Golpismo e dittature

Poi il clima si sarebbe rapidamente teso fra Allende e l’alleato obbligato alle Camere, la Democrazia cristiana di Frei, fra socialisti e comunisti (questi ultimi più inclini al compromesso), fra socialisti e Mir, incline invece a una radicalizzazione. La crisi del rame; l’inflazione galoppante, il relativo isolamento mondiale permisero all’esercito, appoggiato dalle grandi compagnie americane espropriate, di preparare il colpo di stato dell’11 settembre1973. Salvador Allende si difese armi alla mano nel Palazzo della Moneda, e lì mori mitragliato dagli uomini di Pinochet. I materiali di questo e altri servizi sono stati pubblicati in proprio in un volume del manifesto: Sul Cile.

Questa intervista, preziosa, è raccolta nel volume Le interviste del manifesto 1971-1981

Se vincono i militari non sarà un cambio della guardia a Palazzo. Sarà il massacro

18 ottobre 1971, Santiago del Cile

Il Cile sembra in attesa, prudente come un gatto, ma niente affatto addormentato: se si chiede a chiunque – e si può chiederlo a chiunque, dall’intellettuale all’operaio al tassista alla commessa, perché sono «politicizzati» tutti – nessuno risponderà categoricamente. Ma non perché il cileno sia, come si ama dire per natura «istituzionale» e quindi tranquillo; ma perché sa, e non lo nasconde, che la situazione è instabile.Salvo qualche svolazzo nei comizi, il parlar politico a Santiago non ha nulla del cliché latino-americano: poca retorica, uso moderato degli aggettivi, inclinazione marcata a vedere il pro e il contro e a non mettere eccessive ipoteche sul futuro.

Il personaggio più categorico che ho incontrato è il cileno per eccellenza, il presidente Salvador Allende Gossens; il quale, come tutti i suoi compatrioti, misura le parole ma oggi più d’un anno fa (al tempo, per intenderci, della conversazione con Regis Debray [pubblicata in volume da Feltrinelli, ndr]) è perentorio nelle intenzioni e previsioni, perché deve perentoriamente giocare le sue carte, e in fretta.

Ho parlato a lungo con Allende durante una colazione al palazzo presidenziale. Era offerta a Paul Sweezy, Michel Gutelman e me, invitati dalle due università di Santiago a un seminario sulle «società di transizione».

Questa nostra presenza aveva così sovranamente irritato i comunisti, che questi avevano disertato i lavori del seminario e ci avevano mosso un attacco di straordinaria volgarità sul loro foglio non ufficiale – una sorta di Paese sera che si adorna del nome, di pretta ispirazione nazionalistica, di Puro Chile – definendoci «gringos ignorantes», rinnegati «pekinistas» e simili. L’invito del presidente, che pure ha solidi legami con il Partito comunista cileno, voleva dunque essere una lezione di stile: non ignorava infatti che nessuno di noi, per essere invitato del governo, aveva lesinato i suoi dubbi o contraffatto le sue posizioni.

Pochi minuti dopo che eravamo seduti accanto a tavola, mi chiedeva con un sorriso «C’è qualcosa che la persuade, compagna, in questo paese?». «È importante quel che lei sta tentando signor presidente (e mi blocca subito. «Non signor presidente, compagno. Sono un compagno, come lei»). Ma di qui al socialismo la strada mi pare ancora lunga». Non è una risposta che lo entusiasma, però acconsente: «Sì, è una strada difficile».

Ma non è un terreno su cui gli interessa restare: gli importa che capiamo come si muove, quel che vuole, soprattutto la dimensione delle difficoltà che incontra e sulle quali non stende veli ottimistici.

Appena entrato nella sala dove lo attendevamo, nel modesto palazzo presidenziale, Allende, piccolo, più rotondo e acceso in volto che non sembri dalle fotografie, palesemente affaticato ma con piglio sicuro ci aveva abbordato direttamente: «Vi ringrazio di essere venuti, siete dei formatori dell’opinione nei vostri paesi, è per noi di grande importanza che sappiate e diciate che cosa è il Cile oggi».

E dopo poche civetterie («io sono un medico, faccio il politico per forza») il discorso fila subito al sodo.

E parte dalle difficoltà presenti. Anche di ordine internazionale? «Anche, mi risponde. Abbiamo quattromila chilometri di frontiera, nessuno li può difendere. Ci siamo trovati qui in fondo al continente, soli. E diamo fastidio a molti».

Il riferimento al Brasile, nome non pronunciato, è evidente, come dovunque in America latina: forte, violento ed espansionista, ha diretto il colpo di stato in Bolivia, togliendo ad Allende un possibile polo di alleanza. «Non penso a un attacco militare. Ma è essenziale per noi non essere isolati. È stato Lanusse, il presidente argentino, ad aprirmi le porte dei paesi del patto andino. Certo – e mi dà un’occhiata, giacché non ignora quel che ne pensano gli esiliati politici argentini in Cile – anche lui ha avuto il suo interesse in questa operazione. Ma per il momento il maggior vantaggio lo abbiamo avuto noi».

Ed ha ragione: concordando una linea con Lanusse s’è rafforzato di fronte agli Stati uniti e ha tolto un possibile retroterra alla destra cilena, che non aveva fatto mistero di contare sui militari dell’immenso vicino, steso dorso a dorso sul Cile lungo la cresta della Cordigliera. «Ora possiamo dirci sicuri nel Cono Sud, anche se il colpo di stato in Bolivia è un fatto grave». Grave, ma finisce perfino col giocare in favore di Allende: il colonnello Banzer rispolverando imprudentemente l’antica rivendicazione boliviana di uno sbocco sul mare a spese del Cile, rifà di colpo l’unità dell’esercito – che resta il punto più incerto nel disegno allendista – attorno al presidente.

Ma gli americani? Come valuta Allende le dichiarazioni di Rogers dopo il rifiuto dell’indennizzo alle miniere nazionalizzate, un gesto di dispetto o una minaccia reale?

«Una minaccia reale – afferma –. Molto più seria di quanto nessuno, qui e altrove, sembri rendersi conto».

E ribadisce la sua argomentazione, già espressa nella secca risposta al Dipartimento di stato: gli Stati uniti non si rassegnano che un paese rivoglia le ricchezze che gli sono state rapinate, (tanto più che questo gesto cileno costituisce un pericoloso precedente) e scaricano il ricatto su tutta l’America latina. Ma, differentemente da quanto afferma il settimanale Newsweek e, appena più ipocritamente, il grande giornale di Santiago nemico di Allende, il Mercurio, il governo di Unità popolare non solo non punta alla rottura, ma si muove con estrema prudenza, puntando a fondo solo dove, come nel caso delle miniere, il diritto è innegabilmente dalla parte sua.

Tutta l’operazione del conteggio sugli indennizzi all’Anaconda e alla Kennecott, che doveva arrivare al clamoroso: «Non solo non vi dobbiamo niente, ma siete voi che ci dovete ancora circa quattrocento milioni di dollari», è stata condotta senza fragore, con il minimo di ricorso agli slogan e un massimo di copertura da parte di esperti internazionali.

«Gli Stati uniti possono danneggiarci molto. Tutti i pezzi di ricambio per l’industria del rame vengono dagli Stati uniti. E così i reattivi. Possono bloccarci la produzione da un giorno all’altro».

Andrà così? «Speriamo di no. Abbiamo bisogno per questo dell’appoggio internazionale».

Quali sono, domando, le difficoltà più gravi a breve scadenza?

Anche qui una risposta senza perifrasi: «Approvvigionamento e divise». Il Cile ha bisogno di importare, da sempre, alimentari e oggetti di consumo: aumentati i salari per un valore reale che è calcolato a circa il 40%, ne è seguita una crescita della domanda dei beni di consumo. E questi devono venir dall’estero: quasi trecento milioni di dollari quest’anno, di più l’anno prossimo. Poi occorre pagare una quota di 360 milioni di dollari l’anno per coprire il debito estero, paurosamente aumentato con la nazionalizzazione delle miniere. E non è un mistero che le riserve si stanno facendo esigue, sono ormai non più di 100 milioni di dollari.

