Golpismo e dittature

Nel primo pomeriggio del 9 luglio a Roma i giudici della Corte di Cassazione hanno letto una sentenza storica: sono stati tutti condannati all’ergastolo gli imputati del maxi-processo Condor. Iniziato nel 2015, riguarda 43 cittadini italiani che sono state vittime delle sanguinose dittature sudamericane degli anni ’70.

SONO 14 IMPUTATI tra militari e gerarchi dei regimi militari cileni e uruguaiani che ora sono stati condannati all’ergastolo dalla giustizia italiana, fra cui spicca l’ex fuciliere della Marina uruguaiana Jorge Nestor Troccoli. Fuggito nel nostro Paese quando in Uruguay si è aperto un processo contro di lui, vive in Italia dal 2007 e ha la cittadinanza italiana. Sarebbe ricoverato da due giorni in ospedale, per cui non sarebbe possibile al momento arrestarlo.

È il primo importantissimo caso in cui un torturatore delle dittature sudamericane residente nel nostro Paese viene processato in Italia. Un precedente fondamentale per avviare nuovi processi contro altre persone, accusate di torture e omicidi avvenuti durante le dittature sudamericane degli anni ’70, che oggi vivono in Italia.

Come Carlos Luis Malatto, ex tenente argentino accusato del sequestro e della tortura di decine di militanti, che vive nel nostro Paese da oltre 10 anni e per il cui caso il 26 maggio del 2020 il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha autorizzato a istruire un processo nei suoi confronti.

O come don Franco Reverberi, ex cappellano militare accusato di aver assistito alle torture di vari detenuti in un campo di sterminio argentino nella cittadina di San Rafael. Reverberi oggi celebra messa a Sorbolo, un piccolo comune in provincia di Parma e lo scorso aprile dall’Argentina è stata richiesta per la seconda volta l’estradizione nei suoi confronti.

IN AULA C’È STATA enorme commozione tra i familiari e gli avvocati che portano avanti il processo da oltre sette anni. Giancarlo Capaldo, l’ex pubblico ministero che ha dato il via alle indagini per iniziare il processo, ha dichiarato al manifesto: «La sentenza di oggi è un importantissimo traguardo per l’Italia, uno sforzo di civiltà giuridica che potrà essere un insegnamento per tutti gli altri Paesi. È una pagina storica per l’Italia. È stato un percorso lungo e difficile per arrivare alla sentenza pronunciata oggi, un cammino reso possibile dall’incredibile collaborazione umana che si è sviluppata tra i familiari, i sopravvissuti e gli avvocati».

È dello stesso parere Andrea Speranzoni, avvocato dei familiari, che dice: «Questa sentenza è importantissima sia per l’Italia che per l’America latina perché si appura una colpevolezza per imputati che si sono macchiati di reati atroci e gravissimi che hanno condizionato la storia di un intero continente. Ora si deve valorizzare il senso di questa sentenza che ha un significato profondo che riguarda sicuramente la giustizia italiana, ma anche quella sovranazionale».

LA SENTENZA È ARRIVATA ieri a conclusione di due intensi giorni di discussione di fronte ai giudici della Corte di Cassazione nell’Aula Magna a Roma. Per molte ore giovedì si sono susseguite le discussioni degli avvocati dei familiari delle vittime, seguiti dagli avvocati difensori degli imputati.

L’ULTIMO A PARLARE è stato Francesco Guzzo, legale dell’ex fuciliere uruguaiano Jorge Nestor Troccoli, che ha definito l’imputato un «bersaglio». La presidente della Corte, Maria Stefania di Tommasi, ha preso la parola: «Gli unici bersagli sono state le vittime del processo che con le loro dichiarazioni hanno fatto piangere tutti noi, anche lei avvocato Guzzo, ne sono sicura».

* Fonte: Elena Basso, il manifesto

Carlos Alberto Dosil era un militante, aveva 21 anni e si trovava nella sua casa a Montevideo. Era il 28 novembre del 1977 quando qualcuno ha bussato alla porta, Carlos ha aperto: ha sentito subito il freddo del metallo di un mitra che un uomo gli stava puntando alla gola. Lo stesso uomo lo ha spinto contro il muro e il giovane militante si è trovato faccia a faccia con lui. Era piuttosto giovane e corpulento, circa un metro e 75 di altezza.

Lo ha colpito soprattutto la voce bassa e roca con cui impartiva ordini secchi. I due uomini armati lo hanno malmenato, bendato e portato al Fusna, la base dei fucilieri navali nel porto di Montevideo, trasformata durante la dittatura in un campo clandestino di sterminio. Erano gli anni dei sanguinosi regimi latinoamericani e anche nel piccolo Stato dell’Uruguay erano diventati pratica comune i sequestri e le torture per chiunque si opponesse alla dittatura.

Nelle celle del Fusna Carlos è stato sottoposto per giorni a pratiche disumane senza che mai gli venisse tolta la benda dagli occhi. Gli hanno fatto la roulette russa: sentiva forte il rumore del grilletto del revolver contro le tempie. Lo tiravano con le corde alle estremità del corpo fino quasi a spezzargli i tendini. Se cadeva lo rimettevano in piedi a calci e poi lo appendevano per i piedi con dei ganci mentre gli applicavano la corrente elettrica per tutto il corpo.

Carlos non sapeva se sarebbe sopravvissuto, il dolore era lancinante e spietato. Non sapeva da quanti giorni si trovasse in quella cella umida, ma aveva una sola certezza: la voce di chi lo stava torturando era sempre la stessa dell’uomo che gli aveva puntato il mitra alla gola quando lo avevano sequestrato alcuni giorni prima.

39 anni dopo le torture e il sequestro, il 7 luglio 2016 Carlos Alberto Dosil è entrato nell’Aula bunker di Roma per testimoniare davanti ai giudici per il maxi-processo Condor. Si è seduto e ha ricostruito nei dettagli le torture, il sequestro, la prigionia e l’umiliazione. Ha descritto la fisicità e la voce del suo torturatore. All’inizio della sua testimonianza uno degli avvocati si è avvicinato al banco dove sedeva Carlos porgendogli una foto e domandando: «È questa la persona che l’ha sequestrata e detenuta nel 1977 a Montevideo?».

Carlos ha guardato l’immagine e non ha avuto esitazioni, ha restituito la foto all’avvocato dicendo: «Sì, è lui». L’avvocato ha preso la foto e l’ha appoggiata al banco. Lì, a colori, era stampato il volto senza sorriso di Jorge Nestor Troccoli.

Ex capo dei servizi di intelligence uruguaiani accusato della sparizione di decine di militanti, Troccoli dal 2007 vive in Italia e oggi 8 luglio la Corte di Cassazione emetterà la sentenza con cui ribalterà o confermerà l’ergastolo a cui è stato condannato in secondo grado nel luglio 2019. Troccoli negli anni ’70 faceva parte del Fusna, gruppo che aveva il compito di reprimere chiunque si opponesse alla dittatura.

Era anche il capo dell’S2, l’intelligence della marina uruguaiana, e nel 1977 divenne il militare di collegamento fra Argentina e Uruguay nell’ambito del Plan Condor, l’operazione nata nel novembre del 1975 a Santiago del Cile con cui otto Stati sudamericani si impegnavano a catturare, torturare e far sparire i militanti esiliati in America latina, negli Stati uniti e in Europa. Troccoli era un militare di spicco: sono decine le persone che testimoniano la sua presenza sia all’interno del Fusna che dell’Esma, uno dei più grandi centri di sterminio argentini, dove sono stati sequestrati più di 5mila cittadini.

