Il carcere visibile e l’inferno invisibile

Dice Valerio Onida – presidente emerito della Corte Costituzionale, ora volontario nel carcere di Bollate – che «il carcere reale si capisce solo dalla parte sbagliata delle sbarre»

 Il titolo della manifestazione inaugurata ieri e che occuperà ben tre settimane degli eventi della Triennale di Milano, “La rappresentazione della pena”, dovrebbe forse trasformarsi in una domanda. Si possono veramente descrivere il carcere e la privazione della libertà? Ma anche: ha senso parlare di carcere al singolare?
I dati e le esperienze dovrebbero deporre per il no. Del carcere conosciamo al più, quando ci sono, l´asilo nido e le “sezioni modello”, quelle dove si fa riabilitazione per i tossicodipendenti, teatro, scuola, il giornalino interno, magari addirittura si impara un lavoro.
Poi c´è il resto. Ed è la gran parte.
Invisibile. Stratificato come i gironi dell´inferno. Alcuni così profondi e bui da risultare sconosciuti anche agli “addetti”, ai volontari, a quei rari parlamentari che ogni tanto si recano in visita.
Rappresentare la pena significa illuminare ogni angolo. E neppure basterebbe. Perché la mancanza di libertà non si lascia raccontare, né tanto meno fotografare.
Come ogni esperienza limite, tortura l´animo e facilmente schianta le persone. Assai più raramente le migliora, e dipende più dalle persone che non dal luogo.
Ma per conoscerla, dice Valerio Onida – presidente emerito della Corte Costituzionale, ora volontario nel carcere di Bollate – occorre sapere che «il carcere reale si capisce solo dalla parte sbagliata delle sbarre».
Lo ha scritto nel corposo numero della rivista “Communitas” diretta da Aldo Bonomi, realizzato appositamente per l´evento della Triennale e che rimarrà come un utilissimo e documentatissimo vademecum per chi voglia capire e riflettere davvero sulla pena e sul suo senso. Sempre che un senso ci sia.
Perché, per quanto scomoda, rimane indiscutibile un´osservazione del filosofo e sindaco di Venezia Massimo Cacciari: «Che senso ha rieducare alla libertà togliendola?».
E potremmo aggiungere: che risultati ci si aspettano dal rinchiudere ogni anno decine di migliaia di tossicodipendenti, anziché sostenerli sul territorio?
Questo è uno dei punti di drammatica attualità che verranno discussi oggi alle 17,30 in viale Alemagna dai presidenti delle associazioni e delle comunità, in uno dei dibattiti più significativi della Triennale.
Descrivere la situazione penitenziaria solo come un “inferno” sarebbe però irrispondente e ingeneroso nei confronti dei tanti operatori motivati e coscienziosi.
Vero è che del “miele” del carcere (appunto il teatro, le sezioni modello, i siti web, i libri di ricette, etc.) conosciamo tutto; quasi nulla sappiamo invece sul “fiele”, vale a dire sulle carenze, violazioni, talvolta violenze.
Sono due facce compresenti, che dovrebbero essere percepite come conflittuali e dunque risolte, con un cambiamento di tutto ciò che produce quel fiele, rendendo così il carcere più civile e, assieme, rispettoso della legalità e delle sue proprie norme e finalità costituzionali.
Precondizione per farlo è conoscere anche la faccia meno illuminata. Per questo motivo, domani, in uno dei momenti centrali della rassegna della Triennale (il programma completo è su www.dirittiglobali.it), si terrà un confronto tra i detenuti “giornalisti”, che producono le riviste del carcere (recentemente federate a livello nazionale), i volontari che le supportano e gli studenti delle scuole di giornalismo di Milano, l´Ordine e i professionisti dell´informazione. Per trovare il punto di contatto e relazione, possibile e necessario, tra chi guarda questa difficile realtà dalla parte sbagliata delle sbarre e chi da quella giusta.

SERGIO SEGIO, La Repubblica, VENERDÌ, 24 FEBBRAIO 2006Pagina I – Milano

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