Golpismo e dittature

Ha appena compiuto 70 anni, Luis Sepulveda. Ne aveva 28 quando il Cile di Pinochet lo espulse benignamente invece di fargli scontare il meritato ergastolo come membro del Gap, il Grupo amigos personales del presidente Allende. I carri armati per le strade di Santiago li porta letteralmente nella carne, nelle ossa piegate da anni di una cella grande come un frigorifero, nelle unghie strappate. Ora i tank sono tornati, è di nuovo stato d’emergenza

Cosa hai sentito nel tuo cuore a vedere i soldati per le strade, un’altra volta?
Una grande, grande rabbia. Il ritorno a tempi che credevamo superati. Ma non è così, il fantasma del pinochettismo continua a essere molto vivo in Cile, e il presidente Sebastian Pinera, che è una persona perfettamente inutile, ne dimostra l’atteggiamento apertamente fascista.

E’ ancora Pinochet, il suo spettro, o c’è qualcosa di nuovo in questo governo di destra che arma le strade?
Nel fondo c’è una parte dell’eredità di Pinochet. E appena sopra c’è un’estrema destra fascista nello stile di Bolsonaro, sempre più presente in ogni paese dell’America Latina.

Ogni giorno di più: a parte il Messico, la destra va molto bene in tutto il subcontinente.
Sì, c’è una fioritura dell’estrema destra, unita a narcotaffico, sette evangeliche e fondamentalismi religiosi. Il panorama è brutto, e diventa peggiore.

Hai paura di qualcosa di simile ad allora o la democrazia cilena è abbastanza forte da poter superare questi soldati per le strade?
Il golpe militare del ’73 aveva un solo obiettivo: imporre un sistema economico, il modello neoliberale dell’economia. Questo venne imposto. Ora le conseguenze del neoliberalismo hanno portato a un’esplosione sociale, che era là, contenuta, ma che presto o tardi sarebbe scoppiata. Il problema è che questa esplosione sociale non ha un obiettivo politico ben definito, è ira popolare che divampa in maniera spontanea, ma senza che alcuna forza politica proponga un’alternativa. E’ rabbia per la rabbia, e questo è molto preoccupante. Non credo che si possa ripetere il golpe del ’73, un colpo di stato con quelle caratteristiche, ma tutto ciò che è stato conquistato dagli anni del golpe, anche le conquiste più minime, ora è in pericolo.

Dunque questa è una jaquerie, ribellione senza orizzonte politico, è così?
Esattamente, è una reazione popolare di fronte a una serie di misure assolutamente odiose. Il Cile è un paese dove le disuguaglianze sociali sono incredibili quando si prova va descriverle, i molto ricchi e una maggioranza di persone che vive della povertà di quelli più in basso. Il trionfo ideologico del neoliberalismo ha fatto sì che molta gente, per il semplice fatto di avere una puta carta di credito, si senta parte integrante della classe media. E’ un paese ideologicamente molto debole, la sinistra cilena è nel suo peggiore momento, non c’è un’alternativa e la rabbia popolare, l’ira delle classi popolari, si manifesta in questa maniera. Ma la risposta della repressione ci può portare verso tempi tremendamente brutti.

Hai qualche speranza in ciò che resta della storica sinistra cilena, o in altri gruppi?
La sola vera speranza è la gente giovane, quella che ha manifestato più duramente e da più tempo contro il governo, ma manca un’articolazione politica intelligente, la costruzione di un progetto politico alternativo, le risorse intellettuali per proporre qualcosa di diverso, e questo è un lavoro di anni. Spero verrà fatto.

Altre esperienze in America latina? Quello di oggi è un fenomeno cileno o è latinoamericano?
Ciò che accade in Cile è parte di un fenomeno globale, con tutta evidenza anche il neoliberalismo è in crisi. Quando un paese come gli Stati Uniti elegge presidente un imprenditore del tutto inetto, inefficace e ignorante, non si può sperare che gli altri mandatarios del mondo possano essere molto diversi. Meno di una settimana fa Donald Trump ha detto che la relazione tra Stati Uniti e Italia risale all’antica Roma! Ci sono alcune speranze: la Bolivia di Evo Morales, combattere ogni povertà in un modo reale ed efficiente e far crescere il paese, l’Uruguay del Frente Amplio, Pepe Mujica ha iniziato un’altra maniera di fare politica che il Frente Amplio ha proseguito, senza grandi ambizioni ha conquistato cose fondamentali e la gente vive meglio. Evidentemente non è la grande soluzione, la grande soluzione dovrebbe essere un altro modo di vivere, allontanarsi dalla realtà e dal mito della crescita economica. Bisogna avere un’altra idea di sviluppo, manca questo per completare l’idea di una alternativa.

Pinera ha dichiarato: “Siamo in guerra contro un nemico potente, molto organizzato e implacabile, disposto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite”. Sembra la descrizione di un’invasione. Ma chi è il nemico? Ed è davvero organizzato?
Macché nemico organizzato, il “nemico” sono i pensionati che vivono con un assegno miserabile, gli studenti che terminano i corsi con trent’anni di debiti scolastici, gli insegnanti con il salario più basso d’America Latina, i giovani senza alcun futuro, la classe lavoratrice senza alcun diritto… Ogni giorno la polizia entra nelle scuole e nei licei e picchia brutalmente. E questa esplosione spontanea, cominciata con una manifestazione del tutto pacifica contro il costo dei biglietti della metro, non giustifica in alcun modo la violenza dello stato. Quando lo stato comincia a praticare la violenza, evidentemente incontra una risposta violenta.

* Fonte: Roberto Zanini, il manifesto

 

photo by unicornriot

Governo pronto al trasferimento in un cimitero di provincia

Il Tribunale supremo spagnolo ha spianato la strada ancora una volta al governo Sánchez sull’esumazione del cadavere del dittatore Francisco Franco. Dopo la decisione di due settimane fa di dare il via libera all’esecutivo, rimanevano ancora quattro ostacoli giudiziari sul cammino del governo, quattro ricorsi presentati dalla famiglia Franco, dai monaci benedettini che gestiscono la basilica nel monumento della Valle de los Caídos dove giace il cadavere, e di un paio di associazioni franchiste (che in Spagna sono a tutt’oggi legali).

Il governo aveva chiesto nuovamente al tribunale di esprimersi in merito per poter avere le mani libere e portare a termine il procedimento. Ancora una volta il Supremo ha ribadito che la decisione del governo è legittima e ha specificato che nessuno, come prevede l’articolo 118 della Costituzione, può rifiutarsi di eseguire una decisione giudiziaria definitiva come quella presa dallo stesso tribunale. Questo perché, in una lettera pubblica, il priore dei benedettini aveva risposto due giorni fa alla vicepresidente del governo che non aveva alcuna intenzione di permettere l’accesso alla cripta. Un comportamento inusualmente arrogante che era già stato stigmatizzato, inutilmente, dal Vaticano e che allinea i monaci alla linea dei franchisti.