Nel 2007 la giustizia uruguaiana ha cominciato a occuparsi del suo caso e, quando si è ufficialmente aperto un processo contro di lui, Troccoli è scappato rifugiandosi in Italia. Pochi anni prima aveva ottenuto la cittadinanza italiana grazie alle origini dei suoi avi e ha vissuto diversi anni di tranquillità insieme alla moglie Betina, prima nel piccolo comune cilentano di Marina di Camerota (da dove venivano i suoi avi) e poi a Battipaglia, in provincia di Salerno.

Fino a quando nel 2015 a Roma è stato istituito il maxi-processo Condor che riguarda 43 vittime di origine italiana sequestrate nell’ambito del Plan Condor. Gli imputati del processo sono 24 militari uruguaiani, cileni, boliviani e peruviani, fra cui Jorge Nestor Troccoli, l’unico attualmente residente in Italia. Il processo Condor è uno dei più grandi procedimenti giudiziari che riguarda i crimini commessi durante le dittature sudamericane degli anni ’70 istituito fuori dal continente.

C’è molta attesa per la sentenza che pronuncerà la Cassazione oggi a Roma, la condanna in secondo grado era stata storica: 24 ergastoli. Dal 2015 sono decine i testimoni volati a Roma per deporre contro Troccoli, il suo caso è molto noto anche in Uruguay, non solo perché è stato uno dei capi della repressione ma anche perché nel 1996 è stato il primo militare uruguaiano a raccontare pubblicamente quali erano state le pratiche del terrorismo di Stato durante la dittatura.

Dopo un’inchiesta apparsa sul giornale uruguaiano PostData in cui due testimoni accusavano Troccoli di aver preso parte al terrorismo di Stato, l’ex fuciliere uruguaiano, con una lunga e dettagliata lettera aperta inviata al quotidiano El Pais e perfino con la pubblicazione di un libro intitolato L’ira del Leviatano, ha ammesso di aver sequestrato e torturato i militanti che si opponevano alla dittatura.

Il fatto che Troccoli sia imputato nel maxi processo Condor è importantissimo e crea un precedente fondamentale per il nostro Paese: apre la strada per nuovi processi contro altre persone accusate di torture e omicidi avvenuti durante le dittature sudamericane degli anni ’70, che oggi risiedono in Italia.

Come Carlos Luis Malatto, ex tenente argentino accusato del sequestro e della tortura di decine di militanti, che vive nel nostro Paese da oltre 10 anni. Il 26 maggio 2020 il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha autorizzato a istruire un processo contro di lui in Italia. O come don Franco Reverberi, ex cappellano militare accusato di aver assistito alle torture di vari detenuti in un campo di sterminio argentino. Reverberi oggi celebra messa a Sorbolo, piccolo comune in provincia di Parma. Lo scorso aprile dall’Argentina ne è stata richiesta per la seconda volta l’estradizione.

* Fonte: Elena Basso, il manifesto

Colonia Dignidad

Ci sono voluti 48 anni, ma le famiglie di Juan José Montiglio e Omar Venturelli, desaparecidos in Cile sotto la dittatura di Pinochet, hanno finalmente ottenuto giustizia. La Procura generale di Roma ha inoltrato al governo del Cile il mandato di arresto per Rafael Ahumada Valderrama, 76 anni, Orlando Moreno Vásquez, 80, e Manuel Vásquez Chahuan, 75, condannati in via definitiva dal Tribunale di Roma per l’omicidio e la sparizione dei due cittadini italiani.

I tre ex militari cileni erano già stati condannati all’ergastolo dalla Corte d’Appello di Roma l’8 luglio 2019 insieme ad altri 21 repressori, tutti riconosciuti colpevoli del sequestro e l’omicidio di 23 cittadini di origine italiana residenti in Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, nell’ambito del processo sul Plan Condor, l’accordo di cooperazione tra gli organi di repressione dei regimi militari latinomericani sostenuto dal Dipartimento di Stato Usa.

Un processo iniziato nel 1999 per iniziativa del procuratore Giancarlo Capaldo, a seguito delle denunce dei familiari delle vittime di origine italiana, sequestrate, torturate e fatte sparire dagli squadroni della morte e dai servizi militari e di polizia delle feroci dittature latinoamericane.

Per i tre ex militari cileni la condanna è già diventata definitiva, non avendo i loro difensori presentato ricorso in Cassazione. Per gli altri, scesi nel frattempo a 19 dopo i decessi dell’ex ministro dell’Interno boliviano Luis Arce Gómez e dell’uruguayo José Horacio “Nino” Gavazzo Pereira, bisognerà aspettare il prossimo 8 luglio, quando la Corte di Cassazione si dovrà pronunciare sul loro ricorso.

Ma la vera novità, come ha dichiarato l’avvocato Giancarlo Maniga, legale della parte civile nel caso Venturelli, nella conferenza stampa convocata ieri online dall’Associazione 24marzo, «non è tanto nella condanna definitiva alla pena massima, quanto nella possibilità che queste condanne vengano stavolta eseguite. La speranza è che l’Italia proceda con le richieste di estradizione e che il Cile confermi di volersi realmente affrancare dagli anni della dittatura, come sta ora cercando di fare attraverso una nuova Costituzione».

E un’altra novità, sotto il profilo giudiziario, è il fatto che sia stata riconosciuta la responsabilità «non solo dei vertici militari, ma anche dei quadri intermedi», come ha evidenziato Maria Paz Venturelli, figlia di Omar, auspicando che il governo eserciti ogni tipo di pressione per «ottenere che questa sentenza sia effettiva, questo sì sarebbe di importanza storica».

Ma in occasione della condanna dei loro carnefici non si può non onorare ancora una volta le vittime. Il socialista di origini piemontesi Juan José Montiglio era capo del Gap, la piccola «Guardia degli amici del presidente», una trentina di giovani che dovevano occuparsi della difesa personale di Salvador Allende e che erano riusciti a tener testa per quasi otto ore a soldati, carri armati e aerei.

Arrestato alla morte del presidente dopo il bombardamento de La Moneda dai militari di Pinochet, era stato poi visto insieme ad altri prigionieri al Regimento Tacna e, dopo due giorni di percosse e torture, fucilato, con altri collaboratori di Allende, nel poligono di tiro a Peldehue.

Omar Venturelli, uno dei sacerdoti che aveva accompagnato i mapuche nell’occupazione delle terre regalate ai coloni europei e per questo sospeso a divinis dal vescovo Bernardino Piñera (zio dell’attuale presidente), era entrato nel Movimiento de Izquierda Revolucionaria, si era sposato con Fresia Cea Villalobos ed era diventato professore all’Università Cattolica di Temuco. Pochi giorni dopo il golpe, inserito in una lista di ricercati, era stato convinto dal padre a consegnarsi spontaneamente alle autorità alla Caserma Tucapel, dove si sarebbero perse le sue tracce il 10 ottobre del 1973.

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

SANTIAGO DEL CILE. Walter Klug Rivera è scappato per la seconda volta dal Cile, ma dopo una rocambolesca fuga è stato arrestato la mattina del 12 giugno nella provincia di Buenos Aires. Il feroce gerarca della dittatura di Pinochet era stato estradato dall’Italia all’inizio del 2020.