«Dovete proprio pagare?». Il presidente mi guarda di sbieco: «Il Cile terrà fede. Pagheremo».Sono le grandi banche mondiali, ed è un guaio farsele nemiche. L’una voce e l’altra si portano via praticamente il gettito di quella sola fonte di divise che è il rame. «Abbiamo bisogno di crediti», spiega Allende, e non finge di averli trovati. «In questo campo tutto è aperto. Aperto il problema con i paesi socialisti, stiamo trattando, niente è concluso, tutto è in discussione».

C’è l’ Europa, ma è lontana e, come saprò poi, la Fiat che pareva interessata a una facilitazione di rapporti per una grossa installazione in Cile, si è improvvisamente coperta da mille garanzie governative. C’è la Germania. C’è il Giappone con tutti quei milioni e milioni di dollari imbarcati quest’estate: dovrà pure metterli da qualche parte. E infatti, s’è affacciato anche il Giappone.

Ma è chiaro che nessun paese oggi, di fronte all’irritazione americana – e forse all’ incertezza sul destino interno di Allende – ha finora puntato a una forte concessione di crediti al Cile, la cui riconversione industriale non sarà cosa di pochi giorni e dove la riforma agraria costerà, per un pezzo, più che non renda.

La cautela sovietica, poi, è manifesta. Che questo sia il problema numero uno, Allende non lo nasconde; così come la certezza, se risolve questo, di regolare tutto il resto. Con la destra e con la sinistra.

A destra, è arrivato ormai ai ferri corti con la Democrazia cristiana. «Sono tutti contro, tutti coalizzati». «Tomic, inizialmente, però, si comportò diversamente?». «Sì, ma oggi sono tutti dall’altra parte»; lo dice con rabbia, amarezza, con un mezzo sorriso, che sottintende i limiti dell’opposizione di destra.

«L’esercito, però, per il momento è neutralizzato». L’esercito cileno, mi spiega come tutti in questo paese, non è il tradizionale strumento del golpismo; è espressione d’un ceto medio fortemente istituzionale. Tuttavia, differentemente da altri, il compagno presidente non sembra cullarsi in troppe illusioni; dosa gli aggettivi, e si contenta per ora, d’una «neutralità». Per questo gli è essenziale una politica di acquisti all’estero, che non gli alieni, attraverso una restrizione dei consumi, il ceto medio e non fornisca una base di massa ai nervosismi d’una destra assai più ramificata che non sia il partito di Alessandri.

Tanto più che uno scontro si avvicina sulla famosa legge che delimita le aree di intervento statale. Allende s’è precipitato a nazionalizzare le industrie, rapidamente, prima che il grosso dei capitali fugga; ma è ovvio che sotto la grandine, nessun privato – salvo la piccola e media impresa, coperte – investa più niente, e la Democrazia cristiana cerchi di delimitare – forte della minoranza relativa di Unità popolare alle camere – fin dove il governo possa andare nell’esproprio. Ha quindi proposto di elencare le aree di possibile intervento statale, quelle di intervento misto, quelle lasciate ai privati. Allende mi spiega il meccanismo, e afferma che, se non si va a un accordo, bloccherà la legge, con un veto presidenziale, se passerà alla Camera e che presenterà una legge propria attraverso un plebiscito. A questo si tratta di arrivare riducendo al minimo il margine di consenso di massa dell’avversario. E l’avversario lo sa.

La partita si gioca a tempi stretti, e la preoccupazione di Allende è evidente; mentre mi parla, a voce bassa e frasi brevi – la tavolata è troppo grande per non dividersi in una serie di colloqui a due, ciascuno col vicino – Allende mangia pochissimo e non sembra incline a diplomatizzare niente. «Come ha trovato lo spirito della gente?», mi domanda. Rispondo che il paese sembra, apparentemente, privo di tensione: la passione più grande sta nella giovane leva chiamata al governo, e poi nel Mir. Una partecipazione di folla, di base non si vede. «Le masse possiamo mobilitarle quando vogliamo». «Ma non è importante che si mobilitino da sé? Se la situazione è difficile, non sarebbe bene che le masse avessero i propri strumenti di intervento?». Qui Allende non mi segue, anche se un momento dopo gli balenerà un sorriso dietro gli occhiali, ricordando che «la compagna è «ultraizquierdista».

«Le masse debbono mobilitarle e organizzarle i partiti; è affar loro. Ci sono i partiti, i sindacati. Come ha trovato il partito socialista?». A me è parso interessante, come una spugna che assorbe forze diverse, meno chiuso del partito comunista e più capace di riflettere le spinte contrastanti di una base politica investita da una situazione nuova; Allende lo trova poco organizzato, e con ragione.

Mi dice che non ha tempo di occuparsene, anche se partecipa a una riunione di partito ogni mercoledì e venerdì. Ma è chiaro che altro lo preoccupa proprio perché esce dal suo orizzonte politico – e cioè l’abbozzarsi di una presenza di massa, o di classe, quale sta sollecitando il Mir con le occupazioni contadine, che non sta alle regole del gioco politico – istituzionale.

Queste masse, questo Mir che possono sfuggire a un ritmo concordato, vanno – anche se non lo dice a tutte lettere – «neutralizzati» o almeno «canalizzati» anch’essi. E non a caso mi assicura che i suoi rapporti col Mir sono, sul piano personale, ottimi: sua figlia, Laura, che è medico – mi spiega – ha un figlio che è un quadro del Mir e ce li ha sempre, lui e i suoi compagni, per casa. In Cile, questi legami contano.

Poco dopo però quando, terminata la colazione, io, un po’ imbarazzata di avere monopolizzato il presidente, cercherò di allontanarmi e lasciarlo agli altri, l’accento cambia. Il discorso è caduto sul processo che proprio Allende ha intentato qualche giorno prima a un suo nipote mirista – «Capite, che sia mio nipote non conta!» – il quale sul foglio del Mir, il Rebelde ha detto qualche parola di più contro l’esercito.

Il presidente si accende: «Non si gioca col fuoco. Non tollererò provocazioni irresponsabili. Se qualcuno crede che in Cile un colpo di stato dell’esercito si svolgerebbe come in altri paesi latino-americani, con un semplice cambio della guardia qui alla Moneda, si sbaglia di grosso. Qui, se l’esercito esce dalla legalità è la guerra civile. È l’Indonesia. Credete che gli operai si lasceranno togliere le industrie? E i contadini le terre? Ci saranno centomila morti, sarà un bagno di sangue. Non tollererò che si giochi con questo».

Lo pensa davvero; ma, ancora una volta, come per il rapporto con le masse, vede la sola garanzia nei tempi che egli stesso dà all’operazione, nel suo stile di «violenza legalitaria», unito a una rara abilità di scompaginare il fronte nemico. Ogni iniziativa di classe più diretta, più elementare, rischia di far precipitare negativamente gli equilibri.

Dubito che il nipote, el sobrino, vada in galera; ma le bacchettate sulle dita al Mir sono ormai di rigore. E così, quando occorre, un richiamo all’ordine degli operai. Mentre stiamo per congedarci, in capo a due ore e mezza, Allende racconta che sta per partire al nord, verso l’immensa miniera di rame di Chuquicamata, i cui operai hanno chiesto un clamoroso aumento di stipendio, dal 50 al 70% in più. «Non si può. Glielo vado a dire. E perché devono fare uno sciopero? Contro chi sono in guerra? Sono loro, ormai, i padroni della miniera». «Non sono loro i padroni, compagno presidente. È lo stato ». Il dottor Allende mi fulmina come un malato recalcitrante. «Il popolo è il padrone». «Beh, compagno presidente…». «Lo è. Lo sarà!».

Un momento dopo, già congedati, mi richiama. «So che domani va a Concepción. Ne sono contento. È importante che veda Concepción. Vorrei che parlassimo dopo, con calma». Il fatto è che a Concepción l’invito viene dall’università «mirista», ed è là che il Mir ha organizzato soprattutto la presa delle terre.