Non basta. Mercoledì il Tribunale aveva anche chiarito che nessuna istanza inferiore poteva opporsi a questa decisione “definitiva” e che il governo non aveva bisogno di alcun permesso urbanistico per portare a termine l’operazione: quindi il trucco amministrativo di bloccare il permesso urbanistico perpetrato dal giudice di simpatie destrorse Yuste a inizio anno è stato polverizzato.

Il governo già oggi potrebbe presentare in Consiglio dei ministri un piano d’azione. Dall’esecutivo si conferma che la riesumazione dovrebbe essere effettuata «nei prossimi giorni», prima della campagna elettorale (che formalmente inizia l’1 novembre) e senza stampa. La famiglia Franco, nonostante tutto, non si arrende e presenterà una nuova richiesta di sospensione, stavolta al Tribunale costituzionale contro la decisione del Supremo. Ma il tempo stringe e la campana della storia sembra aver suonato: il posto di Franco non è in un monumento pubblico pagato dallo stato ma in una tomba di famiglia in un assai più anonimo cimitero di provincia.

Il trasporto del feretro, con tutta probabilità, sembra avverrà in elicottero. Che gran metafora: il corpo di Franco sorvolerà in tutti i sensi una campagna elettorale di una Spagna stanca e demotivata, i cui politici sono incapaci di accordarsi mentre i suoi vicini portoghesi, due giorni dopo le elezioni, hanno già un governo.

* Fonte: Luca Tancredi Barone, il manifesto

Via libera del Tribunale supremo spagnolo all’esumazione dei resti del dittatore Francisco Franco. È il progetto di Pedro Sánchez, appena divenuto presidente nel 2018, più internazionalmente noto: stracciare il velo di silenzio, omertà e connivenza sui 40 anni di dittatura fascista in Spagna attraverso un gesto simbolico di straordinaria potenza. Quello di togliere le spoglie del dittatore dal monumento nazionale pagato dai contribuenti spagnoli, la Valle de los Caídos, dove sono sepolte migliaia delle sue vittime, e costruito dai prigionieri politici del regime, per portarle in una tomba comune. L’annuncio ebbe il merito di riaprire un dibattito e una ferita mai veramente chiusa, in un paese dove ancora oggi si discute dell’opportunità di cercare i corpi delle vittime della durissima repressione franchista.

La Spagna, secondo dati che diffonde l’Associazione per il recupero della memoria storica, è il primo paese in Europa e il secondo al mondo (dopo la Cambogia) per numero di fosse comuni con desaparecidos. Si parla di almeno 114mila persone (e più di 2mila fosse comuni non scavate), i cui familiari lottano da anni per ottenere il sostegno delle istituzioni per poter dare sepoltura ai loro cari.

I piani del governo prevedevano che l’esumazione dovesse essere portata a termine a giugno. Ma la famiglia Franco e varie associazioni fasciste hanno fatto di tutto per bloccarli, cercando anche di coinvolgere la chiesa cattolica. Dal Vaticano hanno però fermato, con una lettera del Segretario di stato Parolin in appoggio al governo spagnolo, le frange della chiesa spagnola che spalleggiavano i monaci benedettini che «custodiscono» la tomba in una chiesa all’interno del monumento.

I Franco da un lato si oppongono all’esumazione e dall’altro pretendono che il governo trasporti il feretro non già al piccolo cimitero di Mingorrubio, nel quartiere del Pardo, fuori Madrid, dove è sepolta sua moglie ed esiste già un loculo col nome del dittatore, ma nel cuore di Madrid, all’interno della cattedrale dell’Almudena, praticamente al lato della sede de la monarchia, la Zarzuela. In più, siccome la longa manus del franchismo è ancora viva e vegeta nella magistratura spagnola, erano riusciti con un escamotage amministrativo a fermare comunque l’esumazione, prima ancora che venisse bloccata dal tribunale supremo in attesa della sentenza di ieri. Un giudice notoriamente di simpatia franchiste, José Yusti, aveva annullato la licenza del comune dove ha sede la Valle de los Caídos per sollevare la lastra di marmo che ricopre la tomba: «Si tratta di spostare delle lastre di marmo che a loro volta ne coprono una di granito che sembra pesi 2mila chili, e non c’è bisogno di essere architetti, geometri, ingegneri o capomastri per accorgersi che è complicato, difficile da maneggiare e pertanto pericoloso» è la curiosa motivazione. Il giudice ora dovrà decidere se, alla luce della sentenza del Supremo (adottata all’unanimità) che dà ragione su tutta la linea al progetto del governo e dà priorità agli interessi della collettività e alla legge di Memoria storica su quelli della famiglia Franco, rimangiarsi la propria decisione o, come sembra probabile, mettere quanti più ostacoli possibile. Il contenzioso in questo caso potrebbe durare anche altri 5 anni.

Intanto però il governo afferma di voler portare a termine l’operazione prima delle elezioni, mentre la famiglia Franco dice che si appellerà al tribunale costituzionale per fermare l’operazione. Sánchez parla via Twitter di «vittoria della democrazia spagnola», mentre Pablo Iglesias la definisce la «riparazione di una vergogna». Dal Pp (che assieme a Ciudadanos si astennero in parlamento su questa misura) parlano di «rispetto delle sentenze», mentre Albert Rivera accusa Sánchez di «giocare con le ossa per dividerci». Solo Vox difende la famiglia del dittatore, accusando il governo di «profanare tombe, dissotterrare odi, e mettere in discussione la monarchia».

* Fonte: Luca Tancredi Barone, il manifesto

photo Francisco Franco, by Fotograaf Onbekend / Anefo [CC0]

L’11 settembre del 1973 il palazzo della Moneda a Santiago del Cile viene attaccato: i militari sono insorti per tentare un colpo di stato e rovesciare il governo socialista di Salvador Allende. Dentro al palazzo si asserragliano 70 uomini per proteggere la vita del presidente e le immagini di quelle ore vengono trasmesse in tutto il mondo: i carri armati invadono le strade di Santiago, lo Stadio nazionale viene trasformato in un vero e proprio campo di concentramento e i rifugiati si accalcano nei giardini delle ambasciate.

L’assalto è feroce e Allende si suicida con un colpo di pistola. I combattenti della Moneda vengono arrestati, torturati e uccisi e il Cile dà inizio ai più cupi dei suoi anni sotto il torchio della feroce dittatura militare guidata dal generale Augusto Pinochet.

Ma cosa succede quel giorno a chi è vicino al presidente? Cosa succede alla sua famiglia? Fuori dalla Moneda, c’è Inés, 26 anni, nipote prediletta del presidente. Quella ragazza si è trasformata oggi in un’elegante signora: si chiama Maria Inés Bussi.