CONDANNATO per il sequestro, la tortura e la sparizione di 23 persone, si era dato alla fuga approfittando della libertà che gli è stata concessa dai giudici cileni mentre si trovava in attesa del giudizio. Il 9 giugno scorso era stata diffusa la notizia: Klug ha lasciato il Paese scappando verso la Germania, di cui ha la nazionalità e da cui non può essere estradato.

L’ex colonnello di Pinochet nell’ottobre del 2014 era stato condannato a 10 anni per crimini di lesa umanità compiuti negli anni della dittatura. Pochi giorni prima di entrare in carcere era riuscito a scappare e a rifugiarsi in Germania. Il 4 giugno del 2019 però Rivera, all’epoca 69enne, aveva deciso di lasciare la Germania per dirigersi in Italia.

Una mattina all’alba era stato arrestato con un blitz dai poliziotti della questura mentre si trovava in un albergo nel centro di Parma. Rivera si trovava lì per assistere a un convegno di ingegneri al quale avrebbe preso parte la sua compagna cilena con cui viveva in Germania da ormai quattro anni.

RIVERA ERA STATO PORTATO in carcere mentre veniva avviata la richiesta di estradizione, confermata il 4 dicembre del 2019 dalla Corte di Cassazione. Estradato a inizio del 2020, quando è arrivato in Cile è stato condannato alla prigione preventiva in attesa del giudizio. Poco dopo però, nonostante l’evidente pericolo di fuga e le proteste degli avvocati dei familiari delle vittime, l’ex colonnello è stato rilasciato. Il 9 giugno è arrivata la denuncia di Londres38, ex centro di tortura a Santiago e ora spazio di memoria: Walter Klug Rivera è riuscito a scappare di nuovo.

IN CILE LE FRONTIERE sono chiuse dallo scorso marzo. Per un cittadino cileno lasciare il Paese è molto complesso e i controlli alle frontiere sono serratissimi. Nonostante una campagna di vaccinazione molto rapida, nel Paese i morti per Covid-19 sono in continuo aumento e i casi di contagi sono ai massimi dall’inizio della pandemia.

Il gerarca cileno Walter Klug Rivera

La maggior parte delle città si trovano in quarantena e per lasciare la propria abitazione è necessario richiedere un permesso, di massimo due ore, al corpo dei Carabineros. Ciò rende ancora più grave che un ex colonnello accusato dell’omicidio di 23 persone sia riuscito a scappare e a lasciare il Paese mentre le frontiere sono chiuse.

Come denuncia al manifesto Magdalena Garcés Fuentes, 47 anni, avvocata di Londres38: È gravissimo che una persona che è stata condannata per la sparizione di 23 persone e che era a capo di un centro di tortura sia stato lasciato libero senza alcuna misura di sicurezza per impedire che scappasse nuovamente dal Paese.

NEL 2015 KLUG era fuggito dopo essere stato condannato per la sparizione di 23 lavoratori delle centrale idroelettriche cilene El Albanico e El Toro, nel Sud del Paese. I giudici cileni per questa causa non hanno sollecitato l’estradizione dalla Germania e non hanno richiesto il mandato di cattura internazionale.

Klug in Italia è stato arrestato per un altro caso in cui è sospettato il suo coinvolgimento e per cui è stato emanato il mandato di cattura dell’Interpol: il sequestro e la sparizione di Luis Cornejo Fernández, militante della gioventù comunista di 23 anni.

«Ciò che indigna è che per Klug, condannato per il caso di El Albanico e El Toro, non sia stata richiesta l’estradizione dai giudici. Le vittime erano persone semplici: operai o contadini. Klug è stato riconosciuto come capo del Reggimento da decine di sopravvissuti e indicato come il più sadico fra i torturatori – dice l’avvocata del caso Cornejo, Patricia Parra – Un detenuto ha dichiarato che Klug lo ha costretto a tenere la mano in un secchio ricolmo di escrementi degli altri detenuti per giorni, fino a quando la mano è andata in cancrena».

LA SECONDA FUGA dell’ex colonnello e il fatto che sia stato lasciato in libertà nonostante l’evidente pericolo che scappasse nuovamente, ha causato indignazione negli avvocati e un fortissimo dolore nei familiari delle vittime.

Fra di loro Gisela Coussy, 53 anni, figlia di Plutarco Enrique Coussy Benavides. Aveva cinque anni quando suo padre, militante comunista e sindacalista di 32 anni, è stato sequestrato e fatto sparire; è una delle vittime per cui è stato condannato Klug. Gisela dà immediatamente la disponibilità per essere intervistata, giusto il tempo per pranzare e poi è pronta.

«Tutto per mio padre e i suoi compagni. E per mia madre che ha 78 anni e continua a lottare per sapere dove si trova il suo amato». Mentre parla mostra la foto in bianco e nero di suo padre: «Due testimoni hanno dichiarato che Klug lo ha torturato. Io sono cresciuta guardandomi intorno e chiedendomi perché fosse scomparso dato che era una persona così buona; il suo unico crimine era quello di credere in un mondo più giusto. Lo hanno strappato a mia madre e a quattro figli. Deve essere fatta giustizia, Klug sa dov’è il corpo di mio papà e io ho il diritto di poterlo trovare e seppellire».

* Fonte: Elena Basso, il manifesto

 

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«Discutere della necessità di un colpo di Stato è stato endemico in Italia sin dalla guerra. La serie prolungata di crisi nell’ultimo anno, insieme al crescente livello di disordini sindacali, ha riportato la questione in primo piano. Sarei propenso a respingerlo di nuovo se non fosse per fattori aggiuntivi che mi sembrano rendere una tale minaccia più credibile ora di prima».

IL 7 AGOSTO 1970 l’ambasciatore a Roma, Graham Martin, spedisce a Washington un telegramma che informa dei piani eversivi del Fronte Nazionale (Fn) di Junio Valerio Borghese, l’uomo che gli agenti segreti Usa avevano salvato dalla giustizia partigiana come molti altri fascisti nel dopoguerra.

Martin non considerò l’operazione «Tora-Tora» un’iniziativa di vecchi arnesi del regime e, scrive l’ambasciatore, lo stesso pensava la direzione del Pci «poiché il 25 maggio, quando emerse un’altra voce del genere, non un solo dirigente comunista dormì nel suo letto quella notte».

Il 1970 si era aperto sull’eco della strage di Piazza Fontana ed il Paese, mentre diventava legge lo Statuto dei lavoratori e nascevano le Regioni, era attraversato da forte tensione.

Il 14 luglio esplose la rivolta di Reggio Calabria (5 morti, migliaia di feriti, 12 attentati dinamitardi, 23 scontri a fuoco). Il 22 luglio si consumò la strage di Gioia Tauro (6 morti, 72 feriti).

In Calabria Fn svolse attività «rilevante» – scrive un rapporto di Ps – inserendosi «nelle manifestazioni e nei disordini in combutta con gli altri gruppi dell’estrema destra Movimento Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale».

Borghese tenne due comizi a Reggio ad ottobre ‘69 e ad agosto ‘70 e in quell’arco di tempo si verificarono l’attentato alla questura (compiuto da uomini del Fn); l’inizio della rivolta; la strage di Gioia Tauro.

