la verità e giustizia sulle morti in carcere sorto all’indomani della strage e tuttora attivo).

Se la vita di 13 detenuti vale così poco, figuriamoci quella ora in gioco di uno solo, per giunta così antipatico come Cesare Battisti, che dalla cella di Rossano Calabro ha annunciato di essere dal 2 giugno in sciopero della fame, per chiedere la fine di un ingiustificato e illegittimo isolamento e di voler «comprendere le ragioni che mi spingono a lottare fino all’ultima conseguenza in nome del diritto alla dignità per ogni persona detenuta, di tutti».

Il potere indistruttibile di carceri e leggi speciali

Su questa vicenda, sperando si concluda non drammaticamente e secondo giustizia, vi è da fare un’ultima considerazione.

Nel pur marginale e relativo scandalo, ultra-minoritario e da microbolla, per le condizioni di detenzione di Cesare Battisti non ha trovato il minimo spazio lo scandalo più grande che dovrebbe contenerlo: quello per le piccole Guantanamo italiane, come se i diritti umani, il rispetto dell’ordinamento penitenziario e il garantismo non dovessero valere per imputati e condannati per il terrorismo islamico e per chiunque, quali che siano i reati contestati.

Come nota a margine e conclusiva, va ricordato un altro pertinente rimosso: vale a dire che la Guantanamo originaria è ancora aperta e attiva. Un lager aperto nel 2002 che ha rinchiuso in condizioni intollerabili 800 uomini (per averne una vaga idea si veda il bel film The Mauritanian del regista Kevin Macdonald, basato sulla storia di uno di loro, Mohamedou Ould Slahi, che vi ha trascorso 14 anni da innocente). Tutti sono stati oggetto di “consegne straordinarie”, ossia di rapimenti, e molti sono stati torturati nei Black sites gestiti dalla CIA in tutto il mondo, spesso con la complicità degli alleati degli Stati Uniti e dei tanti paesi che hanno consentito i rapimenti, il sorvolo e le “consegne”; Italia compresa, direttamente coinvolta nel caso dell’iman Abu Omar, sequestrato a Milano e consegnato all’Egitto per esservi torturato. Vicenda su cui governi di opposto orientamento hanno apposto il sigillo omertoso del Segreto di Stato.

A distanza di vent’anni, nel lager statunitense continuano a essere tenute prigioniere ancora 40 persone, 28 addirittura senza accusa né processo. Nulla hanno potuto neppure i probabilmente sinceri propositi di chiuderlo da parte di Barack Obama, al tempo della sua presidenza degli Stati Uniti.

Come a dire che il potere materiale di quegli apparati, gli interessi che li sostengono e di cui sono beneficiari, è ancora più forte e inaccessibile di qualsiasi potere politico e legislativo che pure li ha partoriti. I suoi piccoli cloni italiani (le cui radici normative e gestionali vanno, anche qui, rintracciate nelle carceri speciali e nei “braccetti della morte” degli anni Settanta e Ottanta), nessuno, ma proprio nessuno, vuole chiuderli e neppure vederli e denunciarli.

Per l’organizzazione penitenziaria, evidentemente, così come per una parte di quella giudiziaria, non vi sono semplicemente condannati (o, peggio, imputati), la cui pena va amministrata, nel rispetto dei regolamenti e della Costituzione, ma vi sono dei nemici da trattare diversamente ed extra legem, per i quali non valgono i comuni diritti.

A ennesima riprova che i mostri facilmente sfuggono al controllo dei propri creatori, talvolta persino mordendo loro la mano e comunque vivendo poi di vita propria, di una macchinica autonomia, di un salvacondotto permanente, di poteri indiscutibili quanto disumani.

Grazie dunque a Battisti, il cui sciopero della fame indirettamente consente – consentirebbe – pur brevemente di portarli alla luce e di metterli in discussione.

* Fonte: Sergio Segio, Vita.it

L’arresto di alcuni latitanti italiani rifugiati in Francia da decenni e protetti dal “lodo Mitterrand” è sì un’applicazione “rigorosa” della legge, attribuendo però alla pena una finalità “retributiva”, cioè “afflittiva”, del tutto estranea alla Costituzione, che le attribuisce solo finalità rieducative (quelle che, come ha scritto Sofri, la Francia aveva ampiamente raggiunto).

E’ stato così aggiunto un miserabile tassello alla versione che da decenni connota gli eventi di cinque decenni fa come “Anni di piombo”, dominati dal “terrorismo rosso”: cancellando sotto questa dizione sia la “Strategia della tensione” e le sue stragi sia le lotte e le conquiste di studenti, operai e popolo contro cui quella strategia era diretta. Una guerra – ancorché “non ortodossa”, come era stata definita dai suoi promotori – che lo Stato italiano ha condotto contro movimenti di massa, colpendo nel mucchio con sequele di stragi, mentre le formazioni armate, nate ai margini di quei movimenti, decidevano di “contrattaccare” con agguati contro uomini simbolo. Crimini da entrambe le parti: superfluo, ormai, fare comparazioni.

Ma nella strategia della tensione sono stati coinvolti molti corpi dello Stato, politici e istituzionali; e tutti ne hanno a loro modo approfittato, trovando poi conveniente non chiudere più quella fase, come sarebbe stato possibile e opportuno. Oggi Draghi e Cartabia non fanno che intascare la loro quota della rendita politica che quella non-decisione ha generato. E la “pena retributiva” sostituisce, per molti parenti delle vittime di un tempo, quel “risarcimento” che lo Stato avrebbe dovuto offrir loro con un processo di “riconciliazione”.

Condivido il dolore dei parenti delle vittime (tutte) del terrorismo, a partire dalla moglie e dalle figlie di Pinelli, vittime del terrorismo di Stato; e senza escludere la vedova e i figli del commissario Calabresi: so che cosa significa crescere senza un padre, anche se il mio è morto in circostanze meno drammatiche. Ma avendo seguito giorno per giorno gli 8 (anzi 10) “gradi di giudizio” del processo per l’omicidio del commissario, ritengo impensabile che se ne potesse ricavare il minimo indizio di colpevolezza degli imputati, Marino compreso; come aveva giustamente concluso la sentenza assolutoria del secondo processo di appello. Mentre capisco benissimo come possano essersi convinti del contrario tutti coloro che ne sono stati informati solo dai media (solo il manifesto, allora come oggi, ha trattato con spirito critico quella vicenda).

La maggior parte dei giudici togati si è dimostrata determinata a priori a quella condanna, accettando che il processo, più che alla ricerca dei veri colpevoli, fosse indirizzato alla punizione della campagna con cui Lotta Continua aveva costretto a portarla in tribunale il commissario, che poi se ne sarebbe ritirato con una ricusazione. D’altronde nessuno tra magistrati, giornalisti o familiari aveva sollevato obiezioni anche quando, per dimostrarne la natura criminosa, era stato sostenuto che a uccidere Rostagno, per farlo tacere, era stata una rediviva Lotta Continua.

Sofri e Bompressi sono stati condannati in base a ricostruzioni false di Marino, contraddette dai fatti e da tutti i testimoni. Per Pietrostefani, invece, nessuna ricostruzione di eventi specifici per accusarlo di aver ordinato l’omicidio: una condanna a 22 anni solo perché membro di un “comitato esecutivo” che avrebbe deciso l’omicidio: un anno prima. Ma Marino aveva indicato anche altri membri di quel comitato: Rostagno, Boato, Morini, Brogi e altri; l’accusa li ha subito dimenticati, consapevole, dopo l’iniziale entusiasmo, della debolezza, basata solo su un “pentito” dalle molteplici versioni.

Così è successo ad altre sue accuse assurde contro Paolo Liguori, Luigi Bobbio o Luigi Noia. Avevo aggiunto allora, con una raccomandata alla Procura di Milano, che di quel comitato avevo fatto parte anche io, che ero stato, con Sofri e Pietrostefani, al vertice di quella organizzazione per 7 anni. Nessuna reazione. Per questo ritengo quel processo una delle più grandi patacche della storia giudiziaria italiana. Processi basati solo su pentiti, sia veri che falsi, ben giustificano i dubbi di Mitterrand sul modo in cui era gestita la giustizia in Italia.

Oggi comunque si sa che nella Questura della defenestrazione di Pinelli erano presenti ben 13 funzionari dell’Ufficio Affari Riservati mandati da Roma per costruire, con tutta evidenza, la montatura contro Valpreda. Una presenza che la Procura di Milano aveva evitato di scoprire e di cui il commissario Calabresi non ha mai fatto parola. Ma è sensato pensare che nel corso del processo che lo vedeva imputato e non più querelante, Calabresi avrebbe potuto parlarne. Non ne ha avuto il tempo: la sua uccisione lo ha trasformato in un irreprensibile servitore dello Stato, esonerandolo post mortem da ogni responsabilità con la grottesca sentenza sul “malore attivo dell’anarchico Pinelli”.