Alta, slanciata, chignon biondo e grandi occhi blu, Inés si muove con un portamento fiero, mentre decide per la prima volta di raccontare la sua storia: «Quella mattina ero a casa con il mio compagno, che era un dirigente politico. Riceve una telefonata, si gira e mi dice: “La Marina si è sollevata a Valparaiso. Il golpe è cominciato”. Ed ecco, così è iniziato tutto».

Eri la nipote del presidente e il tuo compagno era un importante dirigente del Mir (Movimento della sinistra rivoluzionaria). Tu stessa aiutavi Miguel Enríquez – capo del Mir – e per tanti anni hai vissuto a casa di tuo zio, il presidente Allende. Sicuramente eri in cima alla lista di persone da sequestrare l’11 settembre. Cosa ricordi di quel giorno?

Quella mattina non sapevo cosa fare, come muovermi. Era ovvio che i militari sarebbero venuti a prendermi. Ricordo che quel giorno ho lasciato mia figlia dai miei genitori e mi sono nascosta a casa di una collega. Nel pomeriggio, probabilmente non capendo ancora la pericolosità della situazione in cui ci trovavamo, sono tornata a casa mia per controllare se i militari fossero passati. La porta d’ingresso era di pesante legno nero e aprendola ho sentito un rumore strano: come se fosse scattato un congegno. Mi sono fermata, ho richiuso la porta e sono scappata in giardino attraverso un passaggio nascosto. Da lì ho visto i militari che correvano verso casa mia con la mitraglietta in mano. L’avevo scampata per un soffio. Incurante del pericolo, sono andata subito a casa dei miei genitori per vedere mia figlia, ma appena entrata mio padre mi è corso incontro intimandomi di scappare. Il mio capo li aveva chiamati: i militari erano passati dal mio ufficio per sequestrarmi. La casa dei miei genitori non era più un luogo sicuro. Era solo l’inizio.

Come hai fatto a salvarti?

Il giorno dopo sono andata alle Nazioni unite, dove lavoravo, per cercare aiuto. Ma sotto all’ufficio c’era un camion che mi era familiare: era lo stesso che il giorno prima era appostato sotto casa mia. Un colpo di pistola è partito da quel furgone. Era finita. Mi avevano vista. L’unico pensiero che avevo in testa in quel momento era che non volevo morire così, davanti a loro, senza poter fare nulla. Ho mantenuto il sangue freddo e ho continuato a camminare. Sono riuscita a scappare: proprio in quel momento è passato un alto funzionario in auto che mi ha fatto salire e mi ha portata in salvo. Di nuovo, mi ero salvata per un pelo.

Da quel momento tutti i miei colleghi delle Nazioni unite si sono mobilitati per aiutarmi e hanno chiesto a una donna di nome Margarita, all’epoca amante di uno degli avvocati di Pinochet, di nascondermi nel suo appartamento. Nessuno l’avrebbe mai perquisito. Ricordo che dentro a quella casa avevo un solo divieto: non potevo aprire gli armadi. Un giorno ho disobbedito e li ho aperti, straripavano di tutto il cibo che non si trovava più in commercio. Sono stati giorni terribili, volevo scappare da quella casa ma non potevo fare nulla. Dopo qualche tempo si è scoperto che un collega francese aveva una moglie che mi somigliava molto. Così sono riuscita a entrare nell’ambasciata francese con il suo passaporto e due mesi dopo sono salita su un aereo diretto a Parigi. Di quei giorni ho un ricordo particolare, la madre di una mia collega ascoltando la figlia che le raccontava la mia storia, mi ha guardata e ha detto stupita: «Ma no, ci deve essere uno sbaglio. Guardala, ha gli occhi azzurri. Non può essere una comunista!».

Cancellavo la memoria, i volti e i nomi delle persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era farli catturare

Come sono stati i due mesi trascorsi nell’ambasciata francese?

Mi sentivo già prigioniera: anche se ero dentro a un’ambasciata ero sicura che mi avrebbero presa. I militari ovviamente non volevano rilasciare i documenti per far scappare la nipote di Allende. E così tutti i giorni in quei due mesi ho fatto un esercizio: cancellare la memoria. Mi sono sforzata di cancellare i volti e i nomi di tutte le persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era di far catturare qualcuno che conoscevo: volevo solo dimenticare tutti quelli che avevo conosciuto. Per fortuna dopo due mesi sono riuscita a salire con mia figlia su un aereo per Parigi. Sono potuta tornare in Cile solo dopo 13 anni, tre mesi e 18 giorni.

A Parigi qual era la situazione per un rifugiato?

Lì ero l’ultima dei poveri, non riuscivo a trovare un lavoro e venivo trattata come un’anomalia perché ero una donna sola con una figlia. Avevo i soldi solo per comprare uno yogurt al giorno. Non scorderò mai un episodio in particolare. Mi trovavo all’università per chiedere una borsa di studio e la segretaria mi ha risposto con sdegno: «Ma guardi com’è elegante, sembra una modella, non si vergogna a chiedere una borsa di studio?». Lei dallo sportello non poteva certo vedere che tenevo per mano mia figlia e io non avevo ancora il coraggio di risponderle che avevo una bambina, che venivo da un Paese in cui era avvenuto un colpo di stato e che i militari mi avevano sequestrato la casa e tutto ciò che possedevo. Pensa che in quegli anni in Cile per dare dell’idiota a qualcuno si diceva «Sei più stupido di un soldato senza macchina». Ogni volta che c’era una perquisizione o un sequestro i militari erano liberi di appropriarsi di tutto ciò che trovavano, comprese le automobili. Quindi era sostanzialmente impossibile per un soldato non possedere almeno un’auto.

Hai detto che a Parigi eri un’anomalia perché eri una giovane donna sola con una bambina. Il tuo compagno dov’era?

Il mio compagno non poteva stare con noi, era dovuto rimanere in Cile. Lo hanno ammazzato il 15 ottobre 1975. A quel tempo io avevo trovato lavoro in Messico e quella mattina stavo leggendo seduta a un tavolino quando un uomo mi ha messo davanti un giornale che titolava «Ucciso uno dei principali leader del Mir». Così ho scoperto che il mio compagno era morto. Erano 5 fratelli: 4 sono stati uccisi dalla dittatura.

Anche tu eri una militante?

Non ero una militante, sono sempre voluta rimanere indipendente. Però aiutavo Miguel Enríquez, il capo assoluto del Mir, assassinato un anno prima del mio compagno. Io avevo un compito particolare: ero la copilota di Miguel. Dato che ero alta, bionda e con gli occhi azzurri quando io e Miguel eravamo in macchina sembravamo una giovane coppia di piccoli borghesi. Nessuno ci fermava mai e questo ci ha salvato da moltissimi pericoli. Ai militari sembravamo gente linda, non avevamo l’aspetto dei comunisti feroci, non rispecchiavamo la loro idea caricaturale di come dovevano apparire le persone di sinistra. E così aiutavo Miguel che in quanto capo del Mir doveva andare a incontri clandestini e portare messaggi da una parte all’altra della città. Io ero la sua copertura.