Allende, che già mi ha fatto trasecolare dimostrandosi informato di quel che è il manifesto, crede nelle virtù del dibattito, vuole convincere, difendere il «suo» Cile, la sua linea, conquistare tutti, «ultraizquierdisti» compresi.

Ma il «dopo» non ci sarà e io non rivedrò più il dottor Allende.

Fra il ritorno da Concepción e la mia partenza non c’è che un giorno; e la sera prima è scoppiato uno scandalo clamoroso. La destra agraria ha pensato, imprudentemente, di denunciare lo «statalismo» del governo, che minerebbe i valori della proprietà e dell’iniziativa contadina, in occasione dell’apertura della Fiera agricola latino-americana, in presenza di ministri e ambasciatori.

Allende, che doveva presenziare, riesce a vedere solo un’ora prima il discorso di Benjamin Matte, una sorta di Bonomi locale che si credeva, forse, coperto dall’essere presidente dell’istituto per i rapporti con Cuba.

Inferocito, il presidente non solo non andrà a inaugurare la Fiera, ma ingiungerà a Matte di leggere, prima del suo discorso, una lettera di lui, Allende, in cui gli dà senza mezzi termini dell’irresponsabile. La Fiera si apre in un clima indicibile, con la gente che applaude freneticamente la lettera di Allende, il Matte che tenta di parlare in mezzo a fischi e grida di «momio, maricon!» («Mummia, finocchio»), ambasciatori e ministri che se la squagliano, paesi amici che chiudono precipitosamente i padiglioni.

L’indomani sensazione nei giornali, consiglio dei ministri, burrasca violenta con la democrazia cristiana. Impossibile vedere il presidente, e si capisce.

Ma anche questo episodio completa il ritratto dell’uomo: è forse, anzi, il terreno su cui è più forte, imbattibile. La ragione per cui amici e nemici, a destra e sinistra lo rispettano. Parlano di lui, «el Chicho», con un misto di affezione e dispetto. Ne elencano i difetti, ma con riserva.

Si può essere, come il Mir, su posizioni radicalmente diverse – ma nessuno gli nega una determinazione da uomo politico di grande statura; un vecchio socialista che, differentemente dal costume dei socialisti e dei presidenti, in America latina e altrove, non andrà a compromessi.

Il dottor Allende ha tentato tre volte di andare al governo per portare a termine il suo esperimento; ora non lo mercanteggerà con nessuno. Resta da vedere la stabilità interna del suo progetto: se è destinato a durare, o a precipitare verso una sconfitta o verso quella rivoluzione che Allende crede di aver già fatto.

* Fonte: Rossana Rossanda , IL MANIFESTO

Che succede se un teenager curioso dei giorni nostri va a cercare le canzoni di Victor Jara su una delle tante piattaforme digitali in circolazione? Intanto trova la sua rotonda faccia sorridente, i tratti addolciti da indio Mapuche (da parte di madre) incorniciata di capelli ricci neri come foto di riferimento e un vasto repertorio di album, brani e poesie- centinaia di sue composizioni. Il formato originale di quelle canzoni era il vinile, gli ellepì pubblicati tra il 1966 e il 1973 con piccole case discografiche locali e anche con Emi-Odeon e Warner ma i suoi assassini cercarono le matrici originali e in gran parte le distrussero. Dall’anno scorso la Fondazione Victor Jara, l’associazione fondata dalla moglie, la ballerina Joan Turner, ha ripubblicato i vinili rimasterizzati, con l’aiuto dei tanti appassionati sostenitori che hanno custodito copertine, dischi e note.

«Siamo in cinquemila/ in questo piccolo angolo di città/Noi siamo cinquemila/Mi chiedo quanti siamo in tutto, nelle città e nel paese intero/Solo qui/ci sono diecimila mani che piantano semi/ e fanno funzionare le fabbriche/Quanta umanità/in preda alla fame, al freddo, alla paura, (…) Che orrore provoca il volto del fascismo/portano a termine i loro piani con precisione chirurgica/ senza curarsi di nulla/Il sangue, per loro, sono medaglie/ Il massacro è atto di eroismo/È questo il mondo che hai creato, Dio mio?».

Sono gli ultimi versi scritti da Victor Jara, nel settembre 1973, imprigionato nello Estadio Chile, insieme a migliaia di persone, dopo il colpo di stato dei generali infedeli. Raccontano i testimoni oculari che cercò di tenere alto il morale dei compagni reclusi, mettendosi a cantare. Poi fu preso in disparte, torturato, le mani spezzate in modo che non potesse più suonare e assassinato con una scarica di mitragliatrice, il suo corpo accatastato con decine di altri all’obitorio. Nei giorni scorsi il giudice cileno Miguel Vasquez ha condannato i nove colpevoli della morte del cantautore e regista teatrale, militari oggi in pensione, otto dei quali condannati a 15 anni di carcere per omicidio, più tre anni per il reato di sequestro, e uno chiamato a scontare cinque anni per complicità.

Victor Jara, in piedi, con gli Inti Illimani

La sentenza è arrivata alla fine di un lungo procedimento che ha permesso di individuare le singole responsabilità dei militari, ma anche quelle dell’allora direttore delle prigioni Littre Quiroga Carvajal. Quarantacinque anni dopo, la voce di Victor Jara continua a farsi sentire coi suoi meravigliosi lavori e coi tantissimi omaggi degli amici musicisti, dai Calexico agli U2, e poi Bruce Springsteen, Daniele Sepe, Robert Wyatt, i Clash. Jara è un grande esempio per tutti i musicisti impegnati, per tutti quelli vogliono combattere per migliorare le condizioni dei più umili, dei poveri, degli ultimi, per quei popoli che cantano la libertà e lottano per raggiungerla. Da bambino Victor, nato da un’umile famiglia contadina che lavorava in un fondo agricolo del centro-sud, accompagnava la madre, Amanda Martinez, cantautrice della zona di Chillàn, un territorio che conservava una grande tradizione di canti e danze, nelle occasioni pubbliche: feste, matrimoni e funerali.

Sono gli anni del payador, il poeta rurale che canta in rima con l’aiuto di una chitarra, e delle ricerche di Violeta Parra. Amico di Pablo Neruda, profondamente coinvolto nell’ascesa politica di Salvador Allende e di Unidad Popular, Victor Jara è stato uno dei maggiori esponenti della Nueva Canción Cilena, quel filone popolare e antimperialista, un’espressione musicale e poetica che sosteneva i movimenti operai e le battaglie degli studenti universitari, facendo una lunga gavetta alla Peña de los Parra, un locale di Santiago dove si esibiva regolarmente e si confrontava col pubblico.

«La molla delle sue canzoni erano un’intensa identificazione con i cileni diseredati – scrive Joan Jara, la moglie – una profonda consapevolezza delle ingiustizie sociali e delle loro cause e una ferrea determinazione a denunciare tali ingiustizie». Una delle sue prime canzoni famose è Preguntas por Puerto Montt, «Benissimo, adesso farò delle domande/per tutti coloro rimasti soli/e per chi è morto senza sapere./È morto senza saper perché/gli crivellavano il petto/ mentre lottava per il diritto/a una terra dove vivere». Puerto Montt fu teatro di un’occupazione di terre, nel marzo del 1969, dove quattrocento contadini senzatetto occuparono un fangoso terreno incolto di proprietà di una delle famiglie latifondiste più potenti della zona. Il gesto eclatante di 91 famiglie poverissime doveva servire a richiamare l’attenzione delle autorità. La risposta, invece, fu il massacro ordinato dal ministro degli interni Pérez Zujovich, che lasciò sul campo sessanta feriti e dieci morti, oltre a un bimbo di 7 mesi che rimase soffocato dalle bombe lacrimogene. Altre sue canzoni molto note, Luchin(dedicata a un bambino di una borgata) Manifiesto (una chitarra lavoratrice con profumo di primavera), Vientos del pueblo (la speranza contro l’infamia fascista), sono state portate in giro in tutto il mondo anche dagli Inti Illimani e dal gruppo Quilapayun.