* Fonte: Guido Viale, il manifesto

L’Italia torna all’attacco: vuole che Parigi le consegni i protagonisti della lotta armata degli anni 70 riparati in Francia. Sono stati lì molti anni coperti dalla dottrina Mitterrand e dai tanti dubbi sulla correttezza dei processi realizzati in Italia negli anni di piombo. La Francia non ha mai concesso l’estradizione. Ora la dottrina Mitterrand non c’è più, ma c’è un altro problema. La prescrizione.

Sembra una maledizione, ma è così. Nonostante le tante dichiarazioni del ministro Bonafede e gli articoli di Travaglio, l’Italia è uno dei pochissimi Paesi occidentali dove è possibile punire un delitto di mezzo secolo fa. In Francia la prescrizione c’è eccome, ed è molto più breve della nostra. Con le regole francesi quasi tutti i militanti (o sospetti militanti) della ex lotta armata sono prescritti. A cominciare da Giorgio Pietrostefani, l’ex leader di Lotta Continua (condannato per l’uccisione del commissario Calabresi sulla base delle accuse di un unico pentito, che poi sarebbe il killer, e che in questo modo ha evitato il carcere).

Pietrostefani è il più celebre degli esuli, e probabilmente è il “trofeo” che il governo italiano vorrebbe: ha poco meno di 80 anni, un fegato trapiantato, è accusato di un delitto di 48 anni fa, quando Macron non era ancora nato. Molto probabilmente è innocente. Cosa farà il presidente francese? Non lo avrebbe mai consegnato a Salvini, ma forse ora lo farebbe con il governo del Pd.

Il problema è quello dei trattati internazionali. Esiste la Convenzione di Dublino che stabilisce che la prescrizione vale sulla base delle regole del Paese che richiede l’estradizione, cioè l’Italia; mentre prima di quella convenzione la regola era che valeva la prescrizione del Paese che ospitava gli imputati. L’Italia però non aveva mai firmato quel trattato. Lo ha fatto alla chetichella nei mesi scorsi. Ma la nuova regola può essere retroattiva? A occhio, no. Comunque in questi giorni si è saputo della novità e alcuni giornali (soprattutto Repubblica) hanno iniziato la campagna a favore della punizione di delitti di 50 anni fa. Che differenza c’è tra queste campagne e quelle del “Fatto”? Nessuna. Tutte due fondate su due valori: odio e vendetta.

Fonte: il Riformista

Mi si chiede, era veramente necessario assumermi le responsabilità politiche e penali, insomma la dichiarazione al procuratore di Milano? Mi chiedo, quale necessità muove coloro che si pongono questa domanda? Perché, se io sapessi esattamente cosa ci si aspettava da me, mi sarebbe allora più facile calarmi al loro posto e magari trovarci qualche buona ragione, che sicuramente non manca, per dubitare dell’opportunità o meno della mia decisione.

Ma quanti di questi, a cui vorrei sinceramente rispondere, non solo perché lo meritano, ma anche perché lo considero un dovere di compagno, possono veramente calarsi al mio posto? Ossia, come faccio a spiegare cosa mi succede adesso, senza poter dire che l’oggi è il risultato accumulato negli ultimi quarant’anni, soprattutto da febbraio 2004 in Francia fino al 23 marzo a Oristano?

Prendiamo solo questi ultimi quindici anni. Sono stati un inferno continuo, tra anni di carcere, arresti rocamboleschi, enorme dispendio di energia personale e di forze solidali, in una persecuzione spietata, senza riserve e mai vista prima. Mi ha visto abbandonare più volte casa, famiglia, ripudiato nella pubblica via, scacciato dai posti di lavoro, quando ne trovavo uno, a causa di un’opinione pubblica avvelenata da una propaganda di media senza scrupoli, con lo scopo di disarcionarmi ogni volta che riuscivo ad aggrapparmi a una speranza di vita normale. Lasciamo perdere i gravi problemi finanziari, rischierei di essere patetico.

Per questo, mi chiedo, sarà possibile che con una persecuzione simile, che ha superato in mezzi e durata l’immaginabile, è possibile, dico io, che quelle buone teste di compagni lungimiranti siano riuscite a resistere all’avvelenamento della disinformazione, che non si siano lasciate attingere anche loro, inconsciamente, in maniera moderata, come il martello che a forza di battere ha ragione del chiodo, da una tale organizzazione scientifica della menzogna? Perché, se così non fosse, come spiegare allora che alcuni compagni pretendano da me esattamente quello che da me si aspettano l’opinione pubblica, leggi, istituzioni?

Il “mito Battisti” è stato creato per abbatterlo, questo si capisce ed ha una logica feroce; quello che non si capisce è il “mito” ripreso anche dai compagni, un buon “mito” da sventolare in nome della lotta rivoluzionaria. E succede che poco importa che quel “mito” sia fatto di carne e ossa, che non ne possa più di essere martirizzato – martire da agitare, secondo i gusti, da un lato o dall’altro della barricata.

In fondo, chi avrei realmente danneggiato assumendo le mie responsabilità relative a un processo definitivo, archiviato, demonizzato? Non avrei dovuto dire del fallimento della lotta armata? E perché no? Giacché l’avevo sonoramente dichiarato nel 1981 e ripetuto. C’è qualcuno oggi che può onestamente dire che la lotta armata era da fare, che ne sia valsa la pena? (E non confondiamo Movimento con partiti combattenti). Ho preso questa decisione perché se non smitizzavo il mostro, se non dicevo che sono appena umano, allora sarebbe stato meglio se mi avessero scaraventato subito giù dall’aereo di Stato.

Volete avere un’idea certa su ciò da cui dovevo liberarmi? Ebbene, chiedete pure agli amici di strada, parenti, conoscenti qualunque, colleghi, chiedete loro cosa pensano di Cesare Battisti e avrete la risposta su cosa era che mi toglieva il respiro. Ho confessato senza chiedere una riduzione di pena, è stata anzi la premessa e proprio in questi giorni avete assistito alla conferma dell’ergastolo da parte della Corte d’Assise di Milano, la quale ha grossolanamente legalizzato un sequestro di persona in Bolivia. Ergastolo, tra l’altro, unico al processo PAC!

La domanda da porre sarebbe più concretamente questa: valeva la pena? Sì, indubbiamente (a parte le omissioni che ho lasciato passare al momento della firma, lamento la stanchezza), perché, nonostante il massacro, ho ancora voglia di avere un cervello tutto mio, una sedia e un tavolo per scrivere a voi, alla famiglia e a tutti quelli che ancora vogliono leggere.

Ho scritto d’un sol getto, non farò correzioni e, se incoraggiato, posso raccontare in seguito i retroscena di Ciampino, immagino che i media ci abbiano vomitato su.

Un abbraccio a chi lo vuole.

Fonte: Carmilla

La direttrice della collana «Cadre noir» la linea «gialla» di una delle più importanti case editrici francesi, “Le Seuil”, ha deciso di sospendere la pubblicazione dell’ultimo libro di Cesare Battisti già pronto per la stampa. A suo dire, dopo la confessione degli omicidi commessi dall’autore una quarantina di anni fa, mandare il romanzo di Battisti in libreria sarebbe in questo momento «indecente». Ora, se c’è qualcosa di «indecente» è che un direttore editoriale si arroghi il diritto di infliggere all’ergastolano una sorta di pena accessoria, essendo incomprensibile come un’opera di fiction, un brano musicale, o qualunque altra espressione artistica possa essere interpretata come apprezzamento assolutorio della biografia del suo autore. Ancora più indecente il fatto che, in previsione del probabile successo commerciale del libro, l’editore si sia comunque riservato la scelta di pubblicarlo tra qualche tempo.

La verità è che la crocifissione degli «intellettuali» che avevano difeso il latitante Cesare Battisti, giudicandolo un perseguitato, (che l’attuale accanimento lo sta facendo diventare davvero) ha seminato il panico. La confessione dell’omicida dei Pac, fino alla sua cattura sempre proclamatosi innocente, si è infatti rapidamente trasformata in un vessillo da sventolare nella più generale crociata contro «professoroni», «sapientoni» ed altri «gufi» intenti a confondere con tortuose argomentazioni le chiare idee del «popolo», mettendone in dubbio l’«autenticità». Per esempio sollevando obiezioni sull’amministrazione emergenziale della giustizia negli anni Settanta che inflisse lunghe carcerazioni preventive a centinaia di persone poi rivelatesi innocenti e sforzandosi di ricostruire il contesto storico dell’epoca. Che non vuol dire in alcun modo negare, minimizzare o addirittura giustificare l’omicidio, ma semmai restituirne i moventi.