Prima di convivere con il tuo compagno hai abitato per molti anni a casa del presidente Allende, come mai?

Da giovane studiavo sociologia all’università del Cile. Ero molto brava e così sono stata scelta per andare a studiare per un periodo a New York. Dato che ero la nipote del presidente mi hanno reso le cose difficili: mi hanno mandata a vivere con una famiglia nera del Bronx negli anni della segregazione razziale e degli scontri più feroci. Alla fine del mio soggiorno dall’università e dal governo hanno cercato di corrompermi in tutti i modi per farmi rimanere a studiare a New York, ma non ne ho voluto sapere e ho preso l’aereo per Santiago. All’aeroporto ad aspettarmi non ho trovato i miei genitori, ma mio zio Salvador e sua moglie: mi hanno chiesto di andare a vivere con loro. Evidentemente avevo superato delle prove difficili, era il loro modo per premiarmi.

Aveva moltissimo senso dell’humor. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa e quando lui tornava non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti

Come sono stati gli anni passati in quella casa?

È stato un periodo bellissimo: ne ho una grande nostalgia. All’inizio vivevo con gli zii e le tre cugine, poi loro tre si sono sposate e io sono rimasta «figlia unica», come diceva mio zio. Lui aveva moltissimo senso dell’humor, era una persona molto divertente nella vita di tutti i giorni. Era leggero di spirito. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa perché sapevo che erano curiosi di vedere la casa del presidente. E quando lui tornava e trovava la casa piena dei miei amici non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti. A volte, quando tornava, mi trovava a studiare nella sala da pranzo e ne era felicissimo. Mi diceva: «Inés, pensa che disgrazia per un padre quando un figlio non vuole studiare. A te invece studiare piace, eccome! E allora su, balliamo!». E mi prendeva la mano per ballare un tango, mi insegnava i passi e ridevamo. Era stupendo.

Quand’è stata l’ultima volta che hai visto tuo zio?

Il sabato prima del colpo di stato sono andata a trovarlo alla Moneda per chiedergli un’arma. Abitavo in un quartiere di destra e i vicini sapevano che ero la nipote del presidente, venivano da me per spaventarmi. Così ho chiesto un’arma a mio zio che mi ha guardata, ha sorriso e mi ha detto: «Perché non torni di nuovo a vivere con noi?». È stata la sua unica risposta. Era molto serio, cercava di ritrovare il sorriso, ma era triste. Me ne sono andata via sicura che mi stesse nascondendo qualcosa: sicuramente già sapeva che si stava organizzando il colpo di stato. E in effetti era nell’aria, si poteva respirare. Spero di essere riuscita a spiegarvi quale fosse la situazione in Cile in quegli anni. Questa è stata la prima volta che ho raccontato nel dettaglio quello che è successo in quei giorni, finora non ero mai riuscita a farlo. Anche se Gabriel mi diceva sempre di raccontarglielo, che avremmo dovuto scrivere questa storia.

Gabriel chi?

Gabriel García Márquez.

* Fonte: Elena Basso,  il manifesto

Con Stefano Delle Chiaie scompare l’ultimo «grande vecchio» del neofascismo italiano. Nato nel 1936 a Caserta, figlio di un partecipante alla «Marcia su Roma», ha attraversato tutta la stagione dell’eversione nera del dopoguerra. Attivo fin dai primi anni Cinquanta, si iscrisse all’Msi a soli 14 anni, fu più volte arrestato per apologia di fascismo e violenze. Ricordò lui stesso con orgoglio l’assalto nel marzo del 1955 alla sede del Partito comunista in via delle Botteghe Oscure.

Il suo nome è indissolubilmente legato alla storia di Avanguardia nazionale, la sua creatura, fondata nel 1960, non casualmente il 25 aprile, in una sede a Roma di reduci repubblichini. Il gruppo nacque per scissione da Ordine nuovo di Pino Rauti, accusato di pensare eccessivamente all’elaborazione teorica. Da qui il ricorso pieno allo squadrismo che caratterizzò più di ogni altra cosa Avanguardia nazionale (simbolo la runa dell’Odal, utilizzata da una divisione delle Waffen-SS). Fu anche costretta formalmente a sciogliersi nel 1965 per evitare le conseguenze delle innumerevoli denunce a carico dei suoi aderenti. Grande emozione, in questo contesto, suscitò il 27 aprile 1966 a Roma la morte dello studente socialista Paolo Rossi, precipitato da una scalinata a seguito dei durissimi scontri provocati dai picchiatori di Delle Chiaie davanti alla facoltà di Lettere.

IL LEGAME CON L’UFFICIO AFFARI RISERVATI

Soprannominato «Caccola» per via della sua bassa statura, Stefano Delle Chiaie partecipò al famoso convegno del maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi, promosso dal Sifar (il servizio segreto militare), in cui si posero le premesse della «strategia della tensione», mettendo Avanguardia nazionale al servizio dell’Ufficio affari riservati. Un legame organico che portò i suoi uomini a rendersi protagonisti di sistematiche provocazioni, tra le altre un vasto piano di infiltrazioni a sinistra per spingere gruppi e singoli ad azioni violente. In questo quadro An si interfacciò con le cellule venete di Ordine nuovo, lo stesso Delle Chiaie incontrò più volte Franco Freda, ricoprendo un ruolo centrale nelle vicende del 12 dicembre 1969. Fu, infatti, come raccontato da alcuni ex, un commando di Avanguardia nazionale a compiere i tre attentati a Roma (due all’Altare della Patria e uno alla Banca nazionale del lavoro) in contemporanea con la strage in piazza Fontana.

L’organizzazione, riformatasi alla luce del sole nel 1970, venne definitivamente sciolta per legge nel giugno del 1976 come ricostituzione del partito fascista.

