Golpismo e dittature

Un piano di cooperazione tra i regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay – con l’assenso della Cia -, ideato dal generale cileno Augusto Pinochet e messo a punto dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, al fine di stroncare l’opposizione politica tramite azioni di spionaggio, sequestri, torture, assassinii. Questo è stato il Plan Condor, un coordinamento del terrore che i repressori hanno tentato a lungo di liquidare come l’invenzione di un gruppo di sovversivi.

Già attiva almeno dal 1974, la collaborazione tra le dittature militari viene sistematizzata nell’incontro tra i diversi servizi di intelligence svoltosi a Santiago il 25 novembre 1975, attraverso la decisione di creare un ufficio di coordinamento destinato a condividere informazioni su persone e organizzazioni «connesse direttamente o indirettamente al marxismo».

Con raccomandazioni anche puntuali, come quella di allertare tempestivamente i servizi segreti rispetto all’espulsione di un sovversivo o alla presenza di una persona sospetta. «L’organismo si chiamerà Condor», decidono all’unanimità i presenti.

Il tutto, naturalmente, con la benedizione della Cia statunitense: il 10 giugno 1976, al ministro degli Esteri argentino César Augusto Guzzetti che gli descriveva gli sforzi congiunti dei governi per combattere il «terrorismo», il segretario di Stato Usa Henry Kissinger risponde con una frase divenuta tristemente celebre: «Se ci sono cose che vanno fatte, fatele rapidamente. Ma dovete tornare al più presto a procedimenti normali».

E così le “cose” vengono fatte, benché senza molta fretta, stroncando la vita di studenti, giornalisti, intellettuali, docenti universitari, sindacalisti, operai, madri e padri in cerca dei figli scomparsi, familiari di presunti sovversivi.

La verità inizia a venire a galla nel 1992 con la scoperta, in una cittadina a 4 chilometri da Asunción, in Paraguay, di quattro tonnellate di documenti, denominati Archivio del Terrore, che registrano in 700mila pagine gli scambi tra gli organi repressivi latinoamericani negli anni ’70 e ’80. La giustizia, però, impiegherà ancora molto tempo ad arrivare.

* Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO

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«Plan Condor, puniti i responsabili materiali del massacro»

America latina. Grande emozione ieri a Roma durante la conferenza stampa della Fondazione Basso a poche ore dalla condanna all’ergastolo di 24 imputati. Un lungo percorso cominciato 20 anni fa

Desaparecidos, ma non dalla coscienza del mondo. E mai come oggi presenti nel cuore di quanti hanno lottato perché fosse fatta giustizia.

All’indomani della storica sentenza del processo di appello sul Plan Condor, terminato con la condanna all’ergastolo di tutti i 24 imputati, c’è spazio solo per l’emozione. E a esprimerla sono in tanti durante la conferenza stampa promossa ieri dalla Fondazione Basso per commentare quella che i familiari delle vittime e tutti coloro che li hanno sostenuti – dalla Fondazione stessa all’Associazione 24Marzo passando per tutti gli avvocati di parte civile – hanno vissuto come una vittoria piena e completa.

Tra loro anche il viceministro della Giustizia boliviana Diego Ernesto Jiménez, presente in aula al momento della sentenza, e il sottosegretario alla presidenza dell’Uruguay Miguel Ángel Toma, anche lui in aula in rappresentanza di un governo che si è costituito parte civile e ha collaborato attivamente con la giustizia italiana consegnando prove decisive contro i tredici militari uruguaiani coinvolti.

A evidenziare la rilevanza storica del processo è stata in particolare l’avvocata di parte civile Alicia Mejía, leggendo le due sentenze di primo e di secondo grado: «La prima ha riconosciuto per la prima volta a livello giurisdizionale l’esistenza del Plan Condor come un’operazione finalizzata ad annientare la cosiddetta sovversione», condannando otto esponenti della catena di comando; «la seconda ha individuato le responsabilità personali di singoli soggetti nei casi di vittime concrete».

Le responsabilità, cioè, come ha spiegato un altro avvocato di parte civile, Arturo Salerni, di quelle figure cosiddette intermedie, colpevoli di «sub-operazioni di sterminio», a cui erano stati precedentemente addebitati solo i reati, ormai prescritti, di sequestro e tortura. È il riconoscimento – ha chiarito l’avvocato Giancarlo Maniga – che «le condotte differenziate che hanno concorso all’uccisione delle vittime sono tutte legate e unificate dall’evento finale».

Sin conclude così, almeno per ora, nella speranza di una conferma della sentenza in Cassazione, un lungo cammino iniziato nel 1999 da un’inchiesta del pm Giancarlo Capaldo partita dalle denunce di cinque donne italo-uruguaiane e una italo-argentina i cui parenti erano rimasti vittime del Plan Condor.

Tra loro l’italo-uruguaiana Aurora Meloni, che, ricordando quel giorno, oggi commenta: «Allora non immaginavamo che avremmo infine raggiunto il nostro obiettivo».

* Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO

Desaparecidos

America latina. In appello a Roma ribalta la sentenza: 24 ergastoli per i leader dei regimi militari latinoamericani sostenuti dalla Cia e da Nixon. I sequestri e le uccisioni, scrive la pm Tiziana Cugini, erano programmati per eliminare prove e come monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta

Finalmente una vittoria, per la voce delle vittime e il loro diritto alla verità, per il dovere della memoria e le sue ragioni. La prima Corte d’assise d’appello di Roma ha scritto una grande pagina di giustizia nel processo sul Plan Condor, il piano di cooperazione tra gli organi di repressione dei regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay.

Un processo istituito in Italia per far luce sull’uccisione e la sparizione, negli anni Settanta e Ottanta, di 43 cittadini, di cui 23 di nazionalità italiana, tra cui anche Juan José Montiglio, socialista di origini piemontesi che era stato membro della scorta del presidente cileno Allende ucciso durante il golpe di Pinochet.

In tutto sei italo-argentini, quattro italo-cileni, tredici italo-uruguaiani e venti uruguaiani, tutti vittime del coordinamento del terrore ideato dal generale cileno Augusto Pinochet – e organizzato dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, con il coinvolgimento dei servizi di intelligence degli Stati uniti e della presidenza Nixon – al fine di annientare gli oppositori politici attraverso azioni di spionaggio, sequestri, torture e assassinii.

I giudici hanno inflitto 24 ergastoli, ribaltando così la contestata sentenza del processo di primo grado del 17 gennaio del 2017, quando erano stati condannati al carcere a vita soltanto otto imputati, a fronte dell’assoluzione di 19 persone ritenute responsabili non di omicidio, ma solo di sequestro di persona, un reato ormai caduto in prescrizione (oltre al proscioglimento di altre sei per morte del reo).

La sentenza del processo d’appello, che si era ufficialmente aperto il 12 aprile del 2018, ha disposto anche il risarcimento nei confronti delle 47 parti civili costituite da stabilirsi in sede civile, decidendo una provvisionale immediatamente esecutiva di un milione di euro per la presidenza del Consiglio dei ministri e di cifre comprese tra i 250mila euro e i 100mila euro per tutte le altre parti civili.

Tra i condannati all’ergastolo, tutti accusati di omicidio volontario pluriaggravato, figurano l’ex ministro dell’Interno della Bolivia, Luis Arce Gomez; l’ex presidente del Perù, Francisco Morales Bermudes; l’ex ministro degli Esteri dell’Uruguay, Juan Carlos Blanco (assolto per solo uno dei capi d’imputazione); e il tenente di vascello, precedentemente assolto, Jorge Nestor Fernandez Troccoli, già a capo dell’S2, il servizio di intelligence della Marina militare uruguaiana, unico a non essere processato in contumacia.

Di origini campane, Troccoli si era infatti trasferito in Italia nel 2007 avvalendosi della doppia cittadinanza, per sfuggire a un processo istruito a Montevideo contro lui e contro altri responsabili dell’eliminazione, tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978, dei membri del Gau (Grupos de acción unificadora), un gruppo di militanti politici uruguaiani riparato in clandestinità a Buenos Aires. Ma la giustizia l’ha finalmente raggiunto nel nostro paese.

È stata accolta in pieno, dunque, la richiesta della pm Tiziana Cugini e del procuratore generale Francesco Mollace di condannare al carcere a vita tutti i 24 imputati del processo, colmando il gap, come aveva dichiarato il pg nella sua requisitoria del 18 marzo, «tra la storia reale descritta dal processo e quella derivata dalla sentenza di primo grado».