Anche se probabilmente la più popolare è Te recuerdo Amanda, una storia d’amore tra due operai, rubando i minuti di pausa alla sirena della fabbrica, con un triste finale, Amanda perderà Miguel che andrà in montagna a unirsi ai gruppi di guerriglieri. «Io sono un lavoratore della chitarra, un cantante popolare – dichiarava Jara in un’intervista- Così spero che mi consideri il popolo cileno, perché quando canto, cerco di riflettere i suoi ideali, le sue gioie, le sue lotte. In ogni momento della mia vita sento sempre più profondamente che i dolori e le speranze di questo continente, colpito da secoli di sfruttamento, debbano finalmente arrivare a una meta, la libertà di tutti».

FONTE: Flaviano De Luca, IL MANIFESTO

La storia dell’America Latina, fra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso, è una lunga sequenza di rivolgimenti politici e colpi di Stato. La serie comincia in Guatemala con un golpe di militari spalleggiati dalla Cia nel 1954, prosegue con la rivoluzione castrista del 1959, l’apparizione del Fronte sandinista di liberazione nazionale in Nicaragua nel 1961, il colpo di Stato dei militari in Brasile e Bolivia nel 1964, la caccia a Che Guevara e la sua morte in un dipartimento boliviano nel 1967. Il golpe più clamoroso fu quello del generale Augusto Pinochet contro il governo di Salvador Allende in Cile nel 1973. Agli occhi di molti governi europei e di quella opinione pubblica che aveva appena assistito con simpatia alle «rivoluzioni» studentesche sulle due sponde dell’Atlantico, la vicenda cilena parve una evidente lotta tra il bene e il male. Molti Paesi, fra cui l’Italia, manifestarono la loro ostilità a un regime che si era imposto con la forza e stava brutalmente eliminando tutti i suoi oppositori.

La crisi argentina degli stessi anni, invece, sembrò più difficilmente decifrabile. Il generale Perón era tornato in patria dopo un lungo esilio (17 anni) e aveva riconquistato la presidenza nell’ottobre del 1973. Ma il suo movimento si era frantumato e aveva generato una sinistra rivoluzionaria (i Montoneros) che lo stesso Perón cercò di eliminare dalla scena politica. Il caudillo argentino, tuttavia, morì nel 1974 e il potere, come in uno Stato dinastico, passò alla moglie Isabelita. I militari, nel frattempo, stavano dando crescenti segnali di impazienza e nel marzo del 1976 si sbarazzarono della vedova per meglio combattere una guerra sucia (guerra sporca) che lasciò sul terreno parecchie migliaia di vittime: uomini e donne che sparivano nel nulla per riapparire occasionalmente qualche settimana dopo quando le maree ne gettavano i cadaveri sulle sponde del Rio della Plata.

Molti governi, come quello italiano, non vollero prendere partito contro la giunta dei generali, e si limitarono a qualche prudente protesta. La matassa era troppo imbrogliata e l’ordine assicurato dai militari (in un continente dove Castro e il Che avevano acceso speranze rivoluzionarie), sembrò preferibile al disordine delle troppe fazioni che occupavano il campo democratico. Ma nell’ambasciata d’Italia vi era un giovane diplomatico, Bernardino Osio, che non approvava la linea del suo governo e non esitò a dirlo. Era un cattolico lombardo, buon osservatore delle vicende argentine (aveva già passato alcuni anni a Buenos Aires) ed era ben conosciuto anche in Vaticano, dove molte porte gli erano aperte, oltre che dalla sua fede, dalla memoria del nonno Bernardino Nogara: un banchiere che aveva brillantemente gestito le finanze vaticane quando il governo italiano, nel 1929, aveva pagato la Conciliazione con 750 milioni in contanti e un miliardo in cartelle di consolidato 5% al portatore.

Ma la Santa Sede non era meno reticente del governo italiano e i messaggi che Osio lanciava verso la segreteria di Stato non ricevevano risposta. Segnalò, per scuotere il Vaticano dal suo torpore, che la Chiesa cilena non aveva esitato a creare una Vicaria della solidarietà per la ricerca delle persone scomparse. Non sarebbe stato giusto e opportuno che la Chiesa argentina facesse altrettanto? Ma le gerarchie ecclesiastiche sapevano che la Giunta militare godeva di simpatie anche negli ambienti cattolici e preferivano stare alla finestra. Forse erano preoccupate dalla teologia della liberazione più di quanto fossero preoccupate dai generali. Per un atto di contrizione fu necessario attendere il 10 settembre del 2000, quando il presidente della Conferenza episcopale argentina era il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires. Tutto questo è raccontato da Osio in un libro pubblicato dall’editrice Viella di Roma con il titolo Tre anni a Buenos Aires 1975-1978 . L’autore vorrebbe che anche il governo italiano chiedesse perdono agli eredi delle vittime. Ma quando chiedono perdono per eventi passati, i governi sono quasi sempre motivati da ipocrisia e opportunismo. Mi basterebbe che il libro di Osio venisse letto da chi non può avere una personale memoria di quegli avvenimenti.

FONTE: Sergio Romano, CORRIERE DELLA SERA

 «I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 nel loro paese, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana»

BUENOS AIRES. Il documentario Estados clandestinos. Un capítulo rioplatense de la Operación Condor è una testimonianza eccezionale sulla cooperazione poliziesca nella repressione attuata fra le dittature sudamericane negli anni 1970. Si riferisce a uno dei pochi episodi del «Plan Cóndor» con persone sopravvissute. Le quali, in prima persona, guardano nella telecamera e raccontano la propria storia. Dodici episodi. Ventiquattro testimoni. Dieci anni di lavoro. L’America del Sud sotto il tallone delle dittature militari. Migliaia di desaparecidos, assassinati, torturati. All’appello della memoria rispondono nuove generazioni di cronisti e militanti. Fra questi Paula Monteiro e Marc Iglesias, autori dell’eccellente documentario.

«I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 in Uruguay, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana», racconta Marc nell’intervista con Alias. «Nel 1976, quando in Argentina arriva al potere Videla con un colpo di Stato, inizia la brutale repressione di questi attivisti, con un evidente coordinamento fra le dittature rioplatensi», aggiunge riferendosi a uno dei pochi casi, nell’operazione Cóndor, in cui alcune vittime siano sopravvissute. La peculiarità accresce il valore documentale al film, che sta raccogliendo consensi in diversi festival internazionali.

Come nasce l’idea?
Iniziammo a raccogliere testimonianze nel 2006, per un reportage o forse scrivere un libro, non per fare un film. Siamo entrambi giornalisti, e il nostro contesto è più il mondo dell’editoria che quello dell’audiovisivo. Ma accadde che qualcuno prestò una telecamera al nostro amico Miguel Presno, ed egli si offrì di filmare le interviste con l’obiettivo di conservare le testimonianze. Ci parve una buona idea – non eravamo coscienti dell’impresa nella quale ci stavamo imbarcando… – e così il progetto cominciò a prendere corpo.