CON JUNIO VALERIO BORGHESE E OLTRE

Filo-golpista e ammiratore del regime dei colonnelli in Grecia, Stefano Delle Chiaie si legò a Guérin Sérac, capo dell’Aginter Presse, una sorta di agenzia per i «lavori sporchi» collegata alla Cia, ma soprattutto al «Principe nero» Junio Valerio Borghese, con cui architettò il tentativo di colpo di Stato della notte del 7-8 dicembre 1970, con l’occupazione temporanea del ministero dell’Interno, prima del rompete le righe. Resosi latitante nel 1970 per sfuggire a un mandato di cattura nell’ambito delle indagini su piazza Fontana, Delle Chiaie, si pose, unitamente ad altri di Avanguardia nazionale, al servizio prima dei franchisti spagnoli, poi del regime cileno di Pinochet, infine dei generali golpisti boliviani. In quegli anni ebbe modo di farsi fotografare il 9 maggio 1976 a Montejurra, nella Navarra, nel corso dell’agguato armato, che causò due morti, nei confronti di un corteo promosso dai seguaci antifranchisti di Carlos Hugo, ma anche di organizzare il tentato omicidio di Bernardo Leighton (l’ex vicepresidente di Allende) e di sua moglie, il 6 ottobre 1975 a Roma. Purtroppo le prove arrivarono solo dopo il processo, tenutosi nel 1987, in cui Delle Chiaie fu assolto. In compenso nel luglio 1980 partecipò in Bolivia al cosiddetto «golpe della cocaina», portando al potere Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie) e di gruppi paramilitari che si occuparono di eliminare i piccoli narcotrafficanti per poter giungere al controllo totale del mercato.

L’AQUILA E IL CONDOR

Arrestato nel 1987 a Caracas, fu processato per la stragi di piazza Fontana e alla stazione di Bologna. Assolto in ambedue i processi, tentò nuovamente nei primi anni Novanta l’avventura politica con piccole formazioni come Alternativa nazional popolare, che raccolse i vecchi camerati di Avanguardia nazionale, senza alcun successo. Da tre anni aveva ricostituito il sodalizio, pur illegale, di Avanguardia nazionale, aprendo una sede anche a Roma. Nel 2012 aveva dato alle stampe la sua autobiografia L’aquila e il condor, piena di omissioni e fatti ricostruiti al limite della pura invenzione. Una sorta di contro-storia da tramandare alle nuove leve.

* Fonte: Saverio Ferrari,  il manifesto

Un piano di cooperazione tra i regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay – con l’assenso della Cia -, ideato dal generale cileno Augusto Pinochet e messo a punto dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, al fine di stroncare l’opposizione politica tramite azioni di spionaggio, sequestri, torture, assassinii. Questo è stato il Plan Condor, un coordinamento del terrore che i repressori hanno tentato a lungo di liquidare come l’invenzione di un gruppo di sovversivi.

Già attiva almeno dal 1974, la collaborazione tra le dittature militari viene sistematizzata nell’incontro tra i diversi servizi di intelligence svoltosi a Santiago il 25 novembre 1975, attraverso la decisione di creare un ufficio di coordinamento destinato a condividere informazioni su persone e organizzazioni «connesse direttamente o indirettamente al marxismo».

Con raccomandazioni anche puntuali, come quella di allertare tempestivamente i servizi segreti rispetto all’espulsione di un sovversivo o alla presenza di una persona sospetta. «L’organismo si chiamerà Condor», decidono all’unanimità i presenti.

Il tutto, naturalmente, con la benedizione della Cia statunitense: il 10 giugno 1976, al ministro degli Esteri argentino César Augusto Guzzetti che gli descriveva gli sforzi congiunti dei governi per combattere il «terrorismo», il segretario di Stato Usa Henry Kissinger risponde con una frase divenuta tristemente celebre: «Se ci sono cose che vanno fatte, fatele rapidamente. Ma dovete tornare al più presto a procedimenti normali».

E così le “cose” vengono fatte, benché senza molta fretta, stroncando la vita di studenti, giornalisti, intellettuali, docenti universitari, sindacalisti, operai, madri e padri in cerca dei figli scomparsi, familiari di presunti sovversivi.

La verità inizia a venire a galla nel 1992 con la scoperta, in una cittadina a 4 chilometri da Asunción, in Paraguay, di quattro tonnellate di documenti, denominati Archivio del Terrore, che registrano in 700mila pagine gli scambi tra gli organi repressivi latinoamericani negli anni ’70 e ’80. La giustizia, però, impiegherà ancora molto tempo ad arrivare.

* Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO

***

«Plan Condor, puniti i responsabili materiali del massacro»

America latina. Grande emozione ieri a Roma durante la conferenza stampa della Fondazione Basso a poche ore dalla condanna all’ergastolo di 24 imputati. Un lungo percorso cominciato 20 anni fa

Desaparecidos, ma non dalla coscienza del mondo. E mai come oggi presenti nel cuore di quanti hanno lottato perché fosse fatta giustizia.

All’indomani della storica sentenza del processo di appello sul Plan Condor, terminato con la condanna all’ergastolo di tutti i 24 imputati, c’è spazio solo per l’emozione. E a esprimerla sono in tanti durante la conferenza stampa promossa ieri dalla Fondazione Basso per commentare quella che i familiari delle vittime e tutti coloro che li hanno sostenuti – dalla Fondazione stessa all’Associazione 24Marzo passando per tutti gli avvocati di parte civile – hanno vissuto come una vittoria piena e completa.

Tra loro anche il viceministro della Giustizia boliviana Diego Ernesto Jiménez, presente in aula al momento della sentenza, e il sottosegretario alla presidenza dell’Uruguay Miguel Ángel Toma, anche lui in aula in rappresentanza di un governo che si è costituito parte civile e ha collaborato attivamente con la giustizia italiana consegnando prove decisive contro i tredici militari uruguaiani coinvolti.

A evidenziare la rilevanza storica del processo è stata in particolare l’avvocata di parte civile Alicia Mejía, leggendo le due sentenze di primo e di secondo grado: «La prima ha riconosciuto per la prima volta a livello giurisdizionale l’esistenza del Plan Condor come un’operazione finalizzata ad annientare la cosiddetta sovversione», condannando otto esponenti della catena di comando; «la seconda ha individuato le responsabilità personali di singoli soggetti nei casi di vittime concrete».

Le responsabilità, cioè, come ha spiegato un altro avvocato di parte civile, Arturo Salerni, di quelle figure cosiddette intermedie, colpevoli di «sub-operazioni di sterminio», a cui erano stati precedentemente addebitati solo i reati, ormai prescritti, di sequestro e tortura. È il riconoscimento – ha chiarito l’avvocato Giancarlo Maniga – che «le condotte differenziate che hanno concorso all’uccisione delle vittime sono tutte legate e unificate dall’evento finale».

Sin conclude così, almeno per ora, nella speranza di una conferma della sentenza in Cassazione, un lungo cammino iniziato nel 1999 da un’inchiesta del pm Giancarlo Capaldo partita dalle denunce di cinque donne italo-uruguaiane e una italo-argentina i cui parenti erano rimasti vittime del Plan Condor.

Tra loro l’italo-uruguaiana Aurora Meloni, che, ricordando quel giorno, oggi commenta: «Allora non immaginavamo che avremmo infine raggiunto il nostro obiettivo».

* Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO

Desaparecidos

America latina. In appello a Roma ribalta la sentenza: 24 ergastoli per i leader dei regimi militari latinoamericani sostenuti dalla Cia e da Nixon. I sequestri e le uccisioni, scrive la pm Tiziana Cugini, erano programmati per eliminare prove e come monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta

Finalmente una vittoria, per la voce delle vittime e il loro diritto alla verità, per il dovere della memoria e le sue ragioni. La prima Corte d’assise d’appello di Roma ha scritto una grande pagina di giustizia nel processo sul Plan Condor, il piano di cooperazione tra gli organi di repressione dei regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay.

Un processo istituito in Italia per far luce sull’uccisione e la sparizione, negli anni Settanta e Ottanta, di 43 cittadini, di cui 23 di nazionalità italiana, tra cui anche Juan José Montiglio, socialista di origini piemontesi che era stato membro della scorta del presidente cileno Allende ucciso durante il golpe di Pinochet.

In tutto sei italo-argentini, quattro italo-cileni, tredici italo-uruguaiani e venti uruguaiani, tutti vittime del coordinamento del terrore ideato dal generale cileno Augusto Pinochet – e organizzato dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, con il coinvolgimento dei servizi di intelligence degli Stati uniti e della presidenza Nixon – al fine di annientare gli oppositori politici attraverso azioni di spionaggio, sequestri, torture e assassinii.

I giudici hanno inflitto 24 ergastoli, ribaltando così la contestata sentenza del processo di primo grado del 17 gennaio del 2017, quando erano stati condannati al carcere a vita soltanto otto imputati, a fronte dell’assoluzione di 19 persone ritenute responsabili non di omicidio, ma solo di sequestro di persona, un reato ormai caduto in prescrizione (oltre al proscioglimento di altre sei per morte del reo).

La sentenza del processo d’appello, che si era ufficialmente aperto il 12 aprile del 2018, ha disposto anche il risarcimento nei confronti delle 47 parti civili costituite da stabilirsi in sede civile, decidendo una provvisionale immediatamente esecutiva di un milione di euro per la presidenza del Consiglio dei ministri e di cifre comprese tra i 250mila euro e i 100mila euro per tutte le altre parti civili.

Tra i condannati all’ergastolo, tutti accusati di omicidio volontario pluriaggravato, figurano l’ex ministro dell’Interno della Bolivia, Luis Arce Gomez; l’ex presidente del Perù, Francisco Morales Bermudes; l’ex ministro degli Esteri dell’Uruguay, Juan Carlos Blanco (assolto per solo uno dei capi d’imputazione); e il tenente di vascello, precedentemente assolto, Jorge Nestor Fernandez Troccoli, già a capo dell’S2, il servizio di intelligence della Marina militare uruguaiana, unico a non essere processato in contumacia.

Di origini campane, Troccoli si era infatti trasferito in Italia nel 2007 avvalendosi della doppia cittadinanza, per sfuggire a un processo istruito a Montevideo contro lui e contro altri responsabili dell’eliminazione, tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978, dei membri del Gau (Grupos de acción unificadora), un gruppo di militanti politici uruguaiani riparato in clandestinità a Buenos Aires. Ma la giustizia l’ha finalmente raggiunto nel nostro paese.

È stata accolta in pieno, dunque, la richiesta della pm Tiziana Cugini e del procuratore generale Francesco Mollace di condannare al carcere a vita tutti i 24 imputati del processo, colmando il gap, come aveva dichiarato il pg nella sua requisitoria del 18 marzo, «tra la storia reale descritta dal processo e quella derivata dalla sentenza di primo grado».

Una sentenza che, dopo un lavoro quasi ventennale di ricerca e analisi comparativa delle fonti, ascolto dei testimoni, esame delle sentenze dei tribunali esteri e due anni di udienze dibattimentali, non aveva «fatto giustizia alle vittime, né all’ansia di libertà di quei popoli che pensavano di affacciarsi alla democrazia e invece erano stati annichiliti».

I sequestri, aveva spiegato in quell’occasione la pm Tiziana Cugini, «non nascevano solo per estorcere informazioni, ma per uccidere. E le uccisioni erano programmate per eliminare prove e perché fossero un monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta sovversiva».

Di modo che «l’uccisione era la regola, tutto l’apparato lavorava perché ciò si realizzasse – aveva aggiunto – e non è vero che gli imputati avevano un rango intermedio e per questo non potevano decidere della vita e della morte dei sequestrati. Erano, al contrario, affidabili operatori di morte pienamente consapevoli del compito che erano chiamati a svolgere».

* Fonte: Claudia Fanti,  IL MANIFESTO

BUENOS AIRES. José Antonio Gonzaléz Pacheco, detto «Billy El Niño», è accusato di aver partecipato a torture e omicidi durante la dittatura Videla in Argentina, da tempo vive in Spagna, dove, da rifugiato, si era trasferito anche, José Galante, «Chato» per gli amici, uno delle vittime di Billy El Niño. «Quell’uomo vive vicino a casa mia, ci separano due vie – ci dice Chato -. Ogni giorno devo convivere con questa presenza, e con l’idea che lui continui a vivere in totale libertà». Non solo: Billy El Niño continua a ricevere il vitalizio accordatogli nel 1977 in Spagna, e nessuno ha ancora ritirato la medaglia al merito che, lo stesso anno, gli fu concessa dalla Casa reale ancora regnante. Adesso, dopo più di quarant’anni, Chato può sperare di vedere il suo torturatore vicino di casa sul banco degli accusati, ma non in Spagna, in Argentina, in virtù del fascicolo aperto dalla giudice Maria Servini, che ha preso finalmente in carico la cosiddetta querella argentina cercando di portare i molti casi di torturatori argentini che vivono liberi in Spagna, ancora protetti dall’amnistia franchista, nell’ambito del diritto internazionale per un reato che non ha termini di prescrizione: lesa umanità.

La storia del franchismo del resto non è ancora pronta a finire in archivio, in Spagna, se la Corte Suprema spagnola ha bloccato soltanto il 4 giugno scorso, poco più di una settimana fa, la riesumazione delle spoglie del «generalissimo» Francisco Franco sepolte nel mausoleo all’interno del memoriale per i caduti della guerra civile, alle porte di Madrid. I giudici spagnoli hanno accolto la richiesta della famiglia del dittatore. Il trasferimento del corpo dal monumento al cimitero di El Pardo era stato programmato per lunedì 10 giugno dall’attuale governo spagnolo di Pedro Sanchez. E all’operazione di traslazione della salma si oppone anche il Partito popolare. La decisione della Corte testimonia come la dittatura franchista e il periodo subito seguente, in cui si sviluppò il processo di transizione democratica (1975-1978), siano una ferita ancora aperta nella Spagna di oggi.
E lo sa bene Fermin Rodriguez: «Sono quasi quarant’anni che aspetto che un giudice dia valore alla mia testimonianza». Fermin è fratello di Germán Rodriguez, ucciso nel 1978, a soli 23 anni, dalla polizia. Accanto a lui c’è Manuel Ruiz, fratello di Arturo, ucciso a 19 anni, nel gennaio del 1977, dal gruppo paramilitare Cristo Rey. I due – Fermin e manuel – hanno viaggiato fino a Buenos Aires per deporre la propria testimonianza, il 5 giugno, di fronte alla giudice Maria Servini sull querella argentina. «Finalmente è arrivato il giorno che aspettavo da tempo – dice Rodriguez prima dell’udienza – Sono felice».

