Golpismo e dittature

L’11 settembre del 1973 il palazzo della Moneda a Santiago del Cile viene attaccato: i militari sono insorti per tentare un colpo di stato e rovesciare il governo socialista di Salvador Allende. Dentro al palazzo si asserragliano 70 uomini per proteggere la vita del presidente e le immagini di quelle ore vengono trasmesse in tutto il mondo: i carri armati invadono le strade di Santiago, lo Stadio nazionale viene trasformato in un vero e proprio campo di concentramento e i rifugiati si accalcano nei giardini delle ambasciate.

L’assalto è feroce e Allende si suicida con un colpo di pistola. I combattenti della Moneda vengono arrestati, torturati e uccisi e il Cile dà inizio ai più cupi dei suoi anni sotto il torchio della feroce dittatura militare guidata dal generale Augusto Pinochet.

Ma cosa succede quel giorno a chi è vicino al presidente? Cosa succede alla sua famiglia? Fuori dalla Moneda, c’è Inés, 26 anni, nipote prediletta del presidente. Quella ragazza si è trasformata oggi in un’elegante signora: si chiama Maria Inés Bussi.

Alta, slanciata, chignon biondo e grandi occhi blu, Inés si muove con un portamento fiero, mentre decide per la prima volta di raccontare la sua storia: «Quella mattina ero a casa con il mio compagno, che era un dirigente politico. Riceve una telefonata, si gira e mi dice: “La Marina si è sollevata a Valparaiso. Il golpe è cominciato”. Ed ecco, così è iniziato tutto».

Eri la nipote del presidente e il tuo compagno era un importante dirigente del Mir (Movimento della sinistra rivoluzionaria). Tu stessa aiutavi Miguel Enríquez – capo del Mir – e per tanti anni hai vissuto a casa di tuo zio, il presidente Allende. Sicuramente eri in cima alla lista di persone da sequestrare l’11 settembre. Cosa ricordi di quel giorno?

Quella mattina non sapevo cosa fare, come muovermi. Era ovvio che i militari sarebbero venuti a prendermi. Ricordo che quel giorno ho lasciato mia figlia dai miei genitori e mi sono nascosta a casa di una collega. Nel pomeriggio, probabilmente non capendo ancora la pericolosità della situazione in cui ci trovavamo, sono tornata a casa mia per controllare se i militari fossero passati. La porta d’ingresso era di pesante legno nero e aprendola ho sentito un rumore strano: come se fosse scattato un congegno. Mi sono fermata, ho richiuso la porta e sono scappata in giardino attraverso un passaggio nascosto. Da lì ho visto i militari che correvano verso casa mia con la mitraglietta in mano. L’avevo scampata per un soffio. Incurante del pericolo, sono andata subito a casa dei miei genitori per vedere mia figlia, ma appena entrata mio padre mi è corso incontro intimandomi di scappare. Il mio capo li aveva chiamati: i militari erano passati dal mio ufficio per sequestrarmi. La casa dei miei genitori non era più un luogo sicuro. Era solo l’inizio.

Come hai fatto a salvarti?

Il giorno dopo sono andata alle Nazioni unite, dove lavoravo, per cercare aiuto. Ma sotto all’ufficio c’era un camion che mi era familiare: era lo stesso che il giorno prima era appostato sotto casa mia. Un colpo di pistola è partito da quel furgone. Era finita. Mi avevano vista. L’unico pensiero che avevo in testa in quel momento era che non volevo morire così, davanti a loro, senza poter fare nulla. Ho mantenuto il sangue freddo e ho continuato a camminare. Sono riuscita a scappare: proprio in quel momento è passato un alto funzionario in auto che mi ha fatto salire e mi ha portata in salvo. Di nuovo, mi ero salvata per un pelo.

Da quel momento tutti i miei colleghi delle Nazioni unite si sono mobilitati per aiutarmi e hanno chiesto a una donna di nome Margarita, all’epoca amante di uno degli avvocati di Pinochet, di nascondermi nel suo appartamento. Nessuno l’avrebbe mai perquisito. Ricordo che dentro a quella casa avevo un solo divieto: non potevo aprire gli armadi. Un giorno ho disobbedito e li ho aperti, straripavano di tutto il cibo che non si trovava più in commercio. Sono stati giorni terribili, volevo scappare da quella casa ma non potevo fare nulla. Dopo qualche tempo si è scoperto che un collega francese aveva una moglie che mi somigliava molto. Così sono riuscita a entrare nell’ambasciata francese con il suo passaporto e due mesi dopo sono salita su un aereo diretto a Parigi. Di quei giorni ho un ricordo particolare, la madre di una mia collega ascoltando la figlia che le raccontava la mia storia, mi ha guardata e ha detto stupita: «Ma no, ci deve essere uno sbaglio. Guardala, ha gli occhi azzurri. Non può essere una comunista!».

Cancellavo la memoria, i volti e i nomi delle persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era farli catturare

Come sono stati i due mesi trascorsi nell’ambasciata francese?

Mi sentivo già prigioniera: anche se ero dentro a un’ambasciata ero sicura che mi avrebbero presa. I militari ovviamente non volevano rilasciare i documenti per far scappare la nipote di Allende. E così tutti i giorni in quei due mesi ho fatto un esercizio: cancellare la memoria. Mi sono sforzata di cancellare i volti e i nomi di tutte le persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era di far catturare qualcuno che conoscevo: volevo solo dimenticare tutti quelli che avevo conosciuto. Per fortuna dopo due mesi sono riuscita a salire con mia figlia su un aereo per Parigi. Sono potuta tornare in Cile solo dopo 13 anni, tre mesi e 18 giorni.

A Parigi qual era la situazione per un rifugiato?

Lì ero l’ultima dei poveri, non riuscivo a trovare un lavoro e venivo trattata come un’anomalia perché ero una donna sola con una figlia. Avevo i soldi solo per comprare uno yogurt al giorno. Non scorderò mai un episodio in particolare. Mi trovavo all’università per chiedere una borsa di studio e la segretaria mi ha risposto con sdegno: «Ma guardi com’è elegante, sembra una modella, non si vergogna a chiedere una borsa di studio?». Lei dallo sportello non poteva certo vedere che tenevo per mano mia figlia e io non avevo ancora il coraggio di risponderle che avevo una bambina, che venivo da un Paese in cui era avvenuto un colpo di stato e che i militari mi avevano sequestrato la casa e tutto ciò che possedevo. Pensa che in quegli anni in Cile per dare dell’idiota a qualcuno si diceva «Sei più stupido di un soldato senza macchina». Ogni volta che c’era una perquisizione o un sequestro i militari erano liberi di appropriarsi di tutto ciò che trovavano, comprese le automobili. Quindi era sostanzialmente impossibile per un soldato non possedere almeno un’auto.

Hai detto che a Parigi eri un’anomalia perché eri una giovane donna sola con una bambina. Il tuo compagno dov’era?

Il mio compagno non poteva stare con noi, era dovuto rimanere in Cile. Lo hanno ammazzato il 15 ottobre 1975. A quel tempo io avevo trovato lavoro in Messico e quella mattina stavo leggendo seduta a un tavolino quando un uomo mi ha messo davanti un giornale che titolava «Ucciso uno dei principali leader del Mir». Così ho scoperto che il mio compagno era morto. Erano 5 fratelli: 4 sono stati uccisi dalla dittatura.

Anche tu eri una militante?

