Discriminazioni

La prima volta che Maria ha vis­suto un epi­so­dio di discri­mi­na­zione sulla sua pelle era ancora una bam­bina. «Con i miei geni­tori gira­vamo con le caro­vane, ma dovun­que ci fer­ma­vamo ci man­da­vano via. Nean­che ai bam­bini per­met­te­vano di man­giare», rac­conta. Oggi che ha 76 anni e qual­che ruga sul viso frutto forse anche dei tanti rospi che è stata costretta a man­dare giù, Maria Ber­tani, sinti da Miran­dola, in pro­vin­cia di Modena, all’idea di non essere con­si­de­rata una cit­ta­dina come tutti gli altri non si è ancora abi­tuata. «Se ho subito discri­mi­na­zioni?», chiede sor­ri­dendo di fronte a una domanda che evi­den­te­mente con­si­dera inge­nua. «Mio marito ha sem­pre lavo­rato, ma sem­pre in nero, a noi con­tratti non ne fanno. Oggi forse le cose sono cam­biate, ma non credo».

Di sto­rie così al cor­teo che ieri ha attra­ver­sato le strade di Bolo­gna se ne pote­vano sen­tire a decine. E per quanto assurdo ti viene da pen­sare che, per quanto odiose, le discri­mi­na­zioni subite da Maria sem­brano poca cosa di fronte agli insulti, le minacce, le inti­mi­da­zioni dive­nute ormai il pane quo­ti­diano di rom e sinti. Vio­lenze che le due comu­nità subi­scono in un Paese che — ci ten­gono a sot­to­li­nearlo — è il loro Paese. E pro­prio per que­sto forse fanno ancora più male. «C’è il rischio che con­tro di noi si veri­fi­chi un nuovo Olo­cau­sto», ripete da giorni Davide Casa­dio, pre­si­dente dell’associazione sinti ita­liani che ha pro­mosso la mani­fe­sta­zione. Il giorno scelto non è casuale: il 16 mag­gio del 1944 rom e sinti si ribel­la­rono nel capo di Ausch­witz ai nazi­sti che vole­vano sterminarli.

Oggi, dicono, si sen­tono le stesse parole e si vedono gli stessi com­por­ta­menti che pre­ce­det­tero in Ita­lia il varo delle leggi raz­ziali. L’elenco è lungo. Si va dal leghi­sta Gian­luca Buo­nanno che insulta in tv l’attrice e atti­vi­sta rom Dijana Pavlo­vic — anche lei al cor­teo — defi­nen­dola «fec­cia dell’umanità» alla tra­smis­sione che paga un attore per­ché si finga un rom e dica che va a rubare al ten­ta­tivo di impe­dire ai bam­bini di un campo alla peri­fe­ria di Roma di andare a scuola. E Mat­teo Sal­vini pro­pone di spia­nare i campi rom con le ruspe. «C’è dell’odio che gira» sin­te­tizza bene Ales­san­dro Ber­gon­zoni. «Rom e sinti hanno paura per­ché c’è una situa­zione di grande degrado inte­riore della poli­tica. Ricor­dare l’Olocausto per un giorno non signi­fica niente, dovrebbe essere sem­pre con noi. Si può isti­tuire un giorno per ricor­darsi di respi­rare? No. Si stima che siano 500 mila i rom e i sinti ster­mi­nati nei campi di con­cen­tra­mento, dovrebbe essere nor­male avere paura che il nazi­smo prenda piede. Allora noi siamo qui per­ché il cit­ta­dino deve essere allertato».

Prima della mani­fe­sta­zione in via Gobetti viene depo­sto un mazzo di fiori davanti al ceppo che ricorda due sinti uccisi dalla banda della Uno bianca. In testa al cor­teo i musi­ci­sti suo­nano l’inno d’Italia, Bella ciao e musi­che da chiesa. Ci saranno un migliaia di per­sone, ma il numero non conta. «Ci sono rap­pre­sen­tanti delle comu­nità di tutta Ita­lia», spiega Casa­dio. C’è da cre­derci, a sen­tire i vari accenti che dia­lo­gano lungo il cor­teo al quale par­te­ci­pano anche diversi gagé. Oltre a Ber­gon­zoni c’è Ivano Mare­scotti. La poli­tica è rap­pre­sen­tata solo da Pd (la depu­tata San­dra Zampa, i sena­tori Luigi Man­coni e Ser­gio Lo Giu­dice). Non c’è Sel. Alcune per­sone por­tano car­telli con scritti arti­coli della Costi­tu­zione: diritto allo stu­dio e al lavoro, libertà di cir­co­la­zione, tutela della salute. Diritti che — spie­gano — non sono rico­no­sciuti a rom e sinti. Ci sono poche donne, per paura di con­te­sta­zioni da parte di Forza Ita­lia e Forza Nuova che hanno orga­niz­zato pre­sidi di pro­te­sta. Ma si avverte anche una certa sot­to­li­nea­tura di troppo dell’identità sinti rispetto a quella rom: «Siamo due popoli dif­fe­renti, ma oggi vogliamo dire a tutti che non siamo ladri come veniamo descritti».

Non capita tutti i giorni che rom e sinti deci­dano di indire una mani­fe­sta­zione nazio­nale per difen­dere i pro­pri diritti. L’ultima volta fu nel 2008, quando l’allora mini­stro degli Interni Maroni pro­pose di pren­dere le impronte digi­tali a tutti i «nomadi». Rispetto ad allora, però, le cose oggi sem­brano molto peg­giori. In Ita­lia, certo, ma anche in Europa i segnali di allarme per una cre­scente intol­le­ranza verso le mino­ranze, rom e sinti in testa, non man­cano. Solo pochi giorni fa l’ong Euro­pean net­work against racism ha denun­ciato l’aumento dei cri­mini a sfondo raz­ziale: più di 47 mila nel solo 2013, la mag­gior parte con­tro ebrei, neri, musul­mani, rom e asia­tici. Ma que­sta sarebbe solo la punta dell’iceberg: molte volte le aggres­sioni non ven­gono denun­ciate. Casi di vio­lenza e abusi con­tro i rom cre­scono in quasi tutta l’Ue.