Ma, alla fine, non è poi tanto il passato degli irripetibili «anni di piombo» che conta quanto le voci critiche che si levano contro le menzognere semplificazioni del presente. Tanto accanimento non si spiegherebbe altrimenti. La tradizione anti-intelletCENSURAtuale della destra è solida e ricorrente. Poggia sulla naturale propensione a evitare gli sforzi e a fare della propria esperienza immediata (liberata dalla memoria e dalla rappresentazione del futuro) il metro della verità. Esempio : «Sono stato derubato da uno zingaro, dunque tutti gli zingari sono ladri». Per non parlare della mitologia imbastita intorno all’inesistente «invasione» dei migranti. Non che la sinistra non abbia anch’essa la sua dottrina antintellettuale. Anche senza arrivare fino alla semplificazione sterminatrice di Pol Pot, la diffidenza verso il pensiero critico e l’imposizione della fedeltà all’ideologia, hanno mietuto numerose vittime. E anche in tempi più recenti l’autocelebrazione e l’allergia alla critica si sono fatte sentire distintamente.

Per fortuna la demistificazione del discorso dominante non è più affidata in prevalenza alla voce distinta e individuata dell’ «intellettuale impegnato». Non c’è bisogno di avere passato la vita sui libri o coltivato ardue discipline per rendersi conto che i migranti in Libia vengono rinchiusi in terrificanti campi di concentramento, che la «guardia costiera» di quel paese non è che una banda di predoni e trafficanti, che il cosiddetto reddito di cittadinanza è una umiliante irregimentazione della povertà, che è in corso un furibondo attacco contro la libertà delle donne. Esiste, infatti, una intelligenza collettiva, un fitto tessuto di relazioni e di scambi intento a disfare il quadro semplificato e «risolto» che il potere politico spaccia quotidianamente. Con la povertà argomentativa propria del linguaggio assertivo di twitter. A contrapporsi alla ferocia della banalità e al vuoto trionfalismo dei governanti è dunque un intellettuale collettivo, produttore di contenuti e di conoscenze, di pratiche politiche e di posizioni etiche. Forse non ancora maggioritario, ma certamente ben più esteso di qualsiasi rappresentanza.

* Fonte: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

Un cranio d’alce impagliato, un trofeo di caccia appeso sul caminetto di un ministro degli interni che può vantare ben pochi meriti nella cattura della preda: questo sembra essere diventato Cesare Battisti messo al centro di uno spettacolo di propaganda politica tra i più grotteschi cui ci sia capitato di assistere negli ultimi anni. L’arresto di un latitante, l’esecuzione di una sentenza è, come sobriamente converrebbe dire, «un atto dovuto» non una fiera delle vanità, una carnevalata giustizialista in costume da poliziotto.

L’uomo, condannato molti decenni fa per gli omicidi commessi da un gruppo che figura tra le peggiori derive del conflitto armato degli anni Settanta è caduto nelle mani della giustizia italiana grazie a Bolsonaro, il militare di estrema destra che ha vinto le elezioni presidenziali in Brasile e al governo di sinistra boliviano che lo ha espulso senza indugio e senza tanti complimenti.

Ricevendo, poi, da parte degli esponenti politici italiani un accanimento e uno spirito di vendetta che non si confà a nessuna figura istituzionale. Quasi a confermare ciò che i difensori di Battisti sostenevano da sempre per scongiurarne l’estradizione e cioè che in Italia non avrebbe ottenuto un trattamento equo e corretto. L’ordalia propagandistica che si sta consumando intorno al prigioniero è già di per sé un atto di ingiustizia e di gratuita violenza.

Una pura e semplice strumentalizzazione al servizio dell’ennesimo attacco contro la storia della sinistra nel suo insieme. Che, stando al coro che si leva da più parti, di Battisti avrebbe fatto il suo protetto, se non addirittura un idolo. Naturalmente si tratta di una smaccata menzogna.

La famosa dottrina Mitterrand non entrava nel merito dei singoli casi, ma rifiutava l’estradizione in quei paesi dove, ai tempi delle istruttorie e delle sentenze, l’esercizio della giustizia non appariva limpido e imparziale.

Se non bastassero il teorema Calogero, le migliaia di carcerazioni preventive finite in assoluzione o il massacro di via Fracchia a dimostrarlo, Francesco Cossiga, che all’epoca occupava la poltrona di Salvini, non aveva timore di dichiarare senza peli sulla lingua che in quei frangenti lo stato giocò duro e non si astenne dal forzare le regole e fare ricorso a strumenti tutt’altro che ortodossi.

Battisti si avvalse dunque, non di una protezione specifica, ma di quella contingenza generale che poi, a sempre più grande distanza dai fatti e dai contesti, il Brasile di Lula avrebbe in qualche modo ripreso non ritenendola del tutto estinta.

Anche alcuni intellettuali presero le difese del militante dei Pac, chi volendo credere alla sua innocenza, chi ritenendolo cambiato e innocuo e dunque perseguitato per una mera questione di principio, senza peraltro nutrire simpatie per la lotta armata.

Ma, tutto sommato, Battisti è sempre stato alquanto isolato e la rete mondiale di fiancheggiatori e protettori una gran fanfaluca.

Lui che una vera e propria storia politica non l’ha mai avuta, ha invece avuto il destino segnato da una serie di passaggi politici e il fatto che le sue disgrazie abbiano coinciso con i successi della destra, prima in Francia, poi in Brasile, non rende meno torve quelle, né migliore lui che ne ha subito le conseguenze.
Buon ultimo è Salvini a incassare politicamente l’esito di questa interminabile vicenda che la nebbia del tempo trascorso rende manipolabile a piacere.

Per fare i conti non con l’«assassino comunista» ma con una intera stagione di conflittualità sociale.

E rilanciare la caccia alle streghe, quelle scampate alla repressione degli anni Settanta e, soprattutto, quelle che eventualmente volessero oggi mettersi di traverso sulla sua strada.

Il linciaggio mediatico di Cesare Battisti e le inutili vessazioni (come il semestrale isolamento diurno a trentasette anni dalla sentenza) cui probabilmente verrà sottoposto hanno precisamente questo scopo: l’esaltazione di uno stato muscolare, implacabile, infallibile e vendicativo.

Questo spettacolo offerto dalle autorità italiane, il ripristino della gogna e le minacce sparse al vento dovrebbero indurre qualunque governo democratico a riflettere seriamente prima di estradare chicchessia nel paese governato da Salvini e Di Maio.

* Fonte: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

Antoinette Russell ricorda come se fosse ieri la prima volta che le hanno fatto credere che avrebbe potuto finalmente incontrare suo padre da uomo libero. L’aveva chiamata da un telefono della prigione, con la voce tremante per l’eccitazione, e le aveva detto: “torno a casa!
Questo succedeva 17 anni fa. Da allora, ogni due anni, deve sottostare alla medesima tortura. “[Ogni volta] chiama dicendo la stessa cosa: torno a casa,” mi dice, mentre la intervisto nella sua casa di Montgomery, Alabama.

Sono arrivata al punto che gli dico: papà, non voglio sentirti più. Ogni volta mi faccio delle illusioni pensando che tu verrai rilasciato, e poi non lo sei. Ogni volta mi sembra di morire.

A millecinquecento chilometri di distanza, a Deer Park, Long Island, Diane Piagentini è intrappolata esattamente nello stesso, drammatico, corso e ricorso degli eventi, collegato alla medesima persona. “Ogni due anni ti strappano il cerotto che avevi sul cuore e ti tocca ricordare tutto quello che era successo e riviverlo in continuazione,” mi dice.

Si potrebbe provare anche a misurare il dolore insopportabile che attanaglia queste due donne, ma le somiglianze finiscono qui: non hanno nulla in comune quando si tratta di decidere quale dovrebbe essere il destino di quest’uomo.

La Russell spera che a suo padre venga concessa la libertà. La Piagentini prega che possa marcire nella sua cella, per sempre.
“Deve rimanere in cella per il resto della sua vita. Quando ci si macchia di un crimine efferato come quello, si merita solo la pena di morte.”

L’oggetto delle attenzioni delle due donne è il padre di Antoinette Russell, Jalil Muntaqim che, nel carcere di massima sicurezza, è conosciuto con il suo nome di battesimo, Anthony Bottom, numero di matricola 77A4283.

Jalil Muntaquim, che ha trascorso gli ultimi 47 anni in prigione.

Ex membro del partito delle Pantere Nere e del suo braccio armato clandestino, il Black Liberation Army, ha trascorso quasi 47 anni in prigione per il ruolo avuto nell’omicidio di due agenti di polizia a New York City, nel 1971. Uno di questi agenti era Joseph Piagentini, il marito di Diane.

Muntaqim è uno dei 19 estremisti di colore, comprese due donne, ancora in prigione dopo più di 40 anni dall’arresto per atti di violenza commessi durante la loro lotta di liberazione. L’anno prossimo, il condannato che sta scontando la pena da più tempo, Romaine “Chip” Fitzgerald, sarà stato incarcerato per mezzo secolo. Il più anziano, Sundiata Acoli, ha 81 anni.

Dal 2000, altri dieci estremisti sono morti in prigione per malattia.

I 19 estremisti attualmente incarcerati facevano tutti parte del movimento rivoluzionario delle Pantere Nere. Hanno combattuto per il Potere Nero, sono stati condannati per aver ucciso in suo nome, anche se molti di loro si professano innocenti, e oggi sono ancora in prigione per causa sua.

