“Ho lottato sei anni per amore di Stefano ma ora per fermarmi mi devono uccidere”

Caso Cucchi, Parla la sorella Ilaria: “La sua morte doveva essere archiviata come la fine naturale di un povero tossico da seppellire subito. Dimostreremo che è stato un omicidio”

ROMA. Ilaria Cucchi accarezza la foto di Stefano nel piccolo cimitero di San Gregorio di Sassola: «Vengo qui ogni volta che la verità affiora. Vengo perché Stefano mi manca. E per rinnovare la mia promessa: la Giustizia troverà chi ti ha fatto morire…». Un cimitero di campagna, viali curati, fiori freschi, intorno soltanto cipressi e il verde carico dei monti Prenestini. È voluta tornare qui Ilaria per parlare di Stefano, nel loro paese d’origine, poco lontano da Roma, tra pace e silenzio, come quando ci si ritira in sé stessi prima di scendere in battaglia. Sei anni di ostinata e testarda ricerca della verità, spesso contro tutto e tutti. La rivoluzione di una giovane donna che si pensava fragile e si costringe a diventare forte.«La morte di mio fratello doveva essere archiviata come la fine naturale di un povero tossico. Una vittima scomoda da seppellire subito. Noi dimostreremo che è stato un omicidio». Noi. Ilaria indica l’avvocato Fabio Anselmo, che l’ha accompagnata sulla tomba di Stefano. Una presenza forte e discreta. «Per molto tempo è stato soltanto lui a credermi. Non ce l’avrei fatta senza il suo sostegno».
Il 22 ottobre saranno sei anni che Stefano è morto.
«Morto di dolore, non dimenticatelo, dopo sei giorni di agonia. Solo come un cane, convinto di essere stato abbandonato, mentre i miei genitori dietro la porta blindata piangevano e pregavano i medici di poterlo incontrare. Il senso di colpa di quei giorni non mi ha più abbandonato».
Senso di colpa?
«Essermi fidata delle istituzioni, aspettare i timbri della magistratura, e intanto Stefano lì dentro moriva da solo, nel disinteresse di tutti. Dopo la nostra tragedia, quel protocollo che vieta ai parenti dei pazienti-detenuti di parlare con i medici è stato abolito. L’abbiamo salutato vivo il 15 ottobre del 2009, l’abbiamo ritrovato cadavere il 22 ottobre. Le foto, disumane, di come era ridotto, le avete viste tutti».
Atroci. Ma scattarle è stato fondamentale.
«Ce l’aveva suggerito, subito, l’avvocato. Lo hanno fatto gli addetti delle pompe funebri. Immagini lo strazio dei miei genitori. Anche renderle pubbliche è stato durissimo. Ma oggi nessuno può fingere di non aver visto quel corpo».
Siamo al preludio di una seconda inchiesta. Non è stanca?
«A volte dico che dovranno uccidermi se vogliono fermarmi. No, non sono stanca, le nuove prove, a cominciare dalle testimonianze dei carabinieri, ci porteranno alla svolta, ne sono certa. Dimostrano che Stefano è stato massacrato già nella caserma dei carabinieri, ancora prima di arrivare nelle celle del tribunale di Piazzale Clodio».
Potrebbe essere un altro calvario però. Come il processo di appello che ha assolto tutti. Medici e guardie.
«No, perché l’aria è cambiata. Oggi incontreremo il procuratore Pignatone. Finalmente le indagini si fanno sul serio. So che a molti piacerebbe che mollassi, che gettassi la spugna, in fondo Stefano si drogava, era un ragazzo difficile. Non ne ho mai fatto un santo né da vivo né da morto. Ma questo può forse voler dire che meritasse una simile fine? Essere ucciso a botte? »
Lei dice che è la sua tenacia a dare fastidio.
«La mia, come quella di Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, o di Lucia Uva. I nostri cari sono vittime di omicidi di Stato, gettare fango sulla loro memoria fa parte della strategia di chi li ha colpiti. Pensi che tra qualche giorno sarò io a finire sotto processo, denunciata dai sindacati di polizia».
Com’era Stefano, prima che la vita lo facesse sbandare?
«Una persona fragile e meravigliosa. Era mio fratello minore, lo zio dei miei bambini, siamo cresciuti dividendo la stessa stanza, abitavamo a Torpignattara, abbiamo avuto un’infanzia felice. Poi lui ha preso una strada sbagliata, ci aveva provato con la comunità ad uscire dalla droga, cadeva, si rialzava e tornava a cadere. Lo amavo, lo criticavo e lui non tornerà. Ma io lo difenderò sempre”.
Qui vicino c’è il casale dove suo fratello spesso si rifugiava…
«È un bel posto, ci sono gli ulivi, gli alberi da frutta, da piccoli ci passavamo l’estate. Vorrei farne una casa per chi esce dalla comunità e spesso si ritrova smarrito, senza lavoro, senza un luogo dove andare. E allora magari ci ricasca. Potrebbe essere un’agriturismo, un’azienda agricola».
Sei anni fa lei era una giovane mamma che faceva l’amministratrice di condominio. La morte di Stefano ha travolto tutto?
«Il lavoro ce l’ho ancora, per fortuna, ma il punto fermo sono i miei figli, Valerio e Giulia. Sono loro a costringermi nonostante tutto ad una vita normale. Giulia è piccola, ma Valerio ha 13 anni, e per lui è più difficile. Approva la mia battaglia, ma vorrebbe che i riflettori si spegnessero. Però legge sempre quello che scrivo di Stefano su Facebook, e ieri ha messo anche un “ like” ad un mio post. Mi ha fatto sorridere».
È diventata quasi un simbolo. I processi, la politica, un libro.
«Mio malgrado. Ma se è servito a qualcosa ne sono felice. Noi sorelle, madri, figlie, abbiamo rotto il silenzio su questi omicidi di Stato. Forse da oggi sarà più difficile uccidere un ragazzo».
Spesso lei ha detto di non aver avuto tempo di piangere Stefano. Per questo viene qui?
«Vengo per non lasciarlo solo. Perchè i giorni della sua agonia mi bruciano dentro, perchè trovo pace. Stefano ha sempre potuto contare su di noi, anche nei periodi bui, quando in casa la tensione era alta per quello che lui combinava. Ma era dal giorno dell’appello che non ci tornavo».
Valeva la pena di lottare così?
«Certo. A qualunque prezzo. Infatti il muro dell’omertà si sta già sgretolando. Con la nuova testimonianza dei carabinieri abbiamo fatto riaprire le indagini. Una nuova lettura della Tac della spina dorsale ha poi dimostrato che le lesioni sul corpo di Stefano erano recenti e dunque non anteiori al suo arresto. Magari ci vorranno anni, ma la verità sull’omicidio di Stefano verrà fuori».

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