«Attac­care rom e sinti e la cosa più facile, per­ché non sono orga­niz­zati, non hanno uno Stato che li difenda», spiega Dijana Pavlo­vic, che ha pro­mosso un dise­gno di legge di ini­zia­tiva popo­lare per il rico­no­sci­mento dello stato di mino­ranza storico-linguistica di rom e sinti. «Certo, ora siamo in cam­pa­gna elet­to­rale e i raz­zi­sti pen­sano che tutti que­sti attac­chi ser­vano a rac­co­gliere voti. Ma poi le ele­zioni pas­sano, invece l’odio rimane» dice. Le fa eco Casa­dio: «Sal­vini è un raz­zi­sta, per­ché il raz­zi­smo è sen­tire gli altri meno impor­tanti. Ma noi abbiamo com­bat­tuto per la Resi­stenza e il Paese. Siamo d’accordo per la chiu­sura dei campi, ma non con le ruspe. Noi non li abbiamo mai voluti i campi, siamo stati costretti a viverci dalle varie politiche».

Il cor­teo si chiude a piazza XX Set­tem­bre. «Credo di sapere da dove nasce l’odio che si avverte in giro — dice Man­coni in rap­pre­sen­tanza del pre­si­dente del Senato Pie­tro Grasso -: dall’oblio, dalla sme­mo­ra­tezza, dalla cat­tiva memo­ria di tanti su ciò che siamo stati. Solo chi dimen­tica ciò che siamo stati può odiare i sinti e i rom. La vio­la­zione dei diritti di uno di voi è una vio­la­zione del popolo italiano».

Lunedì scorso tramite un’intervista chiestami dal Fatto Quotidiano, ho dato notizia della mia decisione definitiva di uscire dalla comunità ebraica di Milano, di cui facevo parte, oramai solo virtualmente, ed esclusivamente per il rispetto dovuto alla memoria dei miei genitori.

A seguito di questa intervista il manifesto mi ha invitato a riflettere e ad approfondire le ragioni e il senso del mio gesto, invito che ho accolto con estremo piacere. Premetto che io tengo molto alla mia identità di ebreo pur essendo agnostico.
Ci tengo, sia chiaro, per come la vedo e la sento io. La mia visione ovviamente non impegna nessun altro essere umano, ebreo o non ebreo che sia, se non in base a consonanze e risonanze per sua libera scelta. Sono molteplici le ragioni che mi legano a questa «appartenenza».
Una delle più importanti è lo splendore paradossale che caratterizza l’ebraismo: la fondazione dell’universalismo e dell’umanesimo monoteista – prima radice dirompente dell’umanesimo tout court – attraverso un particolarismo geniale che si esprime in una “elezione” dal basso. Il concetto di popolo eletto è uno dei più equivocati e fraintesi di tutta la storia.
Chi sono dunque gli ebrei e perché vengono eletti? Il grande rabbino Chaim Potok, direttore del Jewish Seminar di New York, nel suo «Storia degli ebrei» li descrive grosso modo così : «Erano una massa terrorizzata e piagnucolosa di asiatici sbandati. Ed erano: Israeliti discendenti di Giacobbe, Accadi, Ittiti, transfughi Egizi e molti habiru, parola di derivazione accadica che indica i briganti vagabondi a vario titolo: ribelli, sovversivi, ladri, ruffiani, contrabbandieri. Ma soprattutto gli ebrei erano schiavi e stranieri, la schiuma della terra». Il divino che incontrano si dichiara Dio dello schiavo e dello Straniero. E, inevitabilmente, legittimandosi dal basso non può che essere il Dio della fratellanza universale e dell’uguaglianza.
Non si dimentichi mai che il «comandamento più ripetuto nella Torah sarà: Amerai lo straniero! Ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto! Io sono il Signore!» L’amore per lo straniero è fondativo dell’Ethos ebraico. Questo «mucchio selvaggio» segue un profeta balbuziente, un vecchio di ottant’anni che ha fatto per sessant’anni il pastore, mestiere da donne e da bambini. Lo segue verso la libertà e verso un’elezione dal basso che fa dell’ultimo, dell’infimo, l’eletto – avanguardia di un processo di liberazione/redenzione. Ritroveremo la stessa prospettiva nell’ebreo Gesù: «Beati gli ultimi che saranno i primi» e nell’ebreo Marx: «La classe operaia, gli ultimi della scala sociale, con la sua lotta riscatterà l’umanità tutta dallo sfruttamento e dall’alienazione».
Il popolo di Mosé fu inoltre una minoranza. Solo il venti per cento degli ebrei intrapresero il progetto, la stragrande maggioranza preferì la dura ma rassicurante certezza della schiavitù all’aspra e difficile vertigine della libertà.
Dalla rivoluzionaria impresa di questi meticci «dalla dura cervice», scaturì un orizzonte inaudito che fu certamente anche un’istanza di fede e di religione, ma fu soprattutto una sconvolgente idea di società e di umanità fondata sulla giustizia sociale.
Lo possiamo ascoltare nelle parole infiammate del profeta Isaia. Il profeta mette la sua voce e la sua indignazione al servizio del Santo Benedetto che è il vero latore del messaggio: «Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero, sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i Miei Atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io li detesto, sono per me un peso sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».( Isaia I, cap 1 vv 11- 17).
Il messaggio è inequivocabile. Il divino rifiuta la religione dei baciapile e chiede la giustizia sociale, la lotta a fianco dell’oppresso, la difesa dei diritti dei deboli. Un corto circuito della sensibilità fa sì che molti ebrei leggano e non ascoltino, guardino e non vedano. Per questo malfunzionamento delle sinapsi della giustizia, i palestinesi non vengono percepiti come oppressi, i loro diritti come sacrosanti, la loro oppressione innegabile.
Qual’è il guasto che ha creato il corto circuito. Uno smottamento del senso che ha provocato la sostituzione del fine con il mezzo. La creazione di uno Stato ebraico non è stato più pensato come un modo per dare vita ad un modello di società giusta per tutti, per se stessi e per i vicini, ma un mezzo per l’affermazione con la forza di un nazionalismo idolatrico nutrito dalla mistica della terra, sì che molti ebrei, in Israele stesso e nella diaspora, progressivamente hanno messo lo Stato d’ Israele al posto della Torah e lo Stato d’Israele, per essi, ha cessato di essere l’entità legittimata dal diritto il internazionale, nelle giuste condizioni di sicurezza, che ha il suo confine nella Green Line, ed è diventato sempre più la Grande Israele, legittimata dal fanatismo religioso e dai governi della destra più aggressiva. Essi si pretendono depositari di una ragione a priori.
Per questi ebrei, diversi dei quali alla testa delle istituzioni comunitarie, il buon ebreo deve attenersi allo slogan: un popolo, una terra, un governo, in tedesco suona: ein Folk, ein Reich, ein Land. Sinistro non è vero? Questi ebrei proclamano ad ogni piè sospinto che Israele è l’unico Stato democratico in Medio Oriente. Ma se qualcuno si azzarda a criticare con fermezza democratica la scellerata politica di estensione delle colonizzazioni, lo linciano con accuse infamanti e criminogene e lo ostracizzano come si fa nelle peggiori dittature.
Ecco perché posso con disinvoltura lasciare una comunità ebraica che si è ridotta a questo livello di indegnità, ma non posso rinunciare a battermi con tutte le mie forze per i valori più sacrali dell’ebraismo che sono poi i valori universali dell’uomo.