PRIMA DEL GOLPE, Fn – scrive il controspionaggio – aveva goduto di «cospicui finanziamenti». A Firenze «la quota concessa è stata così sostanziosa che il dirigente non è riuscito ad impiegarla» mentre a Milano «tramite il capo della massoneria locale» Borghese ricevette «assicurazione di poter fare affidamento sulla somma di due miliardi di lire».

Fn era deciso ad «insorgere» per sventare il «possibile inserimento al potere del Pci».

La notte del 7 dicembre il «golpe Borghese» prese avvio ma fu improvvisamente bloccato da un contrordine quando i congiurati erano già entrati nel ministero dell’Interno.

«Una riunione di numerosi elementi – scrive il Sid – appartenenti a Fronte Nazionale, Associazione Paracadutisti e Avanguardia Nazionale era stata dichiarata disciolta dagli organizzatori senza fornire dettagliate specificazioni».

Il 17 marzo 1971 il tentativo eversivo divenne pubblico con lo scoop di Paese Sera.

«L’operazione – scrisse la questura di Roma – avrebbe dovuto essere una prova generale per un colpo di Stato, un’azione di commandos, poi rinviata per inspiegabili motivi». Essa si proponeva «di creare panico e disorientamento al fine di rendere necessario l’instaurazione di un governo forte».

Degli avvenimenti – scrive il Sid – «non sarebbero stati all’oscuro l’Ammiraglio Birindelli (comandante navale Nato Sud-Europa), il Capo di Stato Maggiore della Marina e dell’Esercito, il Comandante della III Armata e delle fanterie del Sud-Europa e alcune personalità del Quirinale».

NONOSTANTE DEPISTAGGI e vanificazione dei processi (imputati tutti assolti) alcuni elementi storici sono oggi consolidati.

Il ruolo della P2 di Licio Gelli (che avrebbe dovuto rapire il Presidente della Repubblica); l’interlocuzione tra ambienti Usa e Fn con gli incontri tra l’agente Cia Hugh Fendwich e Remo Orlandini, braccio destro di Borghese; la conoscenza diretta del piano eversivo da parte del Sid; la mancata consegna alla magistratura (responsabili il generale Maletti e il ministro della Difesa Andreotti) di una dettagliata documentazione che indicava i nomi di partecipanti al golpe come l’ammiraglio Giuseppe Torrisi (poi asceso alla carica di Capo di stato maggiore della Difesa) e Licio Gelli.

LA PROSPETTIVA strategica dell’operazione, da parte degli apparati Usa coinvolti, non fu quella di un colpo di Stato come in Grecia ma il rafforzamento dei partiti di governo su base emergenziale.

Si spiegano così il contemporaneo finanziamento concesso da Martin al capo del Sid Vito Miceli, implicato (assolto) nel golpe e le informazioni fornite dalla stessa ambasciata Usa a Saragat, Colombo e Tanassi; nonché la funzione dalla P2.

Non fu un golpe da operetta. Gaetano Lunetta, responsabile Fn in Liguria spiegò: «Il golpe Borghese c’è stato davvero, siamo stati padroni assoluti del Viminale, è anche sbagliato definirlo golpe tentato e poi rientrato. Il risultato politico che voleva è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro, allontanamento del Pci dall’area di governo, garanzie di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana. La verità è che il golpe c’è stato ed è riuscito»

* Fonte: Davide Conti, il manifesto

Sono un gruppo di giovani ragazze, meno di una decina. Hanno fra i 20 e i 30 anni, vestiti e tagli di capelli ricercati. Sono tutte sorridenti nelle immagini di archivio in bianco e nero. In alcune fotografie sono a una festa, tengono in mano bicchieri di vino e ridono, in altre salutano con la mano mentre siedono fra gli spalti allo stadio.

Sembrerebbero ragazze qualunque in un album di ricordi degli anni ’70, ma guardando meglio le immagini si nota che sono sempre circondate da militari in alta uniforme. Quelle giovani donne sorridenti durante gli anni della sanguinaria dittatura cilena di Pinochet sono state agenti segreti con il compito di sequestrare, torturare e uccidere gli oppositori e oggi quelle foto sono materiale probatorio nelle aule giudiziarie.

ADRIANA RIVAS, detta «Chani», faceva parte di quel nucleo di agenti. Oggi ha 67 anni e vive dal 1978 in Australia, a Sidney. Il 29 ottobre scorso il tribunale del New South Wales ha dato il via libera per l’estradizione della donna. Arrestata a Sidney lo scorso febbraio, ha due settimane di tempo dalla sentenza per ricorrere in appello contro la decisione del giudice. Rivas, che in Australia ha lavorato come babysitter e collaboratrice domestica, negli anni della dittatura di Pinochet era stata assunta al Ministero della Difesa cileno come segretaria per poi essere arruolata, nel 1974, alla Dina (Dirección Nacional de Inteligencia) la sanguinaria polizia segreta di Pinochet.

Aveva poco più di 20 anni quando è stata nominata segretaria personale del secondo uomo più potente della dittatura cilena: Manuel Contreras, capo della Dina condannato a 289 anni di carcere.

Ma le mansioni di Rivas non si limitavano al solo lavoro d’ufficio: faceva parte della temutissima «Brigada Lautaro», un nucleo incaricato di sterminare gli oppositori politici, comandato dal capo dell’esercito Juan Morales Salgado e creato dallo stesso Contreras. Il nucleo, formato da più di 70 agenti speciali, si occupava del sequestro, della tortura e della sparizione dei detenuti e operava nella caserma clandestina Simón Bolívar.

IL CENTRO DI STERMINIO Simón Bolívar è stato definito «il segreto più custodito della dittatura di Pinochet» dato che non si è saputo della sua esistenza per oltre 30 anni.

Come è stato possibile? Non c’è stato nessun sopravvissuto: chiunque sia entrato in quel centro è stato torturato, ucciso e fatto sparire. A svelare il segreto è stato nel 2007 Jorgelino Vergara. Interrogato dagli inquirenti sul caso «Calle Conferencia», un’operazione con cui nel 1976 la Dina ha sequestrato e ucciso i membri del Partito comunista cileno (Pcc), Vergara – detto «El Mochito» – ha spiegato cosa accadeva in quell’anonimo distretto negli anni della dittatura.

VERGARA AVEVA SOLO 15 ANNI e lavorava come cameriere a casa di Manuel Contreras, quando è stato portato per la prima volta dentro al centro di sterminio Simón Bolívar, il suo compito era di fare il caffè ai torturatori, controllare i detenuti e ripulire le stanze dopo le torture.

Vergara è uno dei testimoni che ha identificato Adriana Rivas come una delle agenti della Brigada Lautaro che operava al Bolívar. Sostiene di averla vista torturare molti detenuti, fra cui Victor Díaz. Vergara durante gli interrogatori degli inquirenti ha parlato più volte delle donne della «Brigada Lautaro» descrivendole come «le più spietate torturatrici del Bolívar» fra cui spicca il caso – molto noto in Cile – di Gladys Calderón, compagna di lavoro di Rivas, che aveva il compito di fare l’iniezione letale ai detenuti dopo le torture. Calderón che prima di entrare nella Dina aveva studiato da infermiera, era conosciuta all’interno del campo come «l’Angelo del cianuro».