Una sentenza che, dopo un lavoro quasi ventennale di ricerca e analisi comparativa delle fonti, ascolto dei testimoni, esame delle sentenze dei tribunali esteri e due anni di udienze dibattimentali, non aveva «fatto giustizia alle vittime, né all’ansia di libertà di quei popoli che pensavano di affacciarsi alla democrazia e invece erano stati annichiliti».

I sequestri, aveva spiegato in quell’occasione la pm Tiziana Cugini, «non nascevano solo per estorcere informazioni, ma per uccidere. E le uccisioni erano programmate per eliminare prove e perché fossero un monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta sovversiva».

Di modo che «l’uccisione era la regola, tutto l’apparato lavorava perché ciò si realizzasse – aveva aggiunto – e non è vero che gli imputati avevano un rango intermedio e per questo non potevano decidere della vita e della morte dei sequestrati. Erano, al contrario, affidabili operatori di morte pienamente consapevoli del compito che erano chiamati a svolgere».

* Fonte: Claudia Fanti,  IL MANIFESTO

BUENOS AIRES. José Antonio Gonzaléz Pacheco, detto «Billy El Niño», è accusato di aver partecipato a torture e omicidi durante la dittatura Videla in Argentina, da tempo vive in Spagna, dove, da rifugiato, si era trasferito anche, José Galante, «Chato» per gli amici, uno delle vittime di Billy El Niño. «Quell’uomo vive vicino a casa mia, ci separano due vie – ci dice Chato -. Ogni giorno devo convivere con questa presenza, e con l’idea che lui continui a vivere in totale libertà». Non solo: Billy El Niño continua a ricevere il vitalizio accordatogli nel 1977 in Spagna, e nessuno ha ancora ritirato la medaglia al merito che, lo stesso anno, gli fu concessa dalla Casa reale ancora regnante. Adesso, dopo più di quarant’anni, Chato può sperare di vedere il suo torturatore vicino di casa sul banco degli accusati, ma non in Spagna, in Argentina, in virtù del fascicolo aperto dalla giudice Maria Servini, che ha preso finalmente in carico la cosiddetta querella argentina cercando di portare i molti casi di torturatori argentini che vivono liberi in Spagna, ancora protetti dall’amnistia franchista, nell’ambito del diritto internazionale per un reato che non ha termini di prescrizione: lesa umanità.

La storia del franchismo del resto non è ancora pronta a finire in archivio, in Spagna, se la Corte Suprema spagnola ha bloccato soltanto il 4 giugno scorso, poco più di una settimana fa, la riesumazione delle spoglie del «generalissimo» Francisco Franco sepolte nel mausoleo all’interno del memoriale per i caduti della guerra civile, alle porte di Madrid. I giudici spagnoli hanno accolto la richiesta della famiglia del dittatore. Il trasferimento del corpo dal monumento al cimitero di El Pardo era stato programmato per lunedì 10 giugno dall’attuale governo spagnolo di Pedro Sanchez. E all’operazione di traslazione della salma si oppone anche il Partito popolare. La decisione della Corte testimonia come la dittatura franchista e il periodo subito seguente, in cui si sviluppò il processo di transizione democratica (1975-1978), siano una ferita ancora aperta nella Spagna di oggi.
E lo sa bene Fermin Rodriguez: «Sono quasi quarant’anni che aspetto che un giudice dia valore alla mia testimonianza». Fermin è fratello di Germán Rodriguez, ucciso nel 1978, a soli 23 anni, dalla polizia. Accanto a lui c’è Manuel Ruiz, fratello di Arturo, ucciso a 19 anni, nel gennaio del 1977, dal gruppo paramilitare Cristo Rey. I due – Fermin e manuel – hanno viaggiato fino a Buenos Aires per deporre la propria testimonianza, il 5 giugno, di fronte alla giudice Maria Servini sull querella argentina. «Finalmente è arrivato il giorno che aspettavo da tempo – dice Rodriguez prima dell’udienza – Sono felice».

Su impulso di Carlos Slepoy, avvocato argentino esiliato in Spagna dopo essere stato torturato sotto il governo di Peròn, la causa è arrivata a Buenos Aires il 14 aprile 2010 quando un gruppo composto da organizzazioni argentine e spagnole – tra cui l’Associazione per il recupero della memoria spagnola, le Abuelas di Plaza de Mayo, il Centro argentino di Studi legali e sociali – insieme a Adolfo Pérez Esquivel, Nobel per la pace 1980, presentano al Tribunale di giustizia argentino un atto d’accusa per crimini di lesa umanità, basandosi sul principio di giustizia universale previsto dalla legislazione internazionale.

La querella ha potuto contare sull’importante esperienza argentina rispetto al recupero della memoria in merito ai crimini della dittatura di Videla. Un lavoro compiuto soprattutto dalle Madri di Plaza de Mayo che è arrivato all’abrogazione, sotto il governo di Nestor Kirchner, dell’amnistia che proteggeva i criminali della dittatura. Un percorso di giustizia in cui ha avuto un ruolo imprescindibile la Spagna: «A fine anni ’90 fu proprio la Spagna a istruire la causa contro i crimini della dittatura», ricorda Videla Norita Cortinas di Madri di Plaza de Mayo Linea Fundadora. «Ora le parti si invertono. Vi staremo sempre vicine», continua rivolgendosi ai familiari delle vittime incontrate presso la Federazione Gallega di Buenos Aires.

Ad oggi, i querelanti – più di 400 – continuano a scontrarsi contro la chiusura della Spagna, che negli anni ha mostrato tutto l’interesse a non aprire alcuno spiraglio all’apertura di questo capitolo della sua storia: nel 2016 una circolare ordinò a tutte le procure di non collaborare con la giudice argentina, per non entrare in conflitto con la legge di amnistia. Atti, quelli della Spagna, portati avanti ufficialmente nel nome della «riconciliazione», necessaria, secondo i vari governi e la monarchia a superare la dittatura e costruire uno Stato democratico. Di parere opposto, le vittime del franchismo: «Uno Stato non può imporre di dimenticare né può obbligare al perdono», afferma Ruiz. Gli fa eco Chato che ora rappresenta La Comuna – associazione di prigionieri del franchismo – ed è tra l’altro protagonista del documentario Il silenzio degli altri prodotto da Pedro Almodovar, lavoro che sta contribuendo a diffondere conoscenza sul tema. «La memoria è la storia socializzata di un popolo, per questo è un luogo di conflitto tra differenti interessi sociali», afferma Chato, invitato al Festival internazionale di cinema per i diritti umani di Buenos Aires.

In particolare, l’incontro del 5 giugno ha rappresentato un passo decisivo all’interno della querella: le testimonianze di Rodriguez e Ruiz confermano la persistenza di crimini commessi dai franchisti anche durante il processo di transizione. German Rodriguez fu ucciso durante i «fatti di San Fermín de Pamplona», quando una manifestazione organizzata per la liberazione dei prigionieri politici incarcerati dal franchismo venne repressa nel sangue. Arturo Raiz perse la vita nella feroce repressione dei cortei a favore dell’amnistia per i prigionieri politici, conosciuta come semana negra (settimana nera) di Madrid. «Stavo pranzando con i miei genitori. Venimmo a sapere dalla televisione dell’uccisione di mio fratello», racconta ora Manuel Ruiz, evidenziando che «il suo assassino non è mai stato giudicato. È fuggito dalla Spagna, con la complicità delle forze dell’ordine».

«La struttura repressiva, economica e politica della dittatura di Franco rimasero intatte nel regime democratico instaurato dalla Costituzione del 1978 – afferma Jacinto Lara, uno degli avvocati del Coordinamento statale di appoggio alla querella argentina (Ceaqua) – Ci sono persone coinvolte in tutti i tipi di crimini che hanno continuato il proprio lavoro e spesso sono state anche promosse». È il caso di Rodolfo Martin Villa, ministro dell’Interno dal 1976 al 1979. La giudice Servini ha emesso per lui un ordine di estradizione, accusandolo del massacro del 3 marzo 1976 a Gasteiz. Contro la sua estradizione si è espressa la Audiencia nacional di Madrid. Ma Villa ha dichiarato che si presenterà sua sponte il prossimo 9 settembre a Buenos Aires davanti alla giudice Servini. Sarebbe il primo degli accusati a testimoniare.