Il termine sembra astratto ma se si legge ognuna di queste vite si capisce come siano diverse e come siano simili i loro assassini Nel nostro Paese, dall’inizio dell’anno, sono state uccise 55 donne. Dai loro compagni o mariti, dai loro ex o da amanti respinti. Sono ragazzine e adulte, italiane e straniere. Mentre il comitato “Se non ora quando” ha fatto un appello e ha già  raccolto 20mila firme contro la violenza maschile, ecco alcune delle loro storie tragiche raccontate da scrittrici e scrittori 
Femminicidio (o, peggio, “femmicidio”) non è una bella parola: ma il fatto è infame, e del suo orrore fa parte la rinuncia antica a dargli un nome proprio. Le donne ammazzate perché sono donne, e gli uomini che ammazzano donne, sono altra cosa dal nome generico, e che vuole apparire neutro, di omicidio.
E l´altra cosa non è un´attenuante, ma un´aggravante: non un incidente dell´amore, ma il suo rovescio e la sua profanazione. E anche il suo svelamento, quando amore sia il possesso e la rapina dell´altra persona. Le cifre opposte sono così irrisorie da rendere superfluo il nuovo conio di maschicidio. Uccidere donne – o la “propria” donna – non è un´attenuante, come nel codice fino a ieri, ma un´aggravante.
Si può obiettare che il “femminicidio” destini all´astrazione o all´ideologia le tragedie singolari in cui uomini forzano e uccidono donne (cinquantacinque ammazzate nel 2012, in quattro mesi; furono 137 nel 2011, ndr).
Ma a guardarle bene, a riconoscere ogni singola storia, si scopre chi fossero le donne che ne sono state vittime, e ci si accorge che gli autori uomini, i più diversi per età, condizione sociale, provenienza di luogo, in quel punto finiscono per assomigliarsi in un modo umiliante.
Le storie che qui leggete mostrano com´erano diverse e libere le donne cui è stata tolta la vita, come si sono assomigliati gli uomini che gliel´hanno tolta.

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ELENA STANCANELLI


L´amore col tempo si trasforma, persino nel suo opposto. Ma davvero possono bastare due mesi perché marcisca fino a farsi ossessione mortale? Sessanta giorni nei quali Antonio, diciotto anni, dopo aver conosciuto Antonella, 21 anni, l´ha amata odiata amata e infine uccisa. Nei quali è stato se stesso e un altro, Rusty light, lo pseudonimo col quale le mandava messaggi di minaccia, tanto da convincerla ad andare alla polizia per denunciarlo. Ma denunciare chi? Un fantasma, uno sconosciuto che la perseguitava dal buio virtuale di facebook. Da quel capolavoro di irresponsabilità, luogo di assenza dove tutto è vero e non vero nello stesso momento. Lo stesso dal quale Antonio, dopo averla picchiata e poi strangolata e poi sgozzata con un coltello che si era portato da casa, ha continuato a farsi vivo, indicando false piste. Due mesi sono niente, o un´eternità, se la vita non scorre ma si avvita su stessa, “se la parola amore”, come scrive Mariangela Gualtieri, “è uno straccio lurido”.

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SANDRO VERONESI


Quante ce ne sono di donne dell´est che vengono in Italia a fare le infermiere? Grazyna è una di loro. Lavora all´ospedale, in psichiatria – lavora coi matti, è brava.
È polacca, ma ormai è anche italiana, perché si è sposata con Maurizio e ha fatto una figlia, Milena.
Quante ce ne sono di donne che vedono impazzire il proprio marito giorno dopo giorno, e che continuano a stargli vicino? Grazyna è una di loro.
È esperta, si rende conto che Maurizio non sta bene, ma non se la sente di informare l´azienda sanitaria nella quale lavora.
Finché un giorno lui la picchia selvaggiamente con un bastone, viene ricoverato per un TSO nel reparto dove lei lavora, e poi viene rimandato a casa.
Quante ce ne sono di donne che vengono ammazzate dal marito nella propria camera da letto, la figlia in cucina che chiede aiuto, i vicini che chiamano la polizia? Grazyna è una di loro.

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GIORGIO FALCO


Venerdì pomeriggio, quasi sera, a Napoli. Una coppia di coniugi cinquantenni viaggia a bordo di una vecchia Seat Ibiza, discute di soldi, sulla bretella di raccordo tra il Vomero e Pianura, a poca distanza da casa. I cartelli indicano autostrade e tangenziale, come se quel luogo possa essere ovunque. Altri cartelli suggeriscono mobilifici, negozi che acquistano oro e argento. È una zona di svincoli e sottopassi intermittenti, al tramonto fa buio prima che altrove. Quando c´è il sole e si passa da un tratto in piena luce a lì, bisogna modulare le palpebre, per abituarsi. L´uomo, un vigile urbano, si accosta al margine destro della strada, estrae la pistola d´ordinanza e uccide la donna sparandole in testa. Poi si spara alla tempia. I colleghi trovano i corpi nell´auto, ignorano il movente, applicano le procedure, come avrebbe fatto lui. Più tardi, rimossi i corpi, il carroattrezzi carica l´utilitaria, attraversa l´area illuminandola con le luci gialle.

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BENEDETTA TOBAGI


Qualche notte prima di essere uccisa, alle tre del mattino Francesca se l´era trovato ai piedi del letto, come un vampiro. Perché Mario, il suo ex marito, aveva ancora le chiavi di casa? «Se cambiavo la serratura mi avrebbe uccisa». Francesca era una maestra di 45 anni: una vita normale. Ma da mesi aveva paura. Mario beveva, la pedinava. “O mia o di nessun altro”, diceva (non “con me”, ma “mia”). Francesca aveva ottenuto a fatica la separazione consensuale. Era arrivata a stipulare una polizza sulla vita. Eppure, esitava a denunciare. Non voleva mandare Mario in galera. Perché no? Troppi timori o non abbastanza? Per i loro tre figli? Oppure, vedeva nel suo persecutore anche un bambino terribile da proteggere? (Perché tante conservano compassione per il vampiro, per Barbablù). Intanto, Mario si procurava una Beretta semiautomatica. E il 4 marzo, a Brescia, ha preso la sua pistola e ha ammazzato Francesca, Vito (il nuovo compagno), la figlia di primo letto Chiara (il frutto vivente di un altro amore: da distruggere) e il fidanzato di lei.