ARRIVATA AL GRADO di sottoufficiale dell’Esercito, ancora oggi Rivas riceve la pensione militare. L’ex agente della Dina ha sempre negato ogni accusa, ha ammesso di aver fatto parte della polizia segreta, ma ha dichiarato di non aver mai torturato o preso parte a un interrogatorio.

Rintracciata nel 2013 dalla radio australiana Sbs ha detto: «I migliori anni della mia vita sono stati quelli trascorsi alla Dina. Sono cresciuta in una famiglia numerosa: siamo 6 fratelli. Mio padre apparteneva alla classe media ed era l’unico nella mia famiglia a lavorare; mia madre faceva la casalinga. Eravamo tutti studenti e le mie sorelle si sono sposate giovani. Io ho potuto studiare a un corso per diventare segretaria bilingue, ho imparato molto bene l’inglese.

Quando ho iniziato a lavorare alla Dina ho scoperto un nuovo mondo. Quattro volte all’anno pagavano per il mio guardaroba: mi vestivano dalla testa ai piedi con abiti delle migliori boutique del Paese. Potevo frequentare i gala e le feste più esclusive. Una ragazza come me, di classe media con un’educazione media, quando mai avrebbe avuto la possibilità di cenare all’ambasciata in Cile? Di andare in giro in limousine o di soggiornare nei migliori hotel del Paese? Ho potuto conoscere i presidenti di altri Stati, ho visto perfino l’incoronazione di un re».

DURANTE IL CORSO dell’intervista, che ha fatto molto scalpore sia in Cile che in Australia, Rivas ha anche spiegato che: «La tortura è sempre esistita in Cile. È l’unico modo per spezzare le persone perché psicologicamente non c’è un metodo, non esiste l’iniezione che fanno nei film per far dire ai prigionieri la verità. Tutti sanno che è necessario farlo per rompere il silenzio delle persone, soprattutto dei comunisti che hanno una formazione militare migliore di quella dei soldati e che non parlano mai. Chiariamo una cosa: la tortura era necessaria. Lo hanno fatto i nazisti, lo fanno oggi negli Stati Uniti. Non si dice, si nasconde, ma si fa in tutto il mondo! È l’unico modo: nessuno si siede e confessa di aver ucciso qualcuno». Il caso di Rivas in Cile è molto noto anche perché nel 2017 è uscito nelle sale un documentario intitolato El pacto de Adriana che è stato girato dalla nipote, Lisette Orozco.

LA REGISTA DESCRIVE l’ex agente come «mia zia Chani, la donna che ammiravo di più al mondo, quella coraggiosa e forte. La zia che mi ha insegnato a far valere la mia opinione e ad essere sempre me stessa».

La giovane non sapeva quasi nulla del passato di Rivas, fino a quando non è stata arrestata davanti ai suoi occhi nel 2006 all’aeroporto di Santiago. Da quel momento Lisette, che all’epoca aveva 17 anni e studiava cinema, ha iniziato a intervistare sua zia e la sua famiglia. Poco a poco – rintracciando i testimoni – le certezze che aveva sulla zia, che credeva innocente, si sono sgretolate e si è resa conto dei tentativi di manipolazione della donna.

ARRESTATA NEL 2006 a Santiago (era tornata per salutare la propria famiglia come aveva già fatto in altre occasioni) per la sua partecipazione nel «Caso Conferencia», Rivas è stata processata a febbraio dello stesso anno per l’uccisione del segretario nazionale del partito Víctor Díaz.
Detenuta per 3 mesi, appena ha ottenuto la libertà condizionata è scappata clandestinamente in Australia. L’ex agente della Dina oggi è accusata della sparizione aggravata di 7 cittadini cileni negli anni della dittatura di Videla: Reinaldo Pereira, Héctor Veliz, Fernando Ortiz, Horacio Cepeda, Lincoyán Berríos, Fernando Navarro e Victor Díaz.

Il governo cileno ne ha sollecitato l’estradizione nel 2014 e il 29 ottobre, quando è stata pronunciata la sentenza sulla sua estradizione, il magistrato incaricato della causa Philip Stuart – dopo aver letto per oltre un’ora in aula il materiale presentato dal governo cileno sul caso, compresi i dettagli dei crimini imputati a Rivas – ha dichiarato che, in accordo alla legge australiana, la Dina e la Brigada Lautaro sarebbero considerati gruppi criminali.

Sono di altro avviso gli avvocati difensori di Rivas che in aula hanno contestato la sentenza sostenendo che fosse dovuta a pregiudizi per gli ideali politici dell’ex agente. Gli avvocati hanno inoltre dichiarato che i materiali presentati dal governo cileno sono insufficienti e che non provano che Rivas abbia compiuto alcun crimine. Ad attendere la sentenza fuori dal tribunale australiano c’era un numeroso gruppo di cittadini cileni che hanno accolto la sentenza con molta commozione leggendo i messaggi condivisi dalle famiglie delle vittime, fra cui quello dei figli di Lincoyán Berríos sindacalista e militante comunista ucciso nel 1976 a 48 anni: «Dedichiamo questa sentenza a tutte quelle famiglie che per tanti anni hanno lottato per trovare i loro cari scomparsi e ai figli di desaparecidos che sono cresciuti nell’abbraccio delle associazioni per i diritti umani e continuano a cercare i loro genitori».

* Fonte: Elena Basso, il manifesto

Dal 1996 c’è un giorno in cui l’Uruguay si ferma. Non si parla, non ci sono rumori in città, si sentono solo i passi di migliaia di persone che marciano nel più totale silenzio. I cittadini si riversano nelle strade di Montevideo e sfilano reggendo tra le braccia una foto in bianco e nero e margherite: è la Marcia del Silenzio, che si tiene ogni 20 maggio da 25 anni per chiedere verità e giustizia per i desaparecidos della dittatura uruguaiana.

Quest’anno a causa del coronavirus la marcia è stata virtuale, ma non solo: alle 17 centinaia di veicoli hanno sfilato in una carovana silenziosa, mentre un camion con uno schermo gigante marciava per la città, sopra i volti degli scomparsi. Alle 19 è stato trasmesso un video con le foto dei desaparecidos mentre alle radio erano scanditi i loro nomi. Dai balconi e dalle finestre riecheggiava l’urlo «presente!». Nelle abitazioni, nei luoghi di lavoro e di sequestro i familiari hanno appeso la foto dei loro cari accompagnata dal motto «Son memoria. Son presente. Dónde están?».

Ogni 20 maggio i familiari dei desaparecidos accompagnano la foto dei loro cari con il motto «Son memoria. Son presente. Dónde están?» (foto Ap)

La Marcia del Silenzio si tiene il 20 maggio per l’anniversario dell’assassinio dell’ex senatore uruguaiano Zelmar Michelini, sequestrato il 18 maggio del 1976 a Buenos Aires insieme all’ex presidente della Camera dei deputati Hector Gutiérrez Ruiz e ai militanti Rosario del Carmen Barredo e William Whitelaw Blanco. I loro cadaveri sono stati rinvenuti due giorni dopo nella capitale argentina. Fra chi non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia per le vittime della dittatura uruguaiana c’è Zelmar Michelini – figlio dell’ex senatore di cui porta il nome – 65 anni, membro fondatore di Dónde están?, associazione organizzatrice della Marcia.

Qual è la storia di tuo padre Zelmar Michelini?