Su impulso di Carlos Slepoy, avvocato argentino esiliato in Spagna dopo essere stato torturato sotto il governo di Peròn, la causa è arrivata a Buenos Aires il 14 aprile 2010 quando un gruppo composto da organizzazioni argentine e spagnole – tra cui l’Associazione per il recupero della memoria spagnola, le Abuelas di Plaza de Mayo, il Centro argentino di Studi legali e sociali – insieme a Adolfo Pérez Esquivel, Nobel per la pace 1980, presentano al Tribunale di giustizia argentino un atto d’accusa per crimini di lesa umanità, basandosi sul principio di giustizia universale previsto dalla legislazione internazionale.

La querella ha potuto contare sull’importante esperienza argentina rispetto al recupero della memoria in merito ai crimini della dittatura di Videla. Un lavoro compiuto soprattutto dalle Madri di Plaza de Mayo che è arrivato all’abrogazione, sotto il governo di Nestor Kirchner, dell’amnistia che proteggeva i criminali della dittatura. Un percorso di giustizia in cui ha avuto un ruolo imprescindibile la Spagna: «A fine anni ’90 fu proprio la Spagna a istruire la causa contro i crimini della dittatura», ricorda Videla Norita Cortinas di Madri di Plaza de Mayo Linea Fundadora. «Ora le parti si invertono. Vi staremo sempre vicine», continua rivolgendosi ai familiari delle vittime incontrate presso la Federazione Gallega di Buenos Aires.

Ad oggi, i querelanti – più di 400 – continuano a scontrarsi contro la chiusura della Spagna, che negli anni ha mostrato tutto l’interesse a non aprire alcuno spiraglio all’apertura di questo capitolo della sua storia: nel 2016 una circolare ordinò a tutte le procure di non collaborare con la giudice argentina, per non entrare in conflitto con la legge di amnistia. Atti, quelli della Spagna, portati avanti ufficialmente nel nome della «riconciliazione», necessaria, secondo i vari governi e la monarchia a superare la dittatura e costruire uno Stato democratico. Di parere opposto, le vittime del franchismo: «Uno Stato non può imporre di dimenticare né può obbligare al perdono», afferma Ruiz. Gli fa eco Chato che ora rappresenta La Comuna – associazione di prigionieri del franchismo – ed è tra l’altro protagonista del documentario Il silenzio degli altri prodotto da Pedro Almodovar, lavoro che sta contribuendo a diffondere conoscenza sul tema. «La memoria è la storia socializzata di un popolo, per questo è un luogo di conflitto tra differenti interessi sociali», afferma Chato, invitato al Festival internazionale di cinema per i diritti umani di Buenos Aires.

In particolare, l’incontro del 5 giugno ha rappresentato un passo decisivo all’interno della querella: le testimonianze di Rodriguez e Ruiz confermano la persistenza di crimini commessi dai franchisti anche durante il processo di transizione. German Rodriguez fu ucciso durante i «fatti di San Fermín de Pamplona», quando una manifestazione organizzata per la liberazione dei prigionieri politici incarcerati dal franchismo venne repressa nel sangue. Arturo Raiz perse la vita nella feroce repressione dei cortei a favore dell’amnistia per i prigionieri politici, conosciuta come semana negra (settimana nera) di Madrid. «Stavo pranzando con i miei genitori. Venimmo a sapere dalla televisione dell’uccisione di mio fratello», racconta ora Manuel Ruiz, evidenziando che «il suo assassino non è mai stato giudicato. È fuggito dalla Spagna, con la complicità delle forze dell’ordine».

«La struttura repressiva, economica e politica della dittatura di Franco rimasero intatte nel regime democratico instaurato dalla Costituzione del 1978 – afferma Jacinto Lara, uno degli avvocati del Coordinamento statale di appoggio alla querella argentina (Ceaqua) – Ci sono persone coinvolte in tutti i tipi di crimini che hanno continuato il proprio lavoro e spesso sono state anche promosse». È il caso di Rodolfo Martin Villa, ministro dell’Interno dal 1976 al 1979. La giudice Servini ha emesso per lui un ordine di estradizione, accusandolo del massacro del 3 marzo 1976 a Gasteiz. Contro la sua estradizione si è espressa la Audiencia nacional di Madrid. Ma Villa ha dichiarato che si presenterà sua sponte il prossimo 9 settembre a Buenos Aires davanti alla giudice Servini. Sarebbe il primo degli accusati a testimoniare.

* Fonte: Serena Chiodo, IL MANIFESTO

 

photo: Gastón Cuello [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

Le «Nonne» di Plaza de Mayo colpiscono ancora. Estela Carlotto: «Oggi è un bel giorno»

BUENOS AIRES. Si chiama Javier Matías Darroux Mijalchuk e ha 40 anni. È il 130esimo nipote ritrovato dalle Abuelas de Plaza de Mayo, l’associazione di nonne argentine che cercano gli oltre 500 bambini sottratti illegalmente dai militari durante gli anni della dittatura (1976-83). Matías è figlio di Elena Mijalchuk e Juan Manuel Darroux ed è sparito quando aveva appena 4 mesi.

ALLA FINE DEL DICEMBRE 1977 Juan scomparve, qualche giorno dopo Elena ricevette una chiamata in cui le si intimava di farsi trovare il 26 dicembre a Buenos Aires in via Pampa, tra Lugones e Figueroa Alcorta, per avere notizie del compagno. Elena andò all’appuntamento con il figlio Matías e da allora non si hanno più notizie di lei. Il neonato fu trovato da una signora in strada e fu dato in adozione. Oggi, grazie all’instancabile lavoro delle Abuelas, Matías conosce il suo vero nome, la sua identità e la sua famiglia, ma ha cominciato una nuova ricerca: Elena era incinta di due mesi quando fu sequestrata, Matías ha un fratello o una sorella da qualche parte.

«Ho sempre pensato di essere figlio di persone scomparse durante la dittatura – spiega durante la conferenza nella sede delle Abuelas a Buenos Aires – ma non volevo fare il test del dna. Non mi interessava sapere di chi fossi figlio in realtà, stavo bene con la famiglia che mi aveva adottato. Ma nel 2006 ho capito quanto fosse egoista il mio comportamento. Ho capito che anche se non era importante per me, dall’altra parte poteva esserci una nonna, un fratello o uno zio che mi stavano cercando. E così ho fatto il test del dna e si è scoperto che mio zio mi cercava da 40 anni».