* Fonte: Serena Chiodo, IL MANIFESTO

 

photo: Gastón Cuello [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

Le «Nonne» di Plaza de Mayo colpiscono ancora. Estela Carlotto: «Oggi è un bel giorno»

BUENOS AIRES. Si chiama Javier Matías Darroux Mijalchuk e ha 40 anni. È il 130esimo nipote ritrovato dalle Abuelas de Plaza de Mayo, l’associazione di nonne argentine che cercano gli oltre 500 bambini sottratti illegalmente dai militari durante gli anni della dittatura (1976-83). Matías è figlio di Elena Mijalchuk e Juan Manuel Darroux ed è sparito quando aveva appena 4 mesi.

ALLA FINE DEL DICEMBRE 1977 Juan scomparve, qualche giorno dopo Elena ricevette una chiamata in cui le si intimava di farsi trovare il 26 dicembre a Buenos Aires in via Pampa, tra Lugones e Figueroa Alcorta, per avere notizie del compagno. Elena andò all’appuntamento con il figlio Matías e da allora non si hanno più notizie di lei. Il neonato fu trovato da una signora in strada e fu dato in adozione. Oggi, grazie all’instancabile lavoro delle Abuelas, Matías conosce il suo vero nome, la sua identità e la sua famiglia, ma ha cominciato una nuova ricerca: Elena era incinta di due mesi quando fu sequestrata, Matías ha un fratello o una sorella da qualche parte.

«Ho sempre pensato di essere figlio di persone scomparse durante la dittatura – spiega durante la conferenza nella sede delle Abuelas a Buenos Aires – ma non volevo fare il test del dna. Non mi interessava sapere di chi fossi figlio in realtà, stavo bene con la famiglia che mi aveva adottato. Ma nel 2006 ho capito quanto fosse egoista il mio comportamento. Ho capito che anche se non era importante per me, dall’altra parte poteva esserci una nonna, un fratello o uno zio che mi stavano cercando. E così ho fatto il test del dna e si è scoperto che mio zio mi cercava da 40 anni».

MATÍAS SAPEVA di essere stato adottato e un giorno decise di rivolgersi alla filiale delle Abuelas della provincia di Córdoba. Nel suo fascicolo si leggeva che era stato trovato il 27 dicembre 1977 da una donna che stava camminando per strada, all’incrocio fra via Ramallo e via Grecia, a pochi isolati di distanza dalla Esma, il più grande campo di sterminio dell’Argentina, dove furono detenute oltre 5000 persone. Il bambino venne dato in adozione a Buenos Aires e nel 1999 si trasferì a Córdoba.

«La restituzione della mia identità è un omaggio ai miei genitori- dice Matías – un simbolo di memoria, verità e giustizia. E per questo voglio ringraziare mio zio Roberto che non ha mai perso la speranza e che in 40 anni non ha mai cambiato numero di telefono fiducioso di ricevere quella chiamata che stava aspettando e che un giorno finalmente è arrivata. Quando ci siamo potuti incontrare, mio zio mi ha guardato e mi ha detto «Sei tu Javi?» e mi ha abbracciato come mai nessuno aveva fatto prima e come nessuno potrà fare in futuro. È difficile capire quello che ha vissuto, perché il fatto di avermi trovato significa anche che non potrà mai più rivedere sua sorella».

ROBERTO MIJALCHUK, fratello di Elena, non ha mai smesso di cercare notizie sue, del cognato e del nipote. La loro scomparsa fu denunciata da Roberto nel 1999 e da quel momento la Comisión Nacional por el Derecho a la Identidad (Conadi) cominciò a investigare sul caso, mentre i campioni ematici delle famiglie furono inseriti nel Banco Nacional de Datos Genéticos.

Come in altri molti casi di desaparecidos, non si nulla della sorte di Elena e Juan. Nessun sopravvissuto li ha visti e la loro presenza in un campo di detenzione non è mai stata confermata. «Della storia mia, di mio fratello e dei miei genitori non si sa nulla, e la possibilità di renderla pubblica mi dà speranza di trovare qualcuno che sappia cosa ne è stato della loro vita», dice Mathías, il secondo nipote ritrovato dall’inizio dell’anno. Lo scorso aprile infatti è stata ritrovata la nipote n° 129, figlia di Carlos Alberto Solsona e Norma Síntora, mentre durante il 2018 è stata recuperata l’identità di un solo nieto.

Il primo ritrovamento di un figlio di desaparecidos risale al 1978 e da allora i casi sono aumentati di anno in anno: nel 1984, primo anno dopo la caduta della dittatura, furono 12 i nipoti ritrovati dalle Abuelas. Ad accogliere il 130esimo nieto ritrovato, c’è una stanza gremita di persone. «Diamo il benvenuto a Matías – dice Estela Carlotto, presidente delle Abuelas – Oggi è un bel giorno».

* Fonte: Elena Basso, IL MANIFESTO

Che l’ex capitano Jair Bolsonaro fosse un sostenitore della dittatura militare e un ammiratore dei suoi più sinistri rappresentanti era chiaro già all’epoca dell’impeachment contro la presidente Dilma Rousseff, quando dedicò il suo voto al colonnello torturatore Carlos Alberto Brilhante Ustra, ex capo del Doi-Codi (l’organo di intelligence e di repressione del regime militare). Ma che, da presidente, arrivasse addirittura a chiedere al ministero della Difesa di organizzare le commemorazioni dell’avvento del regime militare – iniziato il 31 marzo 1964 con il golpe contro il presidente João Goulart e andato avanti per 21 anni – la dice davvero lunga sull’attuale stato della democrazia brasiliana.

«QUALCUNO riuscirebbe a immaginare la Germania impegnata a celebrare l’era di Hitler o la Francia a celebrare l’occupazione nazista?», ha commentato su Twitter il deputato federale del Partito dei lavoratori Paulo Pimenta: «Solo chi nutre disprezzo per la democrazia può arrivare a tanto». A tanto è arrivato il presidente Bolsonaro, che secondo quanto riferito dal suo portavoce, il generale Otávio do Rêgo Barros, ha ordinato alle forze armate di realizzare le dovute celebrazioni all’interno delle proprie caserme, escludendo, bontà sua, un atto di commemorazione al Planalto, la sede della presidenza. E lo ha ordinato nella convinzione che nel 1964 non si sia registrato alcun colpo di stato, bensì la nascita di un’unione tra civili e militari destinata a riportare il paese sulla retta via.

UN OBIETTIVO raggiunto attraverso la chiusura del parlamento, la restrizione delle libertà civili, l’uccisione e la tortura degli oppositori. Non, però, di tutti quelli che sarebbe stato opportuno eliminare, stando a una delle sue dichiarazioni più celebri, secondo cui «l’errore della dittatura» sarebbe stato quello «di torturare anziché di uccidere». «Il periodo cominciato nel ’64 – garantiva nel 2016 l’allora deputato federale – è stato descritto dal Pt in maniera sbagliata. Chi ha ancora dubbi, chieda ai propri nonni. E confronti il Brasile di quell’epoca con quello di oggi». E si era spinto anche oltre, arrivando a ironizzare sulla ricerca dei resti dei desaparecidos dell’epoca della guerriglia dell’Araguaia, un movimento di giovani in lotta contro il regime militare, collocando nel suo ufficio di deputato un cartello con la scritta «Desaparecidos dell’Araguaia? A cercare le ossa sono i cani».

MA C’È CHI, dietro tale iniziativa, vede un chiaro segnale di disperazione dell’ex capitano, deciso a fare fronte comune con la linea militare più dura per reagire alla valanga di critiche che accompagna ogni suo passo da presidente. L’evidente «disorganizzazione politica del governo causata da un presidente sempre più disinteressato alle sue funzioni politiche e istituzionali – si legge in un editoriale dell’Estado de S. Paulo – può produrre un inasprimento della crisi, portandola a un livello pericoloso. Ma forse è proprio questo che molti vogliono». E non a caso sono sempre di più quelli che non credono che l’ex capitano sarà in grado di completare i suoi quattro anni di mandato e che già ragionano su un possibile governo del suo vice, il generale Antônio Mourão, diverso in – quasi – tutto da Bolsonaro, ma unito a lui dal deciso sostegno al regime militare e da molti considerato più pericoloso ancora dell’attuale presidente.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

 

photo: Por Correio da Manhã – http://www.portalmemoriasreveladas.arquivonacional.gov.br/media/Os%20presidentes%20e%20a%20ditadura%20militar.pdf, Domínio público, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46203962

A fine gennaio organizzazioni contadine ed indigene del Guatemala sono scese in piazza per protestare contro la riforma della Legge di riconciliazione nazionale, che garantirebbe una sorta di amnistia – e quindi l’impunità – a tutti coloro che si sono macchiati di crimini contro l’umanità durante la guerra civile conclusa nel 1996. Il rischio è che venga approvata prima di giugno, quando si andrà al voto per eleggere il Congreso de la República e il nuovo presidente, che prenderà il posto di Jimmy Morales, l’ex attore comico eletto nel 2015. Morales lascia un Paese nel caos in una regione – il Centro America – che è tornata una polveriera. Alla situazione ha attivamente contribuito, ad esempio allontanando dal Paese la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cgic) appoggiata dalle Nazioni unite.