Mio padre ha avuto una lunga carriera politica in Uruguay, prima è stato sindacalista, poi deputato, ministro e senatore. Dal ’67 fino al ’73 è stato il principale oppositore delle forze armate, denunciando costantemente l’uso della tortura sui cittadini. Ogni giorno riportava alle Camere le testimonianze dei detenuti e per queste denunce i militari lo avevano già condannato a morte. Molti sopravvissuti alle torture sono poi andati in Senato per recapitargli il messaggio dei militari: «Se continui così ti ammazziamo».

Qual era in quegli anni la situazione in Uruguay?

Nel dicembre del 1967 Jorge Pacheco Areco è diventato presidente del Paese e l’Uruguay ha smesso di essere uno stato di diritto. Non c’era ancora la dittatura, ma è cominciato il periodo della cosiddetta dictablanda: un regime nel quale il potere esecutivo violava costantemente la Costituzione, governava con uno stato di emergenza permanente, deteneva leader sindacali e studenteschi, censurava la stampa, perseguitava i partiti politici di sinistra. Nel 1968 il governo ha represso in modo sanguinario le proteste del movimento studentesco suscitando molta indignazione. E come conseguenza la gioventù del Paese si è radicalizzata e molti di loro hanno impugnato le armi contro il governo. Per sopprimere la guerriglia le forze armate hanno cominciato ad applicare sistematicamente la tortura. Inizialmente per ottenere informazioni dai detenuti, dopo con l’unico scopo di terrorizzare la popolazione. Così sono iniziati gli anni del terrorismo di stato in Uruguay. La dictablanda è andata avanti fino al golpe di Juan María Bordaberry con cui si è ufficialmente instaurata la dittatura militare.

E dopo il golpe cosa è accaduto?

Mio padre è stato costretto a rifugiarsi a Buenos Aires, dove vivevamo sotto sorveglianza all’hotel Liberty. In quegli anni mio padre ha continuato a denunciare ciò che avveniva in Uruguay e ad aiutare i connazionali che si trovavano in difficoltà. A un certo punto ha ricevuto un invito dall’Italia: era Lelio Basso che gli chiedeva di partecipare al Tribunale Russel II. Il Tribunale Russel – tribunale di opinione fondato da Bertrand Russel e Jean-Paul Sartre nel 1966 – si era in precedenza occupato della guerra in Vietman ottenendo un grandissimo impatto a livello internazionale. Si era quindi deciso di creare un secondo tribunale che indagasse sulla situazione sudamericana. Mio padre accettò l’invito e il suo è stato il primo discorso ufficiale sulla dittatura in Uruguay. Prima di andare a Roma lo ripeteva ogni notte, tanto che a un certo punto ho detto: «Prima mi addormentavo con mia mamma che cantava canzoni per bambini e ora lo faccio ascoltando mio padre che ripete il discorso per il Tribunale Russel».

Qual è stato l’impatto di quel discorso?

È stato enorme, soprattutto a livello internazionale. Per questo il clima intorno a lui è diventato sempre più ostile e pericoloso. Anche perché le forze armate potevano esercitare una forte pressione su mio padre: nel 1972 mia sorella maggiore, Elisa, era stata sequestrata ed era detenuta. Elisa aveva 20 anni, era una militante Tupamaros, ma non era certo una figura importante. Era stata sequestrata con accuse false con il solo scopo di fare pressione su mio padre. Quando è tornato da Roma ha ricevuto una chiamata, dall’altro capo del telefono una minaccia: «Finora non abbiamo toccato tua figlia, ma se rifai qualcosa di simile cominciamo a torturarla. Possiamo rendere impossibile la sua vita». E così mio padre si è trovato di fronte a un dilemma: continuare o tacere per il bene di sua figlia. Lui ha deciso di continuare, era un rappresentante del popolo uruguaiano e non poteva venire meno al suo mandato. Anche in quelle circostanze. Nel 1975 ha scritto una lettera a un professore canadese in cui denunciava nuovamente le violazioni dei diritti umani che avvenivano in Uruguay. Un giorno nella stanza dell’hotel dove vivevamo l’ho visto piangere per la prima volta in mia. Mi ha guardato e mi ha detto: «Stanno torturando Elisa».

Qual era la situazione in Argentina?

Alla fine del 1975 la situazione era molto tesa. Mancavano pochi mesi al colpo di stato del 24 marzo 1976. Il 18 maggio del 1976, due mesi dopo il golpe, mio padre è stato sequestrato, insieme all’ex presidente della camera dei deputati Hector Gutiérrez Ruiz e a due giovani militanti Tupamaros Rosario del Carmen Barredo e William Whitelaw Blanco. Il 20 maggio hanno ritrovato i loro corpi a Buenos Aires. Dopo il golpe moltissime persone hanno consigliato a mio padre di lasciare l’Argentina: la sua vita era davvero in pericolo. Ma mio padre ha rifiutato e io ho sempre pensato che su questa decisione abbia influito il fatto che mia sorella fosse detenuta. Ho sempre creduto che nel momento decisivo abbia pensato: «Non posso aver sacrificato la salute di mia figlia, per poi andarmene nel momento in cui a essere in gioco è la mia vita». E così è rimasto.

Zelmar Michelini

UN ARCHIVIO PER I DESAPARECIDOS ITALIANI

Durante le dittature sudamericane di fine ‘900 in migliaia sono stati assassinati per le loro idee politiche. Sequestrati, torturati e fatti sparire perché del loro esempio non rimanesse traccia. Fra di loro moltissimi italiani, le cui famiglie ancora oggi aspettano di conoscere la verità sulla sorte dei loro cari. Archivio desaparecido è un progetto di memoria attiva del Centro di giornalismo permanente, con cui i tre autori – Elena Basso, Marco Mastrandrea e Alfredo Sprovieri – intendono ricostruire le loro storie. L’Archivio sarà multimediale e interattivo e conterrà centinaia di biografie dei desaparecidos italiani, le testimonianze delle loro famiglie e i racconti degli esuli sudamericani rifugiati nel nostro Paese. Anche questa intervista a Zelmar Michelini pubblicata dal manifesto fa parte dell’Archivio. Gli autori hanno promosso una raccolta fondi su Produzioni dal Basso per poter proseguire nel lavoro d’inchiesta.

* Fonte: Elena Basso, il manifesto

 Nel ricostruire gli eventi che condussero alla dittatura e le conseguenze che ne sarebbero scaturite in Grecia come nel resto d’Europa, l’autore indaga uno degli aspetti centrali dell’evento: il ritorno sulla scena, in un Paese membro dell’Alleanza atlantica e dal ruolo chiave per l’Occidente nel contesto della Guerra fredda – proprio come l’Italia – dell’estrema destra fascista. La presentazione domani alle 17 a Roma, a Più libri più liberi con l’autore e Paolo Berizzi

Il generale di brigata Stylianos Pattakos radunò la truppa dopo la mezzanotte. «Lesse un discorso scritto, in cui sottolineò l’imminente pericolo si una “nuova aggressione comunista” e l’immediata necessità di un intervento delle forze armate». Alle 2,15 i primi carri armati occuparono un grande incrocio stradale a cinque chilometri dal centro di Atene. Mentre altri mezzi prendevano posizione lungo le arterie della capitale, «i camion dell’esercito cominciavano a portare nei luoghi di concentramento i primi arrestati».