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Quali tappe, quali fonti sono state necessarie per il lavoro di produzione?
Ci sono voluti dieci anni per terminare il documentario. Andavamo avanti lentamente, lavorando per tappe e approfittando di viaggi di famiglia in Uruguay per realizzare le interviste e recuperare il materiale d’archivio. Le fonti principali sono le testimonianze degli intervistati: vite, ricordi, punti di vista sulla storia che hanno vissuto. Abbiamo realizzato 24 interviste vere e proprie, in maggioranza a ex militanti dell’organizzazione, sia del fronte di massa che del gruppo armato, ma abbiamo parlato anche con i figli dei desaparecidos, con familiari, giornalisti, storici. Nel documentario appaiono solo 14 di queste 24 persone, ma tutte le testimonianze sono state utili per ricostruire i fatti. A margine delle interviste, abbiamo messo insieme tutta la bibliografia che abbiamo potuto sull’argomento, trascorrendo molte ore nelle biblioteche ed emeroteche uruguayane e argentine, e abbiamo ottenuto la cessione gratuita di materiale audiovisivo e fotografico sia dal Servizio di radiodiffusione nazionale dell’Uruguay che dal Centro di fotografia di Montevideo. Abbiamo lavorato anche sugli archivi di sindacati, organizzazioni politiche, protagonisti e loro familiari. Abbiamo ottenuto documenti interni dell’organizzazione, registrazioni audio dell’epoca, fotografie e pellicole familiari.
La trama del documentario si sviluppa attraverso le voci dei protagonisti dei fatti denunciati, senza voce fuori campo né altro materiale a supporto, a parte i titoli di testa di ogni episodio…
Il documentario racconta una storia corale che costruiamo a partire dal punto di vista particolare dei vari protagonisti. Era chiaro che la forza del materiale a nostra disposizione risiedeva in quei racconti. Gli intervistati parlano degli eventi in prima persona: abbiamo pensato che inserire una figura narrante avrebbe allontanato gli spettatori da questo aspetto di vita in presa diretta. D’altra parte, nella scelta ha pesato anche il fatto che non avevamo denaro per acquistare materiale d’archivio. Abbiamo fatto di necessità virtù e ci siamo organizzati per dare alle testimonianze il maggior peso possibile.

Com’è stata, dal punto di vista professionale e personale, l’esperienza del contatto con i testimoni, faccia a faccia con la realtà delle loro storie?
Dal punto di vista giornalistico è stato un privilegio. Non bisogna dimenticare che questo è uno dei pochi episodi dell’operazione Cóndor nei quali ci siano sopravvissuti. Anzi è l’unico che presenta un numero relativamente importante di sopravvissuti. Dunque i suoi testimoni sono, tristemente, un’opportunità quasi unica per conoscere direttamente i metodi e la macchina del coordinamento repressivo. Non è un caso che le dichiarazioni di molti degli intervistati siano state elementi chiave nei processi sul piano Cóndor, celebrati in Argentina e Italia. Dal punto di vista personale è stata un’esperienza molto intensa. Nei dieci anni del progetto, con alcuni degli intervistati abbiamo stabilito un rapporto personale che va oltre il film. Uno degli aspetti più dolorosi della lentezza del processo di produzione è stato veder morire strada facendo alcuni dei protagonisti, anno per anno. E non erano vecchi. Persone, però, gravate di pesi insostenibili. Morti premature, anch’esse parte del nefasto retaggio delle dittature. È doloroso. D’altro canto, le loro vite sono esempi di dignità e resistenza. Non solo perché molti di loro avevano deciso di affrontare la dittatura a rischio della vita, ma anche perché, alla fine degli anni più bui, i sopravvissuti si trovarono soli nella denuncia della repressione e nella rivendicazione della lotta. L’Uruguay applicò un modello ricalcato sul «patto del silenzio» della transizione spagnola, un fatto che ha reso molto più difficile il compito di chi ha lavorato per il recupero della memoria.

Nella storia si intrecciano due generazioni: quella delle vittime e i loro figli, anch’essi vittime. Quali caratteristiche peculiari avete notato negli uni e negli altri?
Le interviste ai figli dei militanti desaparecidos hanno suscitato in noi impressioni fortissime. Da una parte, smontavano il discorso tanto spesso ripetuto in Uruguay: questa storia finisce quando muoiono i vecchi. E poi si produce una connessione emotiva speciale. Facciamo parte di questa seconda generazione e l’identificazione è stata diretta. C’è poi una terza generazione che, anche se non appare nel documentario, vogliamo avvicinare a questa storia. È quella dei nostri figli, oggi adolescenti. Giovani cresciuti in Uruguay o in esilio. Ci rivolgiamo anche a loro, nella speranza che le testimonianze li connettano a un passato che ha segnato la vita dei loro genitori e nonni e la loro, benché possano non esserne coscienti.

Quale accoglienza ha trovato il vostro documentario in Argentina, Uruguay e Spagna, visto il contenuto che rivela e il tema che affronta?
Finora molto positiva. Nella maggior parte delle presentazioni ci hanno ripetuto che questo documentario ha l’effetto di un cavatappi. Cioè, genera negli spettatori la necessità di raccontare la propria storia, il vissuto di quegli anni, e ci sembra un risultato molto importante. Non è facile raccontare questo tipo di fatti e ogni nuova testimonianza è un granello di sabbia nel complesso lavoro di ricostruzione della memoria. Un altro aspetto positivo è che molti insegnanti si sono mostrati interessati a utilizzare la pellicola come materiale pedagico. Ci sembra fantastico, perché il nostro obiettivo è proprio tentare di andare oltre i circoli di diffusione militanti e arrivare a un altro pubblico, soprattutto ai giovani. Per questo, dopo le presentazioni in Uruguay, Argentina e Spagna, abbiamo cominciato a mandare il film a diversi festival e siamo soddisfatti dei risultati. Ci auguriamo che un giorno Estados clandestinos possa essere trasmesso in televisione e avere mggiore diffusione.

C’è un’indubbia rivalutazione della militanza. Le vittime sono vittime ma è anche necessario richiamarne l’impegno, la lotta. Che cosa possono dire oggi, nel contesto attuale dell’America latina e della Spagna?
Le esperienze dei militanti e dei figli dei desaparecidos sottolineano la necessità di non dimenticare, di continuare a lavorare per conoscere la verità, di sostenersi e non farsi la guerra per questioni settarie. È anche un richiamo a essere attenti: i potenti hanno una grande capacità di allearsi, e di mandare all’aria qualsiasi regola non appena conviene. L’operazione Cóndor è stata una parte del piano per imporre il neoliberismo in America latina e oggi, benché le tattiche siano diverse, il piano continua.

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Prosegue la campagna del governo argentino che mira a disattivare la politica dei diritti umani.
È iniziata con funzionari che hanno messo in discussione, al ribasso, il numero dei desaparecidos e degli assassinati durante la dittatura militare, rispetto a quel totale di 30mila di cui parlano milioni di argentini. Come se il problema non fosse il piano regionale e sistematico di sterminio che colpì il nostro popolo e l’umanità.
Chi contesta il fatto che nei campi di sterminio morirono sei milioni di ebrei? O che nel genocidio armeno del 1915 le truppe ottomane uccisero un milione e mezzo di persone? Solo i filonazisti nel primo caso, solo lo Stato turco nel secondo.

I desaparecidos sono gli assenti sempre presenti. Vittime di un crimine contro l’umanità, un crimine che permane finché gli scomparsi non ricompaiono. Chi potrà mai spiegare alle madri e ai familiari per quale ragione i responsabili di genocidio stiano ricevendo misure di beneficio, benché fino a oggi non si siano pentiti per i crimini perpetrati, né abbiano dato informazioni utili al ritrovamento?

Per poter concedere benefici agli autori della repressione, perpetratori di crimini contro l’umanità, la Corte suprema ha giustificato l’ingiustificabile. Con tre voti contro due, ha equiparato i crimini contro l’umanità ai delitti comuni, così da poter ridurre le pene.

Chi sconta una pena per i reati che ha commesso deve essere trattato in modo umano e ricevere tutte le garanzie alle quali ha diritto nel quadro delle leggi vigenti in ogni paese. Ma questo non significa riconciliazione, né tantomeno che lo Stato accordi benefici agli autori dei crimini peggiori verificatisi nella storia nazione.

La Chiesa cattolica argentina ha cercato, in più occasioni, di proporre vie d’uscita alla situazione che vive il paese; ad esempio la cosiddetta «Legge dell’oblio». Insomma, il passato è doloroso, occorre guardare avanti e pensare a una riconciliazione. Oggi la Chiesa torna a proporre la riconciliazione, come passo importante per chiudere le ferite che, come ha scritto Eduardo Galeano, in America latina continuano a essere aperte.