«LA DECISIONE DI CACCIARE i funzionari della Commissione è una chiara evidenza del fatto che il Paese è governato da gruppi criminali e delinquenti che difendono i propri interessi» racconta al manifesto Leiria Teresa Vay Garcia, che fa parte Comité de Desarrollo Campesino (Codeca) ed è la responsabile delle relazioni internazionali del Movimiento para la Liberacion de los Pueblos (Mpl), un soggetto politico nuovo sorto da movimenti di base per lo più indigeni e contadini.

«Morales s’è messo contro la Cigic per evitare che questa potesse investigare alti funzionari pubblici dei tre poteri dello Stato. Secondo il Commissario Iván Velásquez Gómez, anche il presidente sarebbe vincolato a gravissimi casi di corruzione e impunità. Siamo preoccupati: i delinquenti vogliono difendersi, e la repressione tocca in particolare attivisti e difensori dei diritti umani».

SECONDO L’ULTIMO RAPPORTO di Front Line Defenders, nel 2018 in Guatemala sono stati uccisi 28 difensori dei diritti umani. «Sei erano membri del Codeca» dice Leiria Vay Garcia. «Lottare per la vita è un lavoro ad alto rischio. La risposta è la repessione totale: si parte con la diffamazione attraverso i mezzi di comunicazione, per stigmatizzare i difensori e lasciarli soli, ma quando la lotta continua i passi successivi sono la criminalizzazione e quindi la persecuzione e l’omicidio.

Nel 2018, Morales in un discorso pubblico ha minacciato il Codeca, e poco è stata assassinato il nostro dirigente Luis Marroquíncon, con nove colpi alle nove del mattino, in un luogo pubblico, da un presidente municipale. Nonostante i testimoni, il responsabile non è stato incarcerato. Sono almeno 2.735 gli attivisti finiti a processo, 200 in carcere. Solo due giudizi sono arrivati in giudizio, riconoscendo l’innocenza». Contadini e indigeni protestano contro il saccheggio delle risorse, avviato subito dopo gli Accordi di pace del 1996.

«Con l’espansione delle coltivazioni su larga scala, le famiglie non possono più lavorare per la propria sussistenza. Fenomeni come la concentrazione delle proprietà, e la privatizzazione, portano ogni anno decine di migliaia di persone all’estero, negli Usa e in Canada». È a partire da quest’analisi che il Codeca ha avviato nel 2012 un processo di formazione socio-politica nelle comunità, con l’obiettivo di arrivare a costituire un soggetto politico autonomo, che oggi ha preso forma nel Movimiento para la Liberacion de los Pueblos.

* Fonte: Luca Martinelli, IL MANIFESTO

 

photo: De Ollantay Itzamná – Trabajo propio, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75194114

C’è ancora chi ti domanda se in Cile ci siano problemi con la dittatura. In quel paese lontano geograficamente, nel tempo e nell’immaginario è tornato Nanni Moretti, ci chiedevamo perché proprio adesso che sembra così inattuale, non fosse per la sua consolidata democrazia, per avere avuto la prima donna presidente del latinoamerica, per essere oggi «la pantera» economica del continente. Nanni Moretti fa del suo viaggio un attualissimo intervento politico, specchio dei nostri tempi, rivolto a raccontare attraverso la storia qualcosa che non deve ripetersi. Ne fa una materia pulsante di vita e, senza quasi dare indicazioni, mostra come sia fragile la democrazia se non la si difende. Ci fa vedere in prospettiva come eravamo rispetto a come siamo diventati, come indica la dicotomia del titolo (Santiago, Italia). Oltre che l’amicizia tra i popoli indica anche un’allerta.

Se del documentario il film utilizza tutti i materiali come le interviste, gli spezzoni delle cineteche, delle televisioni e degli archivi, perfino talvolta la voce fuori campo, del cinema possiede la capacità di creare un’aspettativa crescente, di rendere emblematici i suoi personaggi, espanderne le parole nell’immaginazione, avanzare a colpi di scena, fare intravedere i fantasmi della Storia.

EPPURE quegli eventi si conoscono, tanti sono stati i film, molti li hanno vissuti: evidentemente non abbastanza se l’occidente intero flirta oggi con la destra, che non cambia mai. Non cambia soprattutto neanche in Cile, dove non solo i militari sotto processo si professano innocenti esecutori di ordini, ma strati della popolazione si dichiarano ancora di parte senza alcun dubbio.
Con un perfetto bilanciamento di materiali, anzi di etica cinematografica, la parola è data ai tanti militanti che vissero la stagione della dittatura, ben inquadrati e illuminati come veri protagonisti della storia, testimoni di episodi cruciali a cominciare dall’euforia del periodo di presidenza di Allende («era un paese innamorato») che Patricio Guzmán riprende nel suo film El Primer Año. Chi sono quegli imprenditori, operai, avvocate, giornaliste, educatrici, diplomatici che di fronte alla cinepresa raccontano in italiano i loro ricordi dell’11 settembre del ’73? Ognuno di loro ha una storia interessante, alcuni si riconoscono, altri la sveleranno nel momento chiave del racconto.

Nel film l’ultimo discorso del presidente assume un valore di testamento: «Non ho la vocazione del martire, voglio compiere una funzione sociale e non farò un passo indietro». Che sia stato assassinato non lo ha sostenuto solo Miguel Littin, quello di Allende è stato il più spettacolare assassinio in diretta della storia.

INIZIALMENTE, come prologo di una tragedia ecco le conquiste del primo paese socialista al mondo democraticamente eletto, con le politiche di alfabetizzazione, scuola gratuita e latte per i bambini, nazionalizzazione del rame e la brusca reazione della destra che riesce a bloccare il paese, dal commercio con il mercato nero, al fiancheggiamento della stampa fino alla potente macchina da guerra della Cia.

Mentre si susseguono le testimonianze, si sente per la prima volta l’intervento del regista con una sua domanda che fa ammutolire di commozione l’intervistato, un imprenditore a cui chiede «come guardi i tuoi anni di militanza?», e il silenzio che indica un grande conflitto interiore è rotto dalla considerazione inaspettata: «Non mi sono mai posto questa domanda» e sarà il primo indizio di una chiamata a raccolta.

POI ARRIVANO i racconti della rapidità del golpe, dello stadio dove sono ammucchiati i prigionieri politici (tra cui Guzmán e Paolo Hutter di Lotta Continua, Antonio Arevalo allora giovanissimo poi diventato l’addetto culturale del Cile), di Villa Grimaldi. La voce di Nanni Moretti prima appena accennata nelle interviste, si torna a sentire nell’incontro con un militare convinto di aver salvato il paese («il paese era sull’orlo della guerra civile e del resto Allende era stato eletto solo con il 36% dei voti»). E comparirà sullo schermo inaspettatamente in una dura scena girata in carcere a sovrastare un altro militare condannato che si proclama innocente e minimizza («in Argentina sono morti in 30mila, in Cile solo in 3mila»).

