Strage di piazza della Loggia: ergastolo per Maggi e Tramonte

Processo d’appello bis, 41 anni dopo la bomba fascista. Con­danna all’ergastolo per Mau­ri­zio Tra­monte e Carlo Maria Maggi

Con­danna all’ergastolo per Mau­ri­zio Tra­monte e Carlo Maria Maggi. Que­sta la sen­tenza della Seconda Corte d’assise d’appello di Milano. Alle 21 di ieri sera Anna Con­forti, pre­si­dente della corte, dopo otto ore di camera di con­si­glio, ha letto il dispo­si­tivo finale, di fronte a un’aula gre­mi­tis­sima di avvo­cati, fami­gliari delle vit­time e rap­pre­sen­tanti del Comune e della Camera del lavoro di Bre­scia. Biso­gnerà ora atten­dere il depo­sito delle motivazioni.

L’esito di que­sto appello-bis era in verità atteso, dopo il rigetto da parte della Cas­sa­zione della sen­tenza d’appello di Bre­scia accom­pa­gnato da rilievi assai cri­tici sui «salti logici», «l’esasperata seg­men­ta­zione del qua­dro com­ples­sivo», «l’ipergarantismo distor­sivo della logica e del senso comune», ope­rati dai giu­dici pre­ce­denti, pur in pre­senza di un com­plesso indi­zia­rio defi­nito di estrema «gra­vità» nei con­fronti dei due impu­tati.
Il pro­cesso, aper­tosi lo scorso 26 mag­gio, non si è limi­tato a ricon­si­de­rare le carte. La corte ha rite­nuto utile valu­tare, rin­no­vando par­zial­mente il dibat­ti­mento, diversi nuovi indizi emersi di recente. In par­ti­co­lare, le nuove testi­mo­nianze di alcuni dete­nuti che ave­vano con­di­viso con Mau­ri­zio Tra­monte, tra il 2001 e il 2003, lo stesso car­cere. Due (Vin­cenzo Arrigo e Renato Bet­ti­nazzi) hanno rife­rito delle con­fi­denze dello stesso Tra­monte in ordine alla sua pre­senza in piazza della Log­gia al momento dello scop­pio della bomba. Ad Arrigo, Tra­monte mostrò anche una foto che custo­diva in cella, scat­tata nei momenti imme­dia­ta­mente suc­ces­sivi alla strage, in cui si era rico­no­sciuto con­fuso tra la folla. Una foto che il perito inca­ri­cato dalla Pro­cura di Bre­scia ha rite­nuto «com­pa­ti­bile» con le «carat­te­riz­za­zioni mor­fo­lo­gi­che e metri­che» di Mau­ri­zio Tra­monte. Una ras­so­mi­glianza a dire il vero impres­sio­nante a occhio nudo, com­pa­rando la foto con quelle per­so­nali di que­gli anni.

Gra­zie alle nuove inda­gini è stata anche accer­tata la par­te­ci­pa­zione di Tra­monte, fatto di fon­da­men­tale rile­vanza, «la sera del 25 mag­gio» alla riu­nione di Ordine Nuovo ad Abano Terme (Padova). Sotto la guida di Carlo Maria Maggi, in pre­pa­ra­zione della strage. Da qui la pre­senza in piazza della Log­gia. Va detto che pro­ba­bil­mente non era stato il solo di Ordine Nuovo a com­pa­rire con fun­zioni ope­ra­tive o solo per assi­stere in diretta all’attentato. Nello stral­cio di inda­gini aper­tosi a Bre­scia — a seguito di altre testi­mo­nianze — si fa anche il nome di un altro ordi­no­vi­sta, all’epoca mino­renne, forse a sua volta ritratto in alcune istan­ta­nee.
Il Sid coprì Tra­monte e Maggi, pur sapendo dei loro pro­getti cri­mi­nali, e nulla fece per impe­dire la strage. Un dato incon­te­sta­bile sulla base delle infor­ma­tive che Tra­monte, estre­mi­sta di destra ma anche infor­ma­tore dei ser­vizi con il nome in codice di Tri­tone, inviava ai supe­riori. Ordine Nuovo poté in que­sto modo atti­vare i pro­pri depo­siti di armi ed esplo­sivi, in pri­mis quello occul­tato al risto­rante Sca­li­netto a Vene­zia, nella dispo­ni­bi­lità di Maggi e Carlo Digi­lio, l’armiere dell’organizzazione, dove fu pre­le­vata la geli­gnite con cui venne con­fe­zio­nato l’ordigno di Brescia.

In que­sto con­te­sto, gra­zie al lavoro dell’ispettore capo del Ser­vi­zio anti­ter­ro­ri­smo di Roma, Michele Cacioppo, si è anche riu­sciti a pro­vare defi­ni­ti­va­mente l’esistenza della «santa bar­bara» di Paese, in pro­vin­cia di Tre­viso, posta in un caso­lare gestito da Gio­vanni Ven­tura. Il nome di Ven­tura è di nuovo ricom­parso in que­sto pro­cesso. Nella sua agenda, seque­strata nel dicem­bre 1972 e mai visio­nata con atten­zione, com­pa­riva il numero di tele­fono di Carlo Digi­lio. Gra­zie alle ispe­zioni ban­ca­rie si è appu­rato come i due fos­sero legati da rap­porti eco­no­mici. Si è così com­ple­tato un qua­dro. Ordine Nuovo nel Veneto si arti­co­lava in più cel­lule armate, da quella di Venezia-Mestre, con Maggi, Carlo Digi­lio e Delfo Zorzi, a quella di Padova, costi­tui­tasi attorno alle figure di Franco Freda e di Gio­vanni Ven­tura. Una rete ever­siva che operò in fun­zione dello stra­gi­smo, da Piazza Fon­tana a Brescia.

Ora toc­cherà nuo­va­mente alla Cas­sa­zione for­mu­lare il giu­di­zio defi­ni­tivo, in attesa che i nuovi atti inve­sti­ga­tivi, cui abbiamo accen­nato, pro­du­cano i loro effetti indi­vi­duando altri respon­sa­bili. La sto­ria giu­di­zia­ria di piazza della Log­gia, che si è pro­tratta per 41 anni, non è ancora defi­ni­ti­va­mente chiusa. Par­lare di giu­sti­zia potrebbe non avere più molto senso.

Nei pre­ce­denti pro­cessi, si era comun­que rico­no­sciuta la col­pe­vo­lezza di altri espo­nenti di Ordine Nuovo: da Carlo Digi­lio a Mar­cello Sof­fiati, non più pro­ces­sa­bili per­ché defunti. Ora quelle di Mau­ri­zio Tra­monte e di Carlo Maria Maggi, ormai ottan­tenne e malato. Non ci sarà il car­cere per lui. Un pezzo di verità in più. Sen­tenza sto­rica dopo tante asso­lu­zioni. Restano ancora sullo sfondo le respon­sa­bi­lità dello Stato e dei suoi apparati.

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