Mentre invecchiano, e la pena si allunga, lo scontro etico su che cosa fare di questi uomini e donne si fa sempre più intenso. La settimana scorsa si era verificato uno sviluppo inatteso, che avevamo segnalato in anteprima; Robert Seth Hayes, ex membro, come Muntaqim, delle Pantere Nere e del Black Liberation Army, era stato rilasciato,  all’età di 69 anni, dallo stesso carcere di massima sicurezza di New York.

Hayes aveva trascorso 45 anni in prigione per l’omicidio di un agente della New York City Transit Police, Sidney Thompson, durante uno scontro avvenuto nella stazione del Bronx nel 1973. Era stato condannato ad una pena variabile da 25 anni all’ergastolo.

Era diventato idoneo alla richiesta di libertà vigilata nel 1998, ma, ogni due anni, si era sentito ripetere sempre la stessa cosa: nonostante fosse un detenuto modello, agli occhi della commissione per la libertà vigilata rimaneva sempre una minaccia per la società. Solo all’undicesimo tentativo, 20 anni dopo, con la salute ormai in rapido declino, era riuscito a convincerli di essere degno della riabilitazione.

Il rilascio di Hayes alza ancora di più la posta in gioco, perché costringe le autorità di New York e quelle di tutto il resto del paese a porsi la domanda cruciale: esiste qualcosa di simile alla riabilitazione per chi ha ucciso agenti di polizia in nome della causa rivoluzionaria del Potere Nero? Bisogna rinunciare alla politica della libertà condizionata basata sul merito? O il sistema giudiziario degli Stati Uniti li ha selezionati per una condanna all’ergastolo estremamente punitiva perchè li ritiene prigionieri politici, proprio come si autodefiniscono quegli uomini e quelle donne?

Negli ultimi due anni ho intervistato otto estremisti neri che avevano tutti trascorso lunghi periodi di detenzione. Attraverso visite in carcere, lettere ed email, gli attivisti mi avevano raccontato storie sorprendentemente simili, di come avessero trascorso quasi tutta la loro vita in cella e del lungo cammino verso una libertà che non arriva mai. Sei di essi sono fra i diciannove che, attualmente, sono ancora in carcere.

Uno degli aspetti che colpisce di più nelle loro storie è la costante passione per la causa dell’emancipazione dei neri. La loro convinzione sul valore di questa lotta contro l’ingiustizia è pura e adamantina.

Prendete Jalil Muntaqim, 66 anni. Secondo i termini della sua condanna per duplice omicidio, ha ottenuto il diritto ad essere valutato, ogni due anni, per la libertà condizionata fin dal 2002. Ad agosto ripartirà tutta la trafila: comparirà davanti alla commissione per la libertà vigilata e perorerà la causa del suo rilascio per la nona volta.

Alla commisione parlerà del suo rimorso nei confronti delle famiglie degli agenti uccisi. Parlerà del rimorso che prova verso la sua stessa famiglia, da cui manca ormai da 46 anni.

Ma non rinuncerà al suo credo politico.

Come mi ha detto durante un’intervista di due ore nell’istituto di pena Sullivan, nella zona nord di New York: ”Se ti rendi conto dell’oppressione che ha dovuto subire il popolo nero in questa nazione, nessuno si pentirà mai di essere stato considerato un rivoluzionario. Io non ho nessun rimpianto.”

Le Pantere Nere, che ufficialmente hanno cessato di esistere nel 1982, sono ritornate nuovamente di moda, postume, negli ultimi due anni. La scena di apertura del film di successo “Black Panther” è stata girata in un campo di pallaccanestro di Oakland, un preciso riferimento al luogo dove era stato fondato il partito nel 1966. La cantante Beyoncé aveva stupito l’America quando, nello spettacolo dell’intermezzo del Super Bowl del 2016, aveva reso omaggio alle Pantere Nere con un’esibizione comprendente giacche di cuoio, berretti e pugni alzati.

Dietro questa parvenza di interesse popolare per le Pantere Nere, non esiste in pratica un dibattito pubblico su questa rivolta degli anni ‘70 e su quello che ne è seguito. Assai scarsa è la compresione del pubblico su come avessero fatto le Pantere Nere, originarie di Oakland, ad avere 70 sezioni in tutti gli Stati Uniti, di come avessero affrontato a viso aperto la brutalità poliziesca, tipica dei centri urbani, nei confronti degli Afro-Americani, su come avessero sviluppato un sofisticato programma di aiuti sociali che includeva mense per i poveri ed anche scuole elementari, e come tutto questo avesse scatenato la feroce repressione del governo federale e dell’FBI, che aveva portato a numerosi conflitti a fuoco, incursioni, intercettazioni illegali, gioco sporco e, infine, allo scioglimento del partito nel 1982.

Ancora meno si sa dei molti attivisti delle Pantere Nere che erano stati imprigionati.

In breve, adesso potrà anche essere di moda la giacchetta di pelle delle Pantere Nere, ma c’è veramente uno scarsissimo interesse per le uniformi da carcerato degli ex-attivisti ancora dietro le sbarre.

Le Pantere Nere manifestano davanti al tribunale di New York City nel 1969.

Il viaggio che mi aveva letteralmente immerso nelle vite delle ex-Pantere Nere in carcere era iniziato nel 2015 con Albert Woodfox, un membro del cosiddetto Angola Three che, all’epoca, deteneva il primato di essere il prigioniero americano ad aver trascorso più tempo in cella d’isolamento. E’ rimasto in segregazione cellulare, quasi senza interruzioni, per 43 anni.

Insieme ad un suo compagno, Herman Wallace, Woodfox aveva fondato una sezione delle Pantere Nere nell’Angola, il famoso carcere di massima sicurezza in Louisiana, costruito sul terreno di una vecchia piantagione di cotone. Il nome ricorda la nazione africana da cui i proprietari della piantagione facevano arrivare gli schiavi.

Quando Woodfox era stato mandato all’Angola per rapina, nel 1971, la prigione era completamente segregata, con un’ala per i detenuti bianchi ed una separata per quelli afro-americani. I secondini erano esclusivamente bianchi.

Fulgido esempio del legame che unisce la schiavitù e l’incarcerazione di massa dell’era moderna, i prigionieri di colore erano utilizzati come forza lavoro a basso costo. Ogni giono, i detenuti di colore venivano raggruppati, incatenati e portati nei campi intorno al penitenziario, gli stessi campi che un tempo erano appartenuti alla piantagione, e fatti lavorare sotto il sole cocente.

A raccogliere cotone.

Woodfox e Wallace avevano iniziato, tramite la sezione delle Pantere Nere, ad organizzare gli altri detenuti di colore per  indurli a protestare contro questa moderna forma di schiavitù. La cosa non era piaciuta alle autorità della prigione.

Un anno dopo, entrambi erano stati accusati dell’omicidio di un agente di custodia di nome Brent Miller, pugnalato a morte durante una rivolta carceraria. Sulla scena del delitto era stata raccolta una notevole quantità di prove, ma nessuna che potesse incriminarli, compresa un’impronta digitale insanguinata su un muro.

Nonostante ciò, erano stati giudicati colpevoli da una giuria di soli bianchi e condannati all’ergastolo, senza possibilità di libertà vigilata. Subito dopo la sentenza, Woodfox e Wallace erano stati messi in cella di isolamento, dove sarebbero rimasti per altri 40 anni.

Le dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni dalle autorità carcerarie dell’Angola avevano chiarito le ragioni di questo trattamento eccezionalmente severo. L’allora direttore dell’Angola, Burl Cain, aveva detto, nel 1995, che aveva posto Woodfox in isolamento perché “stava ancora cercando di diffondere l’ideologia delle Pantere Nere.” Cain aveva aggiunto che non aveva voluto che il prigioniero fraternizzasse con gli altri “perchè avrebbe arruolato i nuovi, giovani detenuti.”

Nel novembre del 2015, subito prima che gli fosse finalmente concessa, all’età di 69 anni, la possibilità di uscire come uomo libero, Woodfox mi aveva scritto. Nella lettera mi descriveva cosa volesse dire passare 43 anni di vita in una cella di 1,8 x 2,7 metri, con solo un giaciglio di cemento, un gabinetto e un lavandino, con una feritoia nella porta metallica in cui far passare il cibo.

Mi aveva scritto di come fosse sopravvissuto, dentro la cella, ai ricorrenti attacchi di claustrofobia: “Per me il problema era capire quando stava per arrivare la crisi. Mi rendevo conto dello spazio e del tempo. I vestiti cominciavano a stringere. Cominciavo a sudare e diventava difficile respirare. Come se l’atmosfera si stringesse intorno a me e mi schiacciasse.”

Mentre Woodfox e Wallace passavano gli anni in isolamento nell’Angola, migliaia di altri giovani afro-americani entravano a far parte del partito delle Pantere Nere ad Oakland, Los Angeles, Chicago, New York e in tutti gli Stati Uniti. Anche se il partito era stato fondato da due uomini, Huey Newton e Bobby Seale ed aveva un taglio militare che potremmo definire maschilista, numerosi posti di responsabilità erano stati occupati anche dalle donne.