Tuttavia, non basta dire alla società che la storia è piena di fatti dolorosi e che c’è da guardare avanti. Si raccoglie quello che si semina, non ci sono alternative. Tutti noi vogliamo chiudere le ferite, ma non in qualunque modo e a qualunque prezzo. Non può esservi riconciliazione senza ammissione di colpa, pentimento e successivo perdono; per questo la riconciliazione con i persecutori argentini non è né sarà possibile. Riconciliazione non è oblio, non è impunità. Esiste un diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione del danno commesso. Nella fattispecie, è imperativo sapere dove sono i desaparecidos, che ne è stato di loro; le forze armate, le forze di sicurezza debbono rompere la congiura del silenzio, questa sospensione della coscienza che li rende collettivamente complici.

Papa Francesco sta collaborando alla declassificazione degli archivi del Vaticano rispetto ai fatti accaduti durante la dittatura in Argentina, perché sa che senza giustizia non c’è riconciliazione, non c’è pace.

Il cammino è ancora molto lungo. Con il governo di «Cambiemos» sono aumentati il negazionismo rispetto al terrorismo di Stato di quegli anni, l’autonomia di forze armate, apparati di sicurezza e servizi segreti, la violenza istituzionale, la persecuzione politica; parallelamente sono peggiorati tutti gli aspetti legati alla giustizia sociale che ci permettono di pensare ai diritti umani in una prospettiva integrale e non solo relativamente a un determinato periodo storico. Non è un caso che i giudici della Corte suprema proposti da questo governo abbiano votato a favore dei benefici agli oppressori, un vero affronto al popolo argentino, paragonabile agli indulti decisi a suo tempo da Carlos Menem.
* Premio Nobel della Pace e presidente del Servizio Paz y Justicia e della Commissione provinciale per la memoria

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Desaparecidos

Domenica scorsa, iniziando il suo viaggio in Argentina, Sergio Mattarella ha visitato il Parco della Memoria dove ha incontrato Vera Jarach Vigevani e Lita Boitano, entrambe italiane e Madres de Plaza de Mayo. Il Parco si affaccia sull’enorme estuario del Rio de la Plata ed è stato costruito per ricordare le migliaia di desaparecidos gettati vivi in mare dagli aerei in volo durante la passata dittatura militare (1976-1983).

LE MADRI DI PLAZA de Mayo hanno colto l’occasione della visita di Mattarella per esprimere la loro preoccupazione per la sentenza della Corte Suprema argentina del 3 maggio scorso che ha equiparato i delitti di lesa umanità compiuti dalle forze repressive ai crimini comuni concedendo il beneficio del 2 per 1. Tale misura consente di ridurre la pena considerando doppi gli anni trascorsi in prigione prima della sentenza definitiva. In questo modo sono molti i genocidi che potrebbero uscire dal carcere. La norma era stata derogata nel 2001, ma 3 dei 5 membri della Corte hanno deciso la scorsa settimana di applicarla in un caso, quello di Luis Muiña condannato per il sequestro e la tortura di 22 persone.

DOPO LA DITTATURA, ed in particolare nell’ultimo decennio, l’Argentina si è contraddistinta per una particolare attenzione in materia di diritti umani. Centinaia di militari e civili sono stati processati, e lo sono tuttora, per crimini contro l’umanità. Oltre ai processi i governi Kirchner hanno fatto dei diritti umani una ragione di stato. Diritti intesi in modo integrale e quindi anche diritti sociali ed economici. Questa sentenza rappresenta un ritorno al passato quando i processi contro i genocidi erano stati boccati dalle leggi di Obbedienza dovuta, che toglieva ogni responsabilità agli autori materiali di sequestri, torture e uccisioni, in quanto obbedivano ordini, e Punto finale, che direttamente impediva l’apertura di nuovi processi. Solo nel 2005 è stato possibile riaprire le cause. Ora la nuova sentenza della Corte potrebbe dar luogo ad una amnistia generalizzata. Militari condannati o in attesa di giudizio hanno cominciato a presentare ricorsi per beneficiarsi con lo sconto di pena.

OGGI LE MADRI e le Abuelas de Plaza de Mayo hanno chiamato ad una manifestazione nazionale di fronte alla Casa Rosada, sulla piazza dove tutti i giovedì continuano a ritrovarsi in ronda per testimoniare sulla sorte dei loro familiari. Sono passati 40 anni, sono ormai anziane, ma non si arrendono. La convocazione ha raccolto numerose adesioni suscitate dal generale ripudio della misura della Corte.

OLTRE LA COMMISSIONE regionale dei diritti umani delle Nazioni unite (Unhcr) che ha già espresso una chiara contrarietà, ieri il tribunale regionale di San Juan ha dichiarato l’incostituzionalità della norma. Ora tocca all’Italia. Vera Jarach ha chiesto a Sergio Mattarella in una lettera – che oggi il manifesto pubblica – che l’Italia si faccia sentire. L’Argentina, con quel passato terribile, è un paese a metà italiano, Vera Jarach Vigevani chiede che non sia soltanto un’altra occasione di nuovi affari economici.

 

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Caro Mattarella, alzi la Sua voce contro il colpo di spugna

Desaparecidos. Pubblichiamo la lettera consegnata al presidente della Repubblica da una delle madri di Plaza de Mayo, italiana che ha perso la figlia Franca, una dei 30mila desaparecidos della dittatura militare in Argentina

Caro Presidente Mattarella, sono Vera Vigevani Jarach, madre di Franca Jarach che, a 18 anni, fu una fra le 30 mila vittime desaparecidas della dittatura civico-militare argentina. Fu sequestrata e clandestinamente imprigionata alla E.S.M.A, Scuola della Marina Militare. Emblematico ed il peggiore fra le centinaia di altri campi di concentramento argentini dell’epoca.

Franca fu assassinata in uno dei «voli della morte». In quegli anni tragici subimmo anche l’indifferenza ed il silenzio internazionale, oltreché quello argentino.

Ma ci fu, per noi italiani, un «balsamo» quando l’allora Presidente Sandro Pertini espresse la sua indignazione alla Giunta Militare argentina, per la loro responsabilità in quanto stava accadendo.

Oggi l’ex E.S.M.A. è un luogo di Memoria e di difesa dei Diritti Umani. Oggi l’Argentina chiede all’Unesco di includerla nel Patrimonio Culturale dell’Umanità.

Oggi, e dopo 40 anni di pacifico ma perseverante impegno, noi, Madri e Nonne della Plaza de Mayo, i famigliari dei «desaparecidos» e tutti gli altri organismi che per i diritti umani da sempre hanno lottato, abbiamo finalmente avuto la Giustizia con i processi e le condanne per i colpevoli di questi crimini contro l’umanità.

Oggi, però, siamo molto tristi e preoccupati per una decisione della Corte Suprema che permetterebbe a questi criminali di beneficiare di un forte riduzione delle pene, cosa che ci porterebbe al rischio di incontrarli per strada. Loro, i torturatori, gli assassini dei nostri figli.

Tutto questo rappresenta non solo una marcia indietro verso l’impunità, non solo è un colpo tremendo per tutta la società argentina, ma, trattandosi di crimini contro l’umanità, è un’offesa ed una minaccia per tutto il mondo.

Per questa ragione mi e ci rivolgiamo a Lei, Presidente della mia Patria ed a tutti i Governi di paesi democratici, affinché uniate alle nostre voci la Vostra contro questo pericolo di una nuova impunità. In particolare lo chiedo all’Italia, ricordando quel gesto del Presidente Pertini.

Glielo chiedo anche, personalmente, ricordando i quasi 80 anni delle Leggi Razziali del ’38 del secolo scorso. La mia famiglia allora trovò rifugio in Argentina, ma della Shoah fu vittima mio nonno, Ettore Camerino. Deportato ad Auschwitz. Non c’é tomba per lui come non vi è tomba per mia figlia.

Queste tragedie si ripetono, ma non dobbiamo mai perdere né la speranza né l’impegno e la volontà per il «Nunca más!» (Mai Più!).

Le porgo i miei ringraziamenti anticipati, e anche, se mi permette, un forte abbraccio.