SAREBBERO STATI radunati dapprima nell’ippodromo cittadino, quindi nello stadio Karaiskakis del Pireo e in quello della squadra di calcio Aek a Nea Filadelfia. In meno di dieci giorni saranno più di ottomila: perlopiù esponenti della sinistra e delle forze democratiche o moderate.

Dimitri Deliolanes racconta così gli eventi del 21 aprile del 1967, il giorno del colpo di Stato militare che avrebbe privato la Grecia della democrazia, aprendo la strada ad una stagione di repressione e violenza che si sarebbe conclusa solo nel 1974.

Già corrispondente in Italia della tv pubblica greca, collaboratore del manifesto e autore di diversi saggi sulla politica ellenica – tra cui il testo più importante pubblicato nel nostro Paese su Alba dorata (Fandango, 2013) – Deliolanes descrive in Colonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia (Fandango, pp. 444, euro 22) sia la genesi e il contesto nel quale il golpe ebbe luogo, che i legami che tale vicenda ha avuto con la stagione di attentati e stragi che sarebbero stati compiuti di lì a poco nel nostro Paese.

NEL RICOSTRUIRE con ritmo serrato, e grazie ad una vasta e articolata documentazione, gli eventi che condussero alla «dittatura dei colonnelli», e le conseguenze che ne sarebbero scaturite in Grecia come nel resto d’Europa, Deliolanes indaga infatti uno degli aspetti centrali dell’evento: il ritorno sulla scena, in un Paese membro dell’Alleanza atlantica e dal ruolo chiave per l’Occidente nel contesto della Guerra fredda – proprio come l’Italia – dell’estrema destra fascista. Per l’autore – che interverrà domani a Roma a Più libri più liberi nel dibattito dal titolo «Com’è nera l’Europa», alle 17 presso l’Arena Robinson, con Paolo Berizzi – «era la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che l’estrema destra autoritaria prendeva il potere con la violenza delle armi in un Paese europeo: i regimi parafascisti di Franco in Spagna e di Salazar in Portogallo si erano infatti imposti prima del ’45». Mentre «per i colonnelli di Atene il discorso era completamente diverso e poneva all’Occidente problemi scottanti, con l’aggravante che riguardava un paese simbolo della democrazia occidentale, dove la lotta al comunismo era stata condotta proprio in nome della democrazia».

IN QUESTO SENSO, ALLE SPALLE del nuovo conflitto tra Est e Ovest e della crociata anticomunista che si andava sviluppando nei Paesi occidentali, il «caso greco» avrebbe per molti versi anticipato, e almeno in parte annunciato, quanto accadrà in seguito in Italia. E, più in generale, un’opzione autoritaria pronta a manifestarsi di fronte alle istanze di cambiamento che crescevano nelle società europee.

Molti degli elementi che emergeranno poi anche nel nostro Paese erano già riuniti: l’attivismo dell’estrema destra, le pulsioni conservatrici in seno alle forze armate, la particolare attenzione rivolta al Paese da parte degli ambienti atlantici e delle sedi diplomatiche come dell’intelligence statunitense.

Il golpe dei colonnelli fu anticipato dalla strategia terroristica dei neofascisti locali che già nel marzo del 1967 avevano compiuto degli attentati in sei cinema di Atene, che solo per caso non avevano provocato una strage: il tutto sotto l’egida del servizio segreto militare. Questo, mentre gli americani si muovevano su un doppio binario: più prudente la linea dell’ambasciata ad Atene, più vicina al gruppo di ufficiali riuniti intorno al colonnello Georgios Papadopoulos, futuro leader della dittatura, che avrebbe promosso il putsch, quella dell’antenna locale della Cia. A golpe avvenuto, ci avrebbe pensato il presidente Richard Nixon a rinsaldare i rapporti con i militari al potere, mentre Atene, come spiega Deliolanes si sarebbe trasformata nella «capitale dei fascisti» europei.

L’OMBRA DEGLI APPARATI del regime greco – secondo una strategia che si era perciò già vista all’opera ad Atene – sarebbe emersa nelle indagini su Piazza Fontana (1969) come per il tentato «golpe Borghese» (1970). Alla Grecia guardavano del resto come a un «laboratorio» i neofascisti italiani che già nell’aprile del 1968, ad un anno dal golpe, parteciparono in decine ad una sorta di «viaggio premio» per festeggiare nelle caserme di Atene «la Pasqua ortodossa ma anche il primo anniversario del colpo di Stato». Tra loro esponenti di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Europa Civiltà e dell’organizzazione universitaria missina del Fuan. E «moltissimi dei partecipanti, come ricorda Deliolanes, hanno avuto in seguito un ruolo di primo piano nelle inchieste riguardanti la strategia della tensione».

L’eredità avvelenata di quanto accaduto in Grecia avrebbe continuato a pesare a lungo sui destini di molti Paesi, come si sarebbe visto nel decennio successivo in America Latina. «Il trionfo delle democrazie alla fine della Seconda guerra mondiale non era più un dato irreversibile – spiega infatti Deliolanes – Atene poteva rappresentare un punto di riferimento per tutti coloro che non avevano mai smesso di invocare regimi autoritari e antidemocratici».

* Fonte: Guido Caldiron, il manifesto

MADRID. Sta destando molta indignazione, a Madrid, la decisione della nuova giunta municipale targata Pp-Ciudadanos del sindaco José Luis Martínez-Almeida, insediatasi nella primavera scorsa grazie all’appoggio determinante del partito di estrema destra Vox, di smantellare il monumento alle vittime del regime franchista presso il grande cimitero dell’Almudena.
Operai del comune sono entrati due giorni fa nello storico cimitero dell’Almudena, dove si trovano anche le tombe del primo presidente della Seconda repubblica spagnola Niceto Alcalá-Zamora e della pasionaria Dolores Ibárruri, ed hanno iniziato a smontare le grandi lastre di granito su cui erano riportati i nomi di quasi tremila persone fucilate dal regime franchista fra il 1939 e il 1944, negli anni subito posteriori alla Guerra Civile.

Le targhe facevano parte di un memoriale alle vittime della repressione franchista voluto dalla ex sindaca Manuela Carmena. La giunta di sinistra, che ha governato la capitale di Spagna fra il 2015 ed il 2019 grazie ai voti della piattaforma Ahora Madrid (legata in parte a Podemos) e con l’appoggio del Partito socialista, aveva deciso di erigere il memoriale nel febbraio del 2018. L’obiettivo era porre rimedio alla grande anomalia della capitale spagnola, nella quale non c’è quasi traccia di monumenti che ricordino le vittime della repressione franchista.

Il monumento non era ancora completo nella primavera 2019, quando in seguito alle elezioni amministrative la destra è tornata al potere nella capitale. Fin dai primi giorni di mandato, nel luglio 2019, il nuovo sindaco aveva preso la decisione di bloccare i lavori per la costruzione del memoriale perché «non rispettava l’imparzialità». La destra aveva polemizzato anche sulla presenza, nella lista dei quasi tremila morti, di oltre trecento chequistas.

La giunta di Almeida ha deciso di smantellare la parte del monumento che era stata già costruita, e cioè quella in cui compaiono i 2.934 nomi dei fucilati. Fra questi vi sono anche i nomi delle Tredici Rose (las Trece rosas), le tredici giovanissime aderenti alle Gioventù Socialiste fucilate dai franchisti contro un muro del cimitero pochi mesi dopo la fine della guerra, con una accusa di “ribellione” (sulla loro storia il regista Martínez-Lázaro ha girato un film e sono stati scritti diversi libri), o i nomi di diversi sindaci repubblicani.