Fra di loro vi erano Afeni Shakur, madre del rapper Tupac Shakur, Elaine Brown, che sarebbe diventata capo del partito dopo la fuga a Cuba di Newton; Assata Shakur, nota come Joanne Chesimard, una leader del Black Liberation Army, anch’essa riparata a Cuba, dove vive tutt’ora in esilio, ancora sulla lista dei terroristi più ricercati dall’FBI.

Il movimento, contrariamente alla sua fama di violenza, dedicava la maggior parte del tempo al lavoro di comunità. Forniva colazioni gratuite ai bambini poveri dei quartieri neri, allestiva scuole e ambulatori medici per chi non poteva accedere al sistema sanitario e pubblicava un suo proprio quotidiano, il Black Panther, al costo di 10 cent., con una tiratura settimanale che era arrivata, nei periodi di punta, a 250.000 copie.

In contrasto con i toni misurati del movimento per i diritti civili di Martin Luther King, le Pantere si consideravano allineate ai gruppi internazionali rivoluzionari dell’Angola, del Mozambico e del Vietnam. Alle nuove reclute, conosciute come PITS (Panthers-in-Training), veniva fatto studiare il “Libretto Rosso” di Mao e “I dannati della Terra” di Frantz Fanon.

Membri del partito delle Pantere Nere distribuiscono gratuitamente abiti alla popolazione di New Haven, Connecticut, 1969.

 

Nell’ottobre del 1966, Newton aveva riassunto gli obbiettivi del partito in un programma di dieci punti. Comprendeva un appello contro la brutalità della polizia, non dissimile da quanto chiede oggi Black Lives Matter, una istanza per la riforma del sistema giudiziario, che potrebbe benissimo essere quella dell’American Civil Liberties Union, e una richiesta per la piena occupazione, per case decenti e per un buon sistema scolastico che sembra uscita dalla bocca di Bernie Sanders.

A queste richieste relativamente tradizionali era stato sovrapposto un forte sentimento di militanza nera, in contrasto con l’approccio moderato di King o con la radicata politica progressista di oggi. “Vogliamo porre fine alla rapina capitalistica della nosta Comunità Nera”, si leggeva al punto n° 3 e si continuava chiedendo un risarcimento per la schiavitù subita, consistente in due muli e 40 acri di terreno, un chiaro riferimento alla promessa, non mantenuta, fatta dal generale William Sherman di liberare gli schiavi alla fine della guerra civile.

Poi c’era l’enfasi sul militarismo e sulla lotta armata. Anche la struttura stessa dell’organizzazione era una provocazione, configurare il partito come uno stato all’interno dello stato.

Huey Newton parla alla convention per la fondazione del Partito Popolare Rivoluzionario nel 1970.

 

Come dice Mumia Abu-Jamal, una ex-Pantera Nera, incarcerato per 37 anni per l’omicidio di un agente di polizia di Filadelfia, “Il partito delle Pantere Nere si comportava come uno stato-ombra, con i suoi ministri, il suo personale in uniforme e i suoi soldati, in feroce opposizione al governo degli Stati Uniti.”

Una delle prime attività del partito era stata la “vigilanza sulla polizia”, durante la quale i suoi membri monitoravano l’attività delle forze dell’ordine nelle vie di Oakland, in un periodo in cui gli attacchi della polizia alla popolazione nera erano un fatto quotidiano. E’ difficile che una cosa del genere possa succedere al giorno d’oggi, ma, allora, quando vedevano agenti di polizia fermare e perquisire giovani Afro-Americani, le Pantere Nere si avvicinavano e osservavano la scena, facendo volontariamente intravedere le pistole che portavano alla cintura.

Newton aveva studiato le leggi californiane sul possesso delle armi e sapeva che girare armati in pubblico, senza nasconderlo, alla fine degli anni ‘60 era legale. I legislatori dello stato avevano risposto nel 1967 proibendo il “porto libero” e, per celebrare l’evento, più di 20 Pantere Nere erano entrate impugnando le armi nel Campidoglio di Sacramento durante il dibattito.

La minaccia di una insurrezione armata dei rivoluzionari neri aveva scatenato una dura rappresaglia da parte del governo degli Stati Uniti.

L’allora direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover, aveva giurato di spezzare il partito delle Pantere Nere, che aveva definito “la più grande minaccia alla sicurezza interna della nazione.”

Il programma di sorveglianza segreto Cointelpro era così stato focalizzato sulle Pantere Nere e tutte le enormi risorse dell’FBI mobilitate contro di loro. In breve tempo, il partito era stato riempito di informatori e di agenti provocatori, che diffondevano false informazioni e seminavano zizzania fra i ranghi.

Gli scontri violenti con la polizia erano diventati frequenti: le forze dell’ordine e i media li chiamavano “Shoot-outs.” Per le Pantere erano invece “Shoot-ins,” intendendo con questo termine che gli scontri venivano istigati dalle autorità e che facevano parte dei trucchi sporchi del Cointelpro.

Secondo le stesse Pantere, fra il 1968 e il 1970 si erano verificati 28 scontri armati con la polizia locale o con gli agenti dell’FBI, in cui 19 dei loro avevano perso la vita. Per contro, le forze di polizie consideravano il Black Liberation Army, l’ala clandestina del partito, fondata nel 1970, responsabile dell’omicidio di almeno 13 agenti di polizia.

Era in questo ambiente che Jalil Muntaqim, allora conosciuto con il nome di Anthony Bottom, si era gettato, anima e corpo, quando aveva solo 15 anni. Non era di certo il candidato ideale per la carriera di rivoluzionario nero, dal momento che proveniva da una famiglia benestante di San Jose, con entrambi i genitori che lavoravano e la piscina in giardino.

La madre aveva insegnato ai figli le danze africane e dava molta importanza alla discendenza familiare. Muntaqim era stato attratto da King e dal movimento per i diritti civili, ma si era subito messo alla ricerca di qualcosa di più radicale. Un compagno di scuola era entrato a far parte delle Pantere Nere e il movimento lo aveva attirato.

“L’idea che uomini neri, armati e preparati, potessero combattere per i diritti del popolo di colore era eccitante, intrigante. Andava ben oltre il movimento per i diritti civili del dr. King. La differenza fra il dr. King e Malcon X era che quest’ultimo aveva posto la nostra lotta in un contesto internazionale,” mi aveva detto.

Muntaqim aveva iniziato vendendo il quotidiano delle Pantere Nere e dando una mano nelle mense gratuite. Da qui era stato assegnato alla scorta dei leaders di alto profilo che venivano in visita ad Oakland.

Nel 1970, il Black Liberation Army (BLA) costituiva la falange armata del movimento. In quel periodo e fino alla messa al bando ufficiale del partito delle Pantere Nere, nel 1982, il BLA era stato implicato in una lunga serie di rapine in banca, attentati dinamitardi, evasioni e omicidi di agenti di polizia.

Muntaqim si era arruolato a 18 anni ed era entrato in clandestinità. “Continuavo ad avere una vita pubblica come assistente sociale al Dipartimento per la Disoccupazione della California,” ha spiegato nell’intervista. “Ma c’era un altro aspetto della mia vita: la mia attività clandestina nel Black Liberation Army.”

Il 21 maggio 1971, due agenti di polizia di New York, Joseph Piagentini, bianco, e Waverly Jones, di colore, erano di pattuglia nella 159° Strada, ad Harlem. Erano stati chiamati per quella che sembrava una lite familiare.

Diane Piagentini descrive Joseph come “un gran marito e un gran genitore, che amava le nostre due bambine. Era alto, quasi un metro e ottanta, capelli e occhi scuri. Aveva un gran sorriso, un sorriso dolce e la fossetta nel mento. E’ stato l’amore della mia vita. L’ho amato fin dal primo istante.”

Gli agenti della polizia di New York, Joseph Piagentini e Waverly Jones, uccisi da Herman Bell ed altri ad Harlem nel 1971.

 

Ricorda come quella notte le era stata data la notizia. “Gli avevo preparato la pasta e fagioli, la tenevo in caldo e aspettavo che tornasse a casa. Avevano bussato alla porta. Avevo guardato fuori e stava piovendo. Vedevo i lampeggianti della polizia che continuavano a roteare. Niente sirene, solo le luci. Era come essere in un sogno.

Joseph Piagentini e Waverly Jones stavano ritornando all’auto di pattuglia, circa alle 22, quando erano stati attaccati alle spalle da tre uomini armati. Jones era morto subito, colpito da un proiettile alla nuca; Piagentini, secondo gli inquirenti era stato colpito 13 volte.

Nel giro di pochi giorni erano stati arrestati tre membri del BLA, Muntaqim, Herman Bell e Albert “Nuh” Washington. Muntaqin e Bell erano stati entrambi condannati ad un periodo di detenzione non inferiore a 25 anni, Washington è morto in prigione nel 2000.