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MELANIA MAZZUCCO


C´è una macchina blu, sul lato destro della strada. Ha le freccette accese. Lei pensava di accostare solo per un istante. 6.30 del mattino. Lei attacca presto. A soli 24 anni l´azienda dei trasporti le ha affidato lo scuolabus rosso. Lo chiamano Happy Bus. Domenica Menna di Parma, detta Mimì. Ma c´è una macchina davanti alla sua, sul lato destro della strada. Lui indossa ancora la divisa da vigilante. L´ha seguita, sorpassata, costretta a fermarsi. La macchina blu ha il finestrino abbassato. Le donne ascoltano. La portiera è aperta. Un lenzuolo sull´asfalto copre il corpo di lui. C´è una ragazza bruna riversa sul volante, la cintura di sicurezza ancora allacciata. Non l´ha protetta dall´uomo che aveva frequentato 4 anni e che aveva appena lasciato. 4 colpi a bruciapelo – e l´ultimo per sé. C´è un proiettile vagante. Ha attraversato il corpo di lui, schiantato una finestra, e si è conficcato nel muro di un salotto. Quel foro è per svegliare noi, lettore. Potrebbe essere il nostro salotto. Questo capita mentre dormiamo. Ricordati di Mimì, uccisa perché voleva tenere il volante della sua vita.

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MARIAPIA VELADIANO


Del tradire. A Mozzecane, in terra di Verona, c´è una casa accudita e garbata. A Leopardi la via è dedicata, e sa di poesia. E´ il 4 marzo ed è domenica, la festa è santa e in chiesa sono stati, Giovanni Lucchese e Gabriella Falzoni, e anche il figlio ormai già grande. Stanno bene, come oggi si dice, e amano viaggiare. In Kenya, appena ieri.
Questo giorno si son parlati. A voce troppo alta, li hanno sentiti. Faida di parole, e non si son creduti. Lui ha paura così si dice, e sembra naturale. Di essere tradito. Perduto nel sospetto, ha frugato il suo telefono. E tradito, lui di certo, l´intimità di lei. C´erano parole, lui dice, forse senza storie, come oggi capita, perché la distanza rende audaci. O forse è proprio nulla. Ma non è questo. E´ che lui la uccide, con un foulard di lei. Cosa di donna. Ancora tradita, lei di certo. E´ la numero trentasei. Poi la ricompone. E va in prigione.
Capita di passare e anche di inciampare. Ma uccidere può capitare? Dura tanto far finire la vita. Quattro giorni e c´è un´altra festa. Della donna, dicono, ma non per lei. Né per noi.

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VALERIA PARRELLA


A lui la pistola gliel´aveva data lo Stato italiano: Rinaldo D´Alba era appuntato dei carabinieri, e con moglie e figlie vivevano in una caserma di Palermo.
Lei si chiamava Rosanna Lisa Siciliano e aveva trentasette anni. Il marito la pestava a sangue, già era capitato che il comandante della caserma dove vivevano l´avesse notata, tutta gonfia, piena di ematomi, e non avesse detto nulla, né fatto nulla per impedire che accadesse ancora. Rosanna Lisa aveva anche denunciato il marito ai suoi superiori, tre volte: suo fratello dice che il fatto di stare in una caserma le dava un senso di protezione. Ma la caserma è un posto da uomini: le divise sporche si lavano in famiglia.
Le bambine avevano cinque e dodici anni e dormivano nella stanza accanto, quando il sette febbraio di quest´anno lui è entrato in camera da letto e ha sparato alla moglie un colpo al petto. Poi si è ucciso, lasciandole sole

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MICHELA MURGIA


Tiziana Olivieri aveva 40 anni quando è morta e il suo convivente e assassino ne aveva 26. Se fosse stata un´attrice famosa, nelle pagine delle riviste di gossip quel convivente tanto più giovane sarebbe stato definito toy boy.
Ma Tiziana faceva i turni in fabbrica e quel giovane camionista era tutto fuorché un giocattolo per lei: due anni prima aveva creduto alle sue promesse d´amore e c´era andata a vivere insieme. Era arrivato anche un figlio, l´ultima scintilla di una fertilità matura, ma la vita comune si era rivelata più difficile del sogno, come capita a tanti.
Lui l´ha uccisa in cucina dopo una lite, strangolandola mentre il bambino dormiva. Ha dato fuoco alla casa per simulare un incendio e con i carabinieri ha finto freddamente di non essere riuscito a salvarla. Confesserà tutto e poi dirà che non voleva, perché nel femminicidio l´assassino non è mai l´uomo: è la sua passione

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CONCITA DE GREGORIO


Che cos´aveva in tasca Carmine Buono, 55 anni, quando è arrivato all´appuntamento con lei? Ci vediamo in via Turati, ti devo parlare del bambino. Va bene, arrivo.
Antonia Bianco, 43 anni, tre figli, l´ultimo di 5. Aveva paura. Se proprio devi incontrarlo, mamma, meglio per strada e di giorno – le aveva detto il figlio maggiore. Lui alza subito le mani. Uno schiaffo, un pugno. Ma cos´era quel bagliore di un attimo? Antonia chiama il 113, “aiuto, mi picchia di nuovo”, poi scivola, si piega sulle ginocchia, muore.
Lui se ne va. Infarto, dice il referto di morte. Un medico annota, però: foro all´altezza dell´ascella sinistra. “Più piccolo di una moneta da due centesimi”.
Autopsia. Ecco, infatti: un “oggetto lungo e appuntito” le ha spaccato il cuore. Cosa nascondeva in tasca Carmine Buono? Un punteruolo da macellaio, forse. Un luccichio, un niente. Come una moneta da due centesimi che rotola sul marciapiede

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ROBERTO SAVIANO


Sud. Vanessa Scialfa era una ragazzina e conviveva con il suo compagno, Francesco Lo Presti, 34 anni, 14 più di lei. Due gesti coraggiosi, al sud. Convivenza senza matrimonio, con un uomo molto più grande. Vanessa il 24 aprile viene strangolata con il cavo di un lettore dvd e asfissiata con un fazzoletto imbevuto di candeggina. Vanessa viene avvolta in un lenzuolo e gettata da un cavalcavia, in una scarpata. Vanessa sorrideva nelle foto che il papà ha messo su facebook per cercarla, quando ha scritto “fate in fretta non abbiamo tanto tempo”. Vanessa aveva pronunciato il nome del suo ex, in un momento di intimità.
Vanessa è stata uccisa da un uomo, Francesco, che ha detto di averlo fatto per gelosia e sotto effetto di cocaina. Per gelosia, ha detto, come dicono in tanti. Ma “la gelosia” non è la causa. La causa è il modo di stare al mondo di questi uomini. Considerano la donna un territorio da possedere, da occupare, e infine, da bonificare. Nessuno di questi tre verbi ha a che fare con l´amore