*Questa lettera è stata consegnata direttamente al presidente Sergio Mattarella domenica 7 maggio
a Buenos Aires

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Desaparecidos

BUENOS AIRES. Con una sentenza che ha già suscitato diffuse proteste in tutto il paese, la Corte suprema argentina ha equiparato i delitti di lesa umanità ai crimini comuni concedendo il beneficio del cosiddetto 2 per 1. Tale misura consente di ridurre la pena considerando doppi gli anni trascorsi in prigione prima della sentenza definitiva. In questo modo molti genocidi potrebbero uscire dal carcere. La norma era stata derogata nel 2001.

LE ABUELAS de Plaza de Mayo hanno convocato d’urgenza una conferenza stampa e dichiarato insieme a Taty Almeida, di Madres di Plaza de Mayo, Horacio Verbitsky, del Centro de Estudios Legales y Sociales e altri organismi di diritti umani, il loro ripudio alla misura che potrebbe trasformarsi a breve in un’amnistia verso i militari responsabili del terrorismo di stato nell’ultima dittatura (1976-1983).

«QUESTA SENTENZA conferma il cambio di paradigma che si vive nel paese da quando si è insediato Mauricio Macri e apre alla possibilità d’incontrarsi per strada con gli assassini dei nostri genitori. Noi non lo consentiremo», ha dichiarato Carlos Pisoni, rappresentante di Hijos, i figli dei desaparecidos.
La decisione della Corte, che ha avuto il parere favorevole di 3 dei 5 membri, è stata applicata al caso di Luis Muiña condannato per il sequestro di 22 persone e torture nel campo di concentramento clandestino che funzionò nell’ospedale Posadas, nella città di Buenos Aires.
I membri in minoranza hanno argomentato che «la riduzione della pena non è applicabile ai crimini della dittatura perché si considera che il delitto sussiste in tanto non si conosca il destino dei desaparecidos e dei loro figli appropriati illegalmente».

NON È UN CASO, ha dichiarato Taty Almeida, che la sentenza arrivi dopo la dichiarazione dell’Episcopato argentino che chiede la riconciliazione nazionale. Una riconciliazione impossibile in quanto i repressori non hanno mai chiesto perdono né collaborato con la magistratura mantenendo un totale silenzio sulla fine dei desaparecidos. «Non perdoniamo, non accettiamo la riconciliazione: chiediamo giustizia».
Horacio Verbitsky ha giustamente considerato che la lentezza nei processi «non è responsabilità delle vittime ma dei giudici che non hanno agito con la dovuta premura e della stessa Corte che ha accumulato sentenze, consentendo in molti casi che gli imputati morissero senza arrivare alla condanna definitiva».

SI TRATTA di una delle sentenze più gravi nella storia della magistratura argentina, che per anni era riuscita a bloccare i processi contro i genocidi con le leggi di Obbedienza dovuta, che toglieva ogni responsabilità agli autori materiali di sequestri, torture e uccisioni, in quanto obbedivano ordini, e il Punto finale, che direttamente impediva l’apertura di nuovi processi. Ora si prevede che centinai di militari, condannati o in attesa di sentenza, presentino ricorso per rientrare nella riduzione di pena che darebbe luogo ad una tacita amnistia generalizzata.

È «UN GRAVE ERRORE» equiparare i delitti comuni con quelli di lesa umanità concedendo le stesse garanzie, ha dichiarato lo stesso ministro di Grazia e giustizia del governo Macri, noi rispettiamo la divisione dei poteri e quindi accettiamo le decisioni del massimo tribunale, ma la misura adottata dalla Corte applica «una delle peggiori inventive» in materia di politica criminale. L’incubo di un ritorno al passato serpeggia tra i familiari delle vittime, ma di incubi nella loro lunga storia, ne hanno visti tanti.

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Il militare, sopranominato “il torturatore”, è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori, ha ammesso di averla praticato sui prigionieri, ma ha precisato di non aver mai ucciso un detenuto. Troccoli, l’unico residente in Italia rimane libero. Mentre i condannati lo sono tutti in contumacia

Otto condanne all’ergastolo, 19 assolti e 6 prosciolti per morte degli imputati. Ieri la terza Corte d’assise di Roma ha emesso sentenza al lungo processo Cóndor in rapporto al sequestro e scomparsa di 23 cittadini italiani, avvenuta in diversi paesi dell’America Latina tra il 1973 e il 1978. La Corte, presieduta da Evelina Canale, ha parzialmente accolto in prima istanza le richieste dell’accusa: 27 condanne all’ergastolo e un’assoluzione.

Assolto Jorge Nestor Troccoli, ora cittadino italiano, ma in passato membro dei servizi segreti dell’Uruguay, Paese che non ha ottenuto la sua estradizione. Il militare, sopranominato “il torturatore”, è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori, ha ammesso di averla praticato sui prigionieri, ma ha precisato di non aver mai ucciso un detenuto. Troccoli, l’unico residente in Italia rimane libero. Mentre i condannati lo sono tutti in contumacia.

L’indagine italiana sull’Operación Cóndor, l’internazionale del terrorismo di Stato, iniziò nel 1999, in seguito alla denuncia dei famigliari di 8 cittadini italiani desaparecidos, vittime della repressione in diversi paesi dell’America Latina. Un’indagine molto complessa perché la macchina della repressione era organizzata dai vertici dello Stato, che non solo hanno cancellato ogni traccia, ma hanno perfino fatto sparire le persone.

Il processo è nato dalle denunce presentate dai parenti di 42 persone uccise durante la lunga stagione delle dittature militari che ha segnato la storia della regione. Oltre alla annosa dittatura di Alfredo Stroessner in Paraguay (1954-1989), i militari presero il potere in Brasile (1964-1985), Bolivia (1971-1978), Cile (1973-1988), Uruguay (1973-1988) e Argentina (1976-1983), tutti governi che hanno ricevuto assistenza dal Dipartimento di Stato Usa e l’intervento diretto della Cia. Si pensi che quando il generale Jorge Videla prese il potere in Argentina nel 1976, tutta la regione è sotto regimi dittatoriali.

La ragione di un processo in Italia si basa nell’impossibilità di avere giustizia nei propri paesi. Nell’ultimo decennio solo l’Argentina ha avuto il coraggio di processare centinaia di repressori, tra cui anche quelli vincolati all’Operación Cóndor. Negli altri paesi della regione, pur con diverse modalità, la richiesta di giustizia è stata sempre rimandata. Proprio per questo, molti famigliari delle vittime vedono ora per la prima volta la possibilità di arrivare ad una condanna dei carnefici dei loro cari.

Il Cóndor nasce nel 1974 su iniziativa del generale Manuel Contreras, capo della polizia segreta del generale Augusto Pinochet, poi nel 1975 questa «cooperazione» si formalizza a Montevideo con un accordo tra Pinochet e Videla. L’accordo riguardava tutto il cosiddetto Cono Sud: Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Perù, Paraguay e Uruguay e permetteva annientare ogni forma di opposizione, o presunta tale, consentendo lo sconfinamento di militari e servizi segreti. Un lavoro pulito che non prevedeva problemi di giurisdizione, né lunghe procedure internazionali di estradizione. Tutti seguivano il disegno imparato a Panama nella famigerata Scuola delle Americhe (oggi Western Hemisphere Institute for Security Cooperation), dove i militari sudamericani ancora oggi sono addestrati dall’esercito Usa nella lotta antisovversiva e alle varie tecniche di tortura.

Oltre a perseguitare migliaia di oppositori il Cóndor ha compiuto diversi attentati di rilevanza internazionale. A Buenos Aires, nel settembre 1974 una bomba uccide il generale Carlos Prats e sua moglie. Prats ex capo dell’esercito cileno era rimasto fedele fino alla fine al presidente Salvador Allende. A Roma, nell’ottobre 1975 l’ex vicepresidente di Allende, Bernardo Leighton e sua moglie vengono mitragliati mentre rientrano a casa. A Washington, nel settembre 1976 una macchina imbottita di esplosivi uccide l’ex ministro di Affari esteri di Allende, Orlando Letelier, e la sua segretaria. Dopo decenni di attesa molti famigliari sono rimasti con l’amaro in bocca.