Tre mesi fa si è verificato un evento raro: Herman Bell, 70 anni di età, è stato rilasciato. Era stata la sua ottava apparizione di fronte alla commissione, dopo 45 anni dietro le sbarre.

Bell era apparso alla commissione per la libertà vigilata come qualcuno che, dopo quasi mezzo secolo, era diventato un detenuto modello e  provava un sincero rimorso per i suoi omicidi. Una parte della decisione del comitato era dovuta al fatto che, quando era stato interrogato nel mese di marzo, Bell aveva espresso il proprio disgusto per quello che aveva commesso nel 1971.

Non c’era niente di politico in quel gesto, come pensavo all’epoca. Si è trattato di omicidio, un omicidio terribilmente sbagliato,” aveva detto loro Bell.

La decisione della commissione ha scatenato un vespaio di proteste da parte dei sindacati locali di polizia, dei media e degli esponenti politici. La New York Patrolmen’s Benevolent Association ha dichiarato di essere “disgustata, offesa ed estremamente adirata” ed ha definito Bell “un terrorista locale.

Diane Piagentini nella sua casa.

 

Una tale reazione al rilascio sulla parola del suo coimputato fa capire la grande sfida che Muntaqim si troverà a dover affrontare quando si troverà di fronte alla commissione, nel mese di agosto.

A suo favore gioca il comportamento da detenuto modello che ha tenuto per anni. La stessa cosa si può dire riguardo alla maturazione del suo carattere, dai giorni della sua attività rivoluzionaria in gioventù.

“Sono maturato. Ora tolgo la ‘r’ da quella parola e la faccio diventare ‘evoluzione’. Per me la rivoluzione è il processo evolutivo con cui raggiungere un più alto livello di coscienza nella società in generale. Mi ritengo un rivoluzionario evoluzionista.”

Mi ha anche detto che si è evoluto anche il suo concetto di lotta armata. Secondo lui la priorità non dev’essere l’insurrezione, ma la costruzione di “un movimento popolare di massa. Preferisco dire che siamo armati di idee, di comprensione e di amore per il nostro popolo.”

Come la maggior parte degli altri diciannove estremisti di colore attualmente detenuti, si considera un prigioniero politico e afferma che la sua militanza nelle Pantere Nere non era dovuta all’autoesaltazione o al profitto personale. Nel 1998, aveva fondato il Movimento Jericho, che si batte per tutti quelli che vengono definiti “prigionieri politici e prigionieri di guerra.”

“Il mio impegno alla lotta è stato un auto-sacrificio, causato dall’amore per la mia gente e per l’umanità. Per questo motivo sono stato preso di mira dal governo e ciò fa capire che la mia detenzione è di natura politica.”

Il conflitto che attanaglia Muntaqin, il suo ardente desiderio di libertà opposto alla volontà di non rinunciare al proprio credo politico, da lui ritenuto nobile, è condiviso dalla maggior parte degli altri diciannove estremisti di colore che ancora si trovano dietro le sbarre.

Di questi diciannove, sedici erano stati condannati per l’assassinio di agenti di polizia o di altri funzionari in divisa. Molti di loro dicono di essere innocenti e la maggior parte sostiene di essere stata appositamente selezionata per subire la collera dello stato americano.

Che cos’ha in comune il loro trattamento con quello riservato agli altri detenuti colpevoli dell’assassinio di agenti delle forze dell’ordine nel corso di reati comuni, come, per esempio, le rapine? Un confronto significatvo è impossibile, vista la natura decentrata del sistema giudiziario americano. Come sottolinea il Sentencing Project: “I 50 stati usano metodiche differenti nel comminare le pene. Dal momento che i casi politici sono relativamente pochi, è difficile arrivare a delle conclusioni concrete.”

Le comparazioni internazionali sono comunque istruttive. In confronto al trattamento carcerario dei rivoluzionari armati che si erano macchiati di crimini violenti in Europa negli anni ‘70, gli Stati Uniti sembrano essere molto meno aperti al concetto di riabilitazione.

Prendete la Banda Baader-Meinhof della Germania Occidentale, il gruppo di estrema sinistra fondato nel 1970, conosciuto anche come Rote Armee Fraktion. Imgard Moller, che era stata arrestata nel 1972 per un attentato dinamitardo che aveva ferito diversi agenti di polizia e ucciso tre soldati, è stata rilasciata nel 1995. Anche Brigitte Mohnhaupt, che era stata catturata nel 1982 e condannata a cinque ergastoli per la sua partecipazione a numerosi omicidi, è stata rilasciata nel 2007, dopo 24 anni di detenzione, e da allora vive in modo anonimo, senza più obblighi verso la giustizia.

Chi si batte per la riforma del sistema giudiziario americano sostiene che i lunghissimi periodi di detenzione comminati agli estremisti del potere nero devono essere visti nel contesto dell’eccezionalmente severo concetto di punizione dell’America, specialmente nei confronti della gente di colore. Gli Stati Uniti, con il 5% della popolazione mondiale, ospitano il 25% dei detenuti di tutto il mondo, con più di due milioni di persone incarcerate. In America, una persona di colore ha una probabilità sei volte maggiore di essere imprigionata rispetto ad un bianco. Nel 2016, secondo il Pew Research Center, la popolazione di colore rappresentava solo il 12% della popolazione adulta degli Stati Uniti, ma il 33% di quella carceraria. La popolazione bianca, al contrario, costituiva il 64% degli adulti americani, ma contribuiva a quella carceraria solo per il 30%.

La folta rappresentanza dei detenuti americani sta anche invecchiando rapidamente. Secondo alcune stime, nel 2030 le persone di 50 o più anni costituiranno un terzo di tutta la popolazione carceraria dagli Stati Uniti.

“E’ un problema di giustizia e riabilitazione,” dice Robert Boyle, che ha rappresentato sei ex-Pantere Nere, compreso Herman Bell, durante le valutazioni per la concessione della libertà condizionata. Si è rifiutato di discutere il caso di Bell, ma, parlando in generale, ha detto: “E’ un problema che dobbiamo affrontare, in questo paese e in tutto il mondo. E’ forse l’unica forma di giustizia uccidere o far morire in carcere il colpevole dell’assassinio di un agente di polizia o di qualche altro efferato crimine, anche quando non rappresenta più nessun pericolo per il pubblico?”

La scrittrice ed attivista Angela Davis, che era stata definita dal Presidente Richard Nixon una “pericolosa terrorista” dopo essere stata accusata (e poi assolta) di complicità nel rapimento di un giudice, mi ha detto che gli attivisti neri attualmente detenuti sono in un vicolo cieco. O si pentono di crimini che non hanno mai commesso, o moriranno nelle loro celle.

“Molte delle persone attualmente in carcere, io credo, non sono assolutamente colpevoli di ciò di cui vengono accusate. Dovrebbero confessare di essere state implicate in eventi a cui però non avevano partecipato.”

La Davis mi ha detto che i militanti sono stati anche sottoposti a pressioni per indurli a tradire il proprio credo politico. “Dovrebbero denunciare un partito che è stato il precursore del Black Lives Matter di oggi.”

Quando Jalil Muntaqim, fra qualche giorno, si troverà di fronte alla commissione per la libertà vigilata, è quasi certo che si sentirà chiedere spiegazioni su quello che era successo nella notte del 21 maggio 1971. Io, quando l’ho incontrato in prigione, gli ho rivolto la stessa domanda.

E’ tuttora dell’opinione che il suo caso non sia stato trattato nella maniera giusta. In base alle leggi sulla libertà di informazione ha potuto avere accesso a documenti che mostrano come Nixon ed Hoover avessero manifestato un interesse personale per la caccia ai responsabili dell’omicidio (da essi chiamato “Newkill”, New York killings) dei due agenti di polizia di New York. Quella insolita collaborazione fra Casa Bianca, FBI e investigatori locali non era mai stata comunicata, come avrebbe dovuto essere, agli avvocati difensori di Muntaqim durante il processo.

Muntaquim è anche del parere che quei documenti indichino palesi discrepanze nelle prove fornite alla giuria sulle le armi usate negli omicidi.

Sta forse dicendo che ai più alti livelli c’era il desiderio di addossargli gli omicidi di Piagentini e Jones?

“Lo dico con convinzione. Il caso era una trappola. E’ importante che la gente capisca che noi non abbiamo avuto un processo equo. Nixon e l’FBI volevano essere certi che fossero condannati per questo reato dei membri del partito delle Pantere Nere.”

Nonostante le ingiustizie che dice di aver sofferto, Montaquim non si proclama innocente. Fin dal 2006 ha continuato a ripetere ogni due anni alla commissione per la libertà vigilata che si assume in pieno la responsabilità degli omicidi e che “mi pento moltissimo per aver causato quelle due tragiche morti.”

Mi ha detto: “Ho ammesso la paternità di quel gesto e ne ho assunto la piena responsabilità. Ho anche espresso rimorso per la perdita di vite umane. Capisco la sofferenza che prova chi perde una persona amata. Entrambe le famiglie, i Jones e i Piagentini, hanno perso qualcuno di molto caro.”