Molto di più di un dovuto riconoscimento di pari diritti, la sentenza con cui la Corte di Cassazione ridefinisce la condizione giuridica delle coppie omosessuali cade come un macigno nello stagno del parlamento italiano, ricorda a Mario Monti e ai suoi sponsor che l’Europa esiste in materia di diritti fondamentali e non solo di debito, smonta il teorema naturalistico che pone, e impone, il legame eterosessuale come condicio sine qua del matrimonio e della famiglia. Tre piccioni con una fava bastano a definire «storica» la sentenza. Basteranno anche a scuotere le membra anchilosate della politica italiana, la sua resa recente alla tecnocrazia e la sua sudditanza antica al Vaticano, le divisioni fra laici e cattolici che paralizzano il Pd, le barriere fra destra, centro e sinistra tanto labili quando si tratta di imporre rigore quanto ferree quando si tratterebbe di riconoscere libertà ?
Chiamata a decidere sulla trascrizione in Italia del matrimonio contratto in Olanda da una coppia gay, la Corte non poteva far altro, a termini di legge, che dire di no. Ma ha corredato questo no con una motivazione di 80 pagine in cui afferma chiaro e tondo che le coppie omosessuali devono poter godere degli stessi diritti delle coppie eterosessuali, con ciò assestando un gancio al parlamento che né sotto Prodi né sotto Berlusconi (ma la prima proposta, della socialista Alma Cappiello, risale al lontano 1988) è riuscito a emanare una legge sulle unioni civili, Dico o Pacs che la si volesse chiamare. Non basta: la Cassazione fa di più. Invocando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, mette nero su bianco che l’idea per cui un «vero» matrimonio può darsi solo fra un uomo e una donna è da considerarsi archiviata. Addio fondamento naturale del dogma sociale dell’eterosessualità obbligatoria. Addio tabù della famiglia omosessuale. Addio gerarchia fra matrimoni possibili e matrimoni impossibili. E qui di ganci ne partono tre: uno di nuovo al parlamento, che se non riesce a partorire i Pacs figuriamoci se riesce a legittimare i matrimoni gay; uno ai cattolici, che si ostinano indebitamente a leggere sulla base del fondamento naturale dell’eterosessualità il dettato costituzionale sulla famiglia; uno agli europeisti a corrente alternata, che obbediscono ai dogmi della Bce ma ignorano la Carta europea dei diritti, nonché le sollecitazioni del parlamento di Strasburgo.
L’ultima delle quali, solo due giorni fa, invitava gli Stati membri ancora reticenti a legiferare sulle unioni civili omosessuali e ad abbandonare le «definizioni restrittive di famiglia», ed era stata approvata con il voto contrario del Ppe e con le solite divisioni nel drappello dei democratici nostrani. Dopo la sentenza della Cassazione già se ne sentono di tutti i colori: dal ministro della famiglia Riccardi che se ne lava le mani («è materia del parlamento») al Pd che commenta e non commenta. Voci più ciniche da destra, dopo la risoluzione di Strasburgo, ricordano a Monti che il riconoscimento delle coppie omosessuali costa troppo, in pensioni e previdenza: viva la faccia. Ci penserà Elsa Fornero a trovare la quadra fra rigore e pari opportunità.

L’esperienza di Basaglia insegna che «il vento può cambiare». Se è stato possibile aprire i manicomi negli Anni Settanta perché mai non dovrebbe essere possibile, per il Paese dei «sani», tornare ad essere normale? Eventi che si incrociano: a Trieste si è appena chiusa una tre giorni di confronto e ascolto, a cura dello psichiatra Peppe Dell’Acqua, che ha coinvolto scrittori, operatori, «matti».

Titolo: «Impazzire si può». Sottinteso: ma si può anche guarire. Sabato 2 luglio, all´Aquila, «Festa dei Sani e dei Matti», promossa da Sel, Vendola presente. Ci sarà anche Marco Cavallo, la macchina teatrale che uscì dalle mura del manicomio triestino per conquistare la città. Un corteo percorrerà l´Aquila distrutta dal terremoto fino al Duomo. Simbolo di una battaglia che accomuna “sani” e “matti” per ricostruire una società migliore

Tonino aveva 43 anni quando è stato internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Doveva starci sei mesi, sono passati due anni. I numeri in questo caso fanno la differenza perché Tonino è recluso nell’Opg di Aversa, un vero e proprio lager, come del resto tutti gli altri in Italia, dove, una volta dentro, il problema più grave non è tanto la mancanza di libertà  quando la perdita del diritto di cura, della possibilità  di rimettersi in gioco e di avere un’altra chance nella vita. Non smettono di ripeterlo i familiari di Tonino, che per lui vogliono un’opportunità  in più.