L’idea dell’attuale giunta è di «unificare il riconoscimento delle vittime di entrambi i lati» estendendo il ricordo alle persone fucilate dal 1936 al 1944 e non solo dal 1939 ad oggi. Il ricordo stavolta sarà «impersonale»: non figureranno i nomi delle persone fucilate.

La foto delle lapidi, rimosse e ammonticchiate per terra nel cimitero, ha subito fatto esplodere l’indignazione delle associazioni che si battono per la memoria delle vittime del franchismo. «Li hanno fucilati di nuovo», ha affermato Tomás Montero, presidente della Asociación Memoria y Libertad. Durissimo anche il Foro por la Memoria, che via Twitter pubblica le foto del monumento smantellato e aggiunge: «L’indegno e vile sindaco di Madrid ha nuovamente fucilato le vittime delle sentenze fasciste del dopoguerra madrileno».

L’estate scorsa, subito dopo l’ingresso del partito di estrema destra Vox nel parlamento comunale, il consigliere e segretario generale della formazione, Javier Ortega Smith, aveva affermato che le Tredici Rose «torturavano e assassinavano vilmente», un falso storico che aveva sollevato una grande ondata di indignazione.

Il 24 ottobre scorso, subito dopo la riesumazione delle spoglie del dittatore Francisco Franco dal grande mausoleo della Valle dei Caduti, il presidente del governo facente funzione Pedro Sánchez si era recato al cimitero dell’Almudena per deporre dei fiori proprio davanti la targa che ricorda le tredici giovanissime donne trucidate dalla dittatura franchista.

* Fonte: Lorenzo Pasqualini, il manifesto

Ha appena compiuto 70 anni, Luis Sepulveda. Ne aveva 28 quando il Cile di Pinochet lo espulse benignamente invece di fargli scontare il meritato ergastolo come membro del Gap, il Grupo amigos personales del presidente Allende. I carri armati per le strade di Santiago li porta letteralmente nella carne, nelle ossa piegate da anni di una cella grande come un frigorifero, nelle unghie strappate. Ora i tank sono tornati, è di nuovo stato d’emergenza

Cosa hai sentito nel tuo cuore a vedere i soldati per le strade, un’altra volta?
Una grande, grande rabbia. Il ritorno a tempi che credevamo superati. Ma non è così, il fantasma del pinochettismo continua a essere molto vivo in Cile, e il presidente Sebastian Pinera, che è una persona perfettamente inutile, ne dimostra l’atteggiamento apertamente fascista.

E’ ancora Pinochet, il suo spettro, o c’è qualcosa di nuovo in questo governo di destra che arma le strade?
Nel fondo c’è una parte dell’eredità di Pinochet. E appena sopra c’è un’estrema destra fascista nello stile di Bolsonaro, sempre più presente in ogni paese dell’America Latina.

Ogni giorno di più: a parte il Messico, la destra va molto bene in tutto il subcontinente.
Sì, c’è una fioritura dell’estrema destra, unita a narcotaffico, sette evangeliche e fondamentalismi religiosi. Il panorama è brutto, e diventa peggiore.

Hai paura di qualcosa di simile ad allora o la democrazia cilena è abbastanza forte da poter superare questi soldati per le strade?
Il golpe militare del ’73 aveva un solo obiettivo: imporre un sistema economico, il modello neoliberale dell’economia. Questo venne imposto. Ora le conseguenze del neoliberalismo hanno portato a un’esplosione sociale, che era là, contenuta, ma che presto o tardi sarebbe scoppiata. Il problema è che questa esplosione sociale non ha un obiettivo politico ben definito, è ira popolare che divampa in maniera spontanea, ma senza che alcuna forza politica proponga un’alternativa. E’ rabbia per la rabbia, e questo è molto preoccupante. Non credo che si possa ripetere il golpe del ’73, un colpo di stato con quelle caratteristiche, ma tutto ciò che è stato conquistato dagli anni del golpe, anche le conquiste più minime, ora è in pericolo.

Dunque questa è una jaquerie, ribellione senza orizzonte politico, è così?
Esattamente, è una reazione popolare di fronte a una serie di misure assolutamente odiose. Il Cile è un paese dove le disuguaglianze sociali sono incredibili quando si prova va descriverle, i molto ricchi e una maggioranza di persone che vive della povertà di quelli più in basso. Il trionfo ideologico del neoliberalismo ha fatto sì che molta gente, per il semplice fatto di avere una puta carta di credito, si senta parte integrante della classe media. E’ un paese ideologicamente molto debole, la sinistra cilena è nel suo peggiore momento, non c’è un’alternativa e la rabbia popolare, l’ira delle classi popolari, si manifesta in questa maniera. Ma la risposta della repressione ci può portare verso tempi tremendamente brutti.

Hai qualche speranza in ciò che resta della storica sinistra cilena, o in altri gruppi?
La sola vera speranza è la gente giovane, quella che ha manifestato più duramente e da più tempo contro il governo, ma manca un’articolazione politica intelligente, la costruzione di un progetto politico alternativo, le risorse intellettuali per proporre qualcosa di diverso, e questo è un lavoro di anni. Spero verrà fatto.

Altre esperienze in America latina? Quello di oggi è un fenomeno cileno o è latinoamericano?
Ciò che accade in Cile è parte di un fenomeno globale, con tutta evidenza anche il neoliberalismo è in crisi. Quando un paese come gli Stati Uniti elegge presidente un imprenditore del tutto inetto, inefficace e ignorante, non si può sperare che gli altri mandatarios del mondo possano essere molto diversi. Meno di una settimana fa Donald Trump ha detto che la relazione tra Stati Uniti e Italia risale all’antica Roma! Ci sono alcune speranze: la Bolivia di Evo Morales, combattere ogni povertà in un modo reale ed efficiente e far crescere il paese, l’Uruguay del Frente Amplio, Pepe Mujica ha iniziato un’altra maniera di fare politica che il Frente Amplio ha proseguito, senza grandi ambizioni ha conquistato cose fondamentali e la gente vive meglio. Evidentemente non è la grande soluzione, la grande soluzione dovrebbe essere un altro modo di vivere, allontanarsi dalla realtà e dal mito della crescita economica. Bisogna avere un’altra idea di sviluppo, manca questo per completare l’idea di una alternativa.

Pinera ha dichiarato: “Siamo in guerra contro un nemico potente, molto organizzato e implacabile, disposto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite”. Sembra la descrizione di un’invasione. Ma chi è il nemico? Ed è davvero organizzato?
Macché nemico organizzato, il “nemico” sono i pensionati che vivono con un assegno miserabile, gli studenti che terminano i corsi con trent’anni di debiti scolastici, gli insegnanti con il salario più basso d’America Latina, i giovani senza alcun futuro, la classe lavoratrice senza alcun diritto… Ogni giorno la polizia entra nelle scuole e nei licei e picchia brutalmente. E questa esplosione spontanea, cominciata con una manifestazione del tutto pacifica contro il costo dei biglietti della metro, non giustifica in alcun modo la violenza dello stato. Quando lo stato comincia a praticare la violenza, evidentemente incontra una risposta violenta.

* Fonte: Roberto Zanini, il manifesto

 

photo by unicornriot

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