Al processo per la morte di Cucchi: «Massacrato dai carabinieri»

Cucchi

Nove anni dopo la morte. Parlano i due testimoni in divisa, Riccardo e Maria, che nel frattempo si sono sposati

Due carabinieri, un uomo e una donna, condividono la consapevolezza di un segreto terribile: i loro superiori hanno massacrato di botte un giovane e scaricato la colpa del pestaggio sulla polizia penitenziaria, poi il ragazzo è morto. L’uomo e la donna sono estranei al massacro e parlandone si riconoscono nella reciproca umanità, alla fine si innamorano e si sposano. Ma non finisce come nelle favole. Vengono minacciati, insultati, impauriti affinché non parlino con quella sorella che continua imperterrita a esibire la foto del ragazzo pestato a morte, che non si dà per vinta davanti al potere in divisa che uccide sicuro di rimanere impunito.

È QUESTA LA NUOVA STORIA, un po’ rosa e molto nera, che è emersa ieri platealmente all’udienza per la morte di Stefano Cucchi, processo bis davanti alla I corte d’Assise del Tribunale di Roma che vede questa volta imputati non i poliziotti della penitenziaria, scagionati nel primo processo, ma cinque carabinieri allora in forza alla stazione di Tor Vergata, tre dei quali sono ora accusati di omicidio preterintenzionale. I due carabinieri che hanno testimoniato ieri contro i loro superiori di allora si chiamano Riccardo Casamassima e Maria Rosati e sono in effetti i due testimoni chiave che hanno consentito ai pm di riaprire il caso Cucchi.

«All’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva coinvolto in prima persona – ha spiega Casamassima disfacendosi d’un colpo dell’aura di eroe – ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali e di coprire gli autori di illeciti. E vergognandomi di ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di testimoniare». In realtà gli ci sono voluti anni di angherie e, si immagina, di notti insonni e tormentate. Ieri ha però deciso di «vuotare il sacco», come suol dirsi, di rompere una volta e per sempre la congiura del silenzio durata anni, la paura di ritorsioni, che del resto erano già state usate per metterlo alle strette, screditarlo, impedirgli di parlare ai magistrati.

QUELLA SERA di metà ottobre 2009 – ha raccontato – il maresciallo Roberto Mandolini entrò nella caserma di Tor Vergata, e prima di andare a rapporto dal comandante Enrico Mastronardi disse «che c’era stato un casino, un ragazzo era stato massacrato di botte dai ragazzi». Il ragazzo massacrato era il 32enne Stefano Cucchi, mentre per i massacratori il termine «ragazzi» sta ad indicare, spiega, che si trattava «dei nostri», carabinieri dunque. Questo sentì il carabiniere Casamassima. Poi Maria Rosati, all’epoca appuntato gli raccontò di una conversazione ascoltata da lei tra il comandante della stazione e il maresciallo Mandolini. «Maria – ha raccontato Riccardo Casamassima – mi rivelò che Mandolini e Mastronardi stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei stava lì perché fungeva da autista del comandante e capì il nome “Cucchi” ma visto che la vicenda non era ancora nota, deduco che quando ci fu questo colloquio il ragazzo fosse ancora vivo».

Stefano morì il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini, sei giorni dopo l’arresto e le botte. Casamassima ebbe poi un’ulteriore conferma di ciò che era successo parlando con il figlio del comandante Mastronardi, Sabatino, maresciallo anche lui e suo amico. «Sabatino venne in caserma, si portò la mano sulla testa e, parlando della morte di Cucchi, disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando Cucchi venne portato a Tor Vergata».

ILARIA CUCCHI, dopo l’udienza, punta il dito senza più timore verso il maresciallo Mandolini. «è lui il principale responsabile – dice – e ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato, a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole e che Stefano era stato anche simpatico. Adesso è il processo giusto e si parla di pestaggio. Ogni volta in quest’aula ho la pelle d’oca».

FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

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