Se gli fosse concessa la libertà, dice che il suo obbiettivo sarebbe quello di “ristabilire i rapporti con la mia famiglia. Non ho mai passato un giorno di libertà con mia figlia. Sono un bisnonno e non sono mai stato con nessuno dei miei ragazzi.”

Ha un messaggio diretto per Diane Pigentini: “Capisco il suo dolore. Ha perso l’amore della sua vita e il padre dei suoi figli. Questo è devastante. Capisco la sua sofferenza e il suo dolore, veramente.”

La Piagentini non vuole neanche sentirne parlare. Secondo lei, Muntaqim “non ha mai ammesso di avere ucciso mio marito. Non ha mai mostrato rimorso. Tutto quello che fa, lo fa per cercare di uscire di prigione.”

Sulla morte di suo marito, quasi 47 anni fa, dice: “Il dolore non passa mai. Sapere che non farà mai più ritorno a casa, non me ne fa provare di meno. Non voleva lasciarmi quella notte, e perciò è come se non mi avesse mai lasciato.”

Si mette a ridere all’idea che Muntaqim e i suoi complici siano dei prigionieri politici. “Questi uomini non sono prigionieri politici, è frutto della loro immaginazione. Se avessero voluto entrare in politica non avrebbero dovuto fare quello che hanno fatto. Non c’è nessuna guerra. Quello è stato un omicidio. Quelli sono degli assassini.”

Antoinette Russell

 

In Alabama, Antoinette Russell non può fare a meno di essere sui carboni ardenti per l’imminente comparsa del padre davanti alla commissione per la libertà vigilata, nonostante tutti i suoi sforzi per non farsi coinvolgere dal processo. E’ la sua unica figlia, nata sei mesi dopo il suo arresto. Pensa di averlo visto, di persona, non più di una decina di volte in tutta la sua vita, sempre al di là di una barriera di filo spinato percorso da corrente elettrica.

Ripensa alla sua vita e si chiede come sarebbe stata se il padre non fosse entrato a far parte delle Pantere Nere. “Crescere senza mio papà ha avuto un sacco di alti e bassi, più bassi che alti,” mi dice.

“Quando ero più giovane ero veramente arrabbiata nei confronti di mio padre. Ero convinta che avesse preferito la causa a me, alla sua famiglia.”

Nel corso degli anni lo ha perdonato. Ma il desiderio di riaverlo a casa non ha fatto altro che crescere.

“Le prigioni, non dovrebbero servire a riabilitare?” chiede con una risata amara. “C’è stato per 46 anni. Quanto tempo ci vuole per essere riabilitati?”

 

Ed Pilkington

* Fonte: theguardian.com , Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

 

Lo scrittore fu condannato per l’uccisione della giovane donna. Accusa che ha sempre respinto

Ad aprire il fuoco è stato Il Giornale con un articolo in cui viene considerata scandalosa e irrispettosa, per la memoria dei parenti della vittima, la presenza in video di Massimo Carlotto: lo scrittore introdurrà un ciclo della serie Criminal Minds tratto da fatti di cronaca realmente accaduti che hanno visto come protagonisti serial killer.

Lo scandalo è dovuto al fatto che Carlotto è stato condannato per la morte di Margherita Magello, avvenuta ormai oltre quaranta anni fa. Lo scrittore veneto fu condannato in contumacia. Era fuggito dall’Italia urlando la sua innocenza. Ha vissuto prima in Francia, poi Messico, prima di tornare in Italia per finire in prigione, da dove è uscito per la grazia concessa dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Di questa vicenda ha dato conto ne Il fuggiasco, il libro che lo ha fatto conoscere come scrittore pubblicato dalle edizioni e/o (ne è stato tratto anche un film). Dal suo ritorno in Italia, Massimo Carlotto ha continuato a scrivere, pubblicando romanzi di successo, diventando uno dei migliori autori del noir mediterraneo, utilizzando politicamente questo genere per raccontare il marcio del Belpaese.

Nei suoi romanzi ha, infatti, analizzato la globalizzazione compresa quella della grande criminalità, denunciando il suo intreccio con il potere politico locale e come gestisca ormai una parte rilevante dell’attività economica. Diversi suoi libri sono finiti sul grande schermo, film mandati poi in onda anche sulla tv pubblica e commerciale. Per l’articolista del Giornale, tuttavia, i cinque minuti introduttivi a ogni puntata della serie Criminal Minds rappresentano uno scandalo perché offendono la memoria della giovane morta nel 1976 custodita dai suoi famigliari.

La memoria, per il giornalista, è sacra e a destare scalpore è che uno scrittore condannato in passato appaia in video, cioè che esponga il suo punto di vista a un pubblico diverso, e più ampio, di quello, già numeroso, che acquista i suoi romanzi. Scandalosa è quindi la sua meticolosa e rigorosa analisi di come è cambiata la criminalità, di come interi settori produttivi si basino sul lavoro schiavistico dei migranti e delle modalità con le quali la criminalità ormai esercita la sovranità su regioni della penisola. E scandalosa è la sua analisi della «mente criminale», come già ha fatto nel romanzo Il turista, dove un serial killer è espressione di una patologia non individuale, bensì sociale.

È meglio, dunque, indurre il sospetto che il suo punto di vista sia offensivo e forse criminale anch’esso. Da qui il fuoco preventivo sulla trasmissione, che inizierà su Rai 4, a partire dal 18 maggio, in prima serata. Buona visione.

FONTE: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

No, otto mesi trascorsi in cella all’estero non bastano a chiudere un conto con la giustizia che vale 27 anni di prigione; mai scontati, a parte quella breve parentesi in una prigione straniera. Lo hanno deciso i giudici di Genova a proposito dell’ex brigatista rosso Leonardo Bertulazzi, colpevole di banda armata, sequestro di persona e altri reati, latitante dal 1980 e riparato prima in Salvador e poi in Argentina. Nei mesi scorsi gli stessi giudici avevano dichiarato prescritta la pena, proprio perché non eseguita ad oltre trent’anni dalla condanna, e a marzo il timbro della Cassazione su quella decisione aveva fatto tornare l’ex terrorista un uomo libero. Con la possibilità di rientrare in Italia, a 67 anni d’età, senza rischiare l’arresto.

Invece no. La corte d’assise d’appello di Genova ha stabilito tre giorni fa che quella pena non s’è estinta, perché l’arresto avvenuto a Buenos Aires nel novembre 2002 ha interrotto il decorso della prescrizione, nonostante le autorità argentine abbiano poi negato l’estradizione liberando l’ex brigatista a luglio del 2003. «Essendo perdurata la latitanza del Bertulazzi dopo la scarcerazione — hanno scritto i giudici nel loro provvedimento —, e rappresentando l’arresto eseguito (in forza di una procedura di estradizione sulla cui legittimità nulla è mai stato contestato dalla difesa del condannato) la manifestazione del concreto interesse dello Stato ad eseguire la pena, il decorso dei termini di prescrizione è iniziato ex novo». Conclusione: «Le pene inflitte a Bertulazzi Leonardo non sono prescritte».

Dunque l’ex brigatista dal nome di battaglia «Stefano» resta ufficialmente ricercato, sebbene sia noto a tutti l’indirizzo del suo domicilio a Buenos Aires e difficilmente l’Argentina lo arresterà di nuovo per consegnarlo alla magistratura italiana. Nel 2003, infatti, l’estradizione non fu concessa perché i processi si erano celebrati in assenza dell’imputato latitante, situazione che da allora non è cambiata. Tuttavia la giustizia italiana continua a inseguire il brigatista sfuggito all’esecuzione della condanna.

Leonardo Bertulazzi ha fatto parte della colonna genovese delle Br ed è stato ritenuto responsabile del sequestro dell’armatore navale Pietro Costa, rapito il 12 gennaio 1977. Fu un sequestro per autofinanziamento, che si concluse all’inizio di aprile dopo il pagamento del riscatto: un miliardo e mezzo di lire che garantirono alle Br la sopravvivenza per i successivi quattro anni. Con una parte di quei soldi, 50 milioni, venne acquistato l’appartamento in cui fu installata la «prigione del popolo» dove fu rinchiuso Aldo Moro nella primavera dell’anno successivo.

Insieme a Bertulazzi, al sequestro Costa parteciparono, tra gli altri, Riccardo Dura (che nel 1979 uccise l’operaio comunista Guido Rossa) e Mario Moretti. Dura morì nell’80 durante l’irruzione dei carabinieri nel covo di via Fracchia a Genova, mentre Moretti è tuttora detenuto in regime di semilibertà. Il loro ex compagno «Stefano», invece, riuscì a fuggire all’estero ed era ormai certo, dopo la dichiarazione di inammissibilità dell’ultimo ricorso della Procura generale da parte della Cassazione, che la storia fosse finita. Ma i giudici hanno ritenuto che il verdetto della corte suprema non potesse considerarsi definitivo poiché la questione dell’interruzione del decorso della prescrizione non era stata affrontata nei precedenti giudizi. Un cavillo tecnico-giuridico che tiene aperta la storia.