Da una settimana, la sorella Elisabetta e il padre Rodolfo presidiano giorno e notte il tetto del Centro di salute mentale di Ostia, in via delle Sirene, per chiedere che Tonino venga trasferito dall’Opg di Aversa alla comunità terapeutica. «Solo lì – dice Elisabetta – mio fratello potrebbe iniziare un percorso di recupero finalizzato al reinserimento nella società». Per fare questo, però, manca la firma del direttore generale della Asl RmD, il professor Romano, sull’impegnativa di spesa che deve essere approvata dall’Azienda sanitaria per procedere poi al trasferimento. Ma il direttore generale prima fa sapere che non firmerà, poi che non si trovano i soldi. Solo dopo molti giorni inizia a circolare la notizia di un possibile accordo. Ma i familiari la apprendono solo per vie ufficiose: in un meccanismo burocratico che fagocita ogni forma di umanizzazione nessuno si degna di inviare loro una comunicazione ufficiale. «Quel che sappiamo – sottolinea Elisabetta – è che tale delibera avrebbe decorrenza solo dal 1 settembre. Questo significherebbe, per mio fratello, altri tre mesi di permanenza in quell’inferno. E noi questo non lo possiamo accettare. Rimarremo sul tetto fino a quando Tonino non uscirà con la massima tempestività dall’Opg, trovino loro il modo per abbreviare i tempi e per accelerare l’ingresso nella comunità di Asti». Elisabetta, che non si accontenta di una banale dichiarazione di intenti, chiede, attraverso due lettere protocollate, un incontro dovuto ai vertici aziendali per vedere le carte. E invece il dirigente gli nega ogni interlocuzione. Nemmeno una parola al signor Rodolfo che, all’età di 73 anni e in cura chemioterapica, dorme dentro una tenda da campeggio sul tetto rovente del centro di salute mentale. Lui, che con il figlio passava interi pomeriggi a pesca prima che la depressione e le cure sbagliate lo logorassero definitivamente, continua a dire: «Non merita di stare li, nessuno lo merita». Non smette di ripeterlo neanche Tonino, che nella sua condizione di fragilità legata alla malattia, è comunque consapevole del fatto che da certi luoghi non si esce sani, sempre che si esca vivi. Per il timore che le condizioni di Tonino possano peggiorare, per ottenere il suo trasferimento e per chiedere anche lo smantellamento di tutti gli Opg (che, per legge, dovevano essere chiusi entro il 31 dicembre 2010) in pochi giorni i familiari hanno messo in piedi una mobilitazione che è diventata il simbolo di una battaglia per liberare tutti i Tonino d’Italia. Intorno a loro un vero e proprio coordinamento di forze sociali, di cui fanno parte numerose associazioni del territorio, riunite nel comitato “ELJ per tutti i Tonino”. Tra queste il Teatro del Lido che, dal mese di settembre, promuoverà una serie di spettacoli di sensibilizzazione culturale rispetto alle tematiche del disagio mentale. «Siamo qui – dice Elisabetta – per tutti i Tonino d’Italia finiti nell’inferno degli Opg generalmente per reati bagattellari, cioè per reati minori, per alcuni quali non sussiste neanche la pericolosità sociale. Per loro un’alternativa agli ospedali psichiatrici esiste e consiste dapprima nel recupero all’interno di comunità terapeutiche specializzate e successivamente nel trasferimento in case famiglia. Una volta qui i pazienti potrebbero essere sottoposti a progetti terapeutici individuali , oppure di inclusione sociale coinvolgendo la rete territoriale». Nessun assistenzialismo nelle comunità quindi, ma risposte adeguate rispetto al ruolo che la società civile deve assumere nei confronti del disagio mentale. E per Tonino, che solo quando pesca ritrova il suo equilibrio, una volta terminato il progetto terapeutico ad personam nella comunità terapeutica di Asti, l’associazione Anziani del Tevere sarebbe disposta a sostenere un progetto di inclusione sociale basato proprio sulla pesca. Il caso di Antonio ha suscitato subito l’interesse della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Il senatore Ignazio Marino, che la presiede, ha inviato i Nas nell’ufficio del direttore generale della Asl Roma D per acquisire la documentazione necessaria e avviare le opportune verifiche, ha poi convocato per oggi i medici che hanno in cura Tonino. Anche il consigliere regionale della Federazione della Sinistra, Ivano Peduzzi ha inviato una lettera alla presidente Polverini per sbloccare questa vicenda «anche perché – ha aggiunto Peduzzi – i soldi per trasferire il ragazzo ad Asti ci sono eccome». La Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale ha infatti stanziato 5 milioni di euro per il trasferimento di 41 persone dagli Opg alle comunità terapeutiche. Per l’utilizzo di questo soldi, però, le Regioni devono prima presentare dei progetti terapeutici individuali senza i quali non è possibile attingere ai fondi. Ma non tutte hanno ancora provveduto e il Lazio è tra queste. Per tale inadempienza oltre 3 milioni di euro restano al momento inutilizzati. E ogni ulteriore ritardo potrebbe costare a Tonino la sua stessa vita, oltre ad una proroga della permanenza nell’Opg di Aversa per altri due anni.

Milano, manifesti imbrattati: è il terzo episodio in un mese. Giovanardi: gesto di pochi imbecilli. Concia: è lui che li istiga. A Roma Forza Nuova attacca l’Europride

ROMA – È una battaglia che si consuma sui muri, a colpi di insulti e riferimenti di stampo filonazista. Da un lato c´è la comunità omosessuale, che rivendica il diritto alla propria normale visibilità, dall´altro gruppetti di intolleranti che quella normalità la vogliono negare. All´università Bocconi, il tempio dell´economia, a esser presa di mira è l´associazione Best, che si batte in difesa delle persone Glbt: alcuni suoi poster sono stati imbrattati con le scritte shock “i froci si curano a Zyklon b” e “l´hiv la vostra punizione”. A preoccupare, è il fatto che questo sia il terzo attacco omofobo nell´arco di un mese. «Già il 3 maggio, in occasione di un cineforum, vennero strappati alcuni manifesti – spiega Roberto, di Best – Poi, il 14 maggio sono stato aggredito per aver impedito ad un ragazzo di fare lo stesso con alcune locandine per la giornata contro l´omofobia». Infine, l´ultimo blitz omofobo, avvenuto sempre nella sede di via Sarfatti, sotto l´occhio delle telecamere interne.

A Roma, l´offesa porta la firma di Forza Nuova, che ha fatto affiggere, in piazza Vittorio, manifesti abusivi contro l´Europride e il villaggio che sarà allestito dall´1 al 12 giugno. La reazione del mondo politico, in entrambi i casi, è di sdegno, anche se non mancano le polemiche. Se, infatti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi attribuisce il gesto registrato alla Bocconi a degli «imbecilli» di cui «il mondo è pieno», Paola Concia (Pd), lo rimprovera: «Si dovrebbe fare un esame di coscienza. Sono mesi che, quotidianamente, insulta gli omosessuali. Giovanardi rientra nella categoria di quelli che lui definisce imbecilli». Ancora più duro Aurelio Mancuso, di Equality: «Lui e altri esponenti del cattolicesimo più retrivo hanno messo in piedi una campagna offensiva e discriminatoria. Sono loro i mandanti morali di queste espressioni pubbliche». All´associazione Best arriva la solidarietà del Network Sieropositivi, che evidenzia quanto sia grave «ritenere l´hiv una punizione per gli omosessuali, la riprova che esiste una profonda ignoranza in materia».
Per Matteo Winkler, docente alla Bocconi e socio di Rete Lenford, associazione di giuristi che si occupa dei diritti Glbt, «è importante che l´episodio non rimanga nel silenzio», mentre l´Unione dei giovani ebrei d´Italia, con il presidente, Daniele Regard, fa notare «che, ancora una volta, omofobia e antisemitismo si intrecciano tra loro».

