Quella via tortuosa per trasformare il mondo

Saggi. «Aspettando la rivoluzione », un volume collettivo sul Sessantotto. Interviste immaginarie o reali agli intellettuali che presero parte o appoggiarono il Maggio parigino

Uscito nel lon­tano 1973 con il titolo C’est demain la veille, viene oggi pub­bli­cato in ita­liano un age­vole testo di sin­tesi del pen­siero poli­tico radi­cale fran­cese con­tem­po­ra­neo, matu­rato a cavallo del Ses­san­totto pari­gino, capace di dare a quel movi­mento sia sostanza teo­rica che deci­fra­zione poli­tica. Aspet­tando la rivo­lu­zione (Res Gestae, euro 14), que­sto il titolo del testo, è un insieme di inter­vi­ste, reali e imma­gi­na­rie, agli autori che riu­sci­rono ad inter­pre­tare meglio il fer­mento di quella gene­ra­zione, che li coin­volse fino a stra­vol­gere parti rile­vanti del loro stesso pen­siero. Con­ver­sa­zioni con Michel Fou­cault, Felix Guat­tari, Gil­les Deleuze, Her­bert Mar­cuse, Henri Lefeb­vre e altri. Per­ché oggi ancora sen­tiamo la neces­sità di con­fron­tarci con que­gli anni e con il pen­siero poli­tico pro­dotto da quelle rivolte stu­den­te­sche? Per­ché, nono­stante i cinquant’anni pas­sati, sen­tiamo ancora come inag­gi­ra­bile la que­stione posta da quel pen­siero radi­cale, che ruppe con la tra­di­zione mar­xi­sta non con­trap­po­nen­do­gli un diverso «pen­siero forte», quanto imma­gi­nando vie di fuga alter­na­tive alla con­trad­di­zione capitale-lavoro e quella tra capi­ta­li­smo e socia­li­smo? Rispon­dere a que­ste domande signi­fica inda­gare anche gli odierni movi­menti sociali, che a quel pen­siero ancora in parte si rifanno. Signi­fica inve­sti­gare l’attualità poli­tica, que­sta la ragione per cui, decenni dopo, con­ti­nuiamo ad inte­res­sarci a quel sistema socio-culturale par­to­rito dalle rivolte del ’68.

Oltre la gab­bia staliniana

La dege­ne­ra­zione della vicenda sovie­tica, seguita nei diversi con­te­sti nazio­nali dalla buro­cra­tiz­za­zione dei par­titi comu­ni­sti ad essa legati, deter­minò uno spae­sa­mento ideo­lo­gico per cui divenne neces­sa­ria, per lo studente-massa affac­cia­tosi nelle società euro­pee nel secondo dopo­guerra, l’individuazione di un pen­siero dav­vero rivo­lu­zio­na­rio tale da con­sen­tire una cri­tica al capi­ta­li­smo che non ricon­du­cesse però al socia­li­smo reale. Se il mar­xi­smo era l’ideologia uffi­ciale tanto dell’Urss quanto dei par­titi comu­ni­sti euro­pei, supe­rare il mar­xi­smo divenne uno dei tratti uni­fi­canti del nuovo pen­siero radi­cale. Tale dire­zione, tipica di quasi tutti gli altri con­te­sti nazio­nali euro­pei, trovò in Fran­cia il ter­reno fer­tile per una sua siste­ma­tiz­za­zione ideo­lo­gica più coe­rente.
A dif­fe­renza del Pci, il Par­tito comu­ni­sta fran­cese veniva con­si­de­rato molto più «scle­ro­tiz­zato» nella sua ade­sione al marxismo-leninismo di stampo sta­li­niano, pie­gato cul­tu­ral­mente alle diret­tive di Mosca, inca­pace di un vero dibat­tito interno volto a cogliere la novità del Ses­san­totto. Libe­rarsi dalla gab­bia dell’ufficialità sovie­tica divenne per que­gli stu­denti la con­di­tio sine qua non per poter affer­mare una pro­pria iden­tità rivo­lu­zio­na­ria che facesse i conti anche con il comu­ni­smo «ufficiale».

Acco­mu­nati nei loro tratti auto­ri­tari e buro­cra­tici tanto il capi­ta­li­smo occi­den­tale quanto il socia­li­smo sovie­tico, deter­mi­nati autori spo­sta­rono il tiro dall’anticapitalismo ad un anti­au­to­ri­ta­ri­smo capace di rispon­dere più in pro­fon­dità alle esi­genze del Ses­san­totto fran­cese. La lotta alla gerar­chiz­za­zione sociale, le ana­lisi sul potere e sui suoi dispo­si­tivi di con­trollo, rap­pre­sen­ta­rono allora il cuore del nuovo pen­siero radi­cale. A Marx, autore sem­pre rile­vante, venne affian­cato Nie­tzsche quale rap­pre­sen­tante di un pen­siero anti­au­to­ri­ta­rio, capace di ser­vire a un movi­mento in lotta con­tro il potere, non più solo capi­ta­li­sta quanto per­va­sivo di ogni aspetto della con­di­zione sociale dell’uomo.

Inu­tile, in que­sto senso, per­se­ve­rare nelle teo­rie gene­rali, nelle astra­zioni poli­ti­che, rei­te­rando meta­fi­si­che che si sono dimo­strate vel­lei­ta­rie quanto il potere che si voleva com­bat­tere. «Occorre rinun­ciare alla teo­ria e al discorso gene­rale. Que­sto biso­gno di teo­ria fa ancora parte di que­sto sistema con cui si vuole chiu­dere la par­tita», afferma Fou­cault nel testo, a cui risponde Mar­cuse poco più avanti: «Nulla è meno bor­ghese del movi­mento stu­den­te­sco ame­ri­cano, nulla è più bor­ghese di un ope­raio ame­ri­cano», chia­rendo il con­cetto che non è più nei rap­porti di pro­du­zione (o, almeno, non più esclu­si­va­mente lì) che si situano le con­trad­di­zioni prin­ci­pali della società.

In mezzo al guado

Un pen­siero liber­ta­rio rispon­dente alle urgenze di una mobi­li­ta­zione stu­den­te­sca che però non riu­scì ad inte­ra­gire con altri set­tori sociali rile­vanti, almeno in Fran­cia. Quasi mezzo secolo dopo, i fon­da­men­tali con­tri­buti sul potere e le sue «micro­fi­si­che» di tali autori sem­brano rima­nere in mezzo a un guado: capaci di libe­rare ener­gie intel­let­tuali per gene­ra­zioni sem­pre più insod­di­sfatte e pre­ca­riz­zate, con­ti­nuano a rap­pre­sen­tare ten­denze cul­tu­rali in sostanza mino­ri­ta­rie, che non rie­scono a coin­vol­gere pezzi di società se non quelli diret­ta­mente mobi­li­tati. Un’impossibile ege­mo­nia che invece costi­tuiva il tratto carat­te­ri­stico del mar­xi­smo «uffi­ciale», sem­pre meno in grado di cogliere le novità sociali nelle società postin­du­striali ma capace di eser­ci­tare un’egemonia cul­tu­rale tale da imporsi come con­tro­parte poli­tica cre­di­bile. L’incontro di que­ste due ten­denze è ancora oggi il ter­reno su cui spe­ri­men­tare per­corsi di par­te­ci­pa­zione politica.

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