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PER APPROFONDIRE

vittime della dittatura argentina

È prevista per oggi una delle sentenze più importanti degli ultimi anni, in grado non solo di fare giustizia ma anche di aggiungere un altro pezzo di verità a una delle pagine più nere della storia degli ultimi decenni, quella che riguarda le dittature sudamericane degli anni ‘70 e ‘80 e le migliaia di morti e desaparecidos che provocarono. La III Corte di Assise di Roma si dovrà pronunciare nell’ambito del processo contro 33 imputati che, con diverso ruolo e funzione, hanno preso parte al «Plan Condor» e per i quali l’accusa ha chiesto 27 ergastoli e una assoluzione.

Un processo che ha un grande valore giuridico e politico. È infatti il secondo in assoluto nel mondo, dopo quello in Argentina, a occuparsi esplicitamente degli intrecci repressivi, sotto l’egida della Cia, dei regimi del Cono Sur, nella persecuzione, sequestro, l’interscambio e la sparizione degli oppositori oltre i confini nazionali. Finora la giustizia nei diversi paesi aveva, in maniera diseguale, avanzato sui singoli casi, processando e condannando soprattutto gli esecutori materiali, ma senza mai riuscire a individuare il nesso causale politico ed il coordinamento tra le diverse dittature.

Questo processo individua invece un reato associativo transnazionale: processa proprio quel coordinamento criminale tra le diverse dittature latinoamericane.
Il Plan Condor fu un’organizzazione criminale finalizzata alla sparizione di persone, messa in atto dalle dittature militari che controllarono, nel decennio ’70-’80, i governi di Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina.

In un documento, oggi desecretato, che un agente dell’Fbi inviò nel 1976 alla sua ambasciata a Buenos Aires si spiega il piano: «Operazione Condor è il nome in codice per l’individuazione e l’interscambio dei cosiddetti ‘sinistrorsi’ comunisti o marxisti, instaurata tra i servizi segreti dell’America del Sud. Il passaggio più concreto implica la formazione di squadre speciali dei paesi membri con la facoltà di viaggiare ovunque nel mondo con il compito di castigare e assassinare i terroristi e chi li appoggiano». Il Piano nacque all’indomani del colpo di stato in Cile che, l’11 settembre 1973, destituì il presidente Allende cui subentrò Pinochet. Fu Manuel Contreras, capo della Dina, la famigerata polizia segreta cilena, ad organizzarlo. Molti individuano in Henry Kissinger segretario di Stato Usa, il gestore principale del processo dittatoriale instaurato in America latina in quegli anni, nonché il mandante supremo del Condor. È sicuramente possibile affermare che fu al corrente di tutto fin dall’inizio, proprio per il filo diretto che aveva con Contreras.

Secondo cifre indicative durante il Piano 50.000 persone furono assassinate, 30.000 furono i desaparecidos e 400.000 persone vennero incarcerate. Dagli esposti di familiari di persone di origine italiana scomparse nacque il processo italiano. Questi esposti vennero raccolti dal Pm Giancarlo Capaldo che fece partire le investigazioni nel lontano 1999.   Le vittime per le quali si è proceduto sono in totale 43, 6 italo-argentini, 4 italo-cileni e 13 italo-uruguaiani insieme ad altre 20 vittime uruguaiane per le quali sorti l’imputato è Jorge Nestor Troccoli. In quest’ultimo caso è possibile procedere non per le origini delle vittime ma per quelle dell’imputato, residente in Italia, paese del quale ha anche la cittadinanza. Tra le 43 vittime ci sono anche Alfredo Moyano Santander e Juan José Montiglio Murua.

Alfredo, militante della Resistencia Obrero Estudiantil (Roe) in Uruguay e del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaro (Mln-T) in Argentina fu sequestrato il 30.12.1977 presso il suo domicilio a Berazategui in Argentina insieme alla moglie María Artigas, incinta di un mese al momento della detenzione, e detenuto presso i centri clandestini di Pozo Quilmes, Pozo de Banfield e Cot1 Martínez. Alfredo Moyano e sua moglie sono ancora desaparecidos.

La figlia Maria Victoria nasce il 25.08.1978 nel centro di detenzione e recupera la propria identità solo nel 1987 grazie all’opera delle Abuelas de Plaza de Mayo. Juan José era invece cileno e militante del Partito Socialista, nonché capo della «Guardia de Amigos del Presidente» (Gap), la scorta personale e più fidata di Allende. Arrestato durante gli scontri a fuoco che si verificarono l’11 settembre 1973 nel «Palacio de La Moneda« a Santiago, fu imprigionato, torturato, fucilato a colpi di mitra e fatto saltare in aria con delle bombe a mano nella caserma Tacna dai militari comandati da Rafael Francisco Ahumada Valderrama. È uno dei 3mila desaparecidos cileni: il suo corpo non è mai stato ritrovato. Il reato che viene contestato agli imputati è quello di omicidio plurimo aggravato. Purtroppo l’assenza di una normativa riguardante i reati di «desaparición» e il trentennale ritardo nell’approvare il delitto di tortura, non ha consentito di procedere anche in tal senso.

* Antigone/Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili

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PER APPROFONDIRE

Victor Jara

A quarant’anni dalla sua tragica morte, si è aperto a Orlando, in Florida, il processo per l’omicidio di Victor Jara, il cantante cileno ucciso nei primi giorni della dittatura militare di Augusto Pinochet nel settembre del 1973.

L’omicidio di Jara, torturato e ucciso con 44 colpi di proiettile nello stadio Cile di Santiago, è diventato uno dei simboli della brutalità del regime militare di Pinochet che ha governato il paese per 17 anni.

Un ex ufficiale dell’esercito cileno, Pedro Pablo Barrientos Núñez, sarà processato da un tribunale statunitense per l’omicidio, dopo una battaglia legale e politica della vedova di Jara, Joan Turner, che ora ha 88 anni e sarà una dei testimoni del processo.

Barrientos, all’epoca tenente, è accusato di essere stato il responsabile dei militari che torturarono Jara e gli spararono alla testa, uccidendolo. L’omicidio sarebbe avvenuto nello stadio di Santiago, trasformato in centro di detenzione e tortura per migliaia di oppositori politici e attivisti nei primi giorni dopo il colpo di stato avvenuto l’11 settembre del 1973, con cui Pinochet prese il potere, destituendo il presidente Salvador Allende. Il cadavere mutilato di Victor Jara fu ritrovato insieme ad altri cadaveri all’esterno dello stadio, con 44 colpi di proiettile addosso.

Secondo la Commissione per la verità e la giustizia, durante il regime militare di Pinochet furono uccisi almeno 3.100 oppositori politici, tra questi almeno un migliaio sono desaparecidos, cioè sono scomparsi e il loro corpo non è mai stato ritrovato.

Un processo storico

Victor Jara, 39 anni, è stato uno dei cantanti più conosciuti e più impegnati del suo paese all’inizio degli anni settanta. Era un cantante, un musicista, un regista teatrale e un poeta, e ha ispirato molti musicisti latinoamericani e internazionali, come Bruce Springsteen e gli U2.

Barrientos, il principale imputato per l’omicidio di Jara, è fuggito negli Stati Uniti nel 1989, subito dopo la fine del governo di Pinochet e le prime elezioni libere in Cile dopo quasi due decenni di dittatura. Barrientos è diventato cittadino americano e ha vissuto a Deltona, in Florida.

In Cile Barrientos e altri sette ufficiali sono stati incriminati per l’omicidio di Jara nel 2012, ma il processo procede lentamente, e il governo degli Stati Uniti non ha risposto a una richiesta formale di estradizione di Barrientos. Il processo, che si svolgerà in Florida, è il primo contro un ufficiale cileno all’estero. L’accusa è di omicidio extragiudiziale e tortura, ed è stato possibile per la famiglia di Victor Jara ricorrere al tribunale per una legge che negli Stati Uniti protegge le vittime di tortura, la Torture victim protection act. Davanti alla giuria, composta da sei persone e dal giudice Roy Dalton, dovranno testimoniare venti persone.

UN DOCUMENTARIO SULLA MORTE DI VICTOR JARA (IN SPAGNOLO)

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