Rispetto degli altri come unico antidoto alla violenza

Una faccia livida, gonfia, dalle labbra tumefatte su cui spiccano due occhi scintillanti di ira. È lei, la donna picchiata da quel pugno. Ma non vediamo la faccia percossa. Vediamo il pugno che ha appena colpito. Porta sulle nocche il segno dell’urto. Il pugno vuole sconfiggere, umiliare, ferire. Il pugno si porta dietro una sicurezza di millenni, la sicurezza di alcuni privilegi che, una volta toccati e messi in discussione, creano scompiglio, disagio, e una voglia di rivincita che può diventare furia e aggressività incontrollata. Il pugno è il modo più antico e diretto di usare violenza. Il pugno non ha bisogno di armi, è il corpo che si fa arma e proietta la sua rabbia contro il più debole. La donna, che dovrebbe dolcemente acconsentire, ha mostrato la sua voglia di autonomia e ciò ha scosso nel profondo l’anima maschile dalle certezze irrinunciabili. Bisognerà mettere a posto le cose, ristabilire quell’ordine che è stato scriteriatamente sconvolto. È questo il linguaggio del pugno chiuso che si alza a percuotere una faccia, un collo, un petto, un ventre. Il pugno si porta dietro l’idea che la forza del predatore superi tutte le altre forze. Il corpo dell’essere dominante si fa oggetto contundente e colpisce chi vuole punire. Nel modo più elementare che si conosca. La forza con cui l’animale più robusto colpisce e atterra quello meno robusto. Ma l’uomo non dichiara in ogni momento di essere superiore all’animale perché simile a un Dio, che l’ha fatto ragionevole e socialmente evoluto? L’uomo non si arroga il diritto di tenere schiavi e uccidere a suo piacimento gli animali proprio in base al principio che essi sono incapaci di organizzarsi in società evolute? Poiché non dispongono della parola, non conoscono la scrittura, non sanno quello che fanno? Il pugno è la negazione del riconoscimento dell’altro o dell’altra. Il pugno colpisce per non vedere, non parlare, non discutere, non confrontarsi. Il pugno chiede silenzio e paura. Il pugno vuole che l’altro provi paura. Il pugno aspira a intimorire e offendere. Tu, donna, taci, perché la parola non conta più niente. Contano i fatti e i fatti dicono che il mio corpo è più potente del tuo. Il mio pugno te lo dimostra e tu tienilo a mente. Altrimenti dal pugno si passerà al coltello o alla pistola. Troppe donne evitano di uscire dal guscio di una paura atavica, per timore di quel pugno chiuso. Un pugno che le minaccia anche quando camminano o dormono e sognano in pace. I sogni ci rammentano le antiche schiavitù. Le quali, coi tempi ciclici della storia, tornano a farsi ricordare. Troppe donne, di fronte a quel pugno pronto a colpire, si chiudono in un bamboleggiante narcisismo, perché hanno introiettato le minacce maschili e credono di evitare i loro pugni, mostrando una sottomissione teatrale, a volte francamente comica. Troppe donne cercano di esorcizzare quei pugni con un’umiliante esposizione del loro corpo. Un corpo seducente che dovrebbe addolcire la mano maschile. E che invece spesso rende quella mano più brutale e insensata. Poiché chi è abituato a percuotere non si fida, vede trabocchetti dappertutto. Poiché il linguaggio della seduzione femminile, che vorrebbe rabbonire l’avversario, spesso provoca altro odio e altro disprezzo. Troppe donne stentano a capire che la dignità è la sola forza capace di prevenire il pugno. La dignità di chi si propone come persona e non come l’alter ego del tradizionale maschio dominante. ANNI PER I DIRITTI UMANI Il pugno chiede proprio questo: che la controparte usi il suo stesso linguaggio, la sua stessa logica, per colpire impunemente. Ci sono uomini, per fortuna, che hanno rigettato la cultura del pugno. Sono coloro che si mettono dalla parte delle donne. Non solo per generosità, ma per difendere un principio fondamentale: l’uguaglianza degli esseri umani di fronte alle regole di giustizia e di libertà. Forse non sono ancora la maggioranza, ma lo possono diventare, se partecipiamo tutti insieme alla diffusione di una cultura del rispetto e della generosità verso l’altro. Comprendere le ragioni dell’altro. Ecco l’esplosiva rivoluzione della vera politica. L’etica della convivenza. Il rispetto della libertà altrui non porta frustrazione ma appagamento e serenità. È questo che va appreso e fatto apprendere. Agli uomini che hanno capito, a coloro che vogliono vivere nel rispetto dell’altro, chiediamo di partecipare alla campagna contro il pugno chiuso, contro le ragioni della prepotenza, per quelle della comprensione e dell’accoglienza.

NAPOLI – Un popolo di bambini, quello di rom, sinti e camminanti. A raccontarlo il rapporto della Commissione straordinaria per la tutela e promozione dei diritti umani del Senato, presentato per la prima volta venerdì a Napoli.