L’AMBASCIATA italiana a Santiago diventa il momento chiave del film, là dove molti dei personaggi intervistati trovarono rifugio scavalcando il muro di cinta (su questo eroico episodio Daniela Preziosi, Tommaso D’Elia, Ugo Adilardi realizzarono nel 2006 il documentario Calle Miguel Claro 1359), con racconti che nel passare del tempo ha assunto anche toni divertiti a dispetto dell’azzardo, del pericolo: l’Italia che non ha mai riconosciuto la giunta, aveva in sede i diplomatici De Masi e Toscano che decisero di accogliere a centinaia giovani, donne, intere famiglie di militanti, (e i bambini giocavano nel giardino a «el esiliado y el policia»), poi forniti di salvacondotto per l’Italia dove sono stati accolti con solidarietà per anni, la valigia sempre pronta per tornare. Immagine di un’Italia sparita.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

Ma il generale Mauricio Rodriguez Sanchez, responsabile della tecnica militare nota come «tierra arrasada», è assolto. Una sentenza choc riapre le ferite della comunità Maya Ixil

CITTÀ DELGUATEMALA. Tierra arrasada significa terra bruciata. Succede, con gli incendi, di vederne gli effetti sulla vegetazione: un grande rogo, poi il grigio della cenere nell’aria e ovunque. Non resta nulla, e presto anche la memoria dimentica quel che era prima. Qualcuno dice che il fuoco agevoli la fauna, le permetta di rigenerarsi più forte e rigogliosa. Qualcuno dice che il fuoco è solo un modo efficace per fare pulizia. Terra bruciata, in realtà, non è solo un incendio: è un binomio dal significato intrinseco, un concetto simbolico, una dichiarazione di intenti.

TERRA BRUCIATA è una tecnica militare. In Guatemala, il generale Rios Montt parafrasò l’espressione con «togliere l’acqua al pesce». Nel contesto di un conflitto interno che durava da oltre 20 anni, significava annichilire qualsiasi tipo di appoggio logistico e ideologico alla guerriglia, al fine di isolarla dalla base sociale a cui si rivolgeva. Vari furono gli esiti, fra i più conosciuti vi sono il campo di sterminio clandestino Creompaz o il caso di violenza sessuale Zepur Zarco.

Oppure quello del 6 dicembre 1982, quando con la giustificazione di voler recuperare 22 fucili sequestrati dai ribelli, 58 militari travestiti da guerriglieri entrarono nella comunità Dos Erres, Petén, Guatemala settentrionale. Gli uomini vennero rinchiusi nella scuola, le donne e i bambini nelle due chiese. I primi furono bendati, torturati e fucilati, mentre alle donne e ai bambini andò anche peggio: violate e seviziate sessualmente fino al giorno dopo, furono infine assassinate. I corpi vennero gettati nel pozzo, poi ricoperto da terra. Soltanto nel giugno del 1994 vennero rinvenute le ossa di 178 persone: la maggior parte erano bambini sotto i 12 anni.

ALL’EPOCA DI RIOS MONTT, al potere fra il 1982 e 1983, terra bruciata significava eliminare la guerriglia e le comunità indigene sospettate di appoggiarle, il cosiddetto nemico interno. Pulizia etnica, sociale e politica, affinché non rimanesse più alcuna traccia, nemmeno nella memoria. In quel biennio, l’esercito guatemalteco uccise 10 mila persone e firmò 669 massacri, di cui quasi la metà ai danni della popolazione civile indigena Maya Ixil. 448 comunità vennero «cancellate»: non fu nessun incendio, furono i fucili; poi, tierra arrasada, il fuoco e la cenere.

Il 10 maggio 2013, a 17 anni dalla firma degli accordi di pace, il Tribunal A de Mayor Riesgo riconobbe José Efrain Ríos Montt responsabile del massacro di 1771 persone e colpevole di genocidio contro la popolazione Maya Ixil, condannandolo a 50 anni di prigione, a cui venivano sommati 30 anni per crimini contro l’umanità. 80 anni di carcere, il riconoscimento del genocidio e l’inizio di un processo di giustizia transizionale. La memoria storica sembrava riprendere piede anche nelle aule dei tribunali, mentre ai famigliari dei desaparecidos e delle vittime, o a chi era stato costretto all’esilio nelle montagne del Chiapas messicano, si palesava l’opzione di credere in un nuovo binomio: verità e giustizia. Ma, si trattava di una memoria breve in una democrazia fragile, e così, soltanto 10 giorni più tardi, la Corte costituzionale annullava la sentenza e posponeva la riapertura del processo a data da definire.

UNA STRATEGIA BEN NOTA in Guatemala, che nel giorno di Pasqua del 2018, lo scorso primo di aprile, permetteva al genocida di morire impune, a 91 anni e senza mai aver pagato per le sue terribili colpe.
Il 26 settembre 2018, a 22 anni dagli Accordi di Pace, parte di quel che resta del popolo Maya Ixil presenzia silenziosamente a Città del Guatemala: nella piazza dei Diritti Umani, le autorità ancestrali indigene officiano una cerimonia in memoria delle vittime del genocidio. Per terra alcune candele, tanti fiori e una grande scritta in petali rossi: «Giustizia». Altre centinaia di persone aspettano di poter entrare nell’aula, dove alle 18.30 ora locale verrà emessa la sentenza.

Al banco degli imputati siede Mauricio Rodriguez Sanchez, capo dell’intelligence militare di Rios Montt: il cervello che plasma il concetto, la mente che muove la mano, l’artefice della tierra arrasada. Accusato 5 anni fa insieme a Rios Montt per il genocidio della popolazione Maya Ixil, per crimini contro l’umanità e per il massacro di 1771 persone, ottenne di essere giudicato in un processo separato rispetto al capo di Stato e venne poi assolto per mancanza di prove che lo relazionassero ad azioni di sterminio di un determinato gruppo etnico. Ma il 13 ottobre 2017, il suo caso si è di nuovo aperto e ogni venerdì si sono raccolte perizie e si sono ascoltate testimonianze.

OGNI VENERDÌ, Mauricio Rodriguez Sanchez si è seduto al banco degli imputati, mentre una delegazione di sopravvissuti al genocidio, organizzati nell’Associazione per la giustizia e la riconciliazione (AJR), ha affrontato oltre 10 ore di viaggio per recarsi dalla regione del Quiché, Guatemala centro-settentrionale, alla capitale. Seduti dall’altra parte e fra il pubblico, hanno raccontato quel che hanno visto e vissuto, le torture e i massacri. Quello a cui sono sopravvissuti. La memoria. In quasi un anno di udienze regolari, il Tribunal B de Mayor Riesgo ha ascoltato circa 141 testimoni, accompagnati da 66 perizie di antropologia forense.

Giovedì scorso ha emesso il verdetto: ci fu genocidio, ma Mauricio Rodriguez Sanchez è innocente. È una sentenza contraddittoria, emessa per maggioranza (due giudici a favore, una contraria), che sembra volersi scrollare di dosso la portata storica che grava sulle sue spalle. Una sentenza che spacca a metà quel binomio a cui i popoli avevano cominciato a credere: verità, ma nessuna giustizia.

LA QUESTIONE DEL GENOCIDIO, da anni divide la società civile: i muri delle città, i cori delle manifestazioni di piazza, i popoli originari, le organizzazioni dei famigliari delle vittime e degli scomparsi, le forze democratiche e la sinistra ripetono a gran voce che in Guatemala ci fu un genocidio. Affermano che quella della terra bruciata è una politica che dimostra la volontà di fare pulizia etnica, politica e sociale. Di sterminare. Dall’altra parte, a negare il genocidio è l’estrema destra, l’esercito, l’associazione dei veterani militari, il generale Otto Perez Molina – presidente del Guatemala fra il 2012 e il 2015 – le lobby economiche e la Fondazione contro il terrorismo, il cui stesso nome è contraddittorio. È Mauricio Rodriguez Sanchez, a dichiararsi innocente.

L’argomento di forza è che in Guatemala ci fu un conflitto fra due fazioni opposte, non un genocidio. Anche se la stessa Commissione per il chiarimento storico delle Nazioni unite indica che fra gli oltre 200 mila morti e desaparecidos, l’83,3% era di etnia indigena e il 93% dei casi di violenza fu di responsabilità dello Stato.

Una verità senza giustizia, la sentenza che assolve Mauricio Rodriguez Sanchez dai massacri perpetrati dal suo esercito. Come se il capo dell’intelligence militare non fosse stato a conoscenza delle azioni dei suoi soldati, come se non avesse dato gli ordini. Come se fu un genocidio non premeditato, frutto della sfortuna e del caso. Di opinioni divergenti. Come se fosse arrivato il momento di dimenticare le colpe e gli assassini, i morti e gli sconfitti. La democrazia.

TERRA BRUCIATA. Succede ancora. Succede ogni giorno nel Guatemala paradiso dell’impunità che lascia a piede libero persone responsabili di genocidio e crimini contro l’umanità.

Succede ovunque nell’industria dell’estrattivismo, come quando lo scorso 4 di settembre la Corte Costituzionale restituisce la licenza di lavorare all’impresa canadese Tahoe Resources, la terza miniera d’argento più grande al mondo, sospesa a processo per inquinamento e per aver negato l’esistenza della popolazione indigena Xinca. Succede ancora quando 56 ragazze adolescenti vengono lasciate bruciare vive nell’Hogar Seguro Virgen de la Asunción, l’8 marzo 2017. Succede ancora: terra bruciata, fuoco e cenere; le ombre di un genocidio silenzioso.

* Fonte: Tullio Togni, IL MANIFESTO

photo: Ex General Efrain Rios Montt,  By Elena Hermosa / Trocaire (https://www.flickr.com/photos/trocaire/9266597633/) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Poi il clima si sarebbe rapidamente teso fra Allende e l’alleato obbligato alle Camere, la Democrazia cristiana di Frei, fra socialisti e comunisti (questi ultimi più inclini al compromesso), fra socialisti e Mir, incline invece a una radicalizzazione. La crisi del rame; l’inflazione galoppante, il relativo isolamento mondiale permisero all’esercito, appoggiato dalle grandi compagnie americane espropriate, di preparare il colpo di stato dell’11 settembre1973. Salvador Allende si difese armi alla mano nel Palazzo della Moneda, e lì mori mitragliato dagli uomini di Pinochet. I materiali di questo e altri servizi sono stati pubblicati in proprio in un volume del manifesto: Sul Cile.

Questa intervista, preziosa, è raccolta nel volume Le interviste del manifesto 1971-1981

Se vincono i militari non sarà un cambio della guardia a Palazzo. Sarà il massacro

18 ottobre 1971, Santiago del Cile

Il Cile sembra in attesa, prudente come un gatto, ma niente affatto addormentato: se si chiede a chiunque – e si può chiederlo a chiunque, dall’intellettuale all’operaio al tassista alla commessa, perché sono «politicizzati» tutti – nessuno risponderà categoricamente. Ma non perché il cileno sia, come si ama dire per natura «istituzionale» e quindi tranquillo; ma perché sa, e non lo nasconde, che la situazione è instabile.Salvo qualche svolazzo nei comizi, il parlar politico a Santiago non ha nulla del cliché latino-americano: poca retorica, uso moderato degli aggettivi, inclinazione marcata a vedere il pro e il contro e a non mettere eccessive ipoteche sul futuro.

Il personaggio più categorico che ho incontrato è il cileno per eccellenza, il presidente Salvador Allende Gossens; il quale, come tutti i suoi compatrioti, misura le parole ma oggi più d’un anno fa (al tempo, per intenderci, della conversazione con Regis Debray [pubblicata in volume da Feltrinelli, ndr]) è perentorio nelle intenzioni e previsioni, perché deve perentoriamente giocare le sue carte, e in fretta.

Ho parlato a lungo con Allende durante una colazione al palazzo presidenziale. Era offerta a Paul Sweezy, Michel Gutelman e me, invitati dalle due università di Santiago a un seminario sulle «società di transizione».

Questa nostra presenza aveva così sovranamente irritato i comunisti, che questi avevano disertato i lavori del seminario e ci avevano mosso un attacco di straordinaria volgarità sul loro foglio non ufficiale – una sorta di Paese sera che si adorna del nome, di pretta ispirazione nazionalistica, di Puro Chile – definendoci «gringos ignorantes», rinnegati «pekinistas» e simili. L’invito del presidente, che pure ha solidi legami con il Partito comunista cileno, voleva dunque essere una lezione di stile: non ignorava infatti che nessuno di noi, per essere invitato del governo, aveva lesinato i suoi dubbi o contraffatto le sue posizioni.

Pochi minuti dopo che eravamo seduti accanto a tavola, mi chiedeva con un sorriso «C’è qualcosa che la persuade, compagna, in questo paese?». «È importante quel che lei sta tentando signor presidente (e mi blocca subito. «Non signor presidente, compagno. Sono un compagno, come lei»). Ma di qui al socialismo la strada mi pare ancora lunga». Non è una risposta che lo entusiasma, però acconsente: «Sì, è una strada difficile».

Ma non è un terreno su cui gli interessa restare: gli importa che capiamo come si muove, quel che vuole, soprattutto la dimensione delle difficoltà che incontra e sulle quali non stende veli ottimistici.

Appena entrato nella sala dove lo attendevamo, nel modesto palazzo presidenziale, Allende, piccolo, più rotondo e acceso in volto che non sembri dalle fotografie, palesemente affaticato ma con piglio sicuro ci aveva abbordato direttamente: «Vi ringrazio di essere venuti, siete dei formatori dell’opinione nei vostri paesi, è per noi di grande importanza che sappiate e diciate che cosa è il Cile oggi».

E dopo poche civetterie («io sono un medico, faccio il politico per forza») il discorso fila subito al sodo.

E parte dalle difficoltà presenti. Anche di ordine internazionale? «Anche, mi risponde. Abbiamo quattromila chilometri di frontiera, nessuno li può difendere. Ci siamo trovati qui in fondo al continente, soli. E diamo fastidio a molti».

Il riferimento al Brasile, nome non pronunciato, è evidente, come dovunque in America latina: forte, violento ed espansionista, ha diretto il colpo di stato in Bolivia, togliendo ad Allende un possibile polo di alleanza. «Non penso a un attacco militare. Ma è essenziale per noi non essere isolati. È stato Lanusse, il presidente argentino, ad aprirmi le porte dei paesi del patto andino. Certo – e mi dà un’occhiata, giacché non ignora quel che ne pensano gli esiliati politici argentini in Cile – anche lui ha avuto il suo interesse in questa operazione. Ma per il momento il maggior vantaggio lo abbiamo avuto noi».

Ed ha ragione: concordando una linea con Lanusse s’è rafforzato di fronte agli Stati uniti e ha tolto un possibile retroterra alla destra cilena, che non aveva fatto mistero di contare sui militari dell’immenso vicino, steso dorso a dorso sul Cile lungo la cresta della Cordigliera. «Ora possiamo dirci sicuri nel Cono Sud, anche se il colpo di stato in Bolivia è un fatto grave». Grave, ma finisce perfino col giocare in favore di Allende: il colonnello Banzer rispolverando imprudentemente l’antica rivendicazione boliviana di uno sbocco sul mare a spese del Cile, rifà di colpo l’unità dell’esercito – che resta il punto più incerto nel disegno allendista – attorno al presidente.

Ma gli americani? Come valuta Allende le dichiarazioni di Rogers dopo il rifiuto dell’indennizzo alle miniere nazionalizzate, un gesto di dispetto o una minaccia reale?

«Una minaccia reale – afferma –. Molto più seria di quanto nessuno, qui e altrove, sembri rendersi conto».

E ribadisce la sua argomentazione, già espressa nella secca risposta al Dipartimento di stato: gli Stati uniti non si rassegnano che un paese rivoglia le ricchezze che gli sono state rapinate, (tanto più che questo gesto cileno costituisce un pericoloso precedente) e scaricano il ricatto su tutta l’America latina. Ma, differentemente da quanto afferma il settimanale Newsweek e, appena più ipocritamente, il grande giornale di Santiago nemico di Allende, il Mercurio, il governo di Unità popolare non solo non punta alla rottura, ma si muove con estrema prudenza, puntando a fondo solo dove, come nel caso delle miniere, il diritto è innegabilmente dalla parte sua.

Tutta l’operazione del conteggio sugli indennizzi all’Anaconda e alla Kennecott, che doveva arrivare al clamoroso: «Non solo non vi dobbiamo niente, ma siete voi che ci dovete ancora circa quattrocento milioni di dollari», è stata condotta senza fragore, con il minimo di ricorso agli slogan e un massimo di copertura da parte di esperti internazionali.

«Gli Stati uniti possono danneggiarci molto. Tutti i pezzi di ricambio per l’industria del rame vengono dagli Stati uniti. E così i reattivi. Possono bloccarci la produzione da un giorno all’altro».

Andrà così? «Speriamo di no. Abbiamo bisogno per questo dell’appoggio internazionale».

Quali sono, domando, le difficoltà più gravi a breve scadenza?

Anche qui una risposta senza perifrasi: «Approvvigionamento e divise». Il Cile ha bisogno di importare, da sempre, alimentari e oggetti di consumo: aumentati i salari per un valore reale che è calcolato a circa il 40%, ne è seguita una crescita della domanda dei beni di consumo. E questi devono venir dall’estero: quasi trecento milioni di dollari quest’anno, di più l’anno prossimo. Poi occorre pagare una quota di 360 milioni di dollari l’anno per coprire il debito estero, paurosamente aumentato con la nazionalizzazione delle miniere. E non è un mistero che le riserve si stanno facendo esigue, sono ormai non più di 100 milioni di dollari.

«Dovete proprio pagare?». Il presidente mi guarda di sbieco: «Il Cile terrà fede. Pagheremo».Sono le grandi banche mondiali, ed è un guaio farsele nemiche. L’una voce e l’altra si portano via praticamente il gettito di quella sola fonte di divise che è il rame. «Abbiamo bisogno di crediti», spiega Allende, e non finge di averli trovati. «In questo campo tutto è aperto. Aperto il problema con i paesi socialisti, stiamo trattando, niente è concluso, tutto è in discussione».

C’è l’ Europa, ma è lontana e, come saprò poi, la Fiat che pareva interessata a una facilitazione di rapporti per una grossa installazione in Cile, si è improvvisamente coperta da mille garanzie governative. C’è la Germania. C’è il Giappone con tutti quei milioni e milioni di dollari imbarcati quest’estate: dovrà pure metterli da qualche parte. E infatti, s’è affacciato anche il Giappone.

Ma è chiaro che nessun paese oggi, di fronte all’irritazione americana – e forse all’ incertezza sul destino interno di Allende – ha finora puntato a una forte concessione di crediti al Cile, la cui riconversione industriale non sarà cosa di pochi giorni e dove la riforma agraria costerà, per un pezzo, più che non renda.

La cautela sovietica, poi, è manifesta. Che questo sia il problema numero uno, Allende non lo nasconde; così come la certezza, se risolve questo, di regolare tutto il resto. Con la destra e con la sinistra.

A destra, è arrivato ormai ai ferri corti con la Democrazia cristiana. «Sono tutti contro, tutti coalizzati». «Tomic, inizialmente, però, si comportò diversamente?». «Sì, ma oggi sono tutti dall’altra parte»; lo dice con rabbia, amarezza, con un mezzo sorriso, che sottintende i limiti dell’opposizione di destra.

«L’esercito, però, per il momento è neutralizzato». L’esercito cileno, mi spiega come tutti in questo paese, non è il tradizionale strumento del golpismo; è espressione d’un ceto medio fortemente istituzionale. Tuttavia, differentemente da altri, il compagno presidente non sembra cullarsi in troppe illusioni; dosa gli aggettivi, e si contenta per ora, d’una «neutralità». Per questo gli è essenziale una politica di acquisti all’estero, che non gli alieni, attraverso una restrizione dei consumi, il ceto medio e non fornisca una base di massa ai nervosismi d’una destra assai più ramificata che non sia il partito di Alessandri.

Tanto più che uno scontro si avvicina sulla famosa legge che delimita le aree di intervento statale. Allende s’è precipitato a nazionalizzare le industrie, rapidamente, prima che il grosso dei capitali fugga; ma è ovvio che sotto la grandine, nessun privato – salvo la piccola e media impresa, coperte – investa più niente, e la Democrazia cristiana cerchi di delimitare – forte della minoranza relativa di Unità popolare alle camere – fin dove il governo possa andare nell’esproprio. Ha quindi proposto di elencare le aree di possibile intervento statale, quelle di intervento misto, quelle lasciate ai privati. Allende mi spiega il meccanismo, e afferma che, se non si va a un accordo, bloccherà la legge, con un veto presidenziale, se passerà alla Camera e che presenterà una legge propria attraverso un plebiscito. A questo si tratta di arrivare riducendo al minimo il margine di consenso di massa dell’avversario. E l’avversario lo sa.

La partita si gioca a tempi stretti, e la preoccupazione di Allende è evidente; mentre mi parla, a voce bassa e frasi brevi – la tavolata è troppo grande per non dividersi in una serie di colloqui a due, ciascuno col vicino – Allende mangia pochissimo e non sembra incline a diplomatizzare niente. «Come ha trovato lo spirito della gente?», mi domanda. Rispondo che il paese sembra, apparentemente, privo di tensione: la passione più grande sta nella giovane leva chiamata al governo, e poi nel Mir. Una partecipazione di folla, di base non si vede. «Le masse possiamo mobilitarle quando vogliamo». «Ma non è importante che si mobilitino da sé? Se la situazione è difficile, non sarebbe bene che le masse avessero i propri strumenti di intervento?». Qui Allende non mi segue, anche se un momento dopo gli balenerà un sorriso dietro gli occhiali, ricordando che «la compagna è «ultraizquierdista».

«Le masse debbono mobilitarle e organizzarle i partiti; è affar loro. Ci sono i partiti, i sindacati. Come ha trovato il partito socialista?». A me è parso interessante, come una spugna che assorbe forze diverse, meno chiuso del partito comunista e più capace di riflettere le spinte contrastanti di una base politica investita da una situazione nuova; Allende lo trova poco organizzato, e con ragione.

Mi dice che non ha tempo di occuparsene, anche se partecipa a una riunione di partito ogni mercoledì e venerdì. Ma è chiaro che altro lo preoccupa proprio perché esce dal suo orizzonte politico – e cioè l’abbozzarsi di una presenza di massa, o di classe, quale sta sollecitando il Mir con le occupazioni contadine, che non sta alle regole del gioco politico – istituzionale.

Queste masse, questo Mir che possono sfuggire a un ritmo concordato, vanno – anche se non lo dice a tutte lettere – «neutralizzati» o almeno «canalizzati» anch’essi. E non a caso mi assicura che i suoi rapporti col Mir sono, sul piano personale, ottimi: sua figlia, Laura, che è medico – mi spiega – ha un figlio che è un quadro del Mir e ce li ha sempre, lui e i suoi compagni, per casa. In Cile, questi legami contano.

Poco dopo però quando, terminata la colazione, io, un po’ imbarazzata di avere monopolizzato il presidente, cercherò di allontanarmi e lasciarlo agli altri, l’accento cambia. Il discorso è caduto sul processo che proprio Allende ha intentato qualche giorno prima a un suo nipote mirista – «Capite, che sia mio nipote non conta!» – il quale sul foglio del Mir, il Rebelde ha detto qualche parola di più contro l’esercito.

Il presidente si accende: «Non si gioca col fuoco. Non tollererò provocazioni irresponsabili. Se qualcuno crede che in Cile un colpo di stato dell’esercito si svolgerebbe come in altri paesi latino-americani, con un semplice cambio della guardia qui alla Moneda, si sbaglia di grosso. Qui, se l’esercito esce dalla legalità è la guerra civile. È l’Indonesia. Credete che gli operai si lasceranno togliere le industrie? E i contadini le terre? Ci saranno centomila morti, sarà un bagno di sangue. Non tollererò che si giochi con questo».

Lo pensa davvero; ma, ancora una volta, come per il rapporto con le masse, vede la sola garanzia nei tempi che egli stesso dà all’operazione, nel suo stile di «violenza legalitaria», unito a una rara abilità di scompaginare il fronte nemico. Ogni iniziativa di classe più diretta, più elementare, rischia di far precipitare negativamente gli equilibri.

Dubito che il nipote, el sobrino, vada in galera; ma le bacchettate sulle dita al Mir sono ormai di rigore. E così, quando occorre, un richiamo all’ordine degli operai. Mentre stiamo per congedarci, in capo a due ore e mezza, Allende racconta che sta per partire al nord, verso l’immensa miniera di rame di Chuquicamata, i cui operai hanno chiesto un clamoroso aumento di stipendio, dal 50 al 70% in più. «Non si può. Glielo vado a dire. E perché devono fare uno sciopero? Contro chi sono in guerra? Sono loro, ormai, i padroni della miniera». «Non sono loro i padroni, compagno presidente. È lo stato ». Il dottor Allende mi fulmina come un malato recalcitrante. «Il popolo è il padrone». «Beh, compagno presidente…». «Lo è. Lo sarà!».

Un momento dopo, già congedati, mi richiama. «So che domani va a Concepción. Ne sono contento. È importante che veda Concepción. Vorrei che parlassimo dopo, con calma». Il fatto è che a Concepción l’invito viene dall’università «mirista», ed è là che il Mir ha organizzato soprattutto la presa delle terre.

Allende, che già mi ha fatto trasecolare dimostrandosi informato di quel che è il manifesto, crede nelle virtù del dibattito, vuole convincere, difendere il «suo» Cile, la sua linea, conquistare tutti, «ultraizquierdisti» compresi.

Ma il «dopo» non ci sarà e io non rivedrò più il dottor Allende.

Fra il ritorno da Concepción e la mia partenza non c’è che un giorno; e la sera prima è scoppiato uno scandalo clamoroso. La destra agraria ha pensato, imprudentemente, di denunciare lo «statalismo» del governo, che minerebbe i valori della proprietà e dell’iniziativa contadina, in occasione dell’apertura della Fiera agricola latino-americana, in presenza di ministri e ambasciatori.

Allende, che doveva presenziare, riesce a vedere solo un’ora prima il discorso di Benjamin Matte, una sorta di Bonomi locale che si credeva, forse, coperto dall’essere presidente dell’istituto per i rapporti con Cuba.

Inferocito, il presidente non solo non andrà a inaugurare la Fiera, ma ingiungerà a Matte di leggere, prima del suo discorso, una lettera di lui, Allende, in cui gli dà senza mezzi termini dell’irresponsabile. La Fiera si apre in un clima indicibile, con la gente che applaude freneticamente la lettera di Allende, il Matte che tenta di parlare in mezzo a fischi e grida di «momio, maricon!» («Mummia, finocchio»), ambasciatori e ministri che se la squagliano, paesi amici che chiudono precipitosamente i padiglioni.

L’indomani sensazione nei giornali, consiglio dei ministri, burrasca violenta con la democrazia cristiana. Impossibile vedere il presidente, e si capisce.

Ma anche questo episodio completa il ritratto dell’uomo: è forse, anzi, il terreno su cui è più forte, imbattibile. La ragione per cui amici e nemici, a destra e sinistra lo rispettano. Parlano di lui, «el Chicho», con un misto di affezione e dispetto. Ne elencano i difetti, ma con riserva.

Si può essere, come il Mir, su posizioni radicalmente diverse – ma nessuno gli nega una determinazione da uomo politico di grande statura; un vecchio socialista che, differentemente dal costume dei socialisti e dei presidenti, in America latina e altrove, non andrà a compromessi.

Il dottor Allende ha tentato tre volte di andare al governo per portare a termine il suo esperimento; ora non lo mercanteggerà con nessuno. Resta da vedere la stabilità interna del suo progetto: se è destinato a durare, o a precipitare verso una sconfitta o verso quella rivoluzione che Allende crede di aver già fatto.

* Fonte: Rossana Rossanda , IL MANIFESTO

Che succede se un teenager curioso dei giorni nostri va a cercare le canzoni di Victor Jara su una delle tante piattaforme digitali in circolazione? Intanto trova la sua rotonda faccia sorridente, i tratti addolciti da indio Mapuche (da parte di madre) incorniciata di capelli ricci neri come foto di riferimento e un vasto repertorio di album, brani e poesie- centinaia di sue composizioni. Il formato originale di quelle canzoni era il vinile, gli ellepì pubblicati tra il 1966 e il 1973 con piccole case discografiche locali e anche con Emi-Odeon e Warner ma i suoi assassini cercarono le matrici originali e in gran parte le distrussero. Dall’anno scorso la Fondazione Victor Jara, l’associazione fondata dalla moglie, la ballerina Joan Turner, ha ripubblicato i vinili rimasterizzati, con l’aiuto dei tanti appassionati sostenitori che hanno custodito copertine, dischi e note.

«Siamo in cinquemila/ in questo piccolo angolo di città/Noi siamo cinquemila/Mi chiedo quanti siamo in tutto, nelle città e nel paese intero/Solo qui/ci sono diecimila mani che piantano semi/ e fanno funzionare le fabbriche/Quanta umanità/in preda alla fame, al freddo, alla paura, (…) Che orrore provoca il volto del fascismo/portano a termine i loro piani con precisione chirurgica/ senza curarsi di nulla/Il sangue, per loro, sono medaglie/ Il massacro è atto di eroismo/È questo il mondo che hai creato, Dio mio?».

Sono gli ultimi versi scritti da Victor Jara, nel settembre 1973, imprigionato nello Estadio Chile, insieme a migliaia di persone, dopo il colpo di stato dei generali infedeli. Raccontano i testimoni oculari che cercò di tenere alto il morale dei compagni reclusi, mettendosi a cantare. Poi fu preso in disparte, torturato, le mani spezzate in modo che non potesse più suonare e assassinato con una scarica di mitragliatrice, il suo corpo accatastato con decine di altri all’obitorio. Nei giorni scorsi il giudice cileno Miguel Vasquez ha condannato i nove colpevoli della morte del cantautore e regista teatrale, militari oggi in pensione, otto dei quali condannati a 15 anni di carcere per omicidio, più tre anni per il reato di sequestro, e uno chiamato a scontare cinque anni per complicità.

Victor Jara, in piedi, con gli Inti Illimani

La sentenza è arrivata alla fine di un lungo procedimento che ha permesso di individuare le singole responsabilità dei militari, ma anche quelle dell’allora direttore delle prigioni Littre Quiroga Carvajal. Quarantacinque anni dopo, la voce di Victor Jara continua a farsi sentire coi suoi meravigliosi lavori e coi tantissimi omaggi degli amici musicisti, dai Calexico agli U2, e poi Bruce Springsteen, Daniele Sepe, Robert Wyatt, i Clash. Jara è un grande esempio per tutti i musicisti impegnati, per tutti quelli vogliono combattere per migliorare le condizioni dei più umili, dei poveri, degli ultimi, per quei popoli che cantano la libertà e lottano per raggiungerla. Da bambino Victor, nato da un’umile famiglia contadina che lavorava in un fondo agricolo del centro-sud, accompagnava la madre, Amanda Martinez, cantautrice della zona di Chillàn, un territorio che conservava una grande tradizione di canti e danze, nelle occasioni pubbliche: feste, matrimoni e funerali.

Sono gli anni del payador, il poeta rurale che canta in rima con l’aiuto di una chitarra, e delle ricerche di Violeta Parra. Amico di Pablo Neruda, profondamente coinvolto nell’ascesa politica di Salvador Allende e di Unidad Popular, Victor Jara è stato uno dei maggiori esponenti della Nueva Canción Cilena, quel filone popolare e antimperialista, un’espressione musicale e poetica che sosteneva i movimenti operai e le battaglie degli studenti universitari, facendo una lunga gavetta alla Peña de los Parra, un locale di Santiago dove si esibiva regolarmente e si confrontava col pubblico.

«La molla delle sue canzoni erano un’intensa identificazione con i cileni diseredati – scrive Joan Jara, la moglie – una profonda consapevolezza delle ingiustizie sociali e delle loro cause e una ferrea determinazione a denunciare tali ingiustizie». Una delle sue prime canzoni famose è Preguntas por Puerto Montt, «Benissimo, adesso farò delle domande/per tutti coloro rimasti soli/e per chi è morto senza sapere./È morto senza saper perché/gli crivellavano il petto/ mentre lottava per il diritto/a una terra dove vivere». Puerto Montt fu teatro di un’occupazione di terre, nel marzo del 1969, dove quattrocento contadini senzatetto occuparono un fangoso terreno incolto di proprietà di una delle famiglie latifondiste più potenti della zona. Il gesto eclatante di 91 famiglie poverissime doveva servire a richiamare l’attenzione delle autorità. La risposta, invece, fu il massacro ordinato dal ministro degli interni Pérez Zujovich, che lasciò sul campo sessanta feriti e dieci morti, oltre a un bimbo di 7 mesi che rimase soffocato dalle bombe lacrimogene. Altre sue canzoni molto note, Luchin(dedicata a un bambino di una borgata) Manifiesto (una chitarra lavoratrice con profumo di primavera), Vientos del pueblo (la speranza contro l’infamia fascista), sono state portate in giro in tutto il mondo anche dagli Inti Illimani e dal gruppo Quilapayun.

Anche se probabilmente la più popolare è Te recuerdo Amanda, una storia d’amore tra due operai, rubando i minuti di pausa alla sirena della fabbrica, con un triste finale, Amanda perderà Miguel che andrà in montagna a unirsi ai gruppi di guerriglieri. «Io sono un lavoratore della chitarra, un cantante popolare – dichiarava Jara in un’intervista- Così spero che mi consideri il popolo cileno, perché quando canto, cerco di riflettere i suoi ideali, le sue gioie, le sue lotte. In ogni momento della mia vita sento sempre più profondamente che i dolori e le speranze di questo continente, colpito da secoli di sfruttamento, debbano finalmente arrivare a una meta, la libertà di tutti».

FONTE: Flaviano De Luca, IL MANIFESTO

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