MATÍAS SAPEVA di essere stato adottato e un giorno decise di rivolgersi alla filiale delle Abuelas della provincia di Córdoba. Nel suo fascicolo si leggeva che era stato trovato il 27 dicembre 1977 da una donna che stava camminando per strada, all’incrocio fra via Ramallo e via Grecia, a pochi isolati di distanza dalla Esma, il più grande campo di sterminio dell’Argentina, dove furono detenute oltre 5000 persone. Il bambino venne dato in adozione a Buenos Aires e nel 1999 si trasferì a Córdoba.

«La restituzione della mia identità è un omaggio ai miei genitori- dice Matías – un simbolo di memoria, verità e giustizia. E per questo voglio ringraziare mio zio Roberto che non ha mai perso la speranza e che in 40 anni non ha mai cambiato numero di telefono fiducioso di ricevere quella chiamata che stava aspettando e che un giorno finalmente è arrivata. Quando ci siamo potuti incontrare, mio zio mi ha guardato e mi ha detto «Sei tu Javi?» e mi ha abbracciato come mai nessuno aveva fatto prima e come nessuno potrà fare in futuro. È difficile capire quello che ha vissuto, perché il fatto di avermi trovato significa anche che non potrà mai più rivedere sua sorella».

ROBERTO MIJALCHUK, fratello di Elena, non ha mai smesso di cercare notizie sue, del cognato e del nipote. La loro scomparsa fu denunciata da Roberto nel 1999 e da quel momento la Comisión Nacional por el Derecho a la Identidad (Conadi) cominciò a investigare sul caso, mentre i campioni ematici delle famiglie furono inseriti nel Banco Nacional de Datos Genéticos.

Come in altri molti casi di desaparecidos, non si nulla della sorte di Elena e Juan. Nessun sopravvissuto li ha visti e la loro presenza in un campo di detenzione non è mai stata confermata. «Della storia mia, di mio fratello e dei miei genitori non si sa nulla, e la possibilità di renderla pubblica mi dà speranza di trovare qualcuno che sappia cosa ne è stato della loro vita», dice Mathías, il secondo nipote ritrovato dall’inizio dell’anno. Lo scorso aprile infatti è stata ritrovata la nipote n° 129, figlia di Carlos Alberto Solsona e Norma Síntora, mentre durante il 2018 è stata recuperata l’identità di un solo nieto.

Il primo ritrovamento di un figlio di desaparecidos risale al 1978 e da allora i casi sono aumentati di anno in anno: nel 1984, primo anno dopo la caduta della dittatura, furono 12 i nipoti ritrovati dalle Abuelas. Ad accogliere il 130esimo nieto ritrovato, c’è una stanza gremita di persone. «Diamo il benvenuto a Matías – dice Estela Carlotto, presidente delle Abuelas – Oggi è un bel giorno».

* Fonte: Elena Basso, IL MANIFESTO

Che l’ex capitano Jair Bolsonaro fosse un sostenitore della dittatura militare e un ammiratore dei suoi più sinistri rappresentanti era chiaro già all’epoca dell’impeachment contro la presidente Dilma Rousseff, quando dedicò il suo voto al colonnello torturatore Carlos Alberto Brilhante Ustra, ex capo del Doi-Codi (l’organo di intelligence e di repressione del regime militare). Ma che, da presidente, arrivasse addirittura a chiedere al ministero della Difesa di organizzare le commemorazioni dell’avvento del regime militare – iniziato il 31 marzo 1964 con il golpe contro il presidente João Goulart e andato avanti per 21 anni – la dice davvero lunga sull’attuale stato della democrazia brasiliana.

«QUALCUNO riuscirebbe a immaginare la Germania impegnata a celebrare l’era di Hitler o la Francia a celebrare l’occupazione nazista?», ha commentato su Twitter il deputato federale del Partito dei lavoratori Paulo Pimenta: «Solo chi nutre disprezzo per la democrazia può arrivare a tanto». A tanto è arrivato il presidente Bolsonaro, che secondo quanto riferito dal suo portavoce, il generale Otávio do Rêgo Barros, ha ordinato alle forze armate di realizzare le dovute celebrazioni all’interno delle proprie caserme, escludendo, bontà sua, un atto di commemorazione al Planalto, la sede della presidenza. E lo ha ordinato nella convinzione che nel 1964 non si sia registrato alcun colpo di stato, bensì la nascita di un’unione tra civili e militari destinata a riportare il paese sulla retta via.

UN OBIETTIVO raggiunto attraverso la chiusura del parlamento, la restrizione delle libertà civili, l’uccisione e la tortura degli oppositori. Non, però, di tutti quelli che sarebbe stato opportuno eliminare, stando a una delle sue dichiarazioni più celebri, secondo cui «l’errore della dittatura» sarebbe stato quello «di torturare anziché di uccidere». «Il periodo cominciato nel ’64 – garantiva nel 2016 l’allora deputato federale – è stato descritto dal Pt in maniera sbagliata. Chi ha ancora dubbi, chieda ai propri nonni. E confronti il Brasile di quell’epoca con quello di oggi». E si era spinto anche oltre, arrivando a ironizzare sulla ricerca dei resti dei desaparecidos dell’epoca della guerriglia dell’Araguaia, un movimento di giovani in lotta contro il regime militare, collocando nel suo ufficio di deputato un cartello con la scritta «Desaparecidos dell’Araguaia? A cercare le ossa sono i cani».

MA C’È CHI, dietro tale iniziativa, vede un chiaro segnale di disperazione dell’ex capitano, deciso a fare fronte comune con la linea militare più dura per reagire alla valanga di critiche che accompagna ogni suo passo da presidente. L’evidente «disorganizzazione politica del governo causata da un presidente sempre più disinteressato alle sue funzioni politiche e istituzionali – si legge in un editoriale dell’Estado de S. Paulo – può produrre un inasprimento della crisi, portandola a un livello pericoloso. Ma forse è proprio questo che molti vogliono». E non a caso sono sempre di più quelli che non credono che l’ex capitano sarà in grado di completare i suoi quattro anni di mandato e che già ragionano su un possibile governo del suo vice, il generale Antônio Mourão, diverso in – quasi – tutto da Bolsonaro, ma unito a lui dal deciso sostegno al regime militare e da molti considerato più pericoloso ancora dell’attuale presidente.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

 

photo: Por Correio da Manhã – http://www.portalmemoriasreveladas.arquivonacional.gov.br/media/Os%20presidentes%20e%20a%20ditadura%20militar.pdf, Domínio público, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46203962

Sign In

Reset Your Password