Il 60% della popolazione ha meno di 18 anni, il 30% tra zero e cinque anni, quasi la metà tra sei e 14, appena il 2,8% è sopra la sessantina. Un dato che però va incrociato con quello dell’aspettativa di vita, dieci anni in meno rispetto alla media europea, e questo dà già un quadro di quanto sia difficile la loro situazione. 
Il secondo dato fondamentale è che non esiste alcuna emergenza rom in Italia, dove vivono più o meno stabilmente appena 170mila persone, 40mila nei campi. Le condizioni abitative non sono sostanzialmente cambiate dagli anni sessanta a oggi, a fronte di una popolazione che ha quasi completamente abbandonato il nomadismo. A Roma sono stati censiti oltre 100 campi, di cui 7 villaggi autorizzati, 14 tollerati e oltre 80 abusivi: in questi spazi vivono 7.177 persone. A Milano (dati Ismu) esistono 45 campi con una popolazione di circa 4.310 persone. A Napoli e dintorni intorno alle duemila su una popolazione di tremilioni e mezzo di abitanti. I campi consistono in roulotte, container o piccole baracche in lamiera o altri materiali di fortuna. In quelli non autorizzati manca l’acqua corrente, i sistemi fognari, l’illuminazione e il riscaldamento. Le condizione igieniche e sanitarie spesso drammatiche.
Spiega la Comunità di Sant’Egidio: «La risposta istituzionale è stata quella di trovare soluzioni per popolazioni nomadi. Molte regioni italiane hanno approvato leggi che prevedevano la creazione di «campi». Ma i campi realizzati (generalmente) sono state strutture pensate per la sosta temporanea, senza strutture d’accoglienza previste per legge (acqua corrente, fogne, luce) e ciò ha comportato che 2-3 generazioni di rom siano sostanzialmente nate e vissute in luoghi non molto dissimili da discariche». Così è accaduto ad esempio per 30-35 mila rom di origine jugoslava. Il primo gruppo è arrivato negli anni ’60-’70, il secondo a partire dagli anni ’90 a causa della guerra da Bosnia e Kosovo. Il gruppo giunto quarant’anni fa è sostanzialmente vissuto e cresciuto in vere e proprie discariche, in totale isolamento dalla vita civile e da qualsiasi rapporto positivo con le istituzioni. «Tutto ciò – spiegano – ha creato spaesamento soprattutto tra le nuove generazioni, cresciute nella realtà opulenta delle città senza possedere gli strumenti culturali e relazionali per confrontarsi con la società circostante. Una delle conseguenze è stata la crescita della devianza minorile. Ci sono famiglie che hanno subito anche 30 sgomberi. Soprattutto le legislazioni speciali hanno aggravato le cose. Nel 2006/2007 si è registrato un più 36% di bambini scolarizzati. Oggi, dopo anni di commissariati speciali, siamo tornati ai dati pre 2006».
Documenti e alloggi sono le precondizioni per superare i danni del passato. Napoli, una volta tanto, è in controtendenza. Uno sforzo da 26 milioni di euro, coordinato dalla prefettura, per un progetto ideato dall’assessorato comunale alle Politiche sociali per superare i campi. Già aperto il cantiere per trasformare il palazzo ex Amnil di via delle Industrie in 72 appartamenti per 480 persone. Sul tetto pannelli fotovoltaici per rendere la struttura indipendente dal punto di vista energetico. «Abbiamo intitolare questa struttura – racconta l’assessore Giulio Riccio – a Eldeban, Sebastian, Elena Patrizia e Raoul, i quattro bimbi rom morti a Roma il 6 febbraio. Ci è voluto il loro sacrificio perché la questione dei rom e delle loro disperate condizioni di vita tornassero alla ribalta nazionale». Al piano terra la possibilità di ospitare ‘non stanziali’ che necessitano di ricovero in un centro di accoglienza. Sempre al piano terra spazi per attività collettive e sale polivalenti, infermeria e uffici. Lavori anche per l’ex scuola materna di via Sambuco (Ponticelli) e l’ex deposito dell’Economato in via Argine, dove saranno realizzati complessivamente circa 200 unità abitative. In via di ristrutturazione anche l’ex scuola Grazia Deledda di Soccavo, dove sono già ospitati nuclei familiari rom. Unico progetto bloccato per motivi burocratici in regione quello per assorbire i campi di via Cupa Perillo a Scampia. L’ex Centrale del latte dovrebbe trasformarsi in appartamenti affidati all’autocostruzione. Più difficile la situazione nel comune di Giugliano, dove l’insediamento rom risale a 25 anni fa. Nel tempo sono stati inglobati nella zona industriale Asi, altamente inquinata da rifiuti tossici. Il procuratore Aldo De Chiara ne ha disposto lo sgombero, la prefettura ha previsto la sistemazione in un campo attrezzato da realizzare nel comune di Quarto, su un terreno confiscato alla camorra. Un trasferimento difficile, come spesso accade per siti appartenuti ai clan, fino alle minacce armi in pugno. La comunità rom è disponibile ad acquistare un terreno per l’autocostruzione, a patto che le istituzioni provvedano a far superare i pregiudizi.

Napoli, la denuncia dei genitori: stava male, ma lo hanno trascurato perché siamo rom. Il piccolo aveva 13 mesi. Si è spento dopo tre giorni di agonia. La procura chiede l’autopsia 

NAPOLI – I primi malesseri sabato sera, nel piccolo container del campo rom di Giugliano, periferia Nord di Napoli. Nel fine settimana due inutili corse verso altrettanti ospedali che lo rimandano a casa. La morte ieri, durante l´ultima, disperata richiesta di aiuto nel terzo ospedale. Omar, un anno e un mese, si spegne tra le braccia del papà dopo tre giorni di agonia e di via crucis da una struttura sanitaria all´altra. Nessuna diagnosi. Sarà l´autopsia sul suo corpicino a dire la verità su quanto accaduto, sull´eventuale omissione di soccorso. L´esame avverrà appena saranno identificati i presunti responsabili e notificati gli avvisi di garanzia. La polizia del commissariato di Giugliano ha già inviato gli atti alla Procura della Repubblica e la piccola salma è stata trasferita a Napoli. «Siamo rom, quindi possiamo morire così. Mio figlio stava malissimo, era evidente. Eppure ci hanno liquidato così, sono bastate due parole: “Sta benissimo, tornate a casa”. E invece stava per morire». Quanto accaduto è tutto nel breve, drammatico racconto del padre di Omar, Seido, che ora, nel campo Rom di Giugliano (in attesa di sgombero) si dispera e chiede di capire perché il bimbo è morto. È lui, con la moglie Draghiza, a ricostruire i fatti. 
L´incubo comincia sabato sera. «Omar stava malissimo, con dolori di pancia e fitte allo stomaco», ricorda tra le lacrime mamma Draghiza. Domenica, dal campo Rom, la corsa verso Aversa. Dove i medici visitano il piccolo. «Sta bene», dicono. Dunque Omar torna nel container. Lunedì la situazione si aggrava. Il bambino non apre gli occhi, vomita, suda. Ha la diarrea. Seconda corsa, questa volta verso l´ospedale di Pozzuoli. Ma la scena si ripete. E anche se Draghiza chiede ai medici di fare una lavanda gastrica, i medici hanno già fatto la diagnosi: «È una banale influenza. Basta tenerlo al caldo e domani starà meglio». Non servono le preghiere e le lacrime della mamma che implora i medici di fare qualcosa. Devono lasciare il pronto soccorso.
Così la famiglia rom torna ancora una volta al campo, ma è l´inizio di una notte di paura. Il bimbo non si muove più. E martedì comincia la terza – e inutile – corsa verso un altro ospedale, il San Giuliano di Giugliano. Ma purtroppo Omar non verrà visto vivo dai medici. Muore durante il tragitto, viene trasferito direttamente all´obitorio dove, in breve, si affollano parenti e amici per protestare contro i medici. Intanto parte il fax dall´ospedale per la Procura e il magistrato di turno dispone il sequestro della piccola salma e l´autopsia. Cosa ha ucciso Omar? Una malattia seria non diagnosticata? Oppure una banale influenza non curata? «Siamo stati trattati così perché siamo rom – accusa Seido – quando siamo arrivati in ospedale ci hanno trattato con sufficienza. Non hanno valutato bene la situazione. È colpa loro se il nostro bambino ora non è più con noi. Adesso voglio giustizia. Voglio che chi ha sbagliato paghi».

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