FONTE: Giovanni Bianconi, CORRIERE DELLA SERA

L’11 dicembre prossimo, presso la Casa della Memoria di Milano, si sarebbe dovuta tenere la proiezione del documentario (peraltro in quel luogo girato e da quella amministrazione commissionato) This Arm | Disarm, sull’opera di Paolo Gallerani e firmato dal collettivo OfficinaMultimediale e da Maurizio “Gibo” Gibertini. Il 5 dicembre compare nell’edizione milanese (cartacea) del quotidiano “la Repubblica” un articolo dal titolo Casa della Memoria in programma un ex degli anni di piombo. Praticamente in contemporanea, il giornalista estensore dell’articolo inoltra a Gibertini una comunicazione scritta da una serie di associazioni e indirizzata all’assessore alla Cultura di Milano e a varie altre figure istituzionali, fra le quali il sindaco Sala. In questa comunicazione si chiede di vietare la proiezione. Al di là delle gravi inesattezze e falsità contenute nel testo in questione, rispetto alle quali “Gibo” valuterà di tutelarsi nelle forme e sedi che riterrà opportune, questo fatto ci impone nuovamente la necessità di una riflessione e di una presa di parola collettiva contro l’ennesimo caso in cui viene impedita la libertà di espressione a chi ha la “colpa” di aver militato nei movimenti di lotta degli anni Settanta in Italia.

Le polemiche e i “linciaggi” politici e mediatici che in questi ultimi anni hanno colpito diversi/e esponenti dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria italiana negli anni Settanta del secolo scorso, “rei” di aver partecipato o di essere stati invitati ad una serie di iniziative pubbliche di tipo e segno diverso, danno la dimensione di come la “sindrome degli anni di piombo” sia ancora diffusa in ampi settori del mondo politico, giornalistico, associativo e delle forze dell’ordine di questo Paese. Non ci interessa qui discutere le scelte politiche o personali di ognuno di loro, né dei contesti e delle iniziative la cui partecipazione da parte di ex esponenti di organizzazioni rivoluzionarie (comprese quelle armate) attive quarant’anni fa è stata stigmatizzata.

Ci preme invece evidenziare quanto ancora oggi il tema della violenza politica (ivi incluso quello della lotta armata) sia divenuto una specie di “passato che non passa” rispetto al quale l’azione della magistratura sembra essersi sostituita al silenzio degli storici (o alla marginalizzazione di quante e quanti coraggiosamente decidono di occuparsi seriamente di questo pezzo di storia repubblicana). Un fenomeno non da studiare e comprendere (cosa ben diversa per l’appunto dal giudicare), ma da sottoporre perennemente alle strumentalizzazioni della politica, costume tutto italiano (le cose vanno in modo ben diverso in altri Paesi europei, anche in quelli che hanno conosciuto fenomeni analoghi), che viene da lontano.

Senza contare che, di fronte a questi attacchi smodati, va a farsi benedire tutta la litania sulla “funzione rieducativa” del carcere (visto che si tratta di persone che hanno scontato le pene a cui sono state condannate): a nessuno di coloro che scagliano anatemi o distribuiscono censure interessa il merito di quello che dicono o fanno i censurati nelle attività alle quali vengono invitati (peraltro, come si è scritto sopra, quello del regista – non ex-terrorista –  Gibertini  è un documentario che nulla ha a che vedere con gli anni Settanta), ciò che interessa è solo il concetto del “fine pena mai”, a maggior ragione se l’additato/a magari fa ancora attivismo nella società, nel mondo della cultura o dell’informazione (magari con posizioni “anti-sistema”, come scrivono i censori di “Gibo” istituendo un assurdo parallelismo tra opposizione politica e terrorismo), in spregio alle più elementari norme della convivenza e della trasparenza e, in altre parole, della Memoria stessa. Un “ergastolo” sociale e morale, con il quale si preferisce schiacciare tutto un periodo, gli anni Settanta, sotto la plumbea cappa della definizione “anni di piombo”, evitando di vedere in esso e nei movimenti sociali che lo hanno attraversato anche una occasione importante (sebbene non colta) per dare un futuro diverso a questo Paese. Il tutto senza scrupolo alcuno neppure per il fatto che la censura dell’opera di Gibertini sia, se possibile, aggravata da quella, risultante, della produzione artistica di Paolo Gallerani.

Sentiamo quindi la necessità di denunciare con un appello aperto a tutte e tutti il clima da “laica inquisizione” che caratterizza il dibattito e la riflessione sugli anni Settanta in Italia, colpisce perennemente coloro che hanno partecipato a quei movimenti e attenta gravemente alla libertà di espressione. Qui non è in discussione il “dolore dei parenti delle vittime”, come ha scritto l’assessore milanese alla Cultura (ma di qualsiasi vittima, aggiungiamo noi), che è sacro, attiene alla sfera più intima di chi lo subisce e va rispettato – giova ricordarlo: nel caso specifico di Gibertini non c’è alcuna vittima. Qui è in discussione una cultura punitiva che, nella società così come nel mondo della cultura ma anche della ricerca, che da una parte non vuole fare i conti fino in fondo con la storia recente di questo Paese e dall’altra vuole impedire qualsiasi spazio di parola e chi a questo pezzo di storia ha comunque partecipato, pagandone di persona il prezzo (in termini giudiziari, psicologici, familiari e di salute). Persone che per giorni o settimane si ritrovano sbattute come “mostri” sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali, additate con disprezzo come “quelli/e degli anni di piombo” e che per questo vengono giudicate, e non per le attività (sociali, culturali, professionali) che svolgono oggi.

Una proiezione alternativa del documentario si terrà, alla presenza di Maurizio Gibertini e Paolo Gallerani, lunedì 11 dicembre a Piano Terra, in via Federico Confalonieri 3, Milano.

(Per aggiungere la propria adesione all’appello è possibile inviare una email a: francopalazzi93@gmail.com)

 

Alberto Pantaloni

Pietro Saitta

Andrea Fumagalli

Cristina Morini

Andrea Cegna

Alisa Del Re

Amelia Chiara Trombetta

Giuseppe Caccia

Adelino Zanini

Emanuele Landi

Emanuele Leonardi

Nicolas Martino

Gaetano Grasso

Dario Lovaglio

Mario Gamba

Francesca Coin

Cristina Roncari

Giuseppe Fabrizio

Giorgio Bonazzi

Tiziana Villani

Alessio Kolioulis

Cosimo Lisi

Paolo Gallerani

Nino Fabrizio

Simone De Simoni

Gabriele Battaglia

Lola Matamala

Carlo Vercellone

Francesco Maria Pezzulli

Gianni Giovannelli

Maurizio Teli

Federico Chicchi

Enzo Carbone

Salvatore Palidda

Giorgio Griziotti

Aldo Giannuli

Renzo Rossellini

Stefano Lucarelli

Maria Meriggi

Franco Palazzi

Cristina Balboni

Camilla Pin Montagnana

Flora Cappelluti

Claudia Melica

Luciano Ummarino

Alessandro Bernardi

Daniele Sepe

Roberto Scondino

Enrica Pennello

Luca Trada

Paola Rivetti

Nicoletta Masiero

Roberto Raineri

Andrea Brazzoduro

Marcello Cotogni

Maurizio Sicuro

Marco Assennato

Sandro Mezzadra

Marco Grispigni

Francesco Festa

Graziella Durante

Marco Bascetta

Lanfranco Caminiti

Giovanni Pedranghelu

Marco Spagnuolo

Donata Meneghelli

Italo Di Sabato

Mario Di Vito

Luca Casarotti

Federico Battistutta

Giuliana Peyronel

Carla Centioni

Claudio D’Aguanno

Mimmo Stolfi

Paola Tavella

Franco Oriolo

DeriveApprodi (casa editrice)

Docks società cooperativa

Adalgiso Amendola

Manuela Costa

Dinamo Press

Sergio Scorza

Roberto Vitelli

Luca Barreca

Gianni Maggi

Marco Bonfante

Francesco Gavilli

Carmela Pane

Paolo Barone

Sergio Braga

Gian Piero Di Folco

Corrado Gambi

Claudia Pinelli

Ubaldo Fadini

Osservatorio Repressione

Marco Sisi

Marina Nardi

Paolida Carli

Ignazio Brivio

Adalberto Massimo Mainardi

Vincenzo Robustelli

Giuseppe Manenti

Giorgio Martinico

Giusto Catania

Giulia Giletta

Mirco Bianchi

Milieu edizioni

Francesco Demitry

Emanuele Braga

Adriana Dzimidzik

Sergio Parini

Calogero Lo Piccolo

Marina Campanale

Roberto Ciccarelli

Maurizio Acerbo

Miguel Mellino

Paolo Hutter

Marco Sorellina

Alessandro Ippolito

Davide Lorenzon

Graziella Mascheroni

Riccardo Rosati

Giuseppe Natale

Barbara Del Mercato

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