Non ero una militante, sono sempre voluta rimanere indipendente. Però aiutavo Miguel Enríquez, il capo assoluto del Mir, assassinato un anno prima del mio compagno. Io avevo un compito particolare: ero la copilota di Miguel. Dato che ero alta, bionda e con gli occhi azzurri quando io e Miguel eravamo in macchina sembravamo una giovane coppia di piccoli borghesi. Nessuno ci fermava mai e questo ci ha salvato da moltissimi pericoli. Ai militari sembravamo gente linda, non avevamo l’aspetto dei comunisti feroci, non rispecchiavamo la loro idea caricaturale di come dovevano apparire le persone di sinistra. E così aiutavo Miguel che in quanto capo del Mir doveva andare a incontri clandestini e portare messaggi da una parte all’altra della città. Io ero la sua copertura.

Prima di convivere con il tuo compagno hai abitato per molti anni a casa del presidente Allende, come mai?

Da giovane studiavo sociologia all’università del Cile. Ero molto brava e così sono stata scelta per andare a studiare per un periodo a New York. Dato che ero la nipote del presidente mi hanno reso le cose difficili: mi hanno mandata a vivere con una famiglia nera del Bronx negli anni della segregazione razziale e degli scontri più feroci. Alla fine del mio soggiorno dall’università e dal governo hanno cercato di corrompermi in tutti i modi per farmi rimanere a studiare a New York, ma non ne ho voluto sapere e ho preso l’aereo per Santiago. All’aeroporto ad aspettarmi non ho trovato i miei genitori, ma mio zio Salvador e sua moglie: mi hanno chiesto di andare a vivere con loro. Evidentemente avevo superato delle prove difficili, era il loro modo per premiarmi.

Aveva moltissimo senso dell’humor. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa e quando lui tornava non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti

Come sono stati gli anni passati in quella casa?

È stato un periodo bellissimo: ne ho una grande nostalgia. All’inizio vivevo con gli zii e le tre cugine, poi loro tre si sono sposate e io sono rimasta «figlia unica», come diceva mio zio. Lui aveva moltissimo senso dell’humor, era una persona molto divertente nella vita di tutti i giorni. Era leggero di spirito. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa perché sapevo che erano curiosi di vedere la casa del presidente. E quando lui tornava e trovava la casa piena dei miei amici non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti. A volte, quando tornava, mi trovava a studiare nella sala da pranzo e ne era felicissimo. Mi diceva: «Inés, pensa che disgrazia per un padre quando un figlio non vuole studiare. A te invece studiare piace, eccome! E allora su, balliamo!». E mi prendeva la mano per ballare un tango, mi insegnava i passi e ridevamo. Era stupendo.

Quand’è stata l’ultima volta che hai visto tuo zio?

Il sabato prima del colpo di stato sono andata a trovarlo alla Moneda per chiedergli un’arma. Abitavo in un quartiere di destra e i vicini sapevano che ero la nipote del presidente, venivano da me per spaventarmi. Così ho chiesto un’arma a mio zio che mi ha guardata, ha sorriso e mi ha detto: «Perché non torni di nuovo a vivere con noi?». È stata la sua unica risposta. Era molto serio, cercava di ritrovare il sorriso, ma era triste. Me ne sono andata via sicura che mi stesse nascondendo qualcosa: sicuramente già sapeva che si stava organizzando il colpo di stato. E in effetti era nell’aria, si poteva respirare. Spero di essere riuscita a spiegarvi quale fosse la situazione in Cile in quegli anni. Questa è stata la prima volta che ho raccontato nel dettaglio quello che è successo in quei giorni, finora non ero mai riuscita a farlo. Anche se Gabriel mi diceva sempre di raccontarglielo, che avremmo dovuto scrivere questa storia.

Gabriel chi?

Gabriel García Márquez.

* Fonte: Elena Basso,  il manifesto

Con Stefano Delle Chiaie scompare l’ultimo «grande vecchio» del neofascismo italiano. Nato nel 1936 a Caserta, figlio di un partecipante alla «Marcia su Roma», ha attraversato tutta la stagione dell’eversione nera del dopoguerra. Attivo fin dai primi anni Cinquanta, si iscrisse all’Msi a soli 14 anni, fu più volte arrestato per apologia di fascismo e violenze. Ricordò lui stesso con orgoglio l’assalto nel marzo del 1955 alla sede del Partito comunista in via delle Botteghe Oscure.

Il suo nome è indissolubilmente legato alla storia di Avanguardia nazionale, la sua creatura, fondata nel 1960, non casualmente il 25 aprile, in una sede a Roma di reduci repubblichini. Il gruppo nacque per scissione da Ordine nuovo di Pino Rauti, accusato di pensare eccessivamente all’elaborazione teorica. Da qui il ricorso pieno allo squadrismo che caratterizzò più di ogni altra cosa Avanguardia nazionale (simbolo la runa dell’Odal, utilizzata da una divisione delle Waffen-SS). Fu anche costretta formalmente a sciogliersi nel 1965 per evitare le conseguenze delle innumerevoli denunce a carico dei suoi aderenti. Grande emozione, in questo contesto, suscitò il 27 aprile 1966 a Roma la morte dello studente socialista Paolo Rossi, precipitato da una scalinata a seguito dei durissimi scontri provocati dai picchiatori di Delle Chiaie davanti alla facoltà di Lettere.

IL LEGAME CON L’UFFICIO AFFARI RISERVATI

Soprannominato «Caccola» per via della sua bassa statura, Stefano Delle Chiaie partecipò al famoso convegno del maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi, promosso dal Sifar (il servizio segreto militare), in cui si posero le premesse della «strategia della tensione», mettendo Avanguardia nazionale al servizio dell’Ufficio affari riservati. Un legame organico che portò i suoi uomini a rendersi protagonisti di sistematiche provocazioni, tra le altre un vasto piano di infiltrazioni a sinistra per spingere gruppi e singoli ad azioni violente. In questo quadro An si interfacciò con le cellule venete di Ordine nuovo, lo stesso Delle Chiaie incontrò più volte Franco Freda, ricoprendo un ruolo centrale nelle vicende del 12 dicembre 1969. Fu, infatti, come raccontato da alcuni ex, un commando di Avanguardia nazionale a compiere i tre attentati a Roma (due all’Altare della Patria e uno alla Banca nazionale del lavoro) in contemporanea con la strage in piazza Fontana.

L’organizzazione, riformatasi alla luce del sole nel 1970, venne definitivamente sciolta per legge nel giugno del 1976 come ricostituzione del partito fascista.

CON JUNIO VALERIO BORGHESE E OLTRE

Filo-golpista e ammiratore del regime dei colonnelli in Grecia, Stefano Delle Chiaie si legò a Guérin Sérac, capo dell’Aginter Presse, una sorta di agenzia per i «lavori sporchi» collegata alla Cia, ma soprattutto al «Principe nero» Junio Valerio Borghese, con cui architettò il tentativo di colpo di Stato della notte del 7-8 dicembre 1970, con l’occupazione temporanea del ministero dell’Interno, prima del rompete le righe. Resosi latitante nel 1970 per sfuggire a un mandato di cattura nell’ambito delle indagini su piazza Fontana, Delle Chiaie, si pose, unitamente ad altri di Avanguardia nazionale, al servizio prima dei franchisti spagnoli, poi del regime cileno di Pinochet, infine dei generali golpisti boliviani. In quegli anni ebbe modo di farsi fotografare il 9 maggio 1976 a Montejurra, nella Navarra, nel corso dell’agguato armato, che causò due morti, nei confronti di un corteo promosso dai seguaci antifranchisti di Carlos Hugo, ma anche di organizzare il tentato omicidio di Bernardo Leighton (l’ex vicepresidente di Allende) e di sua moglie, il 6 ottobre 1975 a Roma. Purtroppo le prove arrivarono solo dopo il processo, tenutosi nel 1987, in cui Delle Chiaie fu assolto. In compenso nel luglio 1980 partecipò in Bolivia al cosiddetto «golpe della cocaina», portando al potere Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie) e di gruppi paramilitari che si occuparono di eliminare i piccoli narcotrafficanti per poter giungere al controllo totale del mercato.

L’AQUILA E IL CONDOR

Arrestato nel 1987 a Caracas, fu processato per la stragi di piazza Fontana e alla stazione di Bologna. Assolto in ambedue i processi, tentò nuovamente nei primi anni Novanta l’avventura politica con piccole formazioni come Alternativa nazional popolare, che raccolse i vecchi camerati di Avanguardia nazionale, senza alcun successo. Da tre anni aveva ricostituito il sodalizio, pur illegale, di Avanguardia nazionale, aprendo una sede anche a Roma. Nel 2012 aveva dato alle stampe la sua autobiografia L’aquila e il condor, piena di omissioni e fatti ricostruiti al limite della pura invenzione. Una sorta di contro-storia da tramandare alle nuove leve.

* Fonte: Saverio Ferrari,  il manifesto

Un piano di cooperazione tra i regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay – con l’assenso della Cia -, ideato dal generale cileno Augusto Pinochet e messo a punto dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, al fine di stroncare l’opposizione politica tramite azioni di spionaggio, sequestri, torture, assassinii. Questo è stato il Plan Condor, un coordinamento del terrore che i repressori hanno tentato a lungo di liquidare come l’invenzione di un gruppo di sovversivi.

Già attiva almeno dal 1974, la collaborazione tra le dittature militari viene sistematizzata nell’incontro tra i diversi servizi di intelligence svoltosi a Santiago il 25 novembre 1975, attraverso la decisione di creare un ufficio di coordinamento destinato a condividere informazioni su persone e organizzazioni «connesse direttamente o indirettamente al marxismo».

Con raccomandazioni anche puntuali, come quella di allertare tempestivamente i servizi segreti rispetto all’espulsione di un sovversivo o alla presenza di una persona sospetta. «L’organismo si chiamerà Condor», decidono all’unanimità i presenti.

Il tutto, naturalmente, con la benedizione della Cia statunitense: il 10 giugno 1976, al ministro degli Esteri argentino César Augusto Guzzetti che gli descriveva gli sforzi congiunti dei governi per combattere il «terrorismo», il segretario di Stato Usa Henry Kissinger risponde con una frase divenuta tristemente celebre: «Se ci sono cose che vanno fatte, fatele rapidamente. Ma dovete tornare al più presto a procedimenti normali».

E così le “cose” vengono fatte, benché senza molta fretta, stroncando la vita di studenti, giornalisti, intellettuali, docenti universitari, sindacalisti, operai, madri e padri in cerca dei figli scomparsi, familiari di presunti sovversivi.

La verità inizia a venire a galla nel 1992 con la scoperta, in una cittadina a 4 chilometri da Asunción, in Paraguay, di quattro tonnellate di documenti, denominati Archivio del Terrore, che registrano in 700mila pagine gli scambi tra gli organi repressivi latinoamericani negli anni ’70 e ’80. La giustizia, però, impiegherà ancora molto tempo ad arrivare.

* Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO

***

«Plan Condor, puniti i responsabili materiali del massacro»

America latina. Grande emozione ieri a Roma durante la conferenza stampa della Fondazione Basso a poche ore dalla condanna all’ergastolo di 24 imputati. Un lungo percorso cominciato 20 anni fa

Desaparecidos, ma non dalla coscienza del mondo. E mai come oggi presenti nel cuore di quanti hanno lottato perché fosse fatta giustizia.

All’indomani della storica sentenza del processo di appello sul Plan Condor, terminato con la condanna all’ergastolo di tutti i 24 imputati, c’è spazio solo per l’emozione. E a esprimerla sono in tanti durante la conferenza stampa promossa ieri dalla Fondazione Basso per commentare quella che i familiari delle vittime e tutti coloro che li hanno sostenuti – dalla Fondazione stessa all’Associazione 24Marzo passando per tutti gli avvocati di parte civile – hanno vissuto come una vittoria piena e completa.

Tra loro anche il viceministro della Giustizia boliviana Diego Ernesto Jiménez, presente in aula al momento della sentenza, e il sottosegretario alla presidenza dell’Uruguay Miguel Ángel Toma, anche lui in aula in rappresentanza di un governo che si è costituito parte civile e ha collaborato attivamente con la giustizia italiana consegnando prove decisive contro i tredici militari uruguaiani coinvolti.

A evidenziare la rilevanza storica del processo è stata in particolare l’avvocata di parte civile Alicia Mejía, leggendo le due sentenze di primo e di secondo grado: «La prima ha riconosciuto per la prima volta a livello giurisdizionale l’esistenza del Plan Condor come un’operazione finalizzata ad annientare la cosiddetta sovversione», condannando otto esponenti della catena di comando; «la seconda ha individuato le responsabilità personali di singoli soggetti nei casi di vittime concrete».

Le responsabilità, cioè, come ha spiegato un altro avvocato di parte civile, Arturo Salerni, di quelle figure cosiddette intermedie, colpevoli di «sub-operazioni di sterminio», a cui erano stati precedentemente addebitati solo i reati, ormai prescritti, di sequestro e tortura. È il riconoscimento – ha chiarito l’avvocato Giancarlo Maniga – che «le condotte differenziate che hanno concorso all’uccisione delle vittime sono tutte legate e unificate dall’evento finale».

Sin conclude così, almeno per ora, nella speranza di una conferma della sentenza in Cassazione, un lungo cammino iniziato nel 1999 da un’inchiesta del pm Giancarlo Capaldo partita dalle denunce di cinque donne italo-uruguaiane e una italo-argentina i cui parenti erano rimasti vittime del Plan Condor.

Tra loro l’italo-uruguaiana Aurora Meloni, che, ricordando quel giorno, oggi commenta: «Allora non immaginavamo che avremmo infine raggiunto il nostro obiettivo».

* Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO

Desaparecidos

America latina. In appello a Roma ribalta la sentenza: 24 ergastoli per i leader dei regimi militari latinoamericani sostenuti dalla Cia e da Nixon. I sequestri e le uccisioni, scrive la pm Tiziana Cugini, erano programmati per eliminare prove e come monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta

Finalmente una vittoria, per la voce delle vittime e il loro diritto alla verità, per il dovere della memoria e le sue ragioni. La prima Corte d’assise d’appello di Roma ha scritto una grande pagina di giustizia nel processo sul Plan Condor, il piano di cooperazione tra gli organi di repressione dei regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay.

Un processo istituito in Italia per far luce sull’uccisione e la sparizione, negli anni Settanta e Ottanta, di 43 cittadini, di cui 23 di nazionalità italiana, tra cui anche Juan José Montiglio, socialista di origini piemontesi che era stato membro della scorta del presidente cileno Allende ucciso durante il golpe di Pinochet.

In tutto sei italo-argentini, quattro italo-cileni, tredici italo-uruguaiani e venti uruguaiani, tutti vittime del coordinamento del terrore ideato dal generale cileno Augusto Pinochet – e organizzato dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, con il coinvolgimento dei servizi di intelligence degli Stati uniti e della presidenza Nixon – al fine di annientare gli oppositori politici attraverso azioni di spionaggio, sequestri, torture e assassinii.

I giudici hanno inflitto 24 ergastoli, ribaltando così la contestata sentenza del processo di primo grado del 17 gennaio del 2017, quando erano stati condannati al carcere a vita soltanto otto imputati, a fronte dell’assoluzione di 19 persone ritenute responsabili non di omicidio, ma solo di sequestro di persona, un reato ormai caduto in prescrizione (oltre al proscioglimento di altre sei per morte del reo).

La sentenza del processo d’appello, che si era ufficialmente aperto il 12 aprile del 2018, ha disposto anche il risarcimento nei confronti delle 47 parti civili costituite da stabilirsi in sede civile, decidendo una provvisionale immediatamente esecutiva di un milione di euro per la presidenza del Consiglio dei ministri e di cifre comprese tra i 250mila euro e i 100mila euro per tutte le altre parti civili.

Tra i condannati all’ergastolo, tutti accusati di omicidio volontario pluriaggravato, figurano l’ex ministro dell’Interno della Bolivia, Luis Arce Gomez; l’ex presidente del Perù, Francisco Morales Bermudes; l’ex ministro degli Esteri dell’Uruguay, Juan Carlos Blanco (assolto per solo uno dei capi d’imputazione); e il tenente di vascello, precedentemente assolto, Jorge Nestor Fernandez Troccoli, già a capo dell’S2, il servizio di intelligence della Marina militare uruguaiana, unico a non essere processato in contumacia.

Di origini campane, Troccoli si era infatti trasferito in Italia nel 2007 avvalendosi della doppia cittadinanza, per sfuggire a un processo istruito a Montevideo contro lui e contro altri responsabili dell’eliminazione, tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978, dei membri del Gau (Grupos de acción unificadora), un gruppo di militanti politici uruguaiani riparato in clandestinità a Buenos Aires. Ma la giustizia l’ha finalmente raggiunto nel nostro paese.

È stata accolta in pieno, dunque, la richiesta della pm Tiziana Cugini e del procuratore generale Francesco Mollace di condannare al carcere a vita tutti i 24 imputati del processo, colmando il gap, come aveva dichiarato il pg nella sua requisitoria del 18 marzo, «tra la storia reale descritta dal processo e quella derivata dalla sentenza di primo grado».

Una sentenza che, dopo un lavoro quasi ventennale di ricerca e analisi comparativa delle fonti, ascolto dei testimoni, esame delle sentenze dei tribunali esteri e due anni di udienze dibattimentali, non aveva «fatto giustizia alle vittime, né all’ansia di libertà di quei popoli che pensavano di affacciarsi alla democrazia e invece erano stati annichiliti».

I sequestri, aveva spiegato in quell’occasione la pm Tiziana Cugini, «non nascevano solo per estorcere informazioni, ma per uccidere. E le uccisioni erano programmate per eliminare prove e perché fossero un monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta sovversiva».

Di modo che «l’uccisione era la regola, tutto l’apparato lavorava perché ciò si realizzasse – aveva aggiunto – e non è vero che gli imputati avevano un rango intermedio e per questo non potevano decidere della vita e della morte dei sequestrati. Erano, al contrario, affidabili operatori di morte pienamente consapevoli del compito che erano chiamati a svolgere».

* Fonte: Claudia Fanti,  IL MANIFESTO

BUENOS AIRES. José Antonio Gonzaléz Pacheco, detto «Billy El Niño», è accusato di aver partecipato a torture e omicidi durante la dittatura Videla in Argentina, da tempo vive in Spagna, dove, da rifugiato, si era trasferito anche, José Galante, «Chato» per gli amici, uno delle vittime di Billy El Niño. «Quell’uomo vive vicino a casa mia, ci separano due vie – ci dice Chato -. Ogni giorno devo convivere con questa presenza, e con l’idea che lui continui a vivere in totale libertà». Non solo: Billy El Niño continua a ricevere il vitalizio accordatogli nel 1977 in Spagna, e nessuno ha ancora ritirato la medaglia al merito che, lo stesso anno, gli fu concessa dalla Casa reale ancora regnante. Adesso, dopo più di quarant’anni, Chato può sperare di vedere il suo torturatore vicino di casa sul banco degli accusati, ma non in Spagna, in Argentina, in virtù del fascicolo aperto dalla giudice Maria Servini, che ha preso finalmente in carico la cosiddetta querella argentina cercando di portare i molti casi di torturatori argentini che vivono liberi in Spagna, ancora protetti dall’amnistia franchista, nell’ambito del diritto internazionale per un reato che non ha termini di prescrizione: lesa umanità.

La storia del franchismo del resto non è ancora pronta a finire in archivio, in Spagna, se la Corte Suprema spagnola ha bloccato soltanto il 4 giugno scorso, poco più di una settimana fa, la riesumazione delle spoglie del «generalissimo» Francisco Franco sepolte nel mausoleo all’interno del memoriale per i caduti della guerra civile, alle porte di Madrid. I giudici spagnoli hanno accolto la richiesta della famiglia del dittatore. Il trasferimento del corpo dal monumento al cimitero di El Pardo era stato programmato per lunedì 10 giugno dall’attuale governo spagnolo di Pedro Sanchez. E all’operazione di traslazione della salma si oppone anche il Partito popolare. La decisione della Corte testimonia come la dittatura franchista e il periodo subito seguente, in cui si sviluppò il processo di transizione democratica (1975-1978), siano una ferita ancora aperta nella Spagna di oggi.
E lo sa bene Fermin Rodriguez: «Sono quasi quarant’anni che aspetto che un giudice dia valore alla mia testimonianza». Fermin è fratello di Germán Rodriguez, ucciso nel 1978, a soli 23 anni, dalla polizia. Accanto a lui c’è Manuel Ruiz, fratello di Arturo, ucciso a 19 anni, nel gennaio del 1977, dal gruppo paramilitare Cristo Rey. I due – Fermin e manuel – hanno viaggiato fino a Buenos Aires per deporre la propria testimonianza, il 5 giugno, di fronte alla giudice Maria Servini sull querella argentina. «Finalmente è arrivato il giorno che aspettavo da tempo – dice Rodriguez prima dell’udienza – Sono felice».

Su impulso di Carlos Slepoy, avvocato argentino esiliato in Spagna dopo essere stato torturato sotto il governo di Peròn, la causa è arrivata a Buenos Aires il 14 aprile 2010 quando un gruppo composto da organizzazioni argentine e spagnole – tra cui l’Associazione per il recupero della memoria spagnola, le Abuelas di Plaza de Mayo, il Centro argentino di Studi legali e sociali – insieme a Adolfo Pérez Esquivel, Nobel per la pace 1980, presentano al Tribunale di giustizia argentino un atto d’accusa per crimini di lesa umanità, basandosi sul principio di giustizia universale previsto dalla legislazione internazionale.

La querella ha potuto contare sull’importante esperienza argentina rispetto al recupero della memoria in merito ai crimini della dittatura di Videla. Un lavoro compiuto soprattutto dalle Madri di Plaza de Mayo che è arrivato all’abrogazione, sotto il governo di Nestor Kirchner, dell’amnistia che proteggeva i criminali della dittatura. Un percorso di giustizia in cui ha avuto un ruolo imprescindibile la Spagna: «A fine anni ’90 fu proprio la Spagna a istruire la causa contro i crimini della dittatura», ricorda Videla Norita Cortinas di Madri di Plaza de Mayo Linea Fundadora. «Ora le parti si invertono. Vi staremo sempre vicine», continua rivolgendosi ai familiari delle vittime incontrate presso la Federazione Gallega di Buenos Aires.

Ad oggi, i querelanti – più di 400 – continuano a scontrarsi contro la chiusura della Spagna, che negli anni ha mostrato tutto l’interesse a non aprire alcuno spiraglio all’apertura di questo capitolo della sua storia: nel 2016 una circolare ordinò a tutte le procure di non collaborare con la giudice argentina, per non entrare in conflitto con la legge di amnistia. Atti, quelli della Spagna, portati avanti ufficialmente nel nome della «riconciliazione», necessaria, secondo i vari governi e la monarchia a superare la dittatura e costruire uno Stato democratico. Di parere opposto, le vittime del franchismo: «Uno Stato non può imporre di dimenticare né può obbligare al perdono», afferma Ruiz. Gli fa eco Chato che ora rappresenta La Comuna – associazione di prigionieri del franchismo – ed è tra l’altro protagonista del documentario Il silenzio degli altri prodotto da Pedro Almodovar, lavoro che sta contribuendo a diffondere conoscenza sul tema. «La memoria è la storia socializzata di un popolo, per questo è un luogo di conflitto tra differenti interessi sociali», afferma Chato, invitato al Festival internazionale di cinema per i diritti umani di Buenos Aires.

In particolare, l’incontro del 5 giugno ha rappresentato un passo decisivo all’interno della querella: le testimonianze di Rodriguez e Ruiz confermano la persistenza di crimini commessi dai franchisti anche durante il processo di transizione. German Rodriguez fu ucciso durante i «fatti di San Fermín de Pamplona», quando una manifestazione organizzata per la liberazione dei prigionieri politici incarcerati dal franchismo venne repressa nel sangue. Arturo Raiz perse la vita nella feroce repressione dei cortei a favore dell’amnistia per i prigionieri politici, conosciuta come semana negra (settimana nera) di Madrid. «Stavo pranzando con i miei genitori. Venimmo a sapere dalla televisione dell’uccisione di mio fratello», racconta ora Manuel Ruiz, evidenziando che «il suo assassino non è mai stato giudicato. È fuggito dalla Spagna, con la complicità delle forze dell’ordine».

«La struttura repressiva, economica e politica della dittatura di Franco rimasero intatte nel regime democratico instaurato dalla Costituzione del 1978 – afferma Jacinto Lara, uno degli avvocati del Coordinamento statale di appoggio alla querella argentina (Ceaqua) – Ci sono persone coinvolte in tutti i tipi di crimini che hanno continuato il proprio lavoro e spesso sono state anche promosse». È il caso di Rodolfo Martin Villa, ministro dell’Interno dal 1976 al 1979. La giudice Servini ha emesso per lui un ordine di estradizione, accusandolo del massacro del 3 marzo 1976 a Gasteiz. Contro la sua estradizione si è espressa la Audiencia nacional di Madrid. Ma Villa ha dichiarato che si presenterà sua sponte il prossimo 9 settembre a Buenos Aires davanti alla giudice Servini. Sarebbe il primo degli accusati a testimoniare.

* Fonte: Serena Chiodo, IL MANIFESTO

 

photo: Gastón Cuello [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

Le «Nonne» di Plaza de Mayo colpiscono ancora. Estela Carlotto: «Oggi è un bel giorno»

BUENOS AIRES. Si chiama Javier Matías Darroux Mijalchuk e ha 40 anni. È il 130esimo nipote ritrovato dalle Abuelas de Plaza de Mayo, l’associazione di nonne argentine che cercano gli oltre 500 bambini sottratti illegalmente dai militari durante gli anni della dittatura (1976-83). Matías è figlio di Elena Mijalchuk e Juan Manuel Darroux ed è sparito quando aveva appena 4 mesi.

ALLA FINE DEL DICEMBRE 1977 Juan scomparve, qualche giorno dopo Elena ricevette una chiamata in cui le si intimava di farsi trovare il 26 dicembre a Buenos Aires in via Pampa, tra Lugones e Figueroa Alcorta, per avere notizie del compagno. Elena andò all’appuntamento con il figlio Matías e da allora non si hanno più notizie di lei. Il neonato fu trovato da una signora in strada e fu dato in adozione. Oggi, grazie all’instancabile lavoro delle Abuelas, Matías conosce il suo vero nome, la sua identità e la sua famiglia, ma ha cominciato una nuova ricerca: Elena era incinta di due mesi quando fu sequestrata, Matías ha un fratello o una sorella da qualche parte.

«Ho sempre pensato di essere figlio di persone scomparse durante la dittatura – spiega durante la conferenza nella sede delle Abuelas a Buenos Aires – ma non volevo fare il test del dna. Non mi interessava sapere di chi fossi figlio in realtà, stavo bene con la famiglia che mi aveva adottato. Ma nel 2006 ho capito quanto fosse egoista il mio comportamento. Ho capito che anche se non era importante per me, dall’altra parte poteva esserci una nonna, un fratello o uno zio che mi stavano cercando. E così ho fatto il test del dna e si è scoperto che mio zio mi cercava da 40 anni».

MATÍAS SAPEVA di essere stato adottato e un giorno decise di rivolgersi alla filiale delle Abuelas della provincia di Córdoba. Nel suo fascicolo si leggeva che era stato trovato il 27 dicembre 1977 da una donna che stava camminando per strada, all’incrocio fra via Ramallo e via Grecia, a pochi isolati di distanza dalla Esma, il più grande campo di sterminio dell’Argentina, dove furono detenute oltre 5000 persone. Il bambino venne dato in adozione a Buenos Aires e nel 1999 si trasferì a Córdoba.

«La restituzione della mia identità è un omaggio ai miei genitori- dice Matías – un simbolo di memoria, verità e giustizia. E per questo voglio ringraziare mio zio Roberto che non ha mai perso la speranza e che in 40 anni non ha mai cambiato numero di telefono fiducioso di ricevere quella chiamata che stava aspettando e che un giorno finalmente è arrivata. Quando ci siamo potuti incontrare, mio zio mi ha guardato e mi ha detto «Sei tu Javi?» e mi ha abbracciato come mai nessuno aveva fatto prima e come nessuno potrà fare in futuro. È difficile capire quello che ha vissuto, perché il fatto di avermi trovato significa anche che non potrà mai più rivedere sua sorella».

ROBERTO MIJALCHUK, fratello di Elena, non ha mai smesso di cercare notizie sue, del cognato e del nipote. La loro scomparsa fu denunciata da Roberto nel 1999 e da quel momento la Comisión Nacional por el Derecho a la Identidad (Conadi) cominciò a investigare sul caso, mentre i campioni ematici delle famiglie furono inseriti nel Banco Nacional de Datos Genéticos.

Come in altri molti casi di desaparecidos, non si nulla della sorte di Elena e Juan. Nessun sopravvissuto li ha visti e la loro presenza in un campo di detenzione non è mai stata confermata. «Della storia mia, di mio fratello e dei miei genitori non si sa nulla, e la possibilità di renderla pubblica mi dà speranza di trovare qualcuno che sappia cosa ne è stato della loro vita», dice Mathías, il secondo nipote ritrovato dall’inizio dell’anno. Lo scorso aprile infatti è stata ritrovata la nipote n° 129, figlia di Carlos Alberto Solsona e Norma Síntora, mentre durante il 2018 è stata recuperata l’identità di un solo nieto.

Il primo ritrovamento di un figlio di desaparecidos risale al 1978 e da allora i casi sono aumentati di anno in anno: nel 1984, primo anno dopo la caduta della dittatura, furono 12 i nipoti ritrovati dalle Abuelas. Ad accogliere il 130esimo nieto ritrovato, c’è una stanza gremita di persone. «Diamo il benvenuto a Matías – dice Estela Carlotto, presidente delle Abuelas – Oggi è un bel giorno».

* Fonte: Elena Basso, IL MANIFESTO

Che l’ex capitano Jair Bolsonaro fosse un sostenitore della dittatura militare e un ammiratore dei suoi più sinistri rappresentanti era chiaro già all’epoca dell’impeachment contro la presidente Dilma Rousseff, quando dedicò il suo voto al colonnello torturatore Carlos Alberto Brilhante Ustra, ex capo del Doi-Codi (l’organo di intelligence e di repressione del regime militare). Ma che, da presidente, arrivasse addirittura a chiedere al ministero della Difesa di organizzare le commemorazioni dell’avvento del regime militare – iniziato il 31 marzo 1964 con il golpe contro il presidente João Goulart e andato avanti per 21 anni – la dice davvero lunga sull’attuale stato della democrazia brasiliana.

«QUALCUNO riuscirebbe a immaginare la Germania impegnata a celebrare l’era di Hitler o la Francia a celebrare l’occupazione nazista?», ha commentato su Twitter il deputato federale del Partito dei lavoratori Paulo Pimenta: «Solo chi nutre disprezzo per la democrazia può arrivare a tanto». A tanto è arrivato il presidente Bolsonaro, che secondo quanto riferito dal suo portavoce, il generale Otávio do Rêgo Barros, ha ordinato alle forze armate di realizzare le dovute celebrazioni all’interno delle proprie caserme, escludendo, bontà sua, un atto di commemorazione al Planalto, la sede della presidenza. E lo ha ordinato nella convinzione che nel 1964 non si sia registrato alcun colpo di stato, bensì la nascita di un’unione tra civili e militari destinata a riportare il paese sulla retta via.

UN OBIETTIVO raggiunto attraverso la chiusura del parlamento, la restrizione delle libertà civili, l’uccisione e la tortura degli oppositori. Non, però, di tutti quelli che sarebbe stato opportuno eliminare, stando a una delle sue dichiarazioni più celebri, secondo cui «l’errore della dittatura» sarebbe stato quello «di torturare anziché di uccidere». «Il periodo cominciato nel ’64 – garantiva nel 2016 l’allora deputato federale – è stato descritto dal Pt in maniera sbagliata. Chi ha ancora dubbi, chieda ai propri nonni. E confronti il Brasile di quell’epoca con quello di oggi». E si era spinto anche oltre, arrivando a ironizzare sulla ricerca dei resti dei desaparecidos dell’epoca della guerriglia dell’Araguaia, un movimento di giovani in lotta contro il regime militare, collocando nel suo ufficio di deputato un cartello con la scritta «Desaparecidos dell’Araguaia? A cercare le ossa sono i cani».

MA C’È CHI, dietro tale iniziativa, vede un chiaro segnale di disperazione dell’ex capitano, deciso a fare fronte comune con la linea militare più dura per reagire alla valanga di critiche che accompagna ogni suo passo da presidente. L’evidente «disorganizzazione politica del governo causata da un presidente sempre più disinteressato alle sue funzioni politiche e istituzionali – si legge in un editoriale dell’Estado de S. Paulo – può produrre un inasprimento della crisi, portandola a un livello pericoloso. Ma forse è proprio questo che molti vogliono». E non a caso sono sempre di più quelli che non credono che l’ex capitano sarà in grado di completare i suoi quattro anni di mandato e che già ragionano su un possibile governo del suo vice, il generale Antônio Mourão, diverso in – quasi – tutto da Bolsonaro, ma unito a lui dal deciso sostegno al regime militare e da molti considerato più pericoloso ancora dell’attuale presidente.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

 

photo: Por Correio da Manhã – http://www.portalmemoriasreveladas.arquivonacional.gov.br/media/Os%20presidentes%20e%20a%20ditadura%20militar.pdf, Domínio público, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46203962

A fine gennaio organizzazioni contadine ed indigene del Guatemala sono scese in piazza per protestare contro la riforma della Legge di riconciliazione nazionale, che garantirebbe una sorta di amnistia – e quindi l’impunità – a tutti coloro che si sono macchiati di crimini contro l’umanità durante la guerra civile conclusa nel 1996. Il rischio è che venga approvata prima di giugno, quando si andrà al voto per eleggere il Congreso de la República e il nuovo presidente, che prenderà il posto di Jimmy Morales, l’ex attore comico eletto nel 2015. Morales lascia un Paese nel caos in una regione – il Centro America – che è tornata una polveriera. Alla situazione ha attivamente contribuito, ad esempio allontanando dal Paese la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cgic) appoggiata dalle Nazioni unite.

«LA DECISIONE DI CACCIARE i funzionari della Commissione è una chiara evidenza del fatto che il Paese è governato da gruppi criminali e delinquenti che difendono i propri interessi» racconta al manifesto Leiria Teresa Vay Garcia, che fa parte Comité de Desarrollo Campesino (Codeca) ed è la responsabile delle relazioni internazionali del Movimiento para la Liberacion de los Pueblos (Mpl), un soggetto politico nuovo sorto da movimenti di base per lo più indigeni e contadini.

«Morales s’è messo contro la Cigic per evitare che questa potesse investigare alti funzionari pubblici dei tre poteri dello Stato. Secondo il Commissario Iván Velásquez Gómez, anche il presidente sarebbe vincolato a gravissimi casi di corruzione e impunità. Siamo preoccupati: i delinquenti vogliono difendersi, e la repressione tocca in particolare attivisti e difensori dei diritti umani».

SECONDO L’ULTIMO RAPPORTO di Front Line Defenders, nel 2018 in Guatemala sono stati uccisi 28 difensori dei diritti umani. «Sei erano membri del Codeca» dice Leiria Vay Garcia. «Lottare per la vita è un lavoro ad alto rischio. La risposta è la repessione totale: si parte con la diffamazione attraverso i mezzi di comunicazione, per stigmatizzare i difensori e lasciarli soli, ma quando la lotta continua i passi successivi sono la criminalizzazione e quindi la persecuzione e l’omicidio.

Nel 2018, Morales in un discorso pubblico ha minacciato il Codeca, e poco è stata assassinato il nostro dirigente Luis Marroquíncon, con nove colpi alle nove del mattino, in un luogo pubblico, da un presidente municipale. Nonostante i testimoni, il responsabile non è stato incarcerato. Sono almeno 2.735 gli attivisti finiti a processo, 200 in carcere. Solo due giudizi sono arrivati in giudizio, riconoscendo l’innocenza». Contadini e indigeni protestano contro il saccheggio delle risorse, avviato subito dopo gli Accordi di pace del 1996.

«Con l’espansione delle coltivazioni su larga scala, le famiglie non possono più lavorare per la propria sussistenza. Fenomeni come la concentrazione delle proprietà, e la privatizzazione, portano ogni anno decine di migliaia di persone all’estero, negli Usa e in Canada». È a partire da quest’analisi che il Codeca ha avviato nel 2012 un processo di formazione socio-politica nelle comunità, con l’obiettivo di arrivare a costituire un soggetto politico autonomo, che oggi ha preso forma nel Movimiento para la Liberacion de los Pueblos.

* Fonte: Luca Martinelli, IL MANIFESTO

 

photo: De Ollantay Itzamná – Trabajo propio, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75194114

C’è ancora chi ti domanda se in Cile ci siano problemi con la dittatura. In quel paese lontano geograficamente, nel tempo e nell’immaginario è tornato Nanni Moretti, ci chiedevamo perché proprio adesso che sembra così inattuale, non fosse per la sua consolidata democrazia, per avere avuto la prima donna presidente del latinoamerica, per essere oggi «la pantera» economica del continente. Nanni Moretti fa del suo viaggio un attualissimo intervento politico, specchio dei nostri tempi, rivolto a raccontare attraverso la storia qualcosa che non deve ripetersi. Ne fa una materia pulsante di vita e, senza quasi dare indicazioni, mostra come sia fragile la democrazia se non la si difende. Ci fa vedere in prospettiva come eravamo rispetto a come siamo diventati, come indica la dicotomia del titolo (Santiago, Italia). Oltre che l’amicizia tra i popoli indica anche un’allerta.

Se del documentario il film utilizza tutti i materiali come le interviste, gli spezzoni delle cineteche, delle televisioni e degli archivi, perfino talvolta la voce fuori campo, del cinema possiede la capacità di creare un’aspettativa crescente, di rendere emblematici i suoi personaggi, espanderne le parole nell’immaginazione, avanzare a colpi di scena, fare intravedere i fantasmi della Storia.

EPPURE quegli eventi si conoscono, tanti sono stati i film, molti li hanno vissuti: evidentemente non abbastanza se l’occidente intero flirta oggi con la destra, che non cambia mai. Non cambia soprattutto neanche in Cile, dove non solo i militari sotto processo si professano innocenti esecutori di ordini, ma strati della popolazione si dichiarano ancora di parte senza alcun dubbio.
Con un perfetto bilanciamento di materiali, anzi di etica cinematografica, la parola è data ai tanti militanti che vissero la stagione della dittatura, ben inquadrati e illuminati come veri protagonisti della storia, testimoni di episodi cruciali a cominciare dall’euforia del periodo di presidenza di Allende («era un paese innamorato») che Patricio Guzmán riprende nel suo film El Primer Año. Chi sono quegli imprenditori, operai, avvocate, giornaliste, educatrici, diplomatici che di fronte alla cinepresa raccontano in italiano i loro ricordi dell’11 settembre del ’73? Ognuno di loro ha una storia interessante, alcuni si riconoscono, altri la sveleranno nel momento chiave del racconto.

Nel film l’ultimo discorso del presidente assume un valore di testamento: «Non ho la vocazione del martire, voglio compiere una funzione sociale e non farò un passo indietro». Che sia stato assassinato non lo ha sostenuto solo Miguel Littin, quello di Allende è stato il più spettacolare assassinio in diretta della storia.

INIZIALMENTE, come prologo di una tragedia ecco le conquiste del primo paese socialista al mondo democraticamente eletto, con le politiche di alfabetizzazione, scuola gratuita e latte per i bambini, nazionalizzazione del rame e la brusca reazione della destra che riesce a bloccare il paese, dal commercio con il mercato nero, al fiancheggiamento della stampa fino alla potente macchina da guerra della Cia.

Mentre si susseguono le testimonianze, si sente per la prima volta l’intervento del regista con una sua domanda che fa ammutolire di commozione l’intervistato, un imprenditore a cui chiede «come guardi i tuoi anni di militanza?», e il silenzio che indica un grande conflitto interiore è rotto dalla considerazione inaspettata: «Non mi sono mai posto questa domanda» e sarà il primo indizio di una chiamata a raccolta.

POI ARRIVANO i racconti della rapidità del golpe, dello stadio dove sono ammucchiati i prigionieri politici (tra cui Guzmán e Paolo Hutter di Lotta Continua, Antonio Arevalo allora giovanissimo poi diventato l’addetto culturale del Cile), di Villa Grimaldi. La voce di Nanni Moretti prima appena accennata nelle interviste, si torna a sentire nell’incontro con un militare convinto di aver salvato il paese («il paese era sull’orlo della guerra civile e del resto Allende era stato eletto solo con il 36% dei voti»). E comparirà sullo schermo inaspettatamente in una dura scena girata in carcere a sovrastare un altro militare condannato che si proclama innocente e minimizza («in Argentina sono morti in 30mila, in Cile solo in 3mila»).

L’AMBASCIATA italiana a Santiago diventa il momento chiave del film, là dove molti dei personaggi intervistati trovarono rifugio scavalcando il muro di cinta (su questo eroico episodio Daniela Preziosi, Tommaso D’Elia, Ugo Adilardi realizzarono nel 2006 il documentario Calle Miguel Claro 1359), con racconti che nel passare del tempo ha assunto anche toni divertiti a dispetto dell’azzardo, del pericolo: l’Italia che non ha mai riconosciuto la giunta, aveva in sede i diplomatici De Masi e Toscano che decisero di accogliere a centinaia giovani, donne, intere famiglie di militanti, (e i bambini giocavano nel giardino a «el esiliado y el policia»), poi forniti di salvacondotto per l’Italia dove sono stati accolti con solidarietà per anni, la valigia sempre pronta per tornare. Immagine di un’Italia sparita.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

Ma il generale Mauricio Rodriguez Sanchez, responsabile della tecnica militare nota come «tierra arrasada», è assolto. Una sentenza choc riapre le ferite della comunità Maya Ixil

CITTÀ DELGUATEMALA. Tierra arrasada significa terra bruciata. Succede, con gli incendi, di vederne gli effetti sulla vegetazione: un grande rogo, poi il grigio della cenere nell’aria e ovunque. Non resta nulla, e presto anche la memoria dimentica quel che era prima. Qualcuno dice che il fuoco agevoli la fauna, le permetta di rigenerarsi più forte e rigogliosa. Qualcuno dice che il fuoco è solo un modo efficace per fare pulizia. Terra bruciata, in realtà, non è solo un incendio: è un binomio dal significato intrinseco, un concetto simbolico, una dichiarazione di intenti.

TERRA BRUCIATA è una tecnica militare. In Guatemala, il generale Rios Montt parafrasò l’espressione con «togliere l’acqua al pesce». Nel contesto di un conflitto interno che durava da oltre 20 anni, significava annichilire qualsiasi tipo di appoggio logistico e ideologico alla guerriglia, al fine di isolarla dalla base sociale a cui si rivolgeva. Vari furono gli esiti, fra i più conosciuti vi sono il campo di sterminio clandestino Creompaz o il caso di violenza sessuale Zepur Zarco.

Oppure quello del 6 dicembre 1982, quando con la giustificazione di voler recuperare 22 fucili sequestrati dai ribelli, 58 militari travestiti da guerriglieri entrarono nella comunità Dos Erres, Petén, Guatemala settentrionale. Gli uomini vennero rinchiusi nella scuola, le donne e i bambini nelle due chiese. I primi furono bendati, torturati e fucilati, mentre alle donne e ai bambini andò anche peggio: violate e seviziate sessualmente fino al giorno dopo, furono infine assassinate. I corpi vennero gettati nel pozzo, poi ricoperto da terra. Soltanto nel giugno del 1994 vennero rinvenute le ossa di 178 persone: la maggior parte erano bambini sotto i 12 anni.

ALL’EPOCA DI RIOS MONTT, al potere fra il 1982 e 1983, terra bruciata significava eliminare la guerriglia e le comunità indigene sospettate di appoggiarle, il cosiddetto nemico interno. Pulizia etnica, sociale e politica, affinché non rimanesse più alcuna traccia, nemmeno nella memoria. In quel biennio, l’esercito guatemalteco uccise 10 mila persone e firmò 669 massacri, di cui quasi la metà ai danni della popolazione civile indigena Maya Ixil. 448 comunità vennero «cancellate»: non fu nessun incendio, furono i fucili; poi, tierra arrasada, il fuoco e la cenere.

Il 10 maggio 2013, a 17 anni dalla firma degli accordi di pace, il Tribunal A de Mayor Riesgo riconobbe José Efrain Ríos Montt responsabile del massacro di 1771 persone e colpevole di genocidio contro la popolazione Maya Ixil, condannandolo a 50 anni di prigione, a cui venivano sommati 30 anni per crimini contro l’umanità. 80 anni di carcere, il riconoscimento del genocidio e l’inizio di un processo di giustizia transizionale. La memoria storica sembrava riprendere piede anche nelle aule dei tribunali, mentre ai famigliari dei desaparecidos e delle vittime, o a chi era stato costretto all’esilio nelle montagne del Chiapas messicano, si palesava l’opzione di credere in un nuovo binomio: verità e giustizia. Ma, si trattava di una memoria breve in una democrazia fragile, e così, soltanto 10 giorni più tardi, la Corte costituzionale annullava la sentenza e posponeva la riapertura del processo a data da definire.

UNA STRATEGIA BEN NOTA in Guatemala, che nel giorno di Pasqua del 2018, lo scorso primo di aprile, permetteva al genocida di morire impune, a 91 anni e senza mai aver pagato per le sue terribili colpe.
Il 26 settembre 2018, a 22 anni dagli Accordi di Pace, parte di quel che resta del popolo Maya Ixil presenzia silenziosamente a Città del Guatemala: nella piazza dei Diritti Umani, le autorità ancestrali indigene officiano una cerimonia in memoria delle vittime del genocidio. Per terra alcune candele, tanti fiori e una grande scritta in petali rossi: «Giustizia». Altre centinaia di persone aspettano di poter entrare nell’aula, dove alle 18.30 ora locale verrà emessa la sentenza.

Al banco degli imputati siede Mauricio Rodriguez Sanchez, capo dell’intelligence militare di Rios Montt: il cervello che plasma il concetto, la mente che muove la mano, l’artefice della tierra arrasada. Accusato 5 anni fa insieme a Rios Montt per il genocidio della popolazione Maya Ixil, per crimini contro l’umanità e per il massacro di 1771 persone, ottenne di essere giudicato in un processo separato rispetto al capo di Stato e venne poi assolto per mancanza di prove che lo relazionassero ad azioni di sterminio di un determinato gruppo etnico. Ma il 13 ottobre 2017, il suo caso si è di nuovo aperto e ogni venerdì si sono raccolte perizie e si sono ascoltate testimonianze.

OGNI VENERDÌ, Mauricio Rodriguez Sanchez si è seduto al banco degli imputati, mentre una delegazione di sopravvissuti al genocidio, organizzati nell’Associazione per la giustizia e la riconciliazione (AJR), ha affrontato oltre 10 ore di viaggio per recarsi dalla regione del Quiché, Guatemala centro-settentrionale, alla capitale. Seduti dall’altra parte e fra il pubblico, hanno raccontato quel che hanno visto e vissuto, le torture e i massacri. Quello a cui sono sopravvissuti. La memoria. In quasi un anno di udienze regolari, il Tribunal B de Mayor Riesgo ha ascoltato circa 141 testimoni, accompagnati da 66 perizie di antropologia forense.

Giovedì scorso ha emesso il verdetto: ci fu genocidio, ma Mauricio Rodriguez Sanchez è innocente. È una sentenza contraddittoria, emessa per maggioranza (due giudici a favore, una contraria), che sembra volersi scrollare di dosso la portata storica che grava sulle sue spalle. Una sentenza che spacca a metà quel binomio a cui i popoli avevano cominciato a credere: verità, ma nessuna giustizia.

LA QUESTIONE DEL GENOCIDIO, da anni divide la società civile: i muri delle città, i cori delle manifestazioni di piazza, i popoli originari, le organizzazioni dei famigliari delle vittime e degli scomparsi, le forze democratiche e la sinistra ripetono a gran voce che in Guatemala ci fu un genocidio. Affermano che quella della terra bruciata è una politica che dimostra la volontà di fare pulizia etnica, politica e sociale. Di sterminare. Dall’altra parte, a negare il genocidio è l’estrema destra, l’esercito, l’associazione dei veterani militari, il generale Otto Perez Molina – presidente del Guatemala fra il 2012 e il 2015 – le lobby economiche e la Fondazione contro il terrorismo, il cui stesso nome è contraddittorio. È Mauricio Rodriguez Sanchez, a dichiararsi innocente.

L’argomento di forza è che in Guatemala ci fu un conflitto fra due fazioni opposte, non un genocidio. Anche se la stessa Commissione per il chiarimento storico delle Nazioni unite indica che fra gli oltre 200 mila morti e desaparecidos, l’83,3% era di etnia indigena e il 93% dei casi di violenza fu di responsabilità dello Stato.

Una verità senza giustizia, la sentenza che assolve Mauricio Rodriguez Sanchez dai massacri perpetrati dal suo esercito. Come se il capo dell’intelligence militare non fosse stato a conoscenza delle azioni dei suoi soldati, come se non avesse dato gli ordini. Come se fu un genocidio non premeditato, frutto della sfortuna e del caso. Di opinioni divergenti. Come se fosse arrivato il momento di dimenticare le colpe e gli assassini, i morti e gli sconfitti. La democrazia.

TERRA BRUCIATA. Succede ancora. Succede ogni giorno nel Guatemala paradiso dell’impunità che lascia a piede libero persone responsabili di genocidio e crimini contro l’umanità.

Succede ovunque nell’industria dell’estrattivismo, come quando lo scorso 4 di settembre la Corte Costituzionale restituisce la licenza di lavorare all’impresa canadese Tahoe Resources, la terza miniera d’argento più grande al mondo, sospesa a processo per inquinamento e per aver negato l’esistenza della popolazione indigena Xinca. Succede ancora quando 56 ragazze adolescenti vengono lasciate bruciare vive nell’Hogar Seguro Virgen de la Asunción, l’8 marzo 2017. Succede ancora: terra bruciata, fuoco e cenere; le ombre di un genocidio silenzioso.

* Fonte: Tullio Togni, IL MANIFESTO

photo: Ex General Efrain Rios Montt,  By Elena Hermosa / Trocaire (https://www.flickr.com/photos/trocaire/9266597633/) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Sign